Filtri umani

Ci hanno educato per almeno cinquant’anni, dai Persuasori occulti in avanti. La tecnica è quella, instillare un bisogno. Di quelli che prima non avevo, magari. Un’automobile, un telefono, una lavatrice, un panino, un paio di calzoni, un profumo. E da molti anni non raccontano il prodotto, suggeriscono un’esperienza, uno stile di vita a cui tendere, un sogno, un’aspirazione – indotta. E sono bravi. Confezionano messaggi, mondi interi, per venderci un oggetto. Ma questa è l’economia dell’immateriale. Informazioni. Cose che ci nutrono, e ci dicono cosa pensare, non solo cosa indossare. E quindi ecco la semina del bisogno di informazioni. Di panini e jeans posso calibrare la produzione, sarò spesso in equilibrio tra domanda e offerta. C’è un limite materiale, e uno dettato dalla convenienza economica. Delle informazioni non c’è limite. Posso inventare storie, raccontare la stessa in mille modi, escogitare percorsi di senso che dentro il giusto contesto diventano appetibili. Le gallerie di foto dei quotidiani online, per esempio. I mille retroscena di una vicenda di cronaca. Posso riempire internet di parole, e poi vorrei fare in modo tu le leggessi, e magari le condividessi. Clicca, per dio. Clicca, e sentiti in ansia se non surfeggi compulsivamente tra mille cretinate. Ogni giorno. Che se per caso stai lontano dal pc per due giorni ti senti svuotato, ti manca il ritmo. Mail, socialino, socialone, geotagging, immagini, forum specifico, chat, blog, tutto il giro, tutto il giorno, e guardare se c’è qualcosa di nuovo. Indurre il bisogno di informazione. Sono un po’ stanchino. 

Isotopie narrative

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