Archivi categoria: Socialità

Mostri e specchi

mostri e specchi - jannis.it

[Premessa: questo è un post originariamente scritto su Facebook. Prende le mosse dall’annuncio di un convegno a Trieste promosso per ragionare riguardo gli hatespeech in Rete, sessismo e razzismo. Rifiutando soluzioni tecniche, legislative o buoniste, ho allargato il discorso.]

Ok, Parole O_Stili. A Trieste, 17 e 18 febbraio.
Ci andrò, perché ci saranno amici da salutare. Ci andrò, perché magari qualche ragionamento valevole di attenzione potrebbe saltar fuori. Ci andrò, perché ben venga in ogni forma un’esplicitazione del fenomeno e una presa di coscienza.
Ma qual è il “discorso” del convegno, qual è la filiera? “Ommioddio è oribile” -> “Signora mia dove andremo a finire” -> “Basta, qui bisogna fare qualcosa” -> Leggi liberticide? Il Galateo del XXIsec. con ban e processo incluso? Il Grande Manifesto dell’Italia Migliore per l’Ecologia Buonista della Rete, con la faccia di Boldrini e Mentana? Allora meglio Selvaggia Lucarelli che telefona a casa ai cretini, uno per uno.

Vent’anni fa litigavo e venivo insultato pesantemente sui newsgroup di italianistica, figuriamoci, e stavamo discutendo della [r] polivibrante alveolare, mica di calcio o di vaccini.
Vent’anni fa esatti scrivevo un progetto sulla legge 285/97, la legge Turco sui minori, riguardante la necessaria impellente (ahaha) promozione di una comprensione dei risvolti sociali dei nuovi mezzi di comunicazione digitale, iniziativa che poi avrei co-coordinato per i successivi tre anni su un intero ambito socio-territoriale lavorando mille ore nelle scuole dell’obbligo, parlando a studenti insegnanti dirigenti e genitori. Pubblicazioni, convegni su convegni, tutti che dicono di sì con la testa e poi prontamente dimenticano, e regalano uno smartphone al figlio in prima media.

Niente di nuovo sotto il sole e sullo schermo, e l’indicazione dell’approccio educativo è rimasto quanto di più vicino sento al mio modo di pensare e agire rispetto al problema. Ma vi ricordate rotten punto com, i vari siti di gore, 4chan, blog orribili? Vi ricordate le reazioni dei politici e dell’opinione pubblica ai bonsai kitten? Avete mai avuto per le mani dieci ragazzini di un istituto professionale nella profonda provincia, e dover essere educatore? Avete mai visto i log dei server scolastici o anche solo la cronologia del browser di un’aula multimediale dieci anni fa, quando ancora non si prendevano provvedimenti tipo blacklist (che ridere) o tracciamenti identificativi? Sapete dove vanno i quindicenni in motorino? Sapete dove vanno i quindicenni in Rete? Sapete distinguere porno sano da porno malato, e quello che pochi anni fa era extreme ora è mainstream? Quali soddisfazioni e quanta autostima può dare blastare la gente, avere l’ultima parola tranciante, insultare pesantemente, discutere per vincere? E sto parlando dei bar, mica solo dei gruppi chiusi di facebook.

Un LOL ci seppellirà, spazzando via secoli di usi e costumi, patine di civiltà, incrostazioni superficiali di galateo, forme di convivenza sedimentate nei rituali sociali, nelle parole ormai inadeguate a veicolare i sentimenti che premono dentro a individui e gruppi sociali, viviamo tutti “fuori dai denti”.
Paura e ignoranza, mancanza di moralità, un’estetica ricalcata su calciatori e veline o personaggi trash del sottobosco mediatico, figure pubbliche lorde di fango, capi di governo impresentabili, assessori arroganti di paesi grandi come due condomini, capiufficio fascisti, meritocrazia calpestata, nessuna prospettiva rincuorante di vita lavorativa, congiuntivi dimenticati e analfabetismo funzionale, giornali quotidiani scandalosi e scandalistici, clickbait forsennato, l’urgenza di trovare un nemico contro cui scagliarsi oppure crearlo bello nuovo ogni giorno, nessuna stella polare su cui orientarsi per costruir sé stessi intorno a un nucleo di dignità… son tutte cose che bruciano bene, la fiamma sotto la pentola a pressione della socialità ora è molto più forte, le valvole cominciano a fischiare. Il magma sotto il vulcano si agita, mille fumarole che si attivano sono sintomo di eruzione esplosiva imminente.

E forse il vulcano, quella crosta solidificata è proprio la forma della civiltà e della convivenza e dello Stato che abbiamo costruito nei secoli, sistemi di premi e punizioni che hanno permesso di ingabbiare e reprimere, reindirizzare le pulsioni, sublimandole grazie a mediazioni, agenti intermedi, patti sociali, sicurezza e sanità e scuole in cambio di tasse, istituzioni come banche e tribunali e carceri e manicomi. È tutto saltato, deal with it.

Uno strano romanzo, una narrazione imprevista, un plot twist, un salto dello squalo nella storia che raccontiamo a noi stessi per definir chi siamo: il protagonista, ovvero la società tutta, d’un tratto si scopre diverso da come pensava di essere, scopre la propria identità essere un camuffamento, c’è uno svelamento e un’agnizione di sé stessi prima letteralmente impensabile, la maschera d’oro cade e mostra la carne, il personaggio nel suo voler-essere congiunto a certi valori apollinei viene sgambettato dal fare concreto, dalle sue stesse azioni dionisiache ebbre e sanguinolente, la nobiltà pretesa viene tradita dal linguaggio plebeo e prevaricatore, la generosità compromessa dal tornaconto personale. La società oggi è *incongruente*, non vi è sintonia tra la testa e la pancia, o meglio tra l’immagine che intendiamo e pensiamo di dare di noi e l’effettivo agire e comunicare, una contraddizione in doppio legame tra quello che affermiamo con le parole e i gesti con cui il corpo mette in scena l’inganno, non potendo nascondere le emozioni.

Per secoli le forme espressive culturali quali la letteratura, la pittura, il teatro hanno messo in scena la nostra interiorità, le regole, i valori in cui volevamo credere, nonché con piccole infrazioni delle regole le “devianze” storicamente necessarie al superamento di paradigmi obsoleti secondo cui intendere il nostro “giusto” stare al mondo come collettività.
Le finte narrazioni del nostro crederci (volerci-credere) animali superiori edulcoravano la realtà spargendo lustrini e autostima, le finte narrazioni del Potere manipolavano gli animi tenendoci dentro uno status quo sempre più gabbia, riconducendo i rivoli della rabbia dentro l’alveo del conformismo e degli schemi capitalistici del “produci consuma crepa”, pane e circo. Ma si tratta di un mondo finto, congelato, dove nulla si muove, dove l’arco della mia esistenza è pre-scritto nella menzogna di una falsa coscienza di cui era facile esserne incoscienti o accettarla come bugia necessaria.

Invece l’azione narrativa o scenica ha bisogno di azione, altrimenti non esiste nessuna storia da raccontare. E i mass-media del Novecento questo volevano, per la loro capacità di raccontare il divenire in tempo reale: volevano eroi contro il sistema. Eroi vincenti, eroi perdenti. Ribelli con o senza motivo, ma che muovessero gli eventi. Tuttavia il sistema era ancora molto intermediato, bisognava ancora imparare un’arte e possedere risorse economiche ingenti per mettere in scena la propria narrazione o dettare l’agenda con il cinema o con la televisione. Ora non più. Con un telefono cellulare ho la potenza mediatica di un tg di dieci anni fa, posso filmare e scrivere e pubblicare in tempo reale su scala planetaria. Ci sono, partecipo, dico la mia.
E dopo il teatro la pittura e la letteratura, facilmente manipolabili e censurabili in quanto dipendenti da sistemi economici di potere per la diffusione delle loro opere, ora abbiamo la Rete.

La Rete è lo specchio dove l’umanità oggi riconosce sé stessa, uno specchio molto meno deformante rispetto ai dispositivi di rappresentazione di sé (individuo e collettività) del passato, il luogo polivocale e immediato dove nessun camuffamento d’identità è possibile come maschera univoca, dove le collettività vedono emergere la propria identità nelle mille facce di cui sono composte e non solo quella messa in scena dai padroni del vapore.
In tal modo prendiamo coscienza di noi stessi, e prendiamo paura, perché non siamo chi pensavamo di essere e chi volevamo essere. L’Eroe ha rotto l’incantesimo, ora può vedere, ma ha perso sé stesso nell’acquisire questa nuova competenza. Non può portare a termine il programma narrativo, non può agire, tutto va rinegoziato, ogni singolo valore ogni tensione e aspirazione.
Siamo dei mostri, e non servirà coprire gli specchi con i lenzuoli.
Ripartire da zero, anzi da uno. Perché ora sappiamo. E anche senza avere ideali irrealistici, possiamo costruire noi stessi su una percezione maggiormente chiara e distinta. Possiamo trasformare l’agire in fare. Il cieco agire in fare consapevole, misurato, responsabile delle conseguenze, attento al contesto. Perché le parole hanno molti significati, il contesto attribuisce il senso.

L’Io della collettività è costituito dall’Io e dalla circostanza della socialità (anche mediatica) che lo contiene, non c’è dentro e non c’è fuori.
Questa mia generazione ha il compito immane di traghettare tutta la propria millenaria Cultura nel Mondo Nuovo, territori che per primi abbiamo esplorato senza mappe, costruendo avamposti. Questo e solo questo possiamo indicare alle prossime generazioni: l’urgenza di progettare modi nuovi di concepire e innervare la socialità dopo il Diluvio digitale, realtà e stili e modi che siano appropriati al loro sentire e desiderio di costruire spazi di civiltà adeguati, secondo visioni e approcci che non ci appartengono, ma dentro cui loro potranno ristabilire i valori di fratellanza e solidarietà e di giustizia e di bellezza, se lo vorranno.

Andiamo avanti

Trent’anni almeno di televisione “selvaggia”, da altrettanto si parla di educazione ai media, intendo proprio da fare a scuola, con approcci centrati sulla consapevolezza della fruizione, sulla grammatica del flusso televisivo, sulla promozione di competenze di lettura critica dei messaggi. Eppure non si è concretamente mai visto nulla di tutto ciò, fatti salvi i soliti quattro gatti di docenti eccentrici.
Forse il Potere non aveva intenzione di fare “alfabetizzazione televisiva”, cosa dite? Chi mai ha parlato di vietare la tv? Magari gli faceva comodo tramite lo strumento indottrinare e persuadere, come esplicitamente sappiamo dagli anni ’50, se non prima (le riflessioni sulle teorie della propaganda mediatica).
Però adesso è giunta l’ora di una alfabetizzazione digitale, sissignori. Sulla cui necessità peraltro io sbraito da vent’anni, professionalmente remunerato per farlo, ve lo dico subito.
Perché qui in Rete ora parlano tutti e l’autorità è saltata e non è cosa, eh, non va bene. Bisogna nor-ma-re.
E siamo qui a discutere di censura, pro o contro, guelfi e ghibellini come sempre, invece di chiederci il solito “cui prodest?”, invece di interrogarci sui motivi (convenienza? populismo? senso civico? sincera preoccupazione?) che portano i pubblici decisori a decretare la necessità di un controllo, di un giro di vite, di una censura preventiva.
Cosa vorrebbero, lor signori, il patentino per accedere al web? Patente A solo per leggere, quella B per commentare, quella C per i carichi pesanti, ovvero ardire addirittura ad avere un sito o un blog e produrre contenuti, pubblicarli senza chiedere permesso a nessuno?
Ho sempre visto la paura – dinanzi a ciò che non si conosce e non si può controllare – irrigidire la mente delle persone e paralizzare le loro azioni, dirigenti scolastici o sindaci o imprenditori, quando si trattava di comprendere e sperimentare minimamente le nuove forme di socialità e di arricchimento culturale che la Rete può offire.
Siamo dentro questo gigantesco mutamento del modo di darsi al mondo della specie umana, nelle relazioni interpersonali e nella comunicazione, ogni giorno vediamo nascere situazioni di cui prima non potevamo nemmeno concepire l’esistenza, mancavano i contenitori e i linguaggi delle nuove forme di realtà.
Se metto in atto dei “piani ministeriali per la formazione all’abitanza digitale”, chi li redige? Persone novecentesche, lente e sconnesse? E il sistema giuridico, pachidermico, come può rapidamente sentenziare su quello che quotidianamente si manifesta nelle società moderne, azioni per cui non esistono nemmeno parole per definirle? E le Pubbliche Amministrazioni, e la Politica, come può compiutamente dirsi “trasparente” senza giocare proprio sulla ambiguità di questa parola (se è trasparente, non si vede: ma io vorrei invece vedere tutto), e furbescamente sancire la propria ragion d’essere nella manipolazione del “sembrare trasparente”, visto che in fin dei conti vuole stabilire cosa possiamo o non possiamo vedere?
Sì, ci aspettano molti anni di “barbarie”, di sgretolamenti dei macro-paradigmi su cui l’intera civiltà umana si è costruita negli ultimi cinquecento anni, di negoziazioni e ripatteggiamenti delle identità individuali ormai prepotentemente connesse alla Rete e grazie alla Rete sviluppatesi e interconnesse agli altri, delle identità – in quanto essere e fare – di enti governativi e soggetti collettivi minate alle fondamenta dai nuovi modi di intendere e vivere la socialità, il desiderio, l’affettività, la maturazione di una visione del mondo, l’immaginario tutto.
E in una dimensione organicista, credo che la mutazione – progettata o casuale, educazione formale o autoapprendimento – e non l’irrigidimento sia la soluzione: dinanzi a nuove condizioni ambientali ovvero socioculturali su scala planetaria andrebbero favorite promosse sollecitate nuove sperimentazioni locali di sistemi sociali (giuridici, legislativi, formativi, nonché sul piano relazionale interpersonale), e queste sperimentazioni dovrebbero essere molte e di tipo diverso, per vedere quali maggiormente si adattano ai nuovi contesti di vita degli umani, per poterne poi trarre insegnamento.
Ci vuole coraggio, e fiducia.
Le nuove generazioni si muoveranno tra le macerie di questo terremoto culturale, eppure stiamo insegnando loro a camminare schivando i pericoli che conosciamo, auspicando sappiano domani distinguere i pericoli che ancora non conosciamo: eppure devono andare, senza proibizioni e senza divieti.

Un muro. Foto presa da Corriere.it

Non è un Voi, è un Loro.

Non è un Voi, è un Loro.

Questa foto è un muro, e come tale va figurativamente interpretata.
Poi vengono le parole.

Le parole utilizzate dai capi di Stato, molti di loro già smascherati come ipocriti per l’incoerenza tra le loro azioni passate e la loro presenza a Parigi, sono specchi per parlare di sé, ombelicali, emblema di chiusura: Hollande parla di “Parigi capitale del mondo”, ponendo un Noi ineluttabile; Renzi parla dei “nostri” valori”; Netanyahu pone esplicitamente “il nemico”; Cazeneuve parla subito di frontiere da controllare, includendo internet quale luogo dove far rimuovere da parte di società web contenuti illegali, dichiarazione apologetiche, incitamenti all’odio.

Non dimentichiamoci che alcune scelte sono state fatte subito, stabilendo chi invitare e chi lasciare fuori, a esempio movimenti politici francesi certo scomodi per la linea che si voleva dare alla rappresentazione teatrale di ieri, senza considerare che proprio questo fare contraddiceva le parole che si intendevano pronunciare.

Sul piano discorsivo, appunto, l’intera retorica della manifestazione trasuda chiusura, pone un NOI fittizio, artatamente costruito e messo in scena come omogeneo, che come conseguenza nell’alveo del discorso istituisce non un VOI — sarebbe un attore legittimo del Dialogo, interlocutore ratificato — ma un LORO, estraneo, intoccabile, ignoto e incomprensibile, minaccioso.

Una mancanza di apertura, un ritorno al noto e al medesimo, una denegazione dell’Alterità, in un discorso nettamente politico, il quale non tiene in considerazione le conseguenze del proprio dire, essendo tutto ripiegato su sé stesso, muro contro muro.

Non so se la miccia sia accesa, ma so che gettare benzina è stupido.

jannis

A cosa servono i social

“La nostra esperienza non è costituita da un insieme di elementi puntiformi che si associano, ma da percezioni strutturate di oggetti e/o reti di relazioni, e che solo in questo campo di relazioni trovano il loro significato” leggete di Kurt Lewin su wikipedia, leggete di Teoria del campo, se volete. E poi pensate ai social, proprio come ambienti sociali, pensate ai significati condivisi che fanno emergere, attestandoli, facendoli diventare testo, patteggiato e negoziato, quando prima erano soltanto brandelli sfilacciati di melodie di pensiero sparse nelle teste, negli oggetti, nei luoghi del mondo. E per mantenere l’accento sulle relazioni, pensate ovviamente alla sintassi che lega e dona senso alle persone, alle loro posizioni esistenziali, a valore alle loro parole gettate.

C’era questo gioco di gruppo, molto eloquente e interessante per gli psicologi dell’età evolutiva, che qualche volta, molti anni fa, ho provato a condurre nelle classi scolastiche delle scuole primarie. Si tratta di una metodologia per rendere visibile la sintassi delle relazioni presenti all’interno di quel peculiare gruppo sociale costituito dal gruppo-classe, indagando in particolare due dimensioni: la leadership attribuita secondo la rilevanza dell’essere bravi a fare i compiti e quella relativa all’essere quelli preferiti per andare a giocare assieme. Sfera professionale e sfera ludica, rese visibili dal Luminol delle forze che agiscono nel campo.

A ogni bambino della classe, chiedete di scrivere su un foglietto il nome del compagno con cui vorrebbero fare i compiti o studiare insieme, e quello con cui preferirebbero andare a giocare. Poi radunate tutti i foglietti, e sulla lavagna cominciate a disegnare il grafo delle relazioni – può essere fatto anche in forma anonima, senza svelare chi vota chi, ma solo segnando le preferenze raccolte da ciascuno. Alla fine l’educatore vedrà emergere appunto i due leader della classe, quello “bravo” e quello “simpatico”, e potrà impostare un lavoro sul gruppo sapendo dove orientare i suoi sforzi per ottenere una maggiore leva al cambiamento dei comportamenti.

A questo, diciamocelo, potrebbero servire i social network. A far emergere i leader. Ok, lo hanno sempre fatto, anche prima dell’elettricità, e lo continuano a fare dentro Facebook e Twitter… però in modo per così dire “informale”. Ci sarà sempre qualcuno che esprime buoni contenuti e/o adotta uno stile adeguato a bucare lo schermo, verrà likato e amicato e followato da molti, ed emerge.

Io vorrei proprio invece una votazione collettiva. Una presa di coscienza. Prendiamo ogni nostro amico su Facebook, e per ciascuno che riteniamo papabile esprimiamo da uno a dieci un voto secondo quella  che riteniamo sia la sua capacità di leadership professionale (“lavora bene? sa gestire la complessità e l’emergenza? sa far fruttare i soldi? ha spirito imprenditoriale? sa governare tre o trenta milioni di persone? ha metodo? ha competenze? ha visione e comprensione del bene comune?) nonché con un altro voto valutiamo la sua attitudine a far star bene gli altri, quindi premiando la dimensione dello spirito, della comicità, dell’ironia, dell’empatia, del gioco, della compassione, dell’affettività. Votiamo chi ha testa e chi ha cuore. Così, secco, milioni di voti raccolti nel corso del 2015, e poi vengano mostrati i risultati.

A quel punto abbiamo i nominativi per rappresentare la testa e il cuore dell’Italia.

Crowdfunding civico

Un Comune che predispone una piattaforma web per far finanziare progetti di migloramento urbano, magari anch’essi emersi (proposti e votati) dalla collettività. Non so se sia corretto, non credo. Come cittadini paghiamo già delle tasse, affinché la Pubblica Amministrazione provveda a fornire servizi, ottimizzare qua e là, distribuire risorse materiali o immateriali.
Parliamo di “impegnarsi coi soldi”, che qua mi sembra stia diventando il modo per impegnarsi, o forse lo è sempre stato, nelle campagne civiche, per coinvolgersi nella vita pubblica. Come fa Obama, su altra scala, in quegli USA dove chi raccoglie più soldi in campagna elettorale vince… e da Giovanna Cosenza qui potete leggere cosa dice Obama, e cercare di decifrare il suo tono nel chiedere donazioni, di portarvi su Contribute Barack Obama, la piattaforma di fundraising a suo sostegno.
Però tornando a piattaforme di proprietà pubblica, non credo dovrebbero essercene. Piattaforme per la partecipazione e l’ideazione collettiva di ottimizzazioni della macchina governativa, a ogni livello, sì. Chiedere soldi, no.
Però privati cittadini potrebbero promuovere piattaforme di crowdfunding, e il Comune partecipare con finanziamenti per qualcosa voluto e votato da molti cittadini, purché si tratti di cose apartitiche e dichiaratamente per il bene della collettività. O far proprio il progetto e gestire i soldi raccolti da privati per loro conto, nella logistica della realizzazione del bene comune. Ecco, meglio.

Coinvolgimento affettivo delle comunità digitali

Un bell’articolo esaustivo e documentato di Marco Minghetti sul Sole24ore “Di cosa parliamo quando parliamo di #Engagement”, sulla social organization, sullo scenario e le azioni comunicative delle organizzazioni lavorative al tempo del social web.
E si parla esplicitamente di affettività, nelle forme di coinvolgimento e partecipazione delle community interne o esterne all’organizzazione. Progettare esperienze, renderle praticabili, ricavarne identità, con passione.

“La cosa più importante che la collaborazione consente ai dipendenti è formare legami e connessioni tra loro, ovvero costruire relazioni. Queste relazioni fra dipendenti coinvolti (engaged employees) sono quelle che portano nuove idee all’interno delle organizzazioni. Quanto più i dipendenti possono condividere, comunicare, collaborare e coinvolgersi (engage with) uno con l’altro, maggiore è il flusso delle idee. Queste idee possono essere nuove opportunità di guadagno, strategie di riduzione dei costi, consigli per il miglioramento della produttività, miglioramenti nello sviluppo dei prodotti, eccetera”

I ricercatori identificano innanzitutto una precisa definizione di Engagement: “L’intensità della connessione o partecipazione individuale con un marchio o una organizzazione”. (…) L’Engagement richiede una connessione emotiva tra una marca o una organizzazione e un individuo. Questa connessione emotiva porta all’azione, magari sotto forma di Condivisioni, Like o Tweet dei contenuti associati a prodotti e servizi: una azione propedeutica (o successiva) al loro acquisto. “Dal punto di vista del cliente, l’Engagement significa la volontà di andare oltre il mero atto utilitaristico di consumare, per investire qualcosa nel rapporto”, spiega il Dr. Oullier economista comportamentale. Il neuroscienziato Dr. Ramsøy aggiunge: “L’Engagement è relativo alla volontà o capacità di spendere energia per ottenere qualcosa, energia che viene sottratta ad altri impegni e relazioni”.

Essere in grado di

Ok, le smartcity. Ma qui si tratta delle smartcommunity. Le comunità vanno enpowerate nella consapevolezza di sé, nella motivazione di singoli e gruppi a partecipare, vanno connesse e interconnesse sul piano tecnologico e relazionale, servono piazze strade caffè e salotti, occorrono dei luoghi di visibilità pubblica delle forme sociali digitali. E delle mappe, segnaletica, percorsi emozionali, palestre di cittadinanza.

Vanno diffuse delle abilità nella popolazione, va promossa una competenza in ogni cittadino riguardo al sapere fare (e magari, al sapere di saper fare), riguardo al saper fruire del territorio fisico dandone immagine e verbo sul territorio digitale, e saper partecipare a pubbliche discussioni che possano contribuire a migliorare la qualità dell’abitare.

Forme di alfabetizzazione digitale strutturata e formale, mediante agenzie formative e utilizzando i media tradizionali. Poi se molte cose sono in Rete e le persone scoprono la loro utilità o partecipano a qualsiasi iniziativa ludica o professionale, altre competenze nasceranno dalla semplice frequentazione e comprensione dei meccanismi tecnologici e sociali della Rete, perché nessuno ha imparato Internet (o anche a usare il computer) da un manuale d’istruzioni.

Quindi, rendere appetibile l’uso della Rete, per far andare la gente online, e disseminare competenze come effetto laterale. Un po’ come quando si dice che Facebook ha alfabetizzato (ahia) l’italia.

Sgranare l’interpersonale

In un liceo, un diciassettenne mi ha detto la frase quella là.
– Ma, guru (seh), sarà ben meglio alla fine incontrarsi al bar?

Stavo parlando di chat, di FB, di bacheche social da Myspace in qua con gente che cinque anni fa era in seconda media. Tutto questa velocità d’innovazione del web di cui noi qui dentro da anni (liberateci) parliamo, il fatto che FB e Youtube siano roba del 2005, vive in una dimensione prospettica radicalmente diversa dentro le menti dei fanciulli. Che ci son cresciuti dentro, conoscono FB e gironzolano un po’ qua e là in internet, si scocciano forse. Immagino siano esistite persone che hanno sempre guardato le automobili con un po’ di meraviglia, per tutta la loro vita, essendo nati e cresciuti in un mondo senza automobili.

E forse io guardo ancora con meraviglia cose che accadono qua dentro, robe di socialità o dispositivi che permettono di accedere meglio alla conoscenza depositata o a quella che insieme stiamo ora tutti costruendo.
Magari per loro tutto è dato. Ci son cresciuti dentro, la Rete c’è. E’ lì da quando sono nati, a metà Novanta. Millennials.
– Certo che alla fine è meglio incontrarsi in un bar – gli ho detto a quel tipo. Si arriva sempre lì, e la Rete ha permesso incontri tra persone. Forse l’errore è pensare che UNA chat, UNA serie di commenti su un social sia  la novità, l’evento puntuale dentro cui tutta la novità dei new media si sprigiona. Mentre bisogna anche pensare un po’ lungo, nel tempo. Fino a ieri potevo solo telefonare a una persona a casa, o scriverle una lettera (tutto un universo) o incontrarla, per avere esperienza di lei. Adesso mi arriva un twit, vedo un suo status, chatto con lei, le mando una mail a cui mi risponde subito, un sms e poi un altro. Dopo un anno, son successe cose. Centinaia, migliaia di cose. E la mia conoscenza di quella persona è ora sostenuta da questa nuvola fitta di scambi interpersonali, che non può non contribuire a edificare la mia idea di lei. Sfaccettature.
Non subito, ma dopo mesi, anni, cosa succede?

Riprendiamoci il potere di dire cos’è arte

L’arte è il luogo che ci siamo inventati per raccontarci. Più di uno specchio, perché è situata. Contiene in sé una proposta di lettura, prevede un percorso dello sguardo, nasce da uno sguardo che nota qualcosa, un click, e magari possiede anche abilità artigianali per rappresentare questa visione in un qualsiasi media.
E’ il luogo dove riflettere (su) chi siamo, dove nascono i punti di vista per dare il nome al nostro abitare sul pianeta, per svelare i paradossi di quello in cui crediamo, per fare lo sgambetto, chiudere il circuito, mostrare ciò che sta dietro e a fianco dei messaggi che girano impazziti per tutta la semiosfera.
“Hey, ma l’Economia gestisce i Musei!” han notato gli attivisti dellal protesta Occupy.WallStreet, e adesso occupano i Musei, e giustamente De Biase rileva l’artisticità dell’azione.
Cerchiamo di ristabilire chi è che ha il diritto di dare un nome alle cose, e di smascherare inganni. Nel mondo moderno, NOI TUTTI diciamo cosa è arte – potendolo finalmente fare – e non di certo il mercato.
ps ho scritto “Hey” perché l’ho scritto in inglese americano.

Dalle idee alle persone, dalle persone alle idee

Giovanni Boccia Artieri riflette su Apogeonline sulla forma storica che assume oggi la partecipazione ai movimenti di massa, e quindi mostra l’attivismo della e-partecipation, lo stile nuovo dell’essere impegnati e le potenzialità a cui le azioni civiche online possono dar luogo, nel dialogare con i vecchi dispositivi e sistemi sociali, con il concreto costruire strategie per meglio amministrare la cosa pubblica.

Il dialogo è difficile, perché mancano le parole per dire cose nuove, e perché molti di quelli che dovrebbero ascoltare non hanno orecchi per intendere. Ma ogni nuovo esperimento è benvenuto, perché arricchisce il nostro vocabolario.

Da un’osservazione dell’articolo, prendo spunto: “non ci sono più i movimenti di massa del ‘900”. Sembra banale, sembra “non ci son più le mezze stagioni”, più che altro perché il ‘900 è finito. Ma non si è ben capito cosa significa.  Significa che non c’è più bisogno, com’era sempre successo, di avere delle idee per radunare delle persone.

Cioè, il problema era radunare le persone, ovvero muoverle all’azione. Per innescare un cambiamento – la partecipazione a movimenti di piazza, in questo caso, l’aderire a un’ideologia – bisognava aspettare che due o tre pensatori per ogni generazione riuscissero tramite la filiera editoriale pesante (il cartaceo) e elettronica (la televisione, in tempi recenti) a produrre delle idee-bandiera, attrno alle quali si potesse poi coagulare un sistema di programmi narrativi, un consenso che desse forza.

Le persone erano poche, sparse in giro per il mondo, la diffusione delle idee era lenta, per fare massa critica numerica bisognava avere costanza nell’azione di distribuzione delle nuove ideologie, che però pian piano emergevano, se in grado di occupare bene la loro nicchia ecologica nei sistemi di pensiero di cui ogni epoca si nutre, ciascuna i suoi. Il Cattolicesimo o il Romanticismo o il Sistema della Moda o il brand di un’azienda alla moda (i valori etici e estetici collegati in connotazione, il riflesso sulla nostra identità) sono tutte ideologie, come sistema organizzato di valori e credenze.

E se nel ‘900 avevamo bisogno di ideologie per radunare la gente, e poi sarebbero arrivati i partiti per organizzare il consenso (strutture per la gestione, già forme di “solidificazione” dei movimenti), oggi abbiamo milioni di persone che partecipano con la mente, essendo connessi a Luoghi digitali sociali, e poi magari mettono in moto anche il corpo e si recano alla manifestazioni di piazza, ma in origine è partecipazione “al netto”, non ancora orientata a uno scopo, a una tematica.

Noi abitando in Rete siamo già lì. Pubblicando e commentando qua e là sui social gli accadimenti, replicando a un twit e mettendo un like, già partecipiamo, al punto che è possibile misurare le aggregazioni spontanee, a esempio registrando il successo di iniziative di comunicazione informali come trendingtopics su Twitter o gruppi su Facebook.

Abbiamo la gente, e non abbiamo l’ideologia.

Il sistema sociale che nei secoli abbiamo raffinato per fare emergere idee di miglioramento della qualità del vivere (chiamatelo Progresso, se volete) si è sviluppato tenendo ferma come costante del ragionamento la dimensione geografica del nostro abitare, le distanze dei paesi e delle nazioni, ora caratteristica superata dal nostro essere connessi.

Tutto il calderone della comunicazione complessiva di una società (di nuovo, scegliete voi il grado di pertinenza: se osservare le collettività iperlocali, o i mille rivoli dell’opinione pubblica a livello nazionale, o planetario) è oggi molto più caldo: molto più veloce è il cuocere delle pietanze. Le culture umane nel pentolone, ma sotto abbiamo acceso un fuoco notevole, inventando Internet che tutti e tutto connette simultaneamente, abolendo le distanze.

Ora siamo qui, cosa facciamo? Viviamo di memi? La notiziola che ci fa parlare tutti per un pomeriggio, l’argomento grosso che si trascina in una tregiorni di querelle sui socialnetwork e rimpiattino sulla TV, che poi parla della Rete e quindi la Rete reagisce alle critiche?

Il nostro essere in Rete, l’aver espresso con la nostra presenza (identità digitale riconosciuta) la nostra partecipazione a un’idea o a una proposta di azione legislativa, il nostro aver costituito con le nostre firme o i nostri like un “movimento di massa digitale” che va riconosciuto nella sua efficacia di modificare la narrazione sociale, deve aver la possibilità di incidere sulle scelte della gestione della cosa pubblica.

Bisogna attribuire il ruolo di “parlante ratificato” alla voce che emerge da iniziative organizzate in Rete, sancirne la legittimità del suo dire e essere ascoltato. Fuori da logiche partitiche, perché il modello storico dell’organizzare il consenso tramite queste strutture “solidificanti” dei valori e degli atteggiamenti – su cui poggerebbe poi l’azione politica parlamentare, secondo meccanismi elettorali e criteri di rappresentatività, è appunto ormai storia passata, espressione di un’epoca non connessa.

Il ‘900 aveva sviluppato i suoi sistemi di innovazione sociale, con i suoi tempi e le sue distanze. Noi siamo tutti qui senza geografie e dobbiamo inventare i nuovi modi e modelli per facilitare la partecipazione civica, organizzarla in consenso per darle rilevanza democratica significativa rispetto alle collettività interessate al cambiamento, scoprire per prove e errori come progettare il software sociale che meglio interagisca con l’hardware dei territori e delle collettività che li abitano. Progettazioni sociali che grazie al contributo di tutti ottimizzano l’ingegneria del nostro abitare.

Inter-nos

Internet è la rete delle reti. La rete che connette le reti. 
Ma sono anni che lo diciamo, la rete degli umani viene prima, è che la tecnologia ha costruito buone connessioni, dato visibilità, reso efficiente lo scambio interpersonale, fatto emergere le relazioni, al punto che ora ci abitiamo, qua dentro.
Quindi d’ora in poi io questa cosa qui la chiamo inter-nos, quel “tra di noi” è l’essenza della Rete.
La Rete siamo noi, io sono rete.

T’è piaciuto?

Dopo il quadrato attanziale costruito sul nostro stile d’influenza (e quindi di riflesso una misurazione della nostra reputazione, Klout), va tenuto presente questo ambo estratto da Google, con il +1 plasuàn e PageRank, in pochi giorni.
Ne parla il Tagliablog, dicendo

penso che, a parità dei tradizionali fattori SEO (on-page e off-page), un contenuto che riceve qualche Like, Retweet e/o +1 si possa posizionare meglio sul motore rispetto al contenuto che riceve “solo” dei link. E penso anche che l’acquisizione di PostRank accrescerà ulteriormente il valore e il peso che Google imputerà alle varie interazioni sociali.

e sottolineando il termine engagement usato nella comunicazione. 
Qui il sito di PageRank: si riferiscono esplicitamente all’attenzione che riceviamo dagli altri, noi e i contenuti che produciamo/spammiamo 

then because it’s interesting, inspiring, or controversial, they get “hooked” and decide to take further action 

e questo restare agganciati è quello che intendono per engagement, innescare azioni, eventi, conversazione.
Nelle cerchie sociali (vorrei integrare quelle di Google con altri social) avvengono sostanzialmente i soliti fenomeni di gruppo, scissioni attacco-fuga, a cui la potenza dei social forse aggiunge spazi di comunicazione laterale: ci sono diversi social a far circostanza, diversi ambienti e strumenti, ruoli attoriali e partecipazione fluida a sottogruppi di appartenenza.

Ma mi sembra un approccio adolescenziale.
Gruppo dei pari, stili di personalità mutuati da altri, gestione potere e leadership, necessità di porre/individuare un limite per posizionarsi esistenzialisticamente rispetto a esso, “sono un ribelle mamma”.
Quale sintomo, guardate la diffusione dei tormentoni, le parole di moda per tre mesi, lo stile degli opinion leader.
E quello che troveremo (anche senza cercarlo, sì) su Google risentirà di quello che chi conosciamo ritiene meritevole di condivisione. Spinta al conservatorismo delle opinioni, se assomigliano a luoghi comuni e l’odioso buon senso.
D’altronde, è necessario. Fase necessaria.
Forme della socialità.

Reputescion

Ne parlo, perché si tratta di esempio paradigmatico. Da farne una categoria del blog, chiamarla “Figurine” e dedicarla agli sfacciamenti e alla perdita di reputazione di personaggi vari, quando questi non sapendosi comportare in Rete fanno una mossa sbagliata e arrivano migliaia di persone a sbeffeggiarli.
Di che farne uno studio di caso, confezionarlo e raccontarlo a scuola, nelle ore di educazione civica.
Il caso è quello di Red Ronnie, trovate sul Corriere o chiedete in giro. 
Tutto parte da una videointervista di Red Ronnie alla Moratti, dove parlano di Pisapia e di San Patrignano in modo risibile, sembra di ascoltare i discorsi superficiali che le persone intrattengono davanti al banco dei formaggi, per riempire il tempo dopo aver confrontato il numeretto. Banalità, affermazioni gratuite, attacchi plebei, nulla di fattuale e concreto. Chiacchiera, nient’altro, per di più lesiva della reputazione dell’avversario.
Qualcuno in Rete fa notare queste cose a Red Ronnie, il quale peraltro è consulente per la comunicazione del Comune di Milano: sulla sua pagina Facebook cominciano a fiorire decine e centinaia di messaggi, qualcuno garbato altri piuttosto diretti, e Redronnie cosa fa? Cancella i commenti. Ahia.
E’ come dire “non vi permetto di dire che ho sbagliato”, non è bello. Potresti restare sulla tua, dichiarare la tua versione dei fatti e restarci vicino, e basta. Lasciare che chi vuole sfogarsi lo faccia, poi la cosa si annacqua e sparisce. Ma cancellare commenti in quel caso è la mossa peggiore.
Perché a quel punto se prima erano centinaia le persone che venivano a pettinarti contropelo, ora diventano migliaia. E non solo vengono a dirti che i contenuti da te espressi sono opinabili (e di tutti i contenuti si può sempre opinare) ma vengono a dirti che non sai fare il tuo lavoro, perché non hai capito come funziona la comunicazione qui in rete. 
La coloritura giocosa e effervescente che ultimamente ha preso la Rete italiana (da Spinoza a Makkox, dagli instant-photoshop di Isola Virtuale ai virali come le stesse #morattiquotes su twitter di qualche giorno fa) per fortuna riesce a bacchettare sorridendo, visto che il muro facebook di RedRonnie è al momento pieno di riferimenti ironici a Pisapia.
Qualsiasi cosa RedRonnie farà in futuro, arriverà qualcuno a commentarla in Rete, e gli dirà “però, birbone, non cancellare i commenti come l’altra volta”, che figata.
L’ambaradan storificato qui.

Lolita, massmedia, società

Dieci anni fa entravo nelle scuole elementari per lavoro, e a ricreazione vedevo i maschi che si rincorrevano come al solito, oppure giocavano con le carte dei Pokemon, oppure si sfidavano sul GameBoy o quel che era. Mi dicono sia ancora così.
Le femmine invece a ricreazione si mettono in quadriglia, e provano gli stacchetti delle veline nel corridoio. Serissime. La disciplina delle professioniste, gli sguardi di riprovazione, la capetta che dà i tempi e la coreografa che spiega puntigliosamente i passi da eseguire.
Mia nipote ha otto anni, è una biondina sveglia con un faccino simpatico, un po’ robusta di costituzione, e il suo pensiero fisso è ballare WakaWaka, con tutte le mosse giuste. Quando vede in tv le veline dice – che belle! che magre! che belle! – e sospira.
Si potrebbero fare delle considerazioni sulle forme di ballo popolare, osservare come per lungo tempo mostrare eleganza e stile nei movimenti ritmati e organizzati del corpo femminile significasse cercare di allontanarsi dalla bestialità, ovvero dalla mimesi dell’atto copulatorio. Penso ai balli classici, quelle mosse suggerite da grammatiche formali assai strette nelle polke e nei valzer e nelle furlane – cose a loro tempo già peccaminose – e poi mi viene in mente il rocknroll degli anni Cinquanta, lo strofinarsi dei corpi, quei balli “da negri” che l’America bacchettona di allora censurava, mentre già nasceva nelle nuove generazioni una consapevolezza sociale di sé, nascevano “i giovani” che prima degli anni Cinquanta non erano mai esistiti, come attore sociale distinto nei propri valori e atteggiamenti. Il twist o lo shake mantenevano ancora un atteggiamento ironico rispetto all’allusione sessuale, spezzare il corpo come marionette disarticolate, evitare i gesti caldi e rotondi del bacino. Poi è venuta la discomusic torrida di Moroder, poi gli anni Ottanta, con quell’aria da “guardare e non toccare”, complice l’Aids. Esibizione, vallette scosciate, tutte quelle cose che noi fortunelli in italia abbiam respirato a dosi massicce, visto che tuttora la tv italiana, pubblica è privata, è famosa nel mondo per la quantità di centimetri quadrati di chiappe o tette che riusciamo a far stare dentro un’inquadratura.
Oltre al ballo, il discorso sulla sessualizzazione delle pratiche sociali riguardanti l’apparire del corpo può essere fatto anche in altri settori, come la moda femminile (fino a dieci anni fa in televisione non ci si vestiva da sera anche nel corso dei talkshow pomeridiani, e soprattutto la moda nella categoria “vestito da sera” non faceva rientrare reggiseni in vista e minigonne giropassera) oppure l’utilizzo in pubblicità.
Insomma, il solito discorso “signora mia, dove andremo a finire”. Semplice, andremo a finire che i prossimi vent’anni vivremo in un posto tragico, ipocrita e pedofilo.
Tragico, perché viviamo in un dialogo tra il voler svelare, giungere al nucleo solido di me e del mondo, e il voler moltiplicare le rappresentazioni della realtà, nei media, nei ruoli sociali. Come un eroe novecentesco classico, nel suo voler sapere e trovare sempre dinanzi a sé nuovi infingimenti, nuovi strati nella buccia della cipolla, nuovi nonsense del suo essere, fino all’afasia e all’annuncio di una sconfitta. Dopo gli intorcolamenti del pensiero, ogni tanto si ritorna al corpo, per riprendere contatto con la verità nella pancia. Ma il corpo nel frattempo è stato risucchiato e rivestito e rivelato nelle rappresentazioni mediatiche, desacralizzato gli si può buttare addosso qualsiasi forma, e metterlo in scena. La qual cosa, essendo nativamente falsa, impedisce di seguire l’altro corno del ragionamento, la comprensione. Come si sarebbe detto una volta, non attingo più all’esperienza autentica della relazione con l’Altro, ma rimango prigioniero di sbarre che tragicamente forse nemmeno vedo, gli stili di una messa in scena del corpo e delle situazioni, una simulazione che nel tempo ha sempre di più mirato a mettere in evidenza segni esplicitamente sessualizzati di comportamenti e atteggiamenti stereotipati, pronti a diventare estetica condivisa della nostra epoca, per la quale una donna allusiva è bella, e soltanto quella allusiva è bella (la morte per noia della fantasia).
Anni ipocriti, quelli che verranno, perché tutta questa dinamica esibizionistica viene occultata. Le vecchie ideologie perbeniste, vittoriane, cattoliche, popolari, del “fare e non far vedere”, del salvaguardare l’apparenza, dei sepolcri imbiancati, troveranno forza nella morale massmediatica, nel costruire ruoli e situazioni, valori e atteggiamenti fondati sulla spettacolarizzazione, e anche la tv-verità è fiction.
Lolita in tv va bene, è il tuo sguardo che è malizioso, anche se si tratta di una bambina mezza nuda che si dimena oscenamente (e i bambini in tv sono sempre osceni, perché bucano continuamente la quarta parete, indifferenti allo spazio della rappresentazione, alla scena). Si negherà questa maschera gettata sui corpi, oppure la si dipingerà come socialmente accettabile, facendo in modo che le vittime stesse la richiedano a gran voce. E tutti noi presi a quel punto a dover recitare le parti corrispondenti, antagonisti e aiutanti, in questo immaginario impoverito di ruoli sociali suggeriti e non vissuti.
E questo immaginario sgocciola verso il basso, verso giovani generazioni cresciute senza pietà dentro rappresentazioni mediatiche sempre connotate dalla sessualità esplicita, nei cartoni animati e nelle serie televisive giovanili pomeridiane, nella bambole di oggi che sono vestite come zoccolette, nelle popstar adolescenti, nei balli da imparare e nelle veline da ammirare. Cerchiamo di capirci: tutte le donne sculettano, ma è l’educazione dei tempi che dice loro quando e come sculettare; oggidì le bambine capiscono che devono sculettare sempre o che per essere eleganti bisogna vestirsi da troie di strada proprio come in tv: siamo decisamente agli estremi della gamma, sempre sullo stesso registro, monotematici.
E quindi i prossimi anni saranno anni pedofili, nel senso che metterà sempre più i bambini al centro del palcoscenico, che mettono così allegria a una popolazione fatta al 40% di ultrasessantenni, e li spingerà a rivestirsi dei valori e degli abiti del mondo degli adulti, a impersonare qualcosa o qualcuno. O a ballare, proprio secondo l’estetica esibizionista e erotica di questi nostri anni.
E bambine di 10 anni si trovano a dover imitare i movimenti di una cubista, con posture di profferta sessuale, perché questo impone il codice mediatico.
Mi viene da pensare che il progressivo abbassarsi dell’età dello sviluppo sessuale in tutto il mondo sia un sintomo di qualcosa. Cento anni fa si diventava signorine e signorini a sedici anni, oggi a undici o dieci o anche otto anni. Ci sono statistiche chiarissime. D’altronde, perché negare la possibilità che in un mondo che ti chiede continuamente di pensare al sesso l’avvio del programma “pubertà” nei corpi possa avvenire sempre prima, messo in moto dall’esposizione continua a stimoli erotici?
E questo, guarda caso, si sposa benissimo con la pulsione pedofila presente nei massmedia, dal programma per bambini in tv al pomeriggio ai siti porno dove le categorie “Old & young” e “Teen” furoreggiano nel guadagnarsi le posizioni alte in classifica e la maggior visibilità sul layout della pagina web.
Un futuro di lolite ammiccanti e di finti giovani di sessant’anni, questo ci aspetta. Vediamo almeno di togliere di mezzo l’ipocrisia, per cominciare a riportare al centro la barra del timone.

La libertà e il sentimento delle masse

Prendo una frase da un post di Zambardino.

Ecco il problema che si pone per la rete: la libertà è indisponibile, non è regolata dal “sentimento delle masse”.

La qual cosa agita in me questa idea: se continuiamo a parlare di quanto la Cultura digitale cambierà il mondo, cominciamo a pensare seriamente che tutto cambierà. Compresi ideali platonici come il concetto di libertà, che poi sono sempre pratiche concrete del vivere, situate, materiali. C’è sempre un contratto originario nella narrazione, che innesca l’eroe e l’azione senza la quale non c’è storia. Qui parlavo di come fosse da preferire piuttosto l’indipendenza alla libertà, ma è un’altra storia.
Ma il senso delle cose è dato da coloro che quelle cose le vivono. Attraverso le epoche.
E allora vediamo che le idee e i concetti, anche i più basilari per la nostra cultura, sono sempre storici e storicizzabili. E quindi mutano nel tempo.
Fino a ieri c’erano dei valori – reputazione, decoro, libertà, proprietà – resi stabili nel tempo, in quanto nati in una conversazione lenta e secolare fatta da poche persone con strumenti pesanti, i libri e le riviste accademiche e i quotidiani, i motori comunicativi che agitano il calderone della pubblica opinione di una data collettività.
Occorrevano pensatori e produttori di opere eccezionali, per smuovere la solidità di quei concetti, forzarne l’aggiornamento ai tempi correnti, diffondere le nuove accezioni nella società.
Il discorso dei poeti come avanguardia della specie, insomma.
Ma già da qualche decennio i poeti erano copywriter, o registi, o dj o giornalisti, gente che pubblica veloce. E già il calderone cominciava a ribollire. 
Ora noi siamo il web, che non è quotidiano, è istantaneo, continuo. Dove tutto viene ripreso e traghettato e riconsiderato, e non da mille intellettuali sparsi per il pianeta, come nel 1952, ma da centinaia di milioni di persone.
E siamo destinati a attraversare la peggiore interpretazione possibile di “power to the people”, perché avverranno cose aberranti. Una risacca emozionale può scuotere una collettività intera, un’indignazione o l’onda di uno scandalo qualsiasi, e ecco che milioni di persone negano o permettono qualcosa che fino a ieri non poteva essere facilmente toccata, come un valore. Proprio grazie a quel tasto Like di Facebook, come racconta Zambardino.
E cosa dovremmo fare? Indicare alcune stelle fisse del firmamento etico, e pretendere che milioni di persone ne facciano punto fermo della propria rotta, nel proprio lifestreaming? L’educazione, che sola può agire in questi casi, è un processo generazionale.
Dovremmo fare un wiki ufficiale, magari garantito dall’ONU o trovate voi un’autorità autorevole planetaria, dove sono esposti i cardini della civiltà occidentale? Dai Greci al Rinascimento all’Illuminismo al pensiero contemporaneo? Capisaldi del pensiero che ora vivono in forma scritta dentro supporti della Conoscenza offline, esterni alla Rete della socialità?
Se tutti fossimo connessi e partecipi, il senso di un valore è dato dal suo essere vissuto dalla collettività. Punto per punto, attimo per attimo. L’esperienza è valore di chi vive quell’esperienza, nel suo modo unico e originale.
E ora dobbiamo fare i conti con la sanzione sociale. Il fatto che noi tutti sanciamo il significato di un concetto, abitandolo quotidianamente, valorizzando e mettendo in luce un lato piuttosto che un altro, conferendogli senso situato in un qui e ora. Un qualsiasi fatto di cronaca che ci obbiga a schierarci; e stiamo ragionando di quei concetti che sono valori. Reputazione, per esempio.
Il fatto che blocchi alla circolazione delle idee avvengano dentro Facebook, che è un luogo privato, accentua il problema. Perché poi avvengono dei pateracchi tra la Polizia di uno Stato (l’Italia, in questo caso) e un’azienda commerciale (vedi Gilioli, che però sbaglia appunto a considerarlo uno spazio pubblico) che decisamente non sono rispettosi della collettività, e sono mossi da valori non più accettabili (il fare subdolo).
Se qualcuno su FB (e anche in altri posti) segnala inappropriato un contenuto, questo scompare. Quanta gente ci vuole per far sparire un qualcosa? La libertà di espressione dipende dal numero, o dall’umore della collettività? Quello che oggi è no domani potrebbe essere sì. 
Serve, come su Wikipedia, una “proposta di cancellazione”, a cui fa seguito discussione e votazione corale? Per ogni potenziale contenuto della Rete? Cioè, dovrebbe essere possibile segnalare ogni contenuto della Rete, e sottoporlo a valutazione di tutti?
Ma Facebook è un luogo privato, è un salotto e non una piazza. E ci sono cose che non dici a casa di altri, se sei accorto e consapevole, perché il padrone di casa delle tue parole può fare ciò che vuole.
Per dire, se esistesse il social network di Stato, l’ambiente online governativo (a scala e portata diversa, georeferenziata) per la socialità digitale della collettività italiana e portatori d’interesse annessi, non è che mi piacerebbe tanto se due persone che dicono “Non mi piace” facessero sparire un contenuto che io ho pubblicato in quanto cittadino digitale che partecipa alla pubblica conversazione.
E se le persone che dicono nonmipiace fossero milioni?
Non vedo soluzione, vedo sprazzi di comportamenti futuri, un’infosfera continuamente spazzata da venti emotivi, click di pancia, fuffa mediatica, guerre tra verità locali, meccanismi di attacco-fuga. 
Lentamente, e a guardar dal punto di vista dell’oggi in modo ineffabile, sorgeranno nuove opinioni, insieme ai nuovi contenitori d’opinione.
Tra una generazione tutto questo traghettamento sarà metabolizzato: i valori civili forgiati pre-Internet saranno adeguati ai nuovi ambienti di socialità e di espressione di sé, la maggior parte delle persone ci sarà cresciuta dentro, maturando altre posture esistenziali, altre gerarchie di valori, diversi orientamenti.
Insomma: credo proprio che il “sentimento delle masse” inciderà sull’idea di libertà, senza dubbio. E siccome viviamo tempi di pancia, potrebbero avvenire cose brutte, riguardo la pratica della libertà, se qualche Principe nel suo pensare lo Stato ritiene lecito manipolare l’opinione pubblica a proprio vantaggio.
Ma sono ottimista: non posso certo irrigidire i concetti e i valori storici, perché non sopravviveranno in quella forma dall’essere maneggiati da milioni di persone, ma confido che i mutamenti dell’ambiente tutto che contiene quei concetti (la socialità digitale) saprà inventare nuovi modi e garanzie per vivere la libertà di espressione, per difenderla e farsene vanto in quanto segno di civiltà.

Narrazioni di comunità, visioni condivise, scorci di futuro

Ho sete di narrazioni territoriali. Ma di  più: le collettività hanno sete, vogliono abbeverarsi con le rappresentazioni di sé allestite sul mediascape, il paesaggio mediatico.
Riassunto delle puntate precedenti:
  • c’è stato un cambiamento nei technoscape, nei paesaggi tecnologici. Abbiamo tutti per le mani strumenti di espressione nuovi, potenti e raffinati, abitiamo in Rete. E’ un momento aurorale, perché stanno nascendo nuovi format, nuove nicchie e flussi dentro l’ecosistema della conoscenza (fino a ieri biblioteche e quotidiani come imperi costruiti sulla carta, sulla pesantezza; seguiva maturazione dell’opinione pubblica lenta, partecipazione limitata, broadcast ineluttabile)
  • le collettività producono senso vivendo, e lo mostrano nello specchio della letteratura e nelle arti (come fare riflessivo, guarda un po’), tanto quanto nell’urbanistica, o nei modelli economici praticati, nella progettazione della logistica territoriale, e aggiungiamo le possibilità odierne di mostrare dinamicamente in tempo reale i comportamenti delle persone e dei gruppi tramite georeferenzialità e dispositivi connessi ubiqui… risulta oggi facile e semplice darne rappresentazione mediatica adeguata, di tutte ‘ste cose e flussi di persone e idee. Tutto nutre i mediascape, l’insieme degli atti comunicativi, la nuvola del dire di una comunità
  • nei momenti di crisi, conviene avere un serbatoio di possibilità differenti da giocarsi, per meglio adeguarsi al mutato contesto ambientale. Solito parallelo con il dialogo della selezione naturale, e al fatto che siamo tutti mutanti: succedesse qualcosa guarda caso ci sarebbe qualcuno che porta in sé una mutazione fino a quel momento ininfluente, ma che ora potrebbe diventare decisiva per far sopravvivere la specie (sto parlando di sperimentalismo, sì, in ogni settore sociale produttivo e socioculturale, nei format con cui pensiamo e storicamente realizziamo il nostro abitare). Idee per sopravvivere.
  • per potenziare l’efficacia di questo auto-pensarsi delle collettività, costruire contenitori di visioni e di progettazioni sociali, Luoghi partecipativi dove tutti possano esprimere la loro percezione e le loro linee direttrici del desiderio rispetto al futuro del territorio, alla qualità del Ben-stare su di esso come collettività in modo consapevole dell’impronta ecologica e dell’ottimizzazione delle risorse (materia energia e informazione, produzione e distribuzione), all’organizzazione sociale, alla costruzione condivisa di Grandi Narrazioni capaci di dare identità alle comunità locali, per come quele emergono dal calderone della Grande Conversazione, sotto cui abbiamo alzato il fuoco (tecnologie connettive) causando un più rapido rimescolarsi dei contenuti, nella comunicazione
  • ci sarebbe da raccontare come sulla superficie del pentolone si stiano formando aggregazioni di senso imprevedibili, cluster di memi capaci di tessere nuove forme significanti, come isole nei fiumi, luoghi di regolarità nel frattale della pubblica opinione. Non c’è più nessuno (ok, dài, i giornali potrebbero fare molto, se nativamente ripensati) a dirci quali sono gli argomenti importanti, ciò di cui val la pena parlare viene a galla nella Rete.
  • e-Government e e-Democracy non vivono nei pensieri, hanno bisogno di ambienti dove poter depositare e far maturare approcci e metodologie, tematiche e partecipazione
  • c’è di mezzo un aspetto civico del problema, che mi fa pensare che simili Luoghi di elaborazione del sentimento di appartenenza a una collettività (nel senso di aver-cura), i luoghi riflessivi autopoietici, dovrebbero essere pubblici, ovvero appartenere alla collettività. Come cittadini vogliamo che l’amministrazione pubblica renda disponibili piazze e parchi e biblioteche e spazi sociali per il pubblico dibattito e faciliti la circolazione delle opinioni. Poi le idee possono nascere dappertutto, nei caffè o su Facebook, ma là dentro dovrebbero assumere forma organizzata, orientata esplicitamente a costruire nel tempo l’archivio delle narrazioni autodirette di una comunità. Là dentro il ribollire dei punti di vista, delle consultazioni, potrebbe assumere aspetti concreti di promozione territoriale, come proposizione di linee e politiche d’intervento. L’alambicco che distilla.
Dicevo. Di simili Luoghi del “fare identità” territoriali e darne rappresentazione mediatica ne stanno nascendo un po’ ovunque, io stesso sto collaborando per realizzare qualcosa di simile, di cui racconterò più avanti. Gli Urban Center (Torino; Milano, Bologna, altre info) possono essere visti come gangli nervosi per l’elaborazione dei flussi informativi territoriali, gli esperimenti di Urban Experience danno visibilità alle nuove forme dell’abitare e del fruire gli spazi sociali.
A esempio, la Camera di Commercio di Udine ha messo giù un progettone per raccogliere le idee e le visioni della collettività friulana, si chiama Friuli Future Forum, lo trovate descritto anche qui, date una letta.
“L’ambizione è comunicare un progetto che contribuisca a trovare una nuova idea di Friuli. Ricostruiamo il concetto della nostra regione mattone dopo mattone, idea dopo idea, partendo dalle radici culturali e territoriali e individuando i valori di base sui quali poggiare le fondamenta per sostenere i sogni e le aspettative del futuro dei friulani” dicono i due professionisti coinvolti, l’uno più pubblicitario (annusare tendenze sociali e stili mediatici) e l’altro più tecnologo, docente universitario specializzato in location awareness e strumenti per rendere eloquenti le collettività.
E se la questione gira intorno al rendere visibili i flussi partecipativi dei cittadini, a organizzare e e distillare narrazioni centrate sul territorio e la qualità dell’abitare create dagli abitanti stessi, forse servirebbe anche una sorta di agenzia territoriale capace di offrire consulenze ai singoli o alle istituzioni o comunque agli attori sociali per costruire la propria narrazione, il proprio apporto alla Grande Conversazione.
Servirebbero dei Centri per la Narrazione gestiti con professionalità e orientati a progettare format di racconto per le collettività, capaci di fornire soluzioni comunicative adeguate con moderni strumenti di espressione (mappe e geotagging e blog urbani e reti civiche e mediateche e sensori ambientali e internet delle cose e teatri sociali di elaborazione, consultazione e decisione).
E quando le tematiche riguardano il fare civico, queste Agenzie di comunicazione potrebbero tranquillamente essere uno dei servizi offerti alla Cittadinanza da quegli Urban Center di cui parlavo più sopra.
Son dieci anni e più che unendo le mie competenze sulle conversazioni e sui media al mio interesse per la qualità dell’abitare sui territori provo a progettare e allestire community territoriali. Con tutto questo fiorire di ambienti per la socialità aumentata, chissà mai che non possa trovare un lavoro decente.

 

Piattaforme

Che Facebook sia un salotto e non una piazza, l’abbiam capito. Eppure lì dentro avvengono troppe cose rilevanti. Mozioni civiche, elaborazione opinione pubblica, messa in scena della collettività a sé stessa.

E non mi piace che avvenga là dentro.

Se per ipotesi ci fosse una piattaforma governativa, Piazza Italia etc., dove tessiamo le nostre reti relazionali, amicali e professionali. Dove se vogliamo cazzeggiamo, ma dove possiamo esprimere posizioni a casa nostra, una casa di tutti, e non a casa di qualcuno (che ci guadagna sopra). Posizioni etiche, espressioni di partecipazione alla vita sociale, anche atti linguistici più forti come petizioni o sottoscrizioni con identità certificata.

Che poi cazzeggiare verrebbe sicuramente meglio su altre piattaforme, anche commerciali, che raccolgono iscritti per affinità tematica o geografica.

Ma alcune robe serie no, le voglio pubbliche, aperte, dove tutela massima andrebbe posta nel fatto che nulla venga censurato. Dove vigono leggi, per rispettarsi. Dove Giorgio Jannis è Giorgio Jannis, che abita qui e lì a quell’indirizzo, che dice e fa, e gli altri lo sanno, e le sue parole hanno il peso del cittadino che si esprime.

Ma leggi che tengano conto nativamente che questo è un mondo senza atomi, e nell’immateriale alcune cose cambiano. Le nuove leggi che il mondo dovrà darsi nei prossimi dieci anni, per adeguarsi.

Più volte ho scritto che l”idea stessa di piattaforma mi sembra obsoleta, tutto questo dover concentrare le persone negli stabilimenti, luoghi chiusi. Uno schema di pensiero non più adeguato. E parlavo di tecnologie traccianti, per poter seguire le discussioni e le relazioni interpersonali in modo indifferente alla situazione di enunciazione, ovunque il senso appaia. Perché il mio dire, taggato e contestualizzato, troverebbe pertinenza da sé nelle varie nicchie della Rete, secondo i contenuti veicolati. Apparirebbe negli aggregatori e nelle bacheche giuste, avrebbe gambe per muoversi, vivere.

E come lo Stato arreda una piazza, così dovrebbe provvedere agli spazi sociali pubblici, perlomeno offrire luoghi di conversazione per una comunità che costruisce sé stessa dialogando, nel tempo. Dove poter fare tutti insieme progettazione sociale collaborativa, ottimizzando i territori e i comportamenti delle collettività che li abitano.

Chissà se funzionerebbe.

La gente, i milioni di persone che abitano in Rete, non fa cose facilmente predicibili. Un video o una battuta possono diffondersi in modo esplosivo, per caso, per complessità emergenti dei percorsi, secondo narrazioni mai viste. Cose pianificate e ben finanziate possono naufragare rapidamente in pochi mesi.

Ma di certo la nuvola della conversazione a sfondo civico di una intera nazione (anche oltre i confini geografici, nei linguaggi di chi paga le tasse) non può abitare su un social network privato.