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Narrazioni di comunità, visioni condivise, scorci di futuro

Ho sete di narrazioni territoriali. Ma di  più: le collettività hanno sete, vogliono abbeverarsi con le rappresentazioni di sé allestite sul mediascape, il paesaggio mediatico.
Riassunto delle puntate precedenti:
  • c’è stato un cambiamento nei technoscape, nei paesaggi tecnologici. Abbiamo tutti per le mani strumenti di espressione nuovi, potenti e raffinati, abitiamo in Rete. E’ un momento aurorale, perché stanno nascendo nuovi format, nuove nicchie e flussi dentro l’ecosistema della conoscenza (fino a ieri biblioteche e quotidiani come imperi costruiti sulla carta, sulla pesantezza; seguiva maturazione dell’opinione pubblica lenta, partecipazione limitata, broadcast ineluttabile)
  • le collettività producono senso vivendo, e lo mostrano nello specchio della letteratura e nelle arti (come fare riflessivo, guarda un po’), tanto quanto nell’urbanistica, o nei modelli economici praticati, nella progettazione della logistica territoriale, e aggiungiamo le possibilità odierne di mostrare dinamicamente in tempo reale i comportamenti delle persone e dei gruppi tramite georeferenzialità e dispositivi connessi ubiqui… risulta oggi facile e semplice darne rappresentazione mediatica adeguata, di tutte ‘ste cose e flussi di persone e idee. Tutto nutre i mediascape, l’insieme degli atti comunicativi, la nuvola del dire di una comunità
  • nei momenti di crisi, conviene avere un serbatoio di possibilità differenti da giocarsi, per meglio adeguarsi al mutato contesto ambientale. Solito parallelo con il dialogo della selezione naturale, e al fatto che siamo tutti mutanti: succedesse qualcosa guarda caso ci sarebbe qualcuno che porta in sé una mutazione fino a quel momento ininfluente, ma che ora potrebbe diventare decisiva per far sopravvivere la specie (sto parlando di sperimentalismo, sì, in ogni settore sociale produttivo e socioculturale, nei format con cui pensiamo e storicamente realizziamo il nostro abitare). Idee per sopravvivere.
  • per potenziare l’efficacia di questo auto-pensarsi delle collettività, costruire contenitori di visioni e di progettazioni sociali, Luoghi partecipativi dove tutti possano esprimere la loro percezione e le loro linee direttrici del desiderio rispetto al futuro del territorio, alla qualità del Ben-stare su di esso come collettività in modo consapevole dell’impronta ecologica e dell’ottimizzazione delle risorse (materia energia e informazione, produzione e distribuzione), all’organizzazione sociale, alla costruzione condivisa di Grandi Narrazioni capaci di dare identità alle comunità locali, per come quele emergono dal calderone della Grande Conversazione, sotto cui abbiamo alzato il fuoco (tecnologie connettive) causando un più rapido rimescolarsi dei contenuti, nella comunicazione
  • ci sarebbe da raccontare come sulla superficie del pentolone si stiano formando aggregazioni di senso imprevedibili, cluster di memi capaci di tessere nuove forme significanti, come isole nei fiumi, luoghi di regolarità nel frattale della pubblica opinione. Non c’è più nessuno (ok, dài, i giornali potrebbero fare molto, se nativamente ripensati) a dirci quali sono gli argomenti importanti, ciò di cui val la pena parlare viene a galla nella Rete.
  • e-Government e e-Democracy non vivono nei pensieri, hanno bisogno di ambienti dove poter depositare e far maturare approcci e metodologie, tematiche e partecipazione
  • c’è di mezzo un aspetto civico del problema, che mi fa pensare che simili Luoghi di elaborazione del sentimento di appartenenza a una collettività (nel senso di aver-cura), i luoghi riflessivi autopoietici, dovrebbero essere pubblici, ovvero appartenere alla collettività. Come cittadini vogliamo che l’amministrazione pubblica renda disponibili piazze e parchi e biblioteche e spazi sociali per il pubblico dibattito e faciliti la circolazione delle opinioni. Poi le idee possono nascere dappertutto, nei caffè o su Facebook, ma là dentro dovrebbero assumere forma organizzata, orientata esplicitamente a costruire nel tempo l’archivio delle narrazioni autodirette di una comunità. Là dentro il ribollire dei punti di vista, delle consultazioni, potrebbe assumere aspetti concreti di promozione territoriale, come proposizione di linee e politiche d’intervento. L’alambicco che distilla.
Dicevo. Di simili Luoghi del “fare identità” territoriali e darne rappresentazione mediatica ne stanno nascendo un po’ ovunque, io stesso sto collaborando per realizzare qualcosa di simile, di cui racconterò più avanti. Gli Urban Center (Torino; Milano, Bologna, altre info) possono essere visti come gangli nervosi per l’elaborazione dei flussi informativi territoriali, gli esperimenti di Urban Experience danno visibilità alle nuove forme dell’abitare e del fruire gli spazi sociali.
A esempio, la Camera di Commercio di Udine ha messo giù un progettone per raccogliere le idee e le visioni della collettività friulana, si chiama Friuli Future Forum, lo trovate descritto anche qui, date una letta.
“L’ambizione è comunicare un progetto che contribuisca a trovare una nuova idea di Friuli. Ricostruiamo il concetto della nostra regione mattone dopo mattone, idea dopo idea, partendo dalle radici culturali e territoriali e individuando i valori di base sui quali poggiare le fondamenta per sostenere i sogni e le aspettative del futuro dei friulani” dicono i due professionisti coinvolti, l’uno più pubblicitario (annusare tendenze sociali e stili mediatici) e l’altro più tecnologo, docente universitario specializzato in location awareness e strumenti per rendere eloquenti le collettività.
E se la questione gira intorno al rendere visibili i flussi partecipativi dei cittadini, a organizzare e e distillare narrazioni centrate sul territorio e la qualità dell’abitare create dagli abitanti stessi, forse servirebbe anche una sorta di agenzia territoriale capace di offrire consulenze ai singoli o alle istituzioni o comunque agli attori sociali per costruire la propria narrazione, il proprio apporto alla Grande Conversazione.
Servirebbero dei Centri per la Narrazione gestiti con professionalità e orientati a progettare format di racconto per le collettività, capaci di fornire soluzioni comunicative adeguate con moderni strumenti di espressione (mappe e geotagging e blog urbani e reti civiche e mediateche e sensori ambientali e internet delle cose e teatri sociali di elaborazione, consultazione e decisione).
E quando le tematiche riguardano il fare civico, queste Agenzie di comunicazione potrebbero tranquillamente essere uno dei servizi offerti alla Cittadinanza da quegli Urban Center di cui parlavo più sopra.
Son dieci anni e più che unendo le mie competenze sulle conversazioni e sui media al mio interesse per la qualità dell’abitare sui territori provo a progettare e allestire community territoriali. Con tutto questo fiorire di ambienti per la socialità aumentata, chissà mai che non possa trovare un lavoro decente.

 

I media non sono più intelligenti delle persone che li abitano

Ieri ho partecipato telefonicamente a una trasmissione di Radio1 che riguardava i social network.
Mi ha chiamato una tipa il giorno prima, mi ha chiesto cosa facevo, mi ha chiesto qualcosa sui soliti argomenti.
La trasmissione era una pagliacciata. Il filo del discorso era già stabilito, era un discorso “a tesi” dal profilo basso, molto basso. Ragionamenti obsoleti, disinformazione, scandalismo spicciolo.
Solite sciocchezze: rischi e pericoli della Rete, la diffamazione online, i giovani che signora mia passano le ore davanti al computer e poi vivono del delirio. Sarebbe stata imbarazzante nel 2002.
Anzi, nel 2000/2001/2002 ho organizzato convegni che erano già in grado di porre concretamente il problema educativo rispetto ai minori e alla loro frequentazioni web, senza fermarsi alle chiacchiere da mercato e agli aspetti eclatanti.
Prima di me hanno intervistato Sergio Maistrello e Enrico Maria Milic, e su loro metterei la mano sul fuoco: siamo tutta gente che abita qui dentro da almeno una dozzina d’anni, e che professionalmente prova a riflettere su queste cosucce da molto tempo… sarebbe sufficiente leggere quello che abbiamo scritto in giro, con rapida ricerca. 
Non ho sentito tutta la trasmissione. Io ho provato a demolire l’uso continuato della parola “virtuale”, connotandola come obsoleta e inadeguata, nonché a accennare qualcosa di educazione alla cittadinanza digitale. Prima di me parlava un avvocato che sottolineava gli aspetti legati alla diffamazione online, dopo una domanda dai toni preoccupati. Dopo di me sono stati chiesti dei pareri a un medico, che si è subito prodigato  nel renderci edotti delle “patologie di Internet”, gli stati di allucinazione (sic) in cui cade chi sta troppe ore davanti al computer e poi a cena coi genitori non è ben sintonizzato col mondo, e addirittura udite udite si è dilungato nello spiegarci che online, signora mia, può capitare che qualcuno assuma una finta identità, e poi sotto quelle mentite spoglie vada sui socialnetwork a tacchinare il proprio partner, per vedere come quest’ultimo reagisce. 
Robe da matti, eh, questa strana internet.
Magari Simona Regina, che conduceva il programma qui su RadioRai da Trieste, potrebbe contattare me o Sergio o Enrico, la prossima volta: una bella consulenza non si nega a nessuno, e si potrebbe cercare di imbastire una trasmissione radiofonica che perlomeno abiti nel 2010, e sappia centrare le tematiche di cui oggi val la pena trattare (e magari non utilizzi gli ospiti come puntello per il proprio discorso, dal filo già stabilito).
Simona, se ti fai domande vecchie non capirai mai cosa fanno diciassette milioni di italiani su facebook, credimi. 

taaaAAC! Trovato un segno sospetto

E’ giusto per fare i bastardelli, perché può facilmente venir ricusato, giustificato, spiegato, ma a me cosa me ne cale?
Qualche mese fa il Ministero per l’Innovazione ha pubblicato delle Linee Guida per i siti web della Pubbliche Amministrazioni (ne parlavo qui) in formato beta, suscettibili di miglioramento da parte della community dei portatori d’interesse, tramite webforum e gruppi di discussione. Benissimo. Oggi sono uscite le versioni definitive,  cioè quelle linee guida in progress di marzo scorso integrate e arricchite con gli apporti dei cittadini che han voluto partecipare al processo.
Nella paginetta di presentazione odierna sul sito governativo troviamo: 

Le Linee guida per i siti web delle PA si collocano a pieno titolo nell’ambito delle iniziative di innovazione delle amministrazioni pubbliche promosse dal Ministro Renato Brunetta per realizzare un rapporto aperto e trasparente con i propri clienti e avviano, per la prima volta in Italia, un processo di “miglioramento continuo” della qualità dei siti web pubblici.

Ora ditemi. Perché “clienti”? Perché?
Ti è scappato così, redattore del comunicato stampa? Peggio, è un lapis calami che uso per leggere la tua mente come uno scanner. 
Oppure Brunetta ritiene sia la parola giusta da utilizzare per appellare il suo interlocutore (tutti noi cittadini) mentre illustra la novità di un progetto di comunicazione istituzionale che dovrebbe riuscire finalmente a stabilire un piano di comunicazione orizzontale con il cittadino, coinvolgendo entrambi (Istituzione e Cittadinanza) in una conversazione utile e rispettosa? E tanto per cominciare mi chiami “cliente”? Figata.
L’etimo di Cliente dice alcune cose molto suggestive, e non abbiamo ancora parlato del significato “commerciale” del termine, nelle azioni di compravendita.
PS: Che poi basta con questa visione dell’Istituzione e della Cittadinanza, l’una contrapposta all’altra.Roba vecchia. Noi siamo una collettività, ognuno di noi, nei gruppi di appartenenza, elabora una propria visione degli “strati sociali”, di flussi di informazioni e di relazioni orientate, di prossemica fisica e digitale, poi abitando diamo parola e rappresentazione al nostro dire, e si crea una pubblica opinione, da cui emerge diciamo una forma di coscienza di sé della collettività. 
Le Istituzioni pubbliche devono semplicemente essere il Luogo della consapevolezza di un territorio, emersa per conversazione pubblica, dove si progettano e si realizzano servizi per la collettività in maniera partecipata.

Cretinerie a Trento

Ho perso la pazienza, non sono più nell’umore “ci vuole pazienza”, sono quindici anni che paziento, non ce la faccio più. Però segnalo.
Volevo riportare su altri blog su cui scrivo un articolo riguardo le parole del premier del Bhutan Jigmi Y. Thinley “Oltre il PIL, il Bhutan sceglie la felicità”, visto che una riflessione sul Prodotto Interno Lordo contrapposto al FIL, ovvero alla Felicità Interna Lorda, è sempre suggestiva. Parole pronunciate al Festival dell’Economia che in questi giorni si tiene a Trento.
L’articolo è disponibile infatti sul sito della Provincia di Trento, e intendevo copiaincollarlo, ovviamente linkando autore e fonte originale. 
Per scrupolo, e occupandomi professionalmente di queste cosucce, butto un occhio sulle “note legali” del sito della Provincia trentina, qui, e trasecolo: a chiare lettere, c’è scritto che bisogna chiedere permesso alla Provincia per linkare i loro articoli, figuriamoci fare i copiaincolla selvaggi che a me piacciono tanto, sempre però con i rimandi alla fonte.
Hanno provato a farlo alcuni quotidiani, altre piattaforme mondiali per la distribuzione di news: la cosa è comprensibile (si tratta di aziende che cercano di proteggere i loro prodotti), ma molte di queste in passato han fatto poi marcia indietro, comprendendo che proprio la spreadability dei contenuti, il loro potenziale di diffusione, non può essere bloccato da una visione chiusa delle concrete pratiche del web, ovvero l’ipertestualità su cui il web è fondato, ovvero banalmente il poter sempre linkare qualunque cosa si trovi ovunque. Non sto mica rubando, anzi ti sto aiutando a far circolare il tuo nome e la tua intelligenza, e non ne traggo nessun lucro.
Anni che parliamo di OpenCulture, di etica della condivisione, di ecosistema della conoscenza, di Cultura digitale, di adeguamenti del concetto di copyright alle mutate condizioni “ambientali” offerte dal web, di magnifiche sorti e progressive dell’Umanità finalmente tutta connessa, e poi trovo sciocchezze simili.
Su un sito di una Pubblica Amministrazione, poi.
Chi l’ha fatto quel sito, uno che fino a ieri faceva il falegname dentro una grotta senza l’elettricità? A quale funzionario pubblico della Provincia, quelli che “a me nessuno mi frega”, è venuto in mente di applicare i suoi ben poco circostanziati ragionamenti burolegislativi per tutelare in modo assolutamente anacronistico e controproducente per i suoi stessi interessi i contenuti alloggiati su un sito governativo, pubblico?
Mi verrebbe da dire “quei cretini dell’Ufficio Stampa del sito provinciale di Trento”, ma sapete, il web blablabla, la diffamazione blablabla. Diciamo così: “il sito della Provincia di Trento è cretino”.
Ovviamente, questo è il link dell’articolo che intendevo riportare, e per il quale dovrei chiedere permesso e autorizzazione…
Ufficio Stampa del sito provinciale, se mi leggi e ti scoccia, dimmelo, e lo tolgo. Però scriverei immantinente un altro post, ironizzando sulla vicenda e ridicolizzando ulteriormente il tutto. E diffondo. E giochiamo a tira e molla, e io non mollo, perché vedo il presente e il futuro molto meglio di voi.

Le nuove Linee Guida ministeriali per i siti web delle Pubbliche Amministrazioni

Su iniziativa del Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, sono state pubblicate le nuove Linee guida per i siti web delle PA, Innovazionepa.gov.it ne parla qui, trovate anche il link per il pdf.
Come al solito, quelli del Formez e le commissioni ministeriali pare abbiano fatto un buon lavoro: sono ben trattati i temi della usabilità, dell’accessibilità, le metodologie e gli stumenti per la progettazione razionale e efficace dei Luoghi web della Pubblica Amministrazione,vengono messe in primo piano le tematiche della qualità della comunicazione (trasparenza, visibilità dei contenuti, policy), viene sottolineata l’importanza dei formati aperti e vengono delineati alcuni criteri per sollecitare l’espressione della valutazione del servizio da parte degli utenti.
Dico come al solito, perché anche la famosa legge Stanca 150 del 2001, sulla comunicazione pubblica, era meritoria in quanto a visione generale, così come le linee guida uscite successivamente, verso il 2004, a cura del Formez, oppure le indicazioni successive ministeriali per la qualità della comunicazione delle Pubbliche Amministrazioni erano perfettamente centrate e aggiornate sulla necessità di fornire al cittadino, in ottica e-government, una praticabilità netta e senza ombre di quanto le PA devono produrre e pubblicare, per legge.
E giustamente, il cittadino era ed è sempre posto al centro del processo comunicativo.
Ma in italia il problema, lo sappiamo, non è certo fare delle leggi, che anzi proliferano senza sosta. Il problema è nella loro applicazione.
Se le PA locali, le Scuole e i Comuni e la Regione adottassero rapidamente queste linee guida, in un’ottica di miglioramento continuo della qualità della comunicazione tra l’Istituzione e i cittadini – l’importante è cominciare, e queste indicazioni vanno già benissimo – già potremmo dire di essere un po’ più civili, nel sentirci convolti come parte attiva nel dialogo sull’amministrazione della cosa pubblica.
Una segnalazione: queste Linee guida escono in “beta”, ovvero come versione preliminare.
Sono stati infatti attivati dei Luoghi di discussione presso i siti ministeriali, dei forum tematici ben articolati, dove tutti possiamo contribuire al miglioramento stesso delle indicazioni, in una concezione collaborativa, un crowdsourcing, delle attività.
E’ un bel segno, sempre che non resti tutto sulla carta*.
* “restare sulla carta” è metafora linguistica risalente all’epoca precedente l’attuale, decisamente inadeguata nella lettera a cogliere le peculiarità di una legge ministeriale pubblicata in formato elettronico su siti governativi, per gestire la comunicazione su web delle Pubbliche Amministrazioni.
Il suo significato metaforico, invece, indica il fatto che poi nulla cambi, nulla si sviluppi in senso concreto, niente si trasformi in azione.
Esattamente il mio timore. Insomma, speriamo queste Linee guida non rimangano sui bit, ma diventino comportamenti concreti e atteggiamenti trasparenti delle PA, del loro voler comunicare bene con i bit.

Factchecking a Udine, Quintarelli, Canciani e le antenne dei cellulari

A Udine da qualche settimana si parla molto di antenne per la telefonia. Ne hanno messe un paio un po’ troppo vicino a delle scuole, nel tempo di una mattinata arrivano i tecnici e tirano su un mostro, nessuno nei quartieri ne sa niente, il sindaco Honsell prova a sostenere le ragioni dei cittadini a parole ma poi deve capitolare perché “il Comune ha le mani legate”, ci sono direttive legislative precise che stabiliscono che una volta che i Comuni hanno offerto alle aziende di telefonia le mappe con i luoghi possibili di instalazione delle antenne, parere dell’ARPA favorevole, queste possono procedere senza indugio. 
La Regione FVG ci aveva provato a normare meglio la proliferazione selvaggia delle antenne, ma il TAR bocciò l’iniziativa, vinsero le aziende.
Poi oggi sul Messaggero Veneto prende la parola Mario Canciani, noto medico pneumologo, che cavalcando il malcontento popolare (il dottore è anche consigliere comunale di maggioranza a Udine, un po’ di visibilità non fa mai male) sproloquia su risonanze magnetiche effettuate su persone mentre utilizzano un cellulare, la qual cosa non può semplicemente essere possibile, in termini scientifici. Non può essere presente un pezzo di metallo dentro la camera della Risonanza Magnetica, tutto qui, stop. Uscisse i casi di studio, per cortesia.
Di questo serious fact-checking vengo a conoscenza nientemeno che da Stefano Quintarelli, il quale pubblica oggi sul suo blog le parole di Canciani riportate dal Messaggero Veneto, avendo evidentemente a cuore il controllo delle informazioni pseudoscientifiche, spesso utilizzate pro domo di qualcuno, che vengono qua e là affermate con troppa leggerezza. 
Siam mica tutti allocchi, qui, ognuno sa un pezzetto di qualcosa e tutti insieme in Rete sappiamo tutto, più di quello che qualsiasi enciclopedia potrà mai riportare.
Il dottor Canciani ha anche un sito professionale dignitoso, adesso vado a segnalargli l’articolo di Quintarelli e vediamo cosa risponde, poi vi faccio sapere.
Per la cronaca: qui non stiamo disquisendo di cellulari sì o no, di inquinamento elettromagnetico… sto parlando di etica comunicativa da adottare nel pronunciare parole ai mezzi stampa da parte di un luminare della medicina, che per il fatto della autorevolezza della fonte vengono magari prese per buone da molti, senza che si inneschi una capacità critica nel recepire l’informazione.
Inoltre: chiaro che personalmente sono anche preoccupato dai livelli di inquinamento elettromagnetico, fondamentalmente perché non sappiamo bene con cosa stiamo giocando e perché come al solito qui si fanno le cose tenendo all’oscuro la cittadinanza, senza utilizzare strumenti per la progettazione partecipata di iniziative comunali, a vantaggio di aziende di cui per principio non mi fido.
In ogni caso, meglio avere molte antenne a bassa emissione, che poche molto potenti.

Accade a Udine

Due rapide notizie di cronaca locale, su fatti che riguardano la Rete.
Marco Belviso, tenutario del blog udinese Il Perbenista, è stato querelato dal coordinatore locale PdL Massimo Blasoni per 1,5 milioni di euro. Anche qui in periferia abbiamo qualcosa da raccontarci, eccheccazzo :)
Il bello è che Belviso è a sua volta “animale politico” del centrodestra, quindi abbiamo a che fare con faide interne. Il Perbenista è blog dichiaratamente “irriverente”, a volte satirico, ma la cosa buffa è che gli viene imputato un realto di diffamazione a partire dai commenti, spesso anonimi, lasciati dai frequentatori.
Già la lettera di diffida dell’avvocato parte lesa, denominando Belviso quale “direttore responsabile” del blog, fa chiaramente capire che chi ha mosso la causa non ne capisce poi molto di internette, visto che un blog non è testata editoriale registrata e non ha quindi né obblighi né tutele simili a quelle della stampa cartacea. 
Il giudice non sarà vincolato, certo, ma esistono già sentenze in italia, Cassazione compresa, che stabiliscono nettamente gli àmbiti e la portata della libera espressione personale su web.
Il politico sensibilone chiederà e otterrà di veder rimossi i commenti ritenuti lesivi, ma si arriverà facile alla remissione della querela, e non ci farà una bella figura.
Qui la notizia sul Messaggero Veneto, qui e qui il blog di Belviso.
La seconda notizia riguarda il lancio da parte dell’Amministrazione pubblica del Comune di Udine di un vero e proprio giornale online, denominato Udinè, lo trovate qui www.udin-e.it.
L’ho aggregato, l’ho “sfogliato”, mi sembra un giornale-vetrina, una cassa di risonanza delle comunicazione istituzionale, modello broadcast uno-a-molti, come al solito.
Il che è strano, perché Udine si sta muovendo abbastanza bene nell’interpretare correttamente e dar Luogo a strumenti di comunicazione verso la cittadinanza, utilizza i feed rss, possiede un canale youtube per alcune dirette di webtv, abita su facebook, offre siti istituzionali abbastanza ben disegnati, promuove innovazione nel backoffice utilizzando redazioni interne basate su applicativi web20 e GoogleApps, tanto per dire.
Ma qui c’è il problema: se i contenuti della comunicazione del giornale Udinè spesso ricalcano quelli già pubblicati sul sito del Comune di Udine e sul “portale Cultura“, quale bisogno c’era di questo nuovo Luogo web istituzionale?
Certo, è stato appena lanciato, auspicabilmente nel futuro vedrà meglio implementate delle aree dedicate all’interazione diretta con la cittadinanza (blog urbani, forum, bacheche interattive, mappe), vedremo.
Ne parla un consigliere comunale di Udine, Fabrizio Anzolini, uno che sta con l’Unione di Centro di Casini e di cui spesso non condivido i contenuti, mentre sul piano della forma gli potrei consigliare di scrivere sul suo blog in prima persona, con tono conversazionale e non sempre tramite dei comunicati-stampa… ne guadagnerebbe la qualità del dialogo con i cittadini.
Ma questa volta devo dire che ha perfettamente ragione nell’interrogarsi sul significato di questo nuovo strumento comunicativo dell’Ente locale.

Pubbliche Amministrazioni reticenti, ovvero “I furbetti della trasparenza”

Non intendo indignarmi, né rincorrere scandalismi.
Ma alla base c’è un fatto: i siti istituzionali governativi nascondono informazioni ai motori di ricerca. Ah, italietta.
PA – Certo che abbiamo pubblicato i dati!
GJ – Ma con Google non trovo niente!
PA – Certo, li abbiamo resi difficilissimi da trovare!!
GJ – …
E tenete presente che proprio l’Operazione Trasparenza promossa da Brunetta prescrive che certi dati debbano essere pubblicati sui siti delle Pubbliche Amministrazioni:
La legge n. 69 del 18 giugno 2009 (“Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile”) impone, all’art. 21, comma 1, che tutte le pubbliche amministrazioni debbano rendere note, attraverso i propri siti internet, alcune informazioni relative ai dirigenti (curriculum vitae, retribuzione, recapiti istituzionali) e i tassi di assenza e di presenza del personale, aggregati per ciascun ufficio dirigenziale.

Pubblicati sì, ma non rintracciabili. Se seguite il link sopra per l’Operazione Trasparenza, trovate che nella stessa pagina del sito innovazione.gov vi è un collegamento per un file in .pdf intitolato “Accorgimenti tecnici per impedire l’indicizzazione nei motori di ricerca”.

E’ sufficiente modificare il file robots.txt del sito, e tutto diventa impermeabile. Che ridere.

Trovate la notizia da Vittorio Pasteris, da .mau., su Noisefromamerika, leggete anche i commenti.
I furbetti della trasparenza, sì, abbiamo.
Chiramente, ho provato subito a vedere quanto dell’attuale sito della Regione Friuli Venezia Giulia sia “oscurato” all’indicizzazione da parte dei motori di ricerca.
Beh, praticamente tutto. http://www.regione.fvg.it/robots.txt
Metto anche uno screenshot, ‘spetta.
UPDATE: smanettando un po’ con le opzioni di ricerca di Google, sono infine riuscito a trovare le retribuzioni dei dirigenti regionali FVG. Evidentemente la directory “amministrazione” non è tra quelle inibite all’indicizzazione. Beh, meno male.
Resterebbe da sapere il motivo di quel file robots.txt che vedete qui sopra, ma posso capire che ci possano essere motivi di privacy, di qua o di là.

UPDATE 2 – 19 marzo
Il sito governativo mostra modifiche nell’architettura, gli indirizzi url sono cambiati. Leggete i commenti.

Zitti e ignoranti, dobbiamo stare

Ci risiamo. Come la Chiesa faceva con l’Indice dei libri da pubblicare, come i fascismi e i regimi totalitari han fatto nel ‘900 impedendo la libera circolazione delle idee, come da sempre il Potere cerca di fare riducendo al silenzio non solo la libera espressione dei Cittadini, ma anche il loro diritto universale di accesso all’informazione, ecco un altro tentativo di chiuderci la bocca e le orecchie.
Zitti e ignoranti, non solo non possiamo reagire, ma nemmeno sappiamo di poter reagire: qual miglior garanzia per chi comanda di non trovarsi qualcuno che mette i bastoni tra le ruote?

Ormai da molti anni, da quando è emersa la sua valenza sociopolitica, la rete internet è soggetta a tentativi di controllo “dall’alto” e a proposte di legiferazioni che cercano di limitare le potenzialità di comunicazione offerte dal web a tutti i cittadini.
Motivi tecnici (l’assoluta neutralità dell’infrastruttura della Rete rispetto ai contenuti pubblicati, per cui le mail del Presidente del Consiglio non viaggiano più veloci di quelle che spedisco io) e motivi etici (l’assoluta importanza della condivisione della Conoscenza tra le comunità locali e planetarie) garantiscono su web la libertà di espressione di ognuno di noi, fermo restando che i reati esistenti di diffamazione e di calunnia nei confronti di altre persone già ora permettono ai magistrati di inquisire chi ecceda nelle proprie invettive o chi pubblichi illazioni non comprovate dai fatti, senza bisogno di ricorrere a specifiche “leggi per internet”, che guarda caso finiscono sempre per limitare le nostre libertà personali.

Qualche anno fa provarono a far tacere i blog, equiparandoli alla stampa periodica editoriale, cosa che evidentemente non sono, prescrivendo che per ogni sito web di informazione fosse indicato un direttore responsabile, ovvero un giornalista iscritto all’albo. Non funzionò.
Ma il web si è evoluto, quello che si poteva fare con il testo scritto oggi si può fare direttamente producendo e pubblicando in proprio contenuti di tipo audiovideo, da trasmettere liberamente.
Questo è quanto cerca oggi di regolamentare il decreto Romani, dove tra diritto d’autore e definizioni di broadcasting si indica come “i servizi, anche veicolati mediante siti internet, che comportano la fornitura o la messa a disposizione di immagini animate, sonore o non, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia carattere meramente incidentale” debbano essere sottoposti a controllo governativo.
Significa che non possiamo più pubblicare liberamente documentazione video di tipo giornalistico, non possiamo fare più videostreaming inventandoci una nostra webTV (tecnicamente cosa ormai facile da realizzare, utilizzando semplicemente un cellulare connesso alla Rete), le piattaforme pubbliche tipo Youtube potrebbero vedersi oscurate per via di un video incriminato.

Dietro le limitazioni della libertà di espressione personale, si agitano ovviamente anche grossi interessi economici, quelli relativi alla battaglia in corso (il caso Mediaset-Youtube, a esempio) tra l’industria tradizionale degli audiovisivi e le nuove forme di pubblicazione disintermediata permessa dalla rete Internet.

Vi rimando per un’analisi tecnica del decreto Romani all’articolo di Elvira Berlingeri segnalato anche da Vittorio Zambardino su repubblica.it, nonché all’Osservatorio sulle famigerate “leggi di internet” disponibile presso Apogeonline.

Dameleneide atto terzo (o quarto, boh)

Che poi dici: perché non posso stare tranquillo, anziché vedermi passare davanti parole insulse? Oppure: la gente ti giudica dai nemici che hai. O anche: non ti curar di loro, ma guarda e passa (non ci riesco, c’è un limite). E poi: occhio a non metterla sul personale (certo che no, qui si è educati alla dialettica onorevole, si attaccano gli argomenti e non la persona. Ma se ti incaponisci, cosa devo pensare di te?)

Insomma, mi tocca riprendere in mano la Dameleneide e seguitare a raccontare senz’indugio delle gloriose gesta del personaggio pubblico Daniele Damele (già Presidente del Corecom regionale FVG, dirigente funzionario alla Provincia di Udine, docente universitario, giornalista e anchor-man televisivo sulla tv locale) di cui purtroppo già fui costretto a commentare in passato le miopi o disinformate proposte per una legiferazione alquanto censoria sulle cose di Internet, oppure le sue indicazioni fumose sulla sicurezza in rete per i minori da ottenere con filtri software alla navigazione, promossi questi ultimi da un prete piuttosto ambiguo. Vi rimando a questo mio post e a questo articolo pubblicato su Bora.la, per le puntate recenti della Dameleneide.
Io passerei volentieri i miei sabati pomeriggio a leggere qualcosuccia sulle correnti filosofiche neoplatoniche cabalistiche e alchemiche di Pico, Francesco Giorgi da Venezia e di Cornelio Agrippa, e del loro influsso sulla letteratura inglese pre e post scespiriana, ma poi càpitano cose a cui non so resistere, come un’amatriciana ben fatta.

Cos’avrà combinato questa volta, il nostro eroe, che ormai nei miei pensieri pongo narrativamente tra DonChisciotte e Bertoldo? Come al solito, coglie una notizia di cronaca e ci ricama su i suoi ragionamenti riguardo l’assoluta impellente necessità di normare i comportamenti digitali di metà degli italiani con delle nuove leggi, tagliate specificatamente per questi nuovi ambienti online dove ci sono le bande sovversive e il Male alligna nell’ombra.
Ecco qui il collegamento per il suo articolo “Occorre legiferare sul web” (qui lo screenshot, per sicurezza), e stavolta mi tocca proprio linkarlo. Leggetelo.
A molti di voi potrebbe in seguito venire in mente un ragionamento, e qui non c’entra molto avere competenza personale sugli ambienti digitali, è sufficiente avere del buon senso.
Infatti, perché mai dopo un articolo che mi racconta di come magistrati e polizia sono riusciti a ottenere una “vittoria” per alcune inchieste e denunce (i fatti Youtube-Mediaset e il caso PirateBay sono l’oggetto del contendere) Damele propugna nuove leggi?
Il suo articolo stesso dimostra che le leggi e le indicazioni del codice civile e penale per questi reati già ci sono, funzionano perfettamente, e le parti offese dei processi ottengono risultati a proprio favore.

Quindi Damele parla a vànvera, quello che gli preme è semplicemente sostenere le sue personalissime tesi al di là dell’evidenza (e si tratta di un giornalista che all’Università di Udine insegna Etica e Comunicazione, eh), foss’anche portando a loro sostegno argomentazioni e fatti che di per sé dicono proprio il contrario di ciò che lui vorrebbe farci credere.

Ma non è mica finita, cosa credete.
L’articolo che Damele ha firmato sul suo blog, non è farina del suo sacco.
Vedete, Internet è nata e cresciuta anche copiaincollando informazioni e opinioni, e non vi è niente di male in questo, purché secondo prassi scientifica o semplicemente per dignità venga riportato anche il nome dell’autore, e un link per poter accedere ai documenti originari.
Ma Damele firma come suo un articolo del Sole24ore di Giovanni Negri, dopo averlo copiato per il 95%. Non linka, non cita la fonte (e si tratta di un giornalista che all’Università di Udine insegna Etica e Comunicazione, eh).
Per aiutarvi nella spassosa analisi, vi ho preparato l‘articolo del nostro eroe paragonato con il testo originale a fronte, cliccate sull’immagine. In rosso, tutti i paragrafi uguali.

E pazienza, se nelle prime righe l’articolo originale dice “Una nuova legislazione del web per ora manca. E forse (…) non se ne sente neppure il bisogno perché la magistratura sta dimostrando di essere in grado di utilizzare le norme attuali per rispondere alle diverse sollecitazioni della cronaca”, Damele prende il tutto e senza avvedersi dello strafalcione trasforma i contenuti del pezzo di cronaca del Sole24ore in argomenti buoni per una delle sue malfondate perorazioni, concludendo come al solito che adesso tocca al Parlamento fare la sua parte.
E giù a lamentarsi dei reati di internet, tipo la diffamazione, quando in questo stesso momento non so se tutta questa sua manovra sia da considerarsi plagio o falso letterario o cos’altro.

Ultima annotazione di colore, prima di lasciarvi ridere liberamente.
Guardate come nelle prime righe dell’articolo originale la frase “[la sentenza] ammette che il sito “incriminato” possa essere sequestrato” diventi ora “ammette che il sito “incriminato” debba essere sequestrato“.
C’è tutto un mondo in questa trasformazione del verbo modale, c’è tutto un richiamo a un differente universo valoriale all’interno del racconto.
Tra il potere e il dovere, c’è di mezzo il volere di Damele, a quanto pare.

Il discorso di Capodanno 2010

Il Discorso di Capodanno 2010 del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Giusto per segnalare quel “giovani”, in un discorso necessariamente istituzionale, eppur forse meno retoricamente ingessato e più concreto rispetto ai precedenti.

Qui sotto, il Discorso per il 2009.


Metto anche quello del 2008, per la bellezza di fare comparazioni (prendete il solito granello di sale con voi).

Un vero reality

Forse già dal 27 luglio Udine avrà lo streaming del Consiglio Comunale. Interesting.
Credo Paolo Coppola, assessore diUdine all’Innovazione e all’e-Government, si meriti una pacca sulla spalla, perché sta facendo un buon lavoro sulla presenza mediatica del Comune (aspetto strumenti più interattivi; senza un po’ di sana e-Democracy l’e-Government suona come una “concessione”), e perché credo abbia dovuto lottare con assessori e consiglieri contrari a mostrare il loro faccione in webdiretta.

Si lavora per far partire il servizio già da lunedì prossimo, 27 luglio
IL CONSIGLIO COMUNALE VA ONLINE
Coppola: “Un segnale di partecipazione, apertura e trasparenza della politica verso tutti i cittadini”.

Due telecamere riprenderanno le sedute e le trasmetteranno in diretta streaming sul sito del Comune

Due telecamere che riprendono i lavori del Consiglio comunale di Udine e che trasmettono le immagini in diretta streaming sul sito del Comune. È l’idea dell’assessore all’Innovazione e alla Trasparenza Paolo Coppola che, probabilmente già dalla prossima seduta del 27 luglio, in via sperimentale, intende offrire a tutti i cittadini la possibilità di seguire in diretta online il consiglio comunale. “In queste ore stiamo cercando di risolvere i problemi tecnici e burocratici – spiega Coppola – per lanciare il servizio in via sperimentale già da questo Consiglio. Credo che coinvolgere i cittadini, attraverso tutti gli strumenti che la tecnologia ci offre, rappresenti un segnale di apertura della politica e delle istituzioni verso una sempre maggiore trasparenza e partecipazione”.
Nella sala del consiglio, oltre alle due telecamere, sarà posizionata una piccola regia, basata su un computer portatile che gestirà le riprese e inserirà i sottotitoli per spiegare chi in quel momento sta parlando.
Collegandosi al sito www.comune.udine.it, dunque, sarà possibile seguire in diretta lo svolgimento della seduta pubblica. Ma non solo. Nei giorni successivi al consiglio, infatti, i video verranno caricati su youtube, sul canale del comune, e suddivisi per i diversi punti all’ordine del giorno, in modo tale da rendere più facile il reperimento di una parte specifica della discussione. “È la prima volta in assoluto che a Udine viene effettuato un servizio del genere – prosegue soddisfatto l’assessore che ha anche la delega ai servizi informativi – e spero vivamente che, dopo la fase sperimentale, si possa partire a pieno regime perché credo sia fondamentale rendere consapevoli e partecipi i cittadini delle decisioni prese per tutta la collettività, riducendo il pericoloso distacco tra politica e vita quotidiana. Vedremo poi – conclude – quali saranno le reazioni da parte del web e, sulla base dei risultati, vedremo se continuare o meno”.
Sta di fatto che, a partire dalla campagna elettorale di Obama fino alle nostre recenti elezioni europee, se da un lato si sta diffondendo sempre più l’uso di internet nella comunicazione politica, è anche vero che dall’altro sono sempre più le persone di tutte le età che cercano in modo diretto le informazioni, possibilmente senza intermediazioni. Ed è proprio in quest’ottica che si inserisce l’idea di far seguire online le discussioni del consiglio comunale udinese.

Udine, 21 luglio 2009 Ufficio stampa

via Facebook (della notizia non ne ho trovato ancora traccia sul sito del Comune di Udine)

Mezzi diversi

Oggi è il giorno in cui bisognerebbe stare zitti per protestare contro l’obbligo di rettifica per la stampa e i siti informatici, contenuto nel disegno di legge alfano sulle intercettazioni.
Massimo rispetto per i promotori e chi aderisce, ma non è la mia posizione, quella che ho più volte espresso in questo blog, la posizione di chi ritiene sia importante dire, ridire, ripetere, sottolineare, argomentare, mostrare i fatti, indicare gli errori, sostenere sempre e comunque la libertà di espressione di pensiero e di parola, e farlo in prima persona in ogni buona occasione e magari anche a sproposito, visto che in italia vengono varate leggi oscurantiste e censorie.
Per tutto il resto, c’è il reato di diffamazione.

Sono ottimista e fiducioso: da domani i blogger smetteranno di pensare a cazzate varie e resteranno per qualche settimana in trincea a scrivere e a commentarsi molto, per difendere con le armi della libera discussione quella poca visione critica della realtà rimasta in questo Stato fondato sulla fiction.

Innovare nonostante. Mario Calabresi

Se devi progettare qualcosa, pensa subito a un sistema con due “motori”: uno serve per l’innovazione che intendi promuovere, l’altro per combattere (la burocrazia, la visione miope, la pochezza culturale, la mancanza di coraggio) tutto ciò che si oppone al tuo progetto.

In questo video il direttore de “La Stampa”, Mario Calabresi, spiega in modo semplice ed efficacissimo quali accortezze siano necessarie per far passare l’innovazione in Italia.


La comunicazione nella Scuola

Qualche premessa.

Innanzitutto, ogni singola Istituzione scolastica va considerata come un’organizzazione lavorativa complessa. Abbiamo ruoli dirigenziali, ruoli amministrativi, docenti, personale tecnico o ATA, gli studenti stessi, le partecipazioni dei genitori. Ci sono organi interni per la consultazione e la rappresentatività democratica, meccanismi pluridecennali di tipo ufficiale (normati da regolamenti legislativi, in quanto Pubblica Amministrazione) per la circolazione delle informazioni e per il cammino dei processi decisionali, nonché responsabilità giuridiche nominali.

Abbiamo più volte visto su questo blog come le Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione, secondo le modalità della loro adozione per quanto promosse dagli stessi Ministeri nazionali, siano destinate a scardinare i delicati in quanto soffocanti burocratismi della Pubblica Amministrazione, dove le strutture di ricezione e di produzione documentale risalgono per lo meno a epoche antecedenti la comparsa del telefono cellulare.
Capite bene come la semplice posta elettronica potrebbe essere esplosiva, in un sistema organizzativo della comunicazione basato sul libro del protocollo, dove le singole mail vanno stampate per poter essere archiviate secondo i crismi ottocenteschi dell’ufficialità. E non sono pochi i dirigenti scolastici che si fanno stampare le mail dalla segretaria per la sola semplice lettura. Credo che in questi ultimi mesi le discussioni sulla PEC Posta Elettronica Certificata o sulle mansioni di chi è tenuto a curare la comunicazione da e verso la scuola (“non sono tenuto a farlo!”) abbiano reso incandescenti numerosissimi collegi docenti o assemblee di Consiglio di Istituto.

In realtà, il flusso documentale dell’istituzione scolastica è veramente notevole. Atti, circolari, delibere, comunicazioni, relazioni, valutazioni, permessi viaggiano a decine ogni giorno in ogni singola scuola, dove magari fino a ieri (letteralmente) esisteva una sola casella mail del tipo @libero.it, dove l’architettura del sistema informativo è a dir poco approssimativa.
E bisogna inoltre tener conto che avendo qui a che fare con una Pubblica Amministrazione, esistono da parecchi anni precise indicazioni ministeriali per la qualità della comunicazione sia interna sia esterna della scuola, ovvero sia per l’organizzazione dei sistemi di intranet, sia per l’allestimento di spazi telematici pubblici a sostegno della comunicazione scuola-territorio, a partire dal sito web ben progettato secondo usabilità fino alle newsletter e alla gestione degli spazi interattivi con i genitori degli allievi e con tutti gli operatori culturali che si trovano ad agire dentro la scuola.

E non siate sempre lì a pensare che se il sito web della scuola di vostro figlio assomiglia a una pagina html del 1998 (statica, raramente aggiornata, non interattiva, asettica ovvero poco identitaria) sia perché i dirigenti e gli insegnanti incaricati – per legge, come per legge è prevista l’esistenza di un URP Ufficio Relazioni con il Pubblico in ogni PA – di gestire gli spazi comunicativi siano ignoranti in materia di moderna comunicazione. In realtà, credo sappiano benissimo cosa andrebbe fatto, ma sanno altrettanto bene che tutto questo scardinerebbe appunto equilibri faticosamente raggiunti, intaccherebbe zone di potere personale, esporrebbe alla vista ciò che si preferisce nascondere, mostrerebbe senza filtri la farraginosità e la non-efficienza dell’organizzazione scolastica.

Ma la velocità della posta elettronica, del mondo che ci circonda, è lì che incalza, gli insegnanti sono dei sovversivi rivoluzionari che chiedono di poter usare GoogleMaps per fare didattica oppure di far scrivere i bambini dentro un blog (orrore!) oppure di poter partecipare a corsi di aggiornamento ministeriali in modalità e-learning senza dover usare il computer e la connessione di casa loro, oppure chiederanno che siano allestiti degli ambienti collaborativi a distanza per le progettazioni didattiche, vorranno provare a usare una lavagna interattiva multimediale magari realizzata in proprio con il telecomando della Wii, vorranno mostrare ai bimbi il filmato presente sul server senza dover andare in aula multimediale, vorranno poter disporre di sistemi di videoconferenza per gli scambi culturali con altre scuole magari europee, vorranno poi introdurre in classe diavolerie come twitter o usare dei social network o far scrivere su dei wiki o produrre podcast e videodidattici da pubblicare nelle community professionali degli insegnanti.
E la scuola vecchio stampo collasserà, imploderà silenziosamente perché i bit non fanno rumore, e da cieca muta e sorda diventerà un Luogo ricco di stimoli, normale, adeguato ai tempi e quindi trasparente, dove gli allievi imparano a essere cittadini vivendo in prima persona gli strumenti dell’abitanza digitale e territoriale, i media e i luoghi di espressione personale e gli archivi documentali, e non (quando va bene) semplicemente studiandoli. I dirigenti e gli insegnanti oscurantisti e passatisti vorrebbero star tranquilli dentro una bolla avulsa dal mondo e dalla socialità moderna, e invece si vedranno costretti alla modernità liquida della comunicazione capace di intrufolarsi e di svellere i muri dell’isolamento. E si accorgeranno di quanto la Scuola, come ogni individuo o gruppo o istituzione, possa guadagnare dal confronto e dallo scambio sociale nell’essere attraversata da molte idee e molti diversi atteggiamenti, dalla partecipazione alla vita concreta del territorio su cui abita con precisa responsabilità rispetto all’educazione delle nuove generazioni.

Oggi ci sono aziende con dieci dipendenti che utilizzano vantaggiosamente (per l’organizzazione interna, per la propria efficienza in quanto “macchina” lavorativa, per la gestione del cambiamento indotto dalle innovazioni) strumenti di comunicazione backoffice/frontoffice liberamente e gratuitamente disponibili sul web, mentre ci sono scuole abitate ogni giorno da duemila persone – un qualsiasi grosso istituto tecnico, per esempio, con centinaia di docenti e decine di amministrativi – che si comporta come se vivesse negli anni Settanta.

Bene, proprio da riflessioni sulla comunicazione aziendale – tratte da www.intranetmanagement.it – prendo spunto per provare a fornire alcune indicazioni su come potrebbero essere usati i nuovi strumenti comunicativi all’interno delle organizzazioni scolastiche, secondo i dettami di qiello che viene definito Enterprise 2.0, ovvero l’insieme di approcci organizzativi e tecnologici orientati all’abilitazione di nuovi modelli organizzativi basati sul coinvolgimento diffuso, la collaborazione emergente, la condivisione della conoscenza e lo sviluppo e valorizzazione di reti sociali interne ed esterne all’organizzazione (vedi wikipedia).

Il primo schema riguarda un’articolazione degli ambienti di pubblicazione utilizzabili dalla scuola, secondo gli assi della strutturazione dell’informazione e della sua “ufficialità/informalità”.

Il blog d’Istituto, in particolare se ben progettato e condotto, potrebbe diventare facilmente il principale Luogo pubblico della scuola, capace di connotare in modo originale l’identità della scuola, la sua immagine pubblica, la sua vocazione social senza che venga compromessa l’ufficialità del suo dire nella comunicazione con il territorio.

Il secondo schema rappresenta invece un’analisi della adeguatezza dei singoli ambienti/strumenti di comunicazione rispetto alle necessità tipiche di un’organizzazione lavorativa, dove in un auspicabile futuro prossimo le competenze digitali dei dirigenti e degli insegnanti dovrebbero immediatamente saper suggerire quale strumento specifico utilizzare per veicolare/pubblicare/avere feedback su ogni determinato contenuto, a seconda della sua complessità, della sua articolazione, della sua destinazione.

In questo caso credo che bisognerebbe dare più fiducia ai sistemi di microblogging (Twitter, sempre più in auge) per costruire flussi comunicativi costanti sia all’interno dell’organizzazione scolastica sia rispetto ai portatori d’interesse territoriali, al fine di potenziare l’effetto presenza, la visibilità e lo scambio dialogico.

Digitale terrestre: una tecnologia cretina

Certo, non è il dispositivo in sé a essere cretino. Semplicemente tutto quello che promette nel frattempo è stato superato dalla rete Internet.
Se dieci anni fa si fosse puntato sulla banda larga (davvero “larga”, fibre ottiche e 100Mb di connessione) invece che sul digitale terrestre, oggi non ci troveremmo nella situazione di spendere soldi per un oggetto morto. Perché la televisione e ogni media non potrà che abitare la Rete, come già sta facendo e come sempre più accadrà nell’immediato futuro.
Un messaggio trae senso dal contesto di enunciazione: il contesto è mutato (e si poteva prevedere) e il “messaggio” del digitale terrestre non significa più molto.

Incollo qui un’analisi di Giglioli, via L’Espresso

Dopo aver usato come cavie viventi i sardi e i valdostani, gli alchimisti del digitale terrestre stanno infierendo sui romani e i loro vicini, con il risultato che – ad ascoltare quello che si dice nei bar o negli autobus – viene da pensare che da queste parti il mitico gradimento del Grande Leader sia destinato a scendere parecchio se non si sbrigano a sistemare i ripetitori, altro che Mills e Noemigate.

Ma aldilà dei disagi e delle incazzature – migliaia di nonnette attaccate al numero verde dall’alba al tramonto – agli alchimisti di cui sopra andrebbero forse poste in questi giorni di caos tre domandine facili facili che meriterebbero risposte altrettanto dirette.

1. non è che per caso questo passaggio coattivo al Dtt è costato un po’ troppo ai contribuenti italiani?Voglio dire: se mettiamo insieme quasi un decennio di agevolazioni statali per i decoder, le mostruose campagne informative e pubblicitarie, gli ulteriori contributi per gli over 65 a basso reddito, i pingui stanziamenti delle regioni, i 700 milioni che la Rai prenderà dal nostro canone, i costi dei vari centralini dei numeri verdi, eccetera eccetera, beh c’è qualcuno che ha fatto un calcolo anche approssimativo di quanto abbiamo speso – in piena recessione – per il switch over in corso? (E per curiosità, a quanti italiani – privati e aziende – si sarebbe potuta fornire banda larga Internet a vita con la medesima cifra?).

2. non è che per caso questo digitale terrestre le cui radiose sorti sono magnificate con migliaia di spot e opuscoli è una tecnologia un filo cretina, visto che permette un’interazione minima, un on demand praticamente nullo e se prova a trasportare immagini in Hd occupa così tanto spazio che diversi altri canali Dtt devono essere sospesi? Ora, se siamo tutti d’accordo che la comunicazione (anche audiovisiva) del futuro sarà interattiva, on demand e ad alta definizione, che ce ne facciamo di una tecnologia che fa malissimo (o non fa) tutte e tre ’ste cose? Non è un po’ come costruire un’autostrada in cui non potranno mai viaggiare auto ecologiche ma solo vecchie macchine a benzina?

3. non è che per caso questo passaggio al Dtt è stato un po’ spinto dall’alto per il fatto che il presidente del consiglio è anche il proprietario del broadcaster che più di tutti gli altri ha puntato sul Dtt, visto che la Rai è parecchio più indietro e (soprattutto) il vero concorente (Sky) va sul satellite? E non è che per caso la tassa italiana sull’Iptv (già del 10 per cento, portata al 20 per cento a gennaio) è una grandissima fesseria in termini di innovazione, raddoppiata proprio in coincidenza con il switch over mentre in Francia l’hanno appena dimezzata al 5 per cento? E non è che tutto questo – insieme alla minacciata fuoriuscita della Rai dal pacchetto Sky e alla costituzione della piattaforma Tivusat in cui Rai e Mediaset vanno a braccetto contro il resto del mondo – è un’incarnazione molto visibile del conflitto d’interessi?