Reti energetiche, reti telematiche

Mantellini commenta su Nova/Sole24ore un interessante libro di Nicholas Carr

Sembra partire da lontano l’ultimo saggio di Nicholas Carr (The Big Switch, W.W Norton & Company, pg 278), per la precisione dalla seconda metà del diciannovesimo secolo quando Thomas Edison iniziò ad immaginare come sostituire i sistemi di illuminazione a gas, da lui definiti “barbari ed inutili”, con quelli elettrici. Eppure Carr non è uno storico della rivoluzione industriale ma un noto giornalista e blogger americano che si occupa da anni di nuove tecnologie e la ricostruzione storica di quel passaggio dal gas alla elettricità è una formidabile metafora per sostenere la tesi principale del libro, quella secondo la quale lo sviluppo della rete Internet ripropone oggi alcune delle tematiche di svolta che caratterizzarono la nascita dei primi grandi impianti elettrici nell’America della fine dell’ottocento.

Secondo Carr il contesto tecnologico odierno assomiglia in maniera significativa a quello di allora, quando nel giro di pochi decenni la produzione di energia elettrica da centralizzata e limitata (ogni grande stabilimento industriale aveva iniziato a prodursi in proprio la corrente attraverso gigantesche dinamo all’interno delle fabbriche) diventò distribuita ed ubiquitaria e la corrente elettrica, resa disponibile da grandi società comunali in città come New York e Chicago, iniziò a raggiungere capillarmente prima le aziende, poi le strade delle città e infine ogni singola abitazione privata. Questo primo “switch” fu allora in grado di generare una serie impressionante di grandi cambiamenti tecnologici, economici e sociali che sono proseguiti incessanti fino ai giorni nostri. Alla stessa maniera oggi il “computing” sta trasformandosi da pratica locale e privata (iniziata nel dopoguerra con i primi grandi calcolatori e poi proseguita con la nascita dei personal computer) in qualcosa di totalmente differente che trova nel network la sua stessa ragione di esistere. L’era dei PC, a pochi decenni dalla sua nascita, si è nel frattempo trasformata in una nuova era, dove la connessione alla rete diventa il fulcro attorno al quale gravita ogni singola attività. Esattamente come accadde all’elettricità all’inizio del XX secolo, Internet ha dato il via ad una nuova inattesa “era dell’utility”.

“Ciò che la fibra ottica fa oggi per i computer – scrive Carr – è esattamente ciò che le reti di corrente alternata fecero per l’elettricità: resero la sede dell’apparecchiatura ininfluente per l’utente”.

Ma non solo: così come avviene oggi con la rete Internet dove ogni tipo di computer e di singola informazione digitale convive con altre di tipo differente, anche allora macchine diverse e incompatibili poterono iniziare a lavorare all’interno di un unico sistema. La stessa armonia dei tempi delle prime reti elettriche si ripete oggi dentro i protocolli delle reti di computer.
I sillogismi non finiscono qui. Quando la rete elettrica iniziò a diffondersi, esattamente come avviene ogni qualvolta si iniziano a sperimentare nuove emozionanti tecnologie, la società del tempo caricò di grandi aspettative la rivoluzione in atto. Le macchine elettriche – si scrisse allora – avrebbero reso possibile il controllo degli eventi atmosferici, correnti magnetiche diffuse ad arte nelle abitazioni avrebbero “dissipato tempeste domestiche e assicurato l’armonia familiare”, nuovi sistemi di comunicazione avrebbero praticamente eliminato le distanze. Insomma se è fuori di dubbio che la disponibilità di corrente elettrica a basso costo creò grandi benefici alla popolazione (lo stesso sviluppo dei media come la radio e la TV discende da quel primo passo) si può affermare senza paura di essere considerati luddisti, che gli effetti raggiunti non furono a livello delle aspettative riposte.
Ed è forse in questa capacità di analisi l’aspetto più interessante del saggio di Carr che potremmo definire un tecnoentusiasta con i piedi per terra, capace di descrivere i grandi mutamenti indotti dalle tecnologie riuscendo lo stesso ad analizzarne i limiti e gli eccessi retorici.

Se “Dio e’ il grande elettricista” come scrisse nel 1913 Elbert Hubbard, uno dei fondatori delle prime società professionali legate al business dell’elettricità, cosa dovremmo dire della rete Internet e delle grandi aspettative che oggi in essa riponiamo?

Così se da un lato Carr spende la parte centrale del libro a descrivere il World Wide Computer, vale a dire la nuova declinazione tecnologica che prevede la migrazione in rete di gran parte delle applicazioni e della capacità di calcolo fino a ieri residenti nei nostri PC, cosi come di ogni altro servizio e informazione, non mancano alcuni importanti accenni alla necessità di osservare questi sconvolgimenti tecnologici con occhio il più possibile neutrale.

Il “computer in the cloud” come Eric Schmidt di Google definisce oggi il passaggio della intelligenza dei PC a quella della rete Internet, è oggi fonte di grandi entusiasmi e di altrettanto grandi (pur se meno sottolineate) preoccupazioni.

Se da un lato Internet viene vista da alcuni come una “interfaccia per la nostra civilizzazione” o “un apparato cognitivo e sensitivo capace di superare ogni precedente invenzione” o ancora “una nuova mente per una vecchia specie” come scriveva Kevin Kelly in un euforico articolo su Wired nel 2005, osservare le aspettative che cent’anni fa riponevamo sull’elettricità forse può farci sospettare che il nostro futuro cibernetico potrà essere qualcosa meno di un nuovo Eden.

Da un punto di vista economico per esempio il World Wide Computer fornisce un sistema assai efficiente per concentrare il valore economico creato da molti (i cosiddetti “contenuti generati dagli utenti”) nelle mani di pochissimi. Perfino la creazione di infinite nicchie di interesse legate alla “coda lunga” e l’enorme aumento delle fonti informative disponibili presentano aspetti di stress ancora da risolvere, specie nel campo editoriale dove i rapporti fra editori ed inserzionisti online condizionano sempre più la qualità dei contenuti prodotti. Il rischio concreto, secondo Carr, è che la cultura dell’abbondanza prodotta dal World Wide Computer si trasformi in una cultura della mediocrità, un ambito di conoscenza certamente assai vasto ma estremamente superficiale.
Nel 1995 Nicholas Negroponte nel suo saggio “Essere digitali” scriveva che “le tecnologie digitali possono essere una spinta naturale verso una maggiore armonia del mondo” eppure per molti versi la diffusione della rete Internet sembra aver accentuato la polarizzazione fra differenti punti di vista e segmentato in maniera cospicua le attitudini e i luoghi di residenza dei suoi abitanti.

Ad ogni cambio generazionale e tecnologico – scrive Carr nell’epilogo del suo testo – cancelliamo la memoria di ciò che è andato perduto e manteniamo solo la percezione di quanto invece abbiamo guadagnato: cosi facendo rinnoviamo l’illusione che il luogo nel quale siamo ora sia davvero il luogo nel quale avremmo voluto essere.
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