We didn’t start the fire

Antefatto.
Pranzo di Natale in famiglia, qualche giorno fa.
Tipici discorsi da pranzo di Natale, infatti mia madre si informa presso noi figli di quanta cocaina giri in centro a Udine, perché ha letto su qualche rivista che ormai è più facile procurarsi la bianca che il fumo. Non è che fosse preoccupata per noi figli, eh, ormai c’abbiamo tutti una certa età e siamo tranquilli a vista d’occhio (io faccio ancora il ribelle, ma solo perché son tenuto per contratto in quanto primogenito). E’ che veramente stava conducendo un suo sondaggio personale sulla realtà sociale giovanile odierna. Le abbiam detto le solite cose, che si trova nei bar e chiedendo agli amici degli amici, abbiam fatto balenare immagini di festicciole con avvocati e dentisti e donnine ridanciane, ragazzotti dei quartieri che arrivano in centro tutti in tiro, operai e cuochi e autisti di autobus che devono tenersi un po’ su quando rimangono da soli come cani nelle birrerie con la serranda abbassata delle quattro di notte.
Poi mia sorella butta il discorso sulle pastiglie, a sua volta dice di aver letto un articoletto su Ibiza (nel 2009, neh) e di tutta questa anfetamina che circola nelle discoteche. Stavo per raccontare loro la meravigliosa storia dei Fratelli Righeira di venticinque anni fa, quando mio padre, uomo del ’35 nonché lontano anni luce da sostanze psicotrope che non siano due whisketti ogni tanto, ci informa sobriamente che anche lui prendeva Metedrina, durante un’estate di fine anni Cinquanta, quando faceva l’impiegato presso una agenzia turistica a Lignano Sabbiadoro. Mio padre prendeva metanfetamina, capite; Metedrina era il nome commerciale del farmaco. Faceva il bullo con il ciuffo e i vestiti su misura comprati con i primi stipendi (provo a raffigurarmelo, sono tutte immagini in bianco e nero, come nelle sue foto dell’epoca), noleggiava una spider con altri quattro amici vitelloni e andava a ballare nelle rotonde sul mare, fino alle cinque di mattina. Poi dormiva un paio d’ore, si alzava presumibilmente gnogno coi postumi, passava in farmacia a comprare un po’ di metanfetamina e quindi andava in ufficio dove, parole sue, era lucidissimo e sfoggiava una buona parlantina con i clienti, chi l’avrebbe mai detto.
Perché simili farmaci erano legali e in libera vendita in Italia fino a metà degli anni Settanta in quanto semplici stimolanti, e fino a metà anni ’80 era facile procurarsi anfetamina venduta come anoressizzante (come Vasco rossi con le Plegine), era sufficiente avere una zia un po’ sovrappeso e spedirla a farsi fare opportuna ricetta.

Ante-antefatto
Nei primi/metà anni Ottanta, da ragazzo, dopo il blues e il rocchettone dei ’70 e David Bowie e la new-wave, per un po’ mi tuffai negli anni Cinquanta, per vedere cos’era il be-bop in musica e il beat in letteratura. Mia madre infatti chissà perché mi teneva nascosti i libri di Harold Robbins, ma mi passava “On the Road” di Kerouak e perfino Henry Miller dei Tropici. D’altronde sua madre, la mia nonna danubiana sposata con un siciliano, a sua volta le nascondeva “I peccatori di Peyton Place” ma le permetteva di leggere “L’amante di Lady Chatterley” e il Moravia peccaminoso. Mah.
Uno di quei libri per me fondamentali della beat generation, pubblicato più tardi ma ambientato a metà anni ’50, è “Ultima fermata: Brooklin” di Hubert Selby Jr.
La Bibbia dei miei diciassette anni. Non l’avete letto? Leggetelo. E’ turpe, pulp, cinico, bastardissimo, violento, vero, e scritto in un modo unico, un flusso di coscienza in un discorso indiretto, ma non c’è nessuna velleità letteraria (l’artificio, se c’è, è ben nascosto), solo immagini e narrazione in presa diretta sulla realtà giovanile dei bassifondi di NewYork di quegli anni. Stupri, troie, risse, vagabondare per i bar, tragedie, droga. Un libro di culto, bannato in Italia e in molte parti del mondo per anni.
E la droga costante in quel libro (l’eroina del be-bop compare a tratti, roba da ricchi) è costituita da pastiglie di efedrina, benzedrina, metedrina. E’ sempre la stessa sostanza, al di là dei nomi commerciali, anfetamina dura e veloce, che ti cambia le giornate e le prospettive, i giudizi sulle persone e insomma ti illude benissimo nel farti galleggiare sopra la merda.
Guardate le foto dei Beatles quando avevano le giacche di cuoio, ad Amburgo nel 1960. I Beatles non hanno mai fumato erba fino al 1964, quando Bob Dylan rollò una canna per loro, in un albergo. Fino ad allora, solo alcool e anfetamine. Dopo allora, tutta un’altra musica.
Le anfetamine hanno creato tutta l’energia corporea alla base della rivoluzione giovanile e quindi sociale dei fine Cinquanta/primi Sessanta, tra il rock’n’roll e i tiratissimi Mods londinesi delle Purple Heart. Poi sostanze più cerebrali come l’erba e l’acido avrebbero dato le direzione da far prendere ai pensieri, rallentando e introvertendo le generazioni fino al punk. Degli ultimi trent’anni parliamo un’altra volta.

Conclusioni
Ecco, pensavo che quei due universi di realtà e di discorso, la vita vissuta di mio padre e di mia madre e le storie di quello che andavo scoprendo nelle letture di quei miei anni giovanili non potessero avere punti di contatto. E invece.
Certo lo squallore delle lamiere e dei marciapiedi lerci di Brooklin del ’57 dava sicuramente un giro di pensieri e di emozioni diverso a quei ragazzi di quei libri rispetto al paesaggio incontaminato di un Friuli negli stessi anni ancora pre-industriale, verdissimo e contadino, con le strade bianche. Ma il ritmo dell’esistenza era lo stesso, l’ansia giovanile per la velocità non conosce distanze di tempo e luogo, e perfino le droghe erano le stesse, pensa un po’.

Isotopie narrative

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6 pensieri su “We didn’t start the fire

  1. romaguido

    In quegli anni c’era chi prendeva le anfetamine come ausilio per le nottate di studio, probabilmente durante gli esami di maturità, anche nel profondo sud; si trattava di donne (a onor del vero, ne conosco un solo caso) che dedicavano il resto del tempo libero alla confezione del loro corredo da sposa ed alle altre attività tipiche dei giovani di quell’epoca.
    Allora che dire? Fretta, certo, ma anche una gestione del tempo finalizzata a dei progetti, per così dire, canonici, sostanze pure, sicuramente controllate, assunzione limitata a situazioni contingenti e sicuramente tale da non portare a dipendenza.
    Probabilente non c’è paragone, i due comportamenti sono lontani anni luce, per le motivazioni di fondo, il tipo di sostanze, l’ambiente d’elezione per l’assunzione di queste ultime.

  2. nastja

    e tutti quei poeti maledettti che tanto ci piacevano in età ormai estinte, di cui ci affascinava la tossicità, in fondo erano diventati oppiomani solo per curarsi i mal di pancia. Averlo saputo allora, quanti miti distrutti

  3. romaguido

    @nastja
    E’ vero, non curavano di certo il mal di pancia, ma probabilmentte affascinavano le loro idee, non la loro tossicità. Inoltre avevano uno stile di vita perfettamente coerente con la loro immagine. Ecco un’altra differenza: i tossici di oggi non sembrano avere idee valide, neppure quando sono sobri, usano mix esplosivi con sostanze di dubbia purezza, spesso si costruiscono un’immagine di “rispettabilità” che stride con la loro condotta (di uomini, non di tossici).

  4. nastja

    bah, forse è la vecchiaia, forse l’esperienza, ma anche se sono convinta che la droga, almeno certa droga, sia fonte di ispirazione, di allargamento delle cosiddette porte della percezione e di sviluppo di talentuosità, credo anche che i tossici siano delle gran brutte persone. Bugiardi, cinici, sfruttatori. Non ho conosciuto nè Baudelaire nè Chet Baker, ma di tossici ne ho conosciuti abastanza da essermi fatta un’idea.

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