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Scrivere storie sulle geografie

L’argomento è quello della partecipazione delle collettività alla costruzione simbolica dell’identità di un territorio, lo stile e le azioni delle comunità che lo abitano. Ma non solo di immaginario stiamo parlando: le forme di emersione di nuove dimensioni e orientamenti dell’opinione pubblica locale possono tranquillamente farsi carico di tematiche molto più concrete, a esempio l’organizzazione logistica del tessuto urbano, la viabilità o lo spostamento di cose e persone, o dell’informazione quando ragioniamo di piattaforme istituzionali per la partecipazione della cittadinanza a forme di progettazione sociale condivisa e collaborativa, la vera conversazione tra Ente locale e cittadini.
Nel primo caso il fare comunicativo della comunità locale, l’insieme dei discorsi e delle posizioni dei parlanti riguardo a descrizioni fisiche o sul funzionamento concreto di un ambiente urbano, come pure valutazioni estetiche sul paesaggio o sulle filiere di distribuzione economiche e produttive locali, contribuiscono con la loro polivocalità a dipingere l’immagine dinamica di quel territorio, per come essa emerge dall’incessante conversazione sociale oggi potenziata e resa visibile e perfino abitabile dal web moderno.
Banalmente e prendendo l’esempio con le molle, proviamo a pensare ai primi cento risultati che Google offre ricercando “Friuli Venezia Giulia”, e avremo una fotografia statistica (e dinamica) di questo territorio, dove solo alcune voci saranno comunicazione istituzionale progettata e pubblicata, mentre altre occorrenze emergeranno dai ragionamenti pubblicati da qualche blog importante della zona, da forum di discussione, da conversazioni tenutesi su qualche social network, da siti commerciali che fanno del collegamento al territorio un loro punto di forza nel marketing, da testate giornalistiche che riflettono gli accadimenti locali. 
Il FVG agli occhi del mondo è questo. L’insieme delle narrazioni autoriferite di un territorio è la sua carta d’identità, è una scrittura collettiva di una storia (o meglio, storie) sopra una geografia, per dirla con parole di Carlo Infante, dove diventa possibile far interagire autopoiesi delle collettività umane (il continuo produrre senso connaturato al fare umano) con le mappe satellitari, diventa possibile concepire dei geoblog e altre diavolerie capaci di connotare gli accadimenti in modo georeferenziato. 
E’ dove l’orizzontalità dei sistemi relazionali umani incontra la verticalità di uno sguardo più ampio del proprio cortile e della propria cerchia amicale, avendo come fine talvolta esplicito innanzitutto la “messa in scena” del territorio, e in seguito la sua eventuale ottimizzazione, se stiamo indagando quei Luoghi di comunicazione dove tutti insieme potremmo provare a studiare e decidere le mosse migliori da compiere per il bene della collettività.
In questo secondo caso abbiamo a che fare concretamente con la partecipazione della cittadinanza nella progettazione e nel miglioramento della qualità della vità di un dato territorio, grazie a quei Luoghi riflessivi costituiti dalle piattaforme web per la partecipazione civica, in misura consultiva e nel prossimo futuro anche in misura decisionale, secondo le indicazioni di una e-Democracy intesa in senso forte.
Qui però ci sono degli ostacoli diciamo così tecnici, perché sebbene questi Luoghi web di partecipazione esistano già da qualche anno (le reti civiche telematiche essendo i progenitori), solo recentemente e solo grazie a una impostazione nativamente 2.0 ovvero centrata sulla produzione e distribuzione di contenuti da parte degli utenti stessi si è riusciti a mettere online dei software-piattaforma che permettano di svolgere dignitosamente questa notevole attività di intercettazione, visibilità e organizzazione delle tematiche “calde” che emergono da una comunità geolocalizzata.
Gigi Cogo oggi segnala una piattaforma interessante, e condisce il tutto con altrettanto interessanti ragionamenti (anche qui e qui).

27 milioni di dubbi

L’articolo che trovate qui a fianco è stato pubblicato dal Messaggero Veneto verso la fine di settembre.
L’argomento trattato riguarda il finanziamento di 27 milioni di euro per la progettazione e la realizzazione dei primi cantieri di una viabilità alternativa all’esistente, che sia in grado di collegare Udine e Pordenone in 35 minuti di automobile.

Innanzitutto, oltre ad utilizzare strade già esistenti come descritto nell’articolo, verranno anche creati nuovi svincoli e “tangenziali” di paesi lungo il percorso, un tunnel, nonché verranno ex-novo tracciate nuove direttrici nel mezzo di una campagna friulana ancora intatta, quale quella in prossimità di Barbeano e Tauriano, e quella splendida nelle vicinanze di Plasencis e di Mereto di Tomba.

Ora, potrebbero essere fatti dei ragionamenti sulla cultura passatista che porta sempre a individuare come soluzione al problema del traffico la creazione di nuove strade, come se lo spazio fisico fosse infinito. Come se queste infrastrutture non avessero un impatto ambientale notevole sul territorio, anche in termini ecologici. Come se anni di ragionamenti non suggerissero l’impiego di sistemi alternativi di trasporto di persone e cose, come ad esempio una sana progettazione della rete dei treni locali.

Ma pragmaticamente, quello che mi preme dire è questo: per andare attualmente da Udine a Pordenone lungo la statale, 50km in automobile, si impiegano dai 40 ai 60 minuti, a seconda delle condizioni del traffico. Da venticinque anni, da quando ho la patente, so che se devo andare a Pordenone in macchina per un appuntamento parto un’ora prima.
Questa nuova opera mi permetterà di risparmiare (forse, perché sappiamo che poi il problema del traffico si ripresenterà anche sulle nuove strade) un quarto d’ora, venti minuti.
E tutto questo vale 27 milioni di euro, che a opera finita saranno diventati 40 (quaranta)?

Non si potrebbero utilizzare parte di quei soldi per ottimizzare il tracciato esistente, e per potenziare alternative maggiormente sostenibili?

Historia magistra vitae

Questo articolo sul Corriere è una chiavica. Riguarda la questione della lingua friulana.
Come semiotico, conosco abbastanza la linguistica e discipline affini da saper individuare gli strafalcioni teorici e concettuali espressi. Ma quell’articolo non tratta di linguistica o di politiche linguistiche, quindi NON ho intenzione di rintuzzarne puntualmente i contenuti.

Fight the real enemy. E il nemico non va individuato nella massa di luoghi comuni espressi, né nel tono sardonico con cui ultimamente certi pennivendoli ammantano la loro prosa.
Quello che mi spaventa è il pressapochismo culturale che abita nelle teste di quei due giornalisti, i quali tutti preoccupati di mostrarci i guasti compiuti dalla Lega trinciano grossolanamente i fatti e la Storia, producendo nient’altro che disinformazione.

Le posizioni culturali soggiacenti all’articolo 6 della Costituzione italiana (la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche) e alla legge 482 del 1999 (Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche) traggono significato dal rispetto dell’alterità. Dal riconoscimento dell’unicità di ogni visione del mondo veicolata da ogni lingua passata o presente, della ricchezza culturale rappresentata dalle varietà umane sul pianeta. L’omologazione, il sincretismo culturale sono idee di destra, con questo intendendo chi promuove politiche antidemocratiche di prevaricazione sociale, spesso usando la forza per imporre la sua visione a scapito dell’esistenza della cultura o della vita stessa degli altri.
La Lega, gli uomini e le donne della Lega non possono vantare nulla, quando si parla di tutela delle lingue minoritarie o dei dialetti. Non votarono al tempo in Parlamento per queste leggi. Non hanno cultura in proposito, non hanno promosso negli anni azioni di ricerca o di conoscenza scientifica o accademica al riguardo, né di documentazione storica o etnografica. Tipicamente, parlano come se qui fossimo tutti al bar a discettare.

Perché i movimenti per la tutela delle lingue minoritarie sono in italia e spesso nel mondo una cosa di sinistra, con questo intendendo chi pone attenzione alla tutela delle diversità culturali, consapevole dell’impoverimento che tutti patiremmo se queste scomparissero. Leggete su wikipedia del riconoscimento giuridico di quella lingua minoritaria che è il friulano, leggete delle battaglie condotte in Parlamento fin dagli anni Settanta da deputati friulani (Andrea Lizzero, Loris Fortuna, Arnaldo Baracetti, Silvana Schiavi Fachin), affinché friulano, ladino, tedesco, sloveno, occitano, francese, francoprovenzale, albanese, greco, sardo, catalano e croato venissero considerate ufficialmente lingue correntemente parlate in italia.

Perché il problema è che una sinistra piccina qui in italia non sa nemmeno difendere le conquiste sociali di cui lei stessa è stata storicamente promotrice, e nel volgere di pochi anni la Lega ha potuto scipparle la bandiera della diversità linguistica per farne facile slogan.
Perché il problema è avere dei giornalisti ignoranti e miopi, che buttando via il bambino (la tutela delle lingue minoritarie) con l’acqua sporca (le posizioni leghiste) fanno esattamente il gioco di quelli che vorrebbero combattere, e non se ne rendono nemmeno conto.

Venezia 2.1 secolo

Ogni essere animale o vegetale rappresenta una parola viva nel dialogo tra codice genetico e ambiente. Una parola di cui aver cura, perché veicola un significato unico e originale, esito tangibile di una selezione darwiniana da leggersi nella profondità delle generazioni. Un essere vivente, guarda caso, è perfettamente adatto a interagire con la propria circostanza vitale, nella propria nicchia ecologica.

In modo simile, anche i linguaggi umani sono sommamente preziosi, avendo ciascuno la capacità di nominare il mondo in modo unico e originale. Un termine linguistico fiorisce perché una comunità di parlanti ritiene utile la sua esistenza per poter comunicare.

Poi le specie viventi muoiono o si trasformano, e così le parole.
Se cambia l’ambiente di vita, e nella popolazione non è già presente la giusta mutazione genetica capace di “incastrarsi” con le nuove condizioni esterne, gli organismi si estinguono.
Se oggi la parola “glauco” non esiste più, è perché non vi è più la necessità sociale di pertinentizzare un colore che sta a metà tra il celestino e il verde e il grigio acciaio, che i Latini vedevano e noi non vediamo più. Il mare oggi ha altri colori, evidentemente, negli occhi di chi lo guarda, nelle parole con cui lo si pensa.

Anche gli artefatti, le “parole pronunciate” della tecnologia, possiedono nella propria forma determinate caratteristiche storiche che ci rendono capaci di ricondurre la loro progettazione e realizzazione a tempi e luoghi ben precisi, soprattutto nel caso di utensìli appartenenti alla Cultura Tecnologica agricolo-artigianale, slegati dalle logiche della produzione industriale seriale e della distribuzione planetaria.
Arnesi e strumenti sono nati in contesti d’uso specifici, sono anch’essi frutto di una negoziazione tra l’urgenza di risolvere un problema pratico, i modelli di pensiero dell’ideazione posseduti da una data collettività, e la realtà fisica materiale su cui dovranno intervenire. L’aratro o un coltello per desquamare un pesce, oppure la tecnologia della concia delle pelli e quella dei rivestimenti murari sono apparsi indipendentemente in molte diverse zone del mondo in tempi diversi, dove a parità di funzione d’uso possiamo notare mille varianti realizzative, a seconda della diversa conoscenza di tecnologie trasformative delle materie prime, a seconda della durezza della terra da arare o del tipo di pesce da cucinare, a seconda del clima in cui quella collettività viveva. Gli artefatti parlano, CI parlano, parlano di noi e delle peculiarità ecosistemiche del nostro ambiente di vita, dell’inventiva dei nostri predecessori.

Specie viventi, parole o artefatti, il senso è sempre contestuale.

Guardate lo scalmo nella foto qui a fianco: i veneziani dovendo muoversi con quelle loro barche lunghe e strette in angusti canali naturali della laguna o artificiali come nella loro tutta tecnologica città, hanno dovuto prediligere una postura del vogatore particolare, che non richiedesse troppo spazio né in profondità né in larghezza alla remata, e permettesse di condurre l’imbarcazione stando in piedi.
Questo ovviamente è stato reso possibile dall’evoluzione dello scalmo in un supporto del remo elaborato, unico e originale e solo veneziano, che rendesse praticabile la particolare vogata del gondoliere, per come la conosciamo oggi.
C’è tutto il mondo dentro e dietro quello scalmo, c’è l’intelligenza dei maestri d’ascia nel loro trattare il legno, c’è la comprensione delle necessità vogatorie, c’è una rappresentazione del contesto d’utilizzo, c’è un’estetica talmente connotata da far assurgere nel tempo quella postura e quel gesto del gondoliere a simbolo stesso della città, fino alle riproduzioni in plastica per i turisti.

Ora Venezia dopo mille anni di storia si accorge di essere moribonda. Venezia in quanto città esplicitamente voluta e tecnologicamente progettata, sorta in un ambiente inospitale fatto di sabbia e di paludi reso Luogo antropico dal fare delle generazioni. Una città costruita sopra milioni di pali di rovere infissi nel fango per sostenerne le fondamenta, dove l’intelligenza delle sue genti e dei suoi governanti ha compreso fin dal Cinquecento – dall’istituzione del Magistrato delle Acque – che la sua sopravvivenza fisica dipendeva dalla capacità di gestire con dighe e canali, ecosistemicamente, i flussi delle maree e delle acque di superficie dell’intera laguna e di ampie fasce dell’entroterra. Venezia resa ricca dall’intraprendenza dei suoi commercianti nel Duecento, capaci allora di scommettere sul futuro, resa illustre nei secoli dalla qualità dell’ambiente socioculturale cosmopolita che poteva offrire, ormai da molti anni sopravvive a sé stessa svolgendo attività amministrative e in ultimo turistiche.

Le sue stesse caratteristiche fisiche, ragione del suo successo storico, si sono rivelate inadeguate rispetto ad una economia di tipo industriale pesante, fatta di binari e di tralicci e di scarti tossici, e certamente gli insediamenti di industrie chimiche nell’immediato entroterra di Marghera non sono stati pensati con una logica ecosistemica, che tenesse in dovuta considerazione le difficoltà logistiche dei trasporti e degli approvvigionamenti di materie prime, l’effetto della pressione antropica, il delicato equilibrio ecologico della laguna veneta, ricamata di isole e canali come un merletto.
La secolare sapienza nella gestione del territorio è capitolata dinanzi all’impatto del pensiero industriale, indifferente e prevaricatore rispetto alle specificità del contesto di attuazione. Il dialogo tra collettività umana e ambiente di vita è diventato senza senso, come una gaffe o peggio come un delirio, dove le parole pronunciate non tengono conto del contesto di enunciazione.

Al mutare dell’ambiente di vita in direzione dell’economia industriale, cento anni fa, quell’essere vivente che è la città di Venezia non risultava più adeguato alle nuove esigenze, il supporto tecnologico (lo scalmo) dell’organizzazione territoriale insediativa e abitativa non risultava più adatto al movimento vitale (il remo) della produzione di beni e degli scambi commerciali, le parole pronunciate non riuscivano più a cadere coerentemente nella conversazione intrecciata con le altre collettività umane, se non in discorsi circoscritti come quello della fruizione turistica, abbandonando la modernità e l’innovazione, scegliendo la museizzazione come proprio destino e i turisti come noncuranti abitanti.

Oggi però assistiamo a un ulteriore cambiamento epocale, quello innescato a partire dagli anni Settanta dalle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione, dall’economia della miniaturizzazione o della smaterializzazione, dal pensiero post-industriale.
Venezia può tornare oggi a essere un centro vitale, fatto di imprese e di cittadini, perché nelle nuove forme di economia la distanza o l’agibilità geografica dei luoghi produttivi è molto meno rilevante, avendo soprattutto a che fare con il trasferimento di informazioni.
Non è più necessario stravolgere il territorio con artefatti macroscopici per adeguare il contesto della produzione alle necessità delle imprese. Anzi, la qualità stessa dell’ambiente lavorativo, a misura d’uomo e non di macchina, costituisce un fattore prezioso per la scelta degli insediamenti produttivi nel settore del terziario avanzato.

Ridisegnare Venezia per il Ventunesimo secolo, scommettendo sulla Cultura Digitale e sull’economia dell’immateriale, significa riuscire a tenere in considerazione l’ecosistema della conoscenza, significa riflettere sull’interazione vivificante tra web e territorio, significa promuovere le nuove forme di socialità in Rete e l’abitanza digitale.
Perché aver cura dei territori ormai indifferentemente fisici o digitali dove viviamo e lavoriamo è ciò che differenzia un cittadino, tale solo per il suo essere vincolato a diritti e doveri spesso percepiti come esterni e impersonali, rispetto a un Abitante affettivamente coinvolto nella promozione della qualità delle condizioni di vita, del proprio Ben-Stare in quanto astratto benessere finalmente declinato concretamente in un qui-e-ora.

Il coinvolgimento degli abitanti di Venezia, individui o gruppi formali, istituzioni e imprese, nei circuiti conversazionali resi oggi disponibili dalla Rete attraverso l’e-government e l’e-democracy, i blog urbani e le mappe georeferenziate della socialità e dei flussi vitali della produzione e del commercio, permetterà alla nuova identità che Venezia sente pulsare dentro di sé (come ri-orientamento della propria postura “esistenziale” e del proprio fare rispetto al mondo tecnosociale del Ventunesimo secolo) di emergere e di trovare una rappresentazione mediatica polivocale di sé costruita collettivamente da tutti gli attori sociali nella loro quotidiana riflessione e partecipazione alle dinamiche abitative della città, alle scelte politiche nel senso pieno ed etimologico della parola, fino all’apparire di un sentimento di appartenenza a una collettività e a un territorio biodigitale su cui poter abitare consapevolmente.

Per ragionare di tutto questo qualche giorno fa sono stato invitato dal vicesindaco di Venezia, Michele Vianello, a partecipare a una sorta di brainstorming su come impostare alcune iniziative culturali in grado di suggerire la nuova visione di Venezia in quanto città digitale, capace di coniugare l’innovazione con il proprio straordinario patrimonio culturale, dove già dal prossimo luglio i cittadini potranno usufruire di collegamenti wifi gratuiti su quasi tutto il centro storico.
Sono rimasto piacevolemente sorpreso dalla determinazione di Vianello nel proporre il cambiamento e l’innovazione come qualcosa di assolutamente necessario per la vitalità stessa della sua città, dalla sua personale cultura di cose digitali e del loro risvolto civico (potete trovare traccia delle “rivoluzioni” nella Pubblica Amministrazione veneziana consultando liberamente questo suo libriccino dedicato alla Cittadinaza digitale e all’Amministrare 2.0, Una scommessa da vincere).

Alla tavolarotonda hanno partecipato persone ben addentro alle dinamiche della Rete, professionalmente coinvolte e attente agli aspetti sociali e abitativi delle moderne tecnologie di comunicazione, e mi preme sottolineare come si sia instaurato rapidamente un buon clima di gruppo, fecondo di idee e propositivo rispetto alla progettazione di future iniziative (un convegno magari destrutturato e creativo da tenersi in settembre, la delineazione dei criteri di qualità delle reti civiche rese possibili dalla connettività diffusa, le connotazioni culturali su cui poggiare per la narrazione mediatica dell’identità cittadina) per la promozione di VeneziaDigitale.
Gigi Cogo ha approntato un wiki su cui poter continuare a riflettere e progettare, Massimo Mantellini, Sergio Maistrello, Roberto Scano, Luca De Biase hanno bloggato le loro impressioni sull’incontro, Alfonso Fuggetta, Marco Camisani Calzolari, Andrea Casadei e Lele Dainesi stanno scrivendo sul wiki.

La sfida è ardua, ma la conversazione è stimolante, e gli obiettivi prestigiosi. Credo mi divertirò.

Il contesto


Le persone

La mappa


Aver cura della rete

 

Beni culturali friulani su web, 3D e cellulari


Fonte: Agi

Il patrimonio storico-artistico del Friuli Venezia Giulia, gia’ catalogato dal centro di Villa Manin di Pasariano (Udine) integrato con altri data-base, entro un paio d’anni sara’ a disposizione di tutti sul web con un semplice ‘clic’ oppure in altre modalita’ come cellulari e modelli 3D.
Ne potranno usufruire sia turisti, sia cittadini, visitatori di musei, siti archeologici e beni storici e artistici presenti sul territorio.

Lo prevede il progetto Informatica e web per i beni culturali, servizi innovativi mobili e 3D per il turismo, finanziato dalla regione Fvg e al quale lavorano da un anno i Dipartimenti di storia e beni culturali, di matematica, informatica e georisorse dell’Universita’ di Udine assieme a Friuli Innovazione e alla sovrintendenza del Friuli Venezia Giulia.

“Con questo progetto il Friuli Venezia Giulia emerge a livello nazionale per qualita’ della ricerca, concretezza e innovazione con ricadute immediate sul territorio e in questo caso sulla valorizzazione dei beni culturali”, ha detto, congratulandosi con Friuli Innovazione e Universita’ di Udine, l’assessore regionale al lavoro, universita’ e ricerca Alessia Rosolen.
Complimenti accolti con gratitudine dal rettore dell’Universita’ di Udine, Cristiana Compagno che ha sottolineato come “qui al Parco si vedono sempre piu’ spesso nascere le cose, si tocca con mano come delle idee diventino progetti e poi realta’ per il territorio” e dal presidente di Friuli Innovazione e sindaco di Udine Furio Honsell che ha ricordato come in questo progetto si siano “coniugate mirabilmente le conoscenze informatiche con quelle della conservazione dei beni culturali”, due settori nei quali l’Universita’ di Udine vanta primati nazionali per aver dato vita alla prima facolta’ di Conservazione dei beni culturali e fra le prime in informatica d’Italia.
“In momenti come questi si apprezza ancor di piu’ – ha aggiunto Honsell – come sia indispensabile investire in cultura, perche’ solo cosi’ si costruisce il futuro”.

E’ stata la prof. Donata Levi dell’Universita’ di Udine a presentare il progetto, giunto alla fine del primo anno e che proseguira’ nei prossimi due e che prevede di mettere a disposizione di tutti sul web il patrimonio storico artistico del Fvg gia’ catalogato dal Centro di Villa Manin, integrato con altri database sulle vicende conservative e sui cantieri di restauro. Una quantita’ enorme di dati, e immagini, che saranno disponibili anche in altre modalita’ (cellulari e modelli 3D). Ne potranno usufruire sia turisti sia cittadini, visitatori di musei, di siti archeologici e di beni storico-artistici presenti sul territorio. Sul progetto, finanziato dalla Regione, stanno lavorando da un anno i Dipartimenti di Storia e tutela dei beni culturali, di Matematica e informatica e di Georisorse dell’Universita’ di Udine, Friuli Innovazione e la Soprintendenza del Friuli Venezia Giulia.

Abitare il video aka “Mai distrarsi”

Le cose sono andate così.
Sergio Maistrello, conoscendo la mia accidia – era bello quando ero giovane, ed ero solamente pigro – circa un mesetto fa mi ha chiesto se potevo prestargli un intervento video di una decina di minuti, dedicato agli argomenti dell’abitanza digitale, da mostrare ai partecipanti di un master in digital marketing a Milano.

Ovviamente, me ne sono dimenticato per tre settimane. Quando GoogleCalendar mi ha avvisato con un sms, ho fatto spallucce: avevo davanti ancora dei giorni interi per fare brutta figura.

Poi mi sono ammalato, un raffreddore da trasformare il naso in rubinetto e la testa in una confezione di ovatta. Ma il video era da fare, perbacco. Ci ho provato un paio di volte, ma dimenticavo sempre il microfono chiuso oppure mi saltava la webcam, e oltre a me anche il pc ha preso un virus.
Soluzione drastica: ho continuato a sproloquiare liberamente, registrando, così poi da un’ora di girato ho ricavato quindici minuti di montato. Tutte le volte che starnutivo o tiravo su col naso o prendevo l’aspirina o mangiavo un paninetto con lo speck, le ho tagliate via, ho ritenute superfluo documentare tutto tutto. Nel delirio raffreddoso, mi ha sfiorato anche per un attimo l’idea di farne un videoclip musicale, un rap su una base funkettara di tosse e starnuti.

Quello che è rimasto, è qua sotto ovvero su Vimeo. Enjoy.


Cultura TecnoTerritoriale, Abitanza BioDigitale from Giorgio Jannis on Vimeo.

Chiamarsela

Leggo questa notizia del lancio del nuovo sito del Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, e già sorrido ascoltando le retoriche fanfare della propaganda governativa magnificare l’audace innovazione nei settori della comunicazione, il periglioso slancio di chi indica la strada del futuro.

Leggo il comunicato stampa, guardo il video su Youtube, perché era quello che ho trovato nell’aggregatore. Vi prego, guardatelo, il video. Quando mostrano la nuova Sala Giunta, notate vi prego i banconi dei governanti, una fessura si apre e escono elettricamente gli schermi piatti, che sembra di vedere una riunione della Spectra.

Allora vado sul sito, e l’indirizzo finisce con .asp. Qui le cose girano su server Microsoft, succedeva anche prima? Prelevo il feed della pagina, anch’esso termina in .asp, lo metto nell’aggregatore, non funziona. Per sicurezza provo su aggregatori pubblici tipo FeedHub, ma l’RSS della pagina non viene rilevato. Stessa cosa anche sul sito della Regione, e qui mi viene in mente che per avere un feed delle cose pubblicate mesi fa avevo proprio fatto ricorso a servizi web che offrono il feed anche di quei siti che non hanno l’RSS.
Il sito di per sé non è malissimo, quello del Presidente. Non è super-affollato in homepage, ha tutte le sue belle cosine, tralascio i giudizi sulla grafica e look&feel, schemi di interazione classici col fruitore, ha delle bacheche per rassegne stampa e una che riporta il feed Blogger del blog personale dell’attuale governatore Tondo, e si prova a spingere sulla multimedialità, con gallerie fotografiche e archivi video.
Allora vado a vedere i video, ma vengo bloccato. Qui sul sito si usa roba Windows, e io non ho MediaPlayer e non uso DirectShow. I video non li vedo, vediamo se manterranno il mirror su youtube della produzione audiovideo regionale.

Quindi: il sito istituzionale della mia Regione non ha gambe per camminare in giro, e si basa su scelte di software proprietario. Meraviglia. Nessuna meraviglia, degli accordi tra Friuli Microsoft e Brunetta ne parlai qui nel novembre scorso.

Quindi: l’attuale Presidente del FVG verrà ricordato come quello che ha promosso la comunicazione istituzionale su web (anche se Illy aveva già fatto molte cose, sito presidenziale e webtv compresa, ma i tempi erano precoci e il tutto si poteva far meglio) perché i tempi hanno reso plausibile che un politico si preoccupi di questo giocattolone per i ragazzi che è il web, e lo dica pure.
E già dicevo che forse l’understatement di Tondo, rilevato dal tono del suo blog personale, era la maniera corretta per dipingere il Governatore nell’immaginario collettivo anche un po’ come un evangelista dei nuovi modi di intendere la comunicazione pubblica e la partecipazione della collettività; il personaggio tranquillo e concreto rappresentato su quel blog trasmette una visione realista e conversazionale dell’abitare la Rete, senza fanfare. Per quanto riguarda invece i siti istituzionali regionali, si può fare di meglio. Prima di vantarsi in giro. Che uno schivo e taciturno furlano che si vanta di lavori fatti male non si è mai visto, a memoria di friulano.

[La foto in alto l’ho presa dal sito regionale, qui, l’autore è Foto ARC Montenero. Poi la foto l’ho modificata. Tutto questo dopo aver letto la notainformativa del sito, dove c’è scritto che il materiale è sotto copyright, e non può essere modificato e utilizzato per fini di lucro. Ma io qui non ho fini di lucro, su questo blog. Quindi la metto, citando fonte e autore. Poi se volete la tolgo, ma ditemi perché, così spiegherò con cognizione di causa il motivo della eventuale rimozione]

Dell’apparire

In Friuli la Questura ha proibito il gioco Texas Hold’em, il poker sportivo, che poi col poker classico c’entra ben poco. Non sono un giocatore, ho provato a capire qualcosa a casa di amici, è pure divertente. Per dire, avete visto gli spot in tv, no? Giocare online è legale, in giro lo vediamo nei circoli e nelle ludoteche, ma in Friuli no, vorrete mica che i friulani si divertano? I friulani devono lavorare, poffarbacco. Poi bevono prima di cena quei sei tagli di rosso o quella riga di americani di fuoco che in un friulano provocano al massimo uno 0,00002 di risultato al palloncino, vanno a casa e dormono. Tanto, i locali in centro li stanno chiudendo, la vita culturale gigioneggia, ci son ragazzi che inventano belle cose musicali o visual e nessuno se li fila, se proprio vuoi ti vesti bene e vai nei locali quelli fatti dentro i capannoni delle statali, col prosecco e la coca e le troie, come dappertutto. Ma che dico: prendi la macchina, fai 35km e vai in Slovenia, e allora gioco d’azzardo e troie le trovi sull’elenco telefonico, per le paste e la coca chiedere di Gianfranco, come dappertutto.
Dura la vita per un barista creativo, qui. Se vuoi fare un ambiente lapdance, ti lasciano aprire solo vicino le fabbriche di sedie, a Manzano (poi ultimamente gli operai sono musulmani, guarda un po’, e i posti falliscono perché questa è gente seria che va a casa di sera). Nightclub rarissimi. Per tutti gli anni Ottanta e Novanta nella bassafriulana, diciamo un rettangolo di 50km per 30, non c’è stato un solo cinema porno o sexy shop o locale trasgressivo, la qual cosa ha fatto sì che per decenni il nome del paese veneto di Lugugnana, millecinquecento anime appena al di là del Tagliamento, fosse pronunciato con circospezione e senso del peccato (sì, la DC controllava tutto) da almeno due generazioni di giovinastri che colà si recavano per trovare contemporaneamente sesso e rock’n’roll, perché là si potevano trovare in mezzo ai campi sia il sexyshop sia il cinema porno sia la discoteca trasgressiva. A Udine non c’è un posto serio per far suonare gente su un palco, con cinquanta persone di pubblico. Quando si trova il posto giusto, licenze e balzelli e vicinato fa chiudere tutto in poco tempo.
Che poi a Udine siamo un popolo della notte composto da poche centinaia di persone, se c’è un solo locale è chiaro che si va tutti lì e poi c’è casino. Se ce ne fossero di più, la gente sarebbe più sparsa, e quindi meno casino. La gente deve star tranquilla, suvvia. E se venite a Udine e vedete decine di ragazzi che bevono all’aperto di notte fuori dai bar con -3°, sappiate che quello non è un segno della amena vita cittadina, quella è TUTTA la vita cittadina.

Per il resto tuttapposhto, evviva il 2009.
Verso Natale Antonio Sofi mi ha intervistato via skype per Quinta di Copertina su Apogeonline, mi ascoltate di là mentre parliamo liberamente di dinamiche sociali dentro i social network, tecnologie traccianti e facebook.

Il 18 gennaio sarò a un convegno a Milano, Il futuro non è più quello di una volta. Ma ne parlo meglio nei prossimi giorni.


Qui sopra, la piana di Luni, guardando verso nord-ovest. Dietro la montagna c’è Portovenere, a destra Sarzana.

Venerdì a Torviscosa, Museo del Territorio

I NuoviAbitanti partecipano al convegno promosso dall’associazione Risorse Umane Europa, dal titolo “EuroRegione: giovani, informazione e identità economica nella nuova Europa“, venerdì 19 dicembre a partire dalla mattina.

Il convegno (qui il programma) tratterà di strumenti di cooperazione transfrontaliera nel campo della comunicazione, proverà a rispondere ad alcuni interrogativi sull’Educazione alla Cittadinanza anche digitale per le giovani generazioni, nonché sull’armonizzazione dei percorsi formativi scolastici in chiave euroregionale.

Il convegno avrà luogo presso il Museo del Territorio di Torviscosa, dove NuoviAbitanti promuove progettazioni ed iniziative culturali e formative strettamente legate alle peculiarità territoriali, urbanistiche e industriali, di questa cittadina progettata a tavolino e realizzata in pochi mesi, alla fine degli anni Trenta, bonificando paludi e costruendo dal nulla un’importante polo industriale nel settore chimico. Una splendida occasione per trattare di Cultura TecnoTerritoriale: qui e qui trovate la storia e materiale fotografico su Torviscosa realizzato dall’associazione “i Primi di Torviscosa”, ovvero quelli che nel 1938 furono i primi abitanti di questo novello Luogo antropico.

Internet e territorio

Tra i NuoviAbitanti, spesso accade di parlare di rappresentazioni del territorio, vuoi perché l’utilizzo di mappe e documenti iconografici costituisce una imprescindibile risorsa nelle attività formative dellAssociazione nelle scuole sui temi della Cultura TecnoTerritoriale, vuoi perché le possibilità stesse offerte da strumenti web come le mappe di Google dànno luogo a riflessioni più teoriche, dove vengono presi in esame ad esempio i nuovi concetti di identità delle collettività territoriali, oppure le problematiche relative putacaso alla privacy, se nel caso particolare si sta trattando delle segnalazioni che i fruitori possono apporre sulle mappe satellitari.

In che modo potrebbero essere proficuamente utilizzate le mappe satellitari, magari realizzate secondo filosofia OpenCulture, per la rappresentazione sociodemografica del territorio? In che modo gli Abitanti potrebbero contribuire a quella colossale opera di “arredamento” delle cartografie regionali ufficiali (e almeno in FVG, pubbliche)?
Luca ad esempio sta indagando la possibilità di portare sulle mappe, grazie agli apporti dei singoli fruitori, le indicazioni di tipo linguistico o culturale come “luoghi della memoria collettiva”, oppure le aree di diffusione geografiche delle lingue regionali, mentre a me personalmente interesserebbe molto inventare dei modi nuovi per coinvolgere le istituzioni scolastiche nella produzione di materiale originale, testuale o fotografico o audiovideo, in grado di narrare i Luoghi e i manufatti.
Si potrebbero realizzare dei percorsi culturali sul territorio, volendo a finalità anche turistica, grazie alle segnalazioni dei songoli Abitanti, si potrebbe dare visibilità alle filiere della Produzione e della Distribuzione di beni e servizi, si potrebbero progettare e promuovere sul territorio dei concorsi fotografici, per produrre materiale documentale da mettere a disposizione di tutti, affinche tutti possano partecipare alla costruzione della rappresentazione identitaria di una determinata collettività (e del suo territorio fisico di appartenenza) nei flussi digitali dei nuovi territori digitali.

C’è qualcuno a conoscenza di progetti innovativi che prevedano l’utilizzo interattivo di mappe satellitari? Qua sotto c’è il bottone “Commenti” :)

Socializzare

Fonte: blogeko

Autostop controllato e a pagamento, la Provincia di Trento “sposa” Jungo

Ricordate Jungo, l’autostop a pagamento con la tessera di identità? Ebbene, di strada ne ha fatta dai primi esperimenti a Trento. Giusto oggi entra in vigore una convenzione con la Provincia Autonoma di Trento che, seppur senza stanziare un centesimo, garantisce aiuto a Jungo affinchè si diffonda come strumento di mobilità alternativa.

Cos’è Jungo? Eccolo spiegato.
Tutto parte dalla constatazione che il più delle volte tante auto vanno nello stesso luogo e alla stessa ora con a bordo solo il guidatore. E che nello stesso tempo il car pooling – autista e passeggeri che si danno appuntamento – stenta a decollare.
Rigido, farraginoso, da programmare in anticipo. E cosa succede se per un imprevisto uno dei due è in ritardo?

Jungo è una forma di autostop organizzato e nello stesso tempo estemporaneo: niente appuntamenti preventivi.
Però in nome della sicurezza i passaggi vengono scambiati solo fra autisti e passeggeri muniti di tessera di riconoscimento rilasciata dall’associazione. Che viene rilasciata dietro presentazione del certificato penale. Inoltre, a differenza che nell’autostop classico, i passaggi si pagano. Venti centesimi di “diritto fisso” più altri 10 al chilometro.
Il vantaggio per l’ambiente è evidente: in strada meno auto. Mano consumo di carburante e meno inquinamento atmosferico. Gli esperimenti finora effettuati a Trento hanno dimostrato che il “modello Jungo” funziona. Tanti autisti si fermano, coloro che cercano un passaggio lo ottengono in pochi minuti di attesa.

Con la convenzione, la Provincia di Trento, oltre a fornire supporto e informazione, si impegna a richiedere essa stessa, al posto del singolo o dell’associazione, il certificato penale per tutti coloro che vorranno scambiarsi passaggi tramite Jungo. Si impegna inoltre a gestire un call center al quale ricevere segnalazioni a proposito di passeggeri o guidatori che tengono comportamenti non corretti, affinchè possano essere estromessi dall’associazione.

La determina con cui la Provincia di Trento si convenziona con Jungo per l’autostop controllato e a pagamento

OpenStreetMap: per una cartografia pubblica e open

Problema: in Italia le mappe satellitari non sono pubbliche e gratuite.

E’ una questione di diritti di copyright: non possiamo usare le mappe di GoogleMaps a nostro piacimento, e inoltre le informazioni che immettiamo su queste mappe (immagini e segnalibri, testo esplicativo) non ci appartengono più, potrebbero legittimamente scomparire se putacaso sparisse Google.

In verità, il vero problema è che in Italia le cose fatte con soldi pubblici non sono pubbliche, che si tratti di brevetti universitari o di cartografie del territorio.

Il Friuli Venezia Giulia non si può lamentare, perché oltre ai dati GPS e al Catalogo regionale dei dati ambientali e territoriali da qualche giorno è possibile accedere in modo gratuito alla cartografia digitale del FVG. Ma in ogni caso non si tratta di mappe su cui gli Abitanti possono scrivere, come quelle di Google, “nutrendo” di informazioni le mappe stesse con indicazioni di pubblica utilità, o di carattere storico culturale o turistico, o luoghi della memoria, in un movimento di connotazione dinamica e collettiva delle identità, originali e uniche, di un territorio.

Ecco quindi (traggo informazioni da questo articolo sulla Stampa di Valentina Avon) che in qualche Comune italiano si vede diffondersi la pratica di “creare e fornire dati cartografici, qualsiasi mappa di strade, liberi e gratuiti a chiunque ne abbia bisogno” secondo le indicazioni del progetto OpenStreetMap, dove ciascuno di noi può appunto liberamente fruire delle mappe e soprattutto partecipare alla loro precisione, ad esempio geotaggando con le coordinate GPS i luoghi significativi affinché tutti ne traggano vantaggio.

Il Comune di Schio ha recentemente abbracciato, in quanto Piazza Telematica, il progetto OpenStreetMap: potete raccogliere qualche ulteriore informazione sulla necessità odierna di Cultura Open guardando la presentazione qui sotto illustrata da Luisanna Fiorini, in occasione del Linux Day appunto a Schio del 25 ottobre scorso.

MittelMedia

Domani c’è un bel convegno a Trieste, si chiama MittelMedia. Pubblicità giornalismo e comunicazione nel futuro dei nostri confini, e mi piacerebbe tanto riuscire ad esserci anche se è di mattina, e avrei da fare due cosette. Me lo segnalano Enrico Marchetto, e Enrico Milic su Bora.la, dove trovate anche il programma.
Servono idee per sopravvivere, avrebbe detto Pelù vent’anni fa, e credo che la possibilità concreta di scambiarsi idee con i vicini dell’Euroregione (magari con il supporto di un buon magazine digitale transfrontaliero, con ancoraggi locali e con una mirata distribuzione su carta) sia un’ottima occasione per trovare risposte “laterali” ai soliti stantii problemi della promozione territoriale e delle collettività.

In qualche modo, misurare le competenze per una cittadinanza digitale?

Da un bell’articolo su Apogeonline, dove Eleonora Pantò intervista Antonio Calvani, vengo a sapere di progetti anche piuttosto avanzati per la misurazione delle competenze digitali, dove queste ultime hanno poco a che vedere con lo smanettamento del pc e riguardano piuttosto il

saper esplorare e affrontare in modo flessibile situazioni tecnologiche nuove, saper analizzare selezionare e valutare criticamente dati e informazioni, sapersi avvalere del potenziale delle tecnologie per la rappresentazione e soluzione di problemi e per la costruzione condivisa e collaborativa della conoscenza, mantenendo la consapevolezza della responsabilità personali, del confine tra sé e gli altri e del rispetto dei diritti/doveri reciproci.

Chiaramente, l’argomento tratta di Cittadinanza digitale. Anzi, poiché lo Stato qui c’entra poco, parlo come al solito di Abitanza digitale, richiamando il Ben-Stare sul territorio indifferentemente biodigitale e la tessitura di relazioni interpersonali stabili nei nuovi Luoghi dell’Abitare, dove le nuove distinzioni di privato e pubblico, di diritti e doveri, di proprietà intellettuale e licenze di distribuzione, di organizzazione del tempo in modo decisamente non-lineare, postindustriale, ci mettono seriamente in crisi nel pensare cosa possa significare essere moderni.
Anzi, lo Stato potrebbe entrarci molto, se mosso da afflato illuministico intendesse seriamente prendere in considerazione una realtà scolastica in grado di formare Abitanti consapevoli della loro responsabilità e delle loro potenzialità dinanzi alla maggiore o minore qualità del vivere su un dato territorio.

Dunque: lo Stato si premura di stabilire quali siano le competenze digitali per una buona cittadinanza digitale, senza troppo incagliarsi su problemi tecnologici relativi alle TIC (eppur recependo fin dalla parola “digitale” la rivoluzione in atto), propone un gruppo di ricerca sulla Digital Competence Assessment nell’ambito del progetto PRIN del Ministero “Internet e scuola: problematiche di accessibilità, politica delle uguaglianze e gestione dell’informazione”, e chiaramente si trova nella necessità di elaborare un sistema di valutazione delle competenze digitali.
Conosciamo i rischi: lettera morta, burocratizzazione, inadeguatezza dei parametri valutativi, le odiose “patenti”. Si tratta di misurare cose sfuggenti, ancor oggi difficilmente percepibili per chi vive poco la rete. La frequentazione, la partecipazione, le reti amicali, la consapevolezza critica sull’uso degli strumenti TIC, la facilità alla collaborazione con altri in remoto, la capacità di reperire e produrre e distribuire informazioni.

Telefoniamoci

Da mesi sono soddisfatto possessore di un Nokia E71. Va tutto bene, se vi piace prendetelo. A me piace la tastiera estesa qwerty, la buona qualità di foto e video, il fatto che il telefono si connetta wifi. Così passo le giornate in giro a scrivere, a fotografare, e appena trovo una rete aperta carico tutto sui blog, su friendfeed, su flickr o dove mi serve.
All’acquisto, già sapevo che per chattare interfacciandomi con le reti GTalk e Skype avrei dovuto usare Fring, a detta di tutti. E infatti va che è una meraviglia. E da qualche settimana stando dentro un wifi telefono agli amici anch’essi sotto copertura, e chiacchieriamo con buona qualità audio senza pagare nulla, perché il telefono utilizza le tecnologie Voice-over-IP appunto di Google o di Skype.

Mi viene in mente ad esempio che nelle Pubbliche Amministrazioni dovrebbero usare VoIP per le comunicazioni interne, e certamente usare il proprio telefono per chiamare il dirigente in altra sede mette molti meno ostacoli psicologici e tecnici alla fruizione del servizio, rispetto al doversi sedere al pc con cuffie e microfono.

Poi oggi la notizia che Fring e Mobilkom Austria hanno raggiunto un accordo, “… This is the first time a leading mobile network operator has integrated an open mobile VoIP communication and mobile internet community into their business, and represents a sea change in traditional mobile carriers and companies such as fring working together”, e si capisce che Golia Mobilkom ha deciso di allearsi con Davide Fring, non potendo combattere contro chi facilmente permette agli utenti di telefonarsi senza spendere soldi.

Ma in italia (e quasi solamente qui) abbiamo il decreto pisanu, che non permette reti wifi aperte. Una cosa sciocca del 2005, che poi il governo prodi ha prorogato fino al 31 dicembre 2008, benché alleggerendone i vincoli. Certo, è un altro segno di spunta da mettere nell’elenco delle cose che non vanno in italia, e si tratta di qualcosa di una certa importanza, visto che entrare nella Società della Conoscenza senza avere libertà di comunicazione è come partecipare alle corse con i piedi legati.
Intanto in giro per l’Europa parlano e si spediscono file in modo gratuito, stringono le maglie delle reti sociali online, lavorano meglio, sviluppano percorsi di partecipazione a iniziative ad esempio legate all’e-democracy, grazie ai cellulari connessi e alle reti wifi libere. Mah.

Finanziamenti EU

Chi beneficia dei finanziamenti europei qui a Udine? Con quali finalità?
Ecco una tabella. Per le finalità, nell’effettuare la ricerca per CAP richiedete anche la visualizzazione del progetto (programme) di riferimento.

Tutto ciò grazie alla trasparenza del sistema di finanziamento europeo, che trovate qui.