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Democrazia diretta

Ragionando.

Questa nuova cosa della “firma digitale” per i referendum – eutanasia, obiettivo raggiunto; cannabis, 100k firme in 24ore, obiettivo 500k per il 30 settembre – potrebbe cambiare parecchio i giochi degli strumenti di democrazia diretta previsti dalla Costituzione, incidendo significativamente sul sistema normativo.

In Italia ci sono oltre 35 milioni di persone su Facebook, ma consideriamo e teniamo fermo il dato dei 15 milioni di accessi giornalieri (stima al ribasso) soprattutto via mobile.

In Italia ci sono 24 milioni di SPID. Si può firmare anche con SmartCard o chiavette USB o altri modi autenticandosi, ma la vedo più farraginosa.

Incrociando i dati con approccio spannometrico, direi che dieci milioni di persone almeno vedranno la promozione del referendum online, per i prossimi venti giorni. Se una persona ogni venti firmasse l’obiettivo verrebbe raggiunto.

Magari adesso, all’apparir della novità, la curva della partecipazione mostra un picco statistico. Tra due anni, con in mezzo le proposte di altri venticinque referendum, ci saremo annoiati.

Dipenderà quindi dall’argomento del contendere, da quanto sarà sentito il problema dalla popolazione, e questo ci conduce agli strumenti di promozione, ovvero persuasione, ovvero manipolazione dell’opinione pubblica, ovvero soldi per le sponsorizzate, campagne di crowdfunding, ricerca di testimonial e influencer.

I soldi servono anche agli enti proponenti dei referendum, in quando la validazione dell’espressione popolare costa circa un euro per ogni firma, e così siamo già a mezzo milione di euro più le promozioni di cui sopra. Non si tratta solo di mettere online un dispositivo per la raccolta firme (costoso anch’esso), la macchina è un po’ più complessa (certo, anche predisporre banchetti nelle piazze costa), e forse con simili soglie di accesso economiche non si tratta proprio di una libera e gratuita partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese.

Insomma, potremmo vederne delle belle.

Un muro. Foto presa da Corriere.it

Non è un Voi, è un Loro.

Non è un Voi, è un Loro.

Questa foto è un muro, e come tale va figurativamente interpretata.
Poi vengono le parole.

Le parole utilizzate dai capi di Stato, molti di loro già smascherati come ipocriti per l’incoerenza tra le loro azioni passate e la loro presenza a Parigi, sono specchi per parlare di sé, ombelicali, emblema di chiusura: Hollande parla di “Parigi capitale del mondo”, ponendo un Noi ineluttabile; Renzi parla dei “nostri” valori”; Netanyahu pone esplicitamente “il nemico”; Cazeneuve parla subito di frontiere da controllare, includendo internet quale luogo dove far rimuovere da parte di società web contenuti illegali, dichiarazione apologetiche, incitamenti all’odio.

Non dimentichiamoci che alcune scelte sono state fatte subito, stabilendo chi invitare e chi lasciare fuori, a esempio movimenti politici francesi certo scomodi per la linea che si voleva dare alla rappresentazione teatrale di ieri, senza considerare che proprio questo fare contraddiceva le parole che si intendevano pronunciare.

Sul piano discorsivo, appunto, l’intera retorica della manifestazione trasuda chiusura, pone un NOI fittizio, artatamente costruito e messo in scena come omogeneo, che come conseguenza nell’alveo del discorso istituisce non un VOI — sarebbe un attore legittimo del Dialogo, interlocutore ratificato — ma un LORO, estraneo, intoccabile, ignoto e incomprensibile, minaccioso.

Una mancanza di apertura, un ritorno al noto e al medesimo, una denegazione dell’Alterità, in un discorso nettamente politico, il quale non tiene in considerazione le conseguenze del proprio dire, essendo tutto ripiegato su sé stesso, muro contro muro.

Non so se la miccia sia accesa, ma so che gettare benzina è stupido.

Critica della democrazia digitale, con Fabio Chiusi

reblogLa democrazia è una tecnologia. Un artefatto concettuale, che poi diventa metodo e prassi. Strumento di civiltà che la collettività sceglie da sé, per sé stessa. Qualcosa che abbiamo inventato progettato e cerchiamo di applicare, su cui possiamo intervenire per migliorarla. Un modo storico per garantire una maggiore qualità dell’Abitare, seguendo certi valori che riteniamo prioritari. Nel tempo, cambiano i valori, cambiano i modi. Oggi si parla di democrazia digitale. E forse la narrazione di queste nuove forme di partecipazione e rappresentatività e decisionalità merita uno sguardo capace di discernere, una critica.

Per Vicino/lontano e Friuli Future Forum domani alle 18.00 alla Libreria Tarantola a Udine chiedo a Fabio Chiusi di raccontare ombre e luci di una innovazione tecnosociale che riguarda tutti noi.

vicinolontano.it/eventi/critica-della-democrazia-digitale/

Democrazia di prossimità

Mi chiedevo delle differenze tra democrazia rappresentativa e democrazia deliberativa (di prossimità), ho cercato un po’ in giro, qualcosa ho trovato. Sarebbe certo da intraprendere una bella discussione con chi ne sa di più.
Qui un articolo interessante riguardo le forme di democrazia su politicadomani.it
Qui un pdf sulla democrazia di prossimità e l’integrazione europea
Qui su LabSus Laboratorio per la Sussidiarietà un confronto tra vari esempi internazionali di democrazia partecipativa
Qui due esempi italiani: la democrazia di prossimità e le leggi regionali 67/2007 Regione Toscana e 3/2010 Regione Emilia Romagna
La finalità è quella di ragionare sulla possibilità di affidare a organizzazioni civili alcune grandi decisioni come il governo del territorio, le grandi infrastrutture, la tutela dell’ambiente. Altrove qualcosa si è realizzato: esempi di forme di partecipazione popolare di tipo deliberativo sono state adottate in Francia, con la legge sulla “democrazia di prossimità” che impone il dibattito pubblico per le decisioni di lunga durata; nel Nord America, dove si vanno diffondendo i “forum deliberativi” (nel senso descritto da J. Fishkin); in Gran Bretagna, con le “giurie cittadine” e le “commissioni civiche” recentemente promosse da Gordon Brown, che possono far valere le loro ragioni su questioni di pubblico interesse (sanità, infanzia, crimine).
E non sto dicendo niente che non sia già nell’articolo 5 della Costituzione, eh.
Art. 5
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.

Smart-city = decrescita

Unisco due passioni, diciamo così.
Ovviamente la smartcity è da interpretare come relazione tra città e collettività che la abita, nelle sue competenze e conoscenze. Con il solito parallelo tra hardware (gli edifici, le piazze, la sensoristica, la fibra ottica, il wifi) e i comportamenti umani software (i flussi di merci persone e informazione, l’abitare i media e i linguaggi, l’esercitare cittadinanza attiva) è da porre l’attenzione alla relazione tra gli elementi, oltre all’analisi degli elementi. Come un buon informatico, che è tale quando pone l’attenzione tra risorse e programma, e quindi progetta. Come un antropologo, peraltro, come uno psicologo post cognitivista, come un linguista post strutturalista, come tutta l’intelligenza dei pensatori bravi della seconda metà del ‘900 ci ha insegnato. Porre l’attenzione alla relazione, e quindi al contesto. Quel qui e ora dove avviene pragmaticamente la comunicazione, con i suoi impliciti e i suoi non detti. Gli automatismi, le abitudini.
E un’abitudine da spezzare è quella della pessima aura che la parola decrescita si porta dietro, come diminuzione, povertà, riduzione, de- qualcosa.
Meglio morigeratezza, sobrietà, o comunque ottimizzazione delle risorse e dei processi per sfruttare le risorse stesse, la qual cosa è proprio la linea d’intenti di una decrescita correttamente intesa. Tramite strumenti come filiere corte, distretti di economia solidale, incontro locale domanda e offerta, democrazia di prossimità. 
Non pensate al perché, pensate al come. Siate un po’ tecnologi, visto che viviamo in ambienti tecnologici da almeno due milioni di anni, e non eravamo nemmeno uomini quando addomesticavamo il fuoco.
E qui parlo di sistemi, metodologie, meccanismi per gestire la complessità dei luoghi in cui abitiamo ora.
Luoghi che noi stessi abbiamo inventato, il paesaggio è un oggetto tecnologico tanto quanto un prosciutto o un sistema elettorale, e quindi si tratta di cose che abbiamo progettato e realizzato e via via migliorato nel tempo, migliorandone la tecnologia.
La smart-city (o porzioni di territorio anche miste rurali, non solo metropolitane: la connettività è indifferente alla geografia) è social, e la collettività è il motore e il destinatario, la qualità del vivere da perseguire. Si tratta di ambienti economici basati su relazioni umane, e la città connessa è il sistema operativo del funzionamento. E’ anche il luogo della coscienza collettiva, della pubblica opinione, della formazione delle identità, della loro negoziazione e patteggiamento in termini interpersonali e gruppali, è il posto dove gli accadimenti diventano fatti storici.
Ecco perché ottimizzare la smartcity è qualcosa che va in direzione della decrescita, perché ottimizza sistemi produttivi e distributivi di beni e servizi, perché incrementa e moltiplica la partecipazione della collettività alla vita pubblica, decrescendo da un sistema (meccanismo) di rappresentatività politica e gestione amministrativa del territorio molto verticale, roccioso, gerarchico, fortemente strutturato, a modalità più liquide, orizzontali, partecipative.
Non abbiamo ancora una grammatica ben fondata per padroneggiare i nuovi linguaggi della partecipazione permessi dalle nuove tecnologie di connettività, non sappiamo parlare bene e ci stiamo inventando le parole più adeguate a denotare i fatti del mondo, ma d’altronde sette anni fa non c’era neanche Facebook, e non sapevamo nulla, solo vagheggiavamo possibilità. Siamo nella culla, as usual.
Credo anche che possedere molti dati su quanto avviene sui territori geografici, a vari livelli di pertinenza (iperlocale, comunale, regionale, etc.), sui flussi di persone beni e informazioni, sia fondamentale e necessario per poter analizzare dinamiche abitative e progettare migliorìe. Open data ovunque, di ogni tipo, dati crudi e già rielaborati, sintesi e spaccati, tutti devono pubblicare tutto, per trasparenza, per contribuire a rendere di migliore qualità l’abitare.

voglio sapere TUTTO. Disaggregate i dati, fate quello che volete. Propongo tra l’altro la distinzione tra dati caldi (sensibili) e freddi (quelli insensibili ehehehe). Voglio sia possibile sapere tutto di un’area geografica. Voglio sapere cosa facciamo come collettività MENTRE viviamo, voglio saper CHI SIAMO. E quindi capir come ottimizzare i nostri comportamenti, uscire da nevrosi di massa, coltivare la nostra personalità, rifinire il nostro stile dell’abitare come muffa su questo pianetucolo, voglio un’identità.

Questo era un mio commento su FB, dentro una discussione un po’ bislacca e quindi piuttosto libera su una correlazione tra fasi lunari e reati o comportamenti “devianti”, un mio vecchio pallino, che mi ha portato a scrivere il presente post.

Risultati attesi

6 idee per un Paese digitale, un’Italia 2.0, di Francesco Nicodemo:
  1. Italia 2.0 è fatta di cittadini che non hanno alcuna difficoltà con questa tecnologia, dove lo spread digitale è minimo, indipendentemente dall’età e dalla classe sociale, perché sono rimossi tutti gli ostacoli di ordine sociale ed economico. Un Paese digitale in cui per i cittadini e per i migranti l’accesso alla Rete è sempre possibile e da qualsiasi luogo, che sia una piazza, una strada, un ufficio pubblico, una biblioteca, o persino sul tram.
  2. Italia 2.0 significa servizi online al cittadino, dall’anagrafe alla sanità, e servizi via web alle imprese, specialmente quelle piccole, su cui pesa la lentezza e la farraginosità della burocrazia.
  3. Italia 2.0 è integrazione dei nuovi cittadini attraverso gli strumenti di inclusione sociale ed è partecipazione democratica, trasparente e aperta attraverso il coinvolgimento dei cittadini nel progettare il futuro comune e nel giungere a scelte condivise.
  4. Italia 2.0 è open data, libera i dati della PA e li mette a disposizione di tutti gratuitamente, affinché ognuno li utilizzi per sviluppare idee innovative, sui trasporti, sull’ambiente, sui rifiuti, e persino sugli orari della movida, perché la città digitale riduce i consumi, migliora i trasporti, contiene la spesa, abbatte l’inquinamento.
  5. Italia 2.0 facilita la creazione di migliaia di posti di lavoro del futuro, quelli legati al mondo del digitale, avendo la consapevolezza che non occorrono colate di cemento o capitali immensi, perché il digitale ha bisogno soprattutto di cervelli e di ambienti congeniali in una Paese che favorisce l’applicazione del digitale a tutti i settori produttivi.
  6. Italia 2.0 è trasversale e tocca tutte le attività: cultura, infrastrutture, economia, alfabetizzazione, inclusione, democrazia, lavoro.


e-Gov: Il Comune di Udine conversa coi cittadini

Il Comune di Udine mira a un e-government moderno. Trasparenza e semplificazione sono valori imprescindibili, prescritti dalla stessa Legge ministeriale (Bassanini, Stanca, Brunetta… vedi qui) per l’innovazione della PA.
Ma c’è di più, ed è una bella novità: prima di pubblicare il Regolamento, il Comune chiede la partecipazione dei cittadini, per migliorìe e suggerimenti. E’ tutto disponibile sul documento wiki, possiamo iscriverci e lasciare le nostre osservazioni. Mi sembra l’atteggiamento corretto.

PA e comunicazione 2.0 – Bergamo

Oggi vado a Bergamo, domani ho una docenza per IDM presso l’Università. Qui trovate il corso specifico, rivolto a amministratori di Enti locali, sindaci assessori e quant’altro.

Comunicazione su web, strumenti per l’ascolto del territorio, e-democracy e e-government, Codice dell’Amministrazione Digitale, backoffice e frontoffice, quelle cose lì.

Qui sotto la presentazione per organizzarmi il preambolo.

Dài, che cade la Pisanu e il prossimo anno bloggo dal bar

Lo dice Maroni, questo pessimo decreto Pisanu sarà modificato e si potrà navigare liberamente anche nei wifi italiani. Oddio, liberamente è parola grossa, ci sono delle complicazioni, ma non si sa ancora bene niente. Leggete Zambardino o Maistrello per altre info e considerazioni.
E’ molto tempo che ne parliamo, l’altr’anno firmammo anche una Carta dei Cento per il Libero Wifi.
Quello che vorrei dire io è che l’atteggiamento di Maroni mi sembra quello di chi fa una concessione, e la qual cosa mi sta sommamente e pesantemente sui coglioni.
Hanno bloccato la società per cinque anni, siamo terribilmente indietro, e lui con l’aria di chi dice “Comunque controllare è giusto, eh? Dobbiam sapere tutto. Alleggeriamo giusto un po’ i vincoli.” elargisce il giocattolo.
E quindi, tagliamo la fuffa: io vorrei sapere quante indagini di polizia o di un magistrato su questioni di terrorismo sono state impostate in italia negli ultimi cinque anni, che abbiano riguardato o consultato i tabulati delle connessioni pubbliche. Voglio i fatti, i numeri, le quantità. Voglio sapere se questo pateracchio tutto itaiano ha fatto del bene al paese, oppure voglio sapere se negli altri Paesi europei o negli Stati Uniti, dove non si dà il caso che il wifi sia disponibile solo dopo autenticazione, sono cretini a non averlo fatto.
Eppure i proverbi parlan chiaro: “se sembra che tutti ti vengano addosso, sei tu che sei in contromano”.

Empowering communities

Un bell’articolo di Ernesto Belisario, su Apogeonline.

L’Open Govenrment è un’opportunità concreta di ottenere, attraverso la rete, un’amministrazione più efficiente e una migliore democrazia. Quest’opportunità, però, può essere colta solo a patto di comprendere che il vero cambiamento è fuori dal Palazzo e che la vera innovazione non è nelle tecnologie.

Scrivere storie sulle geografie

L’argomento è quello della partecipazione delle collettività alla costruzione simbolica dell’identità di un territorio, lo stile e le azioni delle comunità che lo abitano. Ma non solo di immaginario stiamo parlando: le forme di emersione di nuove dimensioni e orientamenti dell’opinione pubblica locale possono tranquillamente farsi carico di tematiche molto più concrete, a esempio l’organizzazione logistica del tessuto urbano, la viabilità o lo spostamento di cose e persone, o dell’informazione quando ragioniamo di piattaforme istituzionali per la partecipazione della cittadinanza a forme di progettazione sociale condivisa e collaborativa, la vera conversazione tra Ente locale e cittadini.
Nel primo caso il fare comunicativo della comunità locale, l’insieme dei discorsi e delle posizioni dei parlanti riguardo a descrizioni fisiche o sul funzionamento concreto di un ambiente urbano, come pure valutazioni estetiche sul paesaggio o sulle filiere di distribuzione economiche e produttive locali, contribuiscono con la loro polivocalità a dipingere l’immagine dinamica di quel territorio, per come essa emerge dall’incessante conversazione sociale oggi potenziata e resa visibile e perfino abitabile dal web moderno.
Banalmente e prendendo l’esempio con le molle, proviamo a pensare ai primi cento risultati che Google offre ricercando “Friuli Venezia Giulia”, e avremo una fotografia statistica (e dinamica) di questo territorio, dove solo alcune voci saranno comunicazione istituzionale progettata e pubblicata, mentre altre occorrenze emergeranno dai ragionamenti pubblicati da qualche blog importante della zona, da forum di discussione, da conversazioni tenutesi su qualche social network, da siti commerciali che fanno del collegamento al territorio un loro punto di forza nel marketing, da testate giornalistiche che riflettono gli accadimenti locali. 
Il FVG agli occhi del mondo è questo. L’insieme delle narrazioni autoriferite di un territorio è la sua carta d’identità, è una scrittura collettiva di una storia (o meglio, storie) sopra una geografia, per dirla con parole di Carlo Infante, dove diventa possibile far interagire autopoiesi delle collettività umane (il continuo produrre senso connaturato al fare umano) con le mappe satellitari, diventa possibile concepire dei geoblog e altre diavolerie capaci di connotare gli accadimenti in modo georeferenziato. 
E’ dove l’orizzontalità dei sistemi relazionali umani incontra la verticalità di uno sguardo più ampio del proprio cortile e della propria cerchia amicale, avendo come fine talvolta esplicito innanzitutto la “messa in scena” del territorio, e in seguito la sua eventuale ottimizzazione, se stiamo indagando quei Luoghi di comunicazione dove tutti insieme potremmo provare a studiare e decidere le mosse migliori da compiere per il bene della collettività.
In questo secondo caso abbiamo a che fare concretamente con la partecipazione della cittadinanza nella progettazione e nel miglioramento della qualità della vità di un dato territorio, grazie a quei Luoghi riflessivi costituiti dalle piattaforme web per la partecipazione civica, in misura consultiva e nel prossimo futuro anche in misura decisionale, secondo le indicazioni di una e-Democracy intesa in senso forte.
Qui però ci sono degli ostacoli diciamo così tecnici, perché sebbene questi Luoghi web di partecipazione esistano già da qualche anno (le reti civiche telematiche essendo i progenitori), solo recentemente e solo grazie a una impostazione nativamente 2.0 ovvero centrata sulla produzione e distribuzione di contenuti da parte degli utenti stessi si è riusciti a mettere online dei software-piattaforma che permettano di svolgere dignitosamente questa notevole attività di intercettazione, visibilità e organizzazione delle tematiche “calde” che emergono da una comunità geolocalizzata.
Gigi Cogo oggi segnala una piattaforma interessante, e condisce il tutto con altrettanto interessanti ragionamenti (anche qui e qui).

Le nuove Linee Guida ministeriali per i siti web delle Pubbliche Amministrazioni

Su iniziativa del Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, sono state pubblicate le nuove Linee guida per i siti web delle PA, Innovazionepa.gov.it ne parla qui, trovate anche il link per il pdf.
Come al solito, quelli del Formez e le commissioni ministeriali pare abbiano fatto un buon lavoro: sono ben trattati i temi della usabilità, dell’accessibilità, le metodologie e gli stumenti per la progettazione razionale e efficace dei Luoghi web della Pubblica Amministrazione,vengono messe in primo piano le tematiche della qualità della comunicazione (trasparenza, visibilità dei contenuti, policy), viene sottolineata l’importanza dei formati aperti e vengono delineati alcuni criteri per sollecitare l’espressione della valutazione del servizio da parte degli utenti.
Dico come al solito, perché anche la famosa legge Stanca 150 del 2001, sulla comunicazione pubblica, era meritoria in quanto a visione generale, così come le linee guida uscite successivamente, verso il 2004, a cura del Formez, oppure le indicazioni successive ministeriali per la qualità della comunicazione delle Pubbliche Amministrazioni erano perfettamente centrate e aggiornate sulla necessità di fornire al cittadino, in ottica e-government, una praticabilità netta e senza ombre di quanto le PA devono produrre e pubblicare, per legge.
E giustamente, il cittadino era ed è sempre posto al centro del processo comunicativo.
Ma in italia il problema, lo sappiamo, non è certo fare delle leggi, che anzi proliferano senza sosta. Il problema è nella loro applicazione.
Se le PA locali, le Scuole e i Comuni e la Regione adottassero rapidamente queste linee guida, in un’ottica di miglioramento continuo della qualità della comunicazione tra l’Istituzione e i cittadini – l’importante è cominciare, e queste indicazioni vanno già benissimo – già potremmo dire di essere un po’ più civili, nel sentirci convolti come parte attiva nel dialogo sull’amministrazione della cosa pubblica.
Una segnalazione: queste Linee guida escono in “beta”, ovvero come versione preliminare.
Sono stati infatti attivati dei Luoghi di discussione presso i siti ministeriali, dei forum tematici ben articolati, dove tutti possiamo contribuire al miglioramento stesso delle indicazioni, in una concezione collaborativa, un crowdsourcing, delle attività.
E’ un bel segno, sempre che non resti tutto sulla carta*.
* “restare sulla carta” è metafora linguistica risalente all’epoca precedente l’attuale, decisamente inadeguata nella lettera a cogliere le peculiarità di una legge ministeriale pubblicata in formato elettronico su siti governativi, per gestire la comunicazione su web delle Pubbliche Amministrazioni.
Il suo significato metaforico, invece, indica il fatto che poi nulla cambi, nulla si sviluppi in senso concreto, niente si trasformi in azione.
Esattamente il mio timore. Insomma, speriamo queste Linee guida non rimangano sui bit, ma diventino comportamenti concreti e atteggiamenti trasparenti delle PA, del loro voler comunicare bene con i bit.

Cybercensura

Ma quanto può dare fastidio ai Governi che in rete si parli liberamente, al punto da censurare la pubblicazione di contenuti o impedire la navigazione?
Reporters Senza Frontiere ha diffuso un documento che fotografa la situazione mondiale, Stato per Stato, e c’è molto da imparare, molto a cui stare attenti.
Il documento completo è qui, trovate una sintesi presso il Nichilista.

Vogliamo il wifi libero: no alla proroga del decreto Pisanu

Sergio Maistrello propone una riflessione collettiva riguardo quel famoso decreto Pisanu, ne parlavo en passant qui e qui, che in italia in pratica soltanto ostacola pesantemente la connettività dei cittadini negli spazi pubblici o semipubblici cagionando rallentamenti notevoli nella comunicazione tra le persone, proprio oggi che in epoca di cambiamento sociale abbiam più bisogno di far circolare le idee per scoprire come abitare dignitosamente questo Mondo 2.0.

Tornerò sicuramente sull’argomento in un prossimo futuro: si tratta di sostenere pacatamente ma in modo concreto e puntuale (proprio come Maistrello) una posizione di civiltà rispetto alla necessaria diffusione di una Cultura Digitale in italia.

Quest’anno no: lasciate scadere la legge Pisanu

[…] Mentre altrove internet si rafforza come diritto riconosciuto all’interazione con l’altro, un’infrastruttura per il progresso sociale ed economico da favorire e da proteggere, per le classi dirigenti italiane – complici leggi miopi o leggi d’emergenza protratte nel tempo, come la Pisanu – si è trasformato nel luogo comune dell’inutilità, della devianza e del reato diffuso. Non abbiamo sconfitto i nostri fantasmi, in compenso abbiamo perso tempo e opportunità, che oggi costerà molto più caro recuperare. Abbiamo perso anche diritti, lasciando che oggi in determinate circostanze gli estremi delle nostre navigazioni parlino per noi con un’intimità che mal si concilia con la legislazione sulla privacy di un paese civile. Questa legge ha contribuito a trasformare un paese spaventato dai mantra delle sue stesse leadership in un paese più arretrato, più rinchiuso in se stesso, più complicato, più pessimista di quanto il mondo d’oggi consentirebbe. La legge Pisanu non garantisce di fermare la pazzia di un estremista, in compenso sta contribuendo alla strage quotidiana delle aspettative e delle opportunità di una intera nazione.

Alzare la voce

L’eccezionalità delle richieste d’urgenza presentate nel 2005 dal ministro Beppe Pisanu si spiegano in virtù del loro carattere dichiaratamente provvisorio: sarebbero dovute scadere il 31 dicembre 2007. Se non fosse che prima il governo Prodi II (con il milleproroghe del 31 dicembre 2007) e poi il governo Berlusconi IV (col milleproroghe del 18 dicembre 2008) ne hanno garantito fino a oggi la piena efficacia. È inutile recriminare sulle scelte fatte, ma è nostro dovere influire come cittadini su quelle che possono ancora cambiare. La prossima scadenza utile, sulla quale sarebbe opportuno si aprisse questa volta in tempo utile un dibattito sereno e costruttivo, è il 31 dicembre 2009.

Fanno 85 giorni a partire da oggi. 85 giorni in cui chi ha a cuore il futuro della rete in Italia è chiamato a far sentire la propria voce.

Fonte: Apogeonline (leggete tutto l’articolo!)

Strumenti per la democrazia

Twitter è un servizio di microblogging. Ci si crea un account e in seguito tramite cellulare, email o direttamente via web si possono mandare messaggi di testo (ultimamente, anche cose multimediali) lunghi 140 caratteri, dove si dovrebbe descrivere cosa stiamo facendo in quel preciso momento. Cose tipo “sto mangiando un pizza da Mario”, “sto leggendo l’ultimo libro di Paperoga”, “il sottoscritto va al cinema”.
Poi è possibile iscriversi agli account twitter dei nostri amici o colleghi (decine o migliaia che siano), cosicché si formano delle community di persone che si tengono costantemente in contatto tra loro scambiandosi opinioni e stati d’animo.
Certo, vista la lunghezza limitata del messaggio, più che per alloggiare contenuti articolati e strutturati Twitter serve soprattutto per mantenere il contatto tra le persone, per sostenere le reti relazionali, per restare sintonizzati.
Obama ha fatto largo uso di Twitter durante la sua campagna elettorale, e alle recenti votazioni europee anche i candidati nostrani – a esempio la Serracchiani, che ha puntato decisamente sulle nuove forme di socialità in rete – hanno tenuto i “seguaci” (le migliaia di followers) costantemente aggiornati sui propri spostamenti sul territorio, sulle proprie opinioni lampo sui fatti di cronaca, sulle indicazioni politiche.

Ma Twitter ha mostrato anche funzionalità insospettate: nel caso di calamità naturali, compreso l’ultimo terremoto in Abruzzo, i primi messaggi con le prime notizie sono giunti direttamente dal luogo del disastro, che le fonti giornalistiche istituzionali hanno subito ripreso e propagato. Forme nuove di citizen journalism che sono sostanzialmente rese possibili dal semplice possesso di un cellulare connesso.

In questi giorni pare stia succedendo una rivolta popolare in Iran, in seguito ai presunti brogli elettorali. In questo paese con una scarsa libertà di informazione, tutto viene soffocato e nulla si vorrebbe far trapelare all’estero. Ma Twitter e YouTube sono lì, a mostrare cosa veramente succede nelle piazze e nelle strade, al di là della propaganda di governo sui massmedia tradizionali, cui nessuno crede più. Le persone comunicano disintermediando la comunicazione ufficiale, dando una rappresentazione mediatica diretta della realtà garantita dalla polivocalità e dalla spontaneità delle fonti.

E il Governo statunitense stesso si è mosso per consentire che le migliaia di voci dissidenti iraniane potessero trovare eco sui media mondiali, che da questi nuovi strumenti di democrazia in queste ore attingono per mostrare nei telegiornali cosa stia succedendo.

Il Dipartimento di Stato americano ha chiesto ai titolari di Twitter, il social network sul quale il candidato iraniano Mir Hossein Moussavi ha una pagina personale, di rinviare la manutenzione programmata prevista, in modo da consentire la copertura degli avvenimenti iraniani. Twitter, ha affermato un funzionario che vuole restare anonimo, e’ “un importante mezzo di comunicazione, in Iran in modo orizzontale”. Twitter aveva gia’ posticipato di un giorno la manutenzione, prevedendola per questa notte. Lo stesso Moussavi aveva implorato che fosse tenuto aperto l’unico canale di comunicazione tra la societa’ civile iraniana e il resto del mondo. Sul social network il candidato riformista ha annunciato di essere pronto a spiegare al popolo iraniano le proprie ragioni in diretta televisiva.

link: IRAN: APPELLO USA A TWITTER, “RESTATE APERTI” | News | La Repubblica.it