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Un muro. Foto presa da Corriere.it

Non è un Voi, è un Loro.

Non è un Voi, è un Loro.

Questa foto è un muro, e come tale va figurativamente interpretata.
Poi vengono le parole.

Le parole utilizzate dai capi di Stato, molti di loro già smascherati come ipocriti per l’incoerenza tra le loro azioni passate e la loro presenza a Parigi, sono specchi per parlare di sé, ombelicali, emblema di chiusura: Hollande parla di “Parigi capitale del mondo”, ponendo un Noi ineluttabile; Renzi parla dei “nostri” valori”; Netanyahu pone esplicitamente “il nemico”; Cazeneuve parla subito di frontiere da controllare, includendo internet quale luogo dove far rimuovere da parte di società web contenuti illegali, dichiarazione apologetiche, incitamenti all’odio.

Non dimentichiamoci che alcune scelte sono state fatte subito, stabilendo chi invitare e chi lasciare fuori, a esempio movimenti politici francesi certo scomodi per la linea che si voleva dare alla rappresentazione teatrale di ieri, senza considerare che proprio questo fare contraddiceva le parole che si intendevano pronunciare.

Sul piano discorsivo, appunto, l’intera retorica della manifestazione trasuda chiusura, pone un NOI fittizio, artatamente costruito e messo in scena come omogeneo, che come conseguenza nell’alveo del discorso istituisce non un VOI — sarebbe un attore legittimo del Dialogo, interlocutore ratificato — ma un LORO, estraneo, intoccabile, ignoto e incomprensibile, minaccioso.

Una mancanza di apertura, un ritorno al noto e al medesimo, una denegazione dell’Alterità, in un discorso nettamente politico, il quale non tiene in considerazione le conseguenze del proprio dire, essendo tutto ripiegato su sé stesso, muro contro muro.

Non so se la miccia sia accesa, ma so che gettare benzina è stupido.

Turismo locale, storytelling - Giorgio Jannis

Format di turismo locale, e narrazioni social territoriali

Format di turismo, social media, user-experience, dimensioni affettive, web marketing, narrazioni territoriali: tutto si tiene.

Incollo qui una cosa rapida che ho scritto ieri su Facebook. Per un motivo semplice: tutti gli approcci di marketing moderni ci dicono che quello che in realtà si vende è l’esperienza del servizio o del prodotto per l’utente, quindi tutto l’aspetto connotativo della fruizione di quel bene materiale o immateriale, il piacere, l’emozione, la qualità di quella nicchia di tempo e spazio dove chi compra valuta meritevole insediarsi, per ritagliarsi un momento per sé.

Conseguentemente, da parecchio tempo il mantra del marketing moderno è diventato “bisogna progettare delle esperienze”, meglio ancora se nel caso di social web marketing vengono concepite da subito, nativamente, delle progettazioni riguardo l’esperienza di una intera community, la quale poi, essendo intessuta di passioni e abitando attivamente una qualsiasi piattaforma, se ben coinvolta – senza raccontare fuffa, con originalità e autenticità – saprà dare gambe alla value proposition, che appunto sempre meno riguarda il singolo prodotto o servizio, ma piuttosto l’esperienza “di vita” che quel prodotto o servizio mi promette e mi garantisce.

Se devo promuovere un prodotto enogastronomico, a esempio, quindi direttamente legato a uno specifico territorio in modo non altrove replicabile, non posso non concepire il marketing in ottica di promozione turistico-territoriale. Il compratore vorrà affezionarsi al processo di coltivazione o di produzione, vorrà conoscere il vignaiolo e parlarci, vorrà soggiornare in loco e non in anonimi alberghi ma in luoghi caratteristici, vorrà in qualche modo partecipare alla realizzazione di quella bottiglia di vino o di quel prosciutto, per appunto far parte di un’esperienza unica: in tal modo maturerà un sentimento di appartenenza a quel territorio, dimensioni psicologiche affettivamente connotate che donano identità e senso al fruitore di un bene che è ben più ampio del comprare vino online.

Conseguentemente, tutta la narrazione sul prodotto va reimpostata sull’esperienza-utente; la conversazione sui social media va improntata sul feedback del cliente – la sua narrazione diventa la conversazione, smettiamola di parlare del prodotto; il social web marketing dovrà comprendere la necessità di inseguire i clienti attuali fidelizzandoli con approcci rispettosi della persona e dei suoi sentimenti, piuttosto che dilapidare patrimoni nella ricerca di nuovi like e fan e follower sperando in una lead generation che porti al semplice acquisto del prodotto, per poi abbandonare l’utente. Ma questo è un altro discorso, lo affronterò più avanti.

Qui sotto, il post su Facebook.

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Ma guardate qui. E faccia un ragionamento chi progetta esperienze turistiche e relativo storytelling in FVG.
Metti cento russi su un aereo, li fai atterrare a Ronchi dei Legionari, poi li porti a dormire in bed&breakfast con agriturismo, in qualche magnifico borgo rurale lì al centro della mappa tipo Clauiano o da qualche parte lungo il Torre. Poi nel raggio di VENTI CHILOMETRI gli organizzi le escursioni: Aquileia per cose romane e romaniche, Cividale per i Longobardi ottavo secolo, Palmanova e Gradisca come fortezze rinascimentali e secentesche, Torviscosa come esempio urbanistico pregevole di città di fondazione novecentesca. Se vogliono, si allunga fino a Udine, fino a Grado, fino a Marano, fino a Villa Manin, fino a San Daniele, fino a Trieste. Li porti a mangiare ovunque, li porti sul Collio o sui Colli Orientali a bere vino sopraffino, li fai passeggiare nelle vigne e nei castelli. Tutti in furgoncino, e via andare, felici e contenti. Oppure comitive di russi in Vespa.

Foley - Jannis

Foley, ISIS, e la retorica dell’effetto-realtà.

La diffusione del video da parte dell’ISIS della decapitazione di Foley è un caso mediatico.

Perché, come subito in parecchi hanno notato, il video è montato, costruito, progettato. Contiene artefatti accortamente introdotti sul piano discorsivo e narrativo, sia sul lato dell’espressione sia su quello del contenuto, che in quanto stilemi facilmente decodificabili (secondo quale stilistica e codici? vedremo) cercano di affermare la veridicità, però non secondo una ricerca di trasparenza – anch’essa in ogni caso sempre “messa in scena” nell’effetto realtà. Nell’orizzonte delle attese del lettore, che siamo noi occidentali – non so bene cosa significhi, in questo contesto – qualcosa rimane insoddisfatto. Proprio perché la proiezione delle nostre aspettative su ciò che stiamo guardando non si incastra con il modo in cui la narrazione della decapitazione viene resa.

Qualcuno in Rete parlava di Brian De Palma, per citare un regista che esplicitamente come linea poetica (e Antonioni, e altri, certo) cercava di interrogarsi sugli effetti di realtà tramite l’opposizione vero/falso e falso/vero. Perché comunque siamo all’interno di un universo di discorso, che pone sé stesso in quanto rappresentazione e dissemina degli indizi per la propria comprensione, per la leggibilità del testo. E l’obiezione immediata è che nel nostro orizzonte di attese sopracitato quel video avrebbe dovuto essere piuttosto crudo, senza tagli e montaggi, un piano sequenza – l’elemento grammaticale della “presa diretta” sulla realtà, appunto, senza mediazioni. E invece questo video è montato. E qual straniamento, Verfremdungseffekt, ci viene da questa organizzazione del discorso.

Forse il “regista” pensava di essere più realistico in questo modo? Secondo quali codici espressivi, quale “poetica”? Ovvero, quale era la sua idea di “lettore modello”, per confezionare in tal guisa il suo messaggio? Oppure, come DePalma o altri ormai banali (trent’anni di massmedia scavano in noi) espedienti cinematografici, sta tessendo una narrazione disseminando sgambetti e inciampi alla nostra interpretazione? Oppure il fatto che, come l’incappucciato inquadrato, l’autore fosse forse inglese british e quindi fosse presumibilmente imbevuto in profondità di cultura occidentale gli ha fatto progettare (consapevolmente o no? qui il nocciolo per provare a decodificare l’intenzionalità autoriale, ovvero attribuire appunto una poetica) la realizzazione del video in quel modo, prima ancora di girarlo? Forse era semplicemente un appassionato di Premiere o Vegas o altri software di videoediting, e si è sbizzarrito come chi a livello amatoriale montando il video di un matrimonio eccede in dissolvenze incrociate e improbabili tendine? Perché? Perché?

Oppure, come dicevo sopra, il problema siamo noi. Inventio, dispositio, elocutio, in ogni aspetto ci sono domande. Decenni di retorica mediatica, o dovrei dire grammatiche per schivare la connotazione ormai decisamente negativa del termine, hanno costruito in noi delle attese, anticipazioni rispetto a ciò che il messaggio mediatico sta per narrarmi. Il messaggio è “ben formato” in sé, però cozza con le nostre aspettative riguardo la coerenza e congruenza con il contesto enunciazionale. Non è adeguato.  Non avrebbero dovuto farlo così. E anche qui mi chiedo perché, perché secondo i nostri codici non è adeguato. Perché se siamo catturati nella costruzione di un frame linguistico e mediatico dall’ISIS progettato e quindi imposto, la nostra reazione avrebbe dovuto essere automaticamente di sdegno e orrore e condanna, e così è, ma in modo nuovo, mediato, entrando e uscendo dalla fiction e dalla presa diretta. Eppure non si fa così, c’erano modi migliori per farlo, pensiamo noi. Perché? Perché?

Non riesco a venirne a capo, nessun cui prodest mi aiuta, nessuna possibile strategia narrativa praticabile da ancorare ai ruoli, in questa situazione del far sapere.

Sospendo il giudizio. Il regista è uno che si diletta di videoediting, questo posso dire.

yo - www.jannis.it

YO! Furbetto e lungimirante

Con Yo ci sei, e inneschi scintille, e ingaggi

Credo di essere stato velocissimo a installare Yo sul telefonino, forse maggio scorso, perché il concetto mi è piaciuto da subito. Yo è un single-tap zero character communication tool. Non potete scrivere niente a nessuno, semplicemente fare Yo, o pokare come si faceva una volta su Facebook.

Ma questo significa aver trovato una nicchia laterale, sempre esistita eppur forse quasi mai percepita e valorizzata, nell’ecosistema della comunicazione interpersonale mediata, ovvero tralasciare il contenuto del messaggio per concentrarsi sulla funzione fàtica del linguaggio (verificare il canale), a cui si aggiungono necessariamente piccole dosi di funzioni conative (interpellazione del destinatario, con richiesta di reazione) e referenziali (come deissi, un riferimento al contesto enunciativo). Vedi wiki per ricordarti di Jakobson.

Come molti già sottolineano – Federico Guerrini su La Stampa, Fabio Lalli che sottolinea gli aspetti economici dietrogiacenti, TechCrunch – quella che pareva una app interpretata all’inzio frettolosamente come stupidina si sta rivelando una macchina capace di amplificare notevolmente la nostra presenza in Rete, per il nostro stesso fatto di esserci e dire di esserci, facendo Yo. E la presenza su Web, tracciabile, già significa molto. Basti pensare all’interpretazione che diamo al “pallino” verde o rosso che rappresenta il nostro esserci e la nostra disponibilità, da ICQ a Skype a Hangout.

Detta ancora più filosoficamente, un “Io dico” è sempre un “Io sono io dico”, perché la voce ha un’origine, e ci situa nel mondo, in una circostanza di enunciazione, e quel dire veicola un’identità. Ora sul web quel semplice “Io sono”, quel “ci sono” fa già scoccare scintille sulle reti interpersonali mediate, la semplice presenza ingaggia software e persone a interagire con noi, messaggi estroversi che mandiamo e messaggi che possono raggiungerci, tramite i meccanismi automatici della Rete.

Ora Yo, che appunto non è un giocattolino come sembrava all’inizio, ha aggiunto dei servizi, rafforzando al contempo la nostra identità. Servizi per restare sintonizzati con quanto accade nel mondo, segnalazioni eventi e nuovi articoli su varie testate giornalistiche, uscite discografiche, annunci di Obama, oppure per dare dei comandi domotici e dire alle luci di spegnersi a casa nostra. Ma soprattutto Yo ora si interfaccia con IFTTT, e questo significa potersi programmare migliaia di azioni che possiamo compiere verso noi stessi, verso gli altri e verso gli spazi di pubblicazione, cliccando solo una volta. Qui è il valore, nella propagazione attraverso il sistema nervoso, prima ancora di una elaborazione cosciente dei contenuti.

Aggiornare la (propria idea di) collettività, per giornalisti

Ero a Cortina per partecipare alle giornate di aggiornamento professionale per giornalisti, da quest’anno (!) obbligatorie, chiamato dall’Ordine dei Giornalisti del Veneto tramite Carlo Felice Dalla Pasqua. Io e Sergio Maistrello, io per parlare di qualcosa vicino al civic journalism, lui di fact-checking.

Beh, a me interessava sottolineare quanto la percezione stessa che un giornalista ha del suo lavoro, del suo metodo, della sua ricaduta sulla collettività dipenda proprio dalla percezione che della collettività questo giornalista possiede. Una rappresentazione mentale, un Lettore (collettivo) Modello, a cui pensa e si rivolge mentre progetta e costruisce e distribuisce il suo pezzetto di informazione, magari fornendo approfondimenti e collegamenti.

Perché, vecchia tiritera, il messaggio assume senso nel momento in cui cade in un contesto preciso, qui e ora. Una circostanza di enunciazione, sissignori. E di quel testo si può analizzare il cotesto – pensiamo all’impaginazione a flusso di moderne forme di cronaca – comprendendo quanto la giustapposizione o la vicinanza di un articolo a un altro di tutt’altra specie determini l’interpretazione che ne daremo. Pensate a Twitter, pensate alla bacheca di Facebook.

Ma c’è di mezzo l’idea di collettività, appunto. Iperlocale o su scala nazionale, la dimensione e le dinamiche abitano nella testa del giornalista. Che magari pensa ai suoi lettori come audience, o come gentiluomini ottocenteschi che sfogliano il giornale mentre sorseggiano una bibita in giardino, quando invece è ben chiaro quanto la fruizione delle news sia radicalmente cambiata, nei ritmi, nei luoghi dove essa avviene, nei dispositivi su cui viaggia, per non parlare del fatto che proprio uscendo dall’idea di audience sia necessario provare a concepire i lettori come partecipativi, prosumer, commentanti e distribuenti, e altre cose così. Ovvio, cambia tutto. E civic journalism, lo dicono quelli bravi, significa in prima battuta proprio questo, modificare la percezione della collettività da cui un giornalista trae e verso cui rimanda l’informazione più o meno elaborata, riposizionando la propria professionalità in direzione di una responsabilità nei confronti della comunità. Fornendo strumenti per capire meglio le cose che avvengono, promuovendo il pubblico dibattito, affiancando i cittadini nelle scelte riguardanti la vita pubblica.

The art and form of storytelling

The Future is Now: 5 Things pushing the art and form of storytelling

See on Scoop.itNarrazioni di ogni genere

giorgiojannis‘s insight:

Ho bisogno di un eroe. Di un lupo, di un drago, di una babayaga, di una sanzione, di una manipolazione patemica, di un valore. E allora parleremo bene di narrazione, che non sia soltanto uno spammare un po’ articolato e multimediale.

See on www.sundance.org

Scolpire gli eventi

Come insegnano i film, i giornalisti americani ovvero da decenni tutti i giornalisti del mondo hanno ben presente lo schema delle 5W, con cui descrivere subito all’inizio del pezzo attori contesto e circostanze dell’evento da narrare (che quindi diventa notizia, avendo superato il vaglio della notiziabilità), in quella che viene detta piramide inversa, dal punto di vista dell’esposizione dei contenuti.


WHO, WHAT, WHEN, WHERE, WHY.


Ma trovo su Wikipedia indicazioni secondo cui la retorica classica aveva già organizzato in modo simile i luoghi narrativi essenziali al racconto di un evento: 
i filosofi e retori dell’antichità hanno indagato approfonditamente la possibilità di esplorare un tema di discussione attraverso una griglia di domande fisse e standardizzate. Il retore Ermagora di Temno, secondo quanto riferisce lo pseudo-Agostino nel De Rhetorica [1], definì sette «circostanze» quali tòpoi di un tema: 

Quis, quid, quando, ubi, cur, quem ad modum, quibus adminiculis

Poi Cicerone, Quintiliano, Vittorino, Giulio Vittore, Boezio che “applicò le sette circostanze all’oratoria e ne fece elementi fondamentali per l’arte dell’accusa e della difesa”: Quis, quid, cur, quomodo, ubi, quando, quibus auxiliis. Sempre di loci argumentorum stiamo parlando. Quelli poi ripresi anche dalla Chiesa nell’approntare direi il protocollo dell’indagine confessionale, in un Concilio del 1215, quella formula che poi sarebbe rimasta immutata per secoli Quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando.

Da Tommaso d’Aquino ci viene uno schema perfetto anche per il giornalismo odierno nella costruzione di una corretta informazione, nella suddivisione in otto elementi fondamentali che sono però ora capaci anche di individuare le circostanze dell’evento da narrare, oltre a soggetto e oggetto. Si giunge quindi a formulazioni in grado di connotare gli eventi, determinandone il senso univoco come cronaca.

Latino Italiano 5 W
1. QUIS «Chi» “Who”
2. QUID «Cosa» “What”
3. QUANDO «Quando» “When”
4. UBI «Dove» “Where”
5. CUR «Perché» “Why”
6. QUANTUM «Quanto» assente
7. QUOMODO «In che modo» assente
8. QUIBUS AUXILIIS «Con quali mezzi» assente

#papa is the new #papa

Metti che il papa si dimette o abdica o quel che è, partono immediatamente, anzi mediaticamente, centinaia migliaia di commenti.
I battutari sono meravigliosi, l’italia è piena di gente di spirito, twitter farebbe la felicità dei ghistwriter dei personaggi televisivi e dei baracconi della risata, facebook con più lentezza sta arrivando, migliaia di persone che si arrovellano per trovare il gioco di parole giusto. Meraviglia. Crowdsourcing del commento di cronaca in tempo reale.
Secondo me l’ANSA dovrebbe contestualmente alla prima notizia dell’evento proporre l’hashtag giusto, sennò certe perle si perdono.
Poi ci sono i commentatori seriosi, i link alla storia del personaggio, gli approfondimenti di diritto canonico, i latinisti sguinzagliati, i facili collegamenti con la situazione politica, il mondo del lavoro, eccetera.
E questo varrà per tutti i prossimi eventi del pianeta, per i prossimi decenni. Vado a leggere un libro.

Orchestrina del Titanic

SWG aveva ottenuto un via libera dall’AGCom per commercializzare una app riguardo i sondaggi pre-elettorali, anche durante il silenzio mediatico dei 15 giorni. La vende a 9.90€, è tra le più scaricate, quindi parliamo di migliaia o decine di migliaia di persone. Poi la marcia indietro, perché dice AGCom (e qui mi vien da ridere) “l’applicazione, nei termini in cui viene pubblicizzata, rende accessibile – previo il pagamento di un prezzo contenuto – il risultato dei sondaggi ad un pubblico potenzialmente molto vasto, con inevitabili effetti di diffusione incontrollata dell’informazione”. 
Poi ci sono anche altri che offrono lo stesso servizio, a quanto pare al riparo per il fatto di vendere l’app a pochi (seh), come scenaripolitici.com.
Come dire: finché lo venite a sapere voi che siete quattro gatti in un baretto, ok.
Ma quando mi accorgo che siete tanti, blocco tutto. Ah, AGCom, che cornice novecentesca quella dentro cui pensi e emetti sentenze. Quanto non capisci.
Se uno di quelli che compreranno il servizio, da SWG o da altri, mette in giro le informazioni sulle preferenze di voto (rete TOR, modi anonimi, passaparola, o anche smaccatamente) crolla tutto il palco. Cosa vuoi tener nascosto, un segreto di Pulcinella? Siamo in Rete, non siamo mica dentro un sistema dove se fai saltare un traliccio oscuri tutta una regione geografica. Sveglia. Quella legge non sta in piedi. Se si possono fare i sondaggi, si possono pubblicare.
E anche un altro esempio mi viene in mente, per mostrare quanto abitiamo in luoghi nuovi.
Una foto che vedo in internet, su facebook, dove si dice di mettere il proprio IBAN sulla scheda elettorale, se si vuole essere rimborsati dell’IMU. Ovviamente così facendo la si rende nulla. Cos’è questa, una campagna di disinformazione? Perseguibile? Se ho 5000 amici su FB, cos’è questo, un mass-media e quindi mi blocchi l’account? Questo blog?
Non regge. Niente, regge. Verrà giù tutto.

Open Source in Regione FVG, sito morto

Sono anni che parliamo di utilizzo di software opensource nelle pubbliche amministrazioni, ci sono anche le leggi nuovissime e meravigliose che ne stabiliscono la precedenza nell’adozione rispetto a soluzioni commerciali.
La Regione Friuli (trattino) Venezia Giulia ha promosso nel 2009 la realizzazione di CROSS, un portale

“attivato nell’ottica delle nuove strategie di innovazione programmate con il Piano strategico della Regione FVG.
Il progetto, presentato dalla Direzione centrale organizzazione, personale e sistemi informativi e coordinato dal servizio eGovernment, come azione di innovazione tecnologica ICT, intende creare un Centro Regionale per l’Open Source Software (CROSS) con l’intento di favorire la diffusione del Software Open Source nelle PA e nelle imprese presenti sul territorio regionale. “

e tenete presente che questo copiaincolla dal sito non avrei nemmeno potuto farlo, perché a pie’ di pagina c’è scritto “Copyright ® 2009 Regione FVG”. Che ridere.

Ma il problema è questo: perché questo sito è morto? Ha pubblicato una cosetta come fotografia del territorio rispetto alle soluzioni informatiche adottate (con errata corrige), ha segnalato un’altra cosetta in un convegno, ha fatto un po’ da vetrina domanda-offerta. Proprio adesso che sarebbe utilissimo, e servirebbe un regìa regionale per l’attuazione dell’Agenda digitale declinata contestualmente su necessità e peculiarità regionali.

Democrazia 2.0

Democrazia 2.0 non significa solo voto elettronico.
La Rete abilita nuovi comportamenti negli attori sociali, i quali fatta propria una certa etica della comunicazione dovrebbero sentirsi in dovere di manifestare in modo trasparente le proprie idee, e di discuterle pubblicamente con i portatori di interesse. E questo vale anche per i partiti politici, e per i candidati. Sembrerebbe ovvio, ma non lo è. 
Un colpetto qui e uno là, nel corso degli ultimi due o tre anni (le piattaforme, gli aggregatori, i canali youtube, i twitter, le primarie online, le campagne di comunicazione su community) hanno fatto emergere la consapevolezza riguardo a ciò che è buona cosa fare oggi, per comunicare la propria visione politica e abitare in Rete in modo nativamente conversazionale, dialogico.
Ecco un decalogo di buona comunicazione, diffuso da un appello di Democraziaduepuntozero

1. di pubblicare online l’’elenco di tutte le candidature, offrendo a tutti i candidati una piattaforma web attraverso la quale aprirsi al dialogo e al confronto con i cittadini e presentarsi ai propri elettori con il proprio curriculum, le proprie idee e il proprio programma: massima trasparenza e apertura anche alle critiche dovranno essere irrinunciabili principi ispiratori della campagna elettorale online.

2. di dare pubblicità a tutte le riunioni politiche di vertice in live streaming e successiva archiviazione online, perché chi si candida alla guida del Paese non può e non deve avere niente da nascondere ai cittadini.

3. di garantire che tutti i candidati si impegnino, se eletti, a consultarsi costantemente attraverso strumenti telematici con i propri elettori, rispondendo settimanalmente online a interrogazioni pubbliche in livechat.

4. di impegnarsi nella prossima legislatura perché l’accesso a Internet diventi un diritto fondamentale del cittadino.

5. di impegnarsi perché la Rete sia davvero neutrale e sia vietato ai fornitori di servizi di comunicazione elettronica ogni genere di attività di network management suscettibile di incidere sulla libertà degli utenti di accedere a ogni tipo di contenuto a condizioni tecniche ed economiche non discriminatorie.

6. di impegnarsi perché tutti i dati e le informazioni in possesso delle pubbliche amministrazioni siano resi disponibili online, in tempo reale, in formato aperto e con una licenza che ne autorizzi l’uso da parte di tutti anche per finalità commerciali

7. di impegnarsi perché i tribunali (e tutte le autorità svolgenti funzioni giurisdizionali) rendano accessibili ai cittadini, online e gratuitamente,i testi integrali di tutte le proprie decisioni.

8. di impegnarsi a fare in modo che il diritto d’autore sia, anche in Rete, uno strumento di promozione della creazione e circolazione dei contenuti artistici, culturali ed informativi e non solo un vincolo e un impedimento.

9. di impegnarsi a garantire che nessun contenuto di carattere informativo possa essere rimosso dallo spazio pubblico telematico o reso inaccessibile in assenza di un ordine dell’’Autorità giudiziaria.

10. di impegnarsi nell’adozione delle politiche di governo aperto che vanno diffondendosi in tutto il mondo creando straordinari benefici in termini di trasparenza ed efficienza dell’attività della pubblica amministrazione e di rafforzamento e consolidamento della democrazia.

Open Udine

Era una delle portate più sostanziose, presentata alla cittadinanza durante il convegno #udinesmart.
Udine è la prima città in Italia a essere completamente trasparente, ovvero monitorabile dagli interessati.
La piattaforma è OpenMunicipio, l’indirizzo è udine.openmunicipio.it
Ci si iscrive, e dovrebbero farlo secondo me almeno mille udinesi, l’un per cento della popolazione residente, poi si clicca qua e là per restare aggiornati sugli atti e le delibere comunali, oppure sulle attività di un determinato amministratore.
Si tratta di un punto di arrivo importante, a quindici anni dalla legge Bassanini, un segno tangibile del cambiamento della PA rispetto alla comunicazione istituzione-cittadini. E costituisce un punto di partenza per una pubblica amministrazione condivisa e collaborativa, un’ideale di trasparenza che ora tutti noi dobbiamo saper mettere a frutto, perché in fin dei conti parliamo di cosa pubblica.
I documenti consultabili (atti, delibere, mozioni, etc.) sono però in formato proprietario .doc, e non credo la cosa sia corretta, secondo le stesse indicazioni del Codice dell’Amministrazione Digitale.

Comune di Udine, bussola della trasparenza

E’ stato resa disponibile dal Ministero per la Pubblica Amministrazione e la semplificazione la Bussola della Trasparenza, uno strumento che “consente alle pubbliche amministrazioni e ai cittadini di utilizzare strumenti per l’ analisi ed il monitoraggio dei siti web. Il principale obiettivo è di accompagnare le amministrazioni, anche attraverso il coinvolgimento diretto dei cittadini, nel miglioramento continuo della qualità delle informazioni on-line e dei servizi digitali.”
Ho cercato Udine, ma non ottengo risposte, come se il sito non fosse raggiungibile, quando invece lo è alla normale navigazione. Spero questo non sia a causa della nidificazione eccessiva degli indirizzi del sito web del mio Comune (per dire, l’homepage si trova qui http://www.comune.udine.it/opencms/opencms/release/ComuneUdine/index.html)
Ho provato anche a fare un confronto con il Comune di Pordenone, per vedere gli indicatori utilizzati, lo metto qui sotto. Udine è tutta negativa perché non raggiungibile, credo in realtà qualche faccina verde e sorridente l’avrebbe presa anche lei. Riprovo nei prossimi giorni.

Coinvolgimento affettivo delle comunità digitali

Un bell’articolo esaustivo e documentato di Marco Minghetti sul Sole24ore “Di cosa parliamo quando parliamo di #Engagement”, sulla social organization, sullo scenario e le azioni comunicative delle organizzazioni lavorative al tempo del social web.
E si parla esplicitamente di affettività, nelle forme di coinvolgimento e partecipazione delle community interne o esterne all’organizzazione. Progettare esperienze, renderle praticabili, ricavarne identità, con passione.

“La cosa più importante che la collaborazione consente ai dipendenti è formare legami e connessioni tra loro, ovvero costruire relazioni. Queste relazioni fra dipendenti coinvolti (engaged employees) sono quelle che portano nuove idee all’interno delle organizzazioni. Quanto più i dipendenti possono condividere, comunicare, collaborare e coinvolgersi (engage with) uno con l’altro, maggiore è il flusso delle idee. Queste idee possono essere nuove opportunità di guadagno, strategie di riduzione dei costi, consigli per il miglioramento della produttività, miglioramenti nello sviluppo dei prodotti, eccetera”

I ricercatori identificano innanzitutto una precisa definizione di Engagement: “L’intensità della connessione o partecipazione individuale con un marchio o una organizzazione”. (…) L’Engagement richiede una connessione emotiva tra una marca o una organizzazione e un individuo. Questa connessione emotiva porta all’azione, magari sotto forma di Condivisioni, Like o Tweet dei contenuti associati a prodotti e servizi: una azione propedeutica (o successiva) al loro acquisto. “Dal punto di vista del cliente, l’Engagement significa la volontà di andare oltre il mero atto utilitaristico di consumare, per investire qualcosa nel rapporto”, spiega il Dr. Oullier economista comportamentale. Il neuroscienziato Dr. Ramsøy aggiunge: “L’Engagement è relativo alla volontà o capacità di spendere energia per ottenere qualcosa, energia che viene sottratta ad altri impegni e relazioni”.