Archivi autore: Giorgio Jannis

Portone Jannis

De Jannis narratur

Portone Jannis

Mio padre ha un cognome diverso dal mio.

Qualcuno erudito quanto faceto penserà subito che “mater semper certa est, pater numquam”, ma vi garantisco che non è il caso.

Perché mio padre Italo è del 1935, va per gli 87 anni, sta benino e vi saluta. Quando nacque ci trovavamo in pieno periodo fascista, e forse ligio alle fascistissime leggi della normalizzazione alla lingua italiana era al tempo l’addetto all’anagrafe a Tricesimo – in Friuli abbiamo casi eclatanti e vergognosi di italianizzazione forzata di cognomi e toponimi. Quella J non andava proprio.

Nel corso degli ultimi trent’anni circa a mio padre è appunto venuta – e ora invecchiando viene anche a me – la curiosità di conoscere qualcosa della nostra genealogia, la storia del nostro cognome Jannis (sempre mio padre insistette all’anagrafe nel 1967 affinché con me tutto tornasse alla dicitura originaria, attestata).

Attenzione. Ci sono pochi Jannis in Italia.

A giudizio dell’una volta famoso sito Cognomix, che credo anni fa ricavasse le frequenze statistiche della diffusione dei cognomi in Italia dagli elenchi telefonici e ora non so, ci sono solo otto famiglie con questo cognome, di cui sei in Friuli e altre due in Lombardia; queste ultime sono formate da friulani emigrati dopo la seconda guerra mondiale, conosciamo i nomi e tutto può essere tracciato a partire da alcuni fratelli di mio nonno.

Curioso anche che sempre Cognomix dica che non ci sono in Italia famiglie che si chiamano Iannis (ma ce ne sono, e qui intorno siamo rami dello stesso albero).

Perché uno pensa che da Joannes latino o Jannis greco (Giovanni) sarebbero dovute giungere fino a noi molte famiglie con questo cognome, e invece niente. C’è qualche Janni, molti Ianni, questo sì.

Ma Jannis siamo solo noi.

C’era uno zio di mio padre che si dilettava di fantagenealogie: secondo lui la provenienza della nostra schiatta derivava o da un ambasciatore polacco giunto qui verso il Trecento per prestare servizio presso la Serenissima Venezia (ipotesi considerata minoritaria), oppure da un clan di allevatori di cavalli magiari, emigrati verso ovest dalla attuale puszta ungherese, sempre nei primi secoli dopo il Mille. Quest’ultima più romantica congettura ha sempre riscosso maggior credito in famiglia, anche perché corroborata dal fatto che gli Jannis hanno per secoli avuto a che fare con i cavalli, allevamento e commercio. Tradizione proseguita nel tempo fino a giungere a mio nonno Antonio detto Bepi e ai suoi fratelli, che avevano una macelleria di carne equina a Tricesimo: poi prima i fascisti e poi i partigiani gli hanno ripulito il negozio, costringendo tutti a dichiarare fallimento.

Peraltro nelle famose guerre e baruffe tra Zamberlani e Strumieri, ovvero nelle lotte di classe seguite all’occupazione del Friuli patriarcale e di Udine da parte di Venezia nel 1420 – resta famoso l’episodio della Crudêl Joibe Grasse del 1511 – gli Jannis sono annoverati ovviamente a fianco dei Savorgnan, quindi zamberlani in quanto commercianti e borghesi filo-veneziani, contrapposti alla nobiltà castellana di estrazione feudale.

Il nucleo abitativo storico degli Jannis pare fosse Adorgnano di Tricesimo: nella foto potete vedere il tuttora colà esistente portone in ferro battuto di fine Ottocento, dove la Pace e la Giustizia si baciano.

Oltre alle molte iscrizioni presenti nella tomba di famiglia a Tricesimo dove troviamo molti Nicolò e Francesco e Luigi e Teresa e Lucia e Giacomo e Vincenzo e Giovan Battista a partire da fine Settecento, queste sono le informazioni raccolte da mio padre nel corso degli anni.

1426 – “recevei da Colau Iani di Adorgnan per l lira di vueli, sol. V” (registro in friulano della Confratemita di S. Maria di Tricesimo).

1467 – “Janis de Adorgnan per fit de l’anno presente e del prossimo passato, paga star l de forment alla confraternita dei Santi Fabiano e Sebastiano di Tricesimo.

1534, 28 aprile – divisione dei beni tra Giovanni, Leonardo, e Andrea fratelli e figli del qm. Giacomo Ianis di Adorgnano.

1559 — Leonardo Ianis, di Adorgnano, abitante in Tricesimo.

1670 — pre’ Domenico Janis di Adorgnano

1681, 1 febbraio — muore nel paese di Aiello, a 30 anni di età, Paolo Janis di Adorgnano che viveva in quel villaggio facendo i mestieri di marangone e vassellaro (dal friulano antico “vassielâr” ovvero costruttore di botti per vino). A Paderno, vicino Udine, si era sposato con Menica Occhiali

1685 – Valentino Jannis, notaio in Tricesimo.

1750 — il sacerdote “pre’ Nicolaus Jannis de Adorgnano”.

Per la spiegazione si dovrebbe partire da Ian, forse abbreviazione di Gianni/Giovanni (che in friulano però era ed è Zuan) oppure di Cancian, nome molto usato in Friuli.Tuttavia Ian era anche antico nome femminile {forse in questo caso abbreviazione dell’antica forma obliqua friulana in -an del nome Lucia e cioè Luciàn), come testimoniato nel “Catapàn” di Pagnacco (obituario e registro catastale medievale)

1320 — obiit in Christo Georgius filius Georgii de Coll Grion et Ian mater eius”.

Ian era anche madre di Domenico che nel Catapan viene sempre denominato “Domeni Ian”.

Nel detto registro, che riporta anche parti scritte in friulano medioevale, si ricordano ad esempio Leonarda fila Domeni Iani, Chatarina e Zorzo fradis e fiis de Domeni Ian, Zulian figl de Domeni Ian de Pagnà, Nicolao e Catarùs nevodi de Domeni Iani, Zorzo fiol de Zuan .. e nevot de Domeni Ian”.

Quindi, in questo caso, Domeni ha assunto (oppure ha ricevuto come soprannome) il nome di sua madre Ian, per essere chiaramente identificato tra i vari Domeni del paese. In seguito, nel corso dei secoli, è diventato cognome trasmettendosi a figli e nipoti.

Il suffisso finale in -is (nel medioevo usato per i nomi maschili: es. Menis, Petris, Jacomis, ma anche nei nomi di persona femminili: Margaris, da Margherita, Vignudìs, da Vignuda, ecc.) indica una forma diminutiva ma anche, secondo autorevoli studiosi, un rapporto di parentela.

Per Adorgnano, sulla base delle attestazioni conosciute, il suffisso -is risulterebbe aggiunto tra glianni 1426 e 1467

Bibliografia

Giovanni Fantini, ricerche di Archivio sui cognomi del Friuli (ancora in corso)

Carla Marcato, “Profilo di antroponimia frulana”. ediz, 2010

Maruela Betramini, Flavia De Vitt, “I Catapan di Pagnacco. 1318 — 1589”, ediz. 2012

We are here

Non è necessario implementare subito ogni nuova tecnologia o ambiente digitale nella socialità, però si può ragionare di tecnosocialità o di paesaggi mediatici, oppure di diritti umani, rischi e opportunità.
Diventa però sì necessario esplorare le potenzialità della democrazia elettronica, dove più che gli elettroni che viaggiano dobbiamo ideare e comprendere nuove strutture tecnosociali che possano sostenere il peso della responsabilità e della affidabilità. Piattaforme o ambienti digitali partecipativi, per la consultazione o la deliberazione politica.
Innanzitutto bisogna prendere il problemone e spezzettarlo in tanti problemi più piccoli, come al solito.
Le soluzioni di e-democracy praticate in altri Paesi o città, oggi o ormai trent’anni fa, sono tutte diverse, in quanto strumenti progettati con obiettivi e risultati attesi differenti.
Va stabilita una scala di situazioni, elaborati dei modelli di intervento, padroneggiare in noi quote di sperimentalismo dove anziché varare un’arca di Noè gigantesca e buona per tutti si provano meccanismi locali, o dai contenuti limitati, o da forme partecipative limitate – mi è sempre piaciuta l’idea che si possano commentare le iniziative cittadine a esempio urbanistiche con testi lunghi 300 caratteri, su piattaforme governative gestite da personale qualificato e ben retribuito, per aver cura dei forum e della community locale o iperlocale.
A quel punto avremo più dati, più informazioni, e potremo decidere meglio i prossimi passi da compiere.
Perché ogni tentativo di incrementare la partecipazione è democratico, tutto qui, da qui viene la necessità di intraprendere un percorso ragionato.
Tutte le critiche e le perplessità le conosciamo da trent’anni, siano esse di carattere tecnico o giuridico o etico. Non bloccatevi di fronte al Leviatano: restate flessibili, morbidi, curiosi, critici, sappiate vedere sentieri nel bosco.
Da una parte teniamo ferma la possibilità di alimentare le democrazie rappresentative con nuovi metodi di partecipazione.
Dall’altra riflettiamo sulla gravità del fatto che i contenitori della deliberazione pubblica e (quante volte lo abbiamo già visto) poi politica siano le piattaforme commerciali che tutti, metà degli italiani, usiamo giornalmente, molte ore al giorno, ogni giorno.
Questo significa – è necessario, di nuovo – che la politica deve superare un’alienazione, sappia portare a coscienza in sé i possibili preconcetti attribuiti alle forme di partecipazione digitale, affrontarli smontarli e ricostruire un modello adeguato alla realtà odierna. Quindi progettare nuovi ambienti e strumenti di partecipazione civica, motivare le persone e le collettività a utilizzarli per il bene comune, scongiurare l’allontanamento tra cittadini e istituzioni.
Credo una simile riprogettazione sociale dei meccanismi della partecipazione e della decisionalità politica porterà nel medio termine a profonde modifiche nelle strutture sociali, nelle organizzazioni lavorative pubbliche, nella percezione e nell’azione amministrativa, nella formazione dell’opinione pubblica, nella narrazione della cultura di una nazione, nel sentimento di appartenenza a comunità edificate secondo criteri di pertinenza a noi ancora invisibili, in quanto or ora emergenti dalle nuove pratiche di conversazione e dal nostro abitare digitale.
Dobbiamo navigare e aver coraggio: fatto il punto nave, dobbiamo ricalcolare la rotta verso le nuove migliori forme di democrazia partecipativa che siamo capaci di concepire e realizzare. Ci serve un buon cibernauta.

Comunità autonome – Bifo

Abbiamo quest’etichetta un po’ stantìa, quella di “lucido visionario”, che si adatta perfettamente a Bifo.

Non perché Franco Berardi viva in stati di allucinazione, ma per la sua capacità, da moderno “filosofo del sospetto” e critico, di saper leggere dietro la realtà dei fatti, o meglio dietro lo schermo di quella che ci viene presentata come realtà, trattandosi sempre di manipolazioni della percezione e dell’opinione comune, di quelle rappresentazioni o messe-in-scena che poi costituiscono il vero inganno rispetto alla situazione concreta dei fatti.
Bifo qui dice – più che altro, prendo appunti e parafraso quello da lui scritto – che la crisi economica attuale non assomiglia a quelle novecentesche: non abbiamo oggi una crisi finanziaria che investe l’economia reale. Anzi, i mercati finanziari godono di ottima salute, in questa fase post-Covid che tanto post ancora non è.

Proprio il Covid, come leva biologica e informazionale, ha reso manifesto uno scollamento tra, diciamo così, realtà e narrazione della realtà: l’astrazione finanziaria, gli stessi meccanismi economici del funzionamento del mondo come ciclo di produzione e distribuzione delle merci, nulla hanno potuto contro il virus né contro lo “psico-virus” della paura dell’epidemia, i suoi effetti psicologici nell’immaginario collettivo.

La globalizzazione oggi patisce molti sgambetti, perché non è più possibile garantire la catena integrata della distribuzione dei beni – great supply chain disruption – eppure il sistema borsistico è al rialzo, le grandi compagnie del ciclo digitale vedono moltiplicarsi i profitti: “Poiché l’astrazione – cioè il sistema interconnesso degli automatismi tecno-finanziari e dei flussi di informazione – diviene sempre più incapace di interagire con il collasso della materia organica, psichica e sociale possiamo aspettarci che a un certo punto l’intera macchina globale collassi”, dice Bifo, e in questo scollamento si disgregano le giunture della vita civile.

Le merci non sono disponibili, le materie prime latitano, la produzione diminuisce, la disoccupazione cresce, la società si impoverisce, il lavoro si precarizza, i salari scendono. Muta la psicologia, mutano i comportamenti: il consumismo non può più contare sul mercato della paccottiglia o drogare gli acquisti con beni voluttuari, quando c’è di mezzo la questione degli approvvigionamenti sostanziali delle industrie. Il capitalismo entra in una fase caotica, non più controllabile con strumenti della finanza e stimolo monetario, perché questo caos riguarda la sfera del concreto, dei corpi che si ammalano, delle menti che impazziscono, delle appartenenze sociali che si svincolano dal globale. Il denaro sta perdendo il suo fascino e la sua efficacia.

Se la misura dell’economia diventa l’utilità, è assai più facile prevedere per il futuro “la formazione e la secessione concreta di comunità autonome” che garantiscano alimentazione, cura, educazione… comunità fondate sul principio di uguaglianza e della frugalità, sul primato dell’utile rispetto al denaro. Questo può accadere a patto che la soggettività sociale sia in grado di esprimere autonomia, mentre oggi il sentimento prevalente è quello della depressione da parte di una generazione precaria incapace di solidarietà, e il panico di una popolazione sull’orlo di una crisi di nervi, sradicata e ora consapevole del proprio vivere dentro una illusoria bolla narrativa, una fiction non più capace di tenere salda e coerente la trama nel racconto sul funzionamento del mondo.

http://effimera.org/the-great-disruption-fine-o-trionfo-dellastrazione-di-franco-bifo-berardi/

Democrazia diretta

Ragionando.

Questa nuova cosa della “firma digitale” per i referendum – eutanasia, obiettivo raggiunto; cannabis, 100k firme in 24ore, obiettivo 500k per il 30 settembre – potrebbe cambiare parecchio i giochi degli strumenti di democrazia diretta previsti dalla Costituzione, incidendo significativamente sul sistema normativo.

In Italia ci sono oltre 35 milioni di persone su Facebook, ma consideriamo e teniamo fermo il dato dei 15 milioni di accessi giornalieri (stima al ribasso) soprattutto via mobile.

In Italia ci sono 24 milioni di SPID. Si può firmare anche con SmartCard o chiavette USB o altri modi autenticandosi, ma la vedo più farraginosa.

Incrociando i dati con approccio spannometrico, direi che dieci milioni di persone almeno vedranno la promozione del referendum online, per i prossimi venti giorni. Se una persona ogni venti firmasse l’obiettivo verrebbe raggiunto.

Magari adesso, all’apparir della novità, la curva della partecipazione mostra un picco statistico. Tra due anni, con in mezzo le proposte di altri venticinque referendum, ci saremo annoiati.

Dipenderà quindi dall’argomento del contendere, da quanto sarà sentito il problema dalla popolazione, e questo ci conduce agli strumenti di promozione, ovvero persuasione, ovvero manipolazione dell’opinione pubblica, ovvero soldi per le sponsorizzate, campagne di crowdfunding, ricerca di testimonial e influencer.

I soldi servono anche agli enti proponenti dei referendum, in quando la validazione dell’espressione popolare costa circa un euro per ogni firma, e così siamo già a mezzo milione di euro più le promozioni di cui sopra. Non si tratta solo di mettere online un dispositivo per la raccolta firme (costoso anch’esso), la macchina è un po’ più complessa (certo, anche predisporre banchetti nelle piazze costa), e forse con simili soglie di accesso economiche non si tratta proprio di una libera e gratuita partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese.

Insomma, potremmo vederne delle belle.

jannis

Dopo di noi, il diluvio

Una volta avevo un blog, dove scrivevo e scrivevo.

Si può dire che scrivevo sempre della stessa cosa, ovvero del cambiamento socioculturale. Del contesto dei cambiamenti storici, delle innovazioni tecnologiche o procedurali, delle trasformazioni sociali indotte dai mass-media, delle narrazioni mitologiche o quotidiane che accompagnano l’agire umano, delle resistenze al cambiamento nelle organizzazioni o nella psicologia dei singoli.
E più volte devo aver scritto “non si può mettere vino nuovo negli otri vecchi”, riecheggiando la parabola evangelica.
Indovinate perché non si può fare.

Ragionando dei nuovi contenuti culturali – nuovi tipi di contenuti da esprimere, frutto di possibilità digitali – e della necessità di provvedere nuovi contenitori per la loro distribuzione e fruizione, la mia generazione ha perso.

Avere già venticinque o trent’anni e vedere esplodere Internet nel Web, venticinque anni fa, avrebbe dovuto fornirci la forza di rendere concrete in termini di strutture sociali economiche e culturali le idee innovative che ci lampeggiavano ogni giorno dentro la testa e davanti agli occhi, sugli schermi.

“Attenti con l’http e le enciclopedie”, dicevamo. Attenti agli mp3. Attenti ai blog. Attenti al mercato dell’informazione. Attenti al crowdsourcing o user generated content. Attenti agli smartphone. Attenti allo streaming. Attenti agli ambienti formativi. Attenti alle modalità della narrazione politica. Attenti, a tutto. Perché tutto cambierà.

Sarebbe stato alquanto conveniente, perfino intelligente, etico, civile, generazionalmente lungimirante progettare subito dei contenitori adeguati al diluvio dell’Età dell’Informazione, progettare arche dove salvare il mondo pre-digitale, entrare nel nuovo millennio abitando il digitale in maniera dignitosa, redigendo nuove mappe dei nuovi luoghi dell’espressione dell’Io delle collettività e dei territori, avendo come punti cardinali i valori della condivisione, della trasparenza, della Conoscenza, del benessere individuale e collettivo, con consapevolezza.
Non ci siamo riusciti.

Le resistenze ai modi nuovi di intendere la socialità e la cultura, il tornaconto economico e la logica miope delle vecchie strutture di potere hanno impedito il cambiamento, oppure hanno costretto il nuovo in forme vecchie, inadeguate.
Indovinate cosa succederà.

Aspettarmi

L’inferno sono gli altri.
Io sono Altro a me stesso.
Io sono un inferno.

Il sillogismo fa sorridere, e l’accento è sull’Io.
Odiosa finzione narrativa autobiografica, questo Io costretto a far la spola tra Piacere e Realtà, insieme alla sua scudiera Volontà. Prevedibilissimo. Instauratore di abitudini. Perbenista e moralista, perché deve far contenti tutti. Ama i binari. È pauroso, si difende, nasconde sé stesso. Lo concepiamo ancora come una bolla – bordi, limiti – dentro di noi, quando in realtà trova il suo senso nella relazione con il Mondo, con te e con quell’albero, l’Io È relazione.
Ama poco, forse, quel narciso egoistaccio, e non sa giocare e mettersi in gioco.
Ci impedisce di non essere noi stessi.
Cioè ci impedisce di essere noi stessi, che notoriamente non siamo noi stessi.
Reca danno ammantandosi di buone intenzioni, poi. Si dipinge innocente, il vestito buono della domenica. Se si scopre sporco e malvagio, non vuole saperne di farsi aiutare a cambiare e darsi una ripulita, perché sta bene così, non vuole essere salvato, si piace così.
Trova senso in sé stesso, meschinamente, l’Io.
E io – cioè, la narrazione di me stesso a me stesso – dovrei, dicon tutti, “diventar me stesso”, sapete? È un imperativo! Così poi scopro bene chi odio veramente. Non è neanche un plot twist, poca roba.
L’unica certezza è che dovrei fare un passo laterale per guardarmi da fuori e per guardarmi nella relazione con l’Altro compresa la relazione di guardare me stesso dentro una relazione con quell’Altro che è me stesso, fuori dall’Io, ma guarda caso è proprio quello che l’Io mi impedisce.

C’è un’unica soluzione. Il passo laterale, ma d’inciampo.
Essere altri. Essere Altro. Fare Altro, ecco. Sgambettarmi. Non credermi. Attraversarmi, e aspettarmi dall’altra parte.
La porta è l’Io. E non c’è mai stata porta.

Guarda la vastità

La vastità

Cinque milioni di anni fa una scimmia d’un tratto ha indicato un boschetto, accompagnando l’urgenza del gesto con le tipiche grida “uuuhhh uh uh uh!!” di quando un predatore, facciamo un leone, si prepara ad attaccare.
Tutte le scimmie del branco hanno guardato in quella direzione, ma non hanno visto niente.
Si sono nuovamente girate, e quella scimmia stava ridendo scompostamente, dandosi delle manate sulle cosce, tenendosi la pancia, rotolandosi per terra.
In quel momento è nato l’umorismo, il teatro, le fake news, il dubbio, la messinscena, la creduloneria, i giochi di linguaggio, forse il primo pestaggio per motivi concettuali, perché non si può infrangere impunemente una regola di sopravvivenza.

Però a dire il vero non c’era nessuna regola, ancora. Bisognava prima infrangerla, ovvero mostrare qualcosa che c’era e non si pensava ci fosse.
Lì è nata la semiotica, perché come ci raccontava il Sommo un segno è tutto ciò che può mentire.
Fin a quel momento, le parole – o gli atti linguistici, dai – sono vere. Quella parola, quell’urlo, quel gesto vogliono dire quella cosa, forse quella situazione. Si riferisce a quella cosa, proprio quella cosa lì, che esiste ed è lì nel mondo, posso nominare il mondo con la parola adeguata.
Infatti già se come sopra dico “situazione” complico tantissimo, e in questo momento mi stanno guardando secoli e secoli di gnoseologia e filosofia del linguaggio.
Diciamo parola.
Quando Dio chiamò Adamo, gli disse “Vieni qua ragazzotto, dai un nome alle cose, su” e allora Adamo *le chiamò col loro nome*. Questa cosa ha tolto il sonno a centinaia di pensatori nelle ultime migliaia di anni.
Cioè, nella parola che Adamo utilizzò per ogni cosa c’era la cosa stessa, la sua forma o sostanza o essenza (vado veloce), addirittura nel suono di quella parola c’era qualcosa che richiamava l’oggetto. Dicevo “tavolo”, e la parola /tavolo/ assomigliava *sotto qualche aspetto o capacità* a un tavolo.
Così fino a Babele. Tutti belli contenti, tutti parlavano prebabelico, tutti si capivano e usavano la lingua perfetta. Però voler costruire o meglio erigere questa torre itifallica era decisamente troppo, Dio se ne ebbe a male e confuse le lingue.
E anche qui fior fiore di filosofi ed eruditi a chiedersi nei monasteri sperduti nel tempo cosa potesse significare, quel confondere le lingue. Nessuno capiva più quell’altro, non si poteva più costruire la torre. Quel burlone di Dante disse che Dio in quel momento aveva inventato i gerghi professionali, quindi il manovale non capiva più il capomastro che non intendeva più cosa dicesse l’architetto, e in effetti come spiegazione funziona.

Ma a noi qui interessa la rappresentazione. Nel linguaggio, in tutti i linguaggi, in tutti i testi. Verbali, scritti, iconici, cinematografici, fotografici.
La semiotica ha “espulso il referente” molti decenni fa. Il linguaggio funziona anche se non esiste quello di cui sto parlando, possiamo parlare di unicorni o di sesso degli angeli per secoli, il linguaggio è simbolico, manipolabile e manipolatorio, non ha logica, è autocontradditorio, poggia su paradossi, non posso uscirne per spiegarlo, non ha pretese di verità ovvero non fa nemmeno finta di cogliere univocamente ciò a cui – concetto o percetto o atto o oggetto di realtà – intende riferirsi, è simbolico, cambia le regole nel tempo e cambiano morfologia semantica e sintassi, abitiamo linguaggi che ci tradiscono, ci affezioniamo a parole che hanno senso solo per noi e solo in quel momento, magari sappiamo pure che il linguaggio è menzogna però continuiamo a dare fiducia, ci piace ingannarci, amiamo la gabbia dorata, ci facciamo dei film, coloriamo le situazioni, inquadriamo e incorniciamo, ci crediamo sani e siamo sull’orlo del delirio.

Ci culliamo nel sogno di poter fare esperienza dell’esperienza dell’altro, ma possiamo solo fare esperienza del comportamento dell’altro, e scommettere che il suo comportamento sia coerente con la sua esperienza. Però stiamo leggendo secondo i nostri codici interpretativi, e proiettiamo sull’altro una simile costellazione di strategie e desideri e aspettative che sono nostri, soltanto nostri.
Illudendoci. Qualche volta pigliandoci, per motivi statistici, spesso al di là dell’intenzionalità del parlante.

Poi ci sono quelli che credono, senza alcun dubbio, alle news su Facebook, ai follower di Instagram, che Phoshop non esista, al fatto che il mio profilo stia avendo successo su LinkedIn.

E io vorrei che io voglio

Il buio abita nel buio delle case
il catalogo-frangette*, bordo della strada
e gli alberi hanno i rami luuunghi, e i pini corti
E io vorrei che io voglio
appendere due furgoni agli alberi, con un gancio.
Il biscotto lo inlatto nel latte
è troppo buono, mi piace, è furbacchione!

Jacopo Jannis, tre anni e mezzo, nel marzo 2017
*catarinfrangente

Nel consueto e nel noto dello spazio domestico, da sempre vissuto come caldo e rassicurante, il giovin poeta scopre ombre e timori, ravvisa quell’Altro-da-sé come piega dell’inquietudine, bisbiglìo obliquo della quotidianità.
Eppur subito lo slancio vitale prepotente s’orienta e s’inerpica verso la Luce, stabilisce forte la cesura netta tra Io e non-Io, il limite del proprio definirsi, la frattura del Senso indotta dall’epifanìa improvvisa del Segno, e insieme al contempo il percorso e la direzione.
Ecco dunque emergere la descrizione del Mondo, ecco ciò che è, e non può non essere: la meraviglia dello sguardo, e la catalogazione dell’Essere, ripostiglio recondito di alterità assoluta, scrigno inesauribile della eterna pulsione a nominare le cose, ordinandole e giocandole e rigiocandole.
Tutta l’Umwelt diventa playground: l’affermazione perentoria e volitiva della soggettività, ribadita e marcata e sancita, negoziata e ratificata nella nascente socialità dell’Io, sottende quel poter-fare concreto del Poeta ora in grado finalmente di agire sul Mondo, di modificare l’ambiente vitale a proprio esclusivo piacere, nel Desiderio compiutamente divenuto Gesto, atto consapevole di Parola fecondante, una Realtà gravida di forme ed eloquente di possibilità e infiniti significati.
Il Piacere, troppo umano e divino, suggerisce e guida adesso l’intuizione, la ricerca manipolatoria, la congettura dell’ipotetico. L’esplorazione e l’intersecarsi dei sensi costruisce piani di realtà prima letteralmente impensabili, il fuori diventa dentro, l’identità affermata e desiderante, indubitabile e scolpita, si compiace del proprio scegliersi e sciogliersi senza fine nel fluire immoto nella tazza del Divenire.
L’inquietudine forse ora è appagata, ma per un sol attimo: c’è come sempre una porta socchiusa, c’è l’inganno delle cose che guizzano, l’apparenza dalle vesti cangianti, l’irrompere di uno sguardo o l’incrinarsi di una superficie, il biscotto che zuppo si spezza, lo splash nell’atavico nutrimento, la risata panica della gioia sorpresa a divertirsi.

Jannis Father and son

I sommari che non uso

jannis

1. La Cultura digitale e l’avvento delle rete Internet, l’espressione di sé e l’informazione immediata e ubiqua, hanno modificato il modo in cui percepiamo e nominiamo sia noi stessi come collettività sia il territorio dove storicamente risiediamo. Sono grammatiche di socialità nuove da conoscere necessariamente per comprendere i moderni meccanismi della comunicazione, sono nuove forme dell’abitare dove smartphone e social network rappresentano gli strumenti e gli ambienti della nostra partecipazione civica e lavorativa. Dalle nuove mappe dei Luoghi fisici e digitali che tutti contribuiamo a creare quotidianamente emergono percorsi di narrazione e dell’identità per la promozione territoriale.

2. Come raccontiamo noi stessi, nel mondo fisico e in quello digitale? Qual è la nostra identità come collettività che risiede su un territorio connesso? Per rispondere dovremmo innanzitutto chiederci chi siamo, e quindi decidere che immagine dare di noi. Serve uno specchio: la rete Internet sta facendo emergere, nei suoi strumenti e ambienti — smartphone, social network — rappresentazioni delle collettività inaspettate e inesplorate. Grazie alla comprensione delle nuove grammatiche della socialità connessa e delle nuove forme di cittadinanza digitale possiamo redigere percorsi di storytelling territoriale, per finalità di promozione socioculturale o turistica.

3. Gli strumenti e gli ambienti digitali — smartphone e social network — che tutti noi utilizziamo e frequentiamo quotidianamente fanno emergere rappresentazioni del territorio e della collettività nuove, differenti da quanto accadeva fino a pochi anni orsono. Le tecnologie della comunicazione modificano la nostra percezione e i nostri comportamenti, la nostra partecipazione ludica civica e lavorativa innerva nuove forme dell’abitare e dell’aver cura degli stessi ambienti fisici e digitali dove costruiamo identità individuale e collettiva. Grazie alla comprensione delle grammatiche della socialità connessa possiamo costruire nuovi percorsi di narrazione per la promozione territoriale.

4. Dieci anni di smartphone, dieci anni di social network. I luoghi digitali che noi tutti quotidianamente frequentiamo lasciano emergere impensate rappresentazioni dei territori fisici e delle collettività che li abitano, fotografie di chi siamo, mostrandoci nuovi percorsi possibili per l’allestimento e la narrazione delle identità sociali delle Pubbliche Amministrazioni, delle imprese, delle nuove forme di partecipazione civica della Cittadinanza digitale. È necessaria una comprensione dei nuovi ambienti comunicativi digitali, per la progettazione di una promozione socioterritoriale in grado di esprimere originalità e autenticità con il giusto tono di voce, capace di cogliere l’unicità e lo stile proprio dell’abitare di ogni collettività.

Di notte mio padre scrive della notte

ANSIOSE DOMANDE SENZA RISPOSTA

O notte, notte mia, così buia e profonda.
Senza stelle ed i rumori del giorno. Stimoli pensieri che penetrano l’oscurità e favoriscono la caduta nell’Ignoto, nel quale inevitabilmente m’immergo, annaspo per poi precipitare in un orrido abisso senza fondo e pieno di freddo e paura, dove la mia ragione perde ogni facoltà di scelta e decisione. Il cervello si blocca e subisce il tuo lugubre silenzio.
Non spieghi perché sono nato e dovrò morire, così come un cane, un fiore, l’umanità intera.
Rappresenti un quadro vuoto nel quale inutilmente cerco di capire il senso della vita e la fase tua rispetto alla tranquillante luce del giorno, che sarebbe poi quella finale, la più triste, scontata, che mi riporta al quel buio pesto cui mi ero rivolto.
Sei il nulla, odiosissimo Ignoto. C’è chi vede in te la Fede e la Speranza, per altri, me compreso, sai soltanto trasmettere tenebre, freddo e paura di morire.
Domattina sorgerà il sole. Io ci sarò, tu no. Ci sarai domani sera, lo so, ma sii certo che  non ti farò più domande, conscio che sei solo il freddo e buio Ignoto, incapace di essere Chiaro sia quando ho gli occhi aperti, sia quando li avrò chiusi.

[Italo Jannis, 82 anni]

Mostri e specchi

mostri e specchi - jannis.it

[Premessa: questo è un post originariamente scritto su Facebook. Prende le mosse dall’annuncio di un convegno a Trieste promosso per ragionare riguardo gli hatespeech in Rete, sessismo e razzismo. Rifiutando soluzioni tecniche, legislative o buoniste, ho allargato il discorso.]

Ok, Parole O_Stili. A Trieste, 17 e 18 febbraio.
Ci andrò, perché ci saranno amici da salutare. Ci andrò, perché magari qualche ragionamento valevole di attenzione potrebbe saltar fuori. Ci andrò, perché ben venga in ogni forma un’esplicitazione del fenomeno e una presa di coscienza.
Ma qual è il “discorso” del convegno, qual è la filiera? “Ommioddio è oribile” -> “Signora mia dove andremo a finire” -> “Basta, qui bisogna fare qualcosa” -> Leggi liberticide? Il Galateo del XXIsec. con ban e processo incluso? Il Grande Manifesto dell’Italia Migliore per l’Ecologia Buonista della Rete, con la faccia di Boldrini e Mentana? Allora meglio Selvaggia Lucarelli che telefona a casa ai cretini, uno per uno.

Vent’anni fa litigavo e venivo insultato pesantemente sui newsgroup di italianistica, figuriamoci, e stavamo discutendo della [r] polivibrante alveolare, mica di calcio o di vaccini.
Vent’anni fa esatti scrivevo un progetto sulla legge 285/97, la legge Turco sui minori, riguardante la necessaria impellente (ahaha) promozione di una comprensione dei risvolti sociali dei nuovi mezzi di comunicazione digitale, iniziativa che poi avrei co-coordinato per i successivi tre anni su un intero ambito socio-territoriale lavorando mille ore nelle scuole dell’obbligo, parlando a studenti insegnanti dirigenti e genitori. Pubblicazioni, convegni su convegni, tutti che dicono di sì con la testa e poi prontamente dimenticano, e regalano uno smartphone al figlio in prima media.

Niente di nuovo sotto il sole e sullo schermo, e l’indicazione dell’approccio educativo è rimasto quanto di più vicino sento al mio modo di pensare e agire rispetto al problema. Ma vi ricordate rotten punto com, i vari siti di gore, 4chan, blog orribili? Vi ricordate le reazioni dei politici e dell’opinione pubblica ai bonsai kitten? Avete mai avuto per le mani dieci ragazzini di un istituto professionale nella profonda provincia, e dover essere educatore? Avete mai visto i log dei server scolastici o anche solo la cronologia del browser di un’aula multimediale dieci anni fa, quando ancora non si prendevano provvedimenti tipo blacklist (che ridere) o tracciamenti identificativi? Sapete dove vanno i quindicenni in motorino? Sapete dove vanno i quindicenni in Rete? Sapete distinguere porno sano da porno malato, e quello che pochi anni fa era extreme ora è mainstream? Quali soddisfazioni e quanta autostima può dare blastare la gente, avere l’ultima parola tranciante, insultare pesantemente, discutere per vincere? E sto parlando dei bar, mica solo dei gruppi chiusi di facebook.

Un LOL ci seppellirà, spazzando via secoli di usi e costumi, patine di civiltà, incrostazioni superficiali di galateo, forme di convivenza sedimentate nei rituali sociali, nelle parole ormai inadeguate a veicolare i sentimenti che premono dentro a individui e gruppi sociali, viviamo tutti “fuori dai denti”.
Paura e ignoranza, mancanza di moralità, un’estetica ricalcata su calciatori e veline o personaggi trash del sottobosco mediatico, figure pubbliche lorde di fango, capi di governo impresentabili, assessori arroganti di paesi grandi come due condomini, capiufficio fascisti, meritocrazia calpestata, nessuna prospettiva rincuorante di vita lavorativa, congiuntivi dimenticati e analfabetismo funzionale, giornali quotidiani scandalosi e scandalistici, clickbait forsennato, l’urgenza di trovare un nemico contro cui scagliarsi oppure crearlo bello nuovo ogni giorno, nessuna stella polare su cui orientarsi per costruir sé stessi intorno a un nucleo di dignità… son tutte cose che bruciano bene, la fiamma sotto la pentola a pressione della socialità ora è molto più forte, le valvole cominciano a fischiare. Il magma sotto il vulcano si agita, mille fumarole che si attivano sono sintomo di eruzione esplosiva imminente.

E forse il vulcano, quella crosta solidificata è proprio la forma della civiltà e della convivenza e dello Stato che abbiamo costruito nei secoli, sistemi di premi e punizioni che hanno permesso di ingabbiare e reprimere, reindirizzare le pulsioni, sublimandole grazie a mediazioni, agenti intermedi, patti sociali, sicurezza e sanità e scuole in cambio di tasse, istituzioni come banche e tribunali e carceri e manicomi. È tutto saltato, deal with it.

Uno strano romanzo, una narrazione imprevista, un plot twist, un salto dello squalo nella storia che raccontiamo a noi stessi per definir chi siamo: il protagonista, ovvero la società tutta, d’un tratto si scopre diverso da come pensava di essere, scopre la propria identità essere un camuffamento, c’è uno svelamento e un’agnizione di sé stessi prima letteralmente impensabile, la maschera d’oro cade e mostra la carne, il personaggio nel suo voler-essere congiunto a certi valori apollinei viene sgambettato dal fare concreto, dalle sue stesse azioni dionisiache ebbre e sanguinolente, la nobiltà pretesa viene tradita dal linguaggio plebeo e prevaricatore, la generosità compromessa dal tornaconto personale. La società oggi è *incongruente*, non vi è sintonia tra la testa e la pancia, o meglio tra l’immagine che intendiamo e pensiamo di dare di noi e l’effettivo agire e comunicare, una contraddizione in doppio legame tra quello che affermiamo con le parole e i gesti con cui il corpo mette in scena l’inganno, non potendo nascondere le emozioni.

Per secoli le forme espressive culturali quali la letteratura, la pittura, il teatro hanno messo in scena la nostra interiorità, le regole, i valori in cui volevamo credere, nonché con piccole infrazioni delle regole le “devianze” storicamente necessarie al superamento di paradigmi obsoleti secondo cui intendere il nostro “giusto” stare al mondo come collettività.
Le finte narrazioni del nostro crederci (volerci-credere) animali superiori edulcoravano la realtà spargendo lustrini e autostima, le finte narrazioni del Potere manipolavano gli animi tenendoci dentro uno status quo sempre più gabbia, riconducendo i rivoli della rabbia dentro l’alveo del conformismo e degli schemi capitalistici del “produci consuma crepa”, pane e circo. Ma si tratta di un mondo finto, congelato, dove nulla si muove, dove l’arco della mia esistenza è pre-scritto nella menzogna di una falsa coscienza di cui era facile esserne incoscienti o accettarla come bugia necessaria.

Invece l’azione narrativa o scenica ha bisogno di azione, altrimenti non esiste nessuna storia da raccontare. E i mass-media del Novecento questo volevano, per la loro capacità di raccontare il divenire in tempo reale: volevano eroi contro il sistema. Eroi vincenti, eroi perdenti. Ribelli con o senza motivo, ma che muovessero gli eventi. Tuttavia il sistema era ancora molto intermediato, bisognava ancora imparare un’arte e possedere risorse economiche ingenti per mettere in scena la propria narrazione o dettare l’agenda con il cinema o con la televisione. Ora non più. Con un telefono cellulare ho la potenza mediatica di un tg di dieci anni fa, posso filmare e scrivere e pubblicare in tempo reale su scala planetaria. Ci sono, partecipo, dico la mia.
E dopo il teatro la pittura e la letteratura, facilmente manipolabili e censurabili in quanto dipendenti da sistemi economici di potere per la diffusione delle loro opere, ora abbiamo la Rete.

La Rete è lo specchio dove l’umanità oggi riconosce sé stessa, uno specchio molto meno deformante rispetto ai dispositivi di rappresentazione di sé (individuo e collettività) del passato, il luogo polivocale e immediato dove nessun camuffamento d’identità è possibile come maschera univoca, dove le collettività vedono emergere la propria identità nelle mille facce di cui sono composte e non solo quella messa in scena dai padroni del vapore.
In tal modo prendiamo coscienza di noi stessi, e prendiamo paura, perché non siamo chi pensavamo di essere e chi volevamo essere. L’Eroe ha rotto l’incantesimo, ora può vedere, ma ha perso sé stesso nell’acquisire questa nuova competenza. Non può portare a termine il programma narrativo, non può agire, tutto va rinegoziato, ogni singolo valore ogni tensione e aspirazione.
Siamo dei mostri, e non servirà coprire gli specchi con i lenzuoli.
Ripartire da zero, anzi da uno. Perché ora sappiamo. E anche senza avere ideali irrealistici, possiamo costruire noi stessi su una percezione maggiormente chiara e distinta. Possiamo trasformare l’agire in fare. Il cieco agire in fare consapevole, misurato, responsabile delle conseguenze, attento al contesto. Perché le parole hanno molti significati, il contesto attribuisce il senso.

L’Io della collettività è costituito dall’Io e dalla circostanza della socialità (anche mediatica) che lo contiene, non c’è dentro e non c’è fuori.
Questa mia generazione ha il compito immane di traghettare tutta la propria millenaria Cultura nel Mondo Nuovo, territori che per primi abbiamo esplorato senza mappe, costruendo avamposti. Questo e solo questo possiamo indicare alle prossime generazioni: l’urgenza di progettare modi nuovi di concepire e innervare la socialità dopo il Diluvio digitale, realtà e stili e modi che siano appropriati al loro sentire e desiderio di costruire spazi di civiltà adeguati, secondo visioni e approcci che non ci appartengono, ma dentro cui loro potranno ristabilire i valori di fratellanza e solidarietà e di giustizia e di bellezza, se lo vorranno.

Andiamo avanti

Trent’anni almeno di televisione “selvaggia”, da altrettanto si parla di educazione ai media, intendo proprio da fare a scuola, con approcci centrati sulla consapevolezza della fruizione, sulla grammatica del flusso televisivo, sulla promozione di competenze di lettura critica dei messaggi. Eppure non si è concretamente mai visto nulla di tutto ciò, fatti salvi i soliti quattro gatti di docenti eccentrici.
Forse il Potere non aveva intenzione di fare “alfabetizzazione televisiva”, cosa dite? Chi mai ha parlato di vietare la tv? Magari gli faceva comodo tramite lo strumento indottrinare e persuadere, come esplicitamente sappiamo dagli anni ’50, se non prima (le riflessioni sulle teorie della propaganda mediatica).
Però adesso è giunta l’ora di una alfabetizzazione digitale, sissignori. Sulla cui necessità peraltro io sbraito da vent’anni, professionalmente remunerato per farlo, ve lo dico subito.
Perché qui in Rete ora parlano tutti e l’autorità è saltata e non è cosa, eh, non va bene. Bisogna nor-ma-re.
E siamo qui a discutere di censura, pro o contro, guelfi e ghibellini come sempre, invece di chiederci il solito “cui prodest?”, invece di interrogarci sui motivi (convenienza? populismo? senso civico? sincera preoccupazione?) che portano i pubblici decisori a decretare la necessità di un controllo, di un giro di vite, di una censura preventiva.
Cosa vorrebbero, lor signori, il patentino per accedere al web? Patente A solo per leggere, quella B per commentare, quella C per i carichi pesanti, ovvero ardire addirittura ad avere un sito o un blog e produrre contenuti, pubblicarli senza chiedere permesso a nessuno?
Ho sempre visto la paura – dinanzi a ciò che non si conosce e non si può controllare – irrigidire la mente delle persone e paralizzare le loro azioni, dirigenti scolastici o sindaci o imprenditori, quando si trattava di comprendere e sperimentare minimamente le nuove forme di socialità e di arricchimento culturale che la Rete può offire.
Siamo dentro questo gigantesco mutamento del modo di darsi al mondo della specie umana, nelle relazioni interpersonali e nella comunicazione, ogni giorno vediamo nascere situazioni di cui prima non potevamo nemmeno concepire l’esistenza, mancavano i contenitori e i linguaggi delle nuove forme di realtà.
Se metto in atto dei “piani ministeriali per la formazione all’abitanza digitale”, chi li redige? Persone novecentesche, lente e sconnesse? E il sistema giuridico, pachidermico, come può rapidamente sentenziare su quello che quotidianamente si manifesta nelle società moderne, azioni per cui non esistono nemmeno parole per definirle? E le Pubbliche Amministrazioni, e la Politica, come può compiutamente dirsi “trasparente” senza giocare proprio sulla ambiguità di questa parola (se è trasparente, non si vede: ma io vorrei invece vedere tutto), e furbescamente sancire la propria ragion d’essere nella manipolazione del “sembrare trasparente”, visto che in fin dei conti vuole stabilire cosa possiamo o non possiamo vedere?
Sì, ci aspettano molti anni di “barbarie”, di sgretolamenti dei macro-paradigmi su cui l’intera civiltà umana si è costruita negli ultimi cinquecento anni, di negoziazioni e ripatteggiamenti delle identità individuali ormai prepotentemente connesse alla Rete e grazie alla Rete sviluppatesi e interconnesse agli altri, delle identità – in quanto essere e fare – di enti governativi e soggetti collettivi minate alle fondamenta dai nuovi modi di intendere e vivere la socialità, il desiderio, l’affettività, la maturazione di una visione del mondo, l’immaginario tutto.
E in una dimensione organicista, credo che la mutazione – progettata o casuale, educazione formale o autoapprendimento – e non l’irrigidimento sia la soluzione: dinanzi a nuove condizioni ambientali ovvero socioculturali su scala planetaria andrebbero favorite promosse sollecitate nuove sperimentazioni locali di sistemi sociali (giuridici, legislativi, formativi, nonché sul piano relazionale interpersonale), e queste sperimentazioni dovrebbero essere molte e di tipo diverso, per vedere quali maggiormente si adattano ai nuovi contesti di vita degli umani, per poterne poi trarre insegnamento.
Ci vuole coraggio, e fiducia.
Le nuove generazioni si muoveranno tra le macerie di questo terremoto culturale, eppure stiamo insegnando loro a camminare schivando i pericoli che conosciamo, auspicando sappiano domani distinguere i pericoli che ancora non conosciamo: eppure devono andare, senza proibizioni e senza divieti.

Un muro. Foto presa da Corriere.it

Non è un Voi, è un Loro.

Non è un Voi, è un Loro.

Questa foto è un muro, e come tale va figurativamente interpretata.
Poi vengono le parole.

Le parole utilizzate dai capi di Stato, molti di loro già smascherati come ipocriti per l’incoerenza tra le loro azioni passate e la loro presenza a Parigi, sono specchi per parlare di sé, ombelicali, emblema di chiusura: Hollande parla di “Parigi capitale del mondo”, ponendo un Noi ineluttabile; Renzi parla dei “nostri” valori”; Netanyahu pone esplicitamente “il nemico”; Cazeneuve parla subito di frontiere da controllare, includendo internet quale luogo dove far rimuovere da parte di società web contenuti illegali, dichiarazione apologetiche, incitamenti all’odio.

Non dimentichiamoci che alcune scelte sono state fatte subito, stabilendo chi invitare e chi lasciare fuori, a esempio movimenti politici francesi certo scomodi per la linea che si voleva dare alla rappresentazione teatrale di ieri, senza considerare che proprio questo fare contraddiceva le parole che si intendevano pronunciare.

Sul piano discorsivo, appunto, l’intera retorica della manifestazione trasuda chiusura, pone un NOI fittizio, artatamente costruito e messo in scena come omogeneo, che come conseguenza nell’alveo del discorso istituisce non un VOI — sarebbe un attore legittimo del Dialogo, interlocutore ratificato — ma un LORO, estraneo, intoccabile, ignoto e incomprensibile, minaccioso.

Una mancanza di apertura, un ritorno al noto e al medesimo, una denegazione dell’Alterità, in un discorso nettamente politico, il quale non tiene in considerazione le conseguenze del proprio dire, essendo tutto ripiegato su sé stesso, muro contro muro.

Non so se la miccia sia accesa, ma so che gettare benzina è stupido.

Turismo locale, storytelling - Giorgio Jannis

Format di turismo locale, e narrazioni social territoriali

Format di turismo, social media, user-experience, dimensioni affettive, web marketing, narrazioni territoriali: tutto si tiene.

Incollo qui una cosa rapida che ho scritto ieri su Facebook. Per un motivo semplice: tutti gli approcci di marketing moderni ci dicono che quello che in realtà si vende è l’esperienza del servizio o del prodotto per l’utente, quindi tutto l’aspetto connotativo della fruizione di quel bene materiale o immateriale, il piacere, l’emozione, la qualità di quella nicchia di tempo e spazio dove chi compra valuta meritevole insediarsi, per ritagliarsi un momento per sé.

Conseguentemente, da parecchio tempo il mantra del marketing moderno è diventato “bisogna progettare delle esperienze”, meglio ancora se nel caso di social web marketing vengono concepite da subito, nativamente, delle progettazioni riguardo l’esperienza di una intera community, la quale poi, essendo intessuta di passioni e abitando attivamente una qualsiasi piattaforma, se ben coinvolta – senza raccontare fuffa, con originalità e autenticità – saprà dare gambe alla value proposition, che appunto sempre meno riguarda il singolo prodotto o servizio, ma piuttosto l’esperienza “di vita” che quel prodotto o servizio mi promette e mi garantisce.

Se devo promuovere un prodotto enogastronomico, a esempio, quindi direttamente legato a uno specifico territorio in modo non altrove replicabile, non posso non concepire il marketing in ottica di promozione turistico-territoriale. Il compratore vorrà affezionarsi al processo di coltivazione o di produzione, vorrà conoscere il vignaiolo e parlarci, vorrà soggiornare in loco e non in anonimi alberghi ma in luoghi caratteristici, vorrà in qualche modo partecipare alla realizzazione di quella bottiglia di vino o di quel prosciutto, per appunto far parte di un’esperienza unica: in tal modo maturerà un sentimento di appartenenza a quel territorio, dimensioni psicologiche affettivamente connotate che donano identità e senso al fruitore di un bene che è ben più ampio del comprare vino online.

Conseguentemente, tutta la narrazione sul prodotto va reimpostata sull’esperienza-utente; la conversazione sui social media va improntata sul feedback del cliente – la sua narrazione diventa la conversazione, smettiamola di parlare del prodotto; il social web marketing dovrà comprendere la necessità di inseguire i clienti attuali fidelizzandoli con approcci rispettosi della persona e dei suoi sentimenti, piuttosto che dilapidare patrimoni nella ricerca di nuovi like e fan e follower sperando in una lead generation che porti al semplice acquisto del prodotto, per poi abbandonare l’utente. Ma questo è un altro discorso, lo affronterò più avanti.

Qui sotto, il post su Facebook.

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Ma guardate qui. E faccia un ragionamento chi progetta esperienze turistiche e relativo storytelling in FVG.
Metti cento russi su un aereo, li fai atterrare a Ronchi dei Legionari, poi li porti a dormire in bed&breakfast con agriturismo, in qualche magnifico borgo rurale lì al centro della mappa tipo Clauiano o da qualche parte lungo il Torre. Poi nel raggio di VENTI CHILOMETRI gli organizzi le escursioni: Aquileia per cose romane e romaniche, Cividale per i Longobardi ottavo secolo, Palmanova e Gradisca come fortezze rinascimentali e secentesche, Torviscosa come esempio urbanistico pregevole di città di fondazione novecentesca. Se vogliono, si allunga fino a Udine, fino a Grado, fino a Marano, fino a Villa Manin, fino a San Daniele, fino a Trieste. Li porti a mangiare ovunque, li porti sul Collio o sui Colli Orientali a bere vino sopraffino, li fai passeggiare nelle vigne e nei castelli. Tutti in furgoncino, e via andare, felici e contenti. Oppure comitive di russi in Vespa.

jannis

A cosa servono i social

“La nostra esperienza non è costituita da un insieme di elementi puntiformi che si associano, ma da percezioni strutturate di oggetti e/o reti di relazioni, e che solo in questo campo di relazioni trovano il loro significato” leggete di Kurt Lewin su wikipedia, leggete di Teoria del campo, se volete. E poi pensate ai social, proprio come ambienti sociali, pensate ai significati condivisi che fanno emergere, attestandoli, facendoli diventare testo, patteggiato e negoziato, quando prima erano soltanto brandelli sfilacciati di melodie di pensiero sparse nelle teste, negli oggetti, nei luoghi del mondo. E per mantenere l’accento sulle relazioni, pensate ovviamente alla sintassi che lega e dona senso alle persone, alle loro posizioni esistenziali, a valore alle loro parole gettate.

C’era questo gioco di gruppo, molto eloquente e interessante per gli psicologi dell’età evolutiva, che qualche volta, molti anni fa, ho provato a condurre nelle classi scolastiche delle scuole primarie. Si tratta di una metodologia per rendere visibile la sintassi delle relazioni presenti all’interno di quel peculiare gruppo sociale costituito dal gruppo-classe, indagando in particolare due dimensioni: la leadership attribuita secondo la rilevanza dell’essere bravi a fare i compiti e quella relativa all’essere quelli preferiti per andare a giocare assieme. Sfera professionale e sfera ludica, rese visibili dal Luminol delle forze che agiscono nel campo.

A ogni bambino della classe, chiedete di scrivere su un foglietto il nome del compagno con cui vorrebbero fare i compiti o studiare insieme, e quello con cui preferirebbero andare a giocare. Poi radunate tutti i foglietti, e sulla lavagna cominciate a disegnare il grafo delle relazioni – può essere fatto anche in forma anonima, senza svelare chi vota chi, ma solo segnando le preferenze raccolte da ciascuno. Alla fine l’educatore vedrà emergere appunto i due leader della classe, quello “bravo” e quello “simpatico”, e potrà impostare un lavoro sul gruppo sapendo dove orientare i suoi sforzi per ottenere una maggiore leva al cambiamento dei comportamenti.

A questo, diciamocelo, potrebbero servire i social network. A far emergere i leader. Ok, lo hanno sempre fatto, anche prima dell’elettricità, e lo continuano a fare dentro Facebook e Twitter… però in modo per così dire “informale”. Ci sarà sempre qualcuno che esprime buoni contenuti e/o adotta uno stile adeguato a bucare lo schermo, verrà likato e amicato e followato da molti, ed emerge.

Io vorrei proprio invece una votazione collettiva. Una presa di coscienza. Prendiamo ogni nostro amico su Facebook, e per ciascuno che riteniamo papabile esprimiamo da uno a dieci un voto secondo quella  che riteniamo sia la sua capacità di leadership professionale (“lavora bene? sa gestire la complessità e l’emergenza? sa far fruttare i soldi? ha spirito imprenditoriale? sa governare tre o trenta milioni di persone? ha metodo? ha competenze? ha visione e comprensione del bene comune?) nonché con un altro voto valutiamo la sua attitudine a far star bene gli altri, quindi premiando la dimensione dello spirito, della comicità, dell’ironia, dell’empatia, del gioco, della compassione, dell’affettività. Votiamo chi ha testa e chi ha cuore. Così, secco, milioni di voti raccolti nel corso del 2015, e poi vengano mostrati i risultati.

A quel punto abbiamo i nominativi per rappresentare la testa e il cuore dell’Italia.

Foley - Jannis

Foley, ISIS, e la retorica dell’effetto-realtà.

La diffusione del video da parte dell’ISIS della decapitazione di Foley è un caso mediatico.

Perché, come subito in parecchi hanno notato, il video è montato, costruito, progettato. Contiene artefatti accortamente introdotti sul piano discorsivo e narrativo, sia sul lato dell’espressione sia su quello del contenuto, che in quanto stilemi facilmente decodificabili (secondo quale stilistica e codici? vedremo) cercano di affermare la veridicità, però non secondo una ricerca di trasparenza – anch’essa in ogni caso sempre “messa in scena” nell’effetto realtà. Nell’orizzonte delle attese del lettore, che siamo noi occidentali – non so bene cosa significhi, in questo contesto – qualcosa rimane insoddisfatto. Proprio perché la proiezione delle nostre aspettative su ciò che stiamo guardando non si incastra con il modo in cui la narrazione della decapitazione viene resa.

Qualcuno in Rete parlava di Brian De Palma, per citare un regista che esplicitamente come linea poetica (e Antonioni, e altri, certo) cercava di interrogarsi sugli effetti di realtà tramite l’opposizione vero/falso e falso/vero. Perché comunque siamo all’interno di un universo di discorso, che pone sé stesso in quanto rappresentazione e dissemina degli indizi per la propria comprensione, per la leggibilità del testo. E l’obiezione immediata è che nel nostro orizzonte di attese sopracitato quel video avrebbe dovuto essere piuttosto crudo, senza tagli e montaggi, un piano sequenza – l’elemento grammaticale della “presa diretta” sulla realtà, appunto, senza mediazioni. E invece questo video è montato. E qual straniamento, Verfremdungseffekt, ci viene da questa organizzazione del discorso.

Forse il “regista” pensava di essere più realistico in questo modo? Secondo quali codici espressivi, quale “poetica”? Ovvero, quale era la sua idea di “lettore modello”, per confezionare in tal guisa il suo messaggio? Oppure, come DePalma o altri ormai banali (trent’anni di massmedia scavano in noi) espedienti cinematografici, sta tessendo una narrazione disseminando sgambetti e inciampi alla nostra interpretazione? Oppure il fatto che, come l’incappucciato inquadrato, l’autore fosse forse inglese british e quindi fosse presumibilmente imbevuto in profondità di cultura occidentale gli ha fatto progettare (consapevolmente o no? qui il nocciolo per provare a decodificare l’intenzionalità autoriale, ovvero attribuire appunto una poetica) la realizzazione del video in quel modo, prima ancora di girarlo? Forse era semplicemente un appassionato di Premiere o Vegas o altri software di videoediting, e si è sbizzarrito come chi a livello amatoriale montando il video di un matrimonio eccede in dissolvenze incrociate e improbabili tendine? Perché? Perché?

Oppure, come dicevo sopra, il problema siamo noi. Inventio, dispositio, elocutio, in ogni aspetto ci sono domande. Decenni di retorica mediatica, o dovrei dire grammatiche per schivare la connotazione ormai decisamente negativa del termine, hanno costruito in noi delle attese, anticipazioni rispetto a ciò che il messaggio mediatico sta per narrarmi. Il messaggio è “ben formato” in sé, però cozza con le nostre aspettative riguardo la coerenza e congruenza con il contesto enunciazionale. Non è adeguato.  Non avrebbero dovuto farlo così. E anche qui mi chiedo perché, perché secondo i nostri codici non è adeguato. Perché se siamo catturati nella costruzione di un frame linguistico e mediatico dall’ISIS progettato e quindi imposto, la nostra reazione avrebbe dovuto essere automaticamente di sdegno e orrore e condanna, e così è, ma in modo nuovo, mediato, entrando e uscendo dalla fiction e dalla presa diretta. Eppure non si fa così, c’erano modi migliori per farlo, pensiamo noi. Perché? Perché?

Non riesco a venirne a capo, nessun cui prodest mi aiuta, nessuna possibile strategia narrativa praticabile da ancorare ai ruoli, in questa situazione del far sapere.

Sospendo il giudizio. Il regista è uno che si diletta di videoediting, questo posso dire.

yo - www.jannis.it

YO! Furbetto e lungimirante

Con Yo ci sei, e inneschi scintille, e ingaggi

Credo di essere stato velocissimo a installare Yo sul telefonino, forse maggio scorso, perché il concetto mi è piaciuto da subito. Yo è un single-tap zero character communication tool. Non potete scrivere niente a nessuno, semplicemente fare Yo, o pokare come si faceva una volta su Facebook.

Ma questo significa aver trovato una nicchia laterale, sempre esistita eppur forse quasi mai percepita e valorizzata, nell’ecosistema della comunicazione interpersonale mediata, ovvero tralasciare il contenuto del messaggio per concentrarsi sulla funzione fàtica del linguaggio (verificare il canale), a cui si aggiungono necessariamente piccole dosi di funzioni conative (interpellazione del destinatario, con richiesta di reazione) e referenziali (come deissi, un riferimento al contesto enunciativo). Vedi wiki per ricordarti di Jakobson.

Come molti già sottolineano – Federico Guerrini su La Stampa, Fabio Lalli che sottolinea gli aspetti economici dietrogiacenti, TechCrunch – quella che pareva una app interpretata all’inzio frettolosamente come stupidina si sta rivelando una macchina capace di amplificare notevolmente la nostra presenza in Rete, per il nostro stesso fatto di esserci e dire di esserci, facendo Yo. E la presenza su Web, tracciabile, già significa molto. Basti pensare all’interpretazione che diamo al “pallino” verde o rosso che rappresenta il nostro esserci e la nostra disponibilità, da ICQ a Skype a Hangout.

Detta ancora più filosoficamente, un “Io dico” è sempre un “Io sono io dico”, perché la voce ha un’origine, e ci situa nel mondo, in una circostanza di enunciazione, e quel dire veicola un’identità. Ora sul web quel semplice “Io sono”, quel “ci sono” fa già scoccare scintille sulle reti interpersonali mediate, la semplice presenza ingaggia software e persone a interagire con noi, messaggi estroversi che mandiamo e messaggi che possono raggiungerci, tramite i meccanismi automatici della Rete.

Ora Yo, che appunto non è un giocattolino come sembrava all’inizio, ha aggiunto dei servizi, rafforzando al contempo la nostra identità. Servizi per restare sintonizzati con quanto accade nel mondo, segnalazioni eventi e nuovi articoli su varie testate giornalistiche, uscite discografiche, annunci di Obama, oppure per dare dei comandi domotici e dire alle luci di spegnersi a casa nostra. Ma soprattutto Yo ora si interfaccia con IFTTT, e questo significa potersi programmare migliaia di azioni che possiamo compiere verso noi stessi, verso gli altri e verso gli spazi di pubblicazione, cliccando solo una volta. Qui è il valore, nella propagazione attraverso il sistema nervoso, prima ancora di una elaborazione cosciente dei contenuti.