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Los Angeles 1964

Ecco, dichiaro ignoranza.
Non è una grossa fatica, finché riesco a rimanere fedele al mio motto personale riguardo l’atteggiamento da tenere nei confronti della conoscenza e del conoscere, ovvero “Vai verso l’ignoto”.
Lavoro con argomenti che non ho studiato a scuola ma ho appreso sul campo, sposto continuamente la mia attenzione su quello che non so, cammino in paludi con le scarpe sbagliate ed inizialmente faccio un sacco di fatica, però ne esco fortificato (ai muscoli delle gambe soprattutto).
Non ho nessuna scienza a cui appoggiarmi, essendo la semiotica nient’altro che una disciplina, un punto di vista, un metodo per guardare proprio lì dove sgorga il senso, dove s’accende la scintilla della significazione.
Poi nelle sfere altissime della cultura planetaria si parla da decenni dell’importanza della multidisciplinarità, e spesso incontro universitari che sono dei cretini specializzati. Cheppalle.
Sei un ingegnere? Prova a ragionar di psicologia cognitiva e di apprendimento per tre anni, con degli insegnanti preparati e motivati. Sei un archeologo? Prova putacaso a “divertirti” per qualche tempo con le nanotecnologie: arricchirai te stesso, l’archeologia, i nanotecnologi ed il mondo intero, perché porterai un punto di vista nuovo in territori prima mai attraversati da persone con simile bagaglio culturale, e acquisterai a tua volta un paio di occhiali che magari (benedetta serendipità) ti permetteranno in seguito di scoprire novità nel giardinetto di casa tua.

Senonché, mi piccavo di essere un buon conoscitore della cultura musicale degli anni sessanta, soprattutto british. Ho persino dato il mio contributo a delle voci sulla wikipedia (magici Zombies).
Anzi, più che limitarmi alla sola musica pop e alle analisi più o meno musicologiche, mi piace investigare il “contorno”, i fenomeni culturali, gli ambienti di crescita degli stili giovanili… sociomusica.
Indagare cosa significa essere teddyboy, mod, freak, grunge, dark, glam, punk, raver non solo negli stilemi musicali, ma anche nell’abbigliamento e nelle idee politiche e nell’atteggiamento dinanzi al mondo. Perché tutti siamo stati giovani, e le idee che aleggiavano nei nostri ambienti di crescita, in cui ci siamo per sorte imbattuti nella nostra adolescenza, diventano cardini fondanti e spesso rimossi della nostra personalità.
E che ci crediate o no tutti noi, ovvero il modo in cui pensiamo il pensabile, il modo in cui siamo stati ribelli a diciassette anni e conformisti a ventisei, è tuttora frutto di idee germogliate negli anni sessanta.
Si è magari aggiunto il “no future” del settantasette come scenario esistenziale, il don’t-believe-the-hype hip-hop degli ottanta come riflessione esplicita sui media, l’accesso a fonti e culture planetarie come nei novanta, le nuove forme di “intimismo elettronico” come in questa decade, ma leggendo i sixties inglesi e americani mi accorgo che si tratta appunto di forme, di nuove vesti e paramenti di contenuti già espressi altrove ed in altri tempi, e che la loro rivisitazione permette il progredire della consapevolezza (per gli adolescenti di ogni tempo, l’iniziale presa di coscienza delle forme di essere al mondo) perché traduce in linguaggi e codici aggiornati i soliti grandi temi delle narrazioni umane, le mitologie ormai pop della nostra cultura occidentale. Amore, destino, solitudine, eroismo, squallore, tradimento… “E’ sempre la stessa canzone che va, la stessa di 1200 anni fa” pseudoreppava Jovanotti prima di essere per fortuna solo Lorenzo.

Perché i punk ballano musica reggae e indossano scarpe creepers con inserti in pelle leopardata? Se vi interessa rispondere a questa domanda, vi consiglio il classico “Sottocultura: il fascino di uno stile innaturale” di Dick Hebdige, Costa e Nolan 1983.

Bene, torno sull’argomento principale.
Ascoltavo Joanna Newsom, una delle grandi scoperte musicali del 2006 (belle cose, bei testi, ma non mi piace), e vedo che gli arrangiamenti sono di Van Dyke Parks, la produzione è di Steve Albini e il mixaggio è di Jim O’Rourke. Però. Guardate Parks in questa foto qui a lato, e ditemi se non sembra un giovanotto di oggi, mentre in realtà l’immagine risale alla prima metà degli anni sessanta.
E’ famoso soprattutto per i lavori con Brian Wilson dei Beach Boys, ma il punto non è questo.
Mi sono chiesto ad un certo punto perché in California a fianco del surf in quegli anni ci fosse questa “scuola” di musicisti e produttori decisamente non-rock, anzi di estrazione orchestrale, acculturati, capaci di badare alle costruzioni armoniche delle canzoni (fatto per me importantissimo, perché le riff-based songs mi stufano presto), portatori di un estetica musicale peculiare. Da dove venivano? Chi erano?
Ecco, ho trovato questo bell’articolo di Fred Cisterna, e ho capito che mi mancava una fetta importantissima di cultura sociomusicale dei sixties. Per dire, adesso anche i Doors mi sembrano molto più chiari, nello spiegarmi quella strana commistione di generi presenti nei loro primi due LP (gli altri dischi, quelli dei Doors blues, sono abbastanza inutili), del perché il batterista si dicesse “venisse dal jazz” (locuzione linguistica odiosa… “sai, Tizio Sempronio viene dal jazz…”, e dove sta andando, per curiosità?) ed il chitarrista avesse una passione per i ritmi caraibici o sudamericani.

Poi surfando sui link della Wikipedia giungo a Jack Nicholson, altro tipico figlio della cultura californiana di quegli anni: mi era giunta una notizia secondo cui sarebbe stato scoperto da Dennis Hopper durante “Easy rider”, poiché fino a quel momento altro non sarebbe stato che un giovane contestatore/capopopolo (po po po, come gli WhiteStripes: trovatevi i loro primi dischi) nei movimenti giovanili universitari della Bassa California, un po’ come un Mario Capanna chiamato a fare per caso l’attore.

Tutto falso: Nicholson ha fatto gavetta come attore e sceneggiatore fin dalla fine degli anni ’50, si è costruito una carriera con le proprie mani, ma soprattutto non sapevo avesse scritto la sceneggiatura assai sperimentale di The Trip, un film del 1966 dichiaratamente allucinogeno con la regìa di Roger Corman, dove gli attori protagonisti sono proprio Peter Fonda e Dennis Hopper.
Come dire: Easy Rider a questo punto mi sembra la versione per famiglie.

Tra il pop orchestrale di Los Angeles e il Trip di Nicholson, mi tocca ora rivedere tutti i miei collegamenti mentali per cercare di dare un senso compiuto ai mille rivoli di quel fiume in piena che è stata la cultura giovanile californiana post-beat, il calderone dove han preso forma gli atteggiamenti innanzitutto mentali di una generazione che ha cambiato veramente il mondo, e di cui noi siamo tuttora figli somigliantissimi.

 

Sono nervoso, ma c’è un limite.

Non sopporto la gente finta calma. Quelli calmi veramente li vedi, li noti: sono quelli serafici. Gli altri sono quelli che fanno i calmi.Purtroppo confondono la calma con la lentezza, ovvero si sono convinti che sia sufficiente rallentare il ritmo per essere letti come “quelli calmi”, ma non hanno capito un cazzo… millantano, ma con un piccolo sgambetto si svelano subito.

Fin qui, nessun problema. Vivo e lascio vivere.

Ma poi arrivano quelli tra i self-labeling “calmi” che si ritengono superiori, giudicano frettolosamente gli altri, e li escludono se ad esempio non assomigliano a quelli che loro ritengono “calmi”.

Atteggiamento che senza tema di smentita ritengo a priori sbagliato, perché equivale ad accettare solo quelli che ti assomigliano (cioè che assomigliano a quella idea di “persona calma” che questi qui cercano di impersonare malamente).

Se non sei calmo nel modo che intendono loro, non sei calmo.
Io sarò anche un tipo nervosetti, ma talvolta sono molto calmo, me lo dice il mio pancino educato dal tai-chi.

Credo che funzioni come nella regola della scala reale a poker, dove la scala media batte la minima, la massima batte la media ma la minima batte la massima: non vi è certezza di gioco.

In maniera simile, immagino l’insieme delle persone un po’ agitate, alle quali i sedicenti calmi guardano con sufficienza, ritenendosi al top nell’ascesa verso la consapevolezza; questi ultimi in realtà ignorano che quelli veramente interiormente calmi possono apparire ai loro occhi come persone nervose e agitate, solo perché riescono anche ad avere un buon ritmo corporeo, e non si fanno problemi nell’apparire non-flemmatiche.

Questo perché il livello superiore di consapevolezza recupera la via del Fare, tornano ad essere potenti dopo aver attraversato il deserto depresso della consapevolezza di sé, proprio perché consapevolezza significa saper trasformare l’Agire in Fare.

Ma purtroppo a quelli del livello intermedio il livello superiore appare in tutto e per tutto simile al livello inferiore, e quindi non comprendono il salto di qualità. Confondono, e si confondono.

Che delirio di soggettivismi.

Allora vi racconterò, tuffo impossibile nell’oggettività, che stasera sono andato ad una abbastanza rinomata rassegna locale ARCI di produzioni video, e sono rimasto allibito dalla pochezza della qualità delle cinque/sei opere presentate.

Documentari hiphop adolescenziali, esperimenti grafici, una orribile situazione tragica narrata con lo stile e piglio da “telenovela piemontese” di vecchissima gialappiana memoria, un due videoclip palesemente fuori posto – di solito i videoclip hanno una categoria apposita, perché sono un genere ben distinto dalla fiction – anche se uno di questi presentava almeno una trama, uno spunto narrativo non banale.

Solo un’opera, in bianconero, mostrava un po’ di riflessione e di scelte narrative. Manifestava una poetica, ecco, un intento da raggiungere e un progetto per raggiungerlo, con la grammatica e gli strumenti espressivi propri della videoarte.

Per dirla tutta, ha vinto poi un’opera che consiste nel mostrare a inqudratura fissa una riga di bicchieri che vengono via via riempiti di vino, e poi la stessa sequenza montata al contrario, dove si vedono i bicchieri che si “svuotano verso l’alto”, dove il vino rientra nella caraffa; il tutto per sei lunghissimi minuti. Il titolo era “Furlan time”, giusto per rendere esplicito un banalissimo spunto di racconto per dipingere la gente friulana, secondo stereotipi. Se durava sei secondi, era uguale.

Ray e TzaraMa perché la gente non legge, non studia? Perché non appena si ha per le mani Vegas oppure Final Cut e si mettono due effetti su una traccia di audio o di video si pensa di aver fatto una figata pazzesca? Perché sono costretto a rivedere sempre cose già fatte largamente nei settanta con i VHS, a loro volta frutto di speculazioni artistiche dei sessanta tipo le gelatine e la pellicola, a loro volta frutto di ragionamenti un po’ surrealistici un po’ formalisti tipo negli anni ’30 e ’40, perché devo sempre rivedere le stesse cose già pensate e realizzate dai futuristi e dai Dada ottant’anni fa? Perché la gente rimane sorpresa e si emoziona per ogni sciocchezza che dice? Non sorge mai a nessuno il dubbio che qualcuno possa averla già detta?

Con calma… beninteso, nessuno si deve vergognare di produrre qualcosa.
L’espressione di una propria idea, di una propria intuizione è sempre lodevole.

Quello di cui bisognerebbe vergognarsi è il proporre la propria opera ad un concorso video serio, dove mi aspetto di vedere delle sceneggiature un minimo elaborate, un po’ di ricerca visiva consapevole, al limite una trovata narrativa anche minima, ma raccontata sinteticamente con senso del ritmo e buona intenzione.

Presentarsi ad un concorso, anelare perfino a vincere un premio, senza pudore… il premio migliore non dovrebbe essere nient’altro che i commenti lasciati dai naviganti allo stesso video pubblicato su Youtube, e meno male che al giorno d’oggi pubblicare non è più un problema.

Sol Statio

Ecco qua, adesso ho la mia bella età più sei mesi.
L’altro giorno, non vi sarà sfuggito, era il Solstizio d’inverno. Il giorno in cui il Sole sta fermo, raggiunge una stazione, arresta il suo cammino verso il basso (misurato a mezzogiorno come distanza verticale dall’orizzonte, non come movimento da est a ovest, sennò significherebbe che la Terra ha smesso di girare su sé stessa e vi garantisco non sarebbe una bella cosa) e riprende a salire nel cielo.

Un momento dell’anno che tutte le culture hanno reso significativo, in una semiotica del mondo naturale. Quest’ultima presuppone che per rendere
il mondo significante sia necessario porre su di esso una griglia (la
cultura), uno schema di rappresentazioni che ci consenta di
identificare le figure come oggetti, classificarle e collegarle, ed il solstizio d’inverno e d’estate è fuori di dubbio siano elementi forti della grammatica dei moti siderei.
In un mondo agricolo, narrativamente circolare, siamo nell’anti-climax, siamo nel minimo dell’azione, dove tutto sta immobile eppure tutto ricomincia, il momento in cui scocca una scintilla profonda nel cuore dell’Essere: andiamo verso la Luce.

Siate politeisti.

Raccontamela giusta

Ben takes a photo of himself everyday

Sì, buonanotte. Qui siamo già oltre.
Anzi, questo video segna la nascita di un nuovo genere cinematografico, quello caratterizzato dall’espediente “un fotogramma al giorno”, come solo poche settimane abbiamo avuto modo di apprezzare sui nostri schermi, su YouTube, dove c’era quel tipo che per ben quattro anni (sì?) si era fatto una foto al giorno e poi le ha messe tutte in fila in un video.
Però Ben qui mette in scena tutta una vita romanzata in questo stile peculiare, indicandolo quindi (lo stile) proprio con lo stesso atto dell’infrangerne le regole (mentendo spudoratamente)(uff).

Sono dentro youtube, non posso taggare: mi succederà qualcosa?

Piermario Ciani

E’ morto Piermario Ciani, un artista che da anni viveva nel futuro, e leggeva bene le dinamiche della modernità.
Non lo conoscevo bene, ho giusto partecipato ad un ritrovo estivo a casa sua qualche anno fa, a cui vanno sommate delle belle chiacchiere in occasione di qualche evento culturale qui in Friuli, tra cui Topolò.

Ho letto però il suo libro, l’ho visto trasmettere passione ai ragazzi dell’Agenzia Giovani di Udine parlando di mail-art e grafica, ho incrociato il suo sguardo attento.

Riporto qui la mail spedita da WuMing

Lo abbiamo appreso pochi minuti fa, da una laconica e disperata mail di Vittore Baroni.
Dopo mesi di lotta e terapie, stanotte un male subdolo ha stroncato la vita iper-sinaptica di PIERMARIO CIANI.
Piermario era fotografo, grafico e mail-artista;
testimone privilegiato dell’avventura punk italiana;
leader della rock-band virtuale Mind Invaders, poi divenuta pseudonimo multiplo;
colonna portante del Luther Blissett Project e, prima ancora, di tanti altri progetti in network da cui LB prese le mosse (es. TRAX, Stickerman);
autore degli adesivi “blissettiani” che nel decennio scorso tappezzarono i muri delle città italiane;
tra gli inventori della celebre beffa a “Chi l’ha visto?” (1995) e delle beffe che costellarono la Biennale di Venezia 2005 (es. Loota, la scimmia pittrice);
fondatore (insieme a Vittore Baroni) delle edizioni AAA;
principale animatore della rassegna annuale “Stazione Topolò-Postaja Topolove.

Piermario aveva cinquantacinque anni. Nel 2000 aveva pubblicato una sorta di autobiografia/antologia/libro-oggetto, Piermario Ciani. Dal Great Complotto a Luther Blissett (AAA edizioni e Juliet Art Magazine). Celiando, l’aveva alternativamente titolato: “I miei primi cinquant’anni”. Purtroppo, altro mezzo secolo non seguirà. Quel libro è una testimonianza cardinale di mezzo secolo di underground italiano. Descrive le radici di quel che è seguito. La vicenda individuale di Piermario illumina un’epopea che va dalla dimensione locale (la scena punk del Friuli) a quella transnazionale (la mail art, il LBP, l’alba del web etc.). Duecentocinquanta pagine di meraviglie grafiche e autentico amore per la creazione.
A Piermario dobbiamo tanto, tantissimo. Il suo contributo è stato inestimabile. E’ un colpo durissimo, lascia con le labbra in preda a un formicolìo e il rimorso di averlo sentito di rado, negli ultimi anni. Ti appunti sempre: “Un giorno o l’altro lo chiamo… Appena ho tempo gli scrivo…” Sai che sta poco bene, ti informi, ti dicono che migliora, allora pensi: adesso lo chiamo, poi capita sempre qualcosa, e infine la notizia ti dà il capogiro e ti fa sentire una merda, l’ultimo dei vermi. Ti rendi conto di quanto gli volevi bene, di quali miracoli possa fare una rete: hai condiviso innumerevoli momenti con una persona che, fisicamente, hai incontrato soltanto una manciata di volte.
Piermario era – in senso buono – un piccolo patriarca, fin dall’aspetto una sorta di quieto capostipite biblico. Dai suoi lombi sono discese tante vite. Si lascia alle spalle una famiglia numerosa, a cui mandiamo queste impacciate condoglianze… e una famiglia allargata che copre tutto il pianeta: nelle prossime settimane, man mano che la notizia li raggiungerà, migliaia di artisti e attivisti riempiranno le reti con il loro dolore. Noi, con queste righe, cerchiamo di dare un apporto non di circostanza. Qui sotto proponiamo alcuni link, perché chi non ha conosciuto Piermario e il suo lavoro possa farsene un’idea.
Addio, Piermario.

Piermario Ciani: Maschingegno
I divertissments sessuografici di un artista totale
Blissett e non più Blissett
Intervista a Piermario Ciani
Fra arte e anti-arte
Intervista a Piermario Ciani
Le origini della mail art in Italia
Intervista a Piermario Ciani

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Topolò, arte sul confine

E’ arrivato anche quest’anno il tempo di andare a Topolò, per riflettere di arte e multiculturalità.
Vedete, Topolò è un piccolissimo paese di montagna, con le case fatte di sassi ed il tetto in legno, senza macchine, situato alla fine di una valle, e oltre solo boschi fino alla Slovenia, poche centinaia di metri.

Eppure in dieci anni di qui sono passati decine di artisti, anche di fama internazionale, che soggiornando qualche giorno, ispirandosi a ciò che trova intorno (architettura, vicende, dialetto sloveno, la natura forte, il silenzio, i riti, la strada che finisce) hanno lasciato come memoria delle opere e delle installazioni permanenti: non posso non ricordare gli “strumenti a perdifiato” disseminati per le stradine, ovvero dei tubi circolari di ottone di circa un metro, con cui bisogna interagirci parlando ad un’estremità e contemporaneamente avvicinando all’orecchio il terminale, per ascoltare la nostra stessa voce però rimbalzata per l’intero universo. Al fruitore decidere cosa narrare, per parlare con sé stesso.

Poesia, multimedia, situazionismi, immagini, installazioni sonore: per dieci giorni a Topolove (nome in sloveno) c’è di tutto, ma soprattutto si respira la ricchezza dello scambio culturale con persone di altre nazionalità, espressioni artistiche mai banali, e quel sentimento d’ospitalità che porta i pochissimi abitanti rimasti a condividere vino rosso con noi ospiti tranquilli e curiosi.

Stavo per andarci ieri sera, a vedere un documentario di un mio amico sulla storia dell’emigrazione friulana nel mondo, e ci sarei andato in Vespa, perché sappiate che non c’è nessuna stazione a Topolò; però gli altri anni ad un angolo delle ripide stradine c’era un tabellone della Solari, come quelli che si trovano negli aeroporti di tutto il mondo con le lettere mobili: chissà se c’è ancora, stasera o domani vado su e controllo. Perché una stazione dove le persone si incrociano e si scambiano sguardi e segni può benissimo essere in fondo ad una valle nel profondo nordest, dove binari non ne sono mai passati, ma le genti si mescolano e si conoscono da millenni, e i confini sbiadiscono.

Stazione di Topolò – Postaja Topolove 2006

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Tecnoarte

Questa è la storia di un mio vecchio trip, i ragionamenti sulla relazione tra tecnologia e arte, arte musicale o almeno storia dell’arte musicale popolare in particolare.

La storia dei legni e degli ottoni è interessantissima, il loro evolversi nella forma, nei secoli. Inventarsi il doppio scappamento per il pedale del pianoforte è un altro bel colpo.

Con l’elettronica (o quasi) il theremin, poi il pick-up per le chitarre e i microfoni seri, nastri ed effetti d’onda e camere d’eco. Immaginate un crooner senza microfono serio, a cercare di sovrastare una big orchestra.

La chitarra rockandroll senza twang, gli ampli senza circuiti che saturano. Senza amplificazione P.A. a condensatore non avrebbero mai poturo inventarsi woodstock e white. E poi il sinth, e i settanta magari tedeschi. O la wave. I campionatori e la house metà ottanta, e la musica su PC e le tecniche di registrazione fino ad oggi.
Dai Frippertronics, ecco quelli che vengono chiamati loop station, o simili.

Effetti a pedale che permettono di sovrapporre strati di suono, aggiungendo via via qualcosa sopra ciò chi io stesso vado successivamente suonando e registrando.

Faccio un riff di chiatarra, premo un tasto e aggiungo una linea melodica, poi ripremo il tasto e aggiungo una voce, poi altre chitarre o bassi o qualunque strumento abbia per le mani.

Ecco, con Manyfingers io per la prima volta ho visto compiutamente mettere in scena il processo, non il prodotto.

Nel 2001 sono andato su un palco con una Groovebox e un hi-hat in una locale manifestazione musicale cercando di dire qualcosa di simile, e finalmente oggi vedo realizzata quell’espressione musicale che io stesso avrei desiderato pronunciare… la capacità entro la situazione di enunciazione di esporre i contenuti del discorso, ammantando fortemente il messaggio del luogo e del tempo in cui questo viene effettivamente pronunciato, il qui-e-ora, rifiltrando e riproponendo, e mostrando la costruzione dell’opera mentre la realizzo.
Qui Manyfingers è bravissimo.

Fw: (nessun oggetto)

Idee per installazione: si tratta qui di stabilire un cortocircuito tra l’interpretazione del mondo, il conseguente comportamento espressivo degli individui e delle collettività, la modificazione indotta nel mondo dalla pratica espressiva.

Il segnale video di una webcam puntata su un incrocio stradale viene elaborato digitalmente per produrre a partire dall’immagine stessa degli impulsi random, i quali alimentano degli strumenti elettronici (o anche reali, con sistemi elettromeccanici) il cui suono, a sua volta filtrato digitalmente e interpretato mediante un’ulteriore interfaccia, condiziona il timer delle sequenze dei semafori dell’incrocio stesso.