Tecnoarte

Questa è la storia di un mio vecchio trip, i ragionamenti sulla relazione tra tecnologia e arte, arte musicale o almeno storia dell’arte musicale popolare in particolare.

La storia dei legni e degli ottoni è interessantissima, il loro evolversi nella forma, nei secoli. Inventarsi il doppio scappamento per il pedale del pianoforte è un altro bel colpo.

Con l’elettronica (o quasi) il theremin, poi il pick-up per le chitarre e i microfoni seri, nastri ed effetti d’onda e camere d’eco. Immaginate un crooner senza microfono serio, a cercare di sovrastare una big orchestra.

La chitarra rockandroll senza twang, gli ampli senza circuiti che saturano. Senza amplificazione P.A. a condensatore non avrebbero mai poturo inventarsi woodstock e white. E poi il sinth, e i settanta magari tedeschi. O la wave. I campionatori e la house metà ottanta, e la musica su PC e le tecniche di registrazione fino ad oggi.
Dai Frippertronics, ecco quelli che vengono chiamati loop station, o simili.

Effetti a pedale che permettono di sovrapporre strati di suono, aggiungendo via via qualcosa sopra ciò chi io stesso vado successivamente suonando e registrando.

Faccio un riff di chiatarra, premo un tasto e aggiungo una linea melodica, poi ripremo il tasto e aggiungo una voce, poi altre chitarre o bassi o qualunque strumento abbia per le mani.

Ecco, con Manyfingers io per la prima volta ho visto compiutamente mettere in scena il processo, non il prodotto.

Nel 2001 sono andato su un palco con una Groovebox e un hi-hat in una locale manifestazione musicale cercando di dire qualcosa di simile, e finalmente oggi vedo realizzata quell’espressione musicale che io stesso avrei desiderato pronunciare… la capacità entro la situazione di enunciazione di esporre i contenuti del discorso, ammantando fortemente il messaggio del luogo e del tempo in cui questo viene effettivamente pronunciato, il qui-e-ora, rifiltrando e riproponendo, e mostrando la costruzione dell’opera mentre la realizzo.
Qui Manyfingers è bravissimo.

Isotopie narrative