Francia: aggrediscono e filmano col cellulare

Vi ricordate quando qualche mese fa una donna, forse depressa e forse suicida, cadde dal terrazzino e finì sulla cancellata, trafiggendosi orribilmente? Questo in realtà non fa notizia. Quello che fece notizia furono le persone (perché sempre ragazzi devono essere?) che passando di lì ripresero la scena col videotelefonetto, il quale poi fu sequestrato dalla polizia intervenuta.

Prima di cominciare la discussione, tenete per lo meno presente che se in macchina incrociate un incidente, quasi sicuramente rallentate per vedere il sangue… e ritengo sia un comportamento umano, è sempre successo e sempre succederà, fa parte della necessità “biologica” dei gruppi umani di controllare la collettività di vita, quello che succede intorno, l’Umwelt.

Insomma, già quella volta intavolai una discussione con la morosa riguardo in particolare il comportamento dei poliziotti. E’ giusto requisire i telefonini? Possono farlo? Causale? Potrei al limite punire quelle persone se ne traggono lucro, vendendo online i materiali video, ma non credo che siano perseguibili per aver filmato o fotografato la scena.

Calma. Prima ancora di emettere giudizi, è utile sapere che il fenomeno nelle sue varianti dilaga (la studentessa di udine che mostrava ripetutamente le tette ai videotelefonini dei suoi compagni di classe per essere eletta rappresentante, ad esempio) e soprattutto questa notizia di “happy slapping” riportata oggi dal Corsera, dove gruppi di ragazzi prendono di mira qualcuno per picchiarlo e soprattutto riprenderlo, per poi mettere il filmato in internet per potersene vantare.

Potersene vantare è fondamentale in adolescenza: ho scoperto ad esempio che un bel po’ di “sfacciamenti” di miei siti in php li hanno fatti ragazzini che poi correvano a gloriarsene su siti di lamer.

Riprendo il problema… quella che come al solito è essenziale è la comprensione tecnologica e comunicativa dell’episodio, prima ancora che lanciare strali di immoralismo e società decadente e alti lai modello “signora mia, dove andremo a finirie”. Prima io contenitore, poi il contenuto, visto che la forma determina le modalità di ricezione dei significati. Per capire il perché, credo che sia ancora necessario studiare il come, ovvero il come funziona un oggetto culturale (ovvero un testo, in questo semioblog).

Da un punto di vista epocale, sia ben chiaro che non si può tornare indietro, non si possono togliere i telefonini di mano alle persone, non si può togliere il bancomat dalle strade, non si può far finta che internet non sia mai esistita, fin qui spero siamo tutti d’accordo. E come sempre un nuovo media, un nuovo spazio comunicativo (un vaso in ceramica 3000 anni fa, la nascita della tipografia a caratteri mobili, la fotografia, la radio, la tv) ad un certo punto veicoleranno dei contenuti che andranno al di là delle ipotesi di utilizzazione del creatore, o delle potenzialità concepibili dalla generazione che li ha pensati. Ad esempio la radio stessa è un corollario delle idee di Marconi, il quale anzi cercava di evitare che le trasmissioni fossero ascoltabili da molti, avendo lui in mente un modello/concetto di comunicazione tipo telefonica uno-a-uno.

Chi nasce “dentro” una tecnologia ne inventa nuovi utilizzi, come i ragazzi che nati col telecomando TV in mano hanno inventato il pensiero zapping e vivono il discorso-blob come stilisticamente e contenutisticamente coerente, oppure come i ragazzi che trovandosi per le mani gli SMS hanno inventato un linguaggio proprio, come da sempre avviene con i gerghi giovanili, decretando il successo planetario di un fenomeno culturale fondato sulla praticabilità di un nuovo canale comunicativo, il quale peraltro esisteva già tecnicamente da alcuni anni ma non veniva reclamizzato perché non si riteneva potesse incontrare il favore degli utilizzatori (per tutta la prima metà degli anni novanta e oltre, gli unici a mandarsi sms erano gli operai della SIP sul lavoro, per intenderci, benché tecnicamente non sarebbe stato un problema diffonderne l’utilizzo ad un pubblico più vasto).

Ecco, i telefonini. Tecnologia portabile, always on, con possibilità multimediali. Domani vorrà dire essere permanentemente connessi alla rete, con le wi-fi cittadine (vedi amsterdam o sanfrancisco), con i wap o i blackberry o i portatili, e quello che accadrà qui sarà là e quello che è là sarà qui. Già raccontai che se questo su cui scrivo e abito è Web 2.0 questo in cui vivo e abito è Mondo 2.0, ed al limite anch’io sono diventato un 2.0, ovvero un essere biodigitale che trae senso della propria esperienza (identità) dalla partecipazione come fruitore e come produttore di significati in tutti gli ambiti cognitivi con cui i miei neuroni interagiscono, senza differenza tra online ed offline. Abito mondi.

Di certo, proibire non serve a niente, anche perché siamo dentro flussi comunicativi orizzontali, e quindi la censura non funziona (nel broadcasting avevo un flusso verticale e aveva senso parlare di un filtro a monte o a valle di qualcosa, in internet no: se non posso vedere le partite del campionato in italia, posso sempre vederle da un server in cina, e la Cassazione mi dà ragione); servirebbe anche qui cominciare a ragionare di educazione ai massmedia, e raccontare ai ragazzini in seconda elementare cosa significa comportarsi bene, essere morali, sia avendo a che fare con atomi sia avendo a che fare con i bit (qua si aprirebbe il pistolotto sulla classe docente italiana, mentalmente coeva al Carducci, ma ve la risparmio… magari sarà argomento per un prossimo post, in cui parlerò di lavoro), ovvero avendo a che fare con quella che si chiama realtà, che per un sedicenne cresciuto a Playstation TV notturna videocassette internet telefonini è sensibilmente diversa dalla mia.

Lui “vede” percorsi di senso diversi, “legge” diversamente, attribuisce significati agli eventi secondo canovacci interpretativi (schemi e script) che io non possiedo, ma posso ancora comprendere, mentre per mio padre sono incomprensibili. E’ come per un uomo dell’800 cresciuto con la Bibbia, l’Almanacco e 3 giornali all’anno mettersi a dare giudizi di merito sul Grande Fratello in quanto fenomeno mediatico. Potrà anche dire che è immorale, che è finto, che sono fattoidi emozionali artatamente progettati ed innescati, ma vedete, non potrei dar fiducia al suo giudizio, perché viene da luoghi di inconsapevolezza sui meccanismi comunicativi propri del media televisivo, di cui noi abbiamo esperienza vissuta, seppur in larga parte altrattanto ingenuamente, ovvero senza sottoporre a vaglio critico alcunché.

Basta, il discorso potrei continuarlo per ore, in fondo queste sono le competenze per cui mi pagano nei convegni e sul lavoro… fatto sta che non posso accettare una censura e una proibizione da parte di chi di queste cose non le capisce né le vive. Purtroppo i legislatori oggi hanno più di cinquant’anni (minimo, e questo dei vecchi al potere è altro argomento meritevole di post), come fanno a leggere i comportamenti umani odierni e stabilire la distinzione tra usi e costumi e relative infrazioni? Vi è in loro una mancanza di competenza narratologica, mancano loro gli strumenti per interpretare ciò che è, figuriamoci per emettere norme di buon comportamento.

Come frate Indovino, vedo e prevedo un futuro fiorire di simili notizie sui telegiornali, legate agli utilizzi “devianti” delle tecnologie, come abbiamo già avuto modo di notare nei titoli del tipo “la mafia usa internet” (da cui segue “censuriamo internet”, nelle menti dei cretini ignoranti). Saranno scandali, capricci e raccapricci, dotte dissertazioni, testimonial privilegiati, luddisti apocalittici, tragedia, poi grandguignol, tragicommedia, poi farsa, e alla fine senza veramente riflettere ci scopriremo cambiati, ingenuamente integrati nella normalità di un mondo connesso.

Isotopie narrative

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.