#ebooklab, e gioie della vita.

Nella primavera del 2007, dopo aver partecipato a qualche barcamp, provavo a scrivere qualche indicazione su come meglio organizzare gli eventi pubblici tipo convegni e conferenze, siano essi più o meno destrutturati, siano essi più o meno occasioni sociali “aumentate” dall’utilizzo di tecnologie come streaming video, wifi diffuso, uso massiccio di twitter e relativo feedback tramite twittervision proiettato nella stessa sala dove i relatori relazionano relazioni e tutti gli altri si relazionano tra loro.
Giovedì e venerdì scorso sono stato a Rimini, ospite dell’EbookLab Italia
Ospite, perché avevo contribuito a pompare il buzz preparatorio dell’evento, scrivendo una cosetta pubblicata su EbookLab e anche qui
Ospite, perché nonostante io per lavoro sia un libero professionista che cerca di raccontare e/o progettare iniziative in senso largo relative alla Cultura digitale, difficilmente mi sarei potuto permettere di pagare centinaia di euro per l’entrata al convegno. E so bene che per raccogliere bisogna dissodare, seminare, concimare (ah, questi soldi simbolicamente cacca), innaffiare il terreno: semplicemente il ROI mi sembrava sproporzionato, per quanto interessante sulla carta il convegno stesso si annunciasse, per la qualità dei relatori invitati e per la sua peculiare posizione narrativa, rispetto al discorso generale che in Italia si sta tenendo riguardo all’economia – oikos-nomos, sì, siam sempre lì – dell’editoria digitale. 
E invece la sala era sempre piena, centinaia di persone confermate ogni giorno, paganti e attente.
Una prima scommessa vinta, tutto sommato.
L’estate scorsa avevo contribuito a organizzare l’EbookFest a Fosdinovo, conosco da anni molte delle persone che sarebbero arrivate a Rimini e anche qualche relatore: questa occasione aveva le carte giuste per stabilire il punto di partenza delle riflessioni nazionali e professionali del settore; ho assistito a una fiera seria, con personaggioni, parole ufficiali, prese di posizioni che rappresentavano il punto di vista dei principali gruppi editoriali italiani. Non bazzecole. Nessuna bambola da pettinare.
E mi sono divertito, ho imparato cose. Gino Roncaglia che approfondisce via via nel tempo il suo discorso sul social reading, Ricky Cavallero di Mondadori spavaldo e cinico e cosmopolita (nel senso “non strozzato da una visione provinciale” come molti altri, che provocano le tempeste in un bicchiere giusto per sentirsi vivi e darsi importanza) che ha fatto più volte sobbalzare la platea con affermazioni durissime e proiezioni radicali sul futuro del libro, Maragliano e Rotta e Quadrino per i ragionamenti sull’editoria scolastica (settore surreale, paradossale, miope oltre ogni criterio), Tallone&Balocco squisiti e suggestivi nel dipingere lo sviluppo storico secolare dell’arte tipografica, dai caratteri aldini alla grazia del corsivo italiano al palatino tedesco all’elzeviro ai caratteri moderni, scherzosamente intrecciando tipografia e genius loci.
Ma ora dovrebbero pubblicare i video integrali degli interventi, restate sintonizzati sul sito di EbookLab, anzi sarebbe bello se Tombolini (Simplicissimus, promotore dell’evento) riuscisse a distillarne un sunto video, un documentario di una mezz’oretta ben montato e commentato, una narrazione, ekkemminkia, di un evento che si occupa di libri e di editoria e di forme della narrazione del XXI secolo.
Altrimenti il prossimo convegnone, chiunque lo organizzi, dovrà ripartire da zero o quasi, e qui non riusciamo a fare costruzione cumulativa della Conoscenza, riprendiamo i discorsi sempre dallo stesso punto. Vergognoso, nella nostra epoca, con gli strumenti che abbiamo.
A parte i contenuti, riprendo a parlare dell’organizzazione dell’evento. Anzi, linko Gianluca Diegoli, che ha scritto un ottimo post metalinguistico, ragionando proprio sul come organizzare un convegno di successo, e lui era tra quelli che si occupava di far filare tutto liscio là a Rimini.
Fondamentalmente, badare alla qualità. Semplice, eh? Ma a quanto pare per niente facile, ci vuole professionalità, come l’artista che nasconde la mano. Badare alla qualità dei relatori, badare alla qualità degli spazi relazionali (a partire dalla semantica dello spazio convegnistico, l’arredamento della sala, la forma e la disposizione dei tavoli), badare ai servizi offerti (un wifi serio, e una password per tutti uguale, finalmente), aver cura del clima – nevicava fuori, ma dentro era ben riscaldato da chiacchiere e incontri informali come sempre assai fecondi. Progettare il coffe-break, come dicevo anni fa, è la chiave del successo, o una delle.
Anzi, aggiungo un’ideuzza.
Come accade spesso, i relatori si ripetono. Quando fanno i preamboli, dicono le stesse cose. E sono decisamente stufo di sentirmi raccontare (anche malamente) la storia di Napster e la bolla del 2000, soprattutto da gente che vede ancora la Rete come uno strumento, e non come un ambiente, non come un territorio.
Allora ecco un suggerimento per chi organizza. 
Pensiamo al convegno tutto come una riunione di lavoro. 
Le posizioni dei parlanti, quello che rappresentano nella loro veste ufficiale, è la ricchezza del discorso, ma al contempo è un limite rispetto a quello che possono pensare, a quello che potrebbero dire.
Se il convegno, la riunione, il discorso, hanno come finalità quella di proiettarsi nel futuro, di stabilire linee d’azione e non solo di sancire l’esistente e fare il punto, allora c’è bisogno di pensiero laterale.
Vanno rotti certi schemi, servono visioni. 
Vi ricordate di DeBono, no? Metodologie per sprigionare la creatività, permettere al discorso di raggiungere e dissodare terreni che l’impostazione classica di un convegno impedisce di praticare, per il modo stesso con cui storicamente pensiamo la forma-convegno.
Prendete i sei cappelli per pensare, e fatene una versione social-convegnistica. Un sociodramma organizzato, direi. Un brainstorming su diversa scala.
La prima mattina, si comincia con il cappello bianco: voglio sentire relatori che parlano di dati, numeri, economia, tirature di libri, trend di mercato, prezzi all’ingrosso e al dettaglio. Relatori che sappiano di cosa parlano, solidi e concreti. Tutti avrebbero subito l’orizzonte.
Poi toccherebbe al cappello rosso, e vorrei sentire le emozioni risuonare. Il panico del libro che muore, le piccole case editrici che urlano spaventate, la nostalgia, l’indignazione per le politiche errate, la vergogna dei milioni di euro buttati in cose stupide. Ci vorrebbero relatori istrionici, contrapposti ai “ragionieri” del cappello bianco, capaci di dare corpo a tutto quello che si agita nella pancia del settore editoriale italiano, e spesso non trova parole per essere espresso e raccontato.
Con il cappello nero e con il cappello giallo siamo nel classico: i detrattori disfattisti e gli apologeti entusiasti, gli ottimisti e i pessimisti, il discorso prenderebbe quota e verrebbero a delinearsi i contenuti su cui vale la pena discutere, avendo tutti ben presente il COSA e il COME stiamo parlando, dopo i primi due cappelli.
Poi verrebbero i creativi, quelli del cappello verde, che dopo aver ascoltato per bene tutto proverebbero a individuare soluzioni out-of-the-box per risolvere il problema specifico posto dal convegno come situazione comunicativa, a esempio “Come evitare di farsi del male reciprocamente e come costruire Cultura in Italia dal punto di vista delle politiche editoriali, nei prossimi dieci anni“.
Il cappello giallo è già uno che potrebbe proporre soluzioni, ma tipicamente rimane dentro uno schema di pensiero statico, mentre nelle situazioni di cambiamento occorre uno che sappia vedere il bosco, non solo gli alberi. Uno che mette in dubbio e pone il dito su cose talmente ovvie da essere invisibili, su quello che le abitudini spesso nemmeno ci lasciano più pertinentizzare e quindi problematizzare, una persona un relatore o un manipolo di relatori che sappia pensare sistemicamente il tutto, senza settorializzare, ma alzandosi in volo e scorgendo nuovi territori da abitare per l’editoria.
Poi c’è il cappello blu, che sappiamo rappresenta il meta-cappello: il moderatore, quegli attori della situazione in grado di mantenere il focus dei discorsi centrati sul problema, e gestire i turni e la circolazione della parola, che provano a stabilire i punti fermi emersi dalla discussione complessiva affinché questi possano costituire il gradino su cui salire tutti per far progredire il discorso.
Insomma, ci siam capiti: minimizzare le occasioni di parlarsi addosso, e lavorare per dare sostanza e profondità.
Volevo aggiungere ancora una cosa, mia personale.
Io ero ospite di Mario Guaraldi, persona che stimo enormemente per la sua storia personale, per il suo essere personaggio, per il suo essere editore che pubblica quello che gli piace, e gli piacciono cose matte e bellissime.
La prima sera del convegno sono andato a mangiare carne e a bere vino rosso (come in un’ecatombe sulla spiaggia, dentro l’Odissea, quando Ulisse e i suoi scendevano a terra per la notte) con lui, con Sergio Metalli (scenografo famosissimo e visionario per i migliori teatri italiani, e non solo), e con Paolo Fabbri.
Cioè, Paolo Fabbri. Quello che considero tuttora uno dei migliori intellettuali italiani, quello che diciassette anni fa ha firmato il titolo della mia tesi al DAMS in narratologia, quello che tra un boccone di piada e un brindisi mi ha spiegato (lui settantenne a me!) i risvolti pop-culture di Lady Gaga, per dire, intrecciandoli con i codici del melodramma italiano settecentesco.
Questi tre qui son tutti di Rimini, si conoscono da decenni, ora si occupano tra l’altro della Fondazione Fellini, tutti e tre potrebbero parlare per ore dell’essere vitelloni e delle zingarate fatte nel corso degli anni, aneddoti a piovere, ridono e scherzano e si divertono molto, si palleggiano le parole lievemente mentre raccontano spezzoni della vita culturale italiana degli ultimi quarant’anni, amabili e romagnoli e vivaci.
Nella foto qui sotto, Metalli Jannis Fabbri e Guaraldi.
Io sono quello anziano.
Allorquando Pitagora trovò
Il suo gran teorema,
Cento bovi immolò.
Dopo quel giorno trema
De’ buoi la razza, se si fa
Strada al giorno una nuova verità.

Isotopie narrative

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3 pensieri su “#ebooklab, e gioie della vita.

  1. Silvana

    Condivido, tanto è vero ceh già qualche anno fa ho voluto progettare un miniforum di discussione su ScribaLAB che riprende in tutto e per tutto le dinamiche dei SEI CAPPELLI PER PENSARE.

    Silvana ;-)

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