Turning-point

Bene, siamo arrivati alle battaglie, quelle serie, ché di mezzo ora ci sono soldi veri e non giochetti per ragazzi. Il caso Napster scoppiò subito, perché il traffico di mp3 è tecnologicamente più semplice del trasferire video, non fosse altro per il diverso peso dei file, e perché riguardava un target preciso, le generazioni più giovani, ovvero il mercato musicale pop.
Ma quello era oldweb, dove era ancora importante il possesso “fisico” dell’oggetto culturale. Poi è venuto questo web qui, dove la fruizione e la produzione dei contenuti avviene direttamente online, e sono nate le piattaforme video.
Quelli che NON abitano in Rete, ovvero quelli che ci sono ma non vogliono rendersi conto dei diversi meccanismi e dei diversi presupposti culturali nativi e connaturati alla Rete stessa, hanno vinto in questi giorni delle battaglie, mostrando forse buona tattica ma certamente cattiva strategia.Mediaset ha vinto la causa contro Youtube, la quale dovrà rimuovere i contenuti televisivi caricati dagli utenti (soprattutto puntate del Grande Fratello, e capite come il cerchio si chiuda).
EMI GB ha avviato una causa legale contro Vimeo, una piattaforma video come Youtube, per far rimuovere i video di gente normale che canticchia le canzoni del momento, ovvero fa lip dubbing.

I grandi quotidiani italiani (vedi articolo su Repubblica) pagano dei giornalisti per scrivere delle riflessioni sui comportamenti mediatici degli adolescenti che gli adolescenti stessi avrebbero pudore di inserire nei loro temi scolastici, e questi articoli sono scritti sempre con lo stesso tono colorito, da pezzullo di colore e scandalismo da chiacchiere al bar, contro il quale cerchiamo da anni di lottare, consapevoli dei danni provocati nella pubblica opinione italiana da questo modo di fare giornalismo riguardo la comprensione, da metà anni Novanta, dei nuovi cambiamenti sociali indotti dalle nuove tecnologie (nuove, quella volta).

Giornalisti locali che sono anche funzionari pubblici suonano la grancassa della propaganda governativa pubblicando garruli sui loro blog – non linko niente, qui il pudore è il mio, oltre che ad altri ovvi motivi, ma il nome in questione lo trovate in qualche mio post dei giorni scorsi – delle argomentazioni alle quali per trovare aggettivi adeguati dovrei ricorrere ai sinonimi offerti dalla lingua italiana per significare “spazzatura” in tutte le sue accezioni, e ovviamente si tratta di sciocchezze (cose senza sale, che quindi marciranno rapidamente) relative alle recentissime notizie sull’imminente legiferazione su cosucce che Internet oggi permette a tutti, quali la libertà di espressione, senza la quale nessuna democrazia è possibile. Ah già, è proprio la democrazia a essere in gioco, un impaccio di cui disfarsi rapidamente, a giudicare dai comportamenti di chi ci governa. Quanta ignoranza, a essere ottimisti.
Ignoranza che va affrontata, come ho sempre cercato di fare qui e come continuerò a fare, puntualmente. Aspetto solo che Maroni e la Carlucci (bella coppia, vero?) partoriscano i loro decreti o quel che sarà.
Leggete Anna Masera sulla Stampa, per formarvi un’opinione su come il governo stia effettivamente cercando di controllare Internet. Vorrete mica che i cittadini nell’epoca della disintermediazione siano liberi di cercare le notizie dove gli aggrada maggiormente, magari frequentando siti di dubbia moralità? Anche per guardare il Grande Fratello, vi dicono loro come e dove dovete farlo.

Isotopie narrative