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Parole dentro le parole

Avevo questa teoria, secondo cui le parole dentro le parole modificano un po’ il senso che diamo a quelle parole.
Prendiamo mascarpone, sappiamo che è un latticino, che viene dal norditalia, che è calorico. Attenzione, non è un formaggio. Neanche la ricotta è un formaggio, eh. Caglio, siero, un mucchio di microbi come catalizzatori, zangole per battere la panna e farne il burro, filiere alimentari, procedure. Oh, tecnologia, il linguaggio dell’abitare.
Insomma, scarpone. dentro mascarpone. Quindi non so a voi che effetto fa (siamo dentro dizionari personalissimi), ma dentro il mascarpone c’è lo scarpone. Si fosse chiamato mafarfalla, avrei avuto un’idea diversa di quel formaggio.
Oppure in inglese: pensate a irony, ironic.
Per me assomiglia più al sarcasmo, l’ironia degli anglofoni. Perché dentro irony c’è iron, il ferro.
E poi c’è europe. Che pronunci come You rope. La “rope” è la corda per impiccarsi. Lennon dice “money for dope, money for rope”. Anche Frank Black coi Pixies dice “Can you swing from a good rope”.
E allora se pensate a cosa pensa un inglese, quali aree neuronali si attivano per simpatia nel pensare Europe, gli vengono in mente cose così, anche se non lo sa.

Come emerge un hashtag?

Giovanni Arata mette giù delle considerazioni interessanti sull’ecologia degli hashtag (di cui parlavo qui).
Lo sfondo della riflessione riguarda in questo caso la comunicazione e l’agire politico, ma il problema del “nominare la rosa” è sempre centrale, implicando autorevolezze e crowd-tagging.

Perché i cancelletti, come osservava @jeffjarvis in un suo magistrale post di qualche tempo fa, sono boe di senso potenzialmente decisive, intorno alle quali si catalizzano idee e persone. E perché, soprattutto, sono boe sulle quali nessuno può decidere a priori, a partire dalla propria autorevolezza o da qualsiasi altra fonte di legittimazione. Sono i cittadini della Rete stessi, attraverso l’impiego che fanno di una o dell’altra formula, a decidere quale di essa debba sopravvivere ed affermarsi. Sono, in una certa misura, oggetto di una dialettica politica che deve meno alle gerarchie preordinate, e più all’autorevolezza guadagnata con l’interazione.

Update: anche Claudia Tigella Vago prova a riflettere sugli hashtag (grazie del link!)

Search + Social = Authority x Influence

Nel 1816 Madame de Staël scriveva un articolo – tradotto dal francese e pubblicato da Pietro Giordani su Biblioteca Italiana, reminescenze delle scuole superiori – intitolato “Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni” e indirizzato agli autori italiani, dove sostanzialmente diceva: “Uè raga, vedete di darvi una mossa, stanno succedendo cose nuove in giro per l’Europa”.
La cultura letteraria italiana era impantanata tra Neoclassicismo e Arcadia, eravamo decenni indietro rispetto al dibattito tedesco o francese o inglese imperniato sulle posizioni del primo Romanticismo. Se magari ci fossimo messi a tradurre qualcosa, a guardarci un po’ attorno, magari ne avremmo tratto qualche giovamento.
Se volete, la stessa cosa è successa con Elio Vittorini negli anni della seconda guerra mondiale, che per nostra fortuna si mise a tradurre Faulkner o John Fante nell’antologia Americana (censurata dal fascismo), oppure negli stessi anni con Fernanda Pivano: Cesare Pavese le fece tradurre Hemingway (per questo sarà arrestata, in quanto il romanzo Addio alle armi fu ritenuto lesivo dell’onore delle Forze Armate del regime fascista, dice Wikipedia), Whitman e Edgar Lee Masters dell’Antologia di Spoon River. Poi venne Fitzgerald, e poi sempre a cura della Pivano tutta la Beat Generation americana, per dire.
Insomma, la prendo alla lontana come al solito, ma l’italia complici le Alpi e il mare che la circondano ha spesso avuto questo sguardo autocentrato, ombelicale, che talvolta ha prodotto buone cose (mal che vada, anche un idiota che ripete la stessa frase può contare sui revival storici), ma che per lunghi decenni ci condanna a abitare uno scenario culturale stantìo, di solito fino a quando qualcuno non apre le finestre a fa circolare un po’ aria fresca. 
Oggi con la Rete le Alpi e il mare potrebbero veramente sparire dal nostro orizzonte, siamo tutti culturalmente dentro un calderone di dimensione planetaria: sarebbe sufficiente che qualcuno di quei blogger che sanno l’inglese o altre lingue si sforzassero di tradurre ogni anno due o tre articoli o saggi meritevoli.
 
Avevo trovato questo articolo di David Armano, vice presidente di Edelman, esperto di digital marketing e progettazione dell’esperienza utente (sì, user experience design).
E’ uno scritto abbastanza tecnico, nulla di esplosivo, ma gli argomenti mi incuriosivano, robe social. Traduco a senso, eh, mi concedo quasi un riadattamento.



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Search + Social = Authority x Influence
di David Armano

La ricerca è basata sull’informazione
Ci sono sostanzialmente due modi grazie ai quali un “partecipante digitale” trova contenuti sull’insieme dei media digitali.
Il primo scenario prevede che l’indagine cominci utilizzando un motore di ricerca diffuso come Google. Recentemente Google ha modificato la sua proceduraper premiare piuttosto l’autorevolezza e la qualità dei risultati, rispetto al privilegiare ciò che viene considerato di qualità inferiore, come nel caso di link sospinti da agenzie web specializzate nel promuovere collegamenti (link farm, fattorie di link). Questa mossa costituisce un’opportunità per i professionisti della comunicazione e per coloro che possono fornire contenuti di qualità, i quali contenuti possono così trovar un posto onorevole sui media, e acquisire autorevolezza. Le attività di ricerca sono solitamente guidate dall’informazione, nel senso che chi interroga i motori è interessato a ottenere informazioni specifiche. I risultati delle ricerche mirate guadagnano via via autorità e qualità e saranno a loro volta promossi nelle reti sociali, usando le mail o i social network per diffondere l’informazione.

Il social è basato sull’influenza

I contenuti (insieme ai media che li veicolano) inoltre vengono cercati e discussi su varie piattaforme sociali che variano dai blog, alle bacheche elettroniche, a Twitter, a Facebook. L’attenzione è ottenuta tipicamente attraverso  il collegamento a un “flusso” o a un “amico”. A quel punto le informazioni e i media stessi vengono “digeriti” e risospinti nei flussi generati dalle conversazioni. Se vengono generate conversazioni in numero sufficiente, queste provocano la formazione di segnali che si riverberano sui media. In questo scenario, i “partecipanti digitali” sono evidentemente influenzati dalle loro connessioni sociali nella loro selezione, amplificazione e discussione di fonti informative.

La ricerca e il social si intersecano
La ricerca e il social non esistono indipendentemente l’una dall’altro, ma coesistono in un modo reciprocamente dipendente. Per esempio, è pratica comune per i giornalisti dei media con una buona reputazione controllare e stabilire la fonte di conversazioni che appaiono sui social network. Un articolo su un mezzo di comunicazione influente che cita la fonte della conversazione può a sua volta modificare i risultati di ricerca di una frase specifica. L’opportunità qui consiste nello scoprire cosa i fruitori dei motori di ricerca stanno cercando e quali strategie vadano perseguite che siano in grado di generare il giusto tipo di conversazione riguardo quelle tematiche. Oltre alle conversazioni, va anche selezionato e promosso il tipo di contenuto adeguato. Ogni iniziativa nel mondo digitale deve integrare i diversi modi in cui la ricerca e il social si relazionano tra loro, riguardo ogni argomento specifico che si intende influenzare.



Aggregare, fare curation, diffondere
Un esempio di scenario: un vostro concorrente lancia il suo prodotto, generando segnali mirati (targettizzati) sul Web. I partecipanti digitali cercano frasi specifiche per trovare news e informazioni sulla campagna pubblicitaria mentre simultaneamente le conversazioni sui social media digitali esplodono. I risultati della ricerca e dei social cominciano ad influenzare che cosa un partecipante pensa (comincia il loop della considerazione). Si intraprende a questo punto un’analisi sulle gerarchie dei risultati relativi a specifiche richieste di ricerca sui motori. Le valutazioni e i dati raccolti vengono convertiti in atti di comunicazione, e viene stilato un piano d’azione progettato per creare una serie di nuovi segnali. Le comunicazioni e le iniziative di aggancio sono lanciate attraverso tutti gli ambienti digitali e promosse secondo specifici partenariati. Se le comunicazioni e le strategie di aggancio funzionano, le iniziative così promosse attraverso i network  entrano in risonanza e gli esiti delle ricerche sui motori ne vengono favorevolmente influenzati. I risultati combinati di ricerca e social possono ora modificare ciò a cui un partecipante digitale presta attenzione. Il processo viene ripetuto all’apparire di nuovi segnali.
Questo è il modo in cui la ricerca e il social funzioneranno insieme nel prossimo futuro.



Giorgio Jannis

Dall’esterno verso l’interno verso l’esterno

Anni e anni che diciamo: guardate che la velocità e l’ubiquità delle nuove forme di comunicazione modificano il vostro fare al punto di costringervi a riprogettarvi, a ripensare il vostro essere.
Questo vale per gli individui, vale per le organizzazioni lavorative, scuole o enti locali, imprese e editori di quotidiani, giusto per citare uno dei rami dell’industria culturale oggidì maggiormente coinvolto in processi di riorganizzazione interna.
Fino a poco tempo fa, però, era difficile scrutare questa nuvola di cambiamenti, nelle volute del vapore talvolta soltanto riconoscevamo delle figure, altrimenti era tutto un fare invisibile, inafferrabile. Ma col tempo sono sorte le grammatiche, o perlomeno si sono cominciate a delineare le morfologie degli elementi in gioco, si può ora cercare di descrivere la sintassi ovvero le relazioni tra questi elementi.
Quello che era invisibile, tutto il lavorìo sulla comunicazione nei social media, tutti i cambiamenti e riorganizzazioni del work-flow complessivo di un’organizzazione lavorativa, sta pian piano emergendo, lo possiamo percepire e nominare. Tutto l’intreccio prima indistricabile di persone, flussi, tagging, selezione fonti e curation, stile di comunicazione diventa ora etichettabile, o per lo meno maneggiabile con qualche strumento concettuale.
Grazie al lavoro dei professionisti della comunicazione (in questo caso, consulenti specializzati nell’utilizzo corporate dei social media), del loro dover identificare oggetti su cui poter lavorare, da trasformare in obiettivi e azioni, abbiamo la possibilità di riflettere su aspetti del cambiamento che prima sfuggivano alla nostra percezione.
Guardate a esempio le righe basse del grafico seguente, l’ambiente di apprendimento e i processi interni. Tutte le esigenze evidenziate sono come materiale semilavorato, concetti finalmente delineati di comportamenti e atteggiamenti emergenti. Questo è un atteggiamento tecnologico: se posso ingegnerizzare i sistemi, posso ottimizzarli. A me da gangherologo interessa più il momento aurorale in cui viene per la prima volta nominato un oggetto/concetto/azione/evento/atto-degno-di-menzione. Ma lavorare sopra questi materiali, come artigiani, è la scommessa affascinante di oggi. Spero accademie e università siano pronte a cogliere questi nuovi saperi e a trasformare in riflessione e formazione le analisi sulle nuove pratiche sociali individuali e collettive. Qui stanno cambiando le cose, come le nominiamo, come le raccontiamo.
Lo spunto per questo post viene dal blog di Santoro, il Giornalaio (trovate ragionamenti sul cambiamento dell’organizzazione interna delle aziende/istituzioni), la mappa per una strategia dei social media è di Vanessa di Mauro.

Social personal / Scenari digitali 2011

Ciao 2011.
Ho pubblicato una cosa sul blog collettivo Scenari digitali 2011, la trovate a questo indirizzo insieme a molte altre riflessioni di persone in gamba, su argomenti ovviamente inerenti lo sviluppo prossimo venturo dei mondi digitali. Lo metto anche qui, ma voi andate a leggere seguendo il link, per dar modo alla serendipita’ di farvi incrociare qualcosa che state cercando senza volerla cercare.

Giorgio Jannis – Social personal

Partendo da un’osservazione, quelle cose che noti mentre fai dei gesti. Come scambiarsi i dati personali al termine di una riunione di lavoro, o condividere documenti o dei giochi tra amici, in gruppo. 
Faticoso, macchinoso. Perché per farlo usiamo “macchine” vecchie – carta e penna! e la lista dei partecipanti con le mail scritte a mano – oppure cellulari o dispositivi elettronici dove immettere manualmente le informazioni, nomicognomi e numeri e indirizzi. 
Mentre credo dovrebbero essere molto più social, i gingilli connessi personali. Usate il bluetooth, il wifi, la rete telefonica, ma fate in modo che il mio cellulare al premere di un tasto invii a tutti quelli che voglio nel raggio di dieci metri i miei dati personali, quello che io deciderò di trasmettere e mettere in compartecipazione, foto indirizzo URL del blog e LinkedIn e socialcoso preferito. E i dati che ricevo dagli altri già sul mio dispositivo si legano ai miei e tra loro, creando la rete delle cerchie sociali, dandomene rappresentazione in una rubrica aumentata capace di contenere l’albero dei contatti, dove le foglie sono i profili oggidì coloratissimi di suggestioni e tracce, e al contempo in grado di mostrare il giardino tutto delle reti sociali in cui siamo coinvolti, le geografie relazionali, l’intersecarsi dei gruppi sociali di appartenenza, la condivisione dei gusti personali e le scie dei nostri lifestreaming.
Con la potenza di calcolo che la tecnologia informatica offre oggi alla statistica applicata, potrebbero poi venir fuori delle cose interessanti da tutti questi dati che riguardano le profilature degli umani. I comportamenti social del nostro abitare in Rete possono trovare visibilità e rappresentazione, si rende necessario inventare delle parole (o modificare vecchi significati) che siano adeguate al nuovo contesto, dove appaiono degli oggetti e degli atti che prima semplicemente non erano percepibili, un po’ come quando era difficile parlare del comportamento delle particelle dei gas, senza aver ancora inventato il linguaggio della termodinamica.
Parlare oggi della Nuvola elettronica in cui abitiamo, dove nascono nuove interpretazioni della socialità, nuove possibilità di azione collettiva, nuovi riconoscimenti identitari di gruppi sociali che individuano sé stessi per affinità tematiche svincolate dalla distanza geografica. O che di converso in quanto rete nervosa dotata di organi di senso – display, sensori, luoghi di socialità iperlocale – ci permetta di percepire dimensioni territoriali prima invisibili, processi e flussi di persone e cose che girano intorno a noi in questo momento, geotaggate e
organizzate dentro narrazioni per render conto del senso dell’abitare, delle parole che pronunciamo vivendo qui e ora in questi territori fisici e digitali.
Esseri umani come router, che reindirizzano il pacchetto dati pertinente alla giusta rete sociale, e questo nostro costruire e scambiare informazione, opinione e conoscenza provvede a rimescolare continuamente il calderone della collettività, nelle cose pensate e nel modo di pensarle. 
Moltiplicare l’efficienza e l’efficacia delle situazioni sociali in presenza, questo sì alzerebbe la fiamma sotto il calderone, velocizzando i processi. Perché nei gruppi si condivide l’opinione, ci si confronta, vengono prese decisioni. Il capannello di persone che chiacchiera è da sempre un Luogo della Conoscenza, dove si formano e circolano i punti di vista sui fatti del mondo.
La fisicità dei corpi salda con più forza le parole ai contesti emozionali, crea sintonie e affettività extraverbali, su cui come umani ci appoggiamo per sostenere relazioni di lunga durata, dar vita a realtà sociali come i matrimoni e le imprese e i governi di cui già concepiamo l’estendersi nel tempo, negli anni a venire.
Scambiarsi il profilo della rubrica premendo un bottone, ma appunto condividere i lifestreaming, e anche moltiplicare gli strumenti di produzione e distribuzione delle informazioni, questo vorrei dai dispositi portatili. Poter registrare l’esperienza, aggiungere contesto ai messaggi, facilitare la collaborazione tra le persone presenti in quella situazione, poter mentre si parla lasciare traccia del dire, e poter tutti insieme al contempo intervenire su quella storia, “modificare il documento”, disegnare in tanti sulla stessa lavagna, giocare tutti insieme a un videogioco in 3D e magari partecipare a attività civiche, aumentare la realtà del gruppo supportandola con appunto display e sensori, per potenziarla e cogliere della situazione interpersonale sfumature che altrimenti andrebbero perdute, o che non sarebbero nemmeno percepibili.
Ecco il 2011 cosa potrebbe portare: cellulari o comunque gingilli connessi migliori. Vogliamo tecnologia allo stato dell’arte, con dentro software sociali migliori, dispositivi che costino meno, tariffe di connettività molto più economiche: non si tratta mica di giocattoli futili, qui stiam parlando del progresso della specie umana, della qualità dell’abitare in tutti i luoghi fisici o digitali, degli strumenti con cui tessiamo la socialità, poffarbacco.

Pettino i flussi, ascolto territori, semino conversazioni

Siamo sempre nel settore Aggregatori, ma qui si aggiunge la reimpaginazione. Costruire quindi un contesto grafico e situazionale, arredare gli spazi di enunciazione, e chiaramente per farlo si ricorre a codici espressivi tipici di una certa stilistica. Quella degli oggetti culturali che storicamente pettinano i flussi, le news e gli eventi, ovvero i giornali.
Di tutte queste onde di feed e status e conversazioni che lambiscono le sponde della nostra isola digitale personale, tutte le chiacchiere dei nostri amici su facebook o twitter o il socialcoso che preferite, cosa ne facciamo? Che poi isole non c’entra niente, era per restare nella metafora delle onde, e scrivere che le onde lambiscono la nuvola mi sembrava troppo surreale così d’acchito, ma invece ci sta tutto, ora che me lo riguardo, e mi immagino i flussi che a ogni giro di server si fan notare nella casella di posta o sul reader o nei numerini in alto a sinistra di facebook, reclamando attenzione, spostando la nuvola del mio abitare in rete, luoghi e azioni e dire e ascoltarela nuvola del mio Io con i suoi sensori e i suoi display.
Insomma, servizi web che prendono i vostri flussi di conversazione sui social, e ve li presentano bene, organizzati e abbelliti.
Partendo da Twitter, potete costruirvi un Paper, usando il vostro account come fonte delle notizie (e quindi la vostra cerchia sociale) oppure un hashtag specifico, attorno cui il servizio arrotola le news e le dispone sulla pagina.
Le ridispone. In-forma le informazioni. Re-in-forma. Ri-veste, riconfeziona.
E qui ci starebbe tutto il discorso di come forse il recupero di certi stili, di certi codici per noi non problematici (come una pagina di giornale) possa costituire la cornice rassicurante dentro cui provare a organizzare la complessità, secondo criteri di pertinenza nostri idiosincratici. Tengo bassa la quota d’ansia, reimpaginando. Distillo, e riorganizzo l’oggetto. Curation. Che poi re-immetto nel flusso, arricchendo e fornendo contesto ulteriore a quella selezione di notizie filtrate dalle mie reti amicali.
E lo stesso si può fare con Facebook, usando http://www.wowd.com, da usare proprio come una pagina per riorganizzarsi il flusso fb. C’è tutto un calderone sotto di scambi, parolechiave, memi che girano, commenti di amici, chi ha detto che il modo che ha facebook di mostrarci tutto sia quello migliore?
Per pettinare i flussi secondo parolechiave, va bene anche PostPost.
Anche di Diaspora si parlerà, magari più avanti, quando usciranno dall’alpha, come dicevo.
Il socialnetwork opensource, quello dove nessuno mi può chiudere l’account, dove i miei dati sono miei, quel socialnetwork che vive lui stesso sulla nuvola, nell’insieme dei nodi: potrei metterlo sul mio spazio web, farlo girare sul mio database, poi lui si sincronizza con tutti gli altri Diaspora della rete, e nessuno può chiuderlo, mancando il centro (e la circonferenza è ovunque).
Si stanno creando le reti sociali lì dentro, intanto. Per chiamata diretta, non ci sono ancora strumenti per vedere gli amici degli amici. E anche questa cosa qui ricade sempre più dentro codici comportamentali che pian piano stanno diventando competenze. Non è la prima volta che migriamo tra socialnetwork, sono annoni che rifacciamo le stesse azioni, ricreiamo cerchie sociali, abbiamo liste che risalgono ai forum e a MySpace, ogni volta ripopoliamo i nostri Luoghi e ogni volta selezioniamo e edifichiamo reti con maggior esperienza, con maggior perizia.
Senza chiudersi troppo, ché conosciamo la bellezza della serendipità e l’incontro con l’ignoto, ma senza perdere di vista la qualità della comunicazione  e l’economia della nostra attenzione.
Anyway, il web è sempre sulle prime pagine dei giornali.
Si tratti di politici, giornalisti, imprenditori, innovazioni territoriali, fughe di notizie, regolamenti e normative, ogni giorno si parla di cose in cui c’entra internet, e questa narrazione è ben alta nelle agende delle redazioni.
Ci hanno scoperti. Qualcosa cambierà sicuramente nel prossimo futuro, l’attenzione è tutta lì, che il Potere intenda controllare le cose si è sempre visto, perché il primo scopo del Potere è mantenere il Potere.
E allora io farò il panegirico dell’Età dell’Oro, questa dozzina d’anni in cui si è potuto fare quello che si voleva qua dentro, e penso alla gigantesca ondata di contenuti culturali che mi ha investito, penso che anziché vedere 100 film ne ho visti 1000, anziché leggere 1000 libri ne ho letti 10.000, e conosciuto persone che usano bene la testa, anche se fanno cose incomprensibili e magari un domani illecite. Quel che Internet doveva fare, l’ha fatto: ha creato persone diverse, ha nutrito la loro testa con modi e contenuti nuovi, ha cambiato il DNA culturale delle collettività, ha mostrato possibilità e opportunità per migliorare la vita.
Perché dell’industria culturale non mi preoccupo, visto che il cambiamento è più grande di loro, e chi rimane fermo a lamentarsi o a cercare di monetizzare alla vecchia maniera giustamente morirà, mentre chi ha saputo inventarsi cose adeguate è diventato ricco comunque. Per lo meno ora l’immaginario viene arredato da tutti noi, e non da Hollywood soltanto.
Dei politicanti invece mi preoccupo, perché oltre a voler “naturalmente” controllare tutto (analoni) sono anche ignoranti della questione, e quindi vogliono normare nel modo sbagliato.
L’impreditore web cerca di conquistare il mercato, ma prima deve capirlo. Il politico web no, non capisce o se ne fotte, gli serve solo il riflettore mediatico per essere paladino di questo o quest’altro. Ma i media siamo noi, e ne faremo un sol boccone.

Esperienze immersive di lettura (e non distrarsi)

Un paio di riflessioni su due articoli recenti, argomento ebook e editori e forme narrative.
Il primo post è quello di Letizia Sechi, su FinzioniMagazine, intitolato La pratica degli ebook.
C’è una suggestione iniziale, dove si ragiona su come un editore sia originariamente uno che usa i libri, come lettore, e quindi comprendendone la tecnologia specifica organizza il suo fare professionale poggiando sulla comprensione del funzionamento del supporto. Cartaceo.
E l’esposizione delle scelte implicite è molto netta e chiara, nel tradursi nella qualità della fruizione che intrattengo con il libro, nella relazione che ho con l’oggetto in quanto interfaccia.
Sono secoli che libro e lettore e contenuto ballano tutti insieme, e insieme si evolvono, e il libro via via s’inventa formati caratteri interlinea materiali copertine.
Quindi si parla di ebook, e si ripercorre il ragionamento, stabilendo come le nuove potenzialità tecnologiche offerte dal supporto non potranno che dar luogo a nuove forme/formati.
E quindi c’è in corso una rivoluzione che stavamo aspettando (e siamo già nel campo delle aspettative del lettore rispetto al testo offerto dalla narrazione dei supporti alla narrazione) nei settori dell’editoria elettronica, e una “rivoluzione narrativa”, perché dice Sechi che quelli di noi che sanno cosa sono le narrazioni ipermediali aspettano qualcosa (sempre orizzonte di attese: siamo già calati nell’interazione lettore-testo) di più dall’ebook, un po’ di fuochi d’artificio per salutar la nuova era della narrazione e mostrare modi nuovi.

Alla domanda “se la tecnologia dell’ebook è tanto simile al Web, perché usarla in modo così depotenziato?” la replica è persino troppo ovvia: se il Web è il mezzo adatto per realizzare il genere narrativo del futuro, perché hai bisogno degli ebook (e degli editori) per iniziare a narrare storie in modo nuovo?

Qui mi sembra che ci siano più piani che si intersecano.
La contrapposizione web-ebook è ancora forse prigioniera (esagero i termini per esposizione) di un punto di vista che al massimo li integra, ma non riesce a pensarli insieme.
Anzi, credo servirebbe una bella matrice, per affrontare tutti i casi possibili.
Scrivere un testo lineare che vive da solo su qualsiasi supporto (fosse anche scritto sulla sabbia), scrivere un testo che in sé è organizzato ipertestualmente, ma senza apporti contenutistici esterni, scrivere un testo che prevede connettività esterna a sé stesso e sullo stesso supporto mostra l’extratestuale, scrivere un testo che invece proprio nella sua forma narrativa prevede l’irruzione di altri testi già in rete, scrivere un testo che non abita in forma conchiusa su un dispositivo ma anzi è da subito pensato come webbico, e talvolta diventa qualcosa che si muove dentro i dispositivi, ma la sua narrazione e il lavoro di noi lettori avviene dentro e fuori il dispositivo, oppure tramite il dispositivo ma fuori dal testo, e quindi assomiglia come da qualche parte già dicevo a una polla d’acqua di risorgiva, che fa sgorgare in superficie qui e là (nei dispositivi ebookreader, in luoghi web) delle messinscena del testo, ne fa emergere certi aspetti che richiamano una narrazione più ampia e dislocata e multicodice.
La questione della connettività è cruciale.
Non credo proprio in futuro verranno prodotti ebookreader che NON potranno connettersi, sprovvisti di browser.
Quindi nasceranno testi da parte di Autori che prevedono la classica lettura lineare, solo che sono fruiti su schermo elettronico e non su schermo cartaceo (la pagina, che fisicamente comunque perde senso come unità di misura e va articolata).
Poi nasceranno testi che invece sono costruiti secondo un’idea “aumentata” di sé e corrispettivamente (ma anche qui la dislocazione imporrebbe alcune ridefinizioni di questi concetti che stiamo usando) della pratica della lettura, dove alla linearità si aggiungono ipertestualità e ipermedialità. Ma siamo ancora dentro il libro, o dentro l’ebookreader.
E poi ci sono quei testi che nasceranno dislocati, indifferenti al supporto inteso come palcoscenico della loro messinscena, e la sfida nostra sta nel riuscire rapidamente a impossessarci e acquisire stabilmente nella nostra competenza di lettori una “mappa ecologica” che ci permetta di percepire e apprezzare esteticamente un oggetto che vive sulla Nuvola.
Qui c’entrano maggiormente i ragionamenti di Granieri, in questo pezzo “In difesa del libro tecnologicamente povero“, dove vengono trattati quelli che sono conosciuti come “movimenti cooperativi del lettore”, ovvero il lavoro attivo che siamo chiamati a svolgere nel decodificare un testo sempre concepito come una “macchina per produrre senso”, però appunto da riempire con le emozioni e i contenuti che noi e solo noi, con la nostra enciclopedia personale, possiamo riversarci dentro, mentre leggiamo e costruiamo nella nostra testa il “film” dell’esperienza.
Granieri, con Cerami da lui citato, insiste su un ragionamento classico di McLuhan, quello relativo ai massmedia “caldi” e “freddi”, che riprende il discorso di Letizia Sechi sull’ebook lato produzione per portarci a riflettere sul lettore e sulla sua interazione con il contenuto e il supporto.
Il libro è un media “freddo”. Su un solo canale, quello della vista, usando un solo codice, quello del Sistema Fonologico e codici della scrittura, allestisce dei segni (una singola parola, o un intero libro, o un’enciclopedia tutta, o una biblioteca considerata come insieme dei testi) che ci chiamano a interpretarli, e questo nostro riversare i nostri contenuti (esperienziali, emozionali, come immaginarci lo scenario e la fisionomia dei personaggi di un libro giallo, e ognuno di noi in realtà legge un libro diverso) nella macchina del testo avviene in quantità elevate, nel confronto di media “freddi”, che chiedono di essere scaldati.
Un libro narrativo da questo punto di vista è un diagramma di flusso, un algoritmo, un protocollo per direzionare l’immaginazione, un set di regole e procedure per la messinscena mentale, a cui poi appiccichiamo i giudizi estetici, a seconda di quanto ha saputo intrattenerci e sfidarci e giocare con noi, e con più sottigliezza ci chiama a giocare, incastrandosi meravigliosamente con le mie esperienze di vita e di lettura di altri testi, con più favore sono disposto a considerarlo.
E come dice Granieri, la forma classica e lineare della scrittura narrativa occidentale è ottima. E’ la forma che ha assunto l’algoritmo nel tempo dei secoli, nell’interazione tra opera e lettore e meccanismi editoriali. E’ perfetta per veicolare storie che si dipanano e emozioni da suscitare abilmente, nella capacità che la forma offre all’Autore nel progettare la propria narrazione.
Quindi il discorso cade su: le nuove forme di narrazione aumentata rese tecnologicamente possibili dai nuovi dispositivi di lettura, e conseguentemente le nuove modalità interazionali che come Autore devo prevedere tra il testo e il Lettore, sapranno ricreare quell’esperienza così coinvolgente e totalizzante, che è la Lettura?
Seguendo McLuhan, a parte il fatto che parlando di multimedialità esco un po’ dai suoi ragionamenti che sono più concentrati sulla densità informativa potenzialmente veicolabile dal media in considerazione (e paragonare la Radio con il Cinema è operazione da compiere con le molle), il fatto di avere a che fare con un media più caldo – il libro aumentato, ricco di apporti, diversamente organizzato, indifferente magari alla linearità – modifica radicalmente la nostra partecipazione alla costruzione del senso, limitandola.
Non sono più chiamato a “immaginare” molte cose, visto che posso “vederle” direttamente sulla “pagina”. Video, grafici, bacheche, sitiweb, applicazioni specifiche, gallerie fotografiche, audio musicale e parlato, recitazioni in video. 
La soluzione è nel tempo: come è già successo per gli altri media via via inventati, vedremo delle innovazioni linguistiche, vedremo la nascita di alcune poetiche (pensate al cinema del Novecento), vedremo un giorno la nascita di un’opera che romanticamente nasce perfetta nel suo sapersi allestire sui nuovi supporti, nei nuovi linguaggi, nei nuovi Luoghi in cui il testo abiterà.
Allora al contempo noi avremo sviluppato nuove competenze come lettori, saremo meno spiazzati dinanzi alle nuove forme della narrazione possibili, verrà emergendo un’estetica che ci saprà orientare nella valutazione delle nuove opere letterarie (che più tanto letterarie non saranno, quindi urge trovare anche nuove parole o nuovi sensi di vecchi significati, al mutar delle situazioni enunciative, ma siam qui per quello).
Rimane validissimo l’accenno di Granieri alla “facilità” con cui avverranno le interazioni tra testo e lettori, ovvero alla trasparenza delle interfacce, siano esse forme linguistiche o ergonomia dei dispositivi o codici interpretativi diffusi nell’Enciclopedia delle comunità linguistiche.
Il libro è molto trasparente, ci rapisce e ci dimentichiamo di tenere in mano un chilo di carta con sopra dei piccoli segni a inchiostro: ci educano da piccoli a leggere, e via via maturiamo un’abitudine alla lettura che si innerva, diventa automatica.
Quando leggiamo una frase, noi non leggiamo ogni singola lettera che compone il testo, piuttosto abbiamo maturato delle capacità che ci permettono di volare sulle parole scritte, e trattenerne/costruirne il senso. Siamo dimentichi del media.
Se però incontriamo un refuso, ecco che rapidamente vengono richiamate in superficie delle competenze linguistiche grammaticali che di solito facciamo girare in background: da qualche parte interrompiamo il meccanismo automatico, e ci concentriamo su quello che di solito non notiamo, la forma della parola e la sua adeguatezza formale.
Questo è qualcosa che comunque dovremmo raggiungere, a patto che si intenda costruire delle opere narrative che intendano catturare il lettore proprio con strumenti quali il farlo cadere in un’esperienza totalizzante, che sappiano allestire un mondo narrativo che ci coinvolge al punto di dimenticarci di essere seduti su una poltrona in salotto.
E prestare continuamente attenzione ai meccanismi di narrazione, ai refusi, al link che non funziona, al dispositivo che fa le bizze o riproduce malamente un inserto multimediale, o semplicemente un forma della narrazione che ci costringe a essere più attenti che rapiti difficilmente riuscirà a catturarci nello stesso modo in cui ci cattura un libro.
E’ come su un libro, lo abbiamo visto negli esperimenti delle Avanguardie, cambiasse continuamente disposizione del testo scritto, o scrivesse in verticale con tipografie differenti, o cambiasse sempre la qualità della pagina e dell’inchiostrazione, insomma quei libri che non vogliono farsi dimenticare mentre vengono letti, e continuano a dirti “guarda che stai leggendo un libro, eccomi qui”, si fanno notare, portano la nostra attenzione sul processo di lettura e sul funzionamento del media piuttosto che sul contenuto che intendono veicolare.
Ma spesso in quei casi storici il contenuto di quel testo era proprio farti riflettere sul processo di rappresentazione (come ingarbugliare tipograficamente il testo, oppure tagliare la tela di un quadro e metterlo in mostra, oppure Brecht che voleva che gli spettatori a teatro fumassero liberamente e faceva girare dei cartelli didascalici su quanto stava succedendo in scena, proprio per evitare che avvenisse eccessivamente l’immedesimazione con gli attori, e quindi venisse persa una visione critica che sempre doveva restar vigile), e quindi possiamo considerarli testi “riusciti” nel loro intento, di coinvolgerci secondo certe modalità esperienziali, dove è buona cosa che il flusso venga spezzato, l’esperienza interrotta per dislocare la nostra attenzione su altri livelli di contenuto.
Qui invece si cerca di ricostruire l’esperienza classica della fruizione di un libro di carta però secondo forme di narrazione radicalmente diverse. Progettare l’immersione, ma essere sempre distratti.
Messa così, non funziona. Piuttosto nasceranno nuove categorie estetiche di ricezione, nuovi tipi di esperienza di letture. “Leggere un buon libro davanti al caminetto” non è qualcosa che è sempre esistito, e si tratta di qualcosa che ha significati diversi nel tempo.
Stiamo aspettando abitudini, ecco.

ps. tutti i refusi qui dentro sono per non farvi distrarre, vadasé.

direfare.pn.it, testi eloquenti e tessuti urbani

Ho comprato un telaietto di legno per fare i braccialetti di perline, devo regalarlo a mia nipote che trionfalmente compie otto anni. Dinanzi all’arte del tessere, rimango sempre in contemplazione. Capisco cosa significa che Atena fosse dea della Sapienza e di questa tecnologia donata all’Umanità, guardo quel telaio e guardo il mio pensiero che si organizza in ordito e trama,  scopre procedure e significati, un ordine che si imprime nelle cose e diventa disegno leggibile. Ci sono i fili fermi, le cose, e sopra intrecciamo le parole, i flussi, dando senso. Toh. Oppure, facciamo così: anziché riferire questo tessere al nostro pensare, oggettiviamoci.
Guardiamo ai gruppi sociali, alle collettività, al fare complessivo dell’abitare un territorio, operando sul suo spazio nel tempo dei secoli. Abbiamo un ordito, le risorse materiali disponibili e le reti tecnologiche di produzione e distribuzione di manufatti, energia e informazione. Abitare queste reti, viverle, è il nostro tessere la trama, quell’infilare perline di un certo colore in un certo ordine facendo emergere alla percezione una figuratività riconoscibile, un senso narrabile. Dal tessere al testo il passo è etimologicamente brevissimo, come sappiamo.
Tutti questi flussi di merci persone e parole stanno diventando sempre più leggibili, perché abbiamo inventato i computer, che ben programmati sono macchine perfette per scovare delle semantiche nei flussi di dati, e perché inventando internet abbiamo creato un Luogo tecnologico guarda caso perfetto per rendere visibili gli accadimenti sotto forma di informazioni organizzate, testi scritti, audio, video, tutti i modi del raccontare inventati nella storia dell’umanità, a patto che possano fare a meno o essere dignitosamente surrogati da narrazioni indifferenti al supporto fisico, corpo o carta o terracotta o pellicola cinematografica, su cui originariamente abitavano.
Quell’abitare fisico delle collettività sui territori oggi può essere tracciato e cartografato con una precisione (una granulometria sempre più fine) fino a ieri impensabile, e possediamo strumenti potenti per rappresentare dinamicamente ciò che succede in tempo reale.
Questo vale anche per la produzione e la distribuzione di opinione pubblica, che dal punto di vista massmediatico intendiamo come la reintroduzione nel sistema informativo territoriale delle idee e dei punti di vista che emergono dalla collettività dei portatori di interesse, su tematiche riguardanti riflessivamente il territorio, il suo funzionamento e il modo di interpretarlo.
Atti degni di menzione, un terremoto o un passo falso di un assessore regionale, venivano dibattuti nei bar e nei salotti, i punti di vista circolavano fino a raggiungere un giornalista o un confezionatore di narrazioni, ampliavano la propria portata comunicativa dilagando nei media tradizionali, inducevano la nascita di ulteriori opinioni e storie le quali rientravano nella filiera della chiacchiera collettiva, sul telaio su cui confezioniamo la Storia narrata e narrabile degli eventi. E la Storia la scriveva chi aveva il controllo dei centri di produzione e distribuzione dell’Informazione, come si è capito un secolo fa.
Ma la Rete è un media che disintermedia. Cioè, permette di togliere di mezzo intermediari. Offre contenitori di socialità dentro cui le persone fanno quello che riesce loro meglio, chiacchierare scambiarsi opinioni e costruire relazioni. Individui, gruppi, collettività che macinano idee e le allestiscono nei flussi comunicativi in Rete.
E tutta quella parte del Discorso umano che dicevo sopra, quella che riflessivamente pone come argomento delle collettività precipuamente la qualità dell’abitare sopra il proprio territorio, trova Luoghi di narrazione nuovi e potenti in cui mettere in scena i mille fili di cui la socialità è intessuta, di cui la socialità è costituita.
Community, ambienti tipo socialnetwork, a gestione governativa o commerciale. Luoghi tematici, dentro cui esplicitamente viene chiesta ai cittadini una partecipazione attiva all’amministrazione e alla progettazione socioterritoriale. Il tempo e il proliferare delle iniziative ci insegnerà come ottimizzare i processi, stabilendo a esempio le giuste estensioni geografiche delle community in relazione alle tematiche trattate, e come organizzare proficuamente le categorie della narrazione sociale pubblica, a esempio inventando Luoghi dedicati a segnalare e risolvere problemi nei settori della viabilità e dei trasporti, della burocrazia, della sostenibilità ambientale, dell’incontro dei mercati.
Questo autunno in Friuli Venezia Giulia hanno visto la luce tre Luoghi di socialità digitale, esplicitamente progettati e arredati con l’intento di promuovere partecipazione attiva e far convergere l’espressione dei cittadini verso la costruzione collaborativa di una visione del futuro del territorio.
Tre Luoghi dove tessere le aspettative le proiezioni le analisi e i desideri delle collettività interessate, in modo da far emergere un disegno nuovo, o almeno nuove grammatiche con cui provare a pensare il domani, e da questa lettura trarre migliori indicazioni per la progettazione socioterritoriale da intraprendere ora, nel Ventunesimo secolo fatto di socialità disintermediata e collettività connesse.
La Camera di Commercio di Udine, vi raccontavo qua, ha varato il progetto Friuli Future Forum.
Un attore sociale territoriale, il Partito Democratico di Trieste, promuove un questionario e un ambiente di discussione online tra i cittadini, Tra la gente, e spero tra non molto gli ottimi Enrico Marchetto e Enrico Milic o comunque la redazione dell’iniziativa di comunicazione pubblichino qualche dato e qualche suggestione tratta dall’esperienza.
Il Comune di Pordenone ha deciso di tastare il polso dell’immaginazione della collettività allestendo un progetto chiamato DireFare, a cui ho collaborato personalmente insieme a Sergio Maistrello e a Piervincenzo DiTerlizzi, per capire come progettare e realizzare il contenitore mediatico maggiormente adeguato a raccogliere le opinioni di tutti.
In realtà il progetto prevede anche iniziative territoriali: tutta la fase attuale di raccolta delle opinioni sul futuro della città per come essa viene immaginata e desiderata dalla comunità vivrà un momento di visibilità fisica nel corso della tre giorni che si terrà a Pordenone il 2, il 3 e il 4 dicembre prossimi, sotto forma di convegni e dibattiti pubblici in un palazzo storico in pieno centro.
Far emergere attraverso le videointerviste o le narrazioni di cronaca del territorio uno scenario dentro cui ambientare le progettazioni sociali non è certamente attività che si può ritenere conclusa con una presentazione pubblica, perché assomiglierebbe un po’ a mostrare un fotogramma per parlare di tutto il film, quel film senza fine che produciamo vivendo sui territori e che oggi ha trovato schermi migliori su cui essere rappresentato, schermi digitali che sono Luoghi sociali in cui abitiamo comodamente e attivamente, esprimendo opinioni e punti di vista che alimentano e arricchiscono l’esperienza del nostro partecipare alla pubblica conversazione.
In quanto luogo di impegno civile, nel suo tematico orientarsi al miglioramento della qualità dell’abitare, DireFare potrebbe facilmente trasformarsi un domani nel contenitore delle riflessioni della collettività pordenonese, o perlomeno dal suo funzionamento concreto come macchina mediatica potranno essere tratte preziose indicazioni su come impostare iniziative di comunicazione bidirezionale tra la Pubblica Amministrazione e la Cittadinanza, scoprendo nuovi modi di promuovere edemocracy consultiva e decisionale.
Non è qualcosa da cui si possa tornare indietro, a meno che chi governa non voglia passare per retrogrado o reazionario, impedendo la libera circolazione delle idee. Fioriranno nei prossimi mesi e anni decine di simili contenitori di socialità iperlocale, dentro cui a vario titolo saremo tutti chiamati a partecipare, ciascuno secondo le proprie competenze, in tutti i settori della vita sociale di cui sia possibile parlare, dall’educazione alla viabilità alle riflessioni politiche alle strategie economiche di un territorio.
PS Il Comune di Udine sta procedendo bene nella sua intenzione di moltiplicare i canali di comunicazione con la PA messi a disposizione del cittadino. Non si tratta in questo caso di un ambiente specifico interamente dedicato a svolgere la funzione di contenitore digitale delle visioni della collettività, ma di singoli strumenti che via via vengono aggiunti alle pagine del sito comunale per offrire maggiore interattività.
Di recente introduzione è il sistema di segnalazione dei disservizi, che utilizzando la piattaforma esterna ePart permette ai cittadini di pubblicare informazioni su problemi e criticità relativi a viabilità e trasporti e rifiuti e visualizzarli su una mappa. Sembra abbastanza frequentato dagli udinesi.

Lovvo laikare

Rapidamente, ma voglio bloggarlo.

Cosa piace ai vostri amici? http://www.friendshuffle.com

E ribadisco come non si tratti solo di un “portare a conoscenza”, qui stiamo condividendo reti di affettività, mood e desideri e sensibilità, dentro una pratica sociale mediata. Ci stiamo sintonizzando tutti gli uni con gli altri, in modo molto più rapido di quanto succedeva un tempo, e ci stiamo sintonizzando anche con la pancia. Mi piace, dice il bottone.

Sul fatto che la testa sappia cosa la pancia sente, misuriamo le distonie della personalità. Degli individui, dei gruppi, delle collettività ampie. E di qualcuno che amorevolmente ci dice “ti voglio bene, caro” mentre fa il gesto dell’ombrello,  tendiamo guarda un po’ a dubitare. Quella distanza tra body language e parole pronunciate marca un’incongruenza, lui non se ne rende conto, forse neanche noi, ma ne ricaviamo un’impressione se proviamo a empatizzare, e una simile contraddittoria espressione di sé non viene valutata in termini positivi.

Chi pubblica foto di gattini poi scioglie il proprio dire in lunghe pucciose tirate di amor cortese, oppure è più probabile metta sul profilo un pezzo durissimo di death-metal brutale, con immagini raccappriccianti?

Come rilevare il tono emozionale di una rete sociale, a esempio geograficamente delimitata, oppure di una community tematica? Evasione o impegno, nel tempo, al mutare dell’umore, nella relazione tra il cognitivo e affettivo, con grammatiche raffinate e sottili decodifiche.

E’ possibile sentire il polso di un gruppo sociale mediato, e poi analizzare il detto dal punto di vista dei contenuti, per ricavare una buona fotografia della personalità? e continuare a osservare il processo nel tempo, fare le infografiche del vivere online, per come i sentimenti e le prese di coscienza evolvono, sotto spinta di elaborazioni interne o di riflesso dietro gli accadimenti sociali degni di menzione, fatti di cronaca.

Misurare olisticamente la personalità di una collettività, nella sua comunicazione tutta.

Va da sé, la temperatura non è il calore, la mappa non è il territorio.

Voglio Carosello sulla webtv

Certo, il claim di GoogleTV ci promette che andremo dritti ai nostri canali preferiti. Qualsiasi essi siano. Tenete presente il punto. E quindi la battaglia sarà da parte dei propositori di contenuto quella di riuscire a essere i preferiti più preferiti degli altri, quelle pagine web che riescono a essere in homepage sul televisore.

Anzi, magari riuscire a sapere quali sono le pagine che milioni di persone mettono in home, per le metriche.

Il fatto è che i broadcaster storici non hanno più il potere di mettere raiuno sull’uno, raidue sul due, e canalecinque sul cinque.

Nella mia homepage di GoogleTV, ci metterei un po’ di bei tumblr, per dire.

E ne approfitto anche per fare il discorso contrario: per cosa pagherei? Perché seguo lui e lei e non altri? Ognuno di noi che abita anche qui dentro vede centinaia di fonti e di notizie e di nuclei narrativi, tutto in un sol giorno. E quello che lo colpisce lo riblogga, da cui il suo lifestreaming.

Quindi ecco emergere un personaggio.

Siccome ognuno di noi potrebbe aver la sorte di essere al posto giusto al momento giusto con in mano qualcosa di connesso, ecco l’occasione.

Ognuno in futuro avrà l’occasione di essere il lifestreaming più seguito, per quindici minuti.

Vediamola come un lavoro del futuro, conquistare l’attenzione, riuscire a vendere il proprio stile, la linea. Che possiamo distinguere nella capacità di rendere leggibile la propria idiosincratica isotopia interpretativa degli eventi (l’orizzonte di senso che ognuno proietta sul testo degli accadimenti, il fil rouge che ciascuno di noi tesse vivendo e leggendo il mondo, ciascuno a modo suo, originale e irripetibile) insieme alla capacità di confezionare il messaggio in uscita in un certo modo, spontaneamente o con arte, e risultare chiaro e distinto nel calderone della conversazione. Un giornale, un giornalista, un blogger, gente che parla. Spero sia finita l’epoca del “guardatemi, sono più cinico di un cane”, c’è un mucchio di bella gente in giro che legge molto, metabolizza, ripropone arricchendo del proprio punto di vista.

E anche lo stile, sì, è una posa da uccidere. Più volte. Pugnalarsi. Ma anche questo è uno stile. Come fregarsene dello stile. Insomma, vediamo di trasformare l’agire in fare.

eBookFest a Fosdinovo

Sto dando una mano qui a Fosdinovo per organizzare l’eBookFest.
E avremo da divertirci. Andate sul sito ebookfest.it e troverete il programma, l’elenco dei relatori, qualche ragionamento.
Racconto tra qualche giorno qualcosa, intanto ecco un lancio.

e-bookFest

A Fosdinovo va in scena il libro digitale

Organizzata da Associazione Tecknos, Bibienne e da Guaraldi editore, nella suggestiva cornice del Castello Malaspina di Fosdinovo (Massa Carrara), dal 10 al 12 di settembre 2010 si terrà la prima edizione del Festival dedicato al mondo degli e-books. Visita subito il sito della manifestazione:www.ebookfest.it 

Gli editori che a settembre si potranno incontrare a Fosdinovo non sono più interessati alla stampa in quanto tale: sono, come già 500 anni fa, ai tempi della rivoluzione gutenberghiana, quelli che guardano al futuro: si parlerà di ebook e di come cambierà il modo di “fare editoria”. Si parlerà di “nuove scritture” e di distribuzione, di digitalizzazione e di distribuzione di contenuti digitali da parte delle biblioteche, delle nuove forme di diritto d’autore. E si parlerà molto di scuola, perché la normativa prevede dal 2011 l’adozione di libri scolastici digitali e i problemi sono tanti, a partire dalla situazione informatica delle scuole. Gli incontri, che inizieranno venerdì 10 settembre alle 14, sono aperti a tutti e l’accesso sia ai camp che  ai seminari e  alla zona espositiva, è gratuito. A fare da corollario ai dibattiti ci sarà anche l’eBookShow, dove scuole e università presenti presenteranno i loro progetti sperimentali, e le aziende esporranno i loro prodotti digitali. Sarà anche possibile vedere e provare i nuovi eReader per eBook.

Ecco un anticipo della nutrita serie di seminari e tavole rotonde:

* La nuova filiera dell’editoria digitale, dalla produzione alla distribuzione.
* La guerra dei formati e diritto d’autore.
* Le biblioteche e le piattaforme di pubblico accesso
* Le nuove scritture: non lineari, plurali, ipermediali e multimodali, autoprodotte.
* Il testo digitale nella formazione e nella didattica: potenzialità e nuovi scenari
* Accessibilità: disabilità sensoriali e cognitive: il problema della forma e quello dei contenuti.

L’evento, che si propone di diventare un appuntamento annuale, discende direttamente da due barcamp sul “mondo ebook” di ottimo successo: il BookCamp (Rimini 2008) e lo SchoolBookCamp(Fosdinovo 2009). Attraverso il confronto tra professionisti, operatori del settore, studiosi, docenti universitari, insegnanti, blogger, rappresentanti delle istituzioni, e appassionati delle nuove tecnologie, l’eBookFest intende far luce sullo stato dell’arte dell’editoria digitale.

500 anni dopo: la Lunigiana culla dell’ebook 

La Lunigiana torna ad essere, dopo 500 anni, la culla dell’innovazione editoriale. Per tre giorni, dal 10 al 12 settembre, Fosdinovo ospiterà il più grande e significativo evento fino ad oggi organizzato sull’editoria digitale: la seconda edizione di due barcamp, 22 seminari, 20 presentazioni di progetti e sperimentazioni, alcune tavole rotonde e una zona espositiva animeranno il paese a partire dal castello Malaspina. La Lunigiana è storicamente terra di stampatori: nel 1458 nasce a Pontremoli una delle prime attività librarie e a Fivizzano intorno al 1470 furono utilizzati i primi caratteri tipografici italiani. Montereggio è detto ancora oggi il “paese dei librai” e da qui ha origine il premio Bancarella. Il primo fu, nel cinquecento, Sebastiano da Pontremoli. L’attività proseguì per molte generazioni e raggiunse il massimo sviluppo nell’ottocento. In quegli anni a Mulazzo nasce Emanuele Maucci, un grande editore che diede origine alla più ampia “catena” di librai del mondo con sede in Barcellona e consorti in Genova, Milano, Buenos Aires, Habana, Caracas. Ancora oggi i discendenti dei Librai Pontremolesi posseggono importanti librerie, e le strade di Montereggio sono dedicate ai più celebri editori italiani, da viale Luigi Einaudi a Borgo Feltrinelli.

WWW mi piaci tu (disse Facebook)

Facebook ha fatto una mossa notevole. Ora è possibile mettere il bottonetto “Like” ovunque sul web, e quando lo cliccate, a esempio su un blog, questo vostro “Mi piace” viene riportato dentro Facebook, e la vostra cerchia di amici ne viene a conoscenza.
Questo porta il web dentro FB, con facilità. E non soltanto linkando o feedando pagine, ma garantendo ovunque  l’emozione di un piacere. Web affettivo, questo è.
E non pensate sia mossa da poco: tanto quanto il bottone “commenti” di un blog racchiude in sé l’universo conversazionale (che proprio i blog hanno storicamente abilitato), così il cliccare “Like” dentro e ora anche fuori Facebook è l’interruttore della propagazione, la funzione minima della socialità in Rete, la polla d’acqua che segnala in superficie lo scorrere profondo di relazioni interpersonali.
Facebook ne ricaverà molto, in termini di conoscenza, da questa nuova possibilità, avrà modo di tracciare meglio un sacco di cosette, e di costruire dei social graph molto più accurati, osservando la tessitura della socialità online. Tra l’altro, ci sono state delle modifiche nelle politiche di privacy abbastanza profonde.
Su tutto questo, leggete Dario Salvelli e Vincenzo Cosenza.
NB La foto sopra mi serve per dirvi che è ricominciata la Vespa Season: oggi ho cambiato l’olio al motore, poi con la stessa benzina che era rimasta nel serbatoio cinque mesi fa l’ho rimessa in moto, al secondo colpo di pedivella. Al secondo colpo di pedivella. E ho fatto anche un giretto in città.

Voglio trovare un senso a questa news

Tra ieri e oggi sul web italiano sono apparse due novità, entrambe legate al mondo dell’informazione giornalistica. Luca Sofri ha varato il Post, Gianluca Neri Blognation.
Il primo assomiglia più a un “giornale online” (virgolette perché lo stesso autore dice quelle parole e subito se ne distanzia) con redazione e blog d’autore ospitati, il secondo è più un aggregatore, e Neri dice che funziona praticamente in automatico.
Grosse conversazioni in giro in Rete, ovvio, sull’evento, tra detrattori e entusiasti, consiglieri e critici.
Segnalo Giuseppe Granieri, che dice che manca un colpo d’occhio generale su quale sia la linea del Post (e un giornale online deve appunto saperla comunicare, sennò si anonimizza e somiglia a un aggregatore), e Andrea Beggi, che dice che non sa più leggere, che ormai è abituato alla serialità dei feed e ritrovare homepage (in entrambe le novità) che ricalcano l’impostazione di un quotidiano cartaceo risulta faticoso.
E ci sarebbero anche da linkare le discussioni su Friendfeed, dove si è dibattuto e sviscerato.
Ma in entrambi i commenti sottolineano credo il problema dell’interfaccia.
C’è un modello percettivo soggiacente alla strutturazione delle homepage dei quotidiani online (anche loro, Repubblica e Corriere a esempio, in fase di restyling grafico dei siti, proprio in questi giorni), dove ovviamente il riferimento corre alla prima pagina dei giornali cartacei.
Andando online, le redazioni giornalistiche hanno ricreato quello a cui eravamo abituati a incontrare tenendo in mano i quotidiani. E tralasciamo gli anni che hanno perso nel non dotarsi subito di webredazioni con professionalità specifiche. Poi è anche possibile, e sarebbe uno studio da fare, seguire come le homepage dei giornali nazionali si siano modificate nel tempo, forma e contenuti. Migliori impaginazioni, scelta degli argomenti da portare in evidenza, possibilità interattive, boxini morbosi e via dicendo. Che poi, non è che la prima pagina dei giornali sia stabile, ma cambia appunto anch’essa, e magari anche un po’ dal web ha imparato.
Ma a me interessa tornare su quella semantica dello spazio su cui si costruisce l’homepage di un quotidiano online.
Perché se dico che sotto c’è un modello percettivo, frutto del dialogo ormai secolare tra quotidiani e pubblico, dialogo dentro cui io sono nato e cresciuto, automaticamente mi trovo a parlare di aspettative del lettore.
E abbiamo il caso di un fruitore nuovo della Rete, che non resterà poi tanto disorientato dinanzi a Rep.it o al Post di Sofri, perché conosce quella grammatica.
Grandezza dei titoli, gerarchia d’importanza, occhielli, rimandi intratestuali, uso del colore, segni grafici originali, quadrati più o meno stondati, aree tematiche, uso di multimedialità.
Ma come dicono Granieri e soprattutto Beggi, se sei uno che in Rete ci vive da anni tutta quell’impostazione grafica è pesante. Quel modello percettivo, che vive dentro la testa e nella cultura di chi quel giornale lo fa come in chi lo legge, presuppone un certo atteggiamento cognitivo del lettore, ne pre-ordina lo sguardo, le traiettorie del senso, ne gestisce il tempo dell’esperienza, suggerisce affettività con un font aggraziato o con un ritmo di scrittura o con gli strilli dei titoli. Faticoso, pesante, autoriale, industriale, forse inconsapevolmente addirittura impositivo, nel dover fornire un sacco di coordinate. Non ne ho bisogno, ho altre fonti, ho altre aspettative.
Tenete presente: quando leggo il Messaggero Veneto, ogni mattina, mi sembra ogni volta di aver tra le mani un numero vecchio di giorni. Sono venuto a conoscenza ieri di tutte le news urlate nei titoli dell’edizione di oggi del quotidiano, e in ventiquattrore abitando in Rete quella notizia l’ho letta decine di volte, e magari ci ho letto sopra centinaia di commenti, io stesso ci ho ragionato a mia volta commentandola su un blog, e restando sintonizzato via feed via aggregatori via socialmedia.
Quindi: i quotidiani tradizionali si stanno impegnando a colonizzare il web, si stanno arrabattando (e molti stanno sbagliando, secondo Cultura digitale) a trovare nuove forme di remunerazione, è una questione di sopravvivenza. Hanno traslato nell’immateriale il loro modello di impaginazione, e stiamo oggi vedendo le modificazioni progressive di quest’ultimo, per meglio adattarsi a un diverso ecosistema della conoscenza, quello della Rete.
Ma chi nasce nuovo oggi, veramente non può fare altro che ripercorrere gli stessi modelli? Perché mi costringono a riattivare in me gli stessi codici comportamentali che automaticamente richiamo quando sono davanti a un pezzo di carta formato tabloid, nel momento in cui sono davanti a uno schermo? Davanti a quest’ultimo, ho altre abitudini. Il mio occhio, la mia mano sanno fare ormai quasi naturalmente cose che con la carta non posso fare. Seguo diversi percorsi di lettura, sono fruitore attivo, clicco e girovago e poi torno, segnalo e commento, ho dieci schede del browser aperte, abito un flusso, non sono al tavolino del caffè a leggere il giornale come accadeva nel 1907.
Se fai un aggregatore, fallo essenziale.
Se fai un giornale online, dammi una colonna di opinioni redazionali o autoriali, linka il resto, ma sii sempre essenziale.
Non dovrei neanche scrollare la pagina, per dire. E le pubblicità stringate anche quelle, in una colonna tutta per loro. Tanto nessuno in Rete le guarda, nessuno le clicca, e di chi le clicca non ho buona opinione.
Forse c’è di mezzo anche una questione legata a un approccio maggiormente visivo, rispetto a una strettamente testuale. Ma parlando di news, faccio due esempi di aggregatori: Eufeeds e Popurl. Uno basato proprio sui quotidiani nazionali, l’altro su quanto pubblicano le principali piattaforme di contenuto tipicamente web-based. Personalizzabili.
Il giornale che vorrei io aggiungerebbe semplicemente, mettendola in evidenza,  una colonna con i contenuti originali sviluppati dalla redazione, troverebbe un buon titolista per le proprie e per le altrui notizie e relativi commenti, farebbe emergere come assolutamente significativo il proprio stile giornalistico, la propria personalità, il proprio punto di vista. Per il resto, lasciatemi libero di abitare a modo mio.
Update: costituisce novità odierna anche Paperblog, localizzazione italiana di realtà francese, più focalizzata sui blog.

Estremo congedo 2.0 aka Lutto in salsa social

Funeras è il portale dedicato al lutto.
I necrologi con le informazioni sui funerali sono aggiornati quotidianamente.
I defunti , che riposano nel cimitero virtuale, hanno uno spazio riservato alla loro memoria dove parenti,amici e conoscenti condividono il dolore con condoglianze, dediche, messaggi commemorativi, foto e video.
I familiari inoltre possono ringraziare per la partecipazione al lutto e comunicare la data del trigesimo e anniversario in memoria della scomparsa dei loro cari.

Non mi piace punto la locuzione “in salsa social” che talvolta si legge sui media per raccontare qualsiasi sciocchezza riguardi il web attuale. Fisime personali.

Però mi piace Funeras.it. Un portale italiano per i morti, e relativa partecipazione 2.0 al lutto. Oh, mica è il primo, ce ne sono molti, ma questo è italiano e moderno, permette bene interazione con e tra coloro che rimangono..

Ci penserà anche Google, prima o poi, una cosa per i morti e una cosa per i neonati, è impossibile non accada. Basterebbe interfacciarsi con gli uffici anagrafe, se questi buttassero fuori uno straccio di feed ben fatto. Ma anche il magazine digitale cittadino dovrebbe offrire questo servizio, sapere chi (quanti) siamo è la base della self-percezione della comunità locale. Anzi, direi che si tratta proprio di un servizio pubblico, se ne dovrebbe far carico proprio il sito della PA. Cittadinanza digitale, insomma.

Poi le statistiche sarebbero interessanti.

Fino a ieri si misurava, e in italia poi con sua la ritualizzazione estrema dei momenti di passaggio figuriamoci quanta letteratura, la fama di una persona in base al numero di partecipanti al suo funerale, e in seconda battuta con le partecipazioni e le segnalazioni sul quotidiano locale.

Vedremo qui su web chi riesce a superare i mille commenti anche da morto. Voglio le classifiche della mortosfera.

Certo, sarà necessario un controllo a manina su quanto scrivono i familiari e i fans dell’estinto – così scrivono – perché va bene diffamare i vivi e ti chiudo il blog, ma non te la prendere coi morti.

Mi vengono sempre i mente i foglietti di annuncio lutto che nei paesi si vedono ancora attaccati sui muri, nelle bacheche pubbliche e sui pali della luce. Chissà se ci sono nella giurisprudenza dei processi per imbrattamento degli annunci mortuari su carta affissi in giro. Chiaramente lì è più difficile, qui abbiamo l’IP del commentatore, là è tanto se scopri la marca della penna, fatta salva la perizia calligrafica o la flagranza di reato.

Questa qui di Funeras è gente di vicino Padova, sembra. Potrei dire loro di curare maggiormente la grafica, perché quel loro sito lo vedrei bene uguale per vendere olio lubrificante sintetico per motori a due tempi (tempo di Vespa, quasi), solo cambiando le scritte.

Però al sito ci planate sopra e già vi offre i necrologi geotaggati secondo la vostra provenienza geografica, ben fatta.

Saluto qui sotto Clelia, 97 anni, un nome d’altri tempi, le auguro buon viaggio, e che Hermes psicopompo le sia vicino. Non la conoscevo, non conosco i suoi parenti, ma mi è simpatica.

Sto pubblicando una cosa pubblica, con nomi e cognomi, dite che non posso farlo? L’ho trovato qui.

Mi disturba di più quel “scrivi la tua dedica” scritto gigantesco., sembra il fan club di un cantante pop. Sotto coi sinonimi, ragazzi, e stile innanzitutto, nel momento del trapasso. Anche gli sponsor, imprese funebri e marmisti, li terrei un po’ più nascosti.

#Buzz

Così, Google l’ha fatto. Parlavo l’altro giorno di dispositivi che rendessero visibili i flussi relazionali, auspicando una reperibilità dei contenuti e dei contesti di enunciazione che andasse oltre il semplice tracciare i link tra le persone, ma fosse in grado di mostrare le reti di affinità, l’alone identitario.

Dice Jeff Jarvis che Google ha fondamentalmente sempre fallito nei suoi tentativi di costruire strumenti che insistessero sulla triade Social, Local e Live.
GoogleBuzz interagisce con le reti sociali cui già apparteniamo, tramite la rilevazione dei contatti dalla mail, da GTalk, dal GReader, da Youtube, dalle condivisioni che operiamo con Twitter e Friendfeed (clicca qui per la tua Cerchia Sociale), via GProfile.
GoogleBuzz reca traccia geotaggata dei propri messaggi, funziona interagendo con GMaps installato sul cellulare, ovvero con Latitude.
GoogleBuzz è flusso vivo di conversazione, anche se a mio parere non c’entra molto con GWave o con Friendfeed, vivendo molto più sulla nuvola che ora chiamerei CrowdCloud, e la nuvola tocca terra (e molti paventano diventi nebbia, cioè confusione) dentro la mia GMail, non dentro una pagina web, e un domani anche dentro l’aggregatore GReader, il che mi pare più pertinente per nutrire la nuvola di contenuti che vadano oltre il ciaociao, qui c’è il sole.
Che l’abbiano messo dentro la mail, non è cosa che viene ben vista. si tratta di invasione di luogo privato, per come la casella di posta viene percepita.
C’è da comprendere come funzioni GoogleVoice, come si intende interfacciare l’eloquente territorio (le segnalazioni anche commerciali dentro GMaps) con le reti sociali, nei flussi di lifestreaming.

Vi dirò: l’idea mi piace. Dobbiamo acquisire competenze sul suo significato e sul suo utilizzo concreto, superare l’impressione di caoticità del condividere “tutto con tutti ovunque sempre” (il mio primo buzz), ma si tratta di una porta verso la status-sfera e oltre indipendente dagli “stabilimenti d’umanità” (Facebook e similia), indifferente ai Luoghi, che ci porta ad abitare direttamente la Rete come nuvola relazionale, senza creare account su socialnetwork, ma semplicemente accedendo alla Grande Conversazione con la nostra googleidentità.

Linko giusto Jarvis su BuzzMachine (un precog), un articolo su TechCrunch che prende le mosse dalle reazioni a Buzz di Buchheit, inventore di GMail e Friendfeed, un altro articolo su TechCrunch dedicato agli aspetti social, i Googlisti, una discussione su Friendfeed.