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I sommari che non uso

jannis

1. La Cultura digitale e l’avvento delle rete Internet, l’espressione di sé e l’informazione immediata e ubiqua, hanno modificato il modo in cui percepiamo e nominiamo sia noi stessi come collettività sia il territorio dove storicamente risiediamo. Sono grammatiche di socialità nuove da conoscere necessariamente per comprendere i moderni meccanismi della comunicazione, sono nuove forme dell’abitare dove smartphone e social network rappresentano gli strumenti e gli ambienti della nostra partecipazione civica e lavorativa. Dalle nuove mappe dei Luoghi fisici e digitali che tutti contribuiamo a creare quotidianamente emergono percorsi di narrazione e dell’identità per la promozione territoriale.

2. Come raccontiamo noi stessi, nel mondo fisico e in quello digitale? Qual è la nostra identità come collettività che risiede su un territorio connesso? Per rispondere dovremmo innanzitutto chiederci chi siamo, e quindi decidere che immagine dare di noi. Serve uno specchio: la rete Internet sta facendo emergere, nei suoi strumenti e ambienti — smartphone, social network — rappresentazioni delle collettività inaspettate e inesplorate. Grazie alla comprensione delle nuove grammatiche della socialità connessa e delle nuove forme di cittadinanza digitale possiamo redigere percorsi di storytelling territoriale, per finalità di promozione socioculturale o turistica.

3. Gli strumenti e gli ambienti digitali — smartphone e social network — che tutti noi utilizziamo e frequentiamo quotidianamente fanno emergere rappresentazioni del territorio e della collettività nuove, differenti da quanto accadeva fino a pochi anni orsono. Le tecnologie della comunicazione modificano la nostra percezione e i nostri comportamenti, la nostra partecipazione ludica civica e lavorativa innerva nuove forme dell’abitare e dell’aver cura degli stessi ambienti fisici e digitali dove costruiamo identità individuale e collettiva. Grazie alla comprensione delle grammatiche della socialità connessa possiamo costruire nuovi percorsi di narrazione per la promozione territoriale.

4. Dieci anni di smartphone, dieci anni di social network. I luoghi digitali che noi tutti quotidianamente frequentiamo lasciano emergere impensate rappresentazioni dei territori fisici e delle collettività che li abitano, fotografie di chi siamo, mostrandoci nuovi percorsi possibili per l’allestimento e la narrazione delle identità sociali delle Pubbliche Amministrazioni, delle imprese, delle nuove forme di partecipazione civica della Cittadinanza digitale. È necessaria una comprensione dei nuovi ambienti comunicativi digitali, per la progettazione di una promozione socioterritoriale in grado di esprimere originalità e autenticità con il giusto tono di voce, capace di cogliere l’unicità e lo stile proprio dell’abitare di ogni collettività.

Turismo locale, storytelling - Giorgio Jannis

Format di turismo locale, e narrazioni social territoriali

Format di turismo, social media, user-experience, dimensioni affettive, web marketing, narrazioni territoriali: tutto si tiene.

Incollo qui una cosa rapida che ho scritto ieri su Facebook. Per un motivo semplice: tutti gli approcci di marketing moderni ci dicono che quello che in realtà si vende è l’esperienza del servizio o del prodotto per l’utente, quindi tutto l’aspetto connotativo della fruizione di quel bene materiale o immateriale, il piacere, l’emozione, la qualità di quella nicchia di tempo e spazio dove chi compra valuta meritevole insediarsi, per ritagliarsi un momento per sé.

Conseguentemente, da parecchio tempo il mantra del marketing moderno è diventato “bisogna progettare delle esperienze”, meglio ancora se nel caso di social web marketing vengono concepite da subito, nativamente, delle progettazioni riguardo l’esperienza di una intera community, la quale poi, essendo intessuta di passioni e abitando attivamente una qualsiasi piattaforma, se ben coinvolta – senza raccontare fuffa, con originalità e autenticità – saprà dare gambe alla value proposition, che appunto sempre meno riguarda il singolo prodotto o servizio, ma piuttosto l’esperienza “di vita” che quel prodotto o servizio mi promette e mi garantisce.

Se devo promuovere un prodotto enogastronomico, a esempio, quindi direttamente legato a uno specifico territorio in modo non altrove replicabile, non posso non concepire il marketing in ottica di promozione turistico-territoriale. Il compratore vorrà affezionarsi al processo di coltivazione o di produzione, vorrà conoscere il vignaiolo e parlarci, vorrà soggiornare in loco e non in anonimi alberghi ma in luoghi caratteristici, vorrà in qualche modo partecipare alla realizzazione di quella bottiglia di vino o di quel prosciutto, per appunto far parte di un’esperienza unica: in tal modo maturerà un sentimento di appartenenza a quel territorio, dimensioni psicologiche affettivamente connotate che donano identità e senso al fruitore di un bene che è ben più ampio del comprare vino online.

Conseguentemente, tutta la narrazione sul prodotto va reimpostata sull’esperienza-utente; la conversazione sui social media va improntata sul feedback del cliente – la sua narrazione diventa la conversazione, smettiamola di parlare del prodotto; il social web marketing dovrà comprendere la necessità di inseguire i clienti attuali fidelizzandoli con approcci rispettosi della persona e dei suoi sentimenti, piuttosto che dilapidare patrimoni nella ricerca di nuovi like e fan e follower sperando in una lead generation che porti al semplice acquisto del prodotto, per poi abbandonare l’utente. Ma questo è un altro discorso, lo affronterò più avanti.

Qui sotto, il post su Facebook.

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Ma guardate qui. E faccia un ragionamento chi progetta esperienze turistiche e relativo storytelling in FVG.
Metti cento russi su un aereo, li fai atterrare a Ronchi dei Legionari, poi li porti a dormire in bed&breakfast con agriturismo, in qualche magnifico borgo rurale lì al centro della mappa tipo Clauiano o da qualche parte lungo il Torre. Poi nel raggio di VENTI CHILOMETRI gli organizzi le escursioni: Aquileia per cose romane e romaniche, Cividale per i Longobardi ottavo secolo, Palmanova e Gradisca come fortezze rinascimentali e secentesche, Torviscosa come esempio urbanistico pregevole di città di fondazione novecentesca. Se vogliono, si allunga fino a Udine, fino a Grado, fino a Marano, fino a Villa Manin, fino a San Daniele, fino a Trieste. Li porti a mangiare ovunque, li porti sul Collio o sui Colli Orientali a bere vino sopraffino, li fai passeggiare nelle vigne e nei castelli. Tutti in furgoncino, e via andare, felici e contenti. Oppure comitive di russi in Vespa.

Smart-city = decrescita

Unisco due passioni, diciamo così.
Ovviamente la smartcity è da interpretare come relazione tra città e collettività che la abita, nelle sue competenze e conoscenze. Con il solito parallelo tra hardware (gli edifici, le piazze, la sensoristica, la fibra ottica, il wifi) e i comportamenti umani software (i flussi di merci persone e informazione, l’abitare i media e i linguaggi, l’esercitare cittadinanza attiva) è da porre l’attenzione alla relazione tra gli elementi, oltre all’analisi degli elementi. Come un buon informatico, che è tale quando pone l’attenzione tra risorse e programma, e quindi progetta. Come un antropologo, peraltro, come uno psicologo post cognitivista, come un linguista post strutturalista, come tutta l’intelligenza dei pensatori bravi della seconda metà del ‘900 ci ha insegnato. Porre l’attenzione alla relazione, e quindi al contesto. Quel qui e ora dove avviene pragmaticamente la comunicazione, con i suoi impliciti e i suoi non detti. Gli automatismi, le abitudini.
E un’abitudine da spezzare è quella della pessima aura che la parola decrescita si porta dietro, come diminuzione, povertà, riduzione, de- qualcosa.
Meglio morigeratezza, sobrietà, o comunque ottimizzazione delle risorse e dei processi per sfruttare le risorse stesse, la qual cosa è proprio la linea d’intenti di una decrescita correttamente intesa. Tramite strumenti come filiere corte, distretti di economia solidale, incontro locale domanda e offerta, democrazia di prossimità. 
Non pensate al perché, pensate al come. Siate un po’ tecnologi, visto che viviamo in ambienti tecnologici da almeno due milioni di anni, e non eravamo nemmeno uomini quando addomesticavamo il fuoco.
E qui parlo di sistemi, metodologie, meccanismi per gestire la complessità dei luoghi in cui abitiamo ora.
Luoghi che noi stessi abbiamo inventato, il paesaggio è un oggetto tecnologico tanto quanto un prosciutto o un sistema elettorale, e quindi si tratta di cose che abbiamo progettato e realizzato e via via migliorato nel tempo, migliorandone la tecnologia.
La smart-city (o porzioni di territorio anche miste rurali, non solo metropolitane: la connettività è indifferente alla geografia) è social, e la collettività è il motore e il destinatario, la qualità del vivere da perseguire. Si tratta di ambienti economici basati su relazioni umane, e la città connessa è il sistema operativo del funzionamento. E’ anche il luogo della coscienza collettiva, della pubblica opinione, della formazione delle identità, della loro negoziazione e patteggiamento in termini interpersonali e gruppali, è il posto dove gli accadimenti diventano fatti storici.
Ecco perché ottimizzare la smartcity è qualcosa che va in direzione della decrescita, perché ottimizza sistemi produttivi e distributivi di beni e servizi, perché incrementa e moltiplica la partecipazione della collettività alla vita pubblica, decrescendo da un sistema (meccanismo) di rappresentatività politica e gestione amministrativa del territorio molto verticale, roccioso, gerarchico, fortemente strutturato, a modalità più liquide, orizzontali, partecipative.
Non abbiamo ancora una grammatica ben fondata per padroneggiare i nuovi linguaggi della partecipazione permessi dalle nuove tecnologie di connettività, non sappiamo parlare bene e ci stiamo inventando le parole più adeguate a denotare i fatti del mondo, ma d’altronde sette anni fa non c’era neanche Facebook, e non sapevamo nulla, solo vagheggiavamo possibilità. Siamo nella culla, as usual.
Credo anche che possedere molti dati su quanto avviene sui territori geografici, a vari livelli di pertinenza (iperlocale, comunale, regionale, etc.), sui flussi di persone beni e informazioni, sia fondamentale e necessario per poter analizzare dinamiche abitative e progettare migliorìe. Open data ovunque, di ogni tipo, dati crudi e già rielaborati, sintesi e spaccati, tutti devono pubblicare tutto, per trasparenza, per contribuire a rendere di migliore qualità l’abitare.

voglio sapere TUTTO. Disaggregate i dati, fate quello che volete. Propongo tra l’altro la distinzione tra dati caldi (sensibili) e freddi (quelli insensibili ehehehe). Voglio sia possibile sapere tutto di un’area geografica. Voglio sapere cosa facciamo come collettività MENTRE viviamo, voglio saper CHI SIAMO. E quindi capir come ottimizzare i nostri comportamenti, uscire da nevrosi di massa, coltivare la nostra personalità, rifinire il nostro stile dell’abitare come muffa su questo pianetucolo, voglio un’identità.

Questo era un mio commento su FB, dentro una discussione un po’ bislacca e quindi piuttosto libera su una correlazione tra fasi lunari e reati o comportamenti “devianti”, un mio vecchio pallino, che mi ha portato a scrivere il presente post.

Wifi comunitario, libero

Alla base c’è una legge italiana, il Decreto legislativo n. 70 del maggio 2012, riguardo il codice delle comunicazioni elettroniche in attuazione delle direttive europee.
La questione è quella del wifi libero in Italia, che dopo l anon-proroga della Pisanu ha ritrovato un po’ di vita, anche se le autenticazioni avvengono sempre nei locali pubblici tramite invio di password su cellulare, il quale cellulare in Italia è attivato con una SIM individuale e registrata (altrove no), e quindi siamo sempre nella tracciabilità.
Ma ora si possono fare collegamenti tra privati su determinate onde radio, e quest non prevedono autorizzazioni, e sono libere.
Metto dei link
Così come in tutto il resto dell’Europa, i collegamenti radio tra privati sulle frequenze collettive (2.4 GHz, 5 GHz, 17 GHz) sono stati liberalizzati dal nuovo codice delle comunicazioni elettroniche entrato in vigore a giugno 2012, così come recita il sito dell’ispettorato delle comunicazioni della Liguria:

“Uso privato: non è prevista alcuna autorizzazione. Le apparecchiature sono comprese in quelle previste di libero uso ai sensi dell’art. 105, comma 1, lettera b del D.Lgs. 259/2003 (Codice delle comunicazioni elettroniche), così come modificato dall’art. 70 del D.Lgs. 70/2012.”

Più specificamente, il Decreto Legislativo 28 maggio 2012, n. 70 ha modificato il D.Lgs. 259/2003 (Codice delle comunicazioni elettroniche), a seguito del recepimento delle direttive europee 2009/140/CE e 2009/136/CE. A partire dall’entrata in vigore del Decreto (1 giugno 2012), non sono più soggette ad autorizzazione le reti RadioLAN-HiperLAN (wi-fi) ad uso privato, anche nel caso transitino al di fuori del proprio fondo.
Anche condividere la propria connessione WI-FI liberamente non è più illegale da quando il decreto Pisanu, che imponeva pesanti restrizioni e condizioni all’accesso ad internet, non è stato prorogato.

Open Source in Regione FVG, sito morto

Sono anni che parliamo di utilizzo di software opensource nelle pubbliche amministrazioni, ci sono anche le leggi nuovissime e meravigliose che ne stabiliscono la precedenza nell’adozione rispetto a soluzioni commerciali.
La Regione Friuli (trattino) Venezia Giulia ha promosso nel 2009 la realizzazione di CROSS, un portale

“attivato nell’ottica delle nuove strategie di innovazione programmate con il Piano strategico della Regione FVG.
Il progetto, presentato dalla Direzione centrale organizzazione, personale e sistemi informativi e coordinato dal servizio eGovernment, come azione di innovazione tecnologica ICT, intende creare un Centro Regionale per l’Open Source Software (CROSS) con l’intento di favorire la diffusione del Software Open Source nelle PA e nelle imprese presenti sul territorio regionale. “

e tenete presente che questo copiaincolla dal sito non avrei nemmeno potuto farlo, perché a pie’ di pagina c’è scritto “Copyright ® 2009 Regione FVG”. Che ridere.

Ma il problema è questo: perché questo sito è morto? Ha pubblicato una cosetta come fotografia del territorio rispetto alle soluzioni informatiche adottate (con errata corrige), ha segnalato un’altra cosetta in un convegno, ha fatto un po’ da vetrina domanda-offerta. Proprio adesso che sarebbe utilissimo, e servirebbe un regìa regionale per l’attuazione dell’Agenda digitale declinata contestualmente su necessità e peculiarità regionali.

Crowdfunding civico

Un Comune che predispone una piattaforma web per far finanziare progetti di migloramento urbano, magari anch’essi emersi (proposti e votati) dalla collettività. Non so se sia corretto, non credo. Come cittadini paghiamo già delle tasse, affinché la Pubblica Amministrazione provveda a fornire servizi, ottimizzare qua e là, distribuire risorse materiali o immateriali.
Parliamo di “impegnarsi coi soldi”, che qua mi sembra stia diventando il modo per impegnarsi, o forse lo è sempre stato, nelle campagne civiche, per coinvolgersi nella vita pubblica. Come fa Obama, su altra scala, in quegli USA dove chi raccoglie più soldi in campagna elettorale vince… e da Giovanna Cosenza qui potete leggere cosa dice Obama, e cercare di decifrare il suo tono nel chiedere donazioni, di portarvi su Contribute Barack Obama, la piattaforma di fundraising a suo sostegno.
Però tornando a piattaforme di proprietà pubblica, non credo dovrebbero essercene. Piattaforme per la partecipazione e l’ideazione collettiva di ottimizzazioni della macchina governativa, a ogni livello, sì. Chiedere soldi, no.
Però privati cittadini potrebbero promuovere piattaforme di crowdfunding, e il Comune partecipare con finanziamenti per qualcosa voluto e votato da molti cittadini, purché si tratti di cose apartitiche e dichiaratamente per il bene della collettività. O far proprio il progetto e gestire i soldi raccolti da privati per loro conto, nella logistica della realizzazione del bene comune. Ecco, meglio.

Paesaggio, turismo, comunità, Dolomiti

FONDAZIONE DOLOMITI UNESCO, LINEE GUIDA PER CONSERVAZIONE E PROMOZIONE 
In campo l’Università di Udine con la sua proposta al Meeting a Palazzo Belgrado assieme ai rappresentanti delle aree coinvolte per definire le Unità di Paesaggio (UP) 
Verso la definizione di linee guida ad hoc per individuare le Unità di Paesaggio (UP), come richiesto dalla Convenzione Europa, attraverso le quali ottenere ricadute turistiche di elevato impatto per la fruizione delle Dolomiti. A Palazzo Belgrado è andata in scena la riunione tecnica della Fondazione Dolomiti Unesco, alla quale hanno preso parte tutti i soggetti coinvolti, sia del Friuli sia del Trentino Alto Adige, finalizzata ad affrontare, fra i vari temi, la fruizione del paesaggio. La proposta per questo progetto è arrivata dall’Università degli Studi di Udine grazie al lavoro condotto dai Dipartimenti di Scienze Agrarie e Ambientali, Scienze Economiche e Statistiche e Scienze Umane. 
L’approccio paesaggistico deve considerare la componente percettiva per chi fruisce del bene come turista, sia per chi ne fruisce in veste di comunità residente – hanno dichiarato i relatori – in modo da considerare non solo la componente estetica ma anche il valore in termini culturali ed identitari del bene. In pratica, si tratta di assegnare al paesaggio in sé un ruolo di attivatore economico, ovvero individuare nell’habitat dolomitico tutte le potenzialità rispetto ai servizi di tipo culturale o legati agli aspetti estetico-percettivi verso i fruitori del contesto naturale. 
Durante il meeting si è messo mano al modello possibile della gestione con riferimento al turismo ma anche alle attività antropiche che devono essere coordinate in maniera unitaria pur con l’accortezza di prevedere obiettivi di tutela specifici pensati per i singoli siti in un contesto globale di tutela delle risorse naturali. 
Per lo sviluppo di questo filone innovativo, si è deciso di interfacciarsi con le attività svolte da altri soggetti che collaborano al gruppo di ricerca, come l’EURAC (European Academy of Bozen) e STEP (Scuola per il governo del Territorio e del Paesaggio).

Essere in grado di

Ok, le smartcity. Ma qui si tratta delle smartcommunity. Le comunità vanno enpowerate nella consapevolezza di sé, nella motivazione di singoli e gruppi a partecipare, vanno connesse e interconnesse sul piano tecnologico e relazionale, servono piazze strade caffè e salotti, occorrono dei luoghi di visibilità pubblica delle forme sociali digitali. E delle mappe, segnaletica, percorsi emozionali, palestre di cittadinanza.

Vanno diffuse delle abilità nella popolazione, va promossa una competenza in ogni cittadino riguardo al sapere fare (e magari, al sapere di saper fare), riguardo al saper fruire del territorio fisico dandone immagine e verbo sul territorio digitale, e saper partecipare a pubbliche discussioni che possano contribuire a migliorare la qualità dell’abitare.

Forme di alfabetizzazione digitale strutturata e formale, mediante agenzie formative e utilizzando i media tradizionali. Poi se molte cose sono in Rete e le persone scoprono la loro utilità o partecipano a qualsiasi iniziativa ludica o professionale, altre competenze nasceranno dalla semplice frequentazione e comprensione dei meccanismi tecnologici e sociali della Rete, perché nessuno ha imparato Internet (o anche a usare il computer) da un manuale d’istruzioni.

Quindi, rendere appetibile l’uso della Rete, per far andare la gente online, e disseminare competenze come effetto laterale. Un po’ come quando si dice che Facebook ha alfabetizzato (ahia) l’italia.

Il territorio è una piattaforma per lo sviluppo

Un bell’articolo di Luca De Biase (qui la fonte

Il territorio è come una rete e una piattaforma sulla quale si sviluppano attività, iniziative, startup. E come ogni piattaforma può essere aperto o chiuso, può avere un effetto frenante o può accelerare lo sviluppo, può essere dominato da pochi grandi poteri o essere competivo e creativo. E così via. Può anche essere modificato, pur con la lentezza che lo contraddistingue, anche in modo radicale.
Pensare il territorio è come pensare l’ecosistema. È un approccio ormai assunto anche dalla pubblicistica più semplificata, come dimostra anche il successo di un libro di moda come Rainforest. Del resto, il territorio come piattaforma era anche la metafora sottostante di un libro che ha avuto il suo momento di moda come quello di Richard Florida. Questo non elimina la complessità di una politica territoriale. Come dimostra la lunga e profonda esperienza del programma Leed dell’Ocse, al quale ci può riferire per avere un senso dell’ampiezza degli argomenti che l’approccio territoriale contiene, della sensibilità umana che occorre per affrontarlo, della rischiosità di ogni banalizzazione dell’argomento.
Come scrive Flaviano Zandonai, se il territorio è rete esistono territori-rete aperti, che rischiano la concorrenza dei free rider (che ne sfruttano la capacità di generare conoscenza senza restituire altrettanto) e territori-rete densi che rischiano la chiusura. Nel quadro della globalizzazione i territori competono sulla base della loro unicità, ma la precondizione è la connessione. Si formano, con ogni probabilità, diverse missioni – implicite o esplicite – nei diversi territori. E le relazioni che intrattengono con il resto del mondo sono fondate su quelle missioni, mentre i risultati che ottengono sono fondati sulla loro capacità di collegarsi, attrarre risorse, coltivare risorse, esportare. È chiaro che i territori con una missione di hub sono decisivi per una geografia molto ampia e i rischi che corrono si trasmettono ad altri territori che dipendono da loro per la connessione al resto del mondo. Mentre i territori con una missione di destinazione tendono a portare qualità, unicità, cultura. I territori-hub che si “addensano” – come le città troppo piene e troppo poco efficienti – si trasformano da acceleratori in freni dello sviluppo. I territori con una missione di destinazione che non coltivano le loro unicità, che non si confrontano, che si chiudono, finiscono per perdere qualità e senso nell’insieme geografico a cui si riferiscono. Infine, si sa che i territori troppo specializzati tendono a rischiare lo spiazzamento a ogni cambiamento organizzativo generale. Come in un ecosistema, anche quello del territorio umano ha bisogno di una certa diversità per essere stabile e rigoglioso. In generale, ogni territorio ha bisogno di pensarsi non come un insieme finito di risorse ma come un attrattore e generatore di nuove risorse: altrimenti corre il rischio più grande, quello di trasformarsi in una gabbia nella quale tutti i soggetti si combattono accanitamente per difendere una fetta di risorse e preferiscono impedire agli altri di innovare e crescere piuttosto che collaborare per aiutare l’insieme a innovare e crescere.
Semplificando, si può dire che un indicatore importante è la capacità del territorio di definire una sua prospettiva di sviluppo e di coordinare gli sforzi, anche la competizione, intorno a quella prospettiva. Spesso questo si misura in termini di attrazione di investimenti ed esportazione di prodotti e servizi. Ma il successo ha bisogno anche di elementi meno misurabili perché attiene anche al softpower, all’attrazione di talenti, alla generazione di una visione e alla sua capacità di fascinazione. La quantità non riesce sempre a dar conto della qualità. Il che implica che gli indicatori statistici vanno rinnovati per tener conto sia dei risultati economici tradizionali, sia degli obiettivi che attengono di più all’economia della felicità.
Una conclusione dalla quale non si può più prescindere sembra essere che le politiche territoriali giuste non sono mai definite dagli strumenti adottati ma dalla coerenza tra gli strumenti e gli obiettivi. E gli obiettivi, quando sono condivisi, entrano a far parte delle risorse fondamentali: proprio perché una visione condivisa di per se è un generatore di energia e di iniziativa. Insomma: reti e racconti, efficienza e visione, azione e prospettiva, devono essere pensati e sviluppati insieme.
Quella territoriale, del resto, è una dimensione nella quale la storia ritrova di preferenza i fenomeni di lunga durata. Non si parte mai dal nulla. Anche la storia delle innovazioni più radicali, a livello territoriale, contiene le esperienze sedimentate nel tempo. E se ne arricchisce. Proprio perché ogni territorio ha bisogno di unicità, dunque di storia, di identità. Su questa base può raccontare agli altri la sua strategia per esportare e attrarre investimenti e risorse.
La politica territoriale dunque diventa l’articolazione di una sintesi tra queste tensioni: tradizione e innovazione, esperienza e prospettiva, connessione e identità, contaminazione ed essenzialità. Una visione cosmopolita è un po’ l’insieme di questi atteggiamenti culturali.
All’atto pratico, questa visione diventa la lista di priorità che un territorio si dà. Ovviamente con la capacità di tenere la barra dritta ma con l’elasticità intellettuale necessaria ad affrontare il cambiamento. Ci sono esempi fondamentali dai quali trarre spunto.
Il Trentino ha una base fondamentale nell’agricoltura avanzata, grazie alla ricchezza culturale e pratica che è alimentata dalla Fondazione Mach, nel turismo di qualità e nella sua tradizione cooperativistica e autonomista. Su questa base si è data una missione di lunga durata investendo nella ricerca tecnologica, scientifica e artistica con strumenti di altissima qualità, come laFondazione Bruno Kessler, Trento Rise, il Mart e molte altre istituzioni valorose. Esplora nuove possibilità nella meccatronica e nell’edilizia sostenibile. Pur avendo qualche difficoltà per quanto riguarda le connessioni fisiche, si è data un piano di investimenti nelle infrastrutture digitali. Ma deve darsi nuovi obiettivi per affrontare il futuro e tra gli strumenti per riuscirci si porrà probabilmente il tema dell’accelerazione di startup, tecnologiche e culturali che consentano di aumentare nel tempo le esportazioni e l’attrazione di capitali e talenti.
Venezia grazie alla sua grande area metropolitana di terraferma, tra Padova e Treviso, è molto orientata alla generazione di nuove imprese, sia nel digitale che nell’artigianato avanzato, dispone di una “vetrina” straordinaria con il suo centro storico, ha scuole e università di primo piano, ha un esempio fondamentale di riconversione industriale nel Vega e moltissime risorse da riorientare. Oltre a una grande opera in corso come il Mose. Lo spopolamento del centro storico è una delle dimostrazioni di quanto si possa migliorare. Come pure lo spaesamento di un centro come Mestre e un’area da bonificare come Marghera. Il punto di partenza di una nuova missione è bellissimo e sfidante come pochi al mondo. Le divisioni tra i poteri forti che la governano sono un freno. La sua struttura attuale sempra la migliore delle dimostrazioni possibili di quanto una grande iniziativa strategica possa raccogliere in termini di coesione culturale e imprenditoriale. L’energia repressa dalla mancanza di prospettiva sembra pronta a trasformarsi in sviluppo.
Cagliari unisce le meraviglie geografiche e storiche alla sedimentazione di una cultura tecnologica che diverse iniziative locali, da Video Online a Tiscali, sono riuscite ad aggregare. Il numero di startup e nuove attività che sembrano pronte a nascere sono talvolta sorprendenti se non ci si rende conto del fatto che le storie imprenditoriali hanno conseguenze di sviluppo che vanno molto oltre i confini delle aziende e che diventano competenze generative straordinarie.
La Puglia è una realtà complessa che si sta dando una missione articolata, dall’energia all’innovazione agricola e turistica, con una consapevolezza del valore delle tradizioni culturali che non ha prezzo. Salerno sembra un polo di iniziativa locale importante per un territorio difficile e allo stesso tempo denso di opportunità. Torino è un esempio di riconversione strategica di livello europeo: i suoi risultati sono sotto gli occhi di tutti e saranno oggetto di studio e ispirazione per molte grandi città. Pisa è un fantastico esempio di come l’università sia una risorsa di sviluppo. Bergamo non cessa di avanzare con le sue grandissime potenzialità. Bolzano, Trieste, Gorizia, Perugia… Impossibile nominare tutti i centri di iniziativa e innovazione che non cessano di affacciarsi all’attenzione. Del resto, gli infiniti distretti idustriali e di competenze dei quali l’Italia è ricca e che la sostengono anche in questa fase estremamente critica si adattano, si riconfigurano, si ripensano. Soffrono ma vivono. L’Italia non è quella che si vede con gli algoritmi astratti della finanza globale. Anche se con quegli algoritmi deve fare i conti. E mentre forse sta coltivando una prospettiva per i suoi giovani, che passa per l’adozione di un nuovo paradigma di progresso orientato alla qualità della vita, non può non porsi l’obiettivo di crescere per restare agganciata alle richieste della finanza globale, alla quale, indebitandosi, ha ceduto una parte di sovranità. Le baruffe della politica e le scorrettezze del suo bizzarro capitalismo sono uno dei pesi che si porta dietro. La sua ancora, in questo senso, è l’Europa. La sua ricchezza però è nei suoi territori.
Come farà un governo passeggero e instabile come l’attuale per favorire i suoi territori?
Startup digitali, startup industriali, nuove imprese sociali, sono possibilità di rigenerazione. Non certo esaustive. Le grandi opere sbloccate sono spesa pubblica che può aiutare. Semplificazione fiscale e burocratica sono azioni ineludibili. E il confronto pragmatico con le condizioni offerte all’impresa dai paesi concorrenti è una via di avanzamento chiara.
Ma per i territori occorrerà attenzione e cura. Educazione, ricerca, ambiente, urbanistica, infrastrutture, progetti di smart city. Iniziative sociali. Civic media. Ma forse più di tutto, difficili e generativi, saranno importanti le forme di azione orientate a favorire la progettazione e la narrazione di missioni e prospettive adatte al territorio. Sia attraverso proposte disegnate dal centro, sia soprattutto favorendo l’elaborazione di strategie unitarie e catalizzanti che nascono nei territori stessi. Vasto programma. Un po’ come una ricostruzione.

Google Map Maker

Google tra i suoi vari servizi offre un Map Maker. Sostanzialmente, si tratta modificare le mappe di GMaps, aggiungendo dettagli (strade, luoghi) e consentire la narrazione del territorio. La quale, essendo ora liberamente pubblicabile da tutti, diventa narrazione DAL territorio, ovvero quell’emergere della partecipazione dei singoli e delle collettività, che auspicabilmente riuscirà a connotare in maniera adeguata le specificità antropologiche, sociali, naturalistiche di una determinata zona geografica.
Il servizio non è ancora disponibile in Italia, però. 

Iperlocale.info

Iperlocale.info è un osservatorio spontaneo, un quaderno d’appunti condiviso, nato per studiare la dimensione locale e iperlocale dell’informazione sul web. Si tratta di un progetto indipendente e autofinanziato, aperto alle riflessioni, alle segnalazioni e ai contributi di tutti. È nato nel marzo del 2012, per iniziativa di Sergio Maistrello.


[pigro, copioincollo il testo di Pasteris]

Tanti, diversi, insieme

Stavo scrivendo, sforzandomi di pensare in un’altra lingua, eppure rimuginavo, inventavo e disponevo parole per un’altra cosa. Qualcosa che riguarda l’Unità d’italia, i miei sentimenti, il poter dire magari tra un po’ di tempo, sotto la spinta di cambiamenti che vedo intorno a me, “Vedi? io l’ho detto e l’ho scritto, prendi questo link”.
Ma prima un paio di brevi premesse.
Innanzitutto, sia ben chiaro a tutti che amo l’italia. Lo scrivo minuscolo da mesi, italia, solo perché in questo momento non è nemmeno all’altezza di essere uno Stato serio tra gli altri. Amo un’italia matta e piena di colori, struggente da strapparmi il cuore, vivace da farmi sorridere sempre. E se mi gioco la retorica, è perché la retorica sui sentimenti è cosa italianissima, dentro una stilistica o strappalacrime o canzonatoria, da generazioni e generazioni.
Una narrazione secolare e tutta italiana che conosco bene, nella lingua e nella letteratura, nelle arti e nella musica e nel teatro, nei mille canovacci di una Commedia dell’Arte che è vita verissima italiana dal bar all’angolo al Palazzo, negli arrotolamenti barocchi e capziosi ma ficcanti di linee intellettuali che han saputo nutrire la storia delle idee di questo pianeta. Nella pizza e nella furberia, nelle peculiarità del vivere di ciascuno dei suoi diversissimi abitanti, nelle linee del paesaggio, nel design e nello stile.
Come seconda cosa, vorrei dire nuovamente NO ai leghisti, alla loro ignoranza e al loro volersi appropriare delle cose storiche, rinominandole e banalizzandole, e usarle come stendardo della loro battaglia.
Tanto quanto mando vaffa quelli che, ignoranti anch’essi, non sanno contrapporre ai leghisti giusto un paio di argomenti circostanziati, evitando in tal modo di cadere dentro una dialettica “italia sì, italia no, se famo du’ spaghi”, che poi torna tutta a vantaggio dei primi. 
Io credo che i tempi per uno Stato italiano, amministrativamente unitario, siano superati.
Vi erano necessità storiche – peraltro secentesche nell’impianto (Francia, Inghilterra) e in seguito pronunciate con la forza rivoluzionaria del fine ‘700… ma qui noi arriviamo sempre dopo, con il Risorgimento  – di avere certe conformazioni governative sul territorio, certi sistemi che richiedevano una bacino d’utenza di un certo ordine di grandezza, per innescare certi sentimenti e valori e organizzazioni statali, province e regioni e podestà e prefetti e parlamenti nazionali e tecnologie per la democrazia, nell’inventarsi il modo con cui dare rappresentatività al popolo nell’espressione di sé, nei meccanismi governativi.
Il modello dello Stato che abbiamo è stato pensato secoli fa. Con i postiglioni e i cavalli, con la penna d’oca, parlando francese o veneziano o spagnolo o una delle molte lingue della nostra penisola. 
Non credo automaticamente sia ancora il più adeguato. 
E forse quel sentimento patriottico, in me debolissimo e nullo se comparato al fanatismo di certi, è stato indebitamente esteso su retoriche che non comprendo, su realtà geografiche semplicemente al di là del mio orizzonte antropologico. 
E forse quel sentimento patriottico per una porzione di territorio arbitraria e storicamente mutevole induce pensieri di appartenenza e contrapposizione agli altri in cui non mi riconosco, che non sento vivere in me, e potrebbero se manipolati dare propulsione a concetti bassamente nazionalistici, come il Novecento ci ha mostrato.
Io credo che la dimensione regionale sia maggiormente adeguata oggidì al governo del territorio e all’espressione di sé delle collettività che lo abitano.
Con i massmedia diffusi, con i sistemi di trasporto di merci e persone sviluppati negli ultimi cinquant’anni, possiamo far emergere molta ricchezza narrativa da aree geografiche di superficie molto minore rispetto alle dimensione degli Stati europei, su cui poter innestare più efficienti forme di governo locale, maggiormente adeguate alla specificità dei luoghi e delle genti, più efficaci nel comprendere e nel progettare in modo partecipativo il presente e il futuro dell’abitare su un dato territorio.
Regioni che potrebbero anche essere ridisegnate, sulla base di referendum per l’autodeterminazione, e dar luogo a estensioni geografiche ben diverse, magari con confini (odiosi confini) tracciati in modo meno arbitrario, più ancorato all’orizzonte antropologico degli abitanti di una certa area locale.
Sto pensando molto semplicemente a un federalismo vero.
Sto pensando abbastanza ai Lander tedeschi, come forma storica realizzata più vicina di altre a un ideale di federalismo reale. 
E giusto per collegarmi a un pensiero che ritengo dignitosissimo e tuttora modernissimo, per giunta recentemente elogiato dallo stesso nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, un ragionamento che definitivamente scacci stolidi spettri leghisti per la sua radicalmente diversa impostazione politica e filosofica, dico espressamente che ho fiducia in un’Europa delle Regioni, in un federalismo europeo e perché no, mondiale. 
Non sono disposto a dare ascolto a persone che non sanno chi sia stato Altiero Spinelli, che non sanno cosa sia il Manifesto di Ventotene, sia ben chiaro.
Non si sono disposto a tollerare ignoranti di destra e di sinistra che si cimentano con il gioco delle tre carte, nascondendo e camuffando la verità con gesti abili e parole di propaganda interessata, e approfittando dell’altrui ignoranza ridisegnano il significato dei sentimenti dell’abitare e dell’appartenere ai Luoghi.
Sono e rimango cosmopolìta, tutelo e proteggo la diversità culturale umana e le minoranze linguistiche perché ritengo siano la ricchezza della specie umana, tutte senza distinzioni.
Semplicemente dico che vorrei abitare in un mondo fatto di unità amministrative governative locali di taglia inferiore rispetto agli attuali Stati nazionali, in possesso di propri strumenti costituzionali di tipo legislativo giudiziario e esecutivo per gestire il proprio territorio autonomamente, e che rispondono a un’autorità di respiro europeo.
Non penso all’italia, penso agli italiani, e alle possibilità di organizzare meglio, di ottimizzare il loro abitare sulla Penisola.

E libero da pastoie, spero di poter finalmente dire “Viva il centocinquantenario”, per celebrare l’inizio di una fase storica che l’italia doveva necessariamente vivere e attraversare, per prendere maggiormente consapevolezza di sé in contesti geopolitici più ampi, nei sentimenti della propria nazionalità.
Ma senza cristallizzazioni, senza blocchi evolutivi, senza voler irrigidire quello che deve scorrere: il farsi della civiltà, in molteplici forme, lo sperimentarsi, il crescere nel rispetto di tutti.

Cultura digitale

Carlo Infante:

La cultura digitale è in primo luogo l’opportunità per riconfigurare gli assetti sociali e culturali nell’era post-industriale, liberando le potenzialità collaborative nella disintermediazione delle risorse, a partire da quelle informative. Da subito si capì (già trent’anni fa) che si poteva diventare editore di sè stessi. In questo senso il web si sta rivelando un nuovo spazio pubblico, coniugando l’interattività digitale con una straordinaria interazione sociale possibile che va ben oltre il rumore dei social network massivi (che comunque ci fanno molto comodo perchè disseminano con una velocità sorprendente le nostre performance mediali). La creatività sociale delle reti ci permetterà di mettere in gioco una disponibilità che si rivelerà come una nuova rete del valore (nuovo paradigma che supera quello lineare della catena di montaggio, modello fondante del sistema meccanicistico che stiamo superando) grazie alle dinamiche del web 2.0 che non è un semplice update tecnologico ma un netto salto paradigmatico, un’evoluzione antropologica. E’ qui che si gioca la scommessa più ardua, nell’intercettare quei nativi digitali che oltre a vivere come naturale questa nuova condizione artificiale (come tutte le culture, dopotutto) possono essere coinvolti nella costruzione di un ponte tra civiltà, riconoscendo il valore di trasformazione culturale avviato in questi ultimi decenni. Credo, in particolare, che vadano trovati i termini per mettere in relazione il mondo dell’avanguardia (che ha anticipato molti elementi delle culture digitali) con quella cultura dell’innovazione che non deve rimanere schiacciata nell’avanzamento esponenziale dell’offerta tecnologica. Servono nuove chiavi interpretative, mobili, dinamiche, come quelle che permettano un’interazione sensibile con il territorio, con le sue biodiversità, le sue architetture, il suo genius loci, per valorizzarlo e inscriverlo in un futuro digitale sostanzialmente glocal e sostenibile.

Enzo Rullani: territori e valori

Rullani mette in luce alcuni risvolti dell’economia globalizzata, e indica vie da prediligere per comprendere il territorio e la sua collettività, come progetto identitario e conversazione.

Qui una sintesi per punti fatta da Dario Salvelli

  • In un economia della conoscenza se tu sei uguale ad un altro non porti un piffero, il tuo valore aggiunto è zero
  • Una buona idea che rimane confinata in un ambito ristretto vale poco non diventa una forza trainante, una motrice, una spinta di business. Il valore si crea moltiplicando l’idea.
  • Le aziende più o meno se la cavano sempre ma chi rischia con la globalizzazione sono i territori, che non si possono spostare, ed i lavoratori che dovranno giustificare la differenza di reddito con altri mercati, oggi scontata, ma tra 3-4 anni assurda ed indifendibile.
  • Dobbiamo avere una diversa economia della conoscenza nelle fabbriche usando in maniera diversa le idee, i significati, il valore che si dà al prodotto che ha valore perchè si inserisce in una filiera che gli dà qualità, moltiplicatori. E’ l’intelligenza che sta nella testa delle persone che conta non nelle macchine.
  • Il nostro sistema industriale non ha mai presidiato le filiere, nessuno ha mai controllato e organizzato il valore che c’è a valle delle filiere.
  • Il territorio è una delle reti, non il contrario. Il territorio deve dare delle reti importanti locali basati sulla prossimità e l’accesso alle reti grandi e aperte.
  • Il territorio è l’identità costruita non quella storica. Bisogna interrogarsi su cosa il territorio vuole diventare. Dobbiamo imparare a raccontare e a raccontarsi: il racconto è fatto di arte, letteratura, di film, esperienze, del creare una città viva, del fare in modo che emergano idee condivise da una popolazione.
  • Dobbiamo cominciare a costruire lo spazio metropolitano, lo spazio di quelli che lavorano con noi in idee di mercato e servizi rari, importanti.
  • Il territorio non è affidato al Comune, alla Provincia, alla Regione, al federalismo. E’ una idea sbagliata: il territorio è dei cittadini che si muovono nello spazio e vanno a cercare ciò che gli serve.
  • E’ l’apertura della Rete delle persone che fa i moltiplicatori.

DireFare a Pordenone: visioni di comunità

Sul Messaggero Veneto di oggi, 30 novembre, a pagina 5 del fascicolo di Pordenone:


DirefarePn.it, giovedì cominciano gli eventi
La rassegna sul futuro della città: protagonisti i pordenonesi residenti all’estero
Da giovedì a sabato, il ristrutturato Palazzo Badini in piazzetta Cavour ospita “DireFare.pn.it”, tre giorni di incontri, forum e workshop per condividere idee, informazioni, esperienze tra la città e i giovani pordenonesi nel mondo che per studio o per lavoro risiedono in altri paesi. La scorsa settimana, alla presentazione dell’evento, promosso dal Comune di Pordenone con la consulenza dal sociologo Luca Romano che coordina il progetto, il Sindaco Sergio Bolzonello aveva detto che «Direfare.Pn.it non è un evento sulla “fuga dei cervelli”, ma un modo di creare valore mettendo in rete le competenze tra chi è rimasto e chi è altrove, un modo per coinvolgere insieme in progetti scientifici e sociali, made in Pordenone. Per questo – aveva concluso – abbiamo deciso di dialogare con i “pordenonesi altrove”, giovani che per scelta personale e professionale hanno deciso di trasferirsi all’estero e li abbiamo invitati qui a Pordenone».
Il programma comprende incontri, forum, workshop dedicati all’innovazione d’impresa, alle reti internazionali dei saperi, della cura, dei mercati e della società digitale, della sostenibilità, un confronto con i “Pordenonesi altrove” che provengono dalla Spagna, Inghilterra, Stati Uniti, Francia Ecuador, Germania, Giappone, Danimarca, Mozambico, Egitto, Francia, Israele. Si comincia giovedì 2 dicembre alle 15 con il forum “La cura e l’aiuto sociale nella società che cambia” tema affrontato in due sessioni : “La cura e l’aiuto tra locale e globale”, con il confronto tra operatori che lavorano nel campo dell’aiuto alle persone in ambito sociale e sanitario e “Impresa innovativa chiama welfare comunitario”con il contraddittorio sulle “Buone pratiche” tra Piergiorgio Angeli, Direttore Risorse umane Operations di Luxottica Group e il finlandese Martti Launonen, amministratore delegato di Vantaa Innovation Institute.
Alle 17.30 l’inaugurazione dell’esposizione “Pordenone, una strategia per l’urbanistica sostenibile” nello spazio espositivo al primo terra. Dalle 18 alle 20 Giuseppe Granieri, autore per Laterza del saggio La società digitale e Giorgio Jannis, semiologo e progettista di spazi sociali in rete, introdotti e moderati dal giornalista Sergio Maistrello dialogheranno su “La società si fa rete, nuovi processi di partecipazione e responsabilità”. In un’altra sala i “Pordenonesi altrove” che operano nel campo della sostenibilità ambientale si confrontano con istituzioni, imprese e operatori impegnati a Pordenone sviscerando tematiche legate a sviluppo delle nuove tecnologie di produzione delle energie rinnovabili, sulla gestione dei rifiuti, del ciclo idrico, su verde urbano, sui materiali per la bioedilizia, sui mezzi di trasporto pubblico ecocompatibili, sull’ampliamento piste ciclabili e sulla mobilità ecologica.

direfare.pn.it, testi eloquenti e tessuti urbani

Ho comprato un telaietto di legno per fare i braccialetti di perline, devo regalarlo a mia nipote che trionfalmente compie otto anni. Dinanzi all’arte del tessere, rimango sempre in contemplazione. Capisco cosa significa che Atena fosse dea della Sapienza e di questa tecnologia donata all’Umanità, guardo quel telaio e guardo il mio pensiero che si organizza in ordito e trama,  scopre procedure e significati, un ordine che si imprime nelle cose e diventa disegno leggibile. Ci sono i fili fermi, le cose, e sopra intrecciamo le parole, i flussi, dando senso. Toh. Oppure, facciamo così: anziché riferire questo tessere al nostro pensare, oggettiviamoci.
Guardiamo ai gruppi sociali, alle collettività, al fare complessivo dell’abitare un territorio, operando sul suo spazio nel tempo dei secoli. Abbiamo un ordito, le risorse materiali disponibili e le reti tecnologiche di produzione e distribuzione di manufatti, energia e informazione. Abitare queste reti, viverle, è il nostro tessere la trama, quell’infilare perline di un certo colore in un certo ordine facendo emergere alla percezione una figuratività riconoscibile, un senso narrabile. Dal tessere al testo il passo è etimologicamente brevissimo, come sappiamo.
Tutti questi flussi di merci persone e parole stanno diventando sempre più leggibili, perché abbiamo inventato i computer, che ben programmati sono macchine perfette per scovare delle semantiche nei flussi di dati, e perché inventando internet abbiamo creato un Luogo tecnologico guarda caso perfetto per rendere visibili gli accadimenti sotto forma di informazioni organizzate, testi scritti, audio, video, tutti i modi del raccontare inventati nella storia dell’umanità, a patto che possano fare a meno o essere dignitosamente surrogati da narrazioni indifferenti al supporto fisico, corpo o carta o terracotta o pellicola cinematografica, su cui originariamente abitavano.
Quell’abitare fisico delle collettività sui territori oggi può essere tracciato e cartografato con una precisione (una granulometria sempre più fine) fino a ieri impensabile, e possediamo strumenti potenti per rappresentare dinamicamente ciò che succede in tempo reale.
Questo vale anche per la produzione e la distribuzione di opinione pubblica, che dal punto di vista massmediatico intendiamo come la reintroduzione nel sistema informativo territoriale delle idee e dei punti di vista che emergono dalla collettività dei portatori di interesse, su tematiche riguardanti riflessivamente il territorio, il suo funzionamento e il modo di interpretarlo.
Atti degni di menzione, un terremoto o un passo falso di un assessore regionale, venivano dibattuti nei bar e nei salotti, i punti di vista circolavano fino a raggiungere un giornalista o un confezionatore di narrazioni, ampliavano la propria portata comunicativa dilagando nei media tradizionali, inducevano la nascita di ulteriori opinioni e storie le quali rientravano nella filiera della chiacchiera collettiva, sul telaio su cui confezioniamo la Storia narrata e narrabile degli eventi. E la Storia la scriveva chi aveva il controllo dei centri di produzione e distribuzione dell’Informazione, come si è capito un secolo fa.
Ma la Rete è un media che disintermedia. Cioè, permette di togliere di mezzo intermediari. Offre contenitori di socialità dentro cui le persone fanno quello che riesce loro meglio, chiacchierare scambiarsi opinioni e costruire relazioni. Individui, gruppi, collettività che macinano idee e le allestiscono nei flussi comunicativi in Rete.
E tutta quella parte del Discorso umano che dicevo sopra, quella che riflessivamente pone come argomento delle collettività precipuamente la qualità dell’abitare sopra il proprio territorio, trova Luoghi di narrazione nuovi e potenti in cui mettere in scena i mille fili di cui la socialità è intessuta, di cui la socialità è costituita.
Community, ambienti tipo socialnetwork, a gestione governativa o commerciale. Luoghi tematici, dentro cui esplicitamente viene chiesta ai cittadini una partecipazione attiva all’amministrazione e alla progettazione socioterritoriale. Il tempo e il proliferare delle iniziative ci insegnerà come ottimizzare i processi, stabilendo a esempio le giuste estensioni geografiche delle community in relazione alle tematiche trattate, e come organizzare proficuamente le categorie della narrazione sociale pubblica, a esempio inventando Luoghi dedicati a segnalare e risolvere problemi nei settori della viabilità e dei trasporti, della burocrazia, della sostenibilità ambientale, dell’incontro dei mercati.
Questo autunno in Friuli Venezia Giulia hanno visto la luce tre Luoghi di socialità digitale, esplicitamente progettati e arredati con l’intento di promuovere partecipazione attiva e far convergere l’espressione dei cittadini verso la costruzione collaborativa di una visione del futuro del territorio.
Tre Luoghi dove tessere le aspettative le proiezioni le analisi e i desideri delle collettività interessate, in modo da far emergere un disegno nuovo, o almeno nuove grammatiche con cui provare a pensare il domani, e da questa lettura trarre migliori indicazioni per la progettazione socioterritoriale da intraprendere ora, nel Ventunesimo secolo fatto di socialità disintermediata e collettività connesse.
La Camera di Commercio di Udine, vi raccontavo qua, ha varato il progetto Friuli Future Forum.
Un attore sociale territoriale, il Partito Democratico di Trieste, promuove un questionario e un ambiente di discussione online tra i cittadini, Tra la gente, e spero tra non molto gli ottimi Enrico Marchetto e Enrico Milic o comunque la redazione dell’iniziativa di comunicazione pubblichino qualche dato e qualche suggestione tratta dall’esperienza.
Il Comune di Pordenone ha deciso di tastare il polso dell’immaginazione della collettività allestendo un progetto chiamato DireFare, a cui ho collaborato personalmente insieme a Sergio Maistrello e a Piervincenzo DiTerlizzi, per capire come progettare e realizzare il contenitore mediatico maggiormente adeguato a raccogliere le opinioni di tutti.
In realtà il progetto prevede anche iniziative territoriali: tutta la fase attuale di raccolta delle opinioni sul futuro della città per come essa viene immaginata e desiderata dalla comunità vivrà un momento di visibilità fisica nel corso della tre giorni che si terrà a Pordenone il 2, il 3 e il 4 dicembre prossimi, sotto forma di convegni e dibattiti pubblici in un palazzo storico in pieno centro.
Far emergere attraverso le videointerviste o le narrazioni di cronaca del territorio uno scenario dentro cui ambientare le progettazioni sociali non è certamente attività che si può ritenere conclusa con una presentazione pubblica, perché assomiglierebbe un po’ a mostrare un fotogramma per parlare di tutto il film, quel film senza fine che produciamo vivendo sui territori e che oggi ha trovato schermi migliori su cui essere rappresentato, schermi digitali che sono Luoghi sociali in cui abitiamo comodamente e attivamente, esprimendo opinioni e punti di vista che alimentano e arricchiscono l’esperienza del nostro partecipare alla pubblica conversazione.
In quanto luogo di impegno civile, nel suo tematico orientarsi al miglioramento della qualità dell’abitare, DireFare potrebbe facilmente trasformarsi un domani nel contenitore delle riflessioni della collettività pordenonese, o perlomeno dal suo funzionamento concreto come macchina mediatica potranno essere tratte preziose indicazioni su come impostare iniziative di comunicazione bidirezionale tra la Pubblica Amministrazione e la Cittadinanza, scoprendo nuovi modi di promuovere edemocracy consultiva e decisionale.
Non è qualcosa da cui si possa tornare indietro, a meno che chi governa non voglia passare per retrogrado o reazionario, impedendo la libera circolazione delle idee. Fioriranno nei prossimi mesi e anni decine di simili contenitori di socialità iperlocale, dentro cui a vario titolo saremo tutti chiamati a partecipare, ciascuno secondo le proprie competenze, in tutti i settori della vita sociale di cui sia possibile parlare, dall’educazione alla viabilità alle riflessioni politiche alle strategie economiche di un territorio.
PS Il Comune di Udine sta procedendo bene nella sua intenzione di moltiplicare i canali di comunicazione con la PA messi a disposizione del cittadino. Non si tratta in questo caso di un ambiente specifico interamente dedicato a svolgere la funzione di contenitore digitale delle visioni della collettività, ma di singoli strumenti che via via vengono aggiunti alle pagine del sito comunale per offrire maggiore interattività.
Di recente introduzione è il sistema di segnalazione dei disservizi, che utilizzando la piattaforma esterna ePart permette ai cittadini di pubblicare informazioni su problemi e criticità relativi a viabilità e trasporti e rifiuti e visualizzarli su una mappa. Sembra abbastanza frequentato dagli udinesi.

Dài, che cade la Pisanu e il prossimo anno bloggo dal bar

Lo dice Maroni, questo pessimo decreto Pisanu sarà modificato e si potrà navigare liberamente anche nei wifi italiani. Oddio, liberamente è parola grossa, ci sono delle complicazioni, ma non si sa ancora bene niente. Leggete Zambardino o Maistrello per altre info e considerazioni.
E’ molto tempo che ne parliamo, l’altr’anno firmammo anche una Carta dei Cento per il Libero Wifi.
Quello che vorrei dire io è che l’atteggiamento di Maroni mi sembra quello di chi fa una concessione, e la qual cosa mi sta sommamente e pesantemente sui coglioni.
Hanno bloccato la società per cinque anni, siamo terribilmente indietro, e lui con l’aria di chi dice “Comunque controllare è giusto, eh? Dobbiam sapere tutto. Alleggeriamo giusto un po’ i vincoli.” elargisce il giocattolo.
E quindi, tagliamo la fuffa: io vorrei sapere quante indagini di polizia o di un magistrato su questioni di terrorismo sono state impostate in italia negli ultimi cinque anni, che abbiano riguardato o consultato i tabulati delle connessioni pubbliche. Voglio i fatti, i numeri, le quantità. Voglio sapere se questo pateracchio tutto itaiano ha fatto del bene al paese, oppure voglio sapere se negli altri Paesi europei o negli Stati Uniti, dove non si dà il caso che il wifi sia disponibile solo dopo autenticazione, sono cretini a non averlo fatto.
Eppure i proverbi parlan chiaro: “se sembra che tutti ti vengano addosso, sei tu che sei in contromano”.