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Un muro. Foto presa da Corriere.it

Non è un Voi, è un Loro.

Non è un Voi, è un Loro.

Questa foto è un muro, e come tale va figurativamente interpretata.
Poi vengono le parole.

Le parole utilizzate dai capi di Stato, molti di loro già smascherati come ipocriti per l’incoerenza tra le loro azioni passate e la loro presenza a Parigi, sono specchi per parlare di sé, ombelicali, emblema di chiusura: Hollande parla di “Parigi capitale del mondo”, ponendo un Noi ineluttabile; Renzi parla dei “nostri” valori”; Netanyahu pone esplicitamente “il nemico”; Cazeneuve parla subito di frontiere da controllare, includendo internet quale luogo dove far rimuovere da parte di società web contenuti illegali, dichiarazione apologetiche, incitamenti all’odio.

Non dimentichiamoci che alcune scelte sono state fatte subito, stabilendo chi invitare e chi lasciare fuori, a esempio movimenti politici francesi certo scomodi per la linea che si voleva dare alla rappresentazione teatrale di ieri, senza considerare che proprio questo fare contraddiceva le parole che si intendevano pronunciare.

Sul piano discorsivo, appunto, l’intera retorica della manifestazione trasuda chiusura, pone un NOI fittizio, artatamente costruito e messo in scena come omogeneo, che come conseguenza nell’alveo del discorso istituisce non un VOI — sarebbe un attore legittimo del Dialogo, interlocutore ratificato — ma un LORO, estraneo, intoccabile, ignoto e incomprensibile, minaccioso.

Una mancanza di apertura, un ritorno al noto e al medesimo, una denegazione dell’Alterità, in un discorso nettamente politico, il quale non tiene in considerazione le conseguenze del proprio dire, essendo tutto ripiegato su sé stesso, muro contro muro.

Non so se la miccia sia accesa, ma so che gettare benzina è stupido.

Critica della democrazia digitale, con Fabio Chiusi

reblogLa democrazia è una tecnologia. Un artefatto concettuale, che poi diventa metodo e prassi. Strumento di civiltà che la collettività sceglie da sé, per sé stessa. Qualcosa che abbiamo inventato progettato e cerchiamo di applicare, su cui possiamo intervenire per migliorarla. Un modo storico per garantire una maggiore qualità dell’Abitare, seguendo certi valori che riteniamo prioritari. Nel tempo, cambiano i valori, cambiano i modi. Oggi si parla di democrazia digitale. E forse la narrazione di queste nuove forme di partecipazione e rappresentatività e decisionalità merita uno sguardo capace di discernere, una critica.

Per Vicino/lontano e Friuli Future Forum domani alle 18.00 alla Libreria Tarantola a Udine chiedo a Fabio Chiusi di raccontare ombre e luci di una innovazione tecnosociale che riguarda tutti noi.

vicinolontano.it/eventi/critica-della-democrazia-digitale/

Democrazia di prossimità

Mi chiedevo delle differenze tra democrazia rappresentativa e democrazia deliberativa (di prossimità), ho cercato un po’ in giro, qualcosa ho trovato. Sarebbe certo da intraprendere una bella discussione con chi ne sa di più.
Qui un articolo interessante riguardo le forme di democrazia su politicadomani.it
Qui un pdf sulla democrazia di prossimità e l’integrazione europea
Qui su LabSus Laboratorio per la Sussidiarietà un confronto tra vari esempi internazionali di democrazia partecipativa
Qui due esempi italiani: la democrazia di prossimità e le leggi regionali 67/2007 Regione Toscana e 3/2010 Regione Emilia Romagna
La finalità è quella di ragionare sulla possibilità di affidare a organizzazioni civili alcune grandi decisioni come il governo del territorio, le grandi infrastrutture, la tutela dell’ambiente. Altrove qualcosa si è realizzato: esempi di forme di partecipazione popolare di tipo deliberativo sono state adottate in Francia, con la legge sulla “democrazia di prossimità” che impone il dibattito pubblico per le decisioni di lunga durata; nel Nord America, dove si vanno diffondendo i “forum deliberativi” (nel senso descritto da J. Fishkin); in Gran Bretagna, con le “giurie cittadine” e le “commissioni civiche” recentemente promosse da Gordon Brown, che possono far valere le loro ragioni su questioni di pubblico interesse (sanità, infanzia, crimine).
E non sto dicendo niente che non sia già nell’articolo 5 della Costituzione, eh.
Art. 5
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.

Smart-city = decrescita

Unisco due passioni, diciamo così.
Ovviamente la smartcity è da interpretare come relazione tra città e collettività che la abita, nelle sue competenze e conoscenze. Con il solito parallelo tra hardware (gli edifici, le piazze, la sensoristica, la fibra ottica, il wifi) e i comportamenti umani software (i flussi di merci persone e informazione, l’abitare i media e i linguaggi, l’esercitare cittadinanza attiva) è da porre l’attenzione alla relazione tra gli elementi, oltre all’analisi degli elementi. Come un buon informatico, che è tale quando pone l’attenzione tra risorse e programma, e quindi progetta. Come un antropologo, peraltro, come uno psicologo post cognitivista, come un linguista post strutturalista, come tutta l’intelligenza dei pensatori bravi della seconda metà del ‘900 ci ha insegnato. Porre l’attenzione alla relazione, e quindi al contesto. Quel qui e ora dove avviene pragmaticamente la comunicazione, con i suoi impliciti e i suoi non detti. Gli automatismi, le abitudini.
E un’abitudine da spezzare è quella della pessima aura che la parola decrescita si porta dietro, come diminuzione, povertà, riduzione, de- qualcosa.
Meglio morigeratezza, sobrietà, o comunque ottimizzazione delle risorse e dei processi per sfruttare le risorse stesse, la qual cosa è proprio la linea d’intenti di una decrescita correttamente intesa. Tramite strumenti come filiere corte, distretti di economia solidale, incontro locale domanda e offerta, democrazia di prossimità. 
Non pensate al perché, pensate al come. Siate un po’ tecnologi, visto che viviamo in ambienti tecnologici da almeno due milioni di anni, e non eravamo nemmeno uomini quando addomesticavamo il fuoco.
E qui parlo di sistemi, metodologie, meccanismi per gestire la complessità dei luoghi in cui abitiamo ora.
Luoghi che noi stessi abbiamo inventato, il paesaggio è un oggetto tecnologico tanto quanto un prosciutto o un sistema elettorale, e quindi si tratta di cose che abbiamo progettato e realizzato e via via migliorato nel tempo, migliorandone la tecnologia.
La smart-city (o porzioni di territorio anche miste rurali, non solo metropolitane: la connettività è indifferente alla geografia) è social, e la collettività è il motore e il destinatario, la qualità del vivere da perseguire. Si tratta di ambienti economici basati su relazioni umane, e la città connessa è il sistema operativo del funzionamento. E’ anche il luogo della coscienza collettiva, della pubblica opinione, della formazione delle identità, della loro negoziazione e patteggiamento in termini interpersonali e gruppali, è il posto dove gli accadimenti diventano fatti storici.
Ecco perché ottimizzare la smartcity è qualcosa che va in direzione della decrescita, perché ottimizza sistemi produttivi e distributivi di beni e servizi, perché incrementa e moltiplica la partecipazione della collettività alla vita pubblica, decrescendo da un sistema (meccanismo) di rappresentatività politica e gestione amministrativa del territorio molto verticale, roccioso, gerarchico, fortemente strutturato, a modalità più liquide, orizzontali, partecipative.
Non abbiamo ancora una grammatica ben fondata per padroneggiare i nuovi linguaggi della partecipazione permessi dalle nuove tecnologie di connettività, non sappiamo parlare bene e ci stiamo inventando le parole più adeguate a denotare i fatti del mondo, ma d’altronde sette anni fa non c’era neanche Facebook, e non sapevamo nulla, solo vagheggiavamo possibilità. Siamo nella culla, as usual.
Credo anche che possedere molti dati su quanto avviene sui territori geografici, a vari livelli di pertinenza (iperlocale, comunale, regionale, etc.), sui flussi di persone beni e informazioni, sia fondamentale e necessario per poter analizzare dinamiche abitative e progettare migliorìe. Open data ovunque, di ogni tipo, dati crudi e già rielaborati, sintesi e spaccati, tutti devono pubblicare tutto, per trasparenza, per contribuire a rendere di migliore qualità l’abitare.

voglio sapere TUTTO. Disaggregate i dati, fate quello che volete. Propongo tra l’altro la distinzione tra dati caldi (sensibili) e freddi (quelli insensibili ehehehe). Voglio sia possibile sapere tutto di un’area geografica. Voglio sapere cosa facciamo come collettività MENTRE viviamo, voglio saper CHI SIAMO. E quindi capir come ottimizzare i nostri comportamenti, uscire da nevrosi di massa, coltivare la nostra personalità, rifinire il nostro stile dell’abitare come muffa su questo pianetucolo, voglio un’identità.

Questo era un mio commento su FB, dentro una discussione un po’ bislacca e quindi piuttosto libera su una correlazione tra fasi lunari e reati o comportamenti “devianti”, un mio vecchio pallino, che mi ha portato a scrivere il presente post.

Risultati attesi

6 idee per un Paese digitale, un’Italia 2.0, di Francesco Nicodemo:
  1. Italia 2.0 è fatta di cittadini che non hanno alcuna difficoltà con questa tecnologia, dove lo spread digitale è minimo, indipendentemente dall’età e dalla classe sociale, perché sono rimossi tutti gli ostacoli di ordine sociale ed economico. Un Paese digitale in cui per i cittadini e per i migranti l’accesso alla Rete è sempre possibile e da qualsiasi luogo, che sia una piazza, una strada, un ufficio pubblico, una biblioteca, o persino sul tram.
  2. Italia 2.0 significa servizi online al cittadino, dall’anagrafe alla sanità, e servizi via web alle imprese, specialmente quelle piccole, su cui pesa la lentezza e la farraginosità della burocrazia.
  3. Italia 2.0 è integrazione dei nuovi cittadini attraverso gli strumenti di inclusione sociale ed è partecipazione democratica, trasparente e aperta attraverso il coinvolgimento dei cittadini nel progettare il futuro comune e nel giungere a scelte condivise.
  4. Italia 2.0 è open data, libera i dati della PA e li mette a disposizione di tutti gratuitamente, affinché ognuno li utilizzi per sviluppare idee innovative, sui trasporti, sull’ambiente, sui rifiuti, e persino sugli orari della movida, perché la città digitale riduce i consumi, migliora i trasporti, contiene la spesa, abbatte l’inquinamento.
  5. Italia 2.0 facilita la creazione di migliaia di posti di lavoro del futuro, quelli legati al mondo del digitale, avendo la consapevolezza che non occorrono colate di cemento o capitali immensi, perché il digitale ha bisogno soprattutto di cervelli e di ambienti congeniali in una Paese che favorisce l’applicazione del digitale a tutti i settori produttivi.
  6. Italia 2.0 è trasversale e tocca tutte le attività: cultura, infrastrutture, economia, alfabetizzazione, inclusione, democrazia, lavoro.


e-Gov: Il Comune di Udine conversa coi cittadini

Il Comune di Udine mira a un e-government moderno. Trasparenza e semplificazione sono valori imprescindibili, prescritti dalla stessa Legge ministeriale (Bassanini, Stanca, Brunetta… vedi qui) per l’innovazione della PA.
Ma c’è di più, ed è una bella novità: prima di pubblicare il Regolamento, il Comune chiede la partecipazione dei cittadini, per migliorìe e suggerimenti. E’ tutto disponibile sul documento wiki, possiamo iscriverci e lasciare le nostre osservazioni. Mi sembra l’atteggiamento corretto.

PA e comunicazione 2.0 – Bergamo

Oggi vado a Bergamo, domani ho una docenza per IDM presso l’Università. Qui trovate il corso specifico, rivolto a amministratori di Enti locali, sindaci assessori e quant’altro.

Comunicazione su web, strumenti per l’ascolto del territorio, e-democracy e e-government, Codice dell’Amministrazione Digitale, backoffice e frontoffice, quelle cose lì.

Qui sotto la presentazione per organizzarmi il preambolo.

Dài, che cade la Pisanu e il prossimo anno bloggo dal bar

Lo dice Maroni, questo pessimo decreto Pisanu sarà modificato e si potrà navigare liberamente anche nei wifi italiani. Oddio, liberamente è parola grossa, ci sono delle complicazioni, ma non si sa ancora bene niente. Leggete Zambardino o Maistrello per altre info e considerazioni.
E’ molto tempo che ne parliamo, l’altr’anno firmammo anche una Carta dei Cento per il Libero Wifi.
Quello che vorrei dire io è che l’atteggiamento di Maroni mi sembra quello di chi fa una concessione, e la qual cosa mi sta sommamente e pesantemente sui coglioni.
Hanno bloccato la società per cinque anni, siamo terribilmente indietro, e lui con l’aria di chi dice “Comunque controllare è giusto, eh? Dobbiam sapere tutto. Alleggeriamo giusto un po’ i vincoli.” elargisce il giocattolo.
E quindi, tagliamo la fuffa: io vorrei sapere quante indagini di polizia o di un magistrato su questioni di terrorismo sono state impostate in italia negli ultimi cinque anni, che abbiano riguardato o consultato i tabulati delle connessioni pubbliche. Voglio i fatti, i numeri, le quantità. Voglio sapere se questo pateracchio tutto itaiano ha fatto del bene al paese, oppure voglio sapere se negli altri Paesi europei o negli Stati Uniti, dove non si dà il caso che il wifi sia disponibile solo dopo autenticazione, sono cretini a non averlo fatto.
Eppure i proverbi parlan chiaro: “se sembra che tutti ti vengano addosso, sei tu che sei in contromano”.

Empowering communities

Un bell’articolo di Ernesto Belisario, su Apogeonline.

L’Open Govenrment è un’opportunità concreta di ottenere, attraverso la rete, un’amministrazione più efficiente e una migliore democrazia. Quest’opportunità, però, può essere colta solo a patto di comprendere che il vero cambiamento è fuori dal Palazzo e che la vera innovazione non è nelle tecnologie.

Scrivere storie sulle geografie

L’argomento è quello della partecipazione delle collettività alla costruzione simbolica dell’identità di un territorio, lo stile e le azioni delle comunità che lo abitano. Ma non solo di immaginario stiamo parlando: le forme di emersione di nuove dimensioni e orientamenti dell’opinione pubblica locale possono tranquillamente farsi carico di tematiche molto più concrete, a esempio l’organizzazione logistica del tessuto urbano, la viabilità o lo spostamento di cose e persone, o dell’informazione quando ragioniamo di piattaforme istituzionali per la partecipazione della cittadinanza a forme di progettazione sociale condivisa e collaborativa, la vera conversazione tra Ente locale e cittadini.
Nel primo caso il fare comunicativo della comunità locale, l’insieme dei discorsi e delle posizioni dei parlanti riguardo a descrizioni fisiche o sul funzionamento concreto di un ambiente urbano, come pure valutazioni estetiche sul paesaggio o sulle filiere di distribuzione economiche e produttive locali, contribuiscono con la loro polivocalità a dipingere l’immagine dinamica di quel territorio, per come essa emerge dall’incessante conversazione sociale oggi potenziata e resa visibile e perfino abitabile dal web moderno.
Banalmente e prendendo l’esempio con le molle, proviamo a pensare ai primi cento risultati che Google offre ricercando “Friuli Venezia Giulia”, e avremo una fotografia statistica (e dinamica) di questo territorio, dove solo alcune voci saranno comunicazione istituzionale progettata e pubblicata, mentre altre occorrenze emergeranno dai ragionamenti pubblicati da qualche blog importante della zona, da forum di discussione, da conversazioni tenutesi su qualche social network, da siti commerciali che fanno del collegamento al territorio un loro punto di forza nel marketing, da testate giornalistiche che riflettono gli accadimenti locali. 
Il FVG agli occhi del mondo è questo. L’insieme delle narrazioni autoriferite di un territorio è la sua carta d’identità, è una scrittura collettiva di una storia (o meglio, storie) sopra una geografia, per dirla con parole di Carlo Infante, dove diventa possibile far interagire autopoiesi delle collettività umane (il continuo produrre senso connaturato al fare umano) con le mappe satellitari, diventa possibile concepire dei geoblog e altre diavolerie capaci di connotare gli accadimenti in modo georeferenziato. 
E’ dove l’orizzontalità dei sistemi relazionali umani incontra la verticalità di uno sguardo più ampio del proprio cortile e della propria cerchia amicale, avendo come fine talvolta esplicito innanzitutto la “messa in scena” del territorio, e in seguito la sua eventuale ottimizzazione, se stiamo indagando quei Luoghi di comunicazione dove tutti insieme potremmo provare a studiare e decidere le mosse migliori da compiere per il bene della collettività.
In questo secondo caso abbiamo a che fare concretamente con la partecipazione della cittadinanza nella progettazione e nel miglioramento della qualità della vità di un dato territorio, grazie a quei Luoghi riflessivi costituiti dalle piattaforme web per la partecipazione civica, in misura consultiva e nel prossimo futuro anche in misura decisionale, secondo le indicazioni di una e-Democracy intesa in senso forte.
Qui però ci sono degli ostacoli diciamo così tecnici, perché sebbene questi Luoghi web di partecipazione esistano già da qualche anno (le reti civiche telematiche essendo i progenitori), solo recentemente e solo grazie a una impostazione nativamente 2.0 ovvero centrata sulla produzione e distribuzione di contenuti da parte degli utenti stessi si è riusciti a mettere online dei software-piattaforma che permettano di svolgere dignitosamente questa notevole attività di intercettazione, visibilità e organizzazione delle tematiche “calde” che emergono da una comunità geolocalizzata.
Gigi Cogo oggi segnala una piattaforma interessante, e condisce il tutto con altrettanto interessanti ragionamenti (anche qui e qui).

Le nuove Linee Guida ministeriali per i siti web delle Pubbliche Amministrazioni

Su iniziativa del Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, sono state pubblicate le nuove Linee guida per i siti web delle PA, Innovazionepa.gov.it ne parla qui, trovate anche il link per il pdf.
Come al solito, quelli del Formez e le commissioni ministeriali pare abbiano fatto un buon lavoro: sono ben trattati i temi della usabilità, dell’accessibilità, le metodologie e gli stumenti per la progettazione razionale e efficace dei Luoghi web della Pubblica Amministrazione,vengono messe in primo piano le tematiche della qualità della comunicazione (trasparenza, visibilità dei contenuti, policy), viene sottolineata l’importanza dei formati aperti e vengono delineati alcuni criteri per sollecitare l’espressione della valutazione del servizio da parte degli utenti.
Dico come al solito, perché anche la famosa legge Stanca 150 del 2001, sulla comunicazione pubblica, era meritoria in quanto a visione generale, così come le linee guida uscite successivamente, verso il 2004, a cura del Formez, oppure le indicazioni successive ministeriali per la qualità della comunicazione delle Pubbliche Amministrazioni erano perfettamente centrate e aggiornate sulla necessità di fornire al cittadino, in ottica e-government, una praticabilità netta e senza ombre di quanto le PA devono produrre e pubblicare, per legge.
E giustamente, il cittadino era ed è sempre posto al centro del processo comunicativo.
Ma in italia il problema, lo sappiamo, non è certo fare delle leggi, che anzi proliferano senza sosta. Il problema è nella loro applicazione.
Se le PA locali, le Scuole e i Comuni e la Regione adottassero rapidamente queste linee guida, in un’ottica di miglioramento continuo della qualità della comunicazione tra l’Istituzione e i cittadini – l’importante è cominciare, e queste indicazioni vanno già benissimo – già potremmo dire di essere un po’ più civili, nel sentirci convolti come parte attiva nel dialogo sull’amministrazione della cosa pubblica.
Una segnalazione: queste Linee guida escono in “beta”, ovvero come versione preliminare.
Sono stati infatti attivati dei Luoghi di discussione presso i siti ministeriali, dei forum tematici ben articolati, dove tutti possiamo contribuire al miglioramento stesso delle indicazioni, in una concezione collaborativa, un crowdsourcing, delle attività.
E’ un bel segno, sempre che non resti tutto sulla carta*.
* “restare sulla carta” è metafora linguistica risalente all’epoca precedente l’attuale, decisamente inadeguata nella lettera a cogliere le peculiarità di una legge ministeriale pubblicata in formato elettronico su siti governativi, per gestire la comunicazione su web delle Pubbliche Amministrazioni.
Il suo significato metaforico, invece, indica il fatto che poi nulla cambi, nulla si sviluppi in senso concreto, niente si trasformi in azione.
Esattamente il mio timore. Insomma, speriamo queste Linee guida non rimangano sui bit, ma diventino comportamenti concreti e atteggiamenti trasparenti delle PA, del loro voler comunicare bene con i bit.

Cybercensura

Ma quanto può dare fastidio ai Governi che in rete si parli liberamente, al punto da censurare la pubblicazione di contenuti o impedire la navigazione?
Reporters Senza Frontiere ha diffuso un documento che fotografa la situazione mondiale, Stato per Stato, e c’è molto da imparare, molto a cui stare attenti.
Il documento completo è qui, trovate una sintesi presso il Nichilista.

Vogliamo il wifi libero: no alla proroga del decreto Pisanu

Sergio Maistrello propone una riflessione collettiva riguardo quel famoso decreto Pisanu, ne parlavo en passant qui e qui, che in italia in pratica soltanto ostacola pesantemente la connettività dei cittadini negli spazi pubblici o semipubblici cagionando rallentamenti notevoli nella comunicazione tra le persone, proprio oggi che in epoca di cambiamento sociale abbiam più bisogno di far circolare le idee per scoprire come abitare dignitosamente questo Mondo 2.0.

Tornerò sicuramente sull’argomento in un prossimo futuro: si tratta di sostenere pacatamente ma in modo concreto e puntuale (proprio come Maistrello) una posizione di civiltà rispetto alla necessaria diffusione di una Cultura Digitale in italia.

Quest’anno no: lasciate scadere la legge Pisanu

[…] Mentre altrove internet si rafforza come diritto riconosciuto all’interazione con l’altro, un’infrastruttura per il progresso sociale ed economico da favorire e da proteggere, per le classi dirigenti italiane – complici leggi miopi o leggi d’emergenza protratte nel tempo, come la Pisanu – si è trasformato nel luogo comune dell’inutilità, della devianza e del reato diffuso. Non abbiamo sconfitto i nostri fantasmi, in compenso abbiamo perso tempo e opportunità, che oggi costerà molto più caro recuperare. Abbiamo perso anche diritti, lasciando che oggi in determinate circostanze gli estremi delle nostre navigazioni parlino per noi con un’intimità che mal si concilia con la legislazione sulla privacy di un paese civile. Questa legge ha contribuito a trasformare un paese spaventato dai mantra delle sue stesse leadership in un paese più arretrato, più rinchiuso in se stesso, più complicato, più pessimista di quanto il mondo d’oggi consentirebbe. La legge Pisanu non garantisce di fermare la pazzia di un estremista, in compenso sta contribuendo alla strage quotidiana delle aspettative e delle opportunità di una intera nazione.

Alzare la voce

L’eccezionalità delle richieste d’urgenza presentate nel 2005 dal ministro Beppe Pisanu si spiegano in virtù del loro carattere dichiaratamente provvisorio: sarebbero dovute scadere il 31 dicembre 2007. Se non fosse che prima il governo Prodi II (con il milleproroghe del 31 dicembre 2007) e poi il governo Berlusconi IV (col milleproroghe del 18 dicembre 2008) ne hanno garantito fino a oggi la piena efficacia. È inutile recriminare sulle scelte fatte, ma è nostro dovere influire come cittadini su quelle che possono ancora cambiare. La prossima scadenza utile, sulla quale sarebbe opportuno si aprisse questa volta in tempo utile un dibattito sereno e costruttivo, è il 31 dicembre 2009.

Fanno 85 giorni a partire da oggi. 85 giorni in cui chi ha a cuore il futuro della rete in Italia è chiamato a far sentire la propria voce.

Fonte: Apogeonline (leggete tutto l’articolo!)

Strumenti per la democrazia

Twitter è un servizio di microblogging. Ci si crea un account e in seguito tramite cellulare, email o direttamente via web si possono mandare messaggi di testo (ultimamente, anche cose multimediali) lunghi 140 caratteri, dove si dovrebbe descrivere cosa stiamo facendo in quel preciso momento. Cose tipo “sto mangiando un pizza da Mario”, “sto leggendo l’ultimo libro di Paperoga”, “il sottoscritto va al cinema”.
Poi è possibile iscriversi agli account twitter dei nostri amici o colleghi (decine o migliaia che siano), cosicché si formano delle community di persone che si tengono costantemente in contatto tra loro scambiandosi opinioni e stati d’animo.
Certo, vista la lunghezza limitata del messaggio, più che per alloggiare contenuti articolati e strutturati Twitter serve soprattutto per mantenere il contatto tra le persone, per sostenere le reti relazionali, per restare sintonizzati.
Obama ha fatto largo uso di Twitter durante la sua campagna elettorale, e alle recenti votazioni europee anche i candidati nostrani – a esempio la Serracchiani, che ha puntato decisamente sulle nuove forme di socialità in rete – hanno tenuto i “seguaci” (le migliaia di followers) costantemente aggiornati sui propri spostamenti sul territorio, sulle proprie opinioni lampo sui fatti di cronaca, sulle indicazioni politiche.

Ma Twitter ha mostrato anche funzionalità insospettate: nel caso di calamità naturali, compreso l’ultimo terremoto in Abruzzo, i primi messaggi con le prime notizie sono giunti direttamente dal luogo del disastro, che le fonti giornalistiche istituzionali hanno subito ripreso e propagato. Forme nuove di citizen journalism che sono sostanzialmente rese possibili dal semplice possesso di un cellulare connesso.

In questi giorni pare stia succedendo una rivolta popolare in Iran, in seguito ai presunti brogli elettorali. In questo paese con una scarsa libertà di informazione, tutto viene soffocato e nulla si vorrebbe far trapelare all’estero. Ma Twitter e YouTube sono lì, a mostrare cosa veramente succede nelle piazze e nelle strade, al di là della propaganda di governo sui massmedia tradizionali, cui nessuno crede più. Le persone comunicano disintermediando la comunicazione ufficiale, dando una rappresentazione mediatica diretta della realtà garantita dalla polivocalità e dalla spontaneità delle fonti.

E il Governo statunitense stesso si è mosso per consentire che le migliaia di voci dissidenti iraniane potessero trovare eco sui media mondiali, che da questi nuovi strumenti di democrazia in queste ore attingono per mostrare nei telegiornali cosa stia succedendo.

Il Dipartimento di Stato americano ha chiesto ai titolari di Twitter, il social network sul quale il candidato iraniano Mir Hossein Moussavi ha una pagina personale, di rinviare la manutenzione programmata prevista, in modo da consentire la copertura degli avvenimenti iraniani. Twitter, ha affermato un funzionario che vuole restare anonimo, e’ “un importante mezzo di comunicazione, in Iran in modo orizzontale”. Twitter aveva gia’ posticipato di un giorno la manutenzione, prevedendola per questa notte. Lo stesso Moussavi aveva implorato che fosse tenuto aperto l’unico canale di comunicazione tra la societa’ civile iraniana e il resto del mondo. Sul social network il candidato riformista ha annunciato di essere pronto a spiegare al popolo iraniano le proprie ragioni in diretta televisiva.

link: IRAN: APPELLO USA A TWITTER, “RESTATE APERTI” | News | La Repubblica.it

Web20: politiche e prassi della comunicazione politica

[Post lungo, ma spero sufficientemente discorsivo. Oggi i ditini correvano sulla tastiera, e come sapete quello che si scrive in venti minuti abbisogna di due ore di tempo per essere presentabile. Oggi avevo mezz’oretta.
“Se avessi avuto più tempo, avrei scritto una lettera più breve.” Marco Tullio Cicerone, filosofo e politico.
In ogni caso, paragoni irriverenti a parte, in fondo al post trovate dei link per interessanti documenti sul tema de “La Pubblica Amministrazione e il web 2.0]

Norberto Bobbio e Giovanni Sartori ci hanno insegnato che la democrazia è soprattutto un insieme di regole, un insieme di procedure che consentano la libera scelta dei governanti da parte dei governati. Questo è il nucleo minimo fondante senza il quale, giusta la lezione dei fondatori della politologia italiana contemporanea, discorrere di democrazia è esercizio retorico, quando non fuorviante. L’esistenza di questo nucleo minimo di procedure democratiche rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente affinché si consolidi e si sviluppi una democrazia e, a maggior ragione, una democrazia di qualità. Alle procedure della democrazia, infatti, vanno aggiunte quelle dimensioni di contesto che ne rendano effettiva l’applicazione. Se è vero che i governi democratici possono scaturire solo dalla corretta applicazione di procedure democratiche, purtroppo non è vero l’inverso: l’esistenza di regole democratiche non ci garantisce mai completamente dall’utilizzo perverso delle medesime.
(Marco Almagisti, su ComunicatoriPubblici)

Certo, la democrazia è una tecnologia.
Tecnologia abilitante, si suole dire oggidì. Tutte le tecnologie sono in realtà abilitanti, perché un telaio tessile del neolitico non solo permette di costruire tessuti, ma anche di pensare meglio alla progettazione dei vestiti, tanto quanto un computer connesso non è solo uno strumento per redigere documenti come la macchina per scrivere, ma consente una raffigurazione mentale e proiezioni operative migliori delle nuove forme di abitanza delle collettività umane, come nel caso delle suggestioni offerte dai ragionamenti sulla cittadinanza digitale.
Le collettività umane sono da sempre interconnesse tramite strade, semplicemente le moderne reti telematiche fanno emergere e rendono visibile la socialità su scala planetaria, e la loro maggior efficienza nello scambio di informazioni (sincronia, multimedialità) permette al pensiero di immaginare prima e di sperimentare poi miglioramenti qualitativi nelle forme dell’abitare umano, anche rispetto alle forme di governo, sempre storicamente deterninate, di cui le collettività intendono dotarsi e ai meccanismi del loro funzionamento pratico.
Se le strade fossero ancora in terra battuta e non ci fosse il telegrafo, la dimensione delle province italiane sarebbe diversa, tanto per dire, perché vi sono dei limiti nell’estensione geografica che è possibile amministrare efficacemente senza una dovuta organizzazione, tant’è che l’impero romano possedeva un sistema di posta a cavallo ineguagliato fin quasi l’Ottocento.

Torniamo alla democrazia. Vi è una domanda in noi in quanto collettività che riguarda le modificazioni dell’ambiente interumano in direzione di forme di governo rappresentativo e di giustizia sociale, e la democrazia è uno dei modi possibili per rispondere al come organizzare le strutture sociali di potere, controllo e promozione culturali e economiche (quest’ultimo termine da oikòs nomòs, ovvero “le regole della casa/ambiente”, acconcia amministrazione, cerchiamo di non dimenticarcelo).
Poi la tecnologia, in quanto attività tutta umana, veicola necessariamente valori ed è valore in sé, e la Storia ci porta oggi a considerare appunto la democrazia stessa come un valore in cui credere e da difendere, almeno dalla Rivoluzione americana e francese in qua, in quanto forma di governo preferibile.
Il perché sia preferibile risulta abbastanza semplice, una volta indagate le assiologie valoriali soggiacenti al pensiero che pensa in che modo certi uomini debbano governare altri uomini, e giungendo così a comprendere come la democrazia, grazie ai suoi meccanismi di funzionamento, offra maggiori garanzie nel rispetto del valore dell’uguaglianza sociale – una testa un voto, e nessun feudatario accede a verità più profonde in virtù della sua ricchezza, né possiede per status o ceto maggior ragione per governare gli altri – e al valore della partecipazione soggettiva alle riflessioni e alle scelte politiche nella gestione della cosa pubblica, in direzione di una maggiore qualità della politica.

La democrazia come tecnologia ci abilita a pensare un mondo migliore.
Se fossi incapace di pensare un concetto come la democrazia, non potrei raffigurarmi mentalmente né dar luogo concreto (tramite pensiero tecnologico, quindi progettazione per il futuro e modificazioni dell’ambiente) a innovazioni sociali riguardanti il benessere delle collettività, misurato sull’uguaglianza degli esseri umani e la loro libera partecipazione alle decisioni sull’amministrazione dei territori.

I valori e le conquiste sociali democratiche vanno poi diffusi capillarmente nella società, mantenuti vivi, alimentati. Questo ci porta a ragionare di comunicazione politica, o meglio delle possibili politiche della comunicazione politica.

Certo, l’informazione è potere, e una storia delle forme di governo potrebbe essere tranquillamente scritta a partire da una classificazione delle forme di comunicazione istituzionale permesse o promosse all’interno di una data collettività. Dove evidentemente un principe ben poco concedeva al popolo riguardo la pubblicazione dei suoi affari di stato (perché avrebbe dovuto?), e di converso gli individui ben poco potevano decidere riguardo le scelte politiche inerenti la collettività di appartenenza.

Giungiamo ora rapidamente ai giorni nostri, e notiamo l’esistenza di molti Luoghi di dialogo “dal basso” tra cittadini e istituzioni (i partiti politici, i movimenti, i comitati) che da molti anni possono contare su tecnologie in grado di amplificare la voce come i giornali e la radio, la televisione e Internet.
Dall’Indice dei libri sottoposti a censura ecclesiastica con il famoso “visto-si-stampi” e l’imprimatur, alle scenografie e alla propaganda naziste e fasciste, alle moderne sottili forme di manipolazione del consenso e dell’opinione pubblica tramite il controllo (o la diretta proprietà) dei mezzi di comunicazione di massa, molto sappiamo e molta letteratura ci mette in guardia rispetto alla comunicazione “dall’alto”, alla capacità del Potere di allestire visioni del mondo funzionali al riconoscimento sociale della bontà del proprio operato, misconoscendo o inibendo la diffusione di informazioni od opinioni a sé controproducente.

Oggi però esiste il web, sociale e partecipativo, paritetico e neutrale, libero luogo di espressione.
La partecipazione dei cittadini è stata disintermediata, non è più necessario possedere un giornale o un sistema di produzione radiotelevisivo per esprimere la propria opinione ed essere ascoltati da migliaia di persone. In Rete avvengono aggregazioni sociali spontanee, basate sulla condivisione di interessi, e riflettere e proporre iniziative sulla gestione della cosa pubblica è fortunatamente prassi diffusa, dentro i forum di discussione a dimensione planetaria oppure nei blog urbani.

Le recenti evoluzioni tecniche del web (web 2.0) hanno reso la partecipazione ancora più facile, abilitando in tutti noi una concezione finalmente sociale della Rete quale Luogo antropico abitabile, di cui aver cura proprio in quanto nativamente connotato di democrazia (non esistono bit di informazione “privilegiata” rispetto ad altri, nel correre lungo i cavi delle connessioni planetarie; la mail di un ministro viaggia veloce come la mia, e questo blog è “visibile” tanto quanto quello di una multinazionale) e campo stesso di esercizio dell’agire democratico, da parte di individui o gruppi sociali più o meno organizzati.

Le persone ora usano il web.
Se camminate per strada, guardate quelli tra i venti e i cinquantanni: la metà di loro ha un account su Facebook, in italia (il che non è in sé buona cosa, però a FB verrà riconosciuto il fatto di aver introdotto allo scambio e al confronto interpersonale milioni di persone, sbozzandone le prime competenze di cultura digitale: comprendere che Facebook non è un luogo democratico è già un primo passo in questa direzione).
Il passaparola delle relazioni interumane concrete come pure le milioni di parole scritte qui in Internet nel corso degli anni sono costantemente disponibili per l’auto-formazione sul corretto utilizzo dello strumento, dalla netiquette alle considerazioni sull’identità e sulla reputazione personale. I nuovi arrivati potranno all’inizio essere un po’ disorientati dall’esplosivo fiorire di mille luoghi espressivi, ma rapidamente comprendono come Internet sia oggi il posto migliore per pensare con la propria testa, trovare informazioni ed esprimere opinioni, dove l’autorevolezza del dire non dipende automaticamente dalla fonte (i giornali, i governi, le multinazionali) ma dalla capacità di articolazione del proprio pensiero nel rispetto della conversazione pubblica e del dialogo, nell’apertura e nel confronto.

Quindi noi semplici cittadini per prove ed errori, nel coinvolgimento personale fatto di passione e di stupide salatissime bollette telefoniche (soprattutto in italia) per un servizio di connettività alla popolazione che per una banale questione di civiltà dovrebbe funzionare secondo il modello delle strade statali, siamo riusciti ad affacciarci sul web e ad abitarci in modo stanziale e costruttivo, mentre a tutt’oggi in Parlamento ancor più stupidi legislatori o sedicenti esperti locali di etica e comunicazione cercano di proibire, oscurare, censurare la libertà della Rete, di cui palesemente non comprendono né il funzionamento tecnico né le implicazioni sociali, culturali e civiche, in relazione al futuro e alla qualità della vita delle prossime generazioni. E per fortuna la stessa maggioranza parlamentare cui appartengono rigetta le loro proposte di legge: sto pensando ovviamente alla figura meschina fatta di recente da D’Alia e Carlucci.

Tra l’altro i politici in tempo di elezioni da sempre promettono di asfaltare le strade, ma ne ho visti pochissimi parlare seriamente di riduzione dello spartiacque digitale – ché divario digitale non è digital divide, la corretta traduzione è ben più radicale – tra chi può e chi non può accedere al web in maniera dignitosa, e ancor meno comprendere l’assoluta impellente necessità di provvedere competenze civiche ai cittadini sulle nuove forme di abitanza e di democrazia elettronica, e non sto ovviamente parlando di alfabetizzazione agli strumenti.

Nonostante esistano buone leggi e indicazioni per l’ammodernamento del paese, le istituzioni indubitabilmente sono rimaste indietro, nel loro fare comunicativo. Un po’ perché le pubbliche amministrazioni sono frequentate da personaggi, da un ministro a un preside scolastico giù giù fino a un’impiegata dietro uno sportello, che pensano di vivere ancora in un’epoca in cui “non sono tenuti a dare informazioni” (notare la peculiare costruzione grammaticale), un po’ perché nell’istituzione stessa manca una cultura della comunicazione intesa come dialogo con i cittadini (i famigerati “siti-vetrina” altro non sono che una attualizzazione dell’Albo Pretorio, evidentemente monodirezionale), un po’ perché le indicazioni legislative sulla trasparenza delle procedure amministrative, back-office e front-office, almeno dalla Bassanini 1997 in qua, sono state ampiamente disattese.
En passant, vi ricordo che in quanto cittadini, secondo il Codice dell’Amministrazione digitale del 2006, avete diritto all’uso delle tecnologie (art. 3), diritto all’accesso e all’invio di documenti digitali (art. 4), diritto ad effettuare qualsiasi pagamento in forma digitale (art. 5), diritto a ricevere qualsiasi comunicazione pubblica per e-mail (art. 6), diritto alla qualità del servizio e alla misura della soddisfazione (art. 7), diritto alla partecipazione (art. 8), diritto a trovare on-line tutti i moduli e i formulari validi e aggiornati (art. 58).

E-government ed e-democracy sarebbero in buona misura praticabili oggi stesso, se gli amministratori pubblici non si comportassero come feudatari medievali, timorosi di una sana e proficua comunicazione bidirezionale tra Istituzioni e cittadini.

Dicevo che esistono numerose Indicazioni e Linee guida per la qualità della comunicazione pubblica della Pubblica Amministrazione: sul sito del Formez potrete trovare documenti e relazioni relativi all’adozione delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione nei settori pubblici.
In particolare, di recentissima pubblicazione sono gli Strumenti per le Amministrazioni 2.0, a cura del CNIPA Centro Nazionale per L’Informatica nella Pubblica Amministrazione, relativi all’utilizzo di approcci moderni 2.0 nella progettazione e nella conduzione di siti web e nelle attività di comunicazione pubblica delle Istituzioni.
Interessante anche questo articolo di Flavia Marzano “Pubblica Amministrazione 2.0” pubblicato su Astrid (altri articoli rilevanti sulla stessa pagina).

E se vi imbattete su Facebook sulla pagina del vostro Comune o della Regione, oppure se vi accorgete che il vostro Sindaco utilizza Twitter per raccontare ciò che viene dibattuto durante il Consiglio Comunale, non inorridite subito: anche le Istituzioni stanno imparando per prove ed errori l’effettiva portata comunicativa e l’efficacia dei singoli strumenti, ma nel frattempo le informazioni circolano un po’ di più, le competenze digitali si diffondono, il mondo migliora.