Aggiornare la (propria idea di) collettività, per giornalisti

Ero a Cortina per partecipare alle giornate di aggiornamento professionale per giornalisti, da quest’anno (!) obbligatorie, chiamato dall’Ordine dei Giornalisti del Veneto tramite Carlo Felice Dalla Pasqua. Io e Sergio Maistrello, io per parlare di qualcosa vicino al civic journalism, lui di fact-checking.

Beh, a me interessava sottolineare quanto la percezione stessa che un giornalista ha del suo lavoro, del suo metodo, della sua ricaduta sulla collettività dipenda proprio dalla percezione che della collettività questo giornalista possiede. Una rappresentazione mentale, un Lettore (collettivo) Modello, a cui pensa e si rivolge mentre progetta e costruisce e distribuisce il suo pezzetto di informazione, magari fornendo approfondimenti e collegamenti.

Perché, vecchia tiritera, il messaggio assume senso nel momento in cui cade in un contesto preciso, qui e ora. Una circostanza di enunciazione, sissignori. E di quel testo si può analizzare il cotesto – pensiamo all’impaginazione a flusso di moderne forme di cronaca – comprendendo quanto la giustapposizione o la vicinanza di un articolo a un altro di tutt’altra specie determini l’interpretazione che ne daremo. Pensate a Twitter, pensate alla bacheca di Facebook.

Ma c’è di mezzo l’idea di collettività, appunto. Iperlocale o su scala nazionale, la dimensione e le dinamiche abitano nella testa del giornalista. Che magari pensa ai suoi lettori come audience, o come gentiluomini ottocenteschi che sfogliano il giornale mentre sorseggiano una bibita in giardino, quando invece è ben chiaro quanto la fruizione delle news sia radicalmente cambiata, nei ritmi, nei luoghi dove essa avviene, nei dispositivi su cui viaggia, per non parlare del fatto che proprio uscendo dall’idea di audience sia necessario provare a concepire i lettori come partecipativi, prosumer, commentanti e distribuenti, e altre cose così. Ovvio, cambia tutto. E civic journalism, lo dicono quelli bravi, significa in prima battuta proprio questo, modificare la percezione della collettività da cui un giornalista trae e verso cui rimanda l’informazione più o meno elaborata, riposizionando la propria professionalità in direzione di una responsabilità nei confronti della comunità. Fornendo strumenti per capire meglio le cose che avvengono, promuovendo il pubblico dibattito, affiancando i cittadini nelle scelte riguardanti la vita pubblica.

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