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Tentacoli

Non serve invocare entità esterne, magari trascendenti.
Semplicemente, il complicato oltre un certo punto di complicatezza diventa complesso.
Certo, le formiche diventano formicaio, gli alberi diventano bosco. Olismo, che dire?
Un fascio di nervi diventa cervello (hardware) e sviluppa coscienza (software), un applicativo utile per far funzionare meglio il sistema.
E sembra la coscienza abbia una sua volontà, magari non ne è cosciente, che la porta a voler replicare il processo anche fuori dalla scatola cranica, adoperandosi per connettere altre coscienze.
La meta del percorso appare lampante.
Innanzitutto la coscienza ha lavorato sui gruppi di umani (hardware) per farci girare sopra linguaggi e comunicazione (software). Ha lavorato sull’empatia, per stabilire sintonia affettiva.
E con tutto un bel dialogo tra tecnologia e conversazioni, ha via via messo in scena la scrittura per darsi memoria e potenziarsi, poi ha sviluppato migliori supporti, pietra papiro argilla pergamena carta, poi la stampa, poi i quotidiani, la nascita dell’opinione pubblica mediatica, il teleascolto e la televisione, i codici digitali, la Rete dove tutti facciamo tutto con tutti insieme e contemporaneamente.
Abbiamo ora la coscienza collettiva, l’Umanità che pensa e si guarda pensare. One man, one world, one people, one net.
E senza nessun ansia omologante, ché qui ci servono molti pensieri diversi in differenti linguaggi.
Perché la coscienza fa così? Cosa vuole, da millenni? E’ una rincorsa per spiccare un salto? Bah, teleologia.
Però questa del connettersi è qualcosa di profondamente wired nel sistema, che ne facciamo?
Un processo sorto per ottimizzare le risorse e garantire maggiori probabilità di sopravvivenza (cervello-mente, individui-gruppi, olismo delle reti) rimane sempre pro life, indipendentemente dalla scala di applicazione?
Siamo agiti da pulsioni cieche, coazioni, che reiterano lo schema automaticamente, indipendentemente dalla qualità del risultato?
Ecco, la parola “qualità” porta con sé un punto di vista, su questo farsi automatico delle connessioni tra umani e mondo e delle relazioni. Etica, morale, giudizio, direzione, storia, cammino, progressione e progresso, finalità, scopo, prendere in mano il volante e decidere dove andare, ora che sappiamo di sapere.
Un mondo migliore, una coscienza planetaria. Siamo costretti a decidere, anche facendo spallucce.

Fondare arrogantemente la democrazia della Rete

Leggo fantascienza da quando ero alle medie, centinaia di Urania comprati usati in un negozietto buio strabordante di carta impilata, gestito da una matrona settantenne vagamente somigliante a Moira Orfei.
Negli anni Ottanta il cyberpunk di Gibson e di Sterling si innesta su Dick e Ballard, e tutto si avvita saldamente nel mio cervello adolescente.
Quando all’università Bifo mi faceva leggere Pierre Levy, prima metà Novanta, le visioni fluivano liberamente, visioni concrete e per nulla sorprendenti di una realtà imminente. Un mondo connesso, biblioteche ubique, intelligenza collettiva, rivoluzioni dei sistemi mediatici, economici, culturali, e quindi sociali.
Sono passati diciotto anni da allora, la stessa distanza che separa Woodstock da We are the World, giusto per parlare degli abissi, e anche perché mi ha sempre colpito che i ventenni fricchettoni del 1970 siano diventati i trentacinquenni cocainomani armani-paninari del 1985.
Quindi, sono decenni che mi girano per la testa certi pensieri, e comunque chiunque abbia letto quei cinque libri sulla Rivoluzione digitale usciti a metà Novanta non può essersi sorpreso poi molto di ciò che è successo nel mondo da allora a oggi, perché là dentro è tutto ben descritto. Bravi certo i guru storici (Kelly, Negroponte, Barlow, Levy, etc.), ma non era difficile prevedere certi sviluppi del web e delle forme culturali e tecnosociali, una volta compresa dall’interno la portata e la forza di quello che stava accadendo.
Quelli che nascevano diciotto anni fa oggi li chiamiamo nativi digitali, e non sono bambini, sono persone che votano.
Oggi alla Camera dei Deputati si è svolto un convegnone, sapete, intitolato “Internet è libertà”.
Dopo diciotto anni di moti carbonari, finalmente la Cultura digitale emerge alla luce del sole, nel riconoscimento ufficiale delle parole pronunciate da cariche istituzionali nei luoghi di Governo di questa italia sempre buon ultima nel prendere sul serio le innovazioni sociali, specie se propagandate da eterni ragazzini che passano il loro tempo attaccati al computer, come vogliono le barzellette che giornali e tv continuano a propinare.
Guardo lo streaming del convegno sulla webtv della Camera (tre anni fa questa sembrava fantascienza), e ascolto Gianfranco Fini, anfitrione dell’evento, parlare di diritto di accesso a internet come diritto di cittadinanza, e penso che forse sì, qualcosa è sgocciolato attraverso la roccia. Poi tutti gli altri raccontano la loro, un po’ mi annoio, un po’ rido per le inevitabili baggianate pronunciate da chi queste cose non le ha imparate vivendole, ma gliele hanno raccontate, poi penso che quello che dice sciocchezze è un viceministro che sta legiferando proprio sulle libertà di internet e già rido meno. Leggete Boccia Artieri per una rapida visione critica dell’evento.
L’ospite d’onore del convegno è Lawrence Lessig, che tiene da par suo una lectio encomiabile di trequarti d’ora. Mi colpisce il suo far riferimento un paio di volte alla generazione futura, alle differenze “antropologiche” che ci separano dai giovani. Tant’è che alla fine del convegno, interpellato per un rapido intervento conclusivo da Riccardo Luna riguardo l’impressione che ha avuto della situazione italiana, Lessig sottolinea come negli States il dibattito politico non abbia ancora preso in carico tutti i risvolti “legislativi” e di diritto personale messi in fibrillazione dai comportamenti su web, come gli sembra invece che gli Stati europei stiano facendo, guarda un po’.
E poi aggiunge qualcosa di importante, secondo me. Parla esplicitamente, dopo i soliti battibecchi italiani sulle leggi e le censure governative, di una nostra generazionale “presunzione di democrazia”, nel voler stabilire oggi per l’oggi quali siano i comportamenti giusti e sbagliati da normare, sempre concentrandoci su un presente ormai sorpassato, quando intorno a noi c’è appunto una nuova generazione che abita altre realtà mentali e culturali, perfettamente indifferente alle regole dei padri in quanto semplicemente non adeguate al loro mondo. Questa generazione non avrà nessun rispetto per la nostra presunzione di voler stabilire una democrazia, se questa democrazia non sarà costruita insieme a loro, che dovranno vivere dentro quelle regole nel loro tempo 
e in un mondo radicalmente differente dal nostro.

Update dopo la provavideo

Lessig, più meno letterale: “vi incoraggio a prendere sul serio la rabbia, riconoscere che la vostra presunzione di democrazia non è una presunzione che si tutela da sola. Si può proteggere quest’idea di democrazia se si ascolta la generazione dei nativi, in un dialogo che rispetti questa generazione”.

Cittadino digitale naturalizzato

Io abito in rete, questo voglio dire. E anche se non sono un nativo, ma un cosiddetto immigrato, ormai sono un cittadino naturalizzato delle lande digitali, le ho costruite un po’ anch’io, ho fatto le battaglie per la Cultura digitale, eccetera.

Tutto questo perché ogni tot di tempo riemergono le discussioni sul significato e sulla portata dell’espressione “nativi digitali”, a partire dalla definizione iniziale di Prensky del 2001.
Anche se ho già fatto notare che l’espressione “immigranti” (e quindi “nativi”, per correlazione immediata) sia presente nella Dichiarazione d’indipendenza del Cyberspazio di Barlow, del 1996.

Cercate nativi digitali su Google, io ne ho parlato qui e qui, per non dire di tutte le volte che ho lasciato interventi kilometrici sui blog altrui, soprattutto quelli che trattano di formazione scolastica o in generale di educazione alle nuove generazioni.

La mia idea era che sì, siamo immigrati, i nostri schemi mentali non si sono sviluppati a contatto con gli ipertesti, siamo fatti di libri che ci agitano dentro, siamo meno multitasking, attribuiamo intelligenza e profondità a argomentazioni ipotattiche e diffidiamo un po’ di chi ragiona per paratattiche e costruzioni grammaticali fatte di coordinate, anche se qualche filosofo ha detto che “la verità è in superficie” rimaniamo dubbiosi, l’idea che le cose importanti siano ben nascoste (una cosa rinascimentale-neoplatonica-alchemica, in fondo, come ripresa dei Misteri e della Gnosi) è sempre lì che orienta il nostro sguardo, in fondo non capiremo mai veramente la Cultura digitale, i nativi digitali sviluppano modalità cognitive che non ci apparterranno mai, nessuno abita territori e tutti abitiamo linguaggi (vero) e loro abitano appunto altri linguaggi, lo scarto generazionale è incolmabile, i barbari ci seppelliranno, noi siamo tardivi digitali, siamo traghettatori della Cultura umana nei nuovi Luoghi di Abitanza digitale, siamo esploratori e forse abitanti nomadi ma non siamo i primi coloni stanziali dei nuovi Territori immateriali ecosistemici della Conoscenza, come formatori dobbiamo mediare in noi stessi la nostra inadeguatezza rispetto ai giovani e accordarci ai nuovi contesti educativi, e via andare.
Tutto vero, ma sono pensieri, guarda un po’, binari. O così o cosà, bianco e nero. Le semplificazioni dei pionieri, che han bisogno di capire rapidamente il mondo sennò vanno in confusione, quindi tranciano giudizi frettolosi, e per giunta sulla base di una cultura inadatta a comprendere i nuovi fenomeni.

Ora, io sono nato nel 1967. Al momento, e spero per molto tempo ancora ma dubito, ho 42 anni.
Da bambino vedevo arrivare la tv a colori e la radio FM, avevo una macchina fotografica e una cinepresa in super8 per le mani, mi spiegavano il telex, giocavo a videogames nei bar con Asteroid e PacMan, smontavo oggetti tecnologici fatti di cose elettrotecniche o elettroniche, compravo riviste di elettronica con il kit faidate per costruire allarmi sonori, ragazzino rubavo manciate di led rossi nelle fiere dell’elettronica per costruire impianti di “luci psichedeliche” fatti stagnando condensatori a un filo elettrico collegato all’altoparlante della radiolina, i miei amici avevano lo ZX Spectrum o l’Amiga nei primi Ottanta con cui programmavamo in Basic un gioco della bottiglia che assomigliava tantissimo alla schermata dell’ora esatta in TV, il manuale delle GiovaniMarmotte mi insegnava a scrivere in codice Morse o a costruire una antenna, usavo registratori a quattro piste e facevo i radiogiornali con le colonne sonore, a quattordici anni insieme al rock settantone mi son beccato tutto il synthpop dritto nei neuroni, a diciassette anni smanettavo gli oscillatori del mio defunto synth Poly800 e batterie elettroniche, per ballare da 25 anni preferisco la musica elettronica, ho fatto cose su un palco usando campionatori, sono cresciuto con narrativa o telefilm di fantascienza dove dispositivi elettronici da SHADO a Neuromancer a Avatar sono ubiqui, chattavo con il Videotel nei primi Novanta e guardavo le BBS degli amici informatici, ho imparato a usare il PC per scrivere e giocare, ho un cellulare dal 1998, eccetera eccetera.
Ho 42 anni, credo di essere la “soglia alta”, tutti i miei coetanei e tutti quelli più giovani sono come me cresciuti immersi in un ambiente elettronico, poco da fare. Ci siamo cresciuti dentro.

Non è che per capire la Cultura digitale devo cadere per forza nelle categorie di nativo o di immigrato, che sia chiaro sono uno spartiacque temporale, fondato sull’essere nati prima o dopo il 1990, ma poi perdono significato se indagate secondo le competenze digitali individualmente possedute, nel nostro essere cognitivamente o antropologicamente orientati all’abitare qui dentro.
Internet l’han fatto dei vecchiacci come noi, i giovani ci abitano con modalità loro, i loro figli muteranno ancora il senso dell’abitare indifferentemente in Luoghi biodigitali.

Lo scopo finale dell’educazione è formare cittadini, proattivi attenti critici e consapevoli. E chiaramente penso anche alla Cittadinanza digitale. E i nativi digitali devono essere formati da persone che devono avere anche competenze di cittadinanza digitale nel loro bagaglio culturale, altrimenti non funziona. Non possono insegnare a sé stessi da soli, i ragazzi, come comportarsi nel mondo. Né è ammissibile che gli insegnanti tralascino questo aspetto, molte volte ne ho parlato, perché non si possono tralasciare nell’educazione quegli aspetti di orientamento al mondo concreto dove le giovani generazioni si trovano già a vivere, un mondo fatto di comunicazione istantanea come mai si è visto prima.

E in ogni caso per noi tardivi digitali le cose non vanno viste come se ci fosse stato un BigBang, un evento che pone il prima e il dopo, i nativi e gli immigrati. Io sono cresciuto dentro un mondo elettronico, non ho avuto nessuna difficoltà da bambino a capire il telecomando della televisione o il telex, ragionare con un computer o un videogioco non mi ha creato nessun problema, ero pronto a farlo, mi è venuto naturale, perché evidentemente già abitavo dentro quel linguaggio fatto di display e di sensori e di interfacce e di joystick.

Siamo Cittadini Digitali naturalizzati. E come formatore non è che mi sveglio una mattina e vado nel panico, perché d’un tratto ho compreso una mia ontologica inadeguatezza a insegnare la vita a persone che sono nate con il mouse in mano e l’occhio su YouTube. Sono pronto.
Il compito rimane comunque quello di educare i giovani, educare i nativi digitali alla Cittadinanza digitale, che non è certo in loro nativa. E’ sufficiente ragionare sulle differenze tra alfabetizzazione informatica e competenza digitale, per comprendere l’intero discorso. E’ sufficiente muovere da basi di competenza digitale (privacy, reputazione, rispetto, ascolto, consapevolezza) per arrivare alla Cittadinanza digitale correttamente intesa. Come dico sempre, un conto è il carburatore, un conto è il Codice della Strada.
Io conosco la tecnologia molto meglio degli studenti. Ci sono cresciuto dentro, ho frequentato le tecnologie vivendoci assieme tutta la mia vita, ci ho riflettuto sopra, ho compreso le dimensioni tecnosociali, ho costruito il web, come il solito nano sulle spalle degli altri ho contribuito a delineare alcune norme di buon comportamento civico, continuo a imparare, so insegnare Cultura digitale, so raccontare il mondo, vivo la modernità e la mia performance.
Non sono un immigrato, sono un cittadino digitale, e abito molti linguaggi.

Due note sul diario

L’ultima cattiva notizia del 2009 è che con il Milleproroghe hanno allungato per un altro anno il decreto Pisanu, quello del wifi inchiavardato che abbiamo in italia. Certo, è imbarazzante scegliere una cattiva notizia nel mucchio, e sì, c’è gente che lavora il 31 dicembre in Parlamento.

Ne parlammo in molti una cinquantina di giorni fa, Gilioli pubblicandola sull’Espresso ne diede investitura mainstream, di quella Carta per il libero wifi firmata da cento persone, tra cui me medesimo. Non se ne fa nulla, per ora. Figuriamoci.

Maistrello per primo ha dato notizia della proroga, e poi se volete cercate altri commenti da Scorza, da DeBiase, oppure in giro sulle news.

La prima buona notizia del 2010 invece non è una notizia, è un buon umore. Mi riferisco all’oramai canonico punto della situazione redatto da Giuseppe Granieri, su Apogeonline, dove l’autore prova a gettare uno sguardo in prospettiva su quello che potrebbe accadere in questo nuovo anno, sulla scorta di quello che abbiamo visto succedere nei dodici mesi appena trascorsi, tra Facebook, telefonini connessi e risvolti sociopolitici.
E l’articolo è simpatico, perché punta dritto alla delineazione degli evidenti cambiamenti sociali avvenuti in italia e nel mondo, nei massmedia e nei bar, riguardo i punti di non-ritorno raggiunti nell’opinione pubblica e nei discorsi popolari dalle cose della Rete, visto che ormai Internet nutre con le proprie tematiche tutta la conversazione di una nazione, infilandosi perfino nelle parole di chi il web non l’ha mai visto, come i novantenni in casa di riposo e i politici in Parlamento.

Granieri è ottimista, ma non è certo ingenuo. Segnala adeguatamente le magagne del 2009, ma poi con belle parole ci fa ben sperare per il 2010. E mi ha messo di buon umore, appunto, nel confidare in un Mondo 2.0, connesso e sociale, maggiore di un Mondo 1.0, un po’ come dicevo qua sotto, ma meglio.

2010 – L’anno del contatto

Abbiate fiducia, e occhi aperti.

Miglioreranno le tecnologie relazionali, dentro questi ambienti online e nella portabilità personale di tracce di affettività interpesonale, e proprio grazie a questo ci incontreremo di più, a bere e a mangiare e a ballare e a chiacchierare e a imparare gli uni dagli altri.

Negli ultimi dieci anni il web è diventato per prove ed errori quello che si riprometteva di essere fin dalla sua nascita, un Luogo esplicitamente sociale.
Fatti gli ambienti sociali, bisogna fare la socialità.

Molti devono imparare a dialogare, molti devono ancora comprendere che conversare significa donare senza impoverirsi, molti non si sono accorti di niente e pensano di vivere ancora nell’altro secolo, e spero che questi ultimi vadano serenamente quanto velocemente in pensione, per godersi un mondo che non capiscono.
La frase più comune del prossimo decennio sarà “Eh, ai miei tempi non era così che funzionavano le cose”, ed è importante appunto che questi vecchi dinosauri non abbiano nessun potere per imporre nuovamente agli individui e alle collettività rituali e comportamenti seppelliti dai recenti cambiamenti sociali.

Mi auguro che la Rete arrivi dappertutto rapidamente, in ogni angolo del pianeta, perché lo scambio di opinioni e la libertà di espressione sono l’arma migliore contro il fanatismo e l’ignoranza, e chi vuole il pensiero unico potrà controllare i flussi televisivi – e i giornalisti tornino a fare seriamente il loro mestiere – ma non potrà fermare le voci che innumerevoli si sentono risuonare ovunque.
E cambierà tutto, qui in giro. Giornali, scuole, industrie, meccanismi politici, e la forma delle istituzioni, e gli ammenicoli che abbiamo per le tasche o in giro per casa, le forme economiche, l’agricoltura, il nostro corpo bionico, e tutto cambierà così velocemente che il libro di fantascienza che stiamo leggendo sarà sorpassato mentre lo leggiamo. E non vedo l’ora.

Per me, chiedo la forza e la passione di continuare a suonare la batteria e tutte le altre cosette, e non importa nemmeno poi fare musica, ma solo suonare con altri e per altri, sentendo scorrere emozioni e sintonia. Risuonare il mondo, e raccontarlo in molti linguaggi diversi.

Rimboccarsi le maniche per il clima

Questo articolo di Sergio Maistrello su Filtr prova a fare il punto sulle politiche mondiali riguardo il clima, e dinanzi alla delusione per la lentezza degli accordi internazionali suggerisce di insistere con le iniziative virtuose, individuali o comunque locali.
Quello che fa ognuno di noi, nel suo piccolo, moltiplicato per tante altre “piccole” ottime pratiche potrebbe introdurre quell’efficienza e quell’efficacia nel sistema dell’economia sostenibile che i grandi politici benché bendisposti faticano a promuovere per via legislativa.

E anche l’obiettivo europeo del 20-20-20 per il 2020 sembra allontanarsi.

Oltre la delusione per Copenhagen
Stati Uniti e Cina fanno perdere altro tempo al mondo sul riscaldamento globale. Tocca ripartire dalle persone
di Sergio Maistrello

È più utile, in una prospettiva globale di lungo periodo, investire sul dialogo tra Occidente e Cina oppure trovare un accordo che porti in tempi ragionevoli all’abbattimento delle emissioni di anidride carbonica nei paesi industrializzati? All’equilibrio geopolitico di fine decennio serve più una cambiale di Pechino sul tavolo di Washington o l’avviare una volta per tutte il processo di riconversione dell’economia mondiale verso la sostenibilità di lungo termine?
Certo è che il fallimento, a questo punto probabile e addirittura preventivo, del vertice di Copenhagen si infila in una lunga serie di occasioni mancate dal Protocollo di Kyoto (1997) in poi, marcando un distacco sempre più evidente tra le tensioni politiche ideali e l’opportunismo della realtà.
Sembra sempre più evidente che non saranno le grandi nazioni civilizzate i soggetti in grado di imprimere una svolta decisiva nel rendere questo pianeta un luogo più civile ed equo.
Ed è un peccato perché le popolazioni sembrano paradossalmente più reattive dei loro governanti, in questo senso. Così viene da pensare che se un cambiamento profondo ci sarà, non sarà imposto dall’alto, ma emergerà dalle pratiche virtuose dal basso.
Oggi più che mai quanti si dichiareranno delusi dal veto cinese e americano hanno un’alternativa più costruttiva del limitarsi a protestare: modificare i propri comportamenti e l’impatto ambientale delle proprie scelte di vita e dare l’esempio al vicini. Vediamo chi arriva prima al risultato.

Coltivate voi stessi

Giovanardi è un ignorante, e nessuno dovrebbe voler un ignorante al governo di una nazione.

Dicendo “nessuno” ragiono di sopra o sotto la linea dell’intelligenza, quel tuo essere capace di intendere e volere che ti permette di andare a votare, non di destra e sinistra di una linea politica.

Cinquant’anni di studi e di ricerche sulle ragioni sociali, affettive, familiari, psicologiche ed economiche che portano alla tossicodipendenza buttati via in un secondo, con una superficialità agghiacciante. Ma come si fa a dire una sciocchezza simile nel 2009? E come si fa ad accettare che un ignorante del genere stia al governo per occuparsi di questo tema?
da Gilioli

Felicità sostenibile

Leggo questo libro, e mi accorgo di come dentro di me vivano schemi interpretativi, gerarchie di valori, meccanismi “automatici” di attribuzione di senso, su cui poi poggiano ipotesi sul funzionamento economico delle società assolutamente non tarate sulla realtà dei fatti.

La visione culturale che l’Occidente ha di se stesso, il macro-codice (non-detto, non narrativizzato) attraverso cui poi interpreta il proprio abitare sul pianeta e la relazioni con le altre culture e con l’ambiente abita da un paio di generazioni almeno dentro una colossale fiction di tipo cinetelevisivo, la stessa in cui i polli crescono direttamente nei supermercati.
Al punto che se qualcosa qui va storto, e vista l’aleatorietà del nostro attuale sistema economico basterebbe il giusto sassolino nel giusto ingranaggio, lo scenario che mi viene in mente è quello de “I sopravvissuti“, quella serie televisiva inglese della fine degli anni Settanta.

Io decrescito.

I Paesi in cui il reddito pro capite è inferiore ai due dollari al giorno sono i Paesi non industrializzati, a cui i Paesi industrializzati tolgono il necessario per alimentare il superfluo delle loro economie che sono obbligate a crescere per evitare di entrare in una fase di recessione. Considerarli poveri perché il loro reddito pro capite è inferiore a due dollari al giorno è una forma di colonialismo culturale e, in ultima analisi, di razzismo. Significa ritenere che le società fondate sulla crescita della produzione di merci sono superiori alle società in cui l’autoproduzione di beni continua ad avere un ruolo determinante. Significa credere che il modo in cui in queste società si soddisfano i bisogni essenziali è il modo migliore per farlo, tanto da diventare la misura a cui rapportare tutte le altre. Con due dollari al giorno si è poveri soltanto se si deve comprare tutto ciò che serve per vivere. Ma se la maggior parte dei beni si autoproduce, due dollari al giorno possono essere sufficienti a comprare ciò che non si riesce, non si può, non si sa, non conviene autoprodurre.
Maurizio Pallante, La felicità sostenibile, pg. 58.

Il contrappasso mediatico di Sua Emittenza

Ecco cosa succederà! Questa blob informe della Sinistra italiana, ma spero tutti noi italiani amanti della verità, capiremo che l’idea che Berlusconi debba essere frontalmente messo a pubblico giudizio per il modo di condurre le attività imprenditoriali prima e per le leggi disinvoltamente da lui fatte approvare sulla sua stessa persona poi è esattamente la cosa da tradurre in pratica.
Senza perder tempo con la fuffa che ci sta intorno, al Fenomeno.
Fuffa che peraltro in altri paesi democratici porterebbe all’impeachment (quindi a processarlo), oppure muoverebbe dei capi di governo, ancora in possesso di una dignità personale, a farsi processare e a mettersi da parte.

Gli italiani vogliono sapere cosa pensa l’italia di Berlusconi, obiettivamente.
Ma questo deve essere frutto di una profonda presa di coscienza della collettività italiana, di tutti quelli che in testa riescono a concepire il pensiero di nazione – senza alcun retrogusto, questa parola, da intendere semplicemente come la forma di collettività che pensano questi italiani contemporanei quando pensano sé stessi come un tutto.

E allora chi ha a cuore la dignità dell’Italia, e qui lo scrivo maiuscolo perché è la mia idea di Italia e non la sua, dovrebbe riuscire a suscitare – magari andando in milioni intorno alle sedi rai, ma dico 15milioni di persone, ché non credo simile comportamento della società possa essere promosso dalle Istituzioni, in quanto esse stesse impegnate a difendersi – a produrre dicevo un colossale giudizio pubblico di tutti noi cittadini su Berlusconi, come una gigantesca nomination di un reality, realizzata per via mediatica prima e concretamente poi, votando. Su tutti i media italiani, e poi nei seggi. Tipo quando abbiam detto monarchia sì o no.
Un evento epocale, collettivo, per toglierlo di lì.

Innanzitutto si rendono gli italiani edotti sul contendere, sottolineando le malefatte del nostro personaggio villain, ed è sufficiente vedere cosa dice wikipedia nel riportare le tappe dell’ascesa, oppure gli elenchi delle sentenze giudiziarie dei processi, poi i vari lodi, spesso descritti in passato anche da giornalisti riconosciuti onesti nella loro visione, ancorati ai fatti, con ragionamenti su cui tutti possono concordare, tranne i fanatici. Tutte informazioni molto concrete, non opinabili.

Ebbene, la tv pubblica, i quotidiani tutti, i siti istituzionali governativi dovrebbero presentare agli italiani tutta la vita di Berlusconi, e dico letteralmente, senza parlare praticamente di altro, per dieci giorni e dieci notti, ripetendo continuamente a vari livelli discorsivi secondo comprensibilità e complessità le sue manovre negli ultimi quarant’anni, di modo che sia possibile fare chiarezza, e che a tutti sia chiaro chi è B. e cosa ha fatto in vita sua. Mostrare i fatti, nudi e crudi, e togliere la fuffa.

Se uno al bar dice “sì, ma forse lui…” gli si mostra subito la foto, un discorso scritto, il documentario, lo spezzone di un tg, il testo di una legge, insomma il documento stick-to-the-fact in cui il suo argomento oppositivo viene smentito.

Si organizza una costruzione collaborativa di una linea editoriale, tanto la linea registica da seguire è mostrare semplicemente i fatti della vita di una persona, e bisogna riuscire a pubblicare un racconto pulito, asciutto, concreto, anche asettico se serve, da parte di tutti i media italiani. Tutti i direttori dei quotidiani d’italia, e quelli delle televisioni, tutti insieme, e si stabilisce la linea per descrivere il Premier. E giornalisti e osservatori stranieri.
Ho ancora fiducia che si possa acclarare pubblicamente cosa sia una fatto reale, e distinguerlo da opinioni e dietrologie e drammi a tesi.

Tutti i media mostrano continuamente cose che parlino di lui, come sequenza ininterrotta di informazioni senza coloriture.
Tipicamente, voglio vedere la sua faccia su tanti televisori dentro le vetrine dei negozi, come in un filmone di una volta, e manifesti per strada che rechino scritta una qualsiasi delle sentenze pronunciate contro di lui, prese proprio da wikipedia.

Voglio che alla tv al posto degli spot pubblicitari, per dieci giorni, vengano fatti passare dei servizi giornalistici dove vengono ripetuti i capi d’accusa e la sentenza completa, viene illustrata la conseguenza delle sue leggi nel voler legittimamente procedere contro di lui.
Ogni pagina web editoriale dovrebbe pubblicare in home in alto un fatto random della berlusconeide, e parlare poi d’altro, dei rituali d’amore della coccinella peruviana.
I blog e i luoghi personali o riportano fatti, o tacciono. Sapere come la pensiamo tutti è più importante di sapere cosa ne pensa tizio o caio, per pochi giorni.
Se qualcuno sgarra, e crea un contenuto mediatico sbilanciato di qua o di là, tutti lo segnaliamo, e viene oscurato il sito o interrotta la pubblicazione per i giorni che mancano ai dieci da fare.
Chi sgarra è uno che vuole intorbidare le acque, che devono restare limpide per la formazione della coscienza, per una nascita di un’opinione pubblica.
La comunità internazionale ci controlla.

Dopo dieci giorni, lo avete capito, si vota. E si vota pubblicamente, con nome e cognome. E votano tutti, perché quelli che non vanno a votare o votano “mi va bene Berlusconi, anche se so che è antidemocratico, corruttore e mentitore” verrebbero subito visti e da tutti additati come persone che non attribuiscono i giusti significati nemmeno all’evidenza dei fatti, quindi o stupidi o persone interessate a negare la realtà, per una loro convenienza ben poco dignitosa.

E questa cosa dovrebbe essere detta di loro in ogni occasione pubblica, che sono esseri meschini.
Con segno di riconoscimento addosso, certo. Con un cartello sulla loro porta di casa, con un RFID nei loro vestiti. Ad esempio, obbligarli a tenere aperto un bluetooth che ti dà l’informazione sulla loro bassezza morale, o mettere un sottopancia quando passano in televisione o sul giornale o camminano per strada, così da sapere sempre che ho a che fare con gente che senza pudore nega la realtà, e che sostenendo una persona antidemocratica eccetera sono imputabili di eversione e apologia di reato. Lo farei per gli stupratori, per i pedofili, che han compiuto reati contro la persona, lo farei con quelli che dichiarano di voler agire contro la collettività, chi in questo caso avesse in sé lo squallore intellettuale ed etico di non voler considerare i fatti nel formulare il suo giudizio.
Una persona così non merita di essere ascoltata, nel suo parlare di come dovrebbero andare le cose. Non può parlare per gli altri, non può stabilire niente che mi riguardi, non la tengo in considerazione, non è un parlante ratificato nella conversazione civica.
Gogna, ma veramente pubblica, non da un potere centrale imposta, ma progettata e praticata collettivamente da tutti, nel segnalare subito (con un click, o chiamando i Vigili) chi esprime e propala una narrazione about berlusconi non conforme allo stile strettamente informativo. Per dieci giorni.

Poi tutta l’italia va a votare se vuole che quest’uomo del biscione abbia potere sull’identità pubblica e sui comportamenti istituzionali.

Perché, e qui sta il cuore del problema, io credo che qualunque italiano dinanzi ai fatti sia in grado di formarsi una propria rappresentazione della situazione, ma i fatti devono essere assolutamente neutri, come il tono di voce di Mike Bongiorno nel porgere la domanda a Rischiatutto.
Sarò ingenuo, ma fiducioso. E non credo che Berlusconi meriti una guerra civile.
Ho fiducia nel fatto che chiunque, indipendentemente dal proprio livello culturale e dalle proprie idee politiche, sappia comprendere i crudi fatti della realtà, e manifesti la propria volontà di abitare in uno Stato democratico.

E Berlusconi vedrete dovrà dimettersi da ogni carica pubblica, accettare di vedersi limato l’impero mediatico, vivere serenamente il suo futuro da imprenditore o da nonno, quietare la propria ambizione.
Se gli italiani si esprimono invece a favore di chi gioca barando, allora o sono stupidi o sono antidemocratici, e in entrambi i casi voglio in italia un commissariamento dell’Onu.

Identità digitale, socialità in rete, progettazione di ambienti

L’aula scolastica è l’ambiente dove ha luogo la situazione sociale di apprendimento, e non è un luogo neutro. L’arredamento, la disponibilità di supporti alla didattica, perfino il colore diverso della tinteggiatura delle pareti potrebbe modificare nei partecipanti la percezione dei flussi comunicativi gruppali tramite cui avviene apprendimento. Facebook non è uno strumento, è un ambiente. Non è certamente neutro, non è trasparente, e non è il più indicato per attività didattiche. Non è nemmeno un luogo democratico. Quale messaggio di educazione alla cittadinanza digitale ‘passerebbe’ agli allievi? Dov’è la capacità critica degli insegnanti, nel valutare innanzitutto gli stessi (oggetti, parole, libri, strumenti, situazioni, ambienti) supporti alla conoscenza?

Ok, dopo aver reiterato i miei dubbi per le attività didattiche che certi insegnanti (persone che sono arrivate in Rete ieri, evidentemente, e si comportano come bambini in un negozio di giocattoli) svolgono dentro Facebook, procedo con una di quelle liste di segnalazioni che talvolta metto giù per prendermi degli appunti.

Avete presente quando si dice che il web è un posto caldo, fatto di relazioni? Ne parlava il buon Livraghi anni e anni fa. Beh, siccome il web moderno è definito social web, ecco che un tot di sociologi e antropologi e social designer e media strategist e narratologi specializzati nelle dinamiche affettive delle conversazioni e delle strategie identitarie dei gruppi (ehm) stanno provando a individuare le peculiarità delle nuove forme di socialità su web.
Ad esempio, visto che il passaparola è fondamentale per l’evoluzione della specie umana, quando mi serve qualcosa a chi posso chiedere? Ecco uno schemino per una esplicitazione delle competenze digitali secondo una sorta di prossemica sociale.

L’altro giorno dovevo augurare buon compleanno a un tipo. La domanda era: dove? Si tratta di una mia conoscenza di tipo professionale, ma abbiamo condiviso anche momenti informali con buon feeling interpersonale. Telefonargli a casa, telefonargli al cellulare, sms, facebook, altri social network, strumenti di lifestreaming tipo Friendfeed, mail? In occasione dei rituali più strutturati, la competenza sulla scelta del mezzo e sul tono da tenere risulta decisiva, perché in quei casi la situazione comunicativa dice ben più del messaggio stesso. Non è importante cosa si dice agli sposi o a un funerale, le frasi sono sempre quelle, assai più importante è compredere la grammatica dei tempi e dei modi, per evitare gaffe. Codici, sissignori. Possedere i codici interpretativi della circostanza e delle aspettative altrui, secondo cultura di appartenenza.
Nel caso di ambienti online, queste diventano appunto competenze digitali, che non c’entrano nulla con l’alfabetizzazione informatica, tanto quanto – vecchio parallelo – saper come funziona un motore quattrotempi o come si cambiano le marce (cultura tecnologica, consapevolezza dell’interfaccia) in un’automobile ha poco a che fare con il sapersi comportare in autostrada.
Nel mio caso personale, dovendo anche per lavoro portare in superficie queste grammatiche di socialità digitale inespresse che molti di noi dopo molti anni in rete possiedono senza saperlo, sono riuscito ad appoggiarmi a dei ragionamenti per stabilire quale fosse il giusto media da utilizzare.
Per rifarmi al caso degli insegnanti sopraespresso, non sono sicuro della loro capacità di far chiarezza in se stessi rispetto all’adeguatezza degli ambienti di socialnetworking, soprattutto in relazione alla specificità della didattica e dell’organizzazione scolastica.

Piercesare Rivoltella offre sempre riflessioni interessanti: qui su Medialog ragiona su autonomia e narrazione, in occasione di un seminario dedicato a “Media, storia, cittadinanza”. In particolare, Rivoltella organizza il suo pensiero sulle forme della socialità digitale intorno a tre coppie di termini: sfera pubblica / sfera privata, apprendimento insegnato / apprendimento non insegnato, autonomia / eteronomia.
Sempre su Medialog, in aprile, un bel post provava a “riflettere sulla necessità di dare risposte da parte della scuola agli aspetti che riguardano l’uso sociale dei nuovi media. Tra i tanti, l’economia dell’attenzione che essi comportano (diversa da quella implicata dalel forme più convenzionali di comunicazione) e la pluricollocazione nello spazio e nel tempo dei soggetti”. Interrogandosi sul rapporto esistente nuovi media, educazione e cittadinanza, Rivoltella descrive tre cornici: il frame alfabetico; il frame critico; il frame autoriale. Tre approcci differenti (ma da intendersi forse come sfaccettature della stessa realtà) da tenere in considerazione per una scuola che intenda far ragionare le nuove generazioni sulla partecipazione alle forme di cittadinanza digitale, che va da sé non può essere disgiunta da una seria Media Education.

Ragionando di identità personale, ecco un articolo di Luciano Floridi da “Philosophy of information”

“Who are you online?” is a question with enormous practical implications, and yet, crucially, individuals as well as groups seem to lack a clear, conceptual understanding of who they are in the infosphere and what it means to be an ethically responsible informational agent online.

Qui trovate invece qualcosa per ragionare di integrazione tra network di sensori e network sociali, per meglio provvedere informazioni di contesto. Stiamo già parlando di socialità dentro la Internet delle cose (vedi anche qui e qui per argomenti attinenti).

La Microsoft ci racconta dell’utilizzo di tecnologia per i mercati emergenti: “The research in this group consists of both technical and social-science research. We do work in the areas of ethnography, sociology, political science, and economics, all of which help understand the social context of technology, and we also do technical research in hardware and software to devise solutions that are designed for emerging and underserved markets, both in rural and urban environments.”
Ad esempio, coinvolgere agricoltori in progetti di educazione informale alle tecniche di coltivazione mediante l’utilizzo di video digitale; usare interfacce utente di tipo non testuale, per popolazioni non alfabetizzate, elaborando con supporto di studi etnografici alcuni principi per il design; studiare pc multi-utente; creare reti sociali tra microimprese; avviare interventi di miglioramento in campo sanitario, supportati da utilizzi avanzati di tecnologia a basso costo.

Molte delle riflessioni riguardano la centralità di una progettazione (delle reti informatiche, delle interfacce, dei luoghi di comunicazione pubblica per imprese o pubbliche amministrazioni, delle organizzazioni lavorative, delle architetture di informazioni) che sia in grado di porre l’utente al centro dell’approccio speculativo. Anzi, qui non si tratta più di progettare l’interazione con l’utente, ma proprio di ragionare sulla progettazione dell’esperienza dell’utente, quella che in gergo viene detta UX, ovvero User Experience, l’nsieme dato dalle componenti cognitive e patemiche nella “convergenza tra design digitale e industrial design, tra hardware e software, tra applicazioni e servizi, che a volte sfocia perfino nella progettazione degli spazi (interni ed esterni) in cui l’esperienza avviene. In questo caso la sfida più grossa è quella della multicanalità e della multidimensionalità dell’esperienza, e di quelle che Joel Grossman chiama “esperienze ponte”. Tutto questo lo trovate su questa pagina di UXmagazine.

Cosa vuol dire progettare l’esperienza utente? Ci sono tante risposte. Storicamente è un’attività strettamente connessa allo User Centered Design, da cui ha tratto filosofia di base, metodi e strumenti. Qualcuno la definisce mettendo insieme le competenze o gli ambiti disciplinari che concorrono al progetto (Steve Psomas), oppure elencando cosa non è. Qualche anno fa Peter Morville propose un modello con sette facce che descrivono le qualità dell’esperienza utente . Più recentemente Nathan Shredroff ha proposto un modello simile basato su sei dimensioni.

In realtà, in tempo di socialnetwork, qualcuno sta giustamente pensando di passare da un “user-centered experience design” a un “group-centered experience design”, proprio perché appare sempre più chiaro (per via dell’emergere alla visibilità di questi processi finora immersi nella complessità, grazie ai socialcosi) che le linee dei comportamenti sociali digitali – il marketing virale, la diffusione dei memi, i meccanismi del passaparola, la status-sfera, la folksonomia degli oggetti culturali di qualità, le reti relazionali umane – dipendono dalle dinamiche dei gruppi online, dalla loro capacità di essere organizzatori di senso, o banalmente trend-setter, in grado poi di connotare con la loro sanzione esplicita, positiva o negativa, una configurazione riconoscibile delle conversazioni online con una veste di “accettabilità” o di “novità” o di “sei out se non sai/fai questo o quello”. Per dire, il meccanismo in Facebook è riconoscibilissimo, nella circolazione delle appartenenze ai gruppi e nei dispositivi di condivisione delle informazioni, anche se viene persa la significatività specifica a causa del calderone in cui tutto viene riversato, della cornice onnivora che vampirizza il senso delle singole discussioni, livellandole verso il basso (il famoso cazzeggio).

Qui su Ibridazioni (ne parla anche con buoni esempi Alberto Mucignat) c’è una proposta di riflessione (un bel documento da scaricare) sulla progettazione basata sull’esperienza gruppale, a partire da un design di tipo motivazionale, fondato quindi sugli utenti e non sulle piattaforme, ad esempio per avviare ambienti sociali per le organizzazioni lavorative:

La nostra proposta metodologica si fonda su quattro concetti chiave:
1. Bisogni Funzionali: gli obiettivi di progettazione rivisti in chiave di necessità.
2. Usabilità Sociale: l’usabilità rivista in dinamica sociale (partendo dalla definizione di Nielsen).
3. Motivazioni Relazionali: il concetto di motivazione rivisto in chiave relazionale (one-to-one e sociale).
4. Flusso di Attività Circadiano: ovvero le attività abituali delle persone durante la giornata.

Fra queste, le componenti caratterizzanti sono, come intuibile, Usabilità Sociale e ancora più Motivazioni Relazionali. La prima definisce quattro proprietà RICE: Relazioni interpersonali, Identità, Comunicazione ed Emergenza dei gruppi, mentre la seconda quattro motivazioni CECA: Competizione, Eccellenza, Curiosità, Appartenenza.

Il Design Motivazionale si applica sia ai Sistemi a Social Newtwork presenti nel Web che alle Intranet e Community Aziendali che vogliono sfruttare le nuove prassi collaborative che si sono evolute nel Web 2.0 (l’ormai nota Enterprise 2.0).

I ragionamenti sulla condivisione della conoscenza nelle organizzazioni aziendali (Enterprise 2.0) sono certo fondamentali, ne parla anche RobinGood qui, dove la Torre (gerarchia e verticalità) incontra la Nuvola del bottom up e delle relazioni orizzontali.

Putting People First riporta l’attenzione sul service design, grazie alla segnalazione di un articolo scientifico di Daniela Sangiorgi, dove si prova a ristabilire una prospettiva basata sulla considerazione dell’interfaccia (da intendere come l’intera situazione dove l’esperienza ha luogo), rispetto ai “prodotti” di un’attività di design, nella definizione di servizi, dove soggetti azioni norme ruoli e artefatti vanno tutti considerati senza troppo spezzettare lo sguardo, per una comprensione più ampia dei fenomeni, e soprattutto in ottica groupware.

Alla base di molti approcci scientifici recenti allo studio delle socialità in Rete e della human-computer interaction (qui il link per il blog di Luca Chittaro – direttore dell’HCI Lab dell’Università di Udine – su Nova100 ilSole24ore, vi è indubbiamente quella che viene definita “Activity theory” (vedi Wikipedia)

Activity theory is a psychological meta-theory, paradigm, or framework, with its roots in the Soviet psychologist Vygotsky’s cultural-historical psychology. Its founders were Alexei N. Leont’ev (1903-1979), and Sergei Rubinshtein (1889-1960) who sought to understand human activities as complex, socially situated phenomena and go beyond paradigms of psychoanalysis and behaviorism. It became one of the major psychological approaches in the former USSR, being widely used in both theoretical and applied psychology, in areas such as education, training, ergonomics, and work psychology [1]. Activity theory theorizes that when individuals engage and interact with their environment, production of tools results. These tools are “exteriorized” forms of mental processes, and as these mental processes are manifested in tools, they become more readily accessible and communicable to other people, thereafter becoming useful for social interaction.

Ora metto un paio di fotografie. Si tratta di anziani in casa di riposo che usano la Wii Nintendo.
Ne trovate altre qui: occhio che è un sito che contiene anche robe pornelle :)

Venezia 2.1 secolo

Ogni essere animale o vegetale rappresenta una parola viva nel dialogo tra codice genetico e ambiente. Una parola di cui aver cura, perché veicola un significato unico e originale, esito tangibile di una selezione darwiniana da leggersi nella profondità delle generazioni. Un essere vivente, guarda caso, è perfettamente adatto a interagire con la propria circostanza vitale, nella propria nicchia ecologica.

In modo simile, anche i linguaggi umani sono sommamente preziosi, avendo ciascuno la capacità di nominare il mondo in modo unico e originale. Un termine linguistico fiorisce perché una comunità di parlanti ritiene utile la sua esistenza per poter comunicare.

Poi le specie viventi muoiono o si trasformano, e così le parole.
Se cambia l’ambiente di vita, e nella popolazione non è già presente la giusta mutazione genetica capace di “incastrarsi” con le nuove condizioni esterne, gli organismi si estinguono.
Se oggi la parola “glauco” non esiste più, è perché non vi è più la necessità sociale di pertinentizzare un colore che sta a metà tra il celestino e il verde e il grigio acciaio, che i Latini vedevano e noi non vediamo più. Il mare oggi ha altri colori, evidentemente, negli occhi di chi lo guarda, nelle parole con cui lo si pensa.

Anche gli artefatti, le “parole pronunciate” della tecnologia, possiedono nella propria forma determinate caratteristiche storiche che ci rendono capaci di ricondurre la loro progettazione e realizzazione a tempi e luoghi ben precisi, soprattutto nel caso di utensìli appartenenti alla Cultura Tecnologica agricolo-artigianale, slegati dalle logiche della produzione industriale seriale e della distribuzione planetaria.
Arnesi e strumenti sono nati in contesti d’uso specifici, sono anch’essi frutto di una negoziazione tra l’urgenza di risolvere un problema pratico, i modelli di pensiero dell’ideazione posseduti da una data collettività, e la realtà fisica materiale su cui dovranno intervenire. L’aratro o un coltello per desquamare un pesce, oppure la tecnologia della concia delle pelli e quella dei rivestimenti murari sono apparsi indipendentemente in molte diverse zone del mondo in tempi diversi, dove a parità di funzione d’uso possiamo notare mille varianti realizzative, a seconda della diversa conoscenza di tecnologie trasformative delle materie prime, a seconda della durezza della terra da arare o del tipo di pesce da cucinare, a seconda del clima in cui quella collettività viveva. Gli artefatti parlano, CI parlano, parlano di noi e delle peculiarità ecosistemiche del nostro ambiente di vita, dell’inventiva dei nostri predecessori.

Specie viventi, parole o artefatti, il senso è sempre contestuale.

Guardate lo scalmo nella foto qui a fianco: i veneziani dovendo muoversi con quelle loro barche lunghe e strette in angusti canali naturali della laguna o artificiali come nella loro tutta tecnologica città, hanno dovuto prediligere una postura del vogatore particolare, che non richiedesse troppo spazio né in profondità né in larghezza alla remata, e permettesse di condurre l’imbarcazione stando in piedi.
Questo ovviamente è stato reso possibile dall’evoluzione dello scalmo in un supporto del remo elaborato, unico e originale e solo veneziano, che rendesse praticabile la particolare vogata del gondoliere, per come la conosciamo oggi.
C’è tutto il mondo dentro e dietro quello scalmo, c’è l’intelligenza dei maestri d’ascia nel loro trattare il legno, c’è la comprensione delle necessità vogatorie, c’è una rappresentazione del contesto d’utilizzo, c’è un’estetica talmente connotata da far assurgere nel tempo quella postura e quel gesto del gondoliere a simbolo stesso della città, fino alle riproduzioni in plastica per i turisti.

Ora Venezia dopo mille anni di storia si accorge di essere moribonda. Venezia in quanto città esplicitamente voluta e tecnologicamente progettata, sorta in un ambiente inospitale fatto di sabbia e di paludi reso Luogo antropico dal fare delle generazioni. Una città costruita sopra milioni di pali di rovere infissi nel fango per sostenerne le fondamenta, dove l’intelligenza delle sue genti e dei suoi governanti ha compreso fin dal Cinquecento – dall’istituzione del Magistrato delle Acque – che la sua sopravvivenza fisica dipendeva dalla capacità di gestire con dighe e canali, ecosistemicamente, i flussi delle maree e delle acque di superficie dell’intera laguna e di ampie fasce dell’entroterra. Venezia resa ricca dall’intraprendenza dei suoi commercianti nel Duecento, capaci allora di scommettere sul futuro, resa illustre nei secoli dalla qualità dell’ambiente socioculturale cosmopolita che poteva offrire, ormai da molti anni sopravvive a sé stessa svolgendo attività amministrative e in ultimo turistiche.

Le sue stesse caratteristiche fisiche, ragione del suo successo storico, si sono rivelate inadeguate rispetto ad una economia di tipo industriale pesante, fatta di binari e di tralicci e di scarti tossici, e certamente gli insediamenti di industrie chimiche nell’immediato entroterra di Marghera non sono stati pensati con una logica ecosistemica, che tenesse in dovuta considerazione le difficoltà logistiche dei trasporti e degli approvvigionamenti di materie prime, l’effetto della pressione antropica, il delicato equilibrio ecologico della laguna veneta, ricamata di isole e canali come un merletto.
La secolare sapienza nella gestione del territorio è capitolata dinanzi all’impatto del pensiero industriale, indifferente e prevaricatore rispetto alle specificità del contesto di attuazione. Il dialogo tra collettività umana e ambiente di vita è diventato senza senso, come una gaffe o peggio come un delirio, dove le parole pronunciate non tengono conto del contesto di enunciazione.

Al mutare dell’ambiente di vita in direzione dell’economia industriale, cento anni fa, quell’essere vivente che è la città di Venezia non risultava più adeguato alle nuove esigenze, il supporto tecnologico (lo scalmo) dell’organizzazione territoriale insediativa e abitativa non risultava più adatto al movimento vitale (il remo) della produzione di beni e degli scambi commerciali, le parole pronunciate non riuscivano più a cadere coerentemente nella conversazione intrecciata con le altre collettività umane, se non in discorsi circoscritti come quello della fruizione turistica, abbandonando la modernità e l’innovazione, scegliendo la museizzazione come proprio destino e i turisti come noncuranti abitanti.

Oggi però assistiamo a un ulteriore cambiamento epocale, quello innescato a partire dagli anni Settanta dalle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione, dall’economia della miniaturizzazione o della smaterializzazione, dal pensiero post-industriale.
Venezia può tornare oggi a essere un centro vitale, fatto di imprese e di cittadini, perché nelle nuove forme di economia la distanza o l’agibilità geografica dei luoghi produttivi è molto meno rilevante, avendo soprattutto a che fare con il trasferimento di informazioni.
Non è più necessario stravolgere il territorio con artefatti macroscopici per adeguare il contesto della produzione alle necessità delle imprese. Anzi, la qualità stessa dell’ambiente lavorativo, a misura d’uomo e non di macchina, costituisce un fattore prezioso per la scelta degli insediamenti produttivi nel settore del terziario avanzato.

Ridisegnare Venezia per il Ventunesimo secolo, scommettendo sulla Cultura Digitale e sull’economia dell’immateriale, significa riuscire a tenere in considerazione l’ecosistema della conoscenza, significa riflettere sull’interazione vivificante tra web e territorio, significa promuovere le nuove forme di socialità in Rete e l’abitanza digitale.
Perché aver cura dei territori ormai indifferentemente fisici o digitali dove viviamo e lavoriamo è ciò che differenzia un cittadino, tale solo per il suo essere vincolato a diritti e doveri spesso percepiti come esterni e impersonali, rispetto a un Abitante affettivamente coinvolto nella promozione della qualità delle condizioni di vita, del proprio Ben-Stare in quanto astratto benessere finalmente declinato concretamente in un qui-e-ora.

Il coinvolgimento degli abitanti di Venezia, individui o gruppi formali, istituzioni e imprese, nei circuiti conversazionali resi oggi disponibili dalla Rete attraverso l’e-government e l’e-democracy, i blog urbani e le mappe georeferenziate della socialità e dei flussi vitali della produzione e del commercio, permetterà alla nuova identità che Venezia sente pulsare dentro di sé (come ri-orientamento della propria postura “esistenziale” e del proprio fare rispetto al mondo tecnosociale del Ventunesimo secolo) di emergere e di trovare una rappresentazione mediatica polivocale di sé costruita collettivamente da tutti gli attori sociali nella loro quotidiana riflessione e partecipazione alle dinamiche abitative della città, alle scelte politiche nel senso pieno ed etimologico della parola, fino all’apparire di un sentimento di appartenenza a una collettività e a un territorio biodigitale su cui poter abitare consapevolmente.

Per ragionare di tutto questo qualche giorno fa sono stato invitato dal vicesindaco di Venezia, Michele Vianello, a partecipare a una sorta di brainstorming su come impostare alcune iniziative culturali in grado di suggerire la nuova visione di Venezia in quanto città digitale, capace di coniugare l’innovazione con il proprio straordinario patrimonio culturale, dove già dal prossimo luglio i cittadini potranno usufruire di collegamenti wifi gratuiti su quasi tutto il centro storico.
Sono rimasto piacevolemente sorpreso dalla determinazione di Vianello nel proporre il cambiamento e l’innovazione come qualcosa di assolutamente necessario per la vitalità stessa della sua città, dalla sua personale cultura di cose digitali e del loro risvolto civico (potete trovare traccia delle “rivoluzioni” nella Pubblica Amministrazione veneziana consultando liberamente questo suo libriccino dedicato alla Cittadinaza digitale e all’Amministrare 2.0, Una scommessa da vincere).

Alla tavolarotonda hanno partecipato persone ben addentro alle dinamiche della Rete, professionalmente coinvolte e attente agli aspetti sociali e abitativi delle moderne tecnologie di comunicazione, e mi preme sottolineare come si sia instaurato rapidamente un buon clima di gruppo, fecondo di idee e propositivo rispetto alla progettazione di future iniziative (un convegno magari destrutturato e creativo da tenersi in settembre, la delineazione dei criteri di qualità delle reti civiche rese possibili dalla connettività diffusa, le connotazioni culturali su cui poggiare per la narrazione mediatica dell’identità cittadina) per la promozione di VeneziaDigitale.
Gigi Cogo ha approntato un wiki su cui poter continuare a riflettere e progettare, Massimo Mantellini, Sergio Maistrello, Roberto Scano, Luca De Biase hanno bloggato le loro impressioni sull’incontro, Alfonso Fuggetta, Marco Camisani Calzolari, Andrea Casadei e Lele Dainesi stanno scrivendo sul wiki.

La sfida è ardua, ma la conversazione è stimolante, e gli obiettivi prestigiosi. Credo mi divertirò.

Il contesto


Le persone

La mappa


Aver cura della rete

 

Se vedi la crisi, stai già meglio

Partendo dagli interessanti commenti di Alberto Cottica, risalgo fino a First Draft inseguendo Enzo Rullani e la sua visione sull’attuale crisi economica.

Liberismo o statalismo sono vecchie ricette per pensare il problema e cercare soluzioni, dice Rullani. Anzi, questi stessi concetti come le parole che li esprimono recano con sé una visione novecentesca, ancora lineare e industriale, poco adatta a società postindustriali: si tratta di letture ed interpretazioni della realtà poco sistemiche, non in grado di cogliere in modo più ampio l’intero orizzonte del cambiamento socioeconomico attuale, incapaci di prendere appieno in considerazione le conseguenze della globalizzazione e l’attenzione per i beni comuni.

Come superare la crisi economica

Vi proponiamo di seguito un estratto dell’articolo di Enzo Rullani sulla crisi economica.

C’è in giro una vulgata della crisi che la considera quasi una disgrazia venuta dal cielo, o il frutto di una serie di esagerazioni, imbrogli ed errori, a cui, oggi, occorre rimediare.[…] Di qui la domanda ricorrente: chi è la colpa di tutto questo? E la risposta, sbagliata ma non per questo meno convinta: degli altri, naturalmente. […] La verità è che la crisi non è dovuta ad errori fatti da liberisti o statalisti in buona fede, né da sabotatori dei due modelli infiltrati nel meccanismo. Ossia ad eventi che possono essere “curati” espellendo guasti e guastatori dalla fisiologia dei due modelli ideali che ancora una volta si contendono il campo. […]
Le cause vere sono altre. Possiamo dire che oggi la situazione è particolarmente “dura” perché mette insieme, in realtà, tre crisi in una:

  • una crisi di domanda da interdipendenza non governata, che ha sfasciato i rapporti tra domanda e offerta, portando a picco i valori attribuiti dai mercati agli assets materiali e immateriali di cui disponiamo (e che non sono spariti, anche se nessuno li vuole comprare, trascinando i prezzi verso lo zero);
  • una crisi da squilibri competitivi non facilmente aggiustabili, dovuta alla perdita della distanza che isolava in precedenza paesi dotati di costi del lavoro assolutamente inconfrontabili e che oggi invece fanno parte dello stesso villaggio globale. Mettendo in moto dinamiche competitive di grande portata, tali da portare stabilmente fuori equilibrio molti capitalismi nazionali (tra cui il nostro), bisognosi di un drammatico riposizionamento;
  • una crisi da insostenibilità, in tutti quei campi – e sono molti: ambiente energia, cibo, cultura, conoscenza sociale – in cui la crescita è andata avanti dritta per la sua strada, senza curarsi di rigenerare le sue premesse.

Come uscirne?
Bisogna da questo punto di vista far leva non su inesistenti “poteri ordinatori” o regole a scala globale (che forse verranno o forse no), ma sui legami che sono giù presenti e attivi a scala più limitata (Stati nazionali, sistemi locali, filiere, comunità, famiglie). […] Sul terreno della competitività, il rimedio da proporre fin da ora è che i paesi high cost si attrezzino per usare i loro redditi (più alti) per investire nella creazione di conoscenze originali e di reti di relazione esclusive, tali da compensare i differenziali negativi di costo del lavoro, rendendo “morbido” l’inseguimento tra paesi ricchi e paesi emergenti, che oggi rischia di trasformarsi in uno scontro cruento, per la sopravvivenza. Il made in Italy è destinato a soffrire più di altri la crisi di competitività. […]
Nessuno, infine, si è dato carico degli elementi dissipativi che erano impliciti nello sviluppo, nel momento in cui consumava beni comuni, quelli che gli anglosassoni chiamano commons: ambiente, risorse naturali, cultura, conoscenza sociale. Tutti beni che, non essendo presidiati da un proprietario privato ed essendo solo in parte coperti da una tutela pubblica, sono stati quasi sempre consumati dalla produzione senza che i beneficiari si dessero carico di ricostituirli. […]
Chi deve pensare a trasformare l’uso dissipativo di beni comuni in valorizzazione riflessiva degli stessi?
Questo è un grande interrogativo e un discrimine politico vero: altro che continuare la guerra dei cento anni, tra liberisti e statalisti. Pensiamo a questa nuova frontiera della riflessione economica e della politica: la comunità reclama un uso del mercato e dello Stato che sia funzionale alla valorizzazione dei beni comuni, e chiama le intelligenze personali e le relazioni sociali a fare la loro parte, affiancando le forme tradizionali di mercato e di Stato che dovrebbero sempre più essere innervate di aspetti comunitari.

Enzo Rullani

La versione integrale dell’articolo è disponibile qui.

Ma come mi tratti?

Immaginatevi una Anagrafe digitale pubblica, gestita da Pubbliche Amministrazioni. Qualche server beneducato a non dimenticare nulla, dei database per ogni cittadino, e se per cominciare rendiamo disponibile dieci megabyte per ciascun italiano, alla fine ce l’asciughiamo con 600 terabyte, tutte robe tecnicamente fattibilissime.
Le tabelle cominciano a popolarsi nel momento in cui nasciamo, anzi prima ancora dal momento della visita in ginecologia in cui viene sancita dal medico la presenza su questo pianeta di una nuova vita. Ovviamente, il momento dell’apertura del nuovo file nell’Anagrafe Pubblica è esattamente il momento di passaggio, e facilmente i prossimi riti tecnosociali prevederanno cerimoniali specifici su come svolgere al meglio questo iniziale gesto di attribuzione di identità al nuovo nato.

Cominciamo a riempire il database. I genitori hanno obblighi specifici, scelgono il nome del pàrgolo, sottoscrivono il proprio impegno nel provvedere alla sua inculturazione, riporteranno via via gli episodi salienti della vita del figlio. Ma un mucchio di altra gente potrà scrivere ufficialmente (tracciando gli autori) su quel database, ad esempio il medico che diagnostica malattie infantili allega le cartelle (digitali) cliniche, poi le cure dentarie, poi gli insegnanti che annotano i percorsi di apprendimento intrapresi, la maestra di ballo e la psicologa certificheranno questo e quello, e di tutti questi dati bisognerà stabilire quali sono pubblici, e quali invece possono essere compulsati solo dopo consenso del titolare, oppure su ordine della magistratura.

Al compimento del diciottesimo anno di vita, al nostro ragazzo del 2027 verrebbe ufficialmente consegnata dal Sindaco la password per l’accesso al proprio database, di cui diventa unico responsabile dinanzi alla collettività. Ci son degli obblighi di legge, bisogna aver cura del profilo identitario e scriverci delle cose sopra, documentare sé stessi e prendere posizione rispetto ad alcune scelte etiche che la società ci chiede di intraprendere.
Ad esempio, a diciotto anni ciascuno di noi dovrebbe cominciare a redigere e aggiungere alla propria identità tecnosociale un documento in grado di esprimere esplicitamente la nostra personale visione del mondo rispetto al Senso della Vita e della Morte, e quindi in grado di orientare poi i comportamenti da tenere nei miei confronti in modo che nulla possa avvenire contro la mia volontà, anche me assente o impossibilitato. Un testamento biologico.

Del mio corpo, della mia mente decido io, e sorreggo l’affermazione con la stessa responsabilità civica di cui mi faccio carico dinanzi alla collettività riguardo le conseguenze delle mie azioni.

Ahimè, chissà quando vedremo realizzato e operante quel database identitario pubblico. Nel frattempo utilizzo questo semioblog, mio luogo di espressione con nome e cognome.

Udine, 8 febbraio 2009

Io sottoscritto Giorgio Jannis, nato a Udine il 21 giugno 1967, nella pienezza delle mie facoltà fisiche e mentali, dispongo quanto segue.

Qualora fossi affetto:
da una malattia allo stadio terminale,
da una malattia o una lesione traumatica cerebrale invalidante e irreversibile,
da una malattia implicante l’uso permanente di macchine o altri sistemi artificiali e tale da impedirmi una normale vita di relazione,
non voglio più essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico.

Nelle predette ipotesi:
qualora io soffra gravemente dispongo che si provveda ad opportuno trattamento analgesico pur consapevole che possa affrettare la fine della mia esistenza;
qualora non fossi più in grado di assumere cibo o bevande, rifiuto di essere sottoposto a idratazione o alimentazione artificiale;
qualora fossi anche affetto da malattie intercorrenti (come infezioni respiratorie e urinarie, emorragie, disturbi cardiaci e renali) che potrebbero abbreviare la mia vita, rifiuto qualsiasi trattamento terapeutico attivo, in particolare antibiotici, trasfusioni, rianimazione cardiopolmonare, emodialisi.

Sempre nelle predette ipotesi:
Rifiuto qualsiasi forma di continuazione dell’esistenza dipendente da macchine.

Detto inoltre le seguenti disposizioni:
non richiedo alcuna assistenza religiosa;
il mio corpo può essere donato per trapianti;
il mio corpo può essere utilizzato per scopi scientifici e didattici.

Lo scopo principale di questo mio documento è di salvaguardare la dignità della mia persona, riaffermando il mio diritto di scegliere fra le diverse possibilità di cura disponibili ed eventualmente anche rifiutarle tutte, diritto che deve essere garantito anche quando avessi perduto la mia possibilità di esprimermi in merito.
E questo al fine di evitare l’applicazione di terapie che non avessero altro scopo di prolungare la mia esistenza in uno stato vegetativo o incosciente e di ritardare il sopravvenire della morte.

Mappe, aggregatori, punti di vista

In quell’Impero, l’Arte della Cartografia raggiunse tale perfezione che la mappa d’una sola Provincia occupava tutta una Città, e la mappa dell’impero, tutta una Provincia. Col tempo, codeste Mappe Smisurate non soddisfecero e i Collegi dei Cartografi eressero una Mappa dell’Impero, che uguagliava in grandezza l’Impero e coincideva puntualmente con esso. Meno Dedite allo Studio della Cartografia, le Generazioni Successive compresero che quella vasta Mappa era Inutile e non senza Empietà la abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degl’Inverni.

Borges, sì. Capace di iniettare nell’immaginario una dialettica tuttora viva, che già riecheggiava negli slogan delle contestazioni giovanili di 40anni fa. La mappa non è il territorio. E se il territorio è digitale? Le mappe della Rete sono estese come la Rete? Se mettiamo lì un aggregatore che riproponga magari con qualche rappresentazione grafica tipo metafora spaziale se non addirittura corrispondenza geografica (occhio che il segno diventa indice, in quanto “fisicamente” connesso con il luogo di produzione) tutto ciò che viene pubblicato in Rete, avremmo per le mani il Web senza il social, visto che sarebbe solo vetrina e non luogo di interazione. Se poi il fantomatico aggregatore offrisse anche la possibilità di commentare, e tutti commentassimo lì, avremmo il serbatoio mondiale delle idee, e sulla superficie del calderone vedremmo formarsi e scomparire forme riconoscibili, configurazioni di senso, reti relazionali. Più di qualcuno ha immaginato questo calderone come un alambicco, da cui tramite la circolina per la condensazione sia poi possibile distillare e tracciare nuovi apporti culturali, nuove invenzioni, nuove parole per definire concetti prima nebulosi, vedere insomma in tempo reale lo scibile vivere. Non solo la storia delle idee, ma la vita delle idee.

Ma anche il pensiero che pensa gli aggregatori e i contenitori forse è pensiero vecchio, come quello degli imperatori e dei cartografi di corte, giunti al paradosso di avere una mappa grande come il territorio. Poi passa uno e dice: “ma scusate, sulla mappa manca qualcosa… non potete non riportare sulla mappa stessa un manufatto grande come il territorio stesso, cioè questa stessa mappa!”; quindi sulla mappa dovrebbe esserci la mappa. Bel problema. Più che altro, irrisolvibile. Perché il problema sta nella stessa “volontà di rappresentazione” (Schopenhauer non ridere), che poi è anche cosa legittima e teniamo presente che qualunque animale evoluto si crea una mappa mentale del proprio territorio di abitanza, ma poi il problema è nelle modalità di rappresentazione, e qui la cosa diventa “simulazione” nel senso buono, e quindi si entra dritti a parlare di modelli, di capacità descrittive euristiche e via così.

E se devo farmi una mappa di quello che si dice in Rete oggi, e magari distillare quelle cose che ritengo pertinenti ad un effettivo incremento della conoscenza, per me?
Oggi Mario Rotta, nella sua one-line di status su FaceBook

vorrebbe proporre a tutti di “condividere conoscenze”: ma chi avrebbe davvero il tempo di farlo?

la questione del tempo è altra bella variabile; io comunque gli rispondo dicendogli

dovrebbe essere possibile costruire conoscenza “articolata” a partire dai contributi one-line di chiunque passa. poi come un gigantesco sillogismo o come un “cadavere eccellente” (narrativamente orientato) alla fine strizzi tutto e distilli tutto e hai incremento dello scibile, foss’anche una virgola in più, però corale.

e lui di rimando

Ma la conoscenza (dico a me stesso, a volte) è “leggera” o “pesante”? Sono frammenti che si ricompongono come polvere attraversata da un campo magnetico o il risultato di azioni deliberate da parte di chi condivide prima di tutto una visione, o quanto meno un formato? Forse, è entrambe le cose…

Mi piace l’idea del campo magnetico sulla limatura di ferro. Crea configurazioni, secondo i punti di vista. Rappresentazione grafica e dinamica dei movimenti attrattivi-repulsivi. Ma riesce forse solo a spiegare il “punto di vista organizzatore” di chi interroga le idee sparse sulla Rete, un principio ordinatore che in fondo (kantianamente, e poi fenomenologicamente) è un soggetto che guarda e dà senso al mondo.

Ma c’è anche il fatto che quella limatura di ferro, quelle idee che circolano su web e nel mondo possiedono delle proprie capacità di legarsi o di respingersi, non tanto in modo dipendente dal significato veicolato quanto dalla forma dell’espressione grazie a cui possono veder la luce, grazie al format e al particolare sistema editoriale che usano. Possono essere voti su una stellina di un video di YouTube, contenuti articolati in un blog o commenti, linee di status dentro i messenger o dentro le comunità digitali.

Quindi, tolta di mezzo l’idea dell’aggregatore universale (è la stessa internet: oggi il territorio è la mappa), rimane da vedere come rendere visibile e social il nostro essere aggregatori unici e originali, ognuno di noi. Avere una bacheca di lifestreaming personale, aperta al web, significa cucire insieme atti-degni-di-menzione con il nostro filo personale e con il nostro stile, e ciascuno di noi avrà una bacheca unica e originale, e la stessa sequenza di segnalazioni e interventi sarà molto eloquente, perché esprime un punto di vista e possiede in sé molte informazioni di contesto, embeddate nelle mie frasi ma facilmente decifrabili.

E quindi se la metafora del campo magnetico e della limatura di idee rende bene l’idea di un pensiero aggregante, però esterno all’umanità e meccanico (tant’è che può essere fatto da un software, come un aggregatore pubblico dei memi, senza occuparsi del “contenuto” messo in Rete), e l’idea di un filtro aggregatore programmato da umano in fondo altro non è che l’espressione di un punto di vista (fondato sulle pertinenze che il “programmatore” ritiene utili), e poi potremmo anche aggiungere l’idea di un aggregatore che autoapprende e via via seleziona con più raffinatezza ciò che può essere considerato “incrementale” rispetto allo scibile che continuamente viene prodotto negli scambi interumani biodigitali, ma alla fin fine quello che torna importante è l’aggiunta personale di ciascuno di noi all’evento, il valore del contesto della pubblicazione, gli ambienti su cui pubblichiamo o ri-pubblichiamo ciò che vogliamo segnalare.

Da queste piccole dislocazioni del senso, re-interpretazioni attraverso la lente unica dei nostri occhiali personali, nel gioco infinito della traccia e dello scarto (trace|ecart, com’è scritto qui nel footer del blog) è possibile ragionare di “condividere conoscenza” e magari anche di “incremento delle idee”. C’è di mezzo l’idea di autorialità, di voce che sempre nasce da un luogo e in un tempo.
Stop al delirio (di cui famosa para-etimologia è “de-leggere”, ovvero quel leggere un po’ sghembo, capace di dare altri nomi alle stesse cose, pareidolicamente – sta finendo l’anno di prova, dovevo giocarmi questo avverbio sennò perdevo il bonus).

Arrivano i barbari

Ormai da tanti anni entro nelle scuole e racconto ai ragazzi (ultimamente sempre più a insegnanti e dirigenti, e mi diverto meno) cosa si può fare con mappe satellitari, editor audiovideo e cellulari, blog, aggregatori.Ecco qui Michael, un tipo col ciuffo sui diciassette/diciotto, mio allievo anni fa, che mi chiama in chat a metà mattina, e lui è in Carnia, in classe a scuola


Essendo io notoriamente Grammar-Nazi, mi toccherà riprenderlo sull’accento del perché e su quello del dài, ma sorrido perché me lo immagino mentre si annoia a scuola. Il ragazzo è sveglio, curioso, e si sta esercitando ad assumere certe pose cool che neanche Humphrey Bogart. Sono quasi certo che dopo avermi rassicurato ha puntato il browser verso le peccaminose gallerie fotografiche della discoteca giovanile di riferimento della zona, dove questi ragazzi e ragazze possono vedere sé stessi direttamente “in scena” mentre lasciano libero il loro personaggio di vagare nella notte promiscua e decadente. Attori di sé stessi e spettatori di sé stessi insieme, poi passano la settimana su Netlog o sulle loro community giovanili e commentano tutto quello che è successo, e la Valeria che era ubriaca sul cubo e Gigi che voleva tirar su rissa con qualcuno e poi le corna e le occhiate e così come tutti come sempre a loro modo diventano grandi. Però mettono in scena tutto, è un rito pubblico mediatico.

Quel Michael della chat frequenta una scuola professionale IPSIA, ramo elettronica.
Se a qualcuno interessano i soliti discorsi sul mondo della scuola, in questo caso in relazione al futuro dei giovani nel mercato del lavoro, può leggere quello che ho scritto su NuoviAbitanti come commento al convegno “Quale riforma dell’Istruzione tecnica e professionale per il Friuli Venezia Giulia“, presenti buoni nomi della Scuola regionale dell’Industria e della PA regionale, a cui ho assistito lo scorso sabato mattina.

Faccio il minestrone (delirio e castigo)

Mi piacciono quei blogger che ogni tanto mettono in riga i memi dell’ultimo mese, o dell’ultimo anno (vedi anche Mashable, dicembre è tempo di resoconti), perché è nel destino delle elenchi ordinati mostrare successioni di prese di coscienza, raffinamenti, tracce, momenti di bricolage. Non sono uno di quelli, no. Però leggo, e riporto, perché la nostra funzione sociale di router umani, smistatori di pacchetti di informazioni a cui ciascuno di noi aggiunge contesto passioni e punto di vista, è la base operativa di questo ecosistema della conoscenza in cui viviamo, la mia scintilla personale per contribuire al fuoco della conversazione, il clic della partecipazione, foss’anche solo mettere una stellina a un video sul Tubo.
Poi in questi giorni leggo spesso di prossemica digitale, di folksonomie, di grammatiche aggiornate per comprendere le narrazioni dei cambiamenti sociali odierni, di visioni del futuro. Ma guarda.
Sono parole che tre anni fa avrebbero avuto significati del tutto differenti, e se guardo indietro mi sembra quasi di vedere il percorso di raffinamento di questi concetti con cui oggi cerchiamo di ragionare qui in Rete, nominando e manipolando i nuovi strumenti di espressione con cui l’umanità mette in scena sé stessa, indagandone le conseguenze sociali, le necessità educative per le nuove generazioni, il cambiamento dell’atteggiamento di chi deve vendere qualcosa ad altri dentro il mercato finalmente conversazionale, le possibilità di incidere direttamente nella gestione delle politiche territoriali locali.
In prospettiva, talvolta riesco a visualizzare la storia di queste idee, dal loro apparire magari dentro una chat per diventare un post su un blog, poi il meme rimbalza nei commenti di altri blog, avviene via via una analisi collettiva e collaborativa delle implicazioni di quel nuovo concetto che si impone come adeguato a descrivere i nuovi fenomeni (mettiamo sia “blog”, oppure “web20”, oppure “folksonomia”) e poi qualcuno realizza un video in cui riesce graficamente a suggerire un nuovo punto di vista, e poi tutto torna nel calderone del socialweb nelle community e nei lifestreaming dove però si risottopone ad esame la diffusione mediatica tradizionale del nuovo concetto e si apportano nuove precisazioni e alla fine abbiamo per le mani una navicella per correre migliori acque.

Ma ci rendiamo conto dei flussi che ci stanno investendo, di come i nostri cervelli sociali e le nostre città neuronali si stanno riorganizzando per fronteggiare la complessità? Da quelle tremile notizie che ho letto, da quelle quattrocentocinquanta fonti sull’aggregatore che vedete nell’immagine qui sopra, oppure da navigazione selvaggia (tra parentesi: una volta era più facile fare navigazione selvaggia, è vero? seguendo i link dei siti personali si giungeva facile all’inaspettato completamente slegato dal nostro punto di partenza, mentre dopo l’azione tematicamente organizzatrice svolta dai portaloni e poi dalle “configurazioni di senso” stabile e circoscritte delineate dalle reti dei blogroll – affinità elettive – navighiamo sempre più dentro orizzonti di attese conosciute… ops, mi è finito lo spazio per la parentesi sociomediatica) ultimamente ho trovato nelle seguenti riflessioni, che poi serendipità o il bricolare del pensiero magico (a proposito, vorrei salutare Claude Lévi-Strauss nei cui libri sprofondavo rapito e sorridente, uno che qualche anno fa venuto qui in zona a ritirare il premio Nonino in grapperia ha detto che il Friuli era “la zona più esotica che avesse mai visto” ehehh) in qualche modo mi fanno leggere come un tutto collegato, un insieme di pensieri che girano e trovano via via nuove forme in cui alloggiare e lasciar scaturire senso.

Ad esempio, ho letto Sorchiotti su Apogeonline, dove si parla di social proximity e dove si prova a prendere le misure di questo nuovo fenomeno folksonomicamente emerso dai socialambienti tipo FaceBook (e qui dico che seguendo GasparTorriero un anno fa mi ero anche disiscritto, e poi il boom presso colleghi mi ha portato a riattivare l’account per motivi professionali, poi le ultime cose che leggo tipo i maneggi business che ci stanno dietro mi portano nuovamente a considerare di andarmene), ovvero che la dimensione semi-pubblica di questi Luoghi socialweb, l’intreccio tra reti amicali e gruppi più ampi, i meccanismi di partecipazione e appartenenza portano a rimodellare la nostra personale percezione del Paesaggio relazionale, ed il tutto si trasforma in nuovi comportamenti, in nuove possibilità di “dettare l’agenda personale e collettiva”, nella aumentata solidità del nostro abitare in rete, in quanto ora arricchito della dimensione gruppale. E qui ci starebbe qualche bella riflessione sulla grammatica dei gruppi, robe di dinamiche affettive e di strategie identitarie, perché se non lo sapete “i gruppi sono la più importante invenzione del XX secolo“, per il semplice motivo che il fenomeno “gruppo” prima non era neanche pertinentizzato come possibile oggetto di analisi; dalla massa alle folle, siamo arrivati ai “campi di forza” delle situazioni interpersonali solo verso gli anni Trenta, e degli anni Quaranta sono le prime serie riflessioni riguardo cosa succeda dentro i gruppi, dal punto di vista delle affettività dislocate nelle relazioni interumane o degli stili di comunicazione adottati o nei giochi di ruolo situazionali. Perché il gruppo fa pensare alle persone cose che altrimenti non penserebbero, il gruppo “parla” attraverso i singoli, e possiede una sua grammatica narrativa nel perseguire i propri scopi. Insomma, qui serve qualcuno che da psicologo o da analista conversazionale o perché no da attore di teatro (gente in grado di ragionare su dinamiche comunicative situate) provi a considerare quello che succede nei circuiti conversazionali in rete, e permetta a noi tutti di acquisire competenze di tipo meta- rispetto a tutto quello che facciamo ogni giorno, abitando qui dentro. Ogni tanto iniziative come codiceinternet, al di là del loro scopo manifesto, sono utili per portare attenzione riflessivamente sui media che stiamo usando, in questa fase spasmodica di etichettamento delle nuove possibilità espressive, dei nuovi rituali sociali, della stilistica della Cultura digitale.

Poi ho letto Zambardino, che ci dice chiaramente che l’esperienza quotidiana di vita dei millennials è “fuori dalla cultura attuale della società italiana”. Tutti i ragionamenti che dottoroni o sedicenti esperti fanno ad esempio sulla pericolosità dei videogiochi o sulla frequentazione degli ambienti sociali in Rete, sono fuori luogo. Sono indicazioni magari frutto del buon senso, che però sostanzialmente non còlgono le specificità di quegli stessi comportamenti che pretenderebbero di regolamentare o semplicemente giudicare, perché chi ha pensato quelle cose non le vive, non le annovera nell’armadio dei propri vissuti esistenziali. Nessun insegnante attuale ha giocato migliaia di ore con la play, chattato migliaia di ore, visto tv migliaia di ore prima dei suoi quindici anni, navigato su web per migliaia di ore. E sappiamo che non sono cose che si possono raccontare, vanno vissute, come buttarsi col paracadute. E in ogni caso per imparare a nuotare bisogna buttarsi in acqua, magari all’inizio dove si tocca.

Privi di punti di riferimento, genitori e insegnanti, operatori sociali e giornalisti, medici e psicologi si sentono autorizzati a interpretare come fantasmi i fatti reali che hanno di fronte. E’ come se un aereo a reazione fosse comparso sui cieli dell’antica Roma. Semplicemente non avrebbero capito cos’era. Col mondo digitale è così: i bambini ( i ragazzi, diciamo da 8 a 20) “sanno”. “Noi” no, e vaghiamo da incubo ad incubo: dal terrore dell’assalto pedofiilo (come se nello sport o in parrocchia il problema fosse evitato a priori…) al timore dell’”isolamento” psichico. Invece di vedere l’enorme forza formatrice e educativa della rete, cerchiamo disperatamente il muro più alto da alzare.

Proprio simpatico l’esempio dell’aeroplano. Torna sempre utile, quando si tratta di ragionare sulla pensabilità del futuro. Ovvero, il pensiero corre alle categorie della pensabilità, chiamatele come volete, e come la siepe di Giacomino mi viene da chiedermi in che modo lo sguardo verso il futuro è condizionato da abitudini e piste troppo battute. Oh, bell’esempio di ineffabilità, diciamolo, il futuro. Diciamolo anche così: ineffabile come il pensiero dei posteri. Chissà cosa penseranno di noi, e con quale ermeneutica proveranno a ricostruire i nostri pensieri. In ogni caso stiamo costruendo anche nuove forme di narrazione, e la narrazione stessa per la sua capacità di conferire senso agli eventi e alle situazioni in modo più finesse e meno geometrico (non è sempre bene; ma è bene ad esempio quando l’orizzonte stesso del problema non è ancora ben definito, oppure nella gestione del cambiamento di atteggiamenti individuali, gruppali o collettivi) viene riconosciuta anche per le sue concrete capacità operative.

Qui su Bloom.it trovate una intervista di Francesca Prandstraller a Steve Denning, autore di The Springboard: how Storytelling ignites action in Knowledge-Era Organizations, evidentemente un guru nell’utilizzare formule narrative nella gestione del cambiamento delle organizzazioni lavorative. Eppure non è difficile: le tecnologie, comprese quelle dell’intelligenza, nascono contestualizzate, recano il senso del Luogo su cui agiscono. Ecco perché è possibile coordinare alla vendita di un quotidiano una raccolta di coltelli professionali su base regionale, perché lo stesso coltello dalla stessa identica funzione magari altamente specializzata (un coltello concepito e forgiato per pulire il pesce, ad esempio) ha forma differente se inventato a Bolzano oppure a Ragusa, e racconta molto.
Quindi narrazioni. Che sono efficaci se innescano nell’ascoltatore un processo di ri-narrazione interiore, e veicolano valori cognitivi e patemici, e nell’atto stesso del loro apparire come storie costruiscono una nicchia ricettiva, dove chi ascolta si può adagiare e girare l’interruttore per un diverso ritmo dell’esperienza, più lento e più denso, che risuona anche nel petto oltre che nella testa. O addirittura in pancia, ma vedremo dopo.

Quindi ricapitoliamo, ed è facile perché siamo sempre lì.
Sta avvenendo un cambiamento epocale, nascono nuovi oggetti sociali, cambiano quelle istituzioni vecchie, c’è gente che di tutto questo non ci capisce una mazza ma anche ci sproloquia o peggio ci legifera sopra, e per raccontare queste nebulose di contenuto stiamo moltiplicando gli sforzi in direzioni differenti, dal cloud computing alla folksonomia ai rituali poietici dentro le comunità digitali, allo strabordare dei valori etici e sociali (privacy attiva, conversazione, orizzontalità) della Rete verso il mondo atomico (e ora il mondo delle banche dei giornali delle religioni della politica del mercato deve imparare a parlare come si parla in Rete, cioè nella forma migliore di dialogo collettivo mai raggiunto da specie umana, e dentro una rete paritetica orizzontale è difficile bloccare un flusso come nelle reti gerarchiche; e come si controlla tutto, se non puoi censurare a monte? chi tra voi ha 25 anni e sta scrivendo una tesi su “Potere e forme di controllo nel XXI secolo? qualche promettente fraticello nelle segrete del Vaticano?).

Poi quando ad un convegno arriva Baricco e prova a mettere giù le cose in forma narrativa, più o meno intorno ai barbari, ecco che Quintarelli DeBiase e Chittaro ne parlano, perché sanno che un punto di vista diverso contribuisce alquanto alla comprensione del problema. E il problema è appunto il futuro, la sua pensabilità, la sua forma, i modi in cui già oggi il presente lo contiene, le linee di sviluppo. Anzi, per Baricco il futuro è finito, questo vivere pesantemente nel presente ne ha modificato la percezione al punto da ridurlo a contenitore delle scovazze, dove buttiamo rifiuti, e tutto questo uccide i concetti di “progetto” e di “progresso”. Non c’è il futuro, c’è il nuovo. Ma dicendolo abitiamo qui, non là. Nel narrarlo, situiamo qui e ora l’azione. Qui c’è sotto qualcosa che riguarda la narrazione del futuro, dice Baricco, e quello che ci raccontiamo è quello che effettivamente risulta reale. Ma se lo raccontiamo con gli stilemi dei serial televisivi, ormai forma nattativa imperante, cadiamo male, perché quelli sono fatti apposta per essere ciclici, onfalici, autoreferenziali, circolari, immobili e senza futuro. Ed esplicitamente, almeno nel resoconto che ne fa DeBiase, è cambiata la grammatica della mente, la grammatica della pensabilità, oggi maggiormente connotata da rapide e ampissime esplorazioni della superficie, piuttosto che da rallentamenti e approfondimenti alla ricerca del senso, e da categorie rinnovate nell’identificare e distinguere i concetti di naturale e di artificiale, nella direzione del nostro essere indifferentemente biodigitali.
Annoto qui anche il ruolo di narratore della cultura pre-diluviodigitale che Baricco si attribuisce, quale scelta per il futuro: consapevole del cambiamento radicale in atto, si definisce amanuense intento a descrivere il mondo forse con la vecchia grammatica ma con le nuove parole, mentre i selvaggi tutto distruggono e tutto genialmente ricostruiscono.
Quintarelli riporta anche una mappa di ciò che si è detto su quel convegno a Venezia sulla pensabilità del futuro, e la trovate qui.

Poi cosa c’era? Bene.
Siccome stavamo leggendo e ragionando su come il nostro essere confortevolemente installati nelle nuove narrazioni sociali della rete faccia emergere aspetti di personalità e forme del pensiero che prima non conoscevamo, prontamente mi imbatto in un post di PierCesare Rivoltella, dedicato a Media, Media Education, costruzione dell’identità.

I media concorrono a costruire le identità dei soggetti? E come? Quali sono i modelli più funzionali a fornire risposta a questa domanda: quelli basati sull’idea del modellamento? E il modellamento assume le forme del pensiero unico che si impone trasversalmente rispetto alle appartenenze geografiche e culturali? O esistono le appropriazioni, sempre locali, sempre storicizzate, a mediare l’impossibilità dell’omologazione? E ancora: quale risposta educativa si può dare alla questione della costruzione identitaria del singolo e della società attraverso i media?

Navigando mi sono imbattuto in Gloria Origgi, ed è stata un’ottima scoperta. Seguendo il link arrivate sull’articolo “Designing wisdom through the Web: The passion of ranking”, dove si racconta come noi tutti in realtà stiamo passando dall’Età dell’Informazione all’Età della reputazione, e quindi della necessità di strumenti di tracciamento e di valutazione, sempre per via di quella folksonomia e quelle reti sociali cui partecipiamo e dell’intelligenza collettiva.

An efficient knowledge system will inevitably grow by generating a variety of evaluative tools: that is how culture grows, how traditions are created. A cultural tradition is to begin with a labelling system of insiders and outsiders, of who stays on and who is lost in the magma of the past. The good news is that in the Web era this inevitable evaluation is made through new, collective tools that challenge the received views and develop and improve an innovative and democratic way of selection of knowledge.


Poi ci sarebbero un paio di cosette apparentemente più easy, che meriterebbero un post tutto loro.
Una di queste è la segnalazione di Punto Informatico, ripresa da Mantellini a cui prendo anche l’immagine, della sentenza californiana secondo cui avere sul pc dei cartoni animati porno, nel caso specifico la famiglia Simpson compresi Burt e Lisa, sia reato di pedopornografia.

Sinceramente, non so cosa pensare.
Ma non credo che il contenuto delle fantasie erotiche possa essere regolamentato da legge. Non credo che imbattersi in un cartone animato di qualunque tipo sia perseguibile, perché nessuno può dirmi a me adulto cosa leggere e cosa no, o proibirmelo, in uno stato laico. Ed il fatto che si tratti di un disegno, e non di immagini fotografiche reali o parareali o snuff-movie innescherebbe altre riflessioni, che mi riprometto di seguire.

Sempre in relazione ai lati pornelli della cultura contemporanea, non posso non segnalare in ultimo un bel saggio di Alberto Abruzzese, su nimmagazine.it ovvero la newsletter italiana di mediologia, dedicato all’emergere prepotente del fenomeno del porno amatoriale, realizzato in casa da un mucchio di gente e poi messo online, ad esempio sul celeberrimo YouPorn. Dentro ci sento risuonare un bel po’ di discussioni “eretiche” del ‘900, da Bataille a Debord a Baudrillard, ma indubbiamente la sensibilità dell’autore riesce a ricondurre gli interrogativi ad una formulazione aggiornata ai nostri tempi internettari, e

… mentre la natura dei media industriali ha stretto e continua a stringere un patto molto forte, reciproco, tra chi comanda la società e il medium che vi svolge il ruolo dominante, la natura dei new media è tecnicamente tanto duttile e aperta da potere soddisfare, seppure in varia misura, anche i bisogni relazionali di persone, soggetti e parti sociali che non sono egemoni, non lo sono più o non lo sono ancora, e che possono quindi entrare a far parte di una complessa trama mediatica, di una aggrovigliata matassa di tendenze e controtendenze culturali

E’ un bell’articolo, su questo ci torno sicuramente. Parla di personal media nomadici, di privato e pubblico, di corpi e di relazioni, di società e di civiltà.

Transizione

Cristiano Bottone ci racconta la Transizione, dal suo blog ioelatransizione.

Cos’è la Transizione

Cerco di descriverla in poche parole: la Transizione è un movimento culturale impegnato nel traghettare la nostra società industrializzata dall’attuale modello economico profondamente basato su una vasta disponibilità di petrolio a basso costo e sulla logica di consumo delle risorse a un nuovo modello sostenibile non dipendente dal petrolio e caratterizzato da un alto livello di resilienza.

Analizzando più a fondo i metodi e i percorsi che la Transizione propone, si apre un universo che va ben oltre questa prima definizione e fa della Transizione una meravigliosa e articolatissima macchina di ricostruzione del sistema di rapporti tra gli uomini e gli uomini e tra gli uomini e il pianeta che abitano.

Sotto un’apparenza semplice e pragmatica si nasconde un formidabile strumento terapeutico dei tanti mali che affliggono il mondo industrializzato, uno strumento che ho appena iniziato ad esplorare e che mi sembra tra i più promettenti a nostra disposizione.

Transition è un movimento culturale nato non più di due anni fa in Inghilterra dalle intuizioni e dal lavoro di Rob Hopkins, un guru davvero improbabile.

Tutto nasce quasi per caso nel 2003. In quel periodo Rob insegnava a Kinsale e con i suoi studenti creò il Kinsale Energy Descent Plan un progetto strategico che indicava come la piccola città avrebbe dovuto riorganizzare la propria esistenza in un mondo in cui il petrolio non fosse stato più economico e largamente disponibile.

Voleva essere un’esercitazione scolastica, ma quasi subito tutti si resero conto del potenziale rivoluzionario di quella iniziativa. Quello era il seme della Transizione, il progetto consapevole del passaggio dallo scenario attuale a quello del prossimo futuro.

COM’È IL NOSTRO MONDO

L’economia del mondo industrializzato è stata sviluppata negli ultimi 150 anni sulla base di una grande disponibilità di energia a basso prezzo ottenuta dalle fonti fossili, prima fra tutte il petrolio. Più in generale il nostro sistema di consumo si fonda sull’assunto paradossale che le risorse a disposizione siano infinite.

Le conseguenze più evidenti di questa politica sono il Global Warming e il picco delle risorse, prime tra tutte il petrolio, una combinazione di eventi dalle ricadute di portata epocale sulla vita di tutti noi. Ci sono molti altri effetti che si sommano a questi, inquinamento, distruzione della biodiversità, iniquità sociale, mancata ridistribuzione della ricchezza, ecc.

La crisi petrolifera appare però la minaccia più immediata e facilmente percepibile dalle persone. Rob intuisce che è più semplice partire da questo punto e arrivare agli altri di conseguenza, un’intuizione che è probabilmente alla base della fulminea diffusione del suo movimento.

RISCOPRIRE LA RESILIENZA

Ma Rob è anche e soprattutto un ecologista e ha passato anni a insegnare i principi della Permacultura. Da questo suo background deriva la sua seconda intuizione: applicare alla logica della sua Transizione il concetto di resilienza.

Resilienza non è un termine molto conosciuto, esprime una caratteristica tipica dei sistemi naturali. La resilienza è la capacità di un certo sistema, di una certa specie, di una certa organizzazione di adattarsi ai cambiamenti, anche traumatici, che provengono dall’esterno senza degenerare, una sorta di flessibilità rispetto alle sollecitazioni.

La società industrializzata è caratterizzata da un bassissimo livello di resilienza. Viviamo tutti un costante stato di dipendenza da sistemi e organizzazioni dei quali non abbiamo alcun controllo. Nelle nostre città consumiamo gas, cibo, prodotti che percorrono migliaia di chilometri per raggiungerci, con catene di produzione e distribuzione estremamente lunghe, complesse e delicate. Il tutto è reso possibile dall’abbondanza di petrolio a basso prezzo che rende semplice avere energia ovunque e spostare enormi quantità di merci da una parte all’altra del pianeta.

È facile scorgere l’estrema fragilità di questo assetto, basta chiudere il rubinetto del carburante e la nostra intera civiltà si paralizza. Questa non è resilienza.

I progetti di Transizione mirano invece a creare comunità libere dalla dipendenza dal petrolio e fortemente resilienti attraverso la ripianificazione energetica e la rilocalizzazione delle risorse di base della comunità (produzione del cibo, dei beni e dei servizi fondamentali).

Lo fa con proposte e progetti incredibilmente pratici, fattivi e basati sul buon senso. Prevedono processi governati dal basso e la costruzione di una rete sociale e solidale molto forte tra gli abitanti delle comunità. La dimensione locale non preclude però l’esistenza di altri livelli di relazione, scambio e mercato regionale, nazionale, internazionale e globale.

LE TRANSITION TOWNS

Nascono così le Transition Towns (oramai centinaia), città e comunità che sulla spinta dei propri cittadini decidono di prendere la via della transizione.

Qui si evidenzia il terzo elemento di forza del progetto di Rob Hopkins, quello che lui ha creato è un metodo che si può facilmente imparare, riprodurre e rielaborare. Questo lo rende piacevolmente contagioso, anche grazie alla forza della visione che contiene, un’energia che attiva le persone e le rende protagoniste consapevoli di qualcosa di semplice e al contempo epico.

Possediamo tutte le tecnologie e le competenze necessarie per costruire in pochi anni un mondo profondamente diverso da quello attuale, più bello e più giusto. La crisi profonda che stiamo attraversando è in realtà una grande opportunità che va colta e valorizzata. Il movimento di Transizione è lo strumento per farlo.