CitizenCamp

Il primo Barcamp a cui ho partecipato l’ho organizzato io; ma la circostanza in cui ActionCamp ha avuto luogo, ovvero nel corso di più giorni, presso la manifestazione Innovaction di Udine, in un padiglione fieristico arredato da MTV, mentre nelle sale a fianco Negroponte, Derrick de Kerckhove, Fitoussi, Ridderstraale, Padoa-Schioppa, Martin Bauer e Oliviero Toscani to name but a few giocavano a “tocca a me parlare”, ha reso impossibile lo svolgimento canonico della de-conferenza in programma. Avevo già stigmatizzato questa peculiarità di ActionCamp, puntando fin dal wiki a far leva sulle libere relazioni interpersonali, sulla chiacchiera informale e sul concetto di capannello di persone. Credo però di aver salvaguardato comunque gli aspetti fondanti di questa modalità camping di diffusione della conoscenza e dello scambio di idee tra le persone, tant’è che ho conosciuto in quell’occasione diverse persone qui del nord-est, teste ben funzionanti con idee ed approcci nuovi e stimolanti.

Per l’appunto, al CitizenCamp di Casalecchio/Reno ci sono andato in macchina con Enrico: chiacchiere interessanti già a 140km/h. Appena parcheggiato abbiamo incrociato Sergio, poi siamo entrati alla Casa della Conoscenza, edificio civico e biblioteca bello quanto il suo nome, in legno acciaio e vetro. Ho conosciuto Antonella, da tutti giustamente lodata per il lavoro organizzativo, Gaspar, Vitta, Antonio Sofi e altri, che leggo e a cui ora posso associare uno schema corporeo, oltre che rappresentarmeli mentalmente secondo il loro stile di scrittura su web.
Gli interventi sono stati all’altezza della fama dei loro autori, posso confermare; ho anche registrato qualche metro di video, magari riesco a montare un rap della giornata.

Ma vi parlerò di quello che non mi è piaciuto.
1. Troppo casino. Nel senso di rumore, confusione, openspace, suddivisione degli spazi tra luogo (luoghi) dell’esposizione e luogo della chiacchiera. Sarò stato io di umore strano, ma non sono riuscito né a concentrarmi bene nell’ascolto dei relatori né a godere del libero scambio di opinioni nelle pause.

2. Non ritengo buona cosa, per un BarCamp, allestire due o più sale di esposizione. Un BarCamp serve a diffondere idee con un meccanismo agile e nuovo, non può impostarsi come un convegno istituzionale, dove magari ad un certo punto appariranno anche i famigerati “workshop del pomeriggio”.
Visto che il pubblico, tolti i relatori, era formato da cinquanta partecipanti forse, chi ha parlato nella sala grande aveva spesso davanti un gruppetto davvero sparuto di persone, anche solo quattro o cinque. Nella saletta piccola invece parlavano i pezzi grossi della blogosfera, che già si conoscono tra loro magari da anni, fondamentalmente davanti ad un pubblico di amici o conoscenti. Atmosfera ottima, ma a spese della qualità complessiva dell’evento. Mi è sembrato che in modo informale e certo inconsapevole venissero allestiti meccanismi di inclusione-esclusione, basati sulle frequentazioni amicali di alcuni relatori (ed è naturale che questo accada) ma ingigantiti dalla suddivisione dell’area dedicata al CitizenCamp in due diversi luoghi di conferenza (e questo poteva essere previsto ed evitato).
Mi spingo più in là: credo che gli interventi nella platea, più simili a studi di caso, siano stati in generale più pertinenti rispetto al tema “politico” della Cittadinanza Digitale, rispetto alle relazioni presentate nella sala piccola, maggiormente centrate su aspetti tecnici o rivolte a fenomeni comunicativi mediatici o economici indubbiamente significativi, ma non perfettamente tarati sul titolo dell’evento.
La soluzione è senza dubbio da ricercare nell’unitarietà del BarCamp, dove tutti dovrebbero essere in grado di sentire tutti gli interventi, perché le buone idee possono venire da ogni luogo e non esiste la suddivisione in serie A e serie B, quando si tratta di Conoscenza. Certo una struttura espositiva sulla falsariga dei Pecha-Kucha potrebbe giovare: 20 slides per 20 secondi ciascuna, quindi 6 minuti e 40 secondi per ogni relatore più eventuale dibattito (se ci sono poi molte domande e risposte, l’intervento è interessante per manifesta folksonomy) potrebbe essere il tempo giusto per raccontare la propria idea, e permettere lo svolgimento ritmato in un unica sala capiente e ben attrezzata.

3. Bisognerebbe inoltre ufficializzare l’apporto dei “remoti”, renderlo visibile e auspicato. Non è giusto che chi segue da casa o dall’ufficio il Barcamp debba sentirsi un lurker. Magari proiettare sul muro vicino al relatore gli interventi spediti in twit, sms, chat, skype genera un delirio (ho già provato) e l’approccio va progettato e inscatolato per bene, però degli strumenti di partecipazione collaborativa a distanza possono senza dubbio essere predisposti e proficuamente impiegati.
L’altra mattina seguivo l’interessante conferenza a ReggioEmilia sugli utilizzi di Moodle magnificamente disponibile in audiovideo su web (qualcuno conosce un sw opensource tipo Breeze di Adobe?), e Pasteris mi ha fatto ridere, mentre eravamo in chat pubblica su Skype, perché mi diceva che io e lui sembravamo i due vecchietti che guardano e commentano il Muppett Show.

E adesso non mi rimane che capire se riuscirò ad essere anche a Vicenza per il TrainersCamp.
Se smisto due impegni, potrei farcela.

Isotopie narrative

1 pensiero su “CitizenCamp

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