Sono nervoso, ma c’è un limite.

Non sopporto la gente finta calma. Quelli calmi veramente li vedi, li noti: sono quelli serafici. Gli altri sono quelli che fanno i calmi.Purtroppo confondono la calma con la lentezza, ovvero si sono convinti che sia sufficiente rallentare il ritmo per essere letti come “quelli calmi”, ma non hanno capito un cazzo… millantano, ma con un piccolo sgambetto si svelano subito.

Fin qui, nessun problema. Vivo e lascio vivere.

Ma poi arrivano quelli tra i self-labeling “calmi” che si ritengono superiori, giudicano frettolosamente gli altri, e li escludono se ad esempio non assomigliano a quelli che loro ritengono “calmi”.

Atteggiamento che senza tema di smentita ritengo a priori sbagliato, perché equivale ad accettare solo quelli che ti assomigliano (cioè che assomigliano a quella idea di “persona calma” che questi qui cercano di impersonare malamente).

Se non sei calmo nel modo che intendono loro, non sei calmo.
Io sarò anche un tipo nervosetti, ma talvolta sono molto calmo, me lo dice il mio pancino educato dal tai-chi.

Credo che funzioni come nella regola della scala reale a poker, dove la scala media batte la minima, la massima batte la media ma la minima batte la massima: non vi è certezza di gioco.

In maniera simile, immagino l’insieme delle persone un po’ agitate, alle quali i sedicenti calmi guardano con sufficienza, ritenendosi al top nell’ascesa verso la consapevolezza; questi ultimi in realtà ignorano che quelli veramente interiormente calmi possono apparire ai loro occhi come persone nervose e agitate, solo perché riescono anche ad avere un buon ritmo corporeo, e non si fanno problemi nell’apparire non-flemmatiche.

Questo perché il livello superiore di consapevolezza recupera la via del Fare, tornano ad essere potenti dopo aver attraversato il deserto depresso della consapevolezza di sé, proprio perché consapevolezza significa saper trasformare l’Agire in Fare.

Ma purtroppo a quelli del livello intermedio il livello superiore appare in tutto e per tutto simile al livello inferiore, e quindi non comprendono il salto di qualità. Confondono, e si confondono.

Che delirio di soggettivismi.

Allora vi racconterò, tuffo impossibile nell’oggettività, che stasera sono andato ad una abbastanza rinomata rassegna locale ARCI di produzioni video, e sono rimasto allibito dalla pochezza della qualità delle cinque/sei opere presentate.

Documentari hiphop adolescenziali, esperimenti grafici, una orribile situazione tragica narrata con lo stile e piglio da “telenovela piemontese” di vecchissima gialappiana memoria, un due videoclip palesemente fuori posto – di solito i videoclip hanno una categoria apposita, perché sono un genere ben distinto dalla fiction – anche se uno di questi presentava almeno una trama, uno spunto narrativo non banale.

Solo un’opera, in bianconero, mostrava un po’ di riflessione e di scelte narrative. Manifestava una poetica, ecco, un intento da raggiungere e un progetto per raggiungerlo, con la grammatica e gli strumenti espressivi propri della videoarte.

Per dirla tutta, ha vinto poi un’opera che consiste nel mostrare a inqudratura fissa una riga di bicchieri che vengono via via riempiti di vino, e poi la stessa sequenza montata al contrario, dove si vedono i bicchieri che si “svuotano verso l’alto”, dove il vino rientra nella caraffa; il tutto per sei lunghissimi minuti. Il titolo era “Furlan time”, giusto per rendere esplicito un banalissimo spunto di racconto per dipingere la gente friulana, secondo stereotipi. Se durava sei secondi, era uguale.

Ray e TzaraMa perché la gente non legge, non studia? Perché non appena si ha per le mani Vegas oppure Final Cut e si mettono due effetti su una traccia di audio o di video si pensa di aver fatto una figata pazzesca? Perché sono costretto a rivedere sempre cose già fatte largamente nei settanta con i VHS, a loro volta frutto di speculazioni artistiche dei sessanta tipo le gelatine e la pellicola, a loro volta frutto di ragionamenti un po’ surrealistici un po’ formalisti tipo negli anni ’30 e ’40, perché devo sempre rivedere le stesse cose già pensate e realizzate dai futuristi e dai Dada ottant’anni fa? Perché la gente rimane sorpresa e si emoziona per ogni sciocchezza che dice? Non sorge mai a nessuno il dubbio che qualcuno possa averla già detta?

Con calma… beninteso, nessuno si deve vergognare di produrre qualcosa.
L’espressione di una propria idea, di una propria intuizione è sempre lodevole.

Quello di cui bisognerebbe vergognarsi è il proporre la propria opera ad un concorso video serio, dove mi aspetto di vedere delle sceneggiature un minimo elaborate, un po’ di ricerca visiva consapevole, al limite una trovata narrativa anche minima, ma raccontata sinteticamente con senso del ritmo e buona intenzione.

Presentarsi ad un concorso, anelare perfino a vincere un premio, senza pudore… il premio migliore non dovrebbe essere nient’altro che i commenti lasciati dai naviganti allo stesso video pubblicato su Youtube, e meno male che al giorno d’oggi pubblicare non è più un problema.

Isotopie narrative