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La Grande Bellezza | www.jannis.it Udine

“La Grande Bellezza” è un’impronta

La grande bellezza

“La grande bellezza” è blablabla.
“La grande bellezza” non è la Grande Bellezza. È chiacchiera che ottunde e confonde. In quanto rappresentazione è sintomo: in particolare è impronta, indica ciò che non appare e non c’è, segno d’assenza.

Tutto quello di cui il film parla non può essere narrato, se non in quelle configurazioni discorsive di superficie affettivamente connotate dei primi piani, o suggerito negli scorci architettonici codificati di Roma, oppure delineato dai richiami estetici espliciti sapendo che la luce e il colore sono il primo attore di qualsiasi rappresentazione, oppure ancora schivato come la rabbia di una bambina che mette in scena la propria rabbia.

Come il protagonista vuol essere re della mondanità per avere il potere di far fallire le feste, così il film allestisce al massimo grado la scena della costruzione della bellezza, per poter da sé sabotare non la bellezza, ma il discorso della Bellezza, inattingibile questo quanto quella ineffabile.

Consapevole di essere trucco, metalinguaggio, messinscena di una rappresentazione senza cui non vi può essere narrazione, “La grande bellezza” è umile.

Sapendo di dover puntare sulla seduzione della Bellezza, sul mistero, fa leva sul nostro voler-sapere schivando scientemente il pericolo di un dover-sapere, ovvero di una provocazione come modalità di manipolazione del lettore. Altrimenti fallirebbe, negherebbe il proprio negarsi al mostrare.

Il film resta guitto e allude, altro non può fare per chiamarci a giocare con lui.
Fermandosi sulla soglia della promessa, dell’apertura al mondo, nella notte illuminata ritmicamente da un faro di assoluto essere qui e ora.

La narrazione filmica come la socialità mondana verbalizzata dai protagonisti tiene compagnia e bonariamente ci prende un po’ in giro, e qui non mi interessano i richiami sociologici all’extratestuale della decadenza. Quel che mi piace è che il film sappia di non essere Bellezza e provi italianamente a illuderci.

La Bellezza è altrove, come forse ciò che non può essere detto e deve restar silente, e il film è il dito che indica la Luna. Non di lui devo parlare, non mi ha stupito, non mi ha educato, non mi ha divertito, non mi serve, ma in fondo l’arte non serve nessuno e nessuna cosa. L’arte è futile. E in questo “La grande bellezza” riesce a essere animato di leggerezza.

(Originariamente scritto su Facebook, qualche mese fa)

Parole dentro le parole

Avevo questa teoria, secondo cui le parole dentro le parole modificano un po’ il senso che diamo a quelle parole.
Prendiamo mascarpone, sappiamo che è un latticino, che viene dal norditalia, che è calorico. Attenzione, non è un formaggio. Neanche la ricotta è un formaggio, eh. Caglio, siero, un mucchio di microbi come catalizzatori, zangole per battere la panna e farne il burro, filiere alimentari, procedure. Oh, tecnologia, il linguaggio dell’abitare.
Insomma, scarpone. dentro mascarpone. Quindi non so a voi che effetto fa (siamo dentro dizionari personalissimi), ma dentro il mascarpone c’è lo scarpone. Si fosse chiamato mafarfalla, avrei avuto un’idea diversa di quel formaggio.
Oppure in inglese: pensate a irony, ironic.
Per me assomiglia più al sarcasmo, l’ironia degli anglofoni. Perché dentro irony c’è iron, il ferro.
E poi c’è europe. Che pronunci come You rope. La “rope” è la corda per impiccarsi. Lennon dice “money for dope, money for rope”. Anche Frank Black coi Pixies dice “Can you swing from a good rope”.
E allora se pensate a cosa pensa un inglese, quali aree neuronali si attivano per simpatia nel pensare Europe, gli vengono in mente cose così, anche se non lo sa.

Riprendiamoci il potere di dire cos’è arte

L’arte è il luogo che ci siamo inventati per raccontarci. Più di uno specchio, perché è situata. Contiene in sé una proposta di lettura, prevede un percorso dello sguardo, nasce da uno sguardo che nota qualcosa, un click, e magari possiede anche abilità artigianali per rappresentare questa visione in un qualsiasi media.
E’ il luogo dove riflettere (su) chi siamo, dove nascono i punti di vista per dare il nome al nostro abitare sul pianeta, per svelare i paradossi di quello in cui crediamo, per fare lo sgambetto, chiudere il circuito, mostrare ciò che sta dietro e a fianco dei messaggi che girano impazziti per tutta la semiosfera.
“Hey, ma l’Economia gestisce i Musei!” han notato gli attivisti dellal protesta Occupy.WallStreet, e adesso occupano i Musei, e giustamente De Biase rileva l’artisticità dell’azione.
Cerchiamo di ristabilire chi è che ha il diritto di dare un nome alle cose, e di smascherare inganni. Nel mondo moderno, NOI TUTTI diciamo cosa è arte – potendolo finalmente fare – e non di certo il mercato.
ps ho scritto “Hey” perché l’ho scritto in inglese americano.

Odifreddi anagrammato (beyond logic, human beings)

Come dicevo qua e là, ieri ero a Milano. Piergiorgio Odifreddi ha pubblicato un libro per Mondadori, Mondadori ha chiesto a Mafe e Gallizio di organizzare una presentazione pubblica, Mafe e Gallizio hanno invitato una ventina di persone per far domande a Odifreddi, e lì in mezzo, in una sala underground di un albergone di Milano proprio dietro il Duomo, c’ero anch’io.

Il libro di Odifreddi si chiama “Caro Papa, ti scrivo”, gli avevo dato una letta veloce, praticamente Odifreddi riprende degli scritti di Ratzinger di quarantanni fa e anche più recenti, e ribatte punto su punto a tutte le posizioni filosofiche e teologiche là argomentate contrapponendo la propria visione scientifica, le contraddizioni logiche, utilizzando le stesse parole del Papa per mostrare l’assurdità del credere. Questioni filosofiche e teologiche piuttosto approfondite, si scorazza avanti e indietro nei secoli partendo da Pitagora e arrivando all’epistemologia contemporanea, passando per un mucchio di logici medievali, cose di cui parlerei anch’io volentieri con Odifreddi, personcina a modo, spiritosa e chiacchierina, a tuppertù.
Ma molti di quei tipi presenti lì per fare le domande, economisti fisici markettari matematici letterati scienziati e anche uno toh cattolico si sono messi a fare le domande proprio sui contenuti del libro, l’incontro si è trasformato rapidamente in un match filosofico con citazioni e sottili distinguo, esplicitazioni e svisceramenti con Pietro Abelardo e Paul Feyerabend e altri venti pensatori degli ultimi mille anni gettati nella mischia, tutti a misurarselo con Odifreddi per vedere chi ce l’aveva più lungo, lo sguardo, e più larga, la comprensione.
Credo lo stesso Odifreddi si sia rotto le scatole a un certo punto, e abbia cominciato a rispondere un po’ trollando un po’ schivando i contenuti, perché un’ovvia lettura situazionale avrebbe dovuto subito rendere chiaro che il vero contenuto dell’incontro non era quello di imbastire un certamen logico-filosofico sui presupposti scientifici del Vangelo e sulla scientificità della fede religiosa, quanto quello di inquadrare il significato storico attuale di una pubblicazione di un pensatore dichiaratamente ateo che in una sorta di lettera aperta argomentata si contrappone al Papa reazionario e furbetto che oggi siede sul soglio pontificio, incastrandolo anche con fatti di cronaca recenti tipo quello dei casi di pedopornografia negli Stati Uniti.
In un mondo mediatico, in una situazione mediatica (tutto in streaming e #caropapa) progettata e realizzata per fare tamtam mediatico all’oggetto mediatico “Libro di Odifreddi contro il Papa”, il giorno stesso in cui i giornali raccontano come il Papa abbia inaugurato il suo Twitter personale utilizzando un iPad, la FORMA della situazione (il piano dell’espressione, sì) era il vero CONTENUTO di cui bisognava trattare.
Io ci avevo anche provato, durante il giro di tavolo di presentazioni iniziali, a chedergli questa cosa di Twitter, e lui mi ha prevedibilmente risposto dicendo che da sempre la Chiesa usa i massmedia (un conto è però un’enciclica, un conto sono i 140 caratteri di Twitter, gli avrei detto dopo). Bisognava parlare del suo parlare.
Verso la fine il discorso è andato a finire proprio sullo stile con cui negli ultimi anni Odifreddi abita dentro i massmedia, ospite dei talkshow a argomento similreligioso, e sono per fortuna arrivate alcune gustose descrizioni di cose che gli sono successe mentre era ospite da Vespa o da Augias in televisione, coloriture di contesto che hanno contribuito a chiarire (molto più di una disquisizione sulla natura ontologica della transustanziazione dell’Ostia, di cui si dibatte da 1800 anni senza risultato, fondamentalmente perché what cannot be told, must be silent, e la metafisica è cosa futile quindi squisitamente umana) la situazione attuale in italia di una conversazione pubblica riguardante la Chiesa e la religione – volevano censurare una sua battuta a rai3, per dire.
Questo era quello di cui si sarebbe dovuto parlare, imfho, il discorso attuale dell’ateismo e dell’agnosticismo nella realtà sociale italiana e internazionale, la politica della comunicazione della Chiesa, l’opportunità e il destino di una pubblicazione odifreddiana nuovamente e apertamente in contraddizione e nemica della visione cattolica.
Nel corso di quell’incontro dove tutti cercavano di essere logicamente intelligenti, spiritualmente argomentativi, mi ha fatto piacere che Odifreddi stesso abbia accennato al delirio psicopatologico, o al pensiero innescato da droghe psichedeliche, per mostrare come i valori di verità e di realtà del discorso umano scientifico e religioso siano semplicemente (parole mie) piani di narrazione e di autonarrazione, grammatiche storiche e storicizzate, e consapevolezza per lo meno da parte del discorso scientifico del valore ipotetico delle asserzioni, come buona epistemologia ci insegna, come la storia stessa del pensiero umano ci mostra.
E volendo uscire dalla pretesa verità di un discorso logico, quello stesso sottile e capzioso argomentare logicofilosoficoteologico di qualcuno sciocchino lì presente, alla fine mi sono affidato all’arte combinatoria degli anagrammi che tanto mi piace, per la sua capacità di costruire senso laddove nessuno pensa ve ne possa essere, per mostrare una volta di più l’arroganza di chi secoli dopo Cartesio sta ancora a perdere tempo con la metafisica classica (mentre vedo in Odifreddi un pensatore quattrocentesco, per la fiducia nell’Uomo e nella Natura e nella Ragione da indagare partecipando e vivendo, in sintonia, oltre le obsolete posizioni di volontà e logica sempre riconducibili a un Io fondamentalmente mal posto, di sé e della situazione inconsapevole, come quelli che facevano domande intelligentemente stupide).
Allora ho anagrammato “Piergiorgio Odifreddi”, e gli ho letto pubblicamente questa poesiola, che poi gli ho regalato con dedica.
Dio freddo, pigio rigore,
derido frigido ripiego.
Frigido Iddio porgerei, 
Iddio oggidì preferirò.
Chissà cosa significa. Però mi fa pensare, mi piace. La favola parla di lui, dalla favola veniamo narrati.
ps: grazie di cuore a Mafe e Gallizio che mi hanno ospitato a Milano, ho rubato connessioni e albicocche dal frigo, mi son lavato i denti con un dentifricio Paperino’s dal sapore improbabile e poi me ne hanno dato uno dal sapore orribile macrobiotico biologico, vino bbuono. Ma preferisco stare in strada al fresco a bere birra al tramonto con amici, Gallizio, che stare al chiuso nel caldone a sudare bevendo vino squisito :)

Strategie fatali

Quel che una donna non vi perdonerà mai d’altronde non è di non amarla (con l’amore o col sesso, ci si mette sempre d’accordo), è di non averla sedotta, o di non avervi mai sedotto. Solo questo è inespiabile, e nonostante l’amore o la tenerezza che le date finirà sempre per vendicarsene crudelmente. Non avendovi potuto sedurre, cercherà di annientarvi. I peccati di sesso o d’amore si possono assolvere tutti, perché non sono un’offesa. Solo la seduzione colpisce nel vivo dell’anima, che non ha pace se non nell’assassinio. 
Di qui proviene quel che chiamiamo lo scaltro genio della passione. Nel cuore dei movimenti più appassionati, più belli e disperati, c’è questo genio scaltro che veglia per prendere l’altro in trappola. Stessa tentazione diabolica, nel momento più sincero e più travolgente dell’amore, di scongiurarlo ironicamente con un atto perverso. 
C’è qualcosa di più forte della passione: l’illusione. Più forte del sesso o della felicità: la passione dell’illusione. Sedurre. sempre sedurre. Sventare la potenza erotica con la potenza imperiosa del gioco e dello stratagemma – perfino nella vertigine disporre nelle trappole, e al settimo cielo conservare ancora la padronanza delle vie ironiche dell’inferno -, tale è la seduzione, tale è la forma dell’illusione, tale è lo scaltro genio della passione.
Jean Baudrillard, Le strategie fatali

Sembra talco ma…

Ieri parlavo di RedRonnie e dell’effettopisapia – non dimenticate la figlia di Red, mi raccomando, mentre disquisite di suicidio mediatico al baretto: seminate negli astanti l’idea che Gemma del Sud sia stata la spin doctor dell’intera rappresentazione.

Oggi la Rete narra di #Sucate. E’ tutta fibrillazione qui, #primaverarevolution. Ok, la fuffa stufa, il virale annoia rapidamente. Ma non mi importa. Nemmeno se poi modifica o no le cose o rimane giochino, m’importa.

Lo apprezzo per come è, una via creativa di quelle da sottofondi del web che leggiamo da anni dentro i forum sperduti nelle periferie, scintille di lolz che poi esondano in centro, parole come orghl che bucano strati di realtà e cerchie sociali e finiscono nei titoli dei giornali, svelamento surreale di meccanismi di comunicazione e crisi professionale dello stagista poveraccio della Moratti.

E un esperimento sulla travasabilità, quindi, sull’osmosi tra Luoghi della Rete, di uno stesso sentimento che per un attimo è vissuto sulla punta delle dita di centinaia di migliaia di persone. La fase centrifuga di decine di riferimenti culturali pop storicamente italiani, rimescolati con nuove sensibilità.

Sono le pratiche sperimentali delle comunità che trovano forme narrative adeguate, ombrelli sotto cui possono ripararsi e aggregarsi brandelli sparsi di discorso, calamite sotto il foglio che riallineano la limatura di ferro, donando figurazione, rendendo visibile il campo e le linee.

E tutto questo non serve per il presente, serve per il futuro. Serve a ciascuno di noi per guardare un po’ più lontano, per darci sicurezza sulla solidità del terreno su cui ci stiamo incamminando, nel mostrarci le possibilità anche giocose con cui possono avvenire i cambiamenti. E’ un genere letterario su cui possiamo eventualmente poggiare, nel caso domani le circostanze lo richiedessero. E’ un modo nuovo di dire la realtà, è uno stile dell’abitare, mai prima esperito da essere umano, questo che oggi abbiamo scoperto e guardato fiorire.

Come si fa

Una cosa di Bifo, una cosa che è un atteggiamento, un pezzo di cuore, una visione, un suggerimento per i suoi studenti.
Figuriamoci se linko.
Potrebbe essere su Facebook, ma in realtà è altrove.

Come si fa
(è il testo con cui ho aperto stamattina la mia lezione nel cortile di Brera. A differenza del testo che ho pubblicato qualche giorno fa, che è di Rainer Maria Rilke, questo testo è mio, mi scuso per l’accostamento, e potrete trovarlo nella rivista CANgURA che uscirà il 21 marzo per le edizioni Luca Sossella)

Anche l’amore nel tempo precario
è diventato una cosa per vecchi,
un privilegio di anziani amanti
che hanno del tempo da dedicarsi.
Noi eredi di un secolo feroce
che rispettava soltanto il futuro,
siamo il futuro promesso,
l’ultimo forse però, perché il profitto
non rispetta né il domani né l’adesso.

Il patto è stato cancellato
perché la regola non vale nulla
quando non c’è la forza per imporla.
Ora ciascuno è privato,
e solitario elabora segnali
sullo schermo mutevole che irradia
intima luce ipnotica. Riceve
ordini telefonici, e risponde
con voce allegra perché non è concesso
ch’altri conosca l’intima afflizione
che ci opprime.
Talvolta sul contratto di assunzione
è compresa una norma che ti impegna
a non suicidarti.
Questo non ferma certo l’espansione
dell’esercito immenso di coloro
che levano la mano su se stessi.

Nel solo mese di maggio
all’azienda trasporti di Bologna
si sono uccisi tre lavoratori.
Dieci anni fa erano tremila
i conducenti degli autobus cittadini,
oggi sono soltanto milleduecento
e il traffico non è certo meno intenso.
Alle officine Foxsson
si danno fuoco giovani operai.
A migliaia s’immolano
i contadini indiani,
alla Telecom France
si ammazzano a decine per il mobbing.
In molte fabbriche italiane
minacciano di buttarsi giù dal tetto.
E’ un sistema perfetto
razionale, efficiente, produttivo.
Chi s’ammazza è un cattivo
cittadino che non ha capito bene
come funziona il nuovo ordinamento.
Devi essere contento,
partecipi allo sforzo collettivo
che rilancia la crescita e impedisce
che il deficit sorpassi il tre per cento.

Brucia ragazzo brucia
brucia la banca centrale
e quella periferica.
A poco servirà, purtroppo
Perché i numeri che ti rovinano l’esistenza
Non sono conservati in nessuna banca,
neppure in quella centrale.
Vagano nell’infosfera
E nessuno li può cancellare.
I nemici nascosti sono numeri
Null’altro che astratte funzioni,
integrali, algoritmi e deduzioni
della scienza economica.
Ma come puoi chiamare scienza
questo sapere che non sa niente
questo assurdo sistema di assiomi
di tecniche che spengono la vita
per non uscire dalle previsioni
di spesa?
Non è una scienza, è una superstizione
che trasforma le cose in astrazione
la ricchezza in miseria
e il tempo in ossessione.

Meglio andarsene di qui, ecco come si fa.
Meglio lasciare vuoto
il luogo dell’obbedienza e del sacrificio.
Meglio dir grazie no a chi ti propone
sopravvivenza in cambio di lavoro.
Impariamo a essere asceti
che non rinunciano al piacere né alla ricchezza
ma conoscono il piacere e la ricchezza
e perciò non li cercano al mercato.
Come gli uccelli nel cielo
e come i gigli nei campi
non abbiamo bisogno di lavoro
né di salario, ma di acqua e di carezze,
di aria, di pane, e dell’infinita ricchezza
che nasce dall’intelligenza collettiva
quando è al nostro servizio, non al servizio
dell’ignoranza economica.

Se vuoi sapere come si fa
io posso dirti soltanto
quello che abbiamo imparato dall’esperienza.
Non obbedire a chi vuole la tua vita
per farne carcassa di tempo vuoto.
Se devi vendere il tempo in cambio di danaro
sappi che non c’è somma di danaro
che valga il tuo tempo.

E’ comprensibile che qualcuno pensi
Che solo con la violenza
Possiamo avere indietro
Quello che ci han sottratto.
Invece non è così,
– dispongono di armate professionali
che la gara della violenza la vincerebbero
in pochi istanti.
Quel che puoi fare è sottrargli il tempo della tua vita.
Occorre diventare ciechi e sordi e muti
quando il potere ti chiede
di vedere ascoltare e parlare.

L’esodo inizia adesso
andiamocene via
ciascuno col suo mezzo di trasporto.
Meglio morto
che schiavo dell’astratto padrone
che non conosce
dolore né sentimento né ragione.
Ma meglio ancora vivo
senza pagare né il mutuo né l’affitto.
Quel che ci occorre non è nostro
se non nel breve tempo di un tragitto.
Quando arrivi parcheggi,
lasci le chiavi e lo sportello aperto
per qualcun altro che deve spostarsi
nella città, sui monti o nel deserto.

Ecco come si fa.
Si smette di lavorare
ché di lavoro non ce n’è più bisogno.
Occorre svegliarsi dal sogno
malato della crescita infinita
per veder chiaramente
che c’è una bolla immensa di lavoro inutile
che si gonfia col nostro tempo.
Inventiamo una vita che non pesa,
Che non costa.
Una vita leggera.

E poi sai che ti dico?
Non ti preoccupare del tuo futuro
Che tanto non ce l’hai. E’ tutto destinato
A pagare l’immenso debito accumulato
Per ripianare il debito delle banche.
Il futuro di cui parlano gli esperti
è sempre più tetro ogni giorno
che passa. E’ meglio che diserti
e comunichi intorno
il lento piacere dell’essere altrove.
Ecco come si fa.

Luglio 2010

Anagrammi pordenonesi

DireFare.PN.it può essere visto, diciamo così, come una macchina per produrre senso. Macina parole e idee, punti di vista e flussi di persone: gettando dei crivelli, delle sonde negli spazi sociali e nelle reti relazionali dei pordenonesi, fa emergere nuovi percorsi di narrazione, intrecciando voci e spunti che risulterebbero difficili da “progettare” a tavolino. C’entra il caso, la serendipità, la combinatoria. Proprio come in certe vecchie e nobili arti dedicate all’interpretazione dei testi sacri o letterari, dalla Cabala fondata sull’alfabeto ebraico fino ai giochi metalinguistici dei Surrealisti, provare a giocare con la superficie del testo può far scaturire nuovi significati, associazioni d’idee, storie e linee di racconto. Con divertimento, lasciamo risuonare per una volta da sole le parole che abitano dentro/dietro/tra le lettere che formano l’indirizzo di questo sito, direfare.pn.it., ascoltiamo gli anagrammi, smontiamo e ricostruiamo la macchina, mescoliamo gli ingredienti nel calderone della socialità pordenonese.


Per dare finti entri pèrfida:
fa per ridenti, arde per finti.
Fa indi per tre, fa treni perdi
per dati freni di freni parte.
Fa prende tiri, fa prendi reti,
fa nidi per tre, perni di frate,
dita per freni, prenda feriti,
frati in prede, dirà per finte.
Far intrepide, per far nitide
fendi per tira, fai prendi tre.
Dipinte fra re, di fra’ in prete
perdita freni freni petardi
denti far pire, di far pentire
Ride per finta, finti re padre
Fa riti prende riprende ti fa,
fai prendi tre, prenditi fare.
Per irti fenda, fendi reparti
finti per dare, finti perderà
Né fra trepidi, né tra perfidi
far nidi prete, nidi per frate.
Far tre pendii, ferita prendi,
far nitide per  fari perdenti
fate riprendi, ferri pedanti
frane di preti, denti per fari.
Fare ti prendi, frenàti perdi:
fra intrepide frane trèpidi.
Intrepide far, prendi rifate.
Fine per tardi, tardi per fine.

Dall’esterno verso l’interno verso l’esterno

Anni e anni che diciamo: guardate che la velocità e l’ubiquità delle nuove forme di comunicazione modificano il vostro fare al punto di costringervi a riprogettarvi, a ripensare il vostro essere.
Questo vale per gli individui, vale per le organizzazioni lavorative, scuole o enti locali, imprese e editori di quotidiani, giusto per citare uno dei rami dell’industria culturale oggidì maggiormente coinvolto in processi di riorganizzazione interna.
Fino a poco tempo fa, però, era difficile scrutare questa nuvola di cambiamenti, nelle volute del vapore talvolta soltanto riconoscevamo delle figure, altrimenti era tutto un fare invisibile, inafferrabile. Ma col tempo sono sorte le grammatiche, o perlomeno si sono cominciate a delineare le morfologie degli elementi in gioco, si può ora cercare di descrivere la sintassi ovvero le relazioni tra questi elementi.
Quello che era invisibile, tutto il lavorìo sulla comunicazione nei social media, tutti i cambiamenti e riorganizzazioni del work-flow complessivo di un’organizzazione lavorativa, sta pian piano emergendo, lo possiamo percepire e nominare. Tutto l’intreccio prima indistricabile di persone, flussi, tagging, selezione fonti e curation, stile di comunicazione diventa ora etichettabile, o per lo meno maneggiabile con qualche strumento concettuale.
Grazie al lavoro dei professionisti della comunicazione (in questo caso, consulenti specializzati nell’utilizzo corporate dei social media), del loro dover identificare oggetti su cui poter lavorare, da trasformare in obiettivi e azioni, abbiamo la possibilità di riflettere su aspetti del cambiamento che prima sfuggivano alla nostra percezione.
Guardate a esempio le righe basse del grafico seguente, l’ambiente di apprendimento e i processi interni. Tutte le esigenze evidenziate sono come materiale semilavorato, concetti finalmente delineati di comportamenti e atteggiamenti emergenti. Questo è un atteggiamento tecnologico: se posso ingegnerizzare i sistemi, posso ottimizzarli. A me da gangherologo interessa più il momento aurorale in cui viene per la prima volta nominato un oggetto/concetto/azione/evento/atto-degno-di-menzione. Ma lavorare sopra questi materiali, come artigiani, è la scommessa affascinante di oggi. Spero accademie e università siano pronte a cogliere questi nuovi saperi e a trasformare in riflessione e formazione le analisi sulle nuove pratiche sociali individuali e collettive. Qui stanno cambiando le cose, come le nominiamo, come le raccontiamo.
Lo spunto per questo post viene dal blog di Santoro, il Giornalaio (trovate ragionamenti sul cambiamento dell’organizzazione interna delle aziende/istituzioni), la mappa per una strategia dei social media è di Vanessa di Mauro.

Mick Karn R.I.P.

Avevo sedici anni, e quelle linee melodiche cantabili e strane suonate con il basso fretless, quei borbottii inquieti dentro le canzoni dei Japan erano come un pugno dentro la testa e nello stomaco. Erano un groove nervoso, un funky freddo e obliquo, nuova epoca e nuova onda e nuova estetica. Un nuovo atteggiamento.
Qui sotto trovate un’intervista che insieme a Paolo Corberi ho fatto a Mick Karn intorno al 1992 durante il Bestial Cluster Tour, per un giornaletto locale sul quale al tempo scrivevamo.
MICK KARN

In occasione del Bestial cluster Tour, intervista a Mick Karn, che con Steve Jensen, Richard Barbieri e David Torn, sta girando il mondo.
La musica che suono è molto influenzata dal viaggiare, dalle sensazioni che si provano nel vedere posti prima sconosciuti, e queste sensazioni – già così con i Japan –  l’impatto visivo con questi nuovi orizzonti è quello che voglio esprimere con la mia musica. E’ di questo che parlo con i  musicisti con cui collaboro: dell’atmosfera, del respiro, dell’immagine che mi propongo di rappresentare.
Con queste parole Mick Karn ci introduce alla sua concezione della musica, ai suoi propositi, il resto lo raccontano i suoi dischi. Produzioni diradate, contrassegnate da preziosi intrecci di strumenti (spesso da lui stesso suonati), dove l’intento di un impatto globale, orchestrale, che ai solismi dedica uno spazio proporzionale al vantaggio che ne trae l’insieme, spicca.
Potrei definire la mia musica, o comunque l’obiettivo che mi propongo, e che in certa misura guida la mia ricerca, come una sorta di visual music, una picture music. Quando provavamo i pezzi per l’ultimo album, Bestial cluster, facevo sentire a Steve a Rick e a David i demo che avevo realizzato; cerco di lasciare la massima libertà ai musicisti, a patto che il loro contributo non si discosti dall’atmosfera che voglio rendere. L’idea di riferimento è pur sempre l’impressione visuale che intendo trasmettere. Devo dire che la tourne sta andando abbastanza bene. In realtà è un po’ strana come tourne: siamo stati in Germania, poi ci siamo fermati per un mese circa, poi in Giappone, e ora siamo qui in Italia e capita spesso che tra le tourne nei vari paesi passi del tempo, cosicché ogni volta che riprendiamo ci vuole qualche giorno prima di ingranare. Sì, lo so, sembra strano da parte di musicisti professionisti, ma è così. D’altronde i pezzi, la musica che suoniamo è complessa, bisogna contare, ricordarsi tutto…

Jensen e Barbieri (batteria e sintetizzatori) suonano con Karn dai tempi dei Japan, mentre con Torn (chitarra) la collaborazione è nata più di recente.
Con Rick e Steve sono ormai vent’anni che suoniamo insieme, siamo come fratelli oramai. Con David c’è stato un feeling immediato quando ci siamo conosciuti, siamo diventati subito molto amici. Anche musicalmente ci troviamo molto bene, infatti collaboriamo volentieri. C’è molto affiatamento tra noi, ci divertiamo molto a suonare.

Una parentesi nella carriera di Mick è il progetto Dali’s car, insieme ad un Peter Murphy al meglio delle sue produzioni post-Bauhaus.
La collaborazione con Peter Murphy è nata per una coincidenza di intenti: io avrei voluto realizzare un disco interamente strumentale, ma la casa discografica faceva pressione affinché vi fossero dei pezzi cantati; in quel periodo incontrai Peter Murphy che avrebbe voluto cantare e che non era interessato a comporre le musiche. Sembrava essere il binomio perfetto, il progetto Dali’s car avrebbe soddisfatto i desideri di entrambi. Il problema era che non ci conoscevamo come persone, incompatibili; ciò ha reso il lavoro alquanto faticoso, lavorare con Peter è molto difficile, quasi impossibile, e penso che lui pensi lo stesso di me… una questione di caratteri, di personalità che non collimano.
Ma il primo LP solista precede i Dali’s car, ed è Titles.

Titles è un disco che ho realizzato in breve tempo, se penso alle lunghe sedute in studio con i Japan… C’eravamo appena sciolti e io volevo realizzare un disco  molto spontaneo, ..volevo rompere con quell’accuratissimo modo di concepire la realizzazione di un album.

 A Titles seguono Dreams of reason produce monsters e quest’ultimo Bestial cluster.

Un motivo per il quale Bestial cluster è risultato un disco più caldo del precedente Dreams of reason, è il fatto che mi sono avvalso della collaborazione di più musicisti. In effetti, il fatto che lo stesso musicista suoni tutti gli strumenti influisce in modo assai particolare sul risultato finale; non si tratta solo di essere più o meno “caldi”, questo è solo uno dei fattori, non l’unico…

Sono cresciuto ascoltando molto i dischi della Tamla Mowtown, ho anche desiderato scrivere canzoni in quello stile, e ci ho provato ma non fa per me, non me lo sento dentro, anche se mi piacciono molto, ma il mio spirito musicale diverso …non capisco il country-western, non mi dice nulla… Alla radio, quando per caso mi sintonizzo su una di quelle frequenze dove trasmettono quelle interminabili quanto inutili ballate RnB sento un’irresistibile compulsione a cambiar stazione: non sopporto quella loro piattezza, tu sei lì che aspetti che accada qualcosa e invece… niente!
Cerco di prestare un po’ di attenzione al modo in cui la musica verrà ricevuta, cerco con quel tipo al mixer di studiare l’ambiente… quando sono in studio miro a ottenere certe sonorità, lavoro con un’intenzione diversa… “sentire” le persone, questo è suonare live.

Bambini, pennarelli e autoblu

Non so quante siano le autoblu in italia, qui dice circa novanta mila, quelle proprio destinate ai papaveri, e di queste circa trenta mila sono quelle veramente blublu, con autista e tutto.
Almeno un miliardo di euro all’anno, scrivono qua e là.
A parte il fatto che ne basterebbe un decimo a stare larghissimi, io avrei una proposta per tutte questa auto di rappresentanza, una di quelle cose che un parlamento vota subito all’unanimità.
Fare dipingere le autoblu ai bambini delle scuole elementari. Seriamente, indelebimente. Voglio vedere i macchinoni di rappresentanza con gli arcobaleni e i pupazzetti e le casette col sentierino, tutti i colori sono ammessi anche contemporaneamente.
Prima di consegnare tutto al Governatore di turno le macchine vengono portate per una settimana presso una scuola primaria, dove sono già pronte le maestre con i progetti e i materiali, e lì l’attività giornaliera di quei bimbi è pitturare sopra quello che vogliono.
E non venitemi a parlare della rispettabilità, essere un uomo di governo e arrivare con una macchina disegnata dai bambini è il massimo della dignità.

Del marketing moderno

– Che lavoro fai?
– Beh, lavoro in un’agenzia pubblicitaria di quelle moderne… ci inventiamo delle campagne di comunicazione per promuovere certi libri, per conto degli editori.
– Il pubblicitario insomma… perché dici moderno?
– Beh, se metti vicino digital e social hai già capito.
C’è questa pagina che si presenta un po’ come un comunicato, un po’ come una presentazione aziendale. Una pagina ponderata, scritta da gente che se ne intende, dove a ogni capoverso vedi e apprezzi il lavoro di lima per raccontare (sinteticamente, professionalmente, tecnicamente, suggestivamente) uno di quei lavori che cinque anni fa non molti intravedevano, e dieci anni fa pochi pensavano potesse esistere nel futuro.
Un servizio di comunicazione virale dedicato al mondo dell’editoria.
Gente che si mette in mezzo tra editori e bookstore, e fa in modo che un titolo della casa editrice venga conversato. “Quel libro è stato conversato abilmente” si dirà in qualche modo un domani.
Ci sono un paio di frasette un po’ roboanti, tenete presente a chi la comunicazione è rivolta, lì dove dice “esponenziale”, a esempio, oppure dove parla di social media massivi (intendendo dire molto frequentati? di massa? lol), ma prima dello stile guardiamo di cosa parla, visto che a me interessa qui sottolineare una di queste cose nuove che appaiono nel mondo connesso.
Le campagne pubblicitarie moderne già da anni non si concentrano più sul prodotto. C’è da costruire un mondo narrativo che si incastri con i memi circolanti in una data sottocultura in un dato momento, e provvedere gambe alle idee affinché queste possano circolare negli ambienti sociali digitali. C’è da capire quali caratteristiche dell’oggetto possano fornire spunti alla sua spreadability, bisogna confezionare un’acconcia veste di racconto, prevedere i flussi imprevedibili del passaparola. Non si tratta quindi solo di favorire la situazione di vendita online, molto del lavoro ovviamente riguarda l’edificazione del contesto, alla luce del quale assumerà senso quel testo, quel messaggio costituito dal singolo libro di cui fare marketing virale.
Interessantissima appunto la Digital Identity Building, dove si tratta di costruire e mantenere “l’immagine dell’editore sulle diverse piattaforme di social media”, usando come grancassa 15 pagine di Facebook e dieci accounts (sic), gestite direttamente dall’agenzia, insieme a quindici account su Twitter e 3 canali YouTube.
Guardiamo i verbi: quali sono le azioni, i servizi che vendo? Creare, catturare, coinvolgere, conversare, collaborare. Perfetto, son le cose da fare in questo social dove abitiamo.
Serve modernità nelle forme di racconto e di interpellazione del destinatario, che viene dipinto come un “pubblico diverso, nomade, trasversale, molto frazionato”, e quindi chi offre queste consulenze viene specularmente connotato dal punto di vista narrativo dal suo proporre (aver le competenze per) una comunicazione “innovativa, interattiva, relazionale, virale, user generated ed esperienziale”.
Abbiamo questo Eroe (questa Agenzia) che si presenta al Re, ovvero alle case editrici, in qualità di Aiutante, e dice di avere competenze (un saper-fare, un poter-fare) per dissodare i terreni sociali, per pettinare i flussi, per innescare passaparola, per costruire situazioni mediatiche che poi tornano utili al programma narrativo del Mandante, ovvero vendere libri.
Ci sono anche testualmente espressi gli strumenti che l’Aiutante utilizzerà per raggiungere il suo scopo, ovvero Social, Buzz, Viral, Guerrilla e Ambient.
Vedete, una volta la gente lavorava molto di più su cose concrete, legno ferro e pietra, e una minoranza campava maneggiando concetti. Oggi, postindustriale e blabla, la maggior parte di noi per lavoro gestisce informazioni, dati, o cose che non posso toccare. E certe avanguardie professionali (che sono sempre esistite, sono quelle “sulla frontiera”) paradossalmente riescono oggi a mettere le mani dove fino a ieri non si pensava di poter arrivare, nella gestione del consenso, nell’illuminare di desiderio certi oggetti materiali, nel progettare lo stile di vita dei personaggi, nel ricavare informazioni e tendenze di collettività ampie, nel tracciare i flussi della pubblica opinione, nel costruire e far circolare valori come la fiducia e la reputazione, nella conversazione connessa e nel passaparola degli ambienti sociali digitali. 
Stiamo osservando in tempo reale, per prove e errori, la nascita di nuovi strumenti capaci di operare su nuovi oggetti culturali, prima mai pertinentizzati da un pensiero riflessivo in quanto né percepiti né forse percepibili. 

Mo’ mi morsico la nuca

Quella vecchia storiella, secondo cui il passato, ciò che vedo, è davanti a me.
Quindi il futuro è alle spalle, e sto camminando all’indietro. Capirete che il piede va a tentoni.
Provi a buttare l’occhio, ti fai una visione, uno scorcio sguincio, una teoria. In effetti, ci sono farfalle luminose, qua e là. E emergono strutture, collegamenti, posizioni, climi affettivi, interumanità, nicchie, onde del mare, perfino palazzi e strade, robe di paesaggi da abitare. Ma non del destino del tutto, ma solo di quello del libro pensiamo qui, e ormai libro non significa più nulla di quello che fino a ieri. Vive libero, immateriale ma appare il mille forme, un dio che talvolta si sustanzia, e siamo nell’aura del numinoso, una storia che costruisce anima, una storia chiusa in sé eppure opera nativamente aperta, nei tempi lunghi di una cultura fatta di libri e convegni, oppure istantanea di link e feed.
Feedare il contesto, questa era l’ideuzza. Tracciare la nostra relazione con lo specifico oggetto culturale (atto-degno-di-menzione, romanzo, news, accadimento, chiacchiera, informazione, tutto ciò che è narrato e narrabile), avere uno spime capace di recar seco (apperò!) la storia dell’interazione tra l’umano e l’opera, tirandosi dietro anche pezzi della situazione di enunciazione, contesto, e re-immettendoli nel flusso.
E se pensiamo a un opera connessa, che vive e si modifica nel tempo seguendo oscure nuvole di conversazioni in rete, e dialoga in tempo reale, eppure riesce a essere ancora “storia” nella nostra testa, pensiamo subito alla relazione tra l’opera e il lettore, tra quest’ultima e il web tutto.
Stralci di una chiacchierata: sto bloggando conversazioni, ho già modificato l’ecosistema.

V’è il momento in cui anche il pigro ginnico deve saltare. Ha provato a allungarsi, ma non basta più. S’inventa una presa: reggerà? Ogni tentativo cambia il gioco.

Sul testo come edificio lessi qualcosa, chissà dove chissà quando. Testi abitabili, con porte e finestre, e reti tecnologiche (collegamenti materia, energia, informazione… relative interfacce ormai simbiotiche con gli Umani). Ma non penso tanto ai testi che si richiamano, da sempre e per forza, in quanto veicolati dagli stessi supporti (sempre noi, gli Umani), quanto per converso al nostro *fare testo*. Quindi penso più ai collegamenti fatti dalle persone che abitano questi Luoghi testuali, e ne hanno cura: sono loro che portano il senso di qua e di là, tessendo. E il testo è diventato “atto degno di menzione” nell’ecosistema, sia esso un monoblocco lungo un sillogismo o una tragedia one-line o un’opera gigantesca e labirintica e polivocalica. Quindi, son da rendere visibili le tracce del nostro peregrinare nella città dei memi, e aggiungere il senso che produciamo vivendo al senso di ciò in cui ci imbattiamo, interagendo con i testi. Le scie dei punti di vista.[edit: palmasco nel concetto di frattali di contenuto che si riversano, è vicino a questo che ho scritto]

Yess, teatri della memoria, Giulio Camillo. Ma là siamo nella mnemotecnica, e il funzionamento della macchina (l’intero edificio e i percorsi di senso percorribili dall’Umano al centro della struttura) dipende da una combinatoria finita. Qui stiamo parlando di testi-edifici già collegati tra loro, tutto con tutto, e del nostro abitare (muoverci, vivere, fruire, consumare e produrre) che produce ulteriore senso che si aggiunge ed è rintracciabile (ogni tentativo cambia il gioco, dicevo sopra scherzando). Quindi cercavo di uscire da una visione “struttura” per andare verso una percezione del “processo”, come al solito, e quindi pensavo a scie sulla superficie (@bgeorg: ops) come pulci d’acqua nello stagno, toh.

E’ solo un testo che pretende per sé il suo mostrarsi più strutturato, si vuole così, e rientra nel range delle forme di narrazione. Poi se intendi scavare dentro l’Autore, sai che non posso farlo, sono sulla soglia della semiotica. A meno di non volere pertinentizzare come testo oggetto di analisi proprio quel testo dato dalla “personalità dell’autore”. per come essa viene percepita nell’enciclopedia la “rigidità” di quel testo in un luogo di testi fluidi crea contrasto, rigioca lo sfondo-figura, ci mostra particolari sfuggiti, fa sgorgare senso, sì. E possiamo essere benissimo al di là dell’intenzionalità dell’autore, indifferente qui allo scorcio (squarcio) di visione che ci permette di praticare sull’universo del discorso. Siamo qui: stiamo patteggiando tra di noi, qui in questo thread o nel nostro abitare quotidiano nella Grande Conversazione, il modello, la visione dello sfondo, il contesto da cui ben studiati sappiamo dipende sempre il senso enunciato del messaggio. Quando per prove e errori (qualcuno più su diceva “sperimentazioni”) avremo negoziato un concetto stabile (una credenza, sempre ipotetica e fallibile etc.) di come sia fatto lo sfondo (la rete, il rizoma oggi visibile, la città dei memi con metafora urbanistica, la viabilità delle idee, l’ambiente culturale connesso in cui le collettività vivono, la mente fuori di noi e tra noi, l’ecosistema della conoscenza, il bosco delle narrazioni) vedremo emergere modelli maggiormente attagliati, nativi, e non adeguamenti oltre al tuo intenzionale moltiplicare quell’oggetto culturale (bloggandone una recensione o innescando una fanfic), mi viene in mente che potrebbe essere tracciata *la tua relazione* con quell’oggetto cultura, se vuoi porzione di contenuto, se vuoi testo anche conchiuso. Se il dispositivo di lettura tracciasse (e alimentasse flussi in Rete) il tuo ritmo di lettura, le pause, l’eyetracking di cui si parlava, il sonoro ambientale che lo circonda, anche il tuo fare in Rete parallelo, e tutto questo venisse reimmesso nel calderone, potrebbe veder la luce un’opera cangiante, che mentre tu procedi lineare fruendo il testo quest’ultimo si modifica, cambia il capitolo 8 mentre tu sei al 7. Un’opera situazionale, dove il testo è un attore. Pausacaffèdelirio/off, ma quel “tetragono” mi sembrava eccessivo, chi può mai dire c’è l’opera che vive tranquilla in splendida solitudine, standalone. Può rientrare nella conversazione nei nelle recensioni, nelle continuazioni, che diventano magari col tempo dei cotesti (e potrebbero vivere di vita propria, come la letteratura sgorgata dai commentarii medievali, autonoma). E quella progettata e che vive connessa, sul bagnasciuga, con i piedini a mollo nelle onde del mare. Dal mare è nutrita, verso il mare sgocciola. Lo spime qui è dato dalla relazione testo-lettore, per ciascuno idiosincratica, capace però di confluire in certi flussi che poi possano ritornare verso l’opera, modificando il gioco, tracciando il contesto e reimmettendolo.