Love Potion #9

Già nel marzo scorso vi raccontavo di questa canzone dei Searchers che poi è una cover dei Clovers, eppoi è uno dei pezzi che suono giù in cantina con l’avvocato e lo psicologo, e tanto per dire è uno di quei pezzi che metto vicino a Hey dei Pixies nella mia classifica personale delle Canzoni Più Migliori di tutti i tempi (il ragazzo è disturbato, ha detto il chitarrista, di cui oramai avrete intuito la professione; il batterista ha infatti aggiunto di non preoccuparmi, che pensava a tutto lui).

Ma ne torno a parlare volentieri, della canzonetta della Pozione Magica n.9, perché ho trovato questo video in cui magari un ragazzo dicianovenne del North Carolina bricolando e inventandosi tutta una messa in scena basata su pezzi di video di animazione grafica presi da SecondLife o Mondo equivalente ne ha fatto un gustoso siparietto dove i personaggi mimano le azioni descritte nella canzone e insomma Frankenstein che non combina dal 1956 e singhiozza e allora va dalla maga per il filtro d’amore e poi bacia il poliziotto mi fa ridere. Ma perché il mostro di Frankenstein? Già qui cominciano i mescolamenti.

Bricolare come “fare un uso creativo e virtuoso di qualsiasi materiale càpiti sottomano (indipendentemente dal suo scopo originale). […] Bricolage è un approccio progettuale [design] – nel senso di costruire per prova ed errore, congettura e confutazione – spesso contrapposto a ingegnerizzazione, quest’ultima considerata come costruzione maggiormente basata sulle cognizioni teoriche” (traduzione al volo della voce su wikipedia).

Si può dire che un approccio bricolage sia più attento ai famosi segnali deboli? Ovvero ipotizziamo che sia maggiormente adatto a cogliere questi nuovi grumi di senso che emergono come attrattori strani nei frattali, si diceva, sulla superficie dei nostri mediascapes Paesaggi Mediatici, come un roteare apparentemente casuale di foglie nel vento di un cortile, che però poi sanno bene dove accumularsi.

Immaginatevi questi diciannovenni che ravanando di qua e di là possono rimodellare oggetti culturali, straniare il messaggio introducendo elementi surreali, riposizionare i contesti come nelle infinite stanze delle parodie sulle parodie, producendo e distribuendo a loro volta le loro opere magari con l’indicazione specifica che qualcuno possa riprenderle e reintrodurle nel meccanismo di variante/assimilazione. Gnamgnam, mi viene da pensare, e tengo fermo come limite il sincretismo culturale, quel possibile pentolone del futuro dove tutto (oggetti culturali e punti di vista) sarà omogeneo in quanto da lungo tempo rimestato e mescolato (mashuppato).

Oppure proiettiamoci nel passato: mettiamo che a un contemporaneo di Gutenberg, diciamo verso il 1480, sia venuto in mente di inventare i giornali quotidiani, che avrebbero visto la luce solo un paio di secoli dopo. Come avrebbe potuto raffigurarsi mentalmente la forma che avrebbe assunto l’industria dell’editoria mondiale nei secoli a seguire? La funzione e il ruolo sociale della stampa? La professione di reporter? Le “Lettere al Direttore” e i romanzi d’appendice? Quale baratro si spalanca ai suoi piedi, mentre si interroga su ciò che non può conoscere né raffigurarsi?

Il mio pensiero gira sempre intorno a questi interrogativi. Ma perché non vado a fare una corsa ogni tanto? No, meglio. Vado a suonare il basso appalla.

Isotopie narrative

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