Narrazioni mediatiche dei contesti situazionali

Ci ho pensato e ne ho parlato in giro spesso, per lavoro.
Come il pronunciare i ragionamenti, magari in quella meravigliosa escalation ideativa durante un brainstorming o anche solo una ricca chiacchiera, diventi oggi catturabile in tempo reale. 
E non registrando, ma anche scrivendo quello che diciamo. Tutti quei software speech-to-text da anni e anni fan viaggiare la fantasia nel provare a immaginare un mondo senza penna (ormai molto) e senza tastiera. Tutte le riflessioni sulle interfacce, quelle lì solite. Richiamo a semiotiche naturali nell’usabilità, trasparenza dell’interfaccia.
Quindi questa è anche l’epoca in cui una fetta gigantesca di umanità prima storicamente solo loquace, ma che non lasciava traccia perché le parole volano, diventa loquace e incide un supporto, come dire. Rende solido, copiabile, diffondibile, ricercabile un contenuto espresso parlando. 
Nella storia della Conoscenza, il fatto di poter scrivere e articolare i ragionamenti (mi vien sempre da pensare che molti filosofi famosi sono stati scrittori dallo stile eccezionale) abbiamo sempre avuto un filtro costituito da chi appunto sapeva scrivere e articolare ragionamenti. La civiltà è riuscita in duecento anni a garantire abbastanza del primo, forse meno del secondo, ma vabbè. In ogni caso, la storia delle idee progrediva su oggetti culturali abilitati dalla tecnologia della stampa, e quindi quotidiani e mensili e libri e atti di convegni e manifesti. Da vent’anni scriviamo direttamente in Rete, e pubblichiamo personalmente. Ora possiamo dire le cose a un dispositivo, e pubblicare. Ma lo stile dello scrivere nei secoli ha posto una correlazione tra sapere articolare in ragionamenti (inventio, dispositio, elocutio, siam sempre lì) in forma scritta e qualità del contenuto esposto. Se disponi bene i tuoi argomenti (approccio architettonico al discorso) o se sei abile a raccontarli sul piano dell’espressione (stilistica, strategie narrative, abbellimenti) eri più intelligente, per dire. E poi magari dici anche cose nuove e interessanti, che alla lunga non è un optional.
Adesso arriveranno in Rete gli strombolotti, milioni di anacoluti, inflessioni del discorso dalla sintassi labirintica, oppure brevissimi assaggi di pensieri spezzettati. Mi diranno “sei laconico come un twitter”, se parli a frasette, slogan, aforismi, proverbi. Oppure tanti, ma brevi. Assertivo in 500 caratteri letti davanti al telefonino, oppure romanticissimo. E quelli che si lasceranno prendere dal delirio e sproloquieranno per mezze orette, tanto abbiamo inventato lo sbobinatore.
Ma credo proprio che tra cento anni la nostra società sarà profondamente diversa, grazie al fatto di poter scrivere il discorso pronunciato, e portare con sé ampi stralci di situazione enunciativa dentro il testo. L’enunciazione enunciata, ora molto più efficiente grazie a tecnologie della comunicazione. Il discorso che si fa carico di rappresentare (vedremo con che codici) una colossale fetta del mondo, che fino a oggi andava persa. Un embrayage, oui.

Come scriveremo in un futuro senza tastiere?

Scritto da 40KTEAM | Pubblicato: OTTOBRE 8, 2012
“Le buone idee non arrivano parlando, ma scrivendo. Emergono dal pensiero calmo, dal trasferimento silenzioso delle parole sul supporto. Il punto non è se la buona scrittura e le buone idee sopravviveranno. Il punto è in che modo noi scrittori saremo in grado di adattarci. Saremo gli unici al mondo ancora legati alle vecchie tastiere? O impareremo invece a pensare abbastanza velocemente da poter esprimere a voce quegli stessi pensieri in modo chiaro e altrettanto bello?”
Fonte: 40k

Isotopie narrative

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