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… what we have been waiting for, da mo’

Ne ho parlato molte volte, ma non ho nessuna voglia né mi piace autolinkarmi: usate il motore qui a fianco, sul blog. Venite a trovarmi. Parole chiave come websocialità, tecnologia tracciante, l’emergere e la visibilità delle reti sociali, prossemica digitale, abitanza… ecco, cercate “blogroll” e troverete dei nuclei di ragionamento pertinenti.

Perché nei blog, primi Luoghi conversazionali identitariamente connotati, i blogroll erano le boe di segnalazione delle reti sociali di partecipazione, erano cotesto che provvedevano contesto, legittimamente rientravano nell’interpretazione degli scritti e del loro autore.
L’elenco dei blog seguiti delineava conseguentemente la nostra appartenenza a determinati cerchi di affinità tematica o stilistica, permettendo in chi ci leggeva di raffigurarsi la nuvola di socialità digitale dove collocarci. Nasceva la percezione di un ecosistema, nicchie e habitat, come da sempre l’umanità è fatta di gruppi che si intersecano, e una volta bisognava essere un gruppo grande per avere la forza di diventare visibili (costruire torri, fondare partiti politici).
Ma quei blogroll erano espressione della nostra volontà di dare immagine della nostra nicchia ecologica, erano segnaletica negoziata e patteggiata nello scambio link, erano frutto di frequentazione assidua e duratura di altri blog, quando non c’erano i feed, non c’erano aggregatori automatici, bisognava recarsi di persona fin dai nostri a mici e andare a trovarli a casa loro, insomma era tutto romanticamente unopuntozero, e saper mettere un
al posto giusto ti salvava tutta la grafica sbilenca.

Poi, sappiamo, ci fu la grande esplosione del web sociale, di cui i blog sono primissima espressione grazie a quel bottone “Commenti” che abilita il dialogo; un blog con i commenti chiusi non è considerato un blog nell’accezione comune, ma una pagina di espressione personale, quando i blog erano ancora web-log, senza scintille di socialità. Peraltro credo che le grammatiche della socialità allora sancite (esistevano da prima, alla base ci sono i valori diffusi della condivisione e dell’orizzontalità del web stesso) dai blog facciano tuttora sentire il loro effetto sulla conversazione in Rete, tant’è che in giro ci sono guerricciole tra chi vorrebbe rimanere vicino a quegli stili comunicativi, e chi invece formatosi già dentro i social network pratica differenti approcci alla conversazione online, adotta diversi atteggiamenti rispetto a esempio alla necessità di provvedere contenuti articolati, di provare a fornire apporti originali, di aver cura degli spazi interpersonali al fine di offrire ospitalità e garantire apertura al dialogo.
Non che questo oggi non avvenga, ma i barbari hanno il loro stile, tutto qui. Nuove forme di civiltà nasceranno, perché siamo sempre dentro un dialogo tra le esigenze di espressione personale, strumenti per comunicare, e ambienti sociali dove una innovazione tecnologica o una modificazione minima dei comportamenti induce cambiamenti negli altri componenti e quindi nell’intero ecosistema. Chi per primo ha colonizzato questi Luoghi antropici digitali, acquisendo autorevolezza agli occhi degli altri per la propria capacità di aver saputo individuare e abitare ben arredandola una precisa nicchia conversazionale, si trova un po’ a disagio ora che tutto sta cambiando in direzione di una socialità talmente ampia e esplosa da non poter essere inquadrata e governata con un semplice blogroll.

Il problema è la visibilità ovvero la percezione delle reti sociali digitali, dicevo.
Il blogroll era un segno (un sintomo, per la precisione, in quanto segno “fisicamente” connesso con ciò che era da riportare) della mia rete sociale, ma con l’esplosione dei Luoghi digitali abitati quali communities, stabilimenti di umanità come i socialnetwork planetarii, gli ambienti di lifestreaming, con milioni di nuove persone che accedono al web e con il moltiplicarsi del mio dire in decine di discussioni e posti diversi, come tenere traccia della mia partecipazione alla Grande Conversazione, come riuscire a avere una rappresentazione adeguata della mia identità sociale, come poter indagare le reti relazionali su web? Come si propagano le idee?
Teniamo presente che un mucchio di gente è interessatissima a questa cose, sociologi e psicologi e webantropologi, microinterazionisti, analisti conversazionali dei social media, professionisti del marketing attenti alle profilature degli utenti e ai loro comportamenti più o meno nomadi o stanziali, giornalisti, animatori di communities ludiche o professionali, designer di software per dispositivi mobili connessi, operatori dell’industria culturale consapevoli del valore odierno del passaparola e del virale e della disintermediazione, economisti e pedagogisti e formatori, progettisti della pianificazione territoriale e delle nuove forme urbanistiche.

Beh, figuratevi, ci han sempre provato a costruire queste rappresentazioni della socialità online. Classifiche di blog che emergevano da algoritmi per il calcolo della notorietà fondati su analisi dei link in ingresso e in uscita, dei click effettuati, rimandi su rimandi intertestuali da organizzare magari graficamente per meglio comprendere a colpo d’occhio l’intersecarsi delle galassie conversazionali, troppo complesse per essere descritte.

In ordine di tempo, spetta a Vincenzo Cosenza aka Vincos l’ultimo tentativo nell’aver provato a rendere visibili le reti sociali digitali, realizzando una buona mappa della blogosfera e affini con strumenti specifici per l’analisi di “strutture di comunità”. Oltre alla rappresentazione quantitativa offerta dal numero dei collegamenti, in grado comunque di far emergere i maggiori hub della Rete italiana, Vincenzo sta curando la pubblicazione di ulteriori post in cui prendere in considerazione i “naturali” raggruppamenti dei blog analizzati secondo cluster capaci di mostrare appunto le affinità tematiche.
In realtà, come facevo parlando di tecnologie traccianti, a me interesserebbe avere strumenti per poter percepire le nebulose della partecipazione, poter raffigurare i commenti e gli interventi ovunque essi appaiano, che potessero mostrare il mio abitare attivo e le intersezioni con persone e gruppi.

Vi è poi un’altra possibilità di analisi, per l’emersione delle reti sociali a cui partecipiamo. Ne parlavo anche di questo, cercate Connect su in alto, quando qualche mese fa sono comparsi dei widget (Google Friend Connect, Google Profile, Facebook Connect) da mettere o da sottoscrivere qui e là sui nostri luoghi di frequentazione.
Google deve averli fatti un po’ girare, e questi dispositivi cominciano a dare dei frutti, permettendo di cogliere la cerchia sociale dentro cui sguazziamo. Ma si può fare decisamente di meglio.

Naturismo mediatico

Vecchie suggestioni etimologiche.
Osceno vale ob-scena, ovvero qualcosa che si staglia contro e davanti alla scena teatrale, come quando Costanzo in televisione introduceva il suo show parlando per alcuni minuti davanti al sipario chiuso.
Quello non era ancora spettacolo, il sipario è l’interruttore che apre la quarta parete e la dimensione della rappresentazione.
E molti quando parlano di privacy hanno in mente questo teatro della socialità, fatto di pubblico (che è pubblico di sé stesso), di messa in scena e allestimento, di quinte pareti, di luci di riflettori, magari di registi.
Ma insomma, sappiamo quanto vi sia di pornografico nella Società dello Spettacolo, proprio nell’esibizione di sé al di fuori di ogni cornice, di ogni messa in scena.
Da cui le distinzioni famose di pornografia e erotismo a seconda della presenza di un contesto allestito nell’universo del discorso, e non semplice e crudo documentarismo di pratiche sessuali umane.
E chi giudica la libera espressione di sé oggi in questi media dove ognuno di noi può allestire molte messe in scena di sé deve smetterla di pensare a queste cose come a uno spettacolo pornografico, perché è sempre una rappresentazione della nostra identità. E rappresentazione non è né mimesi imitazione né simulazione, che ne son due casi particolari.
Forse una scarsa competenza nella lettura impedisce a certi di vedere le quinte decorate e i costumi che via via indossiamo a seconda del personaggio che vogliamo interpretare, ma sempre meno avremo paura di dare visibilità ai lati della nostra personalità, quelli professionali e quelli ludici, quelli etici e quelli affettivamente connotati.
Una volta chi voleva poi fare l’eremita si sottraeva al mondo, confrontandosi con il deserto per riacquistare chiarezza nella visione della propria vita, visto che un contesto di privazione ti obbliga a leggere te stesso, sei in un posto dove sei indifferente all’ambiente, ovvero dove l’ambiente non agisce su di te, non si occupa di te, dove potresti non esserci ed è uguale.
Se oggi vado in piazza, espongo liberamente la ma faccia alla collettività in luoghi sociali.
Le espressioni del viso, le parole che dico, i gesti che faccio sono percepiti da altre persone, e se urlo “governoladro” in una manifestazione non si dà il caso che questo non sia avvenuto, e tutti quelli che mi han visto possono testimoniare.
Chiaramente, se sono adulto e voto alle elezioni e ho i miei diritti di cittadino, sono tenuto a sapere cosa posso e non posso fare in relazione al bene pubblico e agli altri, e consapevole di certe leggi che prescivono reati (cose che nessuno ci insegna bene, neanche per sommi capi, a Scuola) posso prefigurarmi gli effetti dei miei comportamenti, e regolare di conseguenza la mia idea di etica, e il mio fare.
Quindi: prendiamo per buono il fatto che una persona che si espone in pubblico è consapevole di essere in pubblico, e sorveglia il proprio fare (secondo consapevolezza) adeguandolo a certi codici comportamentali.

Ecco, una ripresa audivideo di una persona in piazza è libera di circolare ovunque, secondo me, al di là del beneplacito del soggetto ripreso, perché è lui che è andato in piazza.
E comesopra presumo sia in possesso delle sue facoltà, è un cittadino libero che può esprimere il suo pensiero e nessuno può impedirglielo.
Se dice qualcosa di illegale, ci sono le leggi.
Se usando la sua immagine, gli si fa dire dentro un media, cioè dentro una rappresentazione, qualcosa che può ledere la sua dignità professionale e di persona, ci sono leggi per procedere.
Se mi fanno una foto in piazza e poi la mettono sui cartelloni pubblicitari per reclamizzare un lassativo, potrei arrabbiarmi, anche se poi dipende da quanti soldi mi darebbero una volta io scoprissi il fatto per non denunciarli per appropriazione di identità. O gli faccio lavare per bene il fango che han gettato sulla mia persona, se questo è un fatto fattualmente contestabile.

E così, ogni nostro apparire in pubblico è cosa pubblica, di tutti.
Comprese televisioni e Facebook, articoli sul blog o battute su un forum, le cose che guardacaso pubblichiamo.
Anche le immagini prese dalle webcam delle banche o del Comune sono pubbliche, quello è suolo pubblico e quello sono io che passeggio, per questo già dicevo che le webcam cittadine devono essere pubblicamente raggiungibili su apposita pagina web istituzionale, cioè di tutti.
E io da casa posso prendere per dire quelle immagini pubbliche, e usarle dentro un documentario che sto facendo e usarle anche per fini commerciali miei, perché andando in piazza io ho firmato la miglior liberatoria di tutte, quella di espormi personalmente e consapevolmente alla socialità.
Se qualcuno chiama un avvocato, si faccia pure un processo, ma per eventuale diffamazione, non per aver utilizzato immagini pubbliche.

Dipende da te, cittadino. E speriamo che si arrivi presto a parlare ufficialmente a scuola di Educazione alla Cittadinanza digitale, perché di questo stiamo parlando, quando ragioniamo di privacy e di copyright e di lifestreaming.
Dipende da te stabilire quanto far conoscere della tua vita online, quante parolacce usare quando parli male del governo in piazza o su Facebook, quante tracce lasci nel tuo vagare sui territori fisici o digitali. Poi quello che hai fatto è pubblico, perché lo hai fatto in luogo pubblico, e tutti sono liberi di commentare quello che vedono accadere.

Pubblicate pure il vostro numero di cellulare in Rete, rendete pubbliche su Flickr le gallerie in cui siete in panciolle in spiaggia con un drink in mano oltre a quelle in cui parlate in giacca e cravatta davanti a una platea, siate fieri del vostro secondo blog (attualmente aperto con pseudonimo) dedicato all’uncinetto o ai fenomeni paranormali e riconducetelo alla vostra identità ufficiale, oppure giocate liberamente con i ruoli e con gli alias, e mettete in scena i vari personaggi che vi sentite di essere.
Fatevi carico di responsabilità, ormai sapete di essere in pubblico.

Sarete giudicati per il vostro stile di personalità, per le parole con cui abitate il mondo, per la vostra capacità di costruire dei contesti in cui il vostro messaggio possa risaltare, per l’abilità con cui riuscirete a mettere narrativamente in scena la vostra vita, e con capacità erotica.
E questo, in quanto rappresentazione consapevole di sé in luogo pubblico, non potrà mai essere osceno.
Facciamo un esempio? Però se non volete vedere copritevi gli occhi come quelli di Star Trek.

Nella foto qui in parte (dove sono presenti genitali, cliccate consapevolmente) cosa volete mai recriminare alle fanciulle che con mille espressioni diverse si divertono in discoteca? Quella foto è pubblica, è un fatto accaduto, e le ragazze erano tutte consapevoli di cosa stava succedendo e di quale significato avrebbe avuto presso l’opinione pubblica la pubblicazione di una fotografia che le ritraeva in quel contesto. Voi come giudicate quelle ragazze?

Il problema vero è che se dovessi assumere come impiegata una di quelle ragazze, il venire a conoscenza di questa foto non pregiudicherebbe poi molto la mia valutazione sulla sua capacità lavorativa. Se fosse un festino di ragazzi con una spogliarellista, per dire, già il mio giudizio sarebbe diverso, e questo vuol dire che ho a che fare con stereotipi di percezione della socialità, moralismi.
Perché una visione puritana della vita mi deve portare a distinguere morbosamente tra privato e pubblico, instillando in me ossessioni e voyerismi, giudizi morali legati all’esibizionismo di sé? Perché devo vivere in un mondo che vuole nascondere tutto, per poi essere attratto dalle cose che non si devono vedere? La vogliamo smettere con questo volo carpiato, che intorcola il desiderio? La vogliamo smettere con l’ipocrisia dei sepolcri imbiancati?
La dialettica del diritto all’anonimato, del mio non far sapere agli altri cosa faccio, contrapposta alla patina di rispettabilità che pretendo veder vedere riconosciuta dagli altri nella visibiltà della mia faccia pubblica, non può reggere ancora a lungo, nella Società dello Spettacolo ora connessa.
Sono tutte messe in scene antiquate, create dal perbenismo borghese dell’Ottocento che cercava il suo stile tra proletari e nobili, tutte cose che non sono più adeguate alla modernità.
Non riescono più a suggerire il giusto contesto interpretativo per il messaggio che intendiamo lanciare di noi stessi, la nostra rappresentazione di noi stessi nei moltiplicati luoghi sociali.
E noi stessi non possiamo più padroneggiare le forme del nostro essere percepiti: se vent’anni fa mi fotografavano mentre entravo in un sexyshop, avrei potuto sempre corrompere il giornalista, oggi se mi filmano dieci telefonini e mettono su YouTube cosa volete che dica?

Il fatto che i parlamentari siano tutti vestiti uguali, per dire, in giacca e cravatta, indistinguibili, mi è inconcepibile.
Prenderne uno col maglione fa già fotografia meritevole di valorizzazione sulle news. Quanti lati hanno, i politici, due? Bidimesionali, nella loro Flatlandia. E prendo i politici così per dire, mi riferisco a tutti quelli che non si fanno domande.
Ci sono personaggi e situazioni che attraversano perpendicolarmente il loro piano di realtà e loro neanche se ne accorgono. Persone vestite in altro modo, con altri colori, con altri pensieri e altre esperienze di vita. E a cui simili dialettiche svelamento/rivelamento soggiacenti alla nostra concezione attuale della privacy risultano estranee, avendo ben differentemente impostato la gestione della propria immagine pubblica, secondo magari anche altri cardini morali. Ecco perché parlare di naturismo al Tg è qualcosa che va sempre un po’ ammantato di pruderie.

Saremo tutti in pubblico, quando saremo in pubblico, molto più di adesso. Una volta su una piazza c’erano tre cameramen con le tv istituzionali, adesso ci sono migliaia di telefonini. Anche molto di quello che era privato fino a ieri può oggi facilmente esser reso pubblico, da me stesso o da altri.
Comportati sapendo che la tua immagine può viaggiare ovunque, e tocca a te starci attento.
Ma quello che è sicuro è che le forme attuali di tutela della privacy cambieranno profondamente, sotto la spinta di questi cambiamenti tecnosociali.

FILTr

Sto collaborando a un esperimento online, un sito di informazione giornalistica dove una redazione di gradevoli personcine, ben addentro alle cose della Rete, si comporta come un filtro rispetto allo scorrere delle notizie mainstream, quelle che trovate sui quotidiani online o su Google News.
Parlandone con Giuseppe e Sergio, promotori, scherzavo sul pettinare i flussi. O distillarli.

Il Luogo si chiama FILTr, ed è in alpha-preview @ bookcafe.net aka G.Granieri.
I singoli redattori delle voci scelgono di trattare un argomento d’attualità, ma aggiungono solo tre righe di contesto, forse mezzo punto di vista personale, e si premurano soprattutto di ancorare bene l’articolo alle fonti e ai luoghi di visibilità e di conversazione sulla notizia.

Gente che abita permanentemente in Rete che lascia una traccia leggera sulla superficie dell’infosfera, per quelli che rientrando alla sera dal lavoro sconnesso vanno online e cercano una panoramica dei temi caldi, un’acconciatura che dia una forma alla massa scomposta dei feed, una pettinata. E un ragionamento, un Filtrouge.
FILtRouge? FILTrOUGE? filTrouge? Vabbè, mi è venuto in mente adesso, il filo rosso.
Che poi credo il fil rouge come concetto (continuità, elemento comune) venga dalla tradizione delle Corderie Reali di Francia, a La Rochelle, dove per secoli si intrecciava la canapa per fare le funi per le navi francesi, e uno dei molti trefoli ritorti che compongono la corda era colorato di rosso, per provarne identità e quindi qualità.

Un aggregatore sensato, forse, in uno spunto di narrazione dove come sempre il lettore viene chiamato a colmare di significati il tutto, seguendo gli indizi sparsi nel testo e fuori dal testo, collegati.
Ma tutti possono inviare link pertinenti e far emergere oasi di significatività: FILTr è una cosa social, c’è una pagina dedicata e un bookmarklet affinché tutti possano pubblicare rapidamente la loro segnalazione, c’è la pagina su Facebook.

Il logo in alto è provvisorio: il grande concorso “Vota il logo, e vinci un pettine” è in fase di progettazione.

Identità digitale, socialità in rete, progettazione di ambienti

L’aula scolastica è l’ambiente dove ha luogo la situazione sociale di apprendimento, e non è un luogo neutro. L’arredamento, la disponibilità di supporti alla didattica, perfino il colore diverso della tinteggiatura delle pareti potrebbe modificare nei partecipanti la percezione dei flussi comunicativi gruppali tramite cui avviene apprendimento. Facebook non è uno strumento, è un ambiente. Non è certamente neutro, non è trasparente, e non è il più indicato per attività didattiche. Non è nemmeno un luogo democratico. Quale messaggio di educazione alla cittadinanza digitale ‘passerebbe’ agli allievi? Dov’è la capacità critica degli insegnanti, nel valutare innanzitutto gli stessi (oggetti, parole, libri, strumenti, situazioni, ambienti) supporti alla conoscenza?

Ok, dopo aver reiterato i miei dubbi per le attività didattiche che certi insegnanti (persone che sono arrivate in Rete ieri, evidentemente, e si comportano come bambini in un negozio di giocattoli) svolgono dentro Facebook, procedo con una di quelle liste di segnalazioni che talvolta metto giù per prendermi degli appunti.

Avete presente quando si dice che il web è un posto caldo, fatto di relazioni? Ne parlava il buon Livraghi anni e anni fa. Beh, siccome il web moderno è definito social web, ecco che un tot di sociologi e antropologi e social designer e media strategist e narratologi specializzati nelle dinamiche affettive delle conversazioni e delle strategie identitarie dei gruppi (ehm) stanno provando a individuare le peculiarità delle nuove forme di socialità su web.
Ad esempio, visto che il passaparola è fondamentale per l’evoluzione della specie umana, quando mi serve qualcosa a chi posso chiedere? Ecco uno schemino per una esplicitazione delle competenze digitali secondo una sorta di prossemica sociale.

L’altro giorno dovevo augurare buon compleanno a un tipo. La domanda era: dove? Si tratta di una mia conoscenza di tipo professionale, ma abbiamo condiviso anche momenti informali con buon feeling interpersonale. Telefonargli a casa, telefonargli al cellulare, sms, facebook, altri social network, strumenti di lifestreaming tipo Friendfeed, mail? In occasione dei rituali più strutturati, la competenza sulla scelta del mezzo e sul tono da tenere risulta decisiva, perché in quei casi la situazione comunicativa dice ben più del messaggio stesso. Non è importante cosa si dice agli sposi o a un funerale, le frasi sono sempre quelle, assai più importante è compredere la grammatica dei tempi e dei modi, per evitare gaffe. Codici, sissignori. Possedere i codici interpretativi della circostanza e delle aspettative altrui, secondo cultura di appartenenza.
Nel caso di ambienti online, queste diventano appunto competenze digitali, che non c’entrano nulla con l’alfabetizzazione informatica, tanto quanto – vecchio parallelo – saper come funziona un motore quattrotempi o come si cambiano le marce (cultura tecnologica, consapevolezza dell’interfaccia) in un’automobile ha poco a che fare con il sapersi comportare in autostrada.
Nel mio caso personale, dovendo anche per lavoro portare in superficie queste grammatiche di socialità digitale inespresse che molti di noi dopo molti anni in rete possiedono senza saperlo, sono riuscito ad appoggiarmi a dei ragionamenti per stabilire quale fosse il giusto media da utilizzare.
Per rifarmi al caso degli insegnanti sopraespresso, non sono sicuro della loro capacità di far chiarezza in se stessi rispetto all’adeguatezza degli ambienti di socialnetworking, soprattutto in relazione alla specificità della didattica e dell’organizzazione scolastica.

Piercesare Rivoltella offre sempre riflessioni interessanti: qui su Medialog ragiona su autonomia e narrazione, in occasione di un seminario dedicato a “Media, storia, cittadinanza”. In particolare, Rivoltella organizza il suo pensiero sulle forme della socialità digitale intorno a tre coppie di termini: sfera pubblica / sfera privata, apprendimento insegnato / apprendimento non insegnato, autonomia / eteronomia.
Sempre su Medialog, in aprile, un bel post provava a “riflettere sulla necessità di dare risposte da parte della scuola agli aspetti che riguardano l’uso sociale dei nuovi media. Tra i tanti, l’economia dell’attenzione che essi comportano (diversa da quella implicata dalel forme più convenzionali di comunicazione) e la pluricollocazione nello spazio e nel tempo dei soggetti”. Interrogandosi sul rapporto esistente nuovi media, educazione e cittadinanza, Rivoltella descrive tre cornici: il frame alfabetico; il frame critico; il frame autoriale. Tre approcci differenti (ma da intendersi forse come sfaccettature della stessa realtà) da tenere in considerazione per una scuola che intenda far ragionare le nuove generazioni sulla partecipazione alle forme di cittadinanza digitale, che va da sé non può essere disgiunta da una seria Media Education.

Ragionando di identità personale, ecco un articolo di Luciano Floridi da “Philosophy of information”

“Who are you online?” is a question with enormous practical implications, and yet, crucially, individuals as well as groups seem to lack a clear, conceptual understanding of who they are in the infosphere and what it means to be an ethically responsible informational agent online.

Qui trovate invece qualcosa per ragionare di integrazione tra network di sensori e network sociali, per meglio provvedere informazioni di contesto. Stiamo già parlando di socialità dentro la Internet delle cose (vedi anche qui e qui per argomenti attinenti).

La Microsoft ci racconta dell’utilizzo di tecnologia per i mercati emergenti: “The research in this group consists of both technical and social-science research. We do work in the areas of ethnography, sociology, political science, and economics, all of which help understand the social context of technology, and we also do technical research in hardware and software to devise solutions that are designed for emerging and underserved markets, both in rural and urban environments.”
Ad esempio, coinvolgere agricoltori in progetti di educazione informale alle tecniche di coltivazione mediante l’utilizzo di video digitale; usare interfacce utente di tipo non testuale, per popolazioni non alfabetizzate, elaborando con supporto di studi etnografici alcuni principi per il design; studiare pc multi-utente; creare reti sociali tra microimprese; avviare interventi di miglioramento in campo sanitario, supportati da utilizzi avanzati di tecnologia a basso costo.

Molte delle riflessioni riguardano la centralità di una progettazione (delle reti informatiche, delle interfacce, dei luoghi di comunicazione pubblica per imprese o pubbliche amministrazioni, delle organizzazioni lavorative, delle architetture di informazioni) che sia in grado di porre l’utente al centro dell’approccio speculativo. Anzi, qui non si tratta più di progettare l’interazione con l’utente, ma proprio di ragionare sulla progettazione dell’esperienza dell’utente, quella che in gergo viene detta UX, ovvero User Experience, l’nsieme dato dalle componenti cognitive e patemiche nella “convergenza tra design digitale e industrial design, tra hardware e software, tra applicazioni e servizi, che a volte sfocia perfino nella progettazione degli spazi (interni ed esterni) in cui l’esperienza avviene. In questo caso la sfida più grossa è quella della multicanalità e della multidimensionalità dell’esperienza, e di quelle che Joel Grossman chiama “esperienze ponte”. Tutto questo lo trovate su questa pagina di UXmagazine.

Cosa vuol dire progettare l’esperienza utente? Ci sono tante risposte. Storicamente è un’attività strettamente connessa allo User Centered Design, da cui ha tratto filosofia di base, metodi e strumenti. Qualcuno la definisce mettendo insieme le competenze o gli ambiti disciplinari che concorrono al progetto (Steve Psomas), oppure elencando cosa non è. Qualche anno fa Peter Morville propose un modello con sette facce che descrivono le qualità dell’esperienza utente . Più recentemente Nathan Shredroff ha proposto un modello simile basato su sei dimensioni.

In realtà, in tempo di socialnetwork, qualcuno sta giustamente pensando di passare da un “user-centered experience design” a un “group-centered experience design”, proprio perché appare sempre più chiaro (per via dell’emergere alla visibilità di questi processi finora immersi nella complessità, grazie ai socialcosi) che le linee dei comportamenti sociali digitali – il marketing virale, la diffusione dei memi, i meccanismi del passaparola, la status-sfera, la folksonomia degli oggetti culturali di qualità, le reti relazionali umane – dipendono dalle dinamiche dei gruppi online, dalla loro capacità di essere organizzatori di senso, o banalmente trend-setter, in grado poi di connotare con la loro sanzione esplicita, positiva o negativa, una configurazione riconoscibile delle conversazioni online con una veste di “accettabilità” o di “novità” o di “sei out se non sai/fai questo o quello”. Per dire, il meccanismo in Facebook è riconoscibilissimo, nella circolazione delle appartenenze ai gruppi e nei dispositivi di condivisione delle informazioni, anche se viene persa la significatività specifica a causa del calderone in cui tutto viene riversato, della cornice onnivora che vampirizza il senso delle singole discussioni, livellandole verso il basso (il famoso cazzeggio).

Qui su Ibridazioni (ne parla anche con buoni esempi Alberto Mucignat) c’è una proposta di riflessione (un bel documento da scaricare) sulla progettazione basata sull’esperienza gruppale, a partire da un design di tipo motivazionale, fondato quindi sugli utenti e non sulle piattaforme, ad esempio per avviare ambienti sociali per le organizzazioni lavorative:

La nostra proposta metodologica si fonda su quattro concetti chiave:
1. Bisogni Funzionali: gli obiettivi di progettazione rivisti in chiave di necessità.
2. Usabilità Sociale: l’usabilità rivista in dinamica sociale (partendo dalla definizione di Nielsen).
3. Motivazioni Relazionali: il concetto di motivazione rivisto in chiave relazionale (one-to-one e sociale).
4. Flusso di Attività Circadiano: ovvero le attività abituali delle persone durante la giornata.

Fra queste, le componenti caratterizzanti sono, come intuibile, Usabilità Sociale e ancora più Motivazioni Relazionali. La prima definisce quattro proprietà RICE: Relazioni interpersonali, Identità, Comunicazione ed Emergenza dei gruppi, mentre la seconda quattro motivazioni CECA: Competizione, Eccellenza, Curiosità, Appartenenza.

Il Design Motivazionale si applica sia ai Sistemi a Social Newtwork presenti nel Web che alle Intranet e Community Aziendali che vogliono sfruttare le nuove prassi collaborative che si sono evolute nel Web 2.0 (l’ormai nota Enterprise 2.0).

I ragionamenti sulla condivisione della conoscenza nelle organizzazioni aziendali (Enterprise 2.0) sono certo fondamentali, ne parla anche RobinGood qui, dove la Torre (gerarchia e verticalità) incontra la Nuvola del bottom up e delle relazioni orizzontali.

Putting People First riporta l’attenzione sul service design, grazie alla segnalazione di un articolo scientifico di Daniela Sangiorgi, dove si prova a ristabilire una prospettiva basata sulla considerazione dell’interfaccia (da intendere come l’intera situazione dove l’esperienza ha luogo), rispetto ai “prodotti” di un’attività di design, nella definizione di servizi, dove soggetti azioni norme ruoli e artefatti vanno tutti considerati senza troppo spezzettare lo sguardo, per una comprensione più ampia dei fenomeni, e soprattutto in ottica groupware.

Alla base di molti approcci scientifici recenti allo studio delle socialità in Rete e della human-computer interaction (qui il link per il blog di Luca Chittaro – direttore dell’HCI Lab dell’Università di Udine – su Nova100 ilSole24ore, vi è indubbiamente quella che viene definita “Activity theory” (vedi Wikipedia)

Activity theory is a psychological meta-theory, paradigm, or framework, with its roots in the Soviet psychologist Vygotsky’s cultural-historical psychology. Its founders were Alexei N. Leont’ev (1903-1979), and Sergei Rubinshtein (1889-1960) who sought to understand human activities as complex, socially situated phenomena and go beyond paradigms of psychoanalysis and behaviorism. It became one of the major psychological approaches in the former USSR, being widely used in both theoretical and applied psychology, in areas such as education, training, ergonomics, and work psychology [1]. Activity theory theorizes that when individuals engage and interact with their environment, production of tools results. These tools are “exteriorized” forms of mental processes, and as these mental processes are manifested in tools, they become more readily accessible and communicable to other people, thereafter becoming useful for social interaction.

Ora metto un paio di fotografie. Si tratta di anziani in casa di riposo che usano la Wii Nintendo.
Ne trovate altre qui: occhio che è un sito che contiene anche robe pornelle :)

L’Io è un format obsoleto

L’Io è un format obsoleto. E anche la presunzione di dotare di senso il nostro fare è romanticamente *fuori luogo*. Qualsiasi affermazione di sé, della autenticità del proprio dire, con conseguenti para-testi dedicati a comprovare l’autenticità del discorso della nostra autenticità nel dire chi siamo (occorre sempre un paradiscorso – autentico? – che dica che il discorso è autentico?) cade e cadrà sempre più in contesti esperienziali su cui non ho controllo e mai ne ho avuto. Si chiama negoziazione del Sé, patteggiamento interpersonale delle posizioni esistenziali espresse dai parlanti nella situazioni di enunciazione. Noi siamo rete, non c’è dentro e fuori, non c’è vero e falso, non c’è identità che non sia identificazione, quindi gioco linguistico, quindi rappresentazione. Siamo agiti, sì, me ne accorgo in ogni piccolo gesto. Configurazioni discorsive di superficie, abitudini innervate, empatie automatiche nei codici degli atteggiamenti. L’identità è opera d’arte sociale (tekne, quindi tecnologia del Sé, Foucault) cerchiamo almeno di essere posteriori a Duchamp o Malevic o Magritte, che quasi un secolo fa indicavano appunto gli aspetti linguistici e i giochi del contesto interpretativo. Questa consapevolezza della natura sociale e oggi tecnologicamente “mediata” della nostra identità come rappresentazione ci è oggi necessaria – ma la parola è già tecnologia, quindi siamo umani *perché* tecnologici… il fuoco non l’ha inventato un sapiens – per poter ri-giocare la realtà, senza nevrosi e ritorno al Medesimo, senza innamorarci della maschera, senza adeguarla, e piuttosto senza mimesi. Cosa posso fare, per aver certezza, se non guardare rapito la mia stessa parola vivere nei lifestreaming e delinearmi a mia insaputa? La verità è sufficiente sia estesa e ritmica come la musica, i segreti della profondità sono uno sgambetto. Tenere la faccia al guinzaglio, la mano che brancola nel buio, la candela che si spegne nella casa che va a fuoco, le solite cose.

ps: viva i suggestivi anni Sessanta

Venezia naviga

(E’ tutto un lungo delirio pieno di parentesi, ma volevo parlare di Venezia digitale, e di come vedremo emergere nuove forme di socialità e di autocoscienza, di come una parola nuova permetta la nascita di tante nuove idee. E Venezia sta per pronunciare concretamente parole nuove, nel dialogo interumano)

Quando studiavo psicologia, leggevo di come ad un certo punto verso i primi anni Sessanta fosse arrivato il Cognitivismo a rimettere le cose nella giusta prospettiva, rispetto al Comportamentismo, nella considerazione dei processi mentali di acquisizione e gestione delle informazioni, quindi nel dare alcune coordinate improntate a migliori ipotesi sul funzionamento della memoria, dell’apprendimento, della mente e del ruolo attivo dell’individuo.

Nutrito da suggestioni derivanti dalla cibernetica anni Cinquanta, molto cognitivismo (la cosa si riprodusse poi negli anni Ottanta, con i neo-connessionisti) provò a seguire la metafora dell’uomo-macchina, ovvero a spiegare certi fenomeni psicologici con un parallelo basato su un trattamento dell’informazione di tipo “ingegneristico”, o proto-informatico.
Certo, parlare del cervello come hardware e della mente come software viene facile, innesca fughe. C’è la memoria a breve termine (la RAM?) quella a lungo termine (il disco fisso?), le pipeline di collegamento intracraniche, le interfacce (gli organi di senso, con la loro autonoma elaborazione dell’informazione dal percetto al concetto), i driver.

D’altronde, un pensiero vive dentro l’ambiente pensieroso che lo pensa (che è maggiore di una scatola cranica, ed è un ambiente sociale), dentro i tempi che lo vedono emergere come catena significativa di correlazioni di idee e di emozioni, quindi perché stupirsi che l’informatica assomigli alla psicologia cognitivista? E’ la stessa generazione di persone ad aver prodotto quei ragionamenti, gente che al liceo aveva letto gli stessi libri di filosofia.

L’episteme dell’epoca faceva convergere lì, ecco.
Ed è inutile mettersi a discutere se il computer sia un cervello o se la mente lavora come un computer, perché i nostri giudizi vivono dentro quel contenitore della pensabilità, e comprendiamo la realtà da lì dentro. E lì dentro le cose filano fluide, e per nessun bambino di dieci anni il concetto di “cervello elettronico” risulta assolutamente inconoscibile, fatto salvo lo stupore iniziale dell’accostamento dei termini. Ovvero, quel concetto è già nella sua mente, perché la cultura in cui cresce concepisce serenamente quel concetto.
E per dirla tutta, non è più il caso di concepire la mente come individuale, noi siamo multipli e sociali, l’Io nasce dal Tu, la coscienza è una autonarrazione che noi stessi facciamo a noi stessi diuturnamente, smettiamola con l’Io e il non-Io, io sono sono rete.

Ma certamente etica scientifica vuole che la metafora, benché altamente illuminante, vada compresa per quel che è. Una metafora esplicativa. Domani ce ne sarà un’altra, migliore.
Non stiamo parlando della realtà, stiamo parlando delle parole con cui pensiamo la realtà.

Anche studiando la psicologia dei gruppi, nell’individuare un “discorso” soggiacente al “fare” del gruppo, bisogna porre attenzione a non antropomorfizzare troppo, appunto perché il gruppo vive in dimensioni psicologiche (affettive e cognitive) gruppali, pratica altri linguaggi espressivi, è “inumano”, è differentemente cosciente di sé, e occorrono strumenti specifici per individuare prima e analizzare poi i suoi comportamenti, nn si può tic-tac trasporre concezioni di psicologia individuale al nuovo oggetto di studio (il gruppo, “la più grande invenzione del XX secolo”, come disse quel guru vero di Rogers, sottolineando così come il gruppo di per sé non fosse mai stato preso in considerazione né percepito come “oggetto di studio”).
Un altro esempio? Quando Dennett e/o Hofstaedter, trent’anni fa, studiavano cosa fosse la coscienza, dovevano dedicare metà dei loro libri a spiegare come fare per non concepire la coscienza come qualcosa di “individuale” (con tutto il problema della storia del linguaggio della psicologia come retaggio), ma fosse una caratteristica emergente dei sistemi complessi, come nel famoso caso del formicaio, che è cosciente di sé (adotta comportamenti nel suo insieme) benché le formiche non lo siano (forse).

Anche il territorio può essere letto con queste metafore. Ad esempio riuscire a leggere il territorio come un ipertesto, come più volte qui ho fatto, mi è stato reso possibile da un pensiero capace di individuare nodi e collegamenti tra le varie parti che lo compongono, siano essere relative a questioni di produzione e distribuzione di materia, energia o informazione, giusto per usare la nota triade fondamentale per uno studio della Cultura Tecnologica e TecnoTerritoriale (appunto). Quali percorsi legano il rubinetto della vostra cucina alla diga su in montagna? L’ufficio dei servizi sociali del vostro Comune allo schermo del vostro PC? Quanti gradi di separazione tra me e il Sindaco, visto che gli umani sono materia energia (vedi Matrix, il film) e informazione in rete (vedi Internet, tutta), e i linguaggi (le idee, memi) sono virus che si propagano da una testa all’altra?

Ma il territorio può essere benissimo letto con la metafora del sistema operativo, informaticamente inteso. C’è una lunga tradizione. Ci sono appunto i luoghi energetici, le condutture, i processori dedicati all’elaborazione dell’informazione, le banche dati, i sistemi di controllo. Emerge l’amministrazione, la coscienza del territorio che sa di essere territorio e sa cosa non è territorio che può governare, emergono forme di indirizzamento sulle priorità (politiche) di elaborazione amministrativa, ecco la governance come ragionamento sull’efficienza del sistema amministrativo, ecco le interfacce.

Ok, la smetto.

Però indubbiamente connettere tutto un territorio, come la città di Venezia (Mestre compresa) in banda quasi larga (20Mb sono già una cosa dignitosa, su fibra ottica) farà emergere nuove idee di sé, permetterà alla mente collettiva veneziana (cittadini, imprese, amministrazione) di forgiare strutture sociali (di atomi, di bit, come una banca di mattoni che è anche una idea di banca ed è anche un flusso di informazioni) ora difficilmente immaginabili, anche se ieri Michele Vianello, viocesindaco di Venezia, ha provato a suggerire qualcosa, nel corso della presentazione delle iniziative per Veneziadigitale.
Qualcosa di molto bello, detto con parole giuste e concrete, e con coraggio visionario, e sbeffeggiando alcune impostazioni 1.0, ancora lineari e industriali, che molti spacciano per innovazione. Forse è la prima volta che sento un pubblico amministratore parlare di modernità socialweb credendoci, e non per fare il bullo con parole che qualcun’altro a malapena comprende, esponendo concetti di condivisione della conoscenza e di opportunità sociale e di cittadinanza digitale che ti accorgi subito se sotto c’è il vuoto di una prassi mai praticata.
E quelle di Venezia non sono parole futuristiche, le infrastrutture tecnologiche ci sono già, sono anni che mettono fibre ottiche nelle strade ogni volta che devono rifare un allacciamento del gas, e ieri sono state esplicitamente chiamate le imprese e i consorzi e le università a partecipare all’innovazione culturale, a diventare partner di progetto, e smettiamola di parlare della rete come fattore tecnico. C’è un mondo intero da inventare, e da abitare, subito.

SchoolbookCamp, poi

A mo’ di resoconto, quindi, di due intense giornate in un castello della Lunigiana, eccomi a ragionare di editoria e web, di apprendimento e ruolo della scuola, di e-book come testi scolastici.
Del convegno ne parlano Noa Carpignano, Antonio Fini, Maria Grazia Fiore, Marina Boscaino, Maurizio Chatel e Gianni Marconato, Mario Guaraldi ha lasciato sul post precedente e altrove un commento che qui mostrerò come reportage, e saluto anche Agostino Quadrino, Marco Guastavigna, Francesco Mizzau, Alberto Ardizzone, Elisabetta Tramacere, Filippo Cabiddu e l’assessore (per ora) Massimo Dadà, del Comune di Fosdinovo.

In un barcamp classico, per quanto simposio destrutturato, esiste comunque il tabellone degli interventi, dove la novità sta nel fatto che i post-it con le presentazioni dei selfpromoting relatori vengono affissi la mattina stessa del convegno, quando il tutto prende letteralmente forma.

A Fosdinovo lo SchoolbookCamp è stato invece impostato basandosi su libere discussioni dei partecipanti, inizialmente suddivisi in due gruppi, per continuare poi in plenaria. Questo necessariamente ha provocato la suddivisione dei discorsi in mille rivoli, a volte si regrediva a posizioni già espresse, a volte improvvise fughe dialettiche portavano il gruppo ad arrotolarsi su tematiche non strettamente pertinenti all’argomento del convegno, nonostante l’ottimo lavoro di Maurizio Chatel e di Mario Guaraldi quali “moderatori” delle discussioni.

D’altra parte, questa modalità gruppale di affrontare le implicazioni dell’e-book a scuola ha permesso da subito l’emergere di nette posizioni personali espresse con vivacità, ha portato i punti di vista di insegnanti editori e operatori culturali a confrontarsi direttamente, ha lasciato trapelare i colori forti delle emozioni rispetto a un tema capace di coinvolgere appassionatamente le persone, talmente prese dalla discussione da saltare anche una pausa caffè a metà mattinata, pur di non perdere il filo del ragionamento.

Ma la portata degli annessi&connessi al ragionamento intorno all’editoria elettronica in relazione ai testi scolastici andava regolamentata, delineata.

Si sarebbe dovuto ad esempio illustrare bene il processo editoriale di ideazione e produzione degli e-book, fino al momento della loro pubblicazione; altro filo di discussione avrebbe a quel punto dovuto essere “il destino” degli e-book scolastici, ovvero la loro vita effettiva negli ambienti formativi, il loro utilizzo più o meno rivoluzionario rispetto alle necessità didattiche attuali della scuola.
Ponendo l’attimo della pubblicazione come discrimine, molti ragionamenti sulla Cultura Digitale, sui modelli economici del funzionamento delle moderne case editrici (pregevole Agostino Quadrino di Garamond per le sue idee sul significato odierno della proprietà intellettuale e sulla necessità di conversazione con gli attori sociali, segno di sicura cultura di Rete), sulla visione di sussidi didattici come ambienti e non più come semplici strumenti, sui dispositivi di lettura come Kindle o iLiad, sui nativi digitali e risvolti sociologici, sulle tematiche dell’apprendimento e sulla centralità dei discenti avrebbero trovato una giusta collocazione nel palinsesto del convegno, fatta salva poi la possibilità che i feedback continui tra progettazione e pratiche di utilizzo, come tra discorsi inerenti l’oggetto libro elettronico e le metodologie d’insegnamento possano contribuire a migliorare la percezione e la comprensione di questa ulteriore rivoluzione nella Società della Conoscenza.

Un problema basilare credo stia ancora nell’identificazione del libro cartaceo con il suo contenuto, ovvero la difficoltà per mentalità gutemberghiane di concepire appieno il significato culturale di una Rete capace di sostenere e mettere in relazione tra loro ogni singolo componente dello scibile umano, insieme alle persone che in Rete abitano in maniera consapevole.
Quando diciamo e-book o libro elettronico, la nostra mente oscilla tra il supporto tecnologico in grado di riprodurre testi (il libro cartaceo o il reader) e l’oggetto di conoscenza così veicolato.

L’e-book, come in una relazione sfondo-figura, assume molteplici sensi a seconda del contesto dentro cui viene percepito/pronunciato. E lo sfondo offerto dall’intero sistema editoriale moderno porta necessariamente a considerare il testo elettronico come un terminale, forse una terminazione nervosa, una attualizzazione di forme di sapere che ormai vivono stabilmente e felicemente nel loro ambiente “naturale”, quel web fatto solamente di idee e di opinioni e di relazioni interumane, tutte cose immateriali, che oggi trovano modi diversi di essere narrate. Un e-book letto sopra un e-book reader connesso, come ieri un powerpoint che contenesse anche un solo link verso il web, non è più un libro, ma è un pezzo di web. Non abita più tra le vostre mani, ma sulla Rete. E a dirla tutta, nemmeno i contenuti di ieri (Sofocle o Leopardi, formule matematiche o cartine geografiche) hanno mai avuto vita sui supporti cartacei, ma sempre e solo nella mente e nelle parole di chi li pronunciava. Oggi i contenuti, immateriali come sempre sono stati ovvero oggetti di conoscenza indipendenti dal supporto, abitano dove stanno più comodi, su web.
Persistere a considerare, nella sua progettazione e nella sua fruizione, il libro di testo come oggetto chiuso, autosufficiente, nel momento in cui questo viene reso fruibile tramite supporti aperti e connessi con l’intero scibile umano, impedisce di comprendere la rivoluzione in atto.

Se poi lo sfondo contro cui si staglia il libro elettronico è quello dato dall’intero sistema scolastico, come Luogo sociale deputato all’educazione formale, dove i muri le lavagne di ardesia i libri i professori e i curricoli e la stessa organizzazione dei tempi seguono una logica loro costitutiva non più adeguata ai tempi, giocoforza le innovazioni tecnologiche vengono innanzitutto affrontate come una minaccia all’ordine precostituito, anziché essere valutate nelle loro potenzialità educative. Ma questo significherebbe (ne parlo qui e qui su Apogeo) rimettere in discussione tutta l’organizzazione scolastica, il ruolo dei docenti e la loro preparazione, riconsiderare necessariamente le pre-conoscenze possedute dagli allievi in termini di competenze digitali al fine di meglio programmare la didattica, re-impostare le finalità stesse della scuola attuale in direzione di una formazione ai cittadini che sia sintonizzata rispetto alla modernità.

La scuola è un luogo chiuso, autoreferenziale, incapace di conversare con il territorio. Se prendete una scuola media friulana e la trasferite mattoni e personale in Sicilia, il suo funzionamento rimarrebbe identico, indifferente al mutato contesto. La scuola non è trasparente, figuriamoci osmotica. E pensare che a me piacerebbe che le scuole fossero aperte fino a mezzanotte, dove i cittadini potessero entrare e uscire liberamente come da una biblioteca o un altro luogo della socialità e della partecipazione, una scuola che racconta se stessa e pubblica documenti facendo sentire la sua voce e si pone come parlante ratificato, attore sociale rispetto alla collettività di riferimento, cui appartiene e da cui trae il proprio senso, la propria postura rispetto alla situazione conversazionale con il territorio.

La scuola assomiglia a un libro cartaceo, ecco, mentre preferirei assomigliasse a un e-book. Dove la scuola di mattoni assomiglia a un e-book reader, e la didattica ai contenuti.

Come gli editori non possono, nell’organizzare il proprio fare, tenere in considerazione solamente l’oggi come oggi, ma devono saper porre sé stessi in una prospettiva futura attraverso sperimentazioni e nuove proposte, così la scuola (che peraltro non può far altro che abitare il futuro, nel comprendere la propria dimensione rispetto alle nuove generazioni) deve acquisire la capacità di porsi in termini comunicativi rispetto al mondo.

E la sperimentazione può essere anche fine a sé stessa, se come effetto collaterale produce un rinnovamento delle pratiche. Sappiamo che per come sono state presentate le lavagne interattive, i netbook tipo il JumpPc oppure gli e-book, difficilmente otterremo dei risultati immediati, adeguati alle finalità concrete dell’apprendimento, visto che i nuovi strumenti vengono utilizzati secondo vecchie metodologie di addestramento e pochi insegnanti possiedono competenze in grado di far loro sprigionare tutta le potenzialità aumentate permesse dalle tecnologie della connettività e dell’interattività.
Ma credo che la frequentazione quotidiana con e-book, LIM, blog e aggregatori possa modificare la percezione che gli educatori hanno del loro stesso ambiente di lavoro, li possa portare a saggiare ed esplorare le tecnologie abilitanti, a patto che siano professionali nel loro essere professionisti della formazione.

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Giusto per non lasciarlo “affogato” tra i commenti di questo blog, incollo qui le parole di MArio Guaraldi.

Salute a Giorgio, Maurizio, Noa, Fulvio, Gianni e a tutte le dozzine di editori, redattori, insegnanti, free-lance, blogger (ma quanti eravamo, in realtà? una marea… ) che hanno condiviso questa full-immersione nel futuro del libro scolastico (e non), con livelli di adrenalina capaci di sciogliermi i calcoli che mi angustiavano.
Bella, bella esperienza davvero, passione, voglia di ascoltare oltre che di parlare, narcisismi ben shakerati con senso di responsabilità: dimostrazione che il metodo collaborativo paga, che professionalità e gratuità possono andare a braccetto quando ci sono in ballo valori autentici. E nel nostro caso, ha ragione Maurizio (Chatel) a indicare che la concorde valutazione di tutti è stata quella che di ripensare tutto intero il progetto educativo e didattico, senza fermarsi ai suoi “strumenti” più o meno tecnologici; allargando anzi il dibattito al mondo della rete.
La dice lunga il fatto che i partecipanti abbiano tutti rigettato la logica dei singoli gruppi di discussione originariamente proposti per convogliare in un unico confronto collettivo i problemi, le domande e le proposte che ciascuno di noi si portava appresso.
Bella, grande esperienza di “democrazia”: anche rispetto alle caterve di circolari e disposizioni ministeriali che da subito gettano un’ombra sinistra sulla legittimità stessa della originaria norma fascista che IMPONE l’adozione del libro di testo e lo vincola a “contenuti didattici” precisi, alla faccia dell’autonomia didattica dell’insegnante. Geniale trovata mussoliniana di organizzazione precoce del consenso a cascate successive: degli insegnanti, degli allievi, delle famiglie (che pagano, e come se hanno pagato, carissima, quella geniale imposizione di contenuti scelti da altri…).
Anche questo è emerso, una dolorosa pillola rossa che ha improvvisamente mostrato come la stessa sinistra sia non solo caduta in questa trappola, ma addirittura l’abbia cavalcata divenendo fisiologicamente “reazionaria” e “conservativa”… Ma anche al rischio di “buttarla in politica” si è giustamente sottratta un’assemblea scafata e tutta protesa al nocciolo della questione educativa.
Non mi azzarderò a tentare una sintesi del molto detto: ma mi piacerebbe che tutti assieme riprendessimo il filo delle proposte “positive” e “creative” bruscamente reciso da uno sconsiderato intervento di una dirigente scolastica (che non aveva partecipato ai lavori) che pretendeva di delegittimare l’assemblea a discutere di scuola e di didattica. Come dire: la scuola è “cosa nostra”, a noi il libro va bene così com’è, di che vi impicciate? Ho chiesto scusa pubblicamente a quella Dirigente scolastica per il modo eccessivamente aspro con cui ho reagito alla sua offensiva dichiarazione. Ora voglio pubblicamente ringraziarla per avermi mostrato direi quasi fisicamente il volto vero del “pensiero burocratico” ripiegato su sé stesso, dalla didattica fine a sé stesso, de-finalizzata da ogni vera vocazione educativa, che forse ogni insegnante combatte in sé stesso, nelle proprie fibre più intime. Aveva davvero ragione San Paolo: ogni guerra, ogni violenza nasce dal cuore stesso dell’uomo. E’ questo il nemico vero da battere…

SchoolBookCamp a Fosdinovo

Questo è un parallelo che mi gioco spesso, quando devo raccontare dei cambiamenti di mentalità soggiacenti ai cambiamenti tecnologici.
Inventando il proiettore e la pellicola perforata per il trascinamento, i fratelli Lumiere inventarono la tecnologia della cinematografia. Poi divennero necessariamente anche cineasti, perché dovevano ben mostrare qualcosa al pubblico. Ebbene, forse le loro strutture mentali erano ancora legate al mondo della fotografia, forse avevano una visione documentaristica, ma in ogni caso produssero dei contenuti grammaticamente caratterizzati da inquadratura fissa, punto di vista centrale, piano sequenza, come nella famosa scena del treno che ci viene incontro e che fece urlare dallo spavento i primi spettatori della settima arte.
Era come filmare il teatro, e riproporlo con un fascio di luce.
Negli stessi anni finesecolo però un genialoide di nome Georges Melies, il secondo padre del cinema, già scopriva le nuove potenzialità narrative del media, e produsse pellicole in cui utilizzava tecniche di esposizione multipla e di dissolvenza, ma soprattutto elaborò delle tecniche di montaggio, la qual cosa costituisce il proprium dell’arte cinematografica, permettendo intrecci paralleli, ellissi, anticipazioni flashforward e flashback, grammatiche innovative, nuove tipologie di narrazione. Melies aveva compreso la specificità del mezzo, dalle possibilità tecniche dello strumento aveva saputo ricavare una poetica formalmente innovativa, nascevano opere che avrebero potuto vivere solo nel nuovo linguaggio cinematografico.

Tralascio i ragionamenti su televisione e web, tanto avete capito. Al mondo c’è sempre chi ripropone i contenuti e le forme narrative del vecchio media dentro i nuovi linguaggi (e va benissimo, visto che i media si integrano tra loro e non si escludono a vicenda), e chi invece prova a esplorare le nuove possibilità di racconto offerte in questo caso dall’ipertestualità.

Nei prossimi giorni parteciperò allo SchoolBookCamp al castello di Fosdinovo, tra Sarzana e Carrara, dove l’argomento principale delle discussioni sarà costituito da ragionamenti sull’editoria elettronica, sui learning object, sui dispositivi lettori di ebook, sulle novità in àmbito scolastico conseguenti all’introduzione di questi nuovi supporti della conoscenza.
C’è una circolare ministeriale n. 16 del 10 febbraio che vincola le scuole ad avviare una “progressiva transizione ai libri di testo online o in versione mista a partire dalle adozioni relative all’anno scolastico 2009-2010”.
E stiamo parlando del buon vecchio libro di testo. Che però con l’ipertestualità esplode, e non riesce più a far stare comodi i contenuti su una angusta pagina. Anzi, molti libri scolastici così come sono pensati non hanno più senso di esistere, come molta manualistica, visto che oggi i nodi di conoscenza vivono in Rete, e lì abitano anche le relazioni tra le persone che rendono quei nodi patrimonio culturale condiviso e in continuo accrescimento.
Il libro non è vecchio, è semplicemente inadeguato in relazione a certi scopi concreti di trasferimento delle conoscenze.

Interessante sarà anche seguire i ragionamenti sui format di contenuto, quei learning object da fornire come pillole agli studenti (vecchia visione di un e-learning più tagliato sull’addestramento che sull’apprendimento significativo, ovvero socializzato) e sui quali articolare il percorso formativo, nonché sugli e-book reader, come Kindle e gli altri, che presi di per sé sono degli splendidi oggetti tecnologici, e non vedo l’ora che in qualche classe qui dalle mie parti vengano finalmente avviate delle sperimentazioni serie, dove ai ragazzi viene fornito un lettore e l’insegnante indica loro via via quali testi scaricare, piluccando dagli ormai ampissimi archivi online di materiale didattico gratuito o disponibile a pagamento presso le case editrici, oppure meglio ancora fornendo spesso loro le proprie schede e dispense in formato digitalizzato. E possibilmente dispense pensate in maniera ipertestuale, ricche di link verso risorse multimediali su web, e non semplice riproposizione di vecchi format testuali, lineari, dentro i nuovi linguaggi.

Al convegno (formula barcamp, ma piuttosto ibrida) ci saran inevitabilmente persone che parleranno di cose che non capiscono, quelli che non abitano in Rete e non comprendono bene l’ecosistema della conoscenza attuale, ci saranno gli apocalittici e gli integrati, i laudatores temporis acti del “niente sostituirà mai il libro” e del “dove andremo a finire”, ci saranno dei visionari, ci saranno quelli che proveranno seriamente a ragionare di innovazione nel mondo scolastico. Con il paradosso che il Kindle e i lettori di e-book sono oggetti connessi via wifi, e nelle scuole non c’è il wifi. Vedremo, poi vi racconto.

Mi parli così? o ti ascolto così?

[In ascensore]
Nella parte alta, subito sotto il display, alcuni disegni mostrano la procedura per lanciare l’allarme in caso di blocco: disegno di un dito che preme un bottone con una campana; disegno di una clessidra; disegno di una testa umana a fianco di una cornetta del telefono.
Una campana, una clessidra, una cornetta del telefono.
Le campane non vengono più utilizzate per dare l’allarme. Le clessidre sono oggetti d’arredamento. Sull’ascensore non c’è un telefono con cornetta, ma un microfono ambientale.
Il simbolo sopravvive all’oggetto.
[via L’estinto]

Certo, è dura inventarsi segni che si riferiscano a stati/eventi del mondo non osservabili, smaterializzati, informatici.
Delle tre categorie classiche di classificazione dei modi di produzione semiotica dei segni, ovvero secondo iconicità (e tralasciamo l’amabile infinito discorso sulla “somiglianza” e sulle caratteristiche che determinano la riconoscibilità dell’oggetto rappresentato rispetto al segno, ad esempio in ottica transculturale), secondo indicalità (dove indice o sintomo è qualcosa di fisico e fisicamente connesso all’Oggetto, come le bolle del morbillo rispetto alla malattia o una boa che segnala la presenza di un sommozzatore in immersione), e secondo l’arbitrarietà di una Legge Legisegno (un codice, come le parole, le quali mica c’entrano nulla con ciò che intendono significare, nemmeno nel caso dell’onomatopea; il suono della parola /tavolo/ non reca con sé le caratteristiche del contenuto “tavolo”, non ha quattro zampe e un piano), perdiamo l’iconicità.
Non possiamo suggerire con un disegno stilizzato ciò che non possiamo vedere, vivendo oggi in mondi fatti da agenti immateriali o miniaturizzati.
Ricorriamo a segni la cui comprensibilità si appoggia su referenti culturali appartenenti al mondo agricolo-industriale, solidamente atomici e pure macroscopici.

Per dire, nel caso dei feed RSS ci han messo un’onda di propagazione, e tra i cerchi di un sasso nello stagno e l’acustica possiamo risalire al significato veicolato, al diciamo-così concetto, anche se qui siamo nell’immateriale e nulla si muove.

Decisamente campana, clessidra e cornetta parlano di un’altra epoca. Quindi affinché possano essere comprese come segni di azioni (avvertire monodirezionale, aspettare, comunicare bidirezionale) gli utilizzatori dell’ascensore si presume siano in possesso di un codice in grado di correlare appunto a questi segni i rispettivi stati del mondo. E già vivono intorno a noi bambini che potrebbero non aver mai visto nessuno di questi oggetti, per i quali sarebbe quindi necessaria 1. una alfabetizzazione a oggetti svaniti dal mondo, affinché 2. possano maturare in sé dei piani e delle relazioni stabili nelle reti enciclopediche dello scibile posseduto, su cui in seguito 3. poter fondare dei codici di correlazione semiotica in grado di 4. rendere eloquenti i segni costruiti iconicamente a partire da quegli oggetti.
Follia.
Ci serve un’iconologia dell’immateriale dei bit e dell’informazione, ed è già un bell’ossimoro su cui scommettere senza ricorrere a metafore passatiste, oppure fare in modo che i significati veicolati siano direttamente osservabili, magari attraverso la mediazione audiovideo, che è pur sempre rappresentazione. Così al posto di un bottone con sopra la campana o la cornetta in ascensore mettiamo un video (touchscreen, ovviamente, così è il testo che agisce) che mostra l’azione di avvertire o di chiamare, ovviamente con i risvolti sociali del caso, quindi narrativi, quindi pragmatici, o meglio pragmaticisti, giusto per restare vicino alle idee matte e ficcanti di Peirce.

La verità di una concezione poggia esclusivamente sulle sue relazioni con la condotta della vita.

Fin qui, stavamo scherzando

Siete pronti, Siete caldi? Anch’io! (cit.)

Sono ormai anni che parliamo del web come Grande Conversazione, ma in queste ultime ore sta veramente esplodendo il giocattolo. Tutto diventa flusso, tutte le piattaforme stanno arredando i propri salotti pubblici o privati con dispositivi di lifestreaming socializzato in tempo reale, muovendoci in giro in Rete o sul mondo tramite cellulare avremo sempre con noi amici o sconosciuti che potranno commentare il loro/nostro fare e inoltrarlo ovunque.
Youtube vi permette di socializzare tramite flussi, Facebook si twitterizza, FriendFeed diventa un posticino dove si vengono finalmente a conoscere gli stili dialogici conversazionali dei grossi nomi della blogosfera italiana – tono prevalente adottato: “regazzi’, fatte da parte”, sintomo forse di infantilismo dialettico mai maturato nel confronto interpersonale dentro strumenti sincroni, fossero anche le chat su IRC di dieci anni fa.
Insomma, ne vedremo delle belle, come al solito, come ogni sei mesi la Rete ci fa dire dinanzi alle novità. E le novità saranno tutte robe sociali e chiacchierose, nei prossimi, va da sé. Lì c’è la bellezza, e lì molti pensano ci sia anche il business.
Munitevi di strumenti per restare sintonizzati, aggregatori identitarii di flussi personali, ambienti per racimolare e radunare quello che si dice e si fa in giro, su cui volete mantenere la presa su ciò che scorre. Questa è tutta roba liquidissima, rapida, e purtroppo non lascia traccia stabile, nemmeno come innesco per approfondimenti successivi. Tecnologie traccianti, sì, ne parlavo qui e qui.

Web is a-changing

Da un commento a una battuta gambelunghe di Fabio Giglietto su FriendFeed, mi appunto qui un’osservazione.
FriendFeed, come già Facebook settimane fa, è in fase di restyling dell’interfaccia. E’ già successo, ci saranno i soliti putiferii su “meglioprima/meglioadesso”, poi ci si abitua. In realtà sappiamo che modificare (oppure nascondere vs. promuovere) la disposizione dei bottonètti sulle pagine riconfigura nella nostra testa anche la percezione delle possibilità operative, i comportamenti che pratichiamo – e tralascio l’impatto del look&feel sul nostro sentire emozionale rispetto l’interfaccia, importantissimo.
Ma la nuova interfaccia di FF ha un bottone “pausa” (è sempre in real-time sui post), perché siam passati da un web dove le cose statiche andavano aggiornate (consumare il tasto F5, insomma) ad un web dove le cose vanno fermate.
Certo AJAX in quanto tecnologia soggiacente il web20 ci ha abituato alle pagine dinamiche, con gli oggetti movibili e i refresh rapidi. Semplicemente ora il web è veramente fatto di flussi, e FriendFeed rimane il miglior esempio di lifestreamer sociale che conosco. Vediamo se la nuova interfaccia ancora in beta metterà l’accento sui contenuti pubblicati o sulle dinamiche relazionali, ad esempio.

Articolando

Quindi, buttiamo tutto sulla matrice, e vediamo che possono esserci abitanti stanziali connessi e non connessi, oppure abitanti nomadi, a loro volta connessi o meno.

Tenete sempre presente che parliamo di abitare Luoghi indifferentemente dentro o fuori il web, digitali o fisici. E anche su web è possibile ravvisare comportamenti stanziali o nomadi, da parte di singoli, gruppi e collettività più ampie. Ti piace cliccare sui blogroll altrui, verso l’Ignoto? O sui followers di Tizio? Nomadizzi, t’incuriosisci per un nick e segui briciole di pane o suggestive scie di profumo per mezza Internet, ti impelaghi. Perché ricordate, il web era un mare da navigare e surfare, e di qua e di là qualche isoletta offriva approdo.
Il web non è più un posto per scorrerie, qui noi oggi abitiamo. Abbiamo fatto terra-forming per dieci anni, adesso mettiamo i piedi su cose solide e di noi stabilmente identitariamente connotate, come il nostro blog che ci guarda da qualche anno o il forum che frequento da quando cercavo gli aggiornamenti per windows98 o le reti dei messenger.

Qui ora vado in direzione degli eventi che con maggiore probabilità possono innescare cambiamenti sociali: ad esempio, in collettività umane attraversate dal flusso nomadico degli zingari credo si formino credenze riguardo alla relazione con l’Altro diverse rispetto a raggruppamenti sociali stabili che conoscono pochi contatti con lo Straniero.

Quindi il tutto si riverbera nel web, dove molti di noi stanziali connessi adottiamo comportamenti che talvolta rafforzano la relazione dentro le reti conosciute, dentro l’insieme olistico dei Luoghi che frequento e quelli fino dove giungono le mie tracce di presenza, e talvolta, restando stanziali, diventiamo veri nomadi, nel muoverci su territori digitali sconosciuti.

Nel corso del tempo è cambiato il nostro propendere per “rafforzamento rete sociale conosciuta” rispetto a “esplorazione reti sconosciute”? Reti di persone, di socialità. Una volta si aggregavano di più le cose, oggi si aggregano le persone? Tutti i socialweb che articolano il concetto di follower, che lo visualizzano, che mettono in scena le reti contribuiscono a “stringere” le reti? E quanto incoraggiano il nomadismo, come apertura allo stupore dell’epifania numinosa quanto inattesa dell’Altro da me, eh?, nei percorsi serendipici?
Conservatori o progressisti? No, prima ancora. Disposti a porgere l’orecchio e l’occhio e la freccina del mouse a un link ipertestuale che vi porterà chissà dove, a leggere di argomenti o vedere foto di cose prima mai pensate, oppure a lasciar entrare nel vostro aggregatore e nella vostra coscienza flussi di alterità, questo scegliamo per noi stessi, così impostiamo i filtri del lifestreaming da e verso di noi, così costruiamo e usiamo le porte e i segni.
Cosa cerco dalla conoscenza? Conferme o sgambetti?
Nel MedioEvo, la comunicazione pubblica delle PA (i feudatari) era zero, a parte le grida in pubblica piazza e quell’albo pretorio che ha millenni di storia. Conservare il potere (basato sulle informazioni, poi) era ed è non comunicare. E’ chiaro che esporsi alla comunicazione è esporsi al cambiamento, e qualcuno giunge ad affermare che negarsi alla comunicazione è negare il cambiamento, ovvero il volersi mantenere uguali, conservare l’attuale.
Anche se vedo contradittoria una società che si vuole progressista che sbarra le porte (la Cina?).

Qui c’è Massimo Moruzzi su Dotcoma che vede bene lo stesso problema, riferendosi a come i contenitori sociali su web e i loro meccanismi pre-orientino la relazione e in-formino il nostro abitare nelle reti.

Facebook, vale la pena a questo punto sottolineare, non è più un sistema chiuso su sé stesso – o non più di quanto non lo siano il tuo feedreader o la tua webmail, perchè vi puoi importare praticamente di tutto, come e più che su un feedreader, o ricevere di tutto, come con la tua email.

Facebook ha vinto, ma senza risolvere nulla. Su Facebook, vedo foto, link, video e musica dei miei amici – ma non sarebbe molto più interessante vedere cosa apprezza chi ha gusti simili ai miei? Facebook è un passo indietro da un web di interessi condivisi a un web di amici che già conosci.

Questo accade perché proprio questa è la peculiarità del social web, lo dice la parola stessa. Permettendo l’emergere e quindi la visibilità delle reti relazionali, ha posto l’attenzione sulle persone. L’altro ieri andavo su web per cercare un documento o una risorsa, ieri per cercare delle persone, oggi cerco cosa dicono le persone che stimo e/o conosco sulle risorse e sulle novità, domani saremo tutti presi in un vortice vorticoso di cose e oggetti geotaggati e news e commenti e lifestreaming.
Il “web degli amici che già conosci” è una fase necessaria di ristrutturazione dell’economia della rete, perché permette di organizzare meglio i filtri e le reti dei flussi di informazioni e opinioni sulle informazioni, in direzione di una maggior efficacia nella propagazione delle idee, nel web degli interessi condivisi.
Si guardavano gli oggetti culturali, ora si guardano le persone, ma si tornerà a guardare gli oggetti, però incomparabilmente arricchiti dalle riflessioni di molti su di essi, da prezioso contesto, da vissuto personale.

Dopo questa costrizione che il socialweb ha imposto al nostro fare negli ultimi anni, nel farci concentrare sulla edificazione dei Luoghi sociali del nostro abitare, sull’allestimento di una identità adeguata ai nuovi ambienti che frequento, sulla definizione di una rete amicale e professionale, possiamo tornare a estrovertirci, verso cose che non conosco.

Un altro esempio: la funzione dei commenti dentro Google Reader. C’è questa funzione nuova per commentare ed inoltrare ad altri quello che ci arriva dentro l’aggregatore e reputiamo meritevole di.

C’è la condivisione “Share with note”, che rimanda la notizia ai vostri amici (chi già riceve ciò che segnalate), e il commento e la notizia possono anche essere pubblicati sulla pagina pubblica del mio aggregatore.
Ma da poco tempo anche dentro il bottone “Share”, quello per la semplice condivisione con un click, troviamo una ulteriore funzione di commento, dove però la visibilità dello stesso è rivolta “a tutti quelli che possono vedere la notizia originale condivisa”.
Che quindi potrebbero essere anche persone che non sono vostre amiche (ovvero nel vostro elenco di persone con cui condividete permanentemente il flusso di pubblicazione), ma in qualche modo la stessa notizia è presente anche nel loro aggregatore e se leggeranno la notizia dopo di voi vedranno anche il vostro eventuale commento. Immagino.

Quindi, nel primo caso ho condivisione e aumento informativo (il mio commento) verso reti conosciute, nel secondo caso compio un movimento molto più “alla cieca”, senza finalità immediate, ma potenzialmente foriero di inaspettato, cose o persone si tratti.

Dove decido di interfacciarmi? Nello scegliere attimo per attimo come utilizzare e come reinoltrare risorse, persone, memi, nel mio essere router di socialità, mi rivolgo a reti conosciute o sconosciute? Nel pensare il destino del mio dire e del mio fare in rete, mi viene più facile immaginare uno sconosciuto o un amico, nell’attimo di leggere l’ultimo post del mio blog sul suo aggregatore? E quanta fiducia ci metto, nell’inoltrare (e questo torna ad assomigliare a un messaggio nella bottiglia in un web che torna ad essere un po’ mare) e nell’ascoltare?

ps. dopo geni e memi, ci servirebbe una unità di significato delle reti sociali, dei cluster relazionali, dove il contenuto è dato dalla forma peculiare che ciascun sistema adotta.

Quest’interfaccia non mi è nuova

Ne parlava anche Pierre Lévy, ma la suggestione arriva da più lontano. Noi siamo interfacce, parti del nostro corpo sono delle interfacce, come gli occhi e il naso e i sensi, ma anche come i polmoni, la pelle. Anche le stazioni e gli aeroporti sono interfacce, in scala socioterritoriale. Ma per restare sull’individuo, anche gli organi genitali sono interfacce. Tutte cose che trasportano traducono connettono, e in quanto in tal modo o tal altro conformate contribuiscono a dare senso alla relazione (interumana, o uomo-macchina) che veicolano, lasciano tracce di “semantica naturale” nella semiosi che poi innescano, nell’interpretazione degli eventi.
Stazioni ferroviarie architettonicamente differenti organizzano diversamente i flussi di socialità al proprio interno, e fondano esperienze-utente affettivamente e cognitivamente differenti, nella relazione con gli altri e con il mondo.
L’usabilità di un software può decretarne il successo, molto più della sua effettiva efficacia come strumento per produrre/distribuire documentazione o operatività; il merito è di chi ha disegnato l’interfaccia grafica.
La conformazione fisica dei nostri organi sessuali ha portato molte culture a fondare dicotomie assiologiche forti tra penetrazione/ricezione, attivo/passivo.

Eppoi, come dire, ciascuno di noi conosce bene la propria interfaccia gonadica, ci giochicchiamo da sempre. Vi è dimestichezza, comodità psicologica all’interazione, feedback. La mia mano conosce il mio pisello, lo ammetto. E tu donna che leggi, la tua mano conosce la tua patata, è indubbio.

Andate a vedere il video qui, da MailofDay, poi tornate.

Ecco quindi che il joystick dei videogiochi assume decisamente forma fallica, e ne replica le modalità d’interazione classica, ovvero andare su e giù con la manina.
La curva di apprendimento è un concetto obsoleto, nessuno può dire di trovare ostica l’interfaccia.
Immagino si possa realizzare anche la versione “patata”.

Horse Latitude

Come già l’altr’anno, oggi sono andato a Pordenone nel liceo dove insegna Pier e lui assente (saluto i prof che erano presenti, Alessandro e Enrico) ho tenuto la mia lectio magistralis sul Senso della Cultura Tecnologica moderna e dell’Abitare sociodigitale, secondo approccio gangherologico. Dilagando per quasi tutte le due ore, e studenti e studentesse che eravate presenti commentate pure questo post, o qualunque altro, per farmi domande relative o no.
Sono andato anche a mangiare pastalpesto e due fritole a casa di Sergio, quindi non sono nemmeno uscito dalla modalità “digital world” che avevo settato mentalmente per fare lezione nella mattinata e ho continuato per due ore a chiacchierare amabilmente in gergo da webaddicted.

In realtà, questo post era per prendere appunti.
Qui Gigi Cogo racconta delle dinamiche del web 2.0 a supporto dei servizi di eGovernment, e riesce a illustrare il farsi strada dei nuovi approcci comunicativi, delle nuove necessarie posture conversazionali nella cultura di gruppo delle Pubbliche Amministrazioni.

Carlo Infante su PerformingMedia espone e suggestionea incastrando bene le pratiche di Rete, di multimedialità e di territorio dentro i nuovi scenari che geoblogging e media locativi rendono visibili e vivibili – “scrivere storie nelle geografie”. Carlo andrebbe con la forza costretto a produrre idee relative a possibili applicazioni ev’ryday-life delle tecnologie georeferenziali, a inventarsi situazioni e messe in scena di comportamenti umani interfacciati.

Sergio Maistrello mette giù un sacco di idee sulle nuove dinamiche del giornalismo più o meno web e sul problema della disintermediazione della comunicazione istituzionale, partendo dalla riorganizzazione profonda dei modi di interpellazione dell’interlocutore e dei contenuti espressi dai siti governativi americani in seguito all’elezione di Obama.

Poi avevo messo da parte una serie di link su argomenti tipo “tracciabilità”, ovvero indicazioni su argomenti che riuscissero a mostrare qualcosa di robe come mappature di comunità (indifferentemente su terra, web o supporti mobili), borghi digitali, webcittadinanza, utilizzo di cellulari come sensori (ne parlavo qui), anzi i cittadini stessi sono i sensori, ma si può mettere dei rilevatori anche sui piccioni e farli comunicare in tempo reale su wifi cittadino le condizioni ambientali (quota di anidride carbonica, per esempio) dei quartieri. Trovate tutto qui, da Vodaphone.

La Nokia non sta ferma, figuriamoci, e come sappiamo dopo Nokia Sensors per rilevamenti ambientali (cerchiamo di fornire contesto al nostro dire, mettiamo dentro il messaggio il più possibile della situazione enunciativa) lancia MyMobile, che però è un webserver da mettere dentro il nostro telefonino, così possiamo arrivarci dentro via web, navigando. Ma siccome sul telefono è possibile mantenere ad esempio gallerie fotografiche pubbliche di foto nostre originali, oppure fare un blog (sì, dentro il cellulare) o condividere un calendario, ecco che abbiamo per le mani un modo nuovo di “darsi” degli individui dentro la rete, innescando community (frequentazioni, partecipazioni, appartenenze) basate sulle reti cellulari.
Esistono anche le community geograficamente strettissime, ad esempio quelle basate sullo scambio bluetooth tra i cellulari, così quando entrate in discoteca o in pizzeria avete già sul visore del telefono la mappa situazionale dei personaggi presenti, con i loro profili, e strumenti di interazione. Esempio di queste tecnologie sono Mobiluck e Crowdsurfer, e anche i cellulari social sono cosa che già abita il presente, anche se al momento servono a cuccare in modo creativo.

Ancora tre link: urban-atmospheres.net locative-media.orge urban-atmospheres.net
per ragionare sempre di nuove forme di abitanza digitale, interessanti. La locuzione “media locativi” non mi sembra male, peraltro.

Chiaramente, mentre sto per chiudere il post arriva Google (ne parlano qui) con il suo nuovissimo GoogleLatitude, che appunto è un marcatore social di presenza basato su Google Maps. Scaricate il nuovo GMaps 3.0 per cellulari, lui rileva la vostra posizione sul pianeta via GPS o sui wifi o sulle reti cellulari, e la riporta sulle mappe satellitari. Poi spedite l’invito ai vostri contatti gmail, quelli che volete, e anche loro se accettano compariranno come avatar sulla mappa geografica, simboleggiando la loro posizione (la quale può essere anche mentita, impostando una posizione manualmente). La mappa poi la vedete sul cellulare o anche via web (non italia ancora), come widget dentro la iGoogle.

Se per districarvi tra tutte queste indicazioni e suggestioni vi serve una mappa mentale, traggo da qui alcune indicazioni di Buzan in persona su come impostare i nodi di primo livello.

Here are some additional tips from Buzan on the types of words that tend to make effective basic ordering ideas:

  • Divisions: chapters, lessons or themes
  • Properties: characteristics of things
  • History: a chronological sequence of events
  • Structure: how things are formed or arranged
  • Function: what things do
  • Process: how things work
  • Evaluation: how good, beneficial or worthwhile things are
  • Classification: how things are related to each other
  • Definitions: what things mean
  • Personalities: what roles or characters people have

Spicciolame

Pasteris dice che

CriticalCity ha vinto i Kublai Awards 2009
CriticalCity è una piattaforma di riqualificazione urbana ludica e partecipata. E’ un progetto innovativo per mettere al centro i cittadini e trasformarli in motore attivo della trasformazione sociale, culturale e fisica del territorio urbano. Molti cittadini non sono soddisfatti della condizione della propria città, molti la vivono a fatica, la subiscono ma non sanno da dove cominciare, non hanno a disposizione uno strumento semplice per poter agire direttamente sulla propria città e fare qualcosa – anche di piccolo – per cambiarla, per renderla più vivibile, migliore. CriticalCity risponde al bisogno di potersi impegnare per la propria città e pensa che il modo più efficace per riuscire in questo sia di trasformare questa attività in un gioco.

Mi sono iscritto come Solstizio, dalle mie parti non c’è nessuno, proverò a capire come funzia.

Poi c’è questo brano di McLuhan del 1963, pubblicato da repubblica.it e arrivatomi via ValterBinaghi. C’è tutta una critica iniziale, sulla natura depauperante delle tecnologie di connettività – il sistema nervoso extracorporeo, nato con il telegrafo. Poi distingue

“… La nuova tecnologia elettronica, però, non è un sistema chiuso. In quanto estensione del sistema nervoso centrale, essa ha a che fare proprio con la consapevolezza, con l’ interazione e con il dialogo.”

E qui McLuhan, diciamolo, è eccezionale per la lucidità con cui riesce a rendere pertinenti le peculiarità dei new media dei suoi tempi (frutto di precise innovazioni tecnologiche) rispetto alle considerazioni sul funzionamento delle collettività umane. Con una visione moderna, di sistema e di processo – anche se ci sento dentro una figuratività metaforica un po’ ottocentescamente organicista o hegeliana, mah – riesce a cogliere l’emergere della consapevolezza collettiva nei sistemi mediatici planetari, proprio come un sistema nervoso sufficientemente complicato ad un certo punto sviluppa forme di coscienza, come strumento per meglio gestire quella complicatezza che ormai si può chiamare complessità. Si giunge all’autocoscienza, anche per il fatto che le tecnologie fulcro del cambiamento sociale attuale sono proprio le tecnologie della comunicazione e dell’informazione.

“Nell’era elettronica, la stessa natura istantanea della coesistenza tra i nostri strumenti tecnologici ha dato luogo a una crisi del tutto inedita nella storia umana. Ormai le nostre facoltà e i nostri sensi estesi costituiscono un unico campo di esperienza e ciò richiede che essi divengano collettivamente coscienti, come il sistema nervoso centrale stesso.”

Sta parlando di internet, è chiaro. Considerando evolutivamente il sistema televisivo come sviluppo degli organi di senso del corpo sociale (e negli Stati Uniti dei primi sessanta c’era già un sistema rediotelevisivo paragonabile all’italia degli anni Ottanta, per varietà di voci e capillarità), ad un certo punto si arriverà alla nascita di un sistema nervoso centrale, un Luogo di elaborazione dei flussi informativi, e si tratta di un Luogo sociale. Sul problema della scrittura e dell’oralità potremmo confrontarci con letteratura più recente, ma porre l’accento sui gruppi in relazione ai media è mossa notevolissima.
“La scrittura, in quanto tecnologia visiva, ha dissolto la magia tribale ponendo l’accento sulla frammentazione e sulla specializzazione, e ha creato l’ individuo. D’ altra parte, i media elettronici sono forme di gruppo.”

“Siamo diventati come l’ uomo paleolitico più primitivo, di nuovo vagabondi globali; ma siamo ormai raccoglitori di informazioni piuttosto che di cibo. D’ ora in poi la fonte di cibo, di ricchezza e della vita stessa sarà l’ informazione.”

“Quando nuove tecnologie si impongono in società da tempo abituate a tecnologie più antiche, nascono ansie di ogni genere. Il nostro mondo elettronico necessita ormai di un campo unificato di consapevolezza globale; la coscienza privata, adatta all’uomo dell’era della stampa, può considerarsi come un cappio insopportabile rispetto alla coscienza collettiva richiesta dal flusso elettronico di informazioni. In questa impasse, l’unica risposta adeguata sembrerebbe essere la sospensione di tutti i riflessi condizionati.
Penso che, in tutti i media, gli artisti rispondano prima di ogni altro alle sfide imposte da nuove pressioni. Vorrei che ci mostrassero anche dei modi per vivere con la nuova tecnologia senza distruggere le forme e le conquiste precedenti. D’altronde, i nuovi media non sono giocattoli e non dovrebbero essere messi nelle mani di Mamma Oca o di Peter Pan. Possono essere affidati solo a nuovi artisti.”

Qui credo emerga un problema. Noi non conosciamo le potenzialità della nostra coscienza, nella sua abilità di coordinare flussi informativi, di farci restare attenti rispetto all’umwelt, come fossimo scimmie che in una foresta cercano sempre il profilo della tigre tra le foglie. Per il nostro essere animali, questa è facoltà necessaria per la sopravvivivenza (al punto che uno che legge il giornale in autobus è visto con un po’ di riprovazione, diceva Goffman, perché non può svolgere la funzione sociale di “sorvegliante” della situazione), e la coscienza come meccanismo serve anche a questo. En passant, sia chiaro che la coscienza per come ce la raccontano Hofstadter e Dennett può essere anche caratteristica di un formicaio, se non delle singole formiche, in relazione ai comportamenti adottati, quindi evitiamo di antropomorfizzare il discorso come al solito.
Ma il fatto è che se dentro un mondo virtuale in 3D, magari con visore e guanto, se mi dimezzano la forza di gravità ci metto un attimo ad adeguarmi. I bambini precocissimi non fanno fatica a interagire con flussi informativi, anche attraverso interfacce non pensate per loro (un telecomando del decoder o un software che si chiama Ufficio).
Se guardate i flash giornalistici di notte alla tv, vedrete uno schermo pieno zeppo di informazioni su molti flussi diversi (la voce dello speaker, le immagini alle sue spalle, i boxini con le quotazioni dell aborsa e il meteo in parte, nel sottopancia scorrono veloci altre news) eppure non facciamo fatica a seguire tutto. La nostra coscienza sembra essere sovradimensionata, capace di gestire anche quello per cui non è nata. Oppure semplicemente le sue facoltà non vanno pensate in termini di quantità, ma di algoritmi di funzionamento. Oppure meglio ancora, cerchiamo di capire che specie umana e tecnologie sono in simbiosi, da secoli. La pensabilità della tecnologia determina le direzioni verso cui la troviamo, spesso serendipicamente facendo lo sgambetto alla prevedibilità – d’altronde, la realtà notoriamente non ha nessun obbligo di essere verosimile, non siam mica a teatro qui – allo stesso modo in cui gli artefatti che ci circondano determinano le direzioni del nostro pensare. Perché stiamo dialogando con l’ambiente, e le tecnologie sono le parole dei nostri discorsi, dove traggo identità di me dal loro risuonare.
E guarda caso, nel mutuo reciproco evolversi degli Umana e dell’ambiente di vita, si scoprono facoltà cognitive che non si pensava esistessero (sì, sto ancora pensando al bambino di quattro anni che vi maneggia il MediaCenter in salotto con la stessa dimestichezza di un bibliotecario con un master in digital library) che si rivelano adeguate a fronteggiare le nuove forme di complessità degli ambienti mentali, fisici e digitali.
Nel parlare di coscienza privata e collettiva, McLuhan non poteva che pensare da dentro l’orizzonte della pensabilità del 1961, anche se in maniera eccezionale nella sua capacità di tratteggiare scenari futuri a partire da pochi segnali deboli. Qui forse ha tenuto ferma nel suo ragionamento una costante, la forma e le funzioni di quello che chiama coscienza, che invece è da considerarsi anch’essa una variabile, per il suo evolversi e mostrare nuove facoltà quando chiamata a fare il suo lavoro di “centro regìa” nel gestire flussi provenienti da ovunque, dentro e fuori su molti canali diversi.
Ma la coscienza e il mondo co-evolvono, non c’è bisogno di ipotizzare tragiche morti di coscienza individuale a favore di coscienze collettive. L’interazione dialogica tra sistema nervoso e oggetti è cosa sottile. Ad esempio, tutta la folksonomia è una risposta concettuale e operativa (forse addirittura non-pensabile nel 1961) che prova a fare luce su certi fenomeni socioculturali che si collocano su faglie di confine tra contesto individuale di significazione e i comportamenti degli oggetti culturali negli ecosistemi della conoscenza.

Gli artisti che scavano sotto i riflessi condizionati mi puzza ancora di romanticismo, mi sembra il solito Picasso che “dipinge quello che vede, non quello che sa”. Poi vengono gli straniamenti, poi le installazioni come indagine sul contesto di rappresentazione, i meticciamenti e le sinestesie. Questo ci porterebbe sui linguaggi della creatività, e via andare. Ma resteremmo ancora bloccati in una dialettica di contesti di pensabilità degli oggetti e dei comportamenti impostata su vecchie concezioni del mondo e della socialità e dello scambio informativo. Al momento, i migliori artigiani che conosco sono la sterminata massa anonima di sviluppatori software che di notte, nel buio dei profondi anni Ottanta o primi Novanta, hanno sviluppato il mondo digitale che ora abitiamo. Dell’arte parliamo più avanti.

E infine questa recensione di Tito Vagni ad un libro di Piero Vereni, “Identità catodiche. Rappresentazioni mediatiche di appartenenze collettive” che è un titolo di quelli giusti densissimi ma “catodiche” non mi piace, ma non credo che parli solo di tecnologia digitale, quindi figuriamoci se posso giudicare un libro dal titolo, toccherà fare un salto in libreria. La recensione è interessante, incollo anche qui alcuni concetti con la normale colla CtrlV.
… Esiste però un filo conduttore costituito dal ruolo determinante che i mezzi di comunicazione hanno assunto nella vita quotidiana e la necessità, per le scienze sociali, di guardare ai media come al luogo privilegiato dell’analisi sociale.

… ricostruzione dettagliata dei lavori di “antropologia dei media”, termine con cui individua un filone di studi derivante dalla contaminazione tra antropologia linguistica e cultural studies, che tenta di comprendere il rapporto tra sistema dei media e sistemi culturali

… “di fronte ai nuovi media siamo tutti primitivi, dato che tutti abbiamo bisogno di elaborare strategie d’uso e di significazione originali che abbiano e producano un senso dentro il sistema culturale che viviamo”

… mostra particolare attenzione al modo in cui l’introduzione di un mezzo di comunicazione ridisegni l’organizzazione dello spazio o, utilizzando le parole di Meyrowitz, riesca a proiettare l’abitare “oltre il senso del luogo”.

… la presenza della tecnologia nella vita quotidiana si è fatta talmente massiccia da rendere impertinenti alcune analisi sociali che eludono il ruolo dei media

Tutto interessante.

Appunti su mobizen

Abbiamo i citizen, che diventano netizen, e se mettiamo l’accento sul dispositivo che usiamo per essere always-on, ragioniamo sul telefonino mobail mobile.
Eran tutte notizie una dopo l’altra, lì sull’aggregatore, collegate tra loro sia per la contiguità del loro apparire nella mia vita sia per l’argomento comune trattato, e quindi mi son messo a seguire le briciole in giro.
Un oggetto tecnologico postindustriale può essere identificato anche grazie alla presenza di sensori e display, necessari per poter interfacciare il sistema nervoso umano con queste scintille di intelligenza sparse negli oggetti, nel dominio della teleoperatività e dell’immateriale.
Se pensate all’interfaccia di un’automobile, i pedali e il volante e il cambio non stanno per le funzioni che svolgono, sono essi stessi parti del meccanismo. Premere il pedale della frizione vuol dire azionare un sistema di leveraggio, ma siamo sempre fisicamente connessi con la frizione vera e propria. L’indicatore della benzina è fisicamente connesso al galleggiante nel serbatorio, e questo fa di lui un indice. Potrebbe non esserci nessun codice, in quanto segnale potrebbe semplicemente mostrare una correlazione tra la lancetta e uno stato del mondo (del serbatoio). Poi le macchine son diventate elettroniche, e tra i sensori e i display e la nostra interazioni si sono intromesse centraline e processori e codici, quindi oggi se guardo l’indicatore della benzina non vedo “direttamente” il comportamento il galleggiante, ma un sua rappresentazione, un segno.
Gli oggetti moderni hanno display e sensori, per maneggiare ciò che non posso né vedere né toccare.
Però ultimamente i telefonini hanno un bel display. Su cellulari di fascia media si possono vedere i film, almeno ragionando in maniera dignitosa di punti per pollice, e sempre più offrono schermi sensibili al tocco che porta la qualità dell’interazione su altre strade prima impensabili di user-experience. Migliorano le interfacce, migliora la connettività, i telefoni diventeranno una via règia per accedere ai sogni della Rete.
Ma guardiamola dal punto di vista della Nuvola, che si vede nutrita da milioni di point-of-presence, come tentacoli che brancolano nel buio, come i ragnetti che cercano TomCruise nascosto nella vasca da bagno con il ghiaccio, quegli stessi telefonetti che abbiamo in tasca, oggetti da visualizzare come sensori calati nella realtà fisica, porte di passaggio, da cui noi già comunichiamo molto, la nostra posizione in GPS o triangolata nelle celle, quindi i nostri movimenti come flusso sui territori, il nostro usare questi terminali per immettere informazioni come testo e foto, per comunicare.
E bello sarebbe se questi telefoni possedessero più sensori dell’ambiente: ad esempio potrebbero essere attrezzati per fare rilevazioni sull’inquinamento atmosferico, e potremmo avere delle mappe in tempo reale su un pagina web con tutti i dati ben visualizzati e geotaggati, e via a incrociare i dati.
I cellulari stanno agli umani come gli RFID (arfidi, o meglio àrfidi) stanno agli oggetti. Per descriverci, usano musica e fotografie e contatti relazionali, a cui oggi si aggiungono gli applicativi web installati, le reti sociali frequentate nel mondo digitale ovvero la nostra identità digitale. Sono sempre con noi, e danno informazioni su di noi (la cui portata dovremmo poter controllare) e ora diventano gli strumenti migliori per avere sensori del contesto.

In realtà, bisognerebbe che i telefonini parlassero molto, lasciassero tracce e informazioni su di sé, sul proprio uso, sul proprietario, senza rivelarne l’identità. Correlazioni statistiche a bizzeffe. Mappa dinamica dell’umore di una nazione, secondo certi aspetti e capacità.

Tutto ciò è partito da un articolo di PuttingPeopleFirst, poi ho visto Sterling che parla di telefonini qui, qui su mobileactive si studiano le “dynamics of the role of mobile phones in enhancing access to and creating information and citizen-produced media”, gli usi attuali e possibili per promuovere citizen media – c’è anche un simpatico pdf da scaricare A Mobile Voice: The Use of Mobile Phones in Citizen Media, per finire con Nokia che parla di sensori.

Scrivendo questo post, mi è venuto in mente che si potrebbe mettere su un sito una mappa mondiale capace di render conto delle suonerie che usiamo sui nostri cellulari. Ovviamente bisognerebbe che i nostri cellulari, in forma anonima, spedissero la suoneria che usiamo per le chiamate e per i messaggi ad un sito, e avremmo su uno schermo una rappresentazione del paesaggio sonoro, geotaggato. Monitorare i cambiamenti d’umore. Quanto variano nel corso dell’anno i ritmi che usiamo, che bpm abbiamo oggi di media a Udine, e quanto era lo scorso weekend conforntato con ferragosto? Qual è la colonna sonora di un centro commerciale o di una scuola?

Ripeto: tecnologia tracciante

Già qui parlavo di tecnologia tracciante, perché sta diventando un problema impellente.
Anni fa seguire i blog e gli altri luoghi personali di espressione era piuttosto semplice, si partiva dai segnalibri sul browser, si leggevano i post dei propri autori preferiti, poi magari dai commenti o dal blogroll si passava ai blog che in qualche modo riprendevano la conversazione interessante, e si riusciva ad avere in questo modo una visione complessiva della tematica trattata e di tutte le risposte e le suggestioni da quest’ultima innescate. Pareva perfin di vedere il “farsi” dell’opinione pubblica, sotto i nostri occhi, nella negoziazione interpersonale dei punti di vista, nel dialogo litigate e amori compresi, nell’emergere di posizioni etiche e successivi aggiustamenti.
Sappiamo che feed e aggregatori hanno moltiplicato il flusso, hanno reso più facile seguire i blog, ma a loro modo, pur essendo solo una tecnologia aggregante, già lasciano spazio a una piccola deriva dell’interpretazione, perché sottraggono informazioni di contesto al messaggio che ci arriva, quelle grafiche e stilistiche che circondano il post (il cotesto) sul blog originale.
Già ci furono discussioni in Rete su questo leggere fuori contesto, ad esempio per il fatto che i contatori visite non potevano più segnare tutte le letture del blog, visto che molti i messaggi di quel blog li leggevano sull’aggregatore. Infatti ora teniamo in considerazione i sottoscrittori dei feed, per ragionar sul numero di lettori complessivo di un blog.

Ma il vero problema sono i commenti.
Perché oggi i commenti ad un post non sono costretti a vivere sull’indirizzo web che ospita quel blog, ma possono vedere la luce in molti diversi ambienti digitali, ad esempio sulle community o sui flussi di lifestreaming, perché tutti quelli cha hanno un blog riportano il proprio feed anche dentro questi ambienti, ed è qui che mi imbatto nei loro post, è qui che commento, non sul blog originale.
Oddio, una certa dimestichezza nelle dinamiche comunicative online ci guida, consapevolmente o meno, a scegliere dove rispondere, a seconda ad esempio della mole di contenuto che devo esprimere nel mio commento oppure per il tono che intendo utilizzare: fa parte delle grammatiche relazionali in Rete avere una certa competenza digitale, la quale via via ci suggerisce se articolare la nostra risposta come battuta di una riga, come mail privata al bloggante, come commento sul blog, come intervento sul gruppo in una community.

In un ecosistema della conoscenza, il valore di un blog è dato dalle discussioni che riusciva a far emergere nei commenti, e dai link con cui magari il post specifico veniva segnalato in Rete, su altri blog. Mille discussioni nascevano e magari camminavano altrove con le loro gambe, ma i commenti rimanevano lì sull’origine, sedimentazioni di significati e punti di vista contestualmente disponibili.

La questione si può ancora complicare, come si vede da questa discussione su FriendFeed di PseudoTecnico, perché ci si può legittimamente interrogare sul significato che possiedono i commenti effettuati “fuoriblog” ad esempio su FF stesso, ed è perfino possibile chiedersi qualcosa sulla libertà che ci si può prendere di riportare altrove dei commenti ad un articolo su un blog, e
continuare discussioni che da quel punto lì vivono in maniera relativamente autonoma dall’argomento del blog originale.
Se leggete la discussione su FF, vedrete che si giunge anche a parlare di pubblico&privato, di liceità, di confusione.

Non è argomento banale, con questa esplosione di Luoghi ne va un po’ di mezzo la possibilità di “tirare le fila del discorso”, di dare visibilità stabile ad un nodo della discussione collettiva, a meno che in maniera simile a quello che è successo con gli aggregatori non sia possibile disporre di una tecnologia in grado di tracciare tutte le risposte e tutti i commenti e tutte le segnalazioni e tutto quello che in qualche modo nel futuro sarà connesso con il post che sto scrivendo, tipo questo.

Quindi, qui sotto questa riga io dovrei ora attaccare un widget, un pezzo di codice supertrackback capace di mostrare in modo dinamico (autoaggiornandosi) tutti i riferimenti a questo post sparsi in giro nel Web, così la gente clicca e rimane sintonizzata e partecipa ovunque.