Photografo

Ieri sera alla tv guardavo Matrix Reloaded, e ad un certo punto Neo deve andare a trovare l’oracolo, ma prima in anticamera incontra un tipo orientale e si mettono a combattere. Sembrerebbe una situazione narrativa tipo “trappola”, ovvero il tipo parrebbe un nemico, e invece dopo un paio di minuti di balletti kungfu l’orientale (sì, il firewall intorno a Oracolo) blocca tutto e svela di aver voluto sottoporre Neo a una prova, per conoscerlo meglio. Il dialogo dice più o meno “per conoscere veramente una persona devi combatterci contro”, che immagino come variante speculare di quella “per conoscere veramente qualcuno devi farci l’amore”.
Eh, ma quanti tipi di conoscenza ci sono?
Anche l’abitudine nei gesti è una forma di conoscenza, innervata e diventata automatismo, per liberare risorse in RAM. Molto economica, efficiente, purtroppo poco riflessiva.
Immaginatevi quando vi lavate le mani: ripetete da anni gli stessi identici gesti, il movimento delle dita e dei polsi segue pattern collaudati, è come un balletto automatico. Ma questo non dà garanzia di pulizia: alcune zone delle mani rimangono più sporche di altre.
Tant’è che i chirughi nei telefilm si lavano le mani con accuratezza, ponendo viva attenzione ai gesti, guardando le loro stesse mani come se non le conoscessero, proprio per evitare che l’abitudine e i suoi meccanismi ci agiscano a nostra insaputa.

Tant’è che quando leggiamo un giornale il pensiero corre veloce sui concetti, ma se ci imbattiamo in un refuso rapidamente riattiviamo alla coscienza dei livelli di competenza grammaticale che solitamente agiscono in background.

Anche fare arte, intesa come fare concreto artigianale, è una forma di conoscenza, e nel manipolare la sostanza dell’espressione, si tratti di lettere suoni o colori o materia, una persona curiosa nel rendere eloquenti le cose prova a straniare le abitudini percettive, prova a guardare un foglio di carta come se fosse di metallo, prova a scolpire la musica come se fosse marmo, si chiede cosa possa significare portare oggetti d’uso quotidiano in altro contesto o indagare lo spazio dentro e fuori la cornice del quadro o il rapporto tra il colore e la forma.
A me piace essere curioso: è un lavoro affaticante, ma fare lo sgambetto alle abitudini, metterle alla prova e saggiarne la portata conoscitiva, straniare la percezione e la destinazione d’uso degli oggetti che incontro mi fa scoprire cose di me che non sapevo, o che sapevo senza sapere di saperle.

Le grammatiche espressive vanno praticate: le mani gli occhi gli orecchi sanno fare cose che il pensiero non sa, e per meglio giudicare è meglio conoscere.
Ho lavorato in un teatro e costruivo scenografie inchiodando assicelle e tessuti, ogni tanto faccio ancora musica per il piacere di lavorare sugli oscillatori di un synth o di stiracchiare campioni, mi scopro onomaturgo paroliberista quando parlo in pubblico proprio per evitare di ricorrere a frasi fatte (anzi: a locuzioni ormai solidamente sedimentate etc.), ho provato a fare fotografia per cercare di capire qualcosa della luce, della visione e dell’inquadratura, e soprattutto qualcosa di quella pratica alchemica che è sviluppare le foto in bianconero dentro una camera oscura, con gli acidi e le bacinelle e le mollette per appendere le foto.

Questa cosa della fotografia l’ho imparata una dozzina di anni fa grazie a Jacopo De Marco, che è un fotografo vero di quelli che guardano il mondo come i chirurghi suddetti si guardano le mani, come aspettando che le cose stesse, se osservate dal giusto rispettoso punto di vista e senza volerle far parlare a tutti i costi proiettando noi i significati, diventino di per sé eloquenti nel raccontare il senso del loro essere al mondo, gli strati di significato che veicolano semplicemente per il loro essere parte di una circostanza poi enunciata nell’inquadratura di una foto, per le tracce antropiche presenti nelle loro connotazioni.
Sabato scorso sono andato ad una sua mostra, qui a Udine. Mi piacciono, le foto di Jacopo: pur mancando facce e persone, sono come reportage di ambienti relazionali, luoghi di archeologia industriale o di socialità assente, dove però uno sguardo militante e l’attenzione agli aspetti materici dell’espressione – il dettaglio del colore, la fisicità, la grana stessa delle foto – riescono a trasmettere emozioni senza ricorrere a trucchi eye-catching. Raccontano storie di umanità, costruiscono un contesto, fan capire senza urlare, eppure ti arrivano addosso.

Conosco Jacopo: dietro c’è una riflessione, una scelta poetica, uno stile. Da dieci anni vive a Berlino: gli auguro mille momenti di rapimenti creativi con l’occhio incollato al mirino, e di ottenere meritoria visibilità per le sue opere (trovate qualcosa qui, le foto di questo post le ho fatte col cellulare e ovviamente non rendono l’idea).



Isotopie narrative

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4 pensieri su “Photografo

  1. elio

    Una bella riflessione. Sono in disaccordo soltanto su un punto, anche se piuttosto fondamentale: non esiste “il senso del loro essere al mondo”, siamo sempre noi che proiettiamo, anche se possiamo tentarlo da livelli differenti di inconscio, o semiconscio, talvolta così distanti da sembrarci estranei, ma sono sempre nostri. Supporre che esista un simile senso “oggettivo”, e che qualcuno sia in grado di attingervi, mi sembra un’enfasi.
    Ciao

  2. Giorgio Jannis

    Hai ragione.
    E questo abito che fai emergere credo anche di essermerlo giocato più volte, in quello che scrivo, come una carta su cui puntare. L’assurda pretesa di pensare che il senso venga verso di noi non mi appartiene; da nominalista, penso che le cose siano conseguenza delle parole.
    Dài, faccio uno strappo per amor di retorica, giusto per raccontare delle fotografie e del loro raccontarmi storie.

  3. Anonymous

    -Le grammatiche espressive vanno praticate: le mani gli occhi gli orecchi sanno fare cose che il pensiero non sa, e per meglio giudicare è meglio conoscere.-

    inizio subito ad esercitarmi!:-)
    Complimenti per le cose interessanti che scrivi…
    Chapucer

  4. elio

    L’avevo intuito che si trattava di un’enfasi affettiva, ma sai com’è: dove vi è concordanza di presupposti si va a cercare il pelo nell’uovo :-)
    Ciao

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