LAB2011 – 100 anni di McLuhan

Nicola Strizzolo, sociologo all’Università di Udine, ha presentato i due relatori d’eccezione, Derrick de Kerckhove e Giovanni Boccia Artieri, presidente del corso di laurea di Scienze della Comunicazione a Urbino: riguardo al primo vi rimando a Wikipedia, del secondo linko la pagina sul suo blog Mediamondo, dove proprio prende in esame alcuni passaggi-chiave del pensiero di McLuhan.
Conosco Nicola da qualche anno, Derrick pure per esserci incontrati in qualche convegno qua e là per la penisola, mi mancava invece lo scambiar quattro parole con Giovanni, che stimo moltissimo per il taglio culturologico che mette nelle cose che scrive in giro, per le sue originali osservazioni sui cambiamenti sociali attuali, per le sue considerazioni sulla nostra identità mediata, come individui e come collettività.
Era l’occasione giusta per devirtualizzarci, dopo anni che ci leggiamo e commentiamo sui blog e sui social.
Ho preso degli appunti di quello che i relatori hanno detto: li metto qui sotto, in forma sintetica.

Derrick De Kerckhove mostra un video fatto al Salone del Libro di Torino, dove scherzosamente si chiede ai visitatori se conoscono Marshall McLuhan (pochi), poi parte a commentare il ‘decalogo’ di McLuhan 1962, le sue famose dieci profezie

The next medium, whatever it is –
  1. it may be the extension of consciousness –
  2. will include television as its content, not as its environment,
  3. and will transform television into an art form.
  4. A computer as a research and communication instrument
  5. could enhance retrieval,
  6. obsolesce mass library organization,
  7. retrieve the individual’s encyclopedic function
  8. and flip it into a private line
  9. to speedily tailored data
  10. of a saleable kind.
Derrck accenna il discorso sui media come protesi del corpo e dei sensi umani, poi con Harry Potter porta la platea a ragionare sulla magia moderna, mostra un video di un tipo che muove cose sullo schermo con il pensiero, onde cerebrali. Sta parlando di realtà aumentata, di informazione geolocalizzata, e sottolinea come il tutto sia “magico”, un po’ medievale nella forma della narrazione, intendendo stupore e meraviglia.
Interessante quando commentando il punto 3 chiede un parere sul significato della televisione come forma d’arte, e indica Youtube come esempio concreto.
Derrick fa scorrere sul muro dietro di sé una composizione di icone, cliccando sulle quali fa partire un video o apre un’immagine che poi gli serve per argomentare il proprio discorso. Seleziona un’illustrazione di Pinocchio, racconta come la favola italiana sia conosciuta nel mondo ovunque lui vada, poi spiega come Pinocchio rappresenti l’uomo nel passaggio all’industrializzazione, dalla toscana rurale alla meccanizzazione, quindi il nucleo narrativo sia quello del tornare umano, la sfida ovvero la prova dell’eroe… E questo avviene attraverso la balena, matrice del cambiamento (sulla parola “matrice”, rapidamente cita i film recenti che trattano di queste problematiche, centrali nella cultura attuale, come appunto Matrix, Avatar, Atto di forza, Blade runner). La personificazione, il diventare un’identità, e non si può arrestare, si poteva forse fare due secoli fa fermando la stampa, ma ora no, c’è FaceBook, siamo oltre.
Questo è la rivoluzione del terzo linguaggio, dopo orale e scritto ora c’è l’elettrico, e noi personalmente, in noi, portiamo questo linguaggio, grazie a lui significhiamo.
A conclusone del convegno avrebbe poi aggiunto alcune considerazioni “politiche” sul nostro essere ormai connessi planetariamente, del nostro aver maturato consapevolezza riguardo l’effettiva forza del nostro agire quando coordinato e potenziato da Internet: i riferimenti sono le Tweet Revolutions del nord Africa dei mesi scorsi e le forme della censura cinese su Internet, e Derrick dice che o i Governi imparano a fare meno della censura, oppure noi qui in Rete impariamo a fare a meno dei Governi.
Giovanni Boccia Artieri esordisce indicando la sua volontà di ragionare attorno alcune “sonde” di McLuhan, quei passaggi divenuti poi proverbiali nel descrivere il pensiero dell’autore e il suo impatto sulla riflessione odierna riguardo la natura dei massmedia.
Le ‘sonde’ di McLuhan sono degli slogan, sono idee che poi si propagano, il futuro è il presente.
1. Medium is the message
La forma dei media hanno implicazioni più profonde dei contenuti che veicolano; non si tratta banalmente di sminuire i contenuti, ma di porre come oggetto di analisi proprio la forma storica che veicola quei contenuti, e il modo in cui questa modifica profondamente il nostro pensare. A esempio FaceBook: le nuove forme della connessione interumana sono il nocciolo da osservare, lì c’è il cambiamento.

“La tv è tattile” e le molte altre frasi di McLuhan, apparentemente paradossali, cercano di far capire proprio questo, una sorta di dislocazione dell’attenzione che permetta di inquadrare i fenomeni mediatici secondo altri punti di vista. McLuhan: “Le società sono sempre state plasmate più dalla natura dei media attraverso i quali gli uomini comunicano che non dal contenuto della comunicazione”.

Fermarsi alla superficie dei contenuti non va arrivare alla cosa importante: l’esperienza che facciamo del mondo è sempre un’esperienza autentica, e la realtà fisica vale tanto quanto Second Life per come sono da noi vissute. La stessa notizia sul giornale, sulla radio, in tv sono tre esperienze diverse, che ci costruiscono. Quello che è in ballo è la forma della rappresentazione, quindi le diverse modalità relazionali, le occasioni percettive differenti – nella realtà aumentata sul cellulare vivo diversamente il reale… le tweet revolution in africa sono state rese possibili perché le reti tecnosociali hanno reso visibili le reti di persone, costruendo nelle collettività una percezione nuova di se stesse.
Determinismo tecnologico di McLuhan? Nodo storico e cruciale del suo pensiero, con cui si tende a scartare l’importanza l’importanza del pensatore muovendo facili critiche. Partendo dal famoso esempio mcluhaniano dell’invenzione della staffa per poggiare i piedi stando a cavallo, Boccia Artieri illustra il significato della nascita della cavalleria pesante nel Medioevo, quindi nasce la professione di soldato, quindi il feudalesimo (staffa sta a feudalesimo, dice semplificando, come Twitter sta a Africa nei recenti movimenti di piazza e rivoluzioni).
E’ da comprendere però come il ragionamento vada inteso correttamente: nel sistema dei media noi siamo fuori dalla causalità, siamo sistemici, “circolarità delle intenzioni”, quindi va compresa la nozione di “cause negative”.

Riferendosi al pensiero di Debray, Boccia Artieri mostra come sia errato riferirsi a una correlazione causa-effetto nella considerazione di certi processi culturali o nell’invenzione tecnica degli strumenti, compresi i ragionamenti massmediologici: la staffa non “determina” il feudalesimo (o la stampa a torchio del protestantesimo), ma lo “autorizza”, ne costruisce la condizione di possibilità. Non ne è causa, ma senza staffa niente feudalesimo, senza Gutenberg nessun Lutero. Le causalità sistemiche sono negative. A non produce B, ma se non-A allora nessun B.

2a sonda: i media sono metafore attive, traducono l’esperienza in forme nuove.
Esempio del cellulare: noi oggi siamo sempre connessi, always on, e anche l’esperienza dei luoghi è diversa.
Rapporto tra media e corpo, apparato neuropercettivo: noi nei media impariamo il mondo, gli schemi d’interpretazione, i media sono ambienti evolutivi per la storia vitale, luoghi dove si sviluppano emozioni e sentimenti, atti reali, basta con il pensiero di una separazione.
E’ mutato il senso della nostra POSIZIONE nella comunicazione… Da oggetto della comunicazione (cittadino, consumatore, audience…) a soggetto della comunicazione: questo è quello che la rete sta facendo, enpowerment dell’individuo, e il senso dell’abitare cambia, per singoli, per enti privati e pubbblici (i cittadini enpowerati dalla partecipazione).
Arriviamo in modo diverso all’informazione, oggidì tutto passa attraverso filtri diversi, sociali, amicale, cerchie.
User generated content: persone e contenuti sono strettamente collegati, e la fiducia e la credibilità sono i valori che circolano, quello che funziona, non la quantità. Reputazione.
McLuhan: “il contenuto è l’utente”.
UPDATE: trovate un buon resoconto anche qui
Personalmente, non saprei cosa aggiungere qui ora su McLuhan. Perché McLuhan è un universo intero di discorso, peraltro dislocato rispetto alle grandi correnti di analisi massmediologica di fine Novecento.
Ne ha fatto cenno anche Boccia Artieri: McLuhan non viene insegnato per bene nelle Università. Quella massa di ragionamenti espressi con stile originale e a volte paroliberisticamente paradossale (d’altronde, come raccontare nel 1962 ciò che non può essere capito, in quale altro modo far passare nella pubblica opinione il messaggio che intende far porre attenzione sulla forma del messaggio, se non sabotando le narrazioni e le aspettative d’ascolto?), spesso dipinta come un insieme disordinato dove qui e là brillano delle intuizioni e delle suggestioni  in forma di slogan, mi è personalmente arrivata sotto forma di un paio di capitoletti dentro i manuali di teoria della comunicazione o di sociologia della ricezione, ma non mi sono mai imbattuto in un monografico dedicato al massmediologo canadese, pur avendo avuto la fortuna di avere professori universitari liberi o addirittura “selvaggi” nel loro approccio alla disciplina.

Il medium è il massaggio“, appunto. Quei quattro sensi della lettura, come in Dante: Message and Mess Age, Massage and Mass Age. Quel massaggiare il sensorio della cultura umana, quell’innescare brividi agendo direttamente sugli organi di senso delle collettività, ovvero sui massmedia. Agire cambiamento.
Appena ho dieci anni liberi, mi ributto a studiare McLuhan.

Isotopie narrative

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