Archivi categoria: Territorio

Una doppietta di calci in culo

Leggo da DeBiase (che riprende Diavoloinme) che l’attuale maggioranza di governo intende far votare una legge sulla caccia a dir poco nefasta.
Voi direte: con quello che stanno legiferando ultimamente, la questione della caccia è marginale. E invece no. Sono tutti sintomi della stessa stupida miopia, della mancanza di cultura, del dover tener buone le lobby nazionali, in questo caso quella dei cacciatori. Il fucile è di destra, ok, ma la macchina fotografica è di sinistra? Potrei concedere, al limite, anche archi e fionde, ché di andare per i campi con la Vespa e sentire d’un tratto sparare nelle vicinanze sono stufo.

Si comincerà a sparare ad agosto, quando ancora il periodo della riproduzione non si è concluso, e si finirà a fine febbraio, colpendo i migratori protetti dall’Europa. Nel mirino finiranno peppole, fringuelli, corvi e cormorani, tutte specie tutelate dalla direttiva 409 di Bruxelles. E i cacciatori non saranno più vincolati al territorio di residenza, come è previsto dalla legge attuale per evitare una pressione squilibrata sul territorio e sulla fauna, ma per 15 – 30 giorni all’anno potranno concentrarsi a loro piacimento, magari nella zona di passaggio dei migratori. E’ questo il profilo della nuova legge sulla caccia proposta dal pdl: una controriforma organica che spazza via la legge quadro del 1992 (la 157) che per 16 anni ha garantito la mediazione tra la situazione precedente (una caccia ad alto impatto ambientale) e le richieste di un fronte abolizionista che molti sondaggi danno per maggioritario. Il testo, che nascerà dalla fusione di due disegni di legge convergenti (uno a firma del senatore Domenico Benedetti Valentini, l’altro dei senatori Valerio Carrara, Laura Bianconi e Franco Asciutti) sarà discusso nei prossimi giorni in Parlamento.

Progetto e21, ICT ed e-participation per lo sviluppo sostenibile

Riprendo qui un articolo di Chiara Bolognini tratto dal sito della PubblicaAmministrazione, dove viene trattato il tema dell’utilizzo degli strumenti partecipativi permessi dalla Rete in relazione ai meccanismi consultivi messi in atto in Lombardia dalle iniziative locali legate a Agenda 21 (qui il sito del progetto e21)

Fonte: pubblicaamministrazione.net

Progetto e21, ICT ed e-participation per lo sviluppo sostenibile
di Chiara Bolognini

Citato tra i progetti più interessanti nell’ultimo rapporto del CNIPA, il Progetto e21 vede coinvolti, oltre che la Regione Lombardia, dieci importanti Comuni e coniuga l’Agenda 21 locale con soluzioni ICT pratiche per la partecipazione dei cittadini

Coniugare uno dei più interessanti strumenti di partecipazione civica alle scelte di governo del territorio – noto come Agenda 21 locale – con un mix di soluzioni di informatica e telematica civica ad elevata usabilità ed accessibilità: è questo l’obiettivo del Progetto e-21, presentato presso la sede della Regione Lombardia il 3 giugno scorso. Progetto che, nato in seno all’Associazione Informatica e Reti Civiche (A.I.Re.C.) Lombardia, vede dieci importanti Comuni della Lombardia (Brescia, Como, Desenzano del Garda, Lecco, Mantova – che è il capofila -, Malgesso – per conto del consorzio Co.Ri., Pavia, San Donato Milanese, Vigevano e Vimercate) e la stessa Regione, impegnati a sperimentare nei percorsi di Agenda 21 locale nuove opportunità per la partecipazione via rete con l’utilizzo delle Information and Communication Technologies (ICT).

L’Agenda 21 è il programma per lo sviluppo sostenibile sottoscritto da 178 governi di tutto il mondo nel summit delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo svoltosi a Rio de Janeiro nel 1992. Viene messo a punto e sperimentato in una molteplicità di diverse situazioni – nel mondo così come nel nostro Paese – e si basa su una metodologia di partecipazione, con cui si dà una possibilità in modo organizzato e sistematico, alla Comunità locale di far emergere i problemi del territorio (quelli ambientali, ma anche quelli dell’economia, quelli sociali e della qualità della vita), analizzarne le cause, formulare proposte per migliorare lo stato attuale delle cose, seguire l’attuazione dei progetti e delle iniziative per lo sviluppo sostenibile e verificarne gli effetti.

Con il Progetto e21, co-finanziato dal Ministero per l’Innovazione e le Tecnologie nell’ambito dell’Avviso per la selezione di progetti per lo sviluppo della cittadinanza digitale (e-democracy) dell’aprile 2004, proprio il tema della partecipazione dei cittadini nel governo del territorio e nella definizione e nell’attuazione delle politiche della sostenibilità e il tema dell’Agenda 21 locale, trova uno strumento concreto e innovativo di attuazione.

La peculiarità dell’iniziativa viene illustrata da Gianpaolo Trevisani, responsabile tecnico del Progetto per il Comune di Mantova: «Rispetto agli strumenti tradizionali di comunicazione quali forum, blog, mailing list ecc., gli strumenti software sviluppati in e21 hanno la caratteristica di essere progettati specificamente per gestire processi partecipativi, cioè processi caratterizzati da un’interazione tra gli utenti finalizzata al raggiungimento di una posizione condivisa. Per questo abbiamo dotato lo strumento, che gestisce le discussioni di funzionalità che consentono di realizzare un documento di sintesi delle posizioni che hanno riscosso un maggior gradimento, di definire una data di inizio o di fine della discussione, di mettere in evidenza i documenti a supporto, ecc. A questi strumenti deliberativi, si affianca la CityMap, uno strumento finalizzato a raccogliere osservazioni, proposte, segnalazioni da parte dei cittadini localizzandole grazie all’uso di una mappa della città».

In concreto, lo scopo generale del sistema e21 è quello di supportare lo svolgimento di processi partecipativi, suddivisi in fasi, mettendo a disposizione degli utenti strumenti in grado di implementare differenti tecniche partecipative, denominati strumenti deliberativi. Tali strumenti hanno come principale caratteristica quella di consentire un’interazione tra gli utenti finalizzata al raggiungimento di un risultato condiviso. Più in generale, e21 fornisce un contesto tecnologico atto alla creazione di un ambiente politico-sociale in grado di utilizzare abitualmente le ICT per supportare la partecipazione locale, affiancando agli strumenti deliberativi suddetti, adeguati strumenti di community capaci di stimolare la partecipazione dei cittadini ai processi partecipativi della Pubblica Amministrazione locale.

Il sistema e21 è costituito da uno spazio di community, in cui è possibile un’interazione libera tra gli utenti, cioè non finalizzata al raggiungimento di un risultato specifico, e uno spazio deliberativo, in cui è possibile gestire processi partecipativi, cioè processi caratterizzati da un’interazione tra gli utenti finalizzata al raggiungimento di un risultato condiviso.

Gianpaolo Trevisani fornisce ulteriori dettagli: «Lo spazio di community è la parte del sistema, a cui è demandata la gestione delle interazioni libere tra gli utenti, cioè non finalizzate ad uno specifico obiettivo. Lo strumento presente in tale area, la CityMap, ha la funzione di consentire una discussione libera focalizzata sul territorio, stimolando l’adesione ai processi partecipativi. In pratica la City Map è un forum di discussione, in cui le discussioni sono costituite da un messaggio di avvio (il primo del thread) e da una serie di commenti (risposte). I commenti vengono comunque denominati genericamente messaggi. Il messaggio di avvio della discussione ha un oggetto (subject) che costituisce l’argomento della stessa, mentre i commenti ne sono privi. È possibile inviare una risposta sia al messaggio di avvio che ad un commento, senza alcun limite di annidamento».

La particolarità di questo strumento consiste nella possibilità di localizzare le discussioni, cioè associare ad esse (tramite il messaggio di avvio) un indirizzo geografico nella città di riferimento del sistema (definita in fase di configurazione del sistema) che ne consente la rappresentazione su una mappa gestita tramite Google Maps.

Oltre a questo, ecco altri due applicativi “chiave”:

  • la discussione informata: uno strumento per la discussione ed elaborazione collaborativa di proposte basate su documenti, con possibilità di assegnazione di gradimento ai messaggi, finalizzata alla realizzazione di un documento di sintesi redatto anche a più mani attraverso l’utilizzo di uno strumento di scrittura collaborativa (wiki);
  • il Meeting On-line regolato: uno strumento che permette lo svolgimento ordinato di meeting e conferenze online seguendo precise regole di conduzione che permettono ad esempio di presentare proposte ed emendamenti, votare mozioni, ecc.

Partito nel 2005 e citato esplicitamente nell’ultimo rapporto di sintesi del CNIPA (marzo 2008) tra i progetti di e-democracy più interessanti, il Progetto e-21 si è articolato in diverse fasi, che può essere utile riepilogare brevemente per le Ammininistrazioni interessate al riuso.

La prima tappa è stata l’analisi dei processi di Agenda 21 locale presso gli Enti Locali aderenti, con uno studio approfondito dei processi partecipativi in atto e previsti dai rispettivi progetti di Agenda 21 locale nei 10 comuni aderenti al progetto, al fine di valutarne il livello di avanzamento ed il grado di partecipazione e rappresentatività raggiunto e stimare il fabbisogno scoperto di partecipazione.

Poi si è focalizzata l’attenzione sull’e-participation e l’uso delle ICT negli Enti Locali aderenti, prendendo in esame, per ciascuno di essi, la tipologia, l’accessibilità e l’utilizzo delle applicazioni ICT a supporto dei processi partecipativi, decisionali e comunicativi. Come terzo step si è passati alla progettazione vera e propria, alla realizzazione delle applicazioni ICT e all’implementazioni delle componenti software infrastrutturali e di servizio che costituiscono la piattaforma tecnologica e21, utili a supportare i diversi contesti partecipativi e le diverse fasi del processo di Agenda 21.

Sono stati quindi approfondite le scelte delineate nel documento di progetto, anche tramite il coinvolgimento di rappresentanti dei destinatari delle applicazioni e degli sponsor per quanto riguarda gli aspetti di portabilità delle applicazioni stesse. Per quanto riguarda l’accessibilità delle applicazioni sviluppate, queste sono state sottoposte alla verifica tecnica di accessibilità (normative AIPA e WAI) e alla verifica soggettiva della sua fruibilità. Si viene poi al capitolo “riuso” e alla personalizzazione della piattaforma tecnologica e21 per gli Enti Locali aderenti.

Le attività di costruzione, gestione e promozione degli ambienti partecipativi e21 saranno assicurate dai comuni assistiti dallo Staff di progetto e dai promoter, figure di raccordo, regolazione e promozione della e-participation che dovranno anche assicurare il coordinamento tra il dibattito e le proposte che maturano nell’ambiente online e quanto emerge dai contesti di partecipazione del territorio. Il lavoro consta di 3 fasi:

  1. al termine dello sviluppo della piattaforma e21: creazione di installazioni personalizzate presso il server centrale di progetto (per i Comuni che scelgono l’utilizzo in modalità ASP) ed eventuale sviluppo del software necessario all’utilizzo delle componenti messe a disposizione tramite web services da parte dei Comuni che lo richiedano; sviluppo di moduli per l’accesso di utenti già registrati presso i sistemi ICT dei Comuni e lo scambio di archivi già esistenti;
  2. durante le sperimentazioni locali: esecuzione degli interventi necessari per garantire l’allineamento con le esigenze emerse e messa a punto delle applicazioni;
  3. al termine delle sperimentazioni: studio delle modalità più efficaci e delle opportune ulteriori personalizzazioni necessarie per garantire continuità alle prassi di e-participation sperimentate in e21.

Il futuro riguarda le possibilità di riuso e trasferimento della piattaforma e21, nonché di un suo potenziamento, ampliamento ed evoluzione, che si possono correlare in particolare all’opportunità che gli enti aderenti adottino in modo sistematico gli strumenti della partecipazione telematica sperimentati nelle proprie politiche, che altri Enti locali impegnati in processi partecipativi li adottino, che si consolidi la “Comunità di Pratica” degli operatori delle politiche della sostenibilità, della partecipazione e dell’e-participation. Un’opportunità che incontra l’interesse della Regione Lombardia nonché del nascente Coordinamento delle Agende 21 lombarde, che vede tra i promotori alcuni dei Comuni aderenti al progetto e21. Serviranno anche altri due alleati fondamentali: la formazione di esperti e “facilitatori” sul territorio e la puntuale ed efficace comunicazione sulle evoluzioni e i risultati raggiunti.

Tutti gli approfondimenti sul sito dedicato al Progetto.

L’approccio territorialista allo sviluppo sostenibile

[crossposting dal blog dei NuoviAbitanti]

Qui di seguito trovate il link per una interessante dispensa, materiale di studio del corso in “Progettazione e pianificazione sostenibile” della Facoltà di Architettura di Roma, redatta da Alessandro Giangrande.

L’approccio territorialista allo sviluppo sostenibile (.pdf, 300kb)

(dall’introduzione)
L’approccio territorialista, sviluppato nell’ambito dell’omonima scuola, evidenzia come i problemi della sostenibilità dello sviluppo mettano in primo piano la valorizzazione del patrimonio territoriale — nelle sue componenti ambientali, urbanistiche, culturali e sociali — come elemento fondamentale per la produzione durevole di ricchezza.
Il territorio viene concepito come prodotto storico di processi coevolutivi di lunga durata tra insediamento umano e ambiente, tra natura e cultura, ad opera di successivi e stratificati cicli di civilizzazione. Questi processi producono un insieme di luoghi dotati di profondità temporale, di identità, di caratteri tipologici, di individualità: dunque sistemi viventi ad alta complessità.

Per tutta un’epoca storica della modernità, culminata con il fordismo e la produzione di massa, le teorie tradizionali dello sviluppo hanno considerato e utilizzato il territorio in termini sempre più riduttivi, negando il valore delle sue qualità intrinseche: il produttore/consumatore ha preso il posto dell’abitante, il sito del luogo, la ragione economica della ragione storica. Il territorio, da cui l’uomo si è progressivamente liberato considerandolo un insieme di vincoli negativi (ambientali, energetici, climatici, costruttivi, localizzativi, ecc.) per il compiersi della modernizzazione, è stato trattato come puro supporto tecnico di attività e funzioni economiche che sono localizzate e organizzate secondo principi sempre più indipendenti da relazioni con il luogo, con le sue qualità ambientali e culturali: qualità che derivano appunto dalla sua costruzione storica di lungo durata.

L’approccio territorialista allo sviluppo sostenibile

Qui di seguito trovate il link per una interessante dispensa, materiale di studio del corso in “Progettazione e pianificazione sostenibile” della Facoltà di Architettura di Roma, redatta da Alessandro Giangrande.

L’approccio territorialista allo sviluppo sostenibile (.pdf, 300kb)

(dall’introduzione)
L’approccio territorialista, sviluppato nell’ambito dell’omonima scuola, evidenzia come i problemi della sostenibilità dello sviluppo mettano in primo piano la valorizzazione del patrimonio territoriale — nelle sue componenti ambientali, urbanistiche, culturali e sociali — come elemento fondamentale per la produzione durevole di ricchezza.
Il territorio viene concepito come prodotto storico di processi coevolutivi di lunga durata tra insediamento umano e ambiente, tra natura e cultura, ad opera di successivi e stratificati cicli di civilizzazione. Questi processi producono un insieme di luoghi dotati di profondità temporale, di identità, di caratteri tipologici, di individualità: dunque sistemi viventi ad alta complessità.

Per tutta un’epoca storica della modernità, culminata con il fordismo e la produzione di massa, le teorie tradizionali dello sviluppo hanno considerato e utilizzato il territorio in termini sempre più riduttivi, negando il valore delle sue qualità intrinseche: il produttore/consumatore ha preso il posto dell’abitante, il sito del luogo, la ragione economica della ragione storica. Il territorio, da cui l’uomo si è progressivamente liberato considerandolo un insieme di vincoli negativi (ambientali, energetici, climatici, costruttivi, localizzativi, ecc.) per il compiersi della modernizzazione, è stato trattato come puro supporto tecnico di attività e funzioni economiche che sono localizzate e organizzate secondo principi sempre più indipendenti da relazioni con il luogo, con le sue qualità ambientali e culturali: qualità che derivano appunto dalla sua costruzione storica di lungo durata.

Questi e i prossimi

Dovrei lavorare ancora un po’, dovrei finire di scrivere un articolo e sono orribilmente in ritardo, dovrei rifinire un progetto e spedirlo.

Ma due cose occupano prepotentemente i miei pensieri: la Vespa e la batteria.
La prima è il tipico amore che ti fa soffrire: dopo aver già sistemato quest’anno l’impianto elettrico della mia Sprint del 1967, adesso sento rumorini dalle parti del cambio e della pedivella che non promettono nulla di buono. Chiaramente nella Vespa è “tutto dentro”, quindi dovrei tirare giù il motore e aprirlo, e il mio buon meccanico pancione e vespista a sua volta non può non chiedermi almeno 400 neuri. Ahia.
Però qualche bel giretto quest’anno l’ho fatto, sono andato con Michela dentro la Slovenia, ho bighellonato sul Carso, dormito in una roulotte nel giardino di Enrico Milic, una meraviglia per cui non lo ringrazierò mai abbastanza e già sto pensando a come sdebitarmi.

L’altra passione insana è quella della batteria, strumento che se avessi avuto tra le mani a vent’anni avrebbe condizionato tutta la mia vita futura: il fascino che battere sui tamburi ha su di me mi avrebbe fatto prendere seriamente in considerazione l’idea di diventare un batterista professionista (talento permettendo). La batteria è una cosa strana, all’inizio i tempetti non entrano, i colpi sono tutti sbagliati… poi qualcosa fa cloc (il che mi ricorda il cambio della Vespa, e soffro) e di colpo le cose cominciano a funzionare, la cassa cade nel posto giusto, il braccio diventa fluido, si esce dall’apnea e si torna a respirare per bene col diaframma rilassato, si ascoltano le gambe mosse da vita propria.
La batteria l’ho incontrata a 30 anni, giù in cantina/sala musica, e nel corso degli anni ho dato giusto qualche colpo ogni tanto, sempre le stesse cose.
Però circa un mese fa sono sceso giù a cercare un po’ di fresco, e avevo con me lo Creative Zen di mio fratello, con dentro un giga di robe rock, da ascoltare sull’impianto voci. E perché non provare a starci dietro con la batteria, ai Fugazi e ai Pixies e ai Modest Mouse o financo ai Garbage e ai LaliPuna? Ecco, son rimasto folgorato. Bellissimo. Mi sono messo poi a cercare su YouTube (sì qui ci starebbe anche il solito discorsetto “ehh, se lo avessimo avuto ai nostri tempi, il Tubo, per imparare a suonare vedendo i nostri idoli”, e insomma cercatevi drum lessons in Rete e troverete tutto), ho approfondito certe tecniche, mi sono anche incaponito nell’imparare a suonare la bossanova, perché a parte i Nouvelle Vague è pur sempre uno dei tempi standard da imparare. Figata, la bossanova alla batteria. Charleston e cassa van via pari, mentre a bacchetto rovescio sul rullante van tenuti degli accenti secondo uno schema irregolare.

Qui il disegnetto, le X sono i colpi di charleston, S snare o rimshot, B per la cassa:
1
      2
      3
      4
     
X
X X X X X X X X X X X X X X X
    S
    S
    S
    S
    S
 
B
    B B     B B     B B     B

Bene, vi terrò informati sull’andamento futuro di queste mie due passioni travolgenti, quella con le ruote piccole e quella con le pelli tese dei tamburi.

Poi questo fine settimana parteciperò a questo bel convegno a Dobbiaco, organizzato da Luisanna Fiorini, dove potrò rivedere Mario Rotta e Michele Faggi aka l’Impostore, nonché Gianni Marconato e altri amici: tutti insieme proveremo a riflettere sulla Cittadinanza Digitale, sulla Scuola del futuro e le nuove tecnologie, in particolare sull’utilizzo dei mondi 3D in àmbito didattico, come già facemmo oramai parecchi anni fa costruendo e arredando Scuola3D sui Mondi Attivi.

Mercoledì 16 luglio sarò invece a Lignano, all’Hack Camp, organizzato dal LUG di Aquileja per parlare dell’OpenSource nelle scuole, illustrando l’esperienza realizzata dall’Associazione NuoviAbitanti nel dotare qualche decina di scuole del Codroipese e della Bassa Friulana – centinaia di pc recuperati dall’obsolescenza – di Ubuntu, nonché del formare gli insegnanti ad una aggiornata visione della Cultura Digitale.

WRU, non ci siamo

Bene, è online la radio dell’Università di Udine, WRU e la trovate qui webradio.uniud.it.
Tutto caruccio, angoli stondati, grigi e arancione; due colonne, interattività e navigabilità ok.
Il tutto ottimamente fatto con Joomla.

Però in fondo alla pagine c’è scritto “Copyright © 2008 Web Radio Uniud. Tutti i diritti riservati.” e questo mi piace poco o punto.

Tra l’altro, la scritta che proclama il copyright, e fa parte del sito, è anch’essa soggetta al copyright? Ho forse citato ciò che non potevo?

Nella pagina dedicata all’équipe scopro che questa webradio in realtà “è un progetto didattico e di ricerca con proiezione tecnico-pratiche deciso con decreto del Magnifico Rettore”, ma assume giuridicamente le forme di una testata giornalistica di quelle vere, regolarmente iscritta al tribunale di Udine con un direttore responsabile, e anche questa cosa mi sembra una contraddizione.

In fondo alla stessa pagina, trovo una deroga al copyright totale che c’è su tutto il sito: infatti le immagini prese da archivi online tipo FreeDigitalPhotos, in seguito editate dalla redazione di WRU, possono essere sì riutilizzate liberamente ma solo in progetti scolastici, e il tutto è scritto in inglese. Mah.

Allora vado a vedere quali trasmissioni sono disponibili: scopro che non esiste la radio in diretta (una verbosa spiegazione retorica racconta che forse non avere la diretta è una virtù, lasciando comunque intendere che in futuro ci sarà) e che fondamentalmente il sito della WebRadio è un archivio di podcast. Personalmente un sito di podcast non lo chiamerei “radio”, come Youtube non la chiamo “televisione”, ma queste sono paturnie mie.
Tra l’altro le singole trasmissioni registrate non sono tutte disponibili, ma quelle archiviate sono da richiedere spedendo una mail alla redazione, il che fa pensare che UniUd compri o disponga di spazio web a 50mega per volta, come nel 2002.

Finalmente clicco sul bottone “Ascolta”, e Seamonkey – il mio browser Mozilla – mi chiede se voglio lanciare un’applicazione esterna in formato proprietario (WindowsMediaPlayer) per ascoltare le trasmissioni in formato ovviamente .wma. Rispondo picche, non ho mediaplayer installato.
Figuriamoci il tutto: una Università statale che fa comunicazione pubblica fregandosene delle minime norme etiche alla base di una moderna circolazione delle idee, e disattende le stesse indicazioni ministeriali riguardo all’utilizzo di OpenSource; se si trattasse di editoria privata e commerciale, potrei anche capire (ma direi loro “stupidini” ugualmente, a privarvi di fette di audience), ma credo l’Università debba orientare le proprie scelte tecnologiche e le proprie logiche distributive di Oggetti di Conoscenza secondo obiettivi diversi da un’azienda. Uno straccio di licenza CC mi farebbe guardare al tutto già con occhi più benevoli, e invece sono qui a guardare un’altra occasione sprecata.

Un blocco laterale mi informa di quali software dovrei installare per ascoltare tutto con i vari sistemi operativi. Anche qui mi viene da pensare che gentilezza e usabilità dovrebbero consigliare ai webmaster la possibilità di provvedere modi alternativi di ascolto delle trasmissioni, anziché basarsi sulla buona volontà dei fruitori, ad esempio incapsulando l’audio in un Flash o simili o rendendo almeno possibile scaricare tutto anche in formato .mp3 aperto… non ci vuole poi molto.

Mi diranno che non si può.

All’interno di un sistema fatto di brevetti e di furbi spin-off universitari e di finanziamenti dati secondo logiche mercantilistiche a quelli che dovrebbero essere i liberi e pubblici Luoghi sociali della Ricerca e dell’Innovazione, io sono dell’idea che tutto ciò che le Università producono debba essere di pubblico dominio, patrimonio dell’umanità, distribuito in GPL o quello che volete, pubblicato su Wikipedia. La ricerca la pagano tutti, che i frutti siano di tutti. Bello, eh? Dentro questo sistema, impossibile. Messaggio e contesto non amoreggiano, non s’incontrano nemmeno.

Ma lasciamo perdere l’analisi del sistema economico università-aziende; mi piacerebbe però che almeno il Luogo web dove l’Università racconta sé stessa fosse uno spazio di libero scambio di conoscenze, altrimenti il messaggio che passa mi farà sempre pensare a “chiusura” e “possesso”, valori tipici di un’epoca ormai tramontata. Viviamo nella Società della Conoscenza, i mercati sono conversazioni, ma non potrò riportare in questo blog qualche interessante notizia appresa dalla webradio dell’Università di Udine (magari la notizia di un importante convegno sulla Società della Conoscenza promosso dalla stessa Università). Che contraddizione.

Ci sono anche cose sulle quali non transigo, le lascio per ultime: l’errore ortografico nel blocchetto del menù principale. Che gente laureata scriva (e non chattando, ma in homepage) “perché” con l’accento sbagliato, mi rende isterico. Ma son paturnie mie.

 

 

Città always-on

In questo blog miracolosamente intatto dopo un parziale rifacimento grafico, esordisco nel duemilaeotto con un post squisitamente gangherologico.

Mi trovo infatti a riflettere sulla forme di arredamento urbano da progettare per marcare quei Luoghi territoriali connotati dalla presenza di interfacce verso i Luoghi di abitanza digitale. Ovvero, dove la città atomica e quella digitale si toccano incontrandosi fisicamente in una interfaccia, come un totem elettronico o una panchina-wifi in una piazzetta (interfacce come i polmoni, come le stazioni, come i rituali) .

La tecnologia TIC diventa visibile nei paesaggi urbani, mostra le intersezioni dei nostri ruoli sociali nelle comunità biodigitali, con i nostri movimenti e le nostre tracce attraverso le città, e la nostra interazione con i Luoghi e gli artefatti pubblici.

Mimetizzare questi manufatti? O al contrario evidenziarli e connotarli, rendendoli espliciti segni di valori di abitanza biofdigitale? Luoghi sociali fisici di partecipazione mediatica? Come rendere visibile la rete dell’e-democracy? Come proporre delle attività sociali, che siano utili per scoprire rapidamente nuovi utilizzi urbani delle TIC e suggerisca delle metriche per la valutazione degli interventi, che siano provocatorie (un approccio tipo land-art?) eppure facilmente fruibili per il cittadino? Come progettare interventi sociali che diano buone indicazioni di feedback da reintrodurre nel ciclo di progettazione, ma capaci al contempo di far esperire dimensioni di socialità anche ludica o foss’anche politicamente partecipativa, però sempre con un approccio light, consapevole della user e della group experience? Conviene ragionare per “incursioni sul territorio”, dove dislocare improvvisamente interfacce anche temporanee d’interazione, piuttosto che proporre subito strutture disegnate e costruite in cemento? E dentro quale clima affettivo avverrà il cambiamento dei comportamenti? E’ possibile ipotizzare un certo orgoglio cittadino per la modernità e la qualità dell’offerta dei servizi, su cui poter contare per approntare quei contenitori di comunicazione adeguati alla partecipazione delle collettività dove emergeranno sentimenti di appartenenza e di identità personale e gruppale?

Telefonini, megaschermi, twittervision e flickrvision, blog urbani, webtv dal basso, rilevazioni dei flussi delle collettività, segnaletica dell’abitanza… sarà da colorare degli angoli della città di arancione e dipingere su un muro il logo del feedrss, per indicare le Luoghi territoriali caratterizzati dalla presenza di molte porte pubbliche verso la città digitale? E come sono fatte queste porte (ecco il gangherologo che si agita)?

Di porte di questo tipo, capaci di mettere in contatto due mondi, a me vengono in mente quella di Stargate, il filmone, e lo specchio di Alice. Entrambe ad un certo punto diventano “liquide”, attraversabili. La trasparenza delle interfacce.

Ragionarci sopra, a tutto ciò, include l’obiettivo delle scienze sociali di raccogliere informazioni circa l’uso e gli utenti della tecnologia in un mondo reale, l’obiettivo ingegneristico del test sul campo delle tecnologia impiegate, e l’obiettivo progettuale di ispirare gli utenti e progettisti ad immaginare nuove forme di tecnologia per sostenere le loro necessità e i loro desideri, o viceversa a rendere praticabile delle forme di socialità interumana prima mai esperite.

Ed è giusto sottolineare, decrescendo felicemente, che la tecnologia TIC del networking e del socialweb, esondando dagli uffici e riversandosi nelle strade e nelle case, non deve necessariamente recare con sé tracce di quei valori riferiti al “luogo di lavoro”, come l’efficienza e la produttività a scapito delle altre possibilità. Se sperimentazione ha da essere, in questi tempi pionieristici, allora che sia libera e coraggiosa, e talvolta magari financo un po’ futile ma divertente, nella consapevolezza che dal moltiplicarsi delle pratiche spontanee di Doppia Abitanza emergeranno immancabilmente i nuovi comportamenti sociali delle collettività connesse.

Archeologia industriale

Articolo originariamente apparso sulla rivista culturale “LaBassa” n°42/2001, qui pubblicato per gentile concessione.

Parlando di Archeologia Industriale fra il latisanese e il portogruarese: le fornaci “a fuoco continuo” Hoffmann nella Provincia del Friuli tra il 1866 e il 1920
di Valentina Piccinno

L’Archeologia Industriale è un mezzo importantissimo per studiare e comprendere il passato più recente della nostra attuale civiltà industriale.

Prendere coscienza di questo passato, capirne i meccanismi e i passaggi, significa trovare una risposta a molti quesiti sul nostro stesso modo di vivere. Il termine Archeologia Industriale fu coniato in Inghilterra negli anni Cinquanta anche perché in questo periodo di cambiamento e di distruzioni non belliche, le vecchie fabbriche e le strutture di servizio venivano abbattute e ricostruite senza troppo pensarci. In Italia si cominciò a parlare di Archeologia Industriale in ambito universitario a Milano solo agli inizi degli anni Settanta e in seguito si pose l’attenzione su tutti quei manufatti che in qualche modo erano e sono testimonianze produttive del nostro passato tecnologico. I monumenti che l’archeologia annovera sono in generale tutte quelle fabbriche che si svilupparono con l’avvento dell’industrializzazione in Italia, dalle filande, per fare un esempio, alle fornaci e comunque tutti quegli edifici che applicarono le nuove tecnologie e improntarono la produzione sul concetto della continuità.

Il copioso patrimonio dell’Archeologia Industriale in Friuli presenta, dal punto di vista del linguaggio e delle forme, una fisionomia difficilmente riconducibile a schemi costanti. Gli edifici industriali della prima industrializzazione sono, in genere, sviluppati in altezza e solo in seguito si sono trasformati in costruzioni orizzontali al massimo di due o tre piani, a differenza delle fornaci che solo agli inizi del Novecento si ampliarono in altezza. Il linguaggio dell’architettura delle industrie ha anche molto attinto dalle consuetudini locali e dall’impiego di materiali reperibili in loco; nel caso delle fornaci i manufatti si presentano con forme inedite ed originali, che senza camuffamenti derivano dalle funzioni ospitate.

Le fornaci, dopo l’introduzione del forno Hoffmann, assumono caratteristiche forme allungate dalle quali fuoriesce la ciminiera con soluzioni edilizie non sempre scontate.

Delle numerose fornaci “a fuoco continuo” Hoffmann diffusesi nella Provincia del Friuli (le attuali province di Udine e Pordenone) censite in uno studio in corso di pubblicazione, poche sono rimaste a testimonianza dell’attività produttiva industriale. Il Friuli essendo terra ricca di argilla adatta alla confezione dei laterizi, nel suo paesaggio da sempre sono esistite fornaci per laterizi e per la calce.

Prima dell’introduzione del forno Hoffmann, fornaci a fuoco intermittente o provvisorie di campagna a metà dell’Ottocento in Friuli ne esistevano praticamente in ogni comune e anche successivamente, dopo l’introduzione della fornace Hoffmann, alcune fornaci provvisorie continuarono a lavorare e a produrre laterizi e calce.

Il principio di funzionamento delle fornaci provvisorie arriva da una tradizione secolare sopravvissuta praticamente immutata dove i tempi di attesa tra una cottura e l’altra variavano da cinque a trenta giorni, mentre con l’introduzione delle fornaci “a fuoco continuo” il nuovo metodo di cottura cambiò radicalmente poiché non esistevano più tempi morti e la cottura dei laterizi proseguiva ininterrottamente.

Le fornaci industriali nella Provincia del Friuli si diffusero sia in corrispondenza dei maggiori agglomerati urbani sia nella campagna e anche in prossimità delle città minori.

La diffusione nella Provincia del Friuli delle fornaci “a fuoco continuo” inizia dopo l’annessione di questa parte di territorio alla giovane Italia. La svolta tecnologica di portata storica fu introdotta dall’Ingegner Architetto Friedrich Hoffmann (Gröningen 1818, Berlino 1900) che brevettò, in Italia, nel 1864 un progetto di fornace “a fuoco continuo” rivoluzionando il metodo di cottura dei laterizi e con l’introduzione di quest’innovativo metodo di cottura cambiò radicalmente il significato di forno per laterizi perché con il forno “a fuoco continuo” non esistevano più tempi morti.

Non tutto il territorio delle attuali province di Udine e Pordenone applicò con rapidità il nuovo metodo di cottura, alcune fornaci seguirono uno sviluppo complesso e frammentato perché si attuarono con ritardo rispetto all’impulso dell’industrializzazione del restante territorio. Si approssimava l’epoca dell’urbanizzazione e le fornaci esprimevano una significativa dipendenza sia dall’economia rurale sia da quella urbana, resa evidente dall’utilizzo di risorse e forza-lavoro condivise con l’agricoltura e il rafforzarsi dei legami commerciali con le città. Vi era una continua domanda di materiali da costruzione per il crescente bisogno sia di trasformare sia di fare realizzazioni ex novo.

Nella Provincia del Friuli il forno continuo fu impiantato già dal 1870, quando l’imprenditore Carlo Chiozza costruì una fornace Hoffmann in una plaga della bassa pianura pordenonese e quando Giuseppe Fabretti, negoziante in Udine, acquistò la privativa industriale o brevetto del forno Hoffmann, ma solo per i distretti di Udine, San Daniele, Palmanova, Tarcento, Cividale e Gemona e nel 1872 costruì una fornace sistema Hoffmann in Zegliacco in comune di Treppo Grande.

Per comprendere fino in fondo la novità del forno introdotto da Friedrich Hoffmann bisogna capirne il funzionamento che nella forma originale consisteva in un canale circolare continuo, nella parete esterna del quale erano aperte, ad intervalli costanti, le porte per l’introduzione e l’estrazione dei materiali. In corrispondenza di ciascuna porta il canale di cottura poteva essere costruito con diaframmi in ferro, aventi esattamente le dimensioni della sua sezione trasversale, che si manovravano dalla parte superiore della fornace alzandoli od abbassandoli a guisa di paratie. Il tratto di canale compreso tra i due successivi diaframmi prendeva il nome di cella o camera di cottura. Ogni camera presentava nella parete interna, verso il basso ed all’estremità opposta a quella dove si trovava la porta di servizio, un passaggio che si scaricava in un canale collettore del fumo, concentrico al canale di cottura.
Questi passaggi potevano essere chiusi con valvole, manovrabili
dall’alto per mezzo di aste che passavano entro fori praticati nella volta del collettore del fumo. Il camino, situato al centro della costruzione, comunicava con il canale del fumo per quattro aperture. La volta del canale di cottura presentava numerosi fori o bocchette per l’introduzione del combustibile, chiuse da un coperchio cavo di ghisa, assicurando la chiusura ermetica. Si caricava il materiale crudo in una bocca, in quella subito a destra si scaricava il materiale cotto; le altre camere erano piene di prodotti che avevano subito la cottura e si stavano raffreddando. Il fuoco si trovava nella camera caricata con materiale crudo.

In tali condizioni, il serviziodi “infornatura” e di “sfornatura” si effettuava attraverso una bocca di carico, che era la sola aperta mentre tutte le altre erano chiuse. Il fuoco era alimentato con il combustibile che si introduceva dalla volta. L’aria esterna, richiamata dal tiraggio del camino, penetrava nel forno per la bocca di caricamento, passava attraverso i materiali cotti riscaldandosi progressivamente, giungeva nella zona del fuoco e attivava la combustione. I gas caldi che si producevano, proseguendo sempre nella stessa direzione, venivano a contatto con i materiali crudi, ai quali cedevano buona parte del loro calore, e si liberavano infine nel camino passando attraverso l’apertura dell’ultima camera, la cui valvola era sollevata a differenza delle altre che erano chiuse. Con questo metodo si procedeva all’infinito, avanzando in media di una camera ogni quattro ore. Il principio basilare di queste fornaci consisteva nel riscaldare l?aria di alimentazione a spese del calore ceduto dai prodotti cotti che si raffreddavano e di utilizzare il calore posseduto dai prodotti della combustione per il riscaldamento dei materiali da cuocere.

Se focalizziamo l’attenzione sulle fornaci costruite nella bassa latisanese ci rendiamo subito conto che in questo territorio si adottò il nuovo sistema di cottura per laterizi con qualche anno di ritardo rispetto alla vicina San Giorgio di Nogaro, ad esempio, dove già da anni si utilizzava un forno “a fuoco continuo” per la cottura dei laterizi.
Solo all’inizio del Novecento si diffusero, nella bassa latisanese, le fornaci sistema Hoffmann e tra queste quelle di Dal Maschio-Visentin a Palazzolo dello Stella, quella dei fratelli Anzil a Sivigliano di Rivignano, quella di Antonutti e Minzi a Talmassons, quella di Mangilli D’Agostini Turini, detta di Torsa, ma anch’essa in comune di Talmassons.

Nel vicino Veneto le fornaci ebbero uno sviluppo diverso, legato alla qualità dell’argilla, più adatta alla produzione di ceramiche in genere e si potenziarono con fornaci continue con molto ritardo rispetto alle fornaci del Friuli, solo a Treviso esistevano fornaci continue già dal 1875.

La difficoltà principale nel compiere una ricerca precisa e puntuale delle fornaci da laterizi industriali è stata la difficoltà di reperire i materiali e la documentazione, in quanto non vi è stata non solo la distruzione degli edifici industriali ma anche la dispersione degli archivi di queste industrie.Ad esempio poco si conosce del grado di industrializzazione della fornace di Dal Maschio e Visentin di Palazzolo dello Stella: sappiamo con certezza che utilizzavano un forno Hoffmann e che l’oggetto della società, costituitasi con contratto privato agli inizi del Novecento, era l’esercizio di una fornace per la fabbricazione di materiali laterizi in comune di Palazzolo dello Stella, l’esercizio di commercio di legname ed altri materiali da costruzione ed infine fabbricazione e smercio di materiali in cemento a Latisana, con l’esecuzione di lavori in cemento e cemento armato in provincia di Udine.

Con certezza sappiamo che Luigi Visentin già dal 1898 a Latisana possedeva una rivendita di legnami, materiali laterizi, calce, cementi e calci idrauliche; del suo socio Angelo Dal Maschio conosciamo poco: veneziano di nascita divenne subito socio della fornace Hoffmann e mantenne la proprietà anche dopo la morte di Luigi. Intorno al 1921 la fornace “a fuoco continuo” di Palazzolo era ancora in attività come lo era anche il commercio a Latisana della famiglia Visentin, rimangono aperti ancora molti interrogatici anche perché non è stato possibile rintracciare gli credi di queste famiglie.

Dell’opificio industriale di Talmassons al contrario si è potuto tentare una ricostruzione del passato grazie ai molti passaggi di proprietà della fornace e con certezza si può affermare che l’opificio fu costruito i primi anni del Novecento. Gli iniziatori di quest’industria furono i fratelli Ciro, Giovenzio e Ludovico Antonutti di Talmassons e Umberto Minzi di Trieste, che operavano con contratto societario avente per iscopo la fabbricazione e smercio di laterizi.La società possedeva una fornace sistema Hoffmann e la produzione dei laterizi in principio avveniva a mano, esperti fornaciai forgiavano i mattoni operando a cottimo.

Lo stabilimento in località detta Levada, nel comune di Talmassons, oltre al forno “a fuoco continuo”, era affiancato da una vasta tettoia, esisteva anche un’abitazione per gli operai, successivamente la fornacesi attrezzò con macchinari per la formatura dei laterizi. La fornace di Talmassons superò la Grande Guerra, ma nel 1923 cessò definitivamente la produzione di laterizi e si presume vi fu la demolizione del forno “a fuoco continuo”. La fornace “a fuoco continuo” Hoffmann dei fratelli Domenico, Geremia e Giovanni Battista Anzil a Sivigliano di Rivignano fu costruita sul finire del 1900 ed impiegava 65 operai, di questa fornace oggi esiste lo stabilimento, stravolto nella sua forma originale per ospitare un’altra industria.
Anche lo stabilimento detto di Torsa, a Talmassons, di Mangilli, Agostini e Turini è in parte ancora visibile, il forno “a fuoco continuo” si è conservato, anche se sono state apportate alcune variazioni al canale di cottura, il camino è stato di recente abbattuto per problemi statici. Questo opificio fu costruito intorno agli anni venti del Novecento e, infatti, ha caratteristiche architettoniche diverse rispetto alle fornaci più antiche.

Rintracciando tutte le fornaci “a fuoco continuo” sviluppatesi in Friuli (province di Udine e Pordenone) tra il 1866 e il 1920 si comprende come l’impulso dell’industrializzazione per i materiali da costruzione trovò terreno fertile e le poche fornaci rimaste a testimonianza di questo passato andrebbero conservate perché anch’esse fanno parte della cultura e delle tradizioni dei friulani, in quanto fornaciai più o meno specializzati e, del Friuli perché terra di fornaci.

Il sabato del villaggio globale

A commento della quarta traccia per la prova scritta dell’esame “di maturità”, la quale testualmente recita:

L’industrializzazione ha distrutto il villaggio, e l’uomo, che viveva in comunità, è diventato folla solitaria nelle megalopoli. La televisione ha ricostruito il «villaggio globale», ma non c’è il dialogo corale al quale tutti partecipavano nel borgo attorno al castello o alla pieve. Ed è cosa molto diversa guardare i fatti del mondo passivamente, o partecipare ai fatti della comunità.» G. TAMBURRANO, Il cittadino e il potere, in “In nome del Padre”, Bari, 1983
Discuti l’affermazione citata, precisando se, a tuo avviso, in essa possa ravvisarsi un senso di “nostalgia” per il passato o l’esigenza, diffusa nella società contemporanea, di intessere un dialogo meno formale con la comunità circostante

Rodotà esplicita alcuni ragionamenti assai puntuali e moderni rispetto alle giovani generazioni biodigitali, al loro immaginario, al loro stile di pensiero.

“…i ragazzi intorno ai ventenni sono essi stessi la globalizzazione. Sono immersi in un flusso continuo di comunicazioni, scaricano musica e film, alimentano YouTube, attingono conoscenze dalle fonti più disparate, producono e subiscono modelli di comportamento, fanno e disfano comunità virtuali, assumono identità molteplici…

Il popolo di Internet, di cui le persone giovani costituiscono il nerbo, è al di là della logica televisiva. Frequenta il più ampio spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto…

Siamo di fronte a una nuova condizione umana, che certo può produrre nuove forme di solitudine e di esclusione, che può imprigionare la vita nello schermo di un computer, ma che deve essere considerata come elemento essenziale della dinamica complessiva che stiamo vivendo…” 

Stefano Rodotà, Il popolo di YouTube non ha più nostalgie, La Repubblica, 21 giugno 2007, p.14

tratto da: Wild Web Chapinèring: Temi, esami e YouTube

 

Promuovere gli Abitanti

L’Associazione culturale NuoviAbitanti pone attenzione al rapporto tra tecnologia e territorio ragionando sul concetto di Abitanza, come indicazione di un certo atteggiamento consapevole riguardo all’aver cura dell’Ambiente Naturale e soprattutto dell’Ambiente Costruito in cui tutti viviamo e da cui traiamo senso di identità personale e sociale.
Per questo motivo assume rilievo la dimensione sociale della collettività, la comunità su un territorio di una determinata estensione (secondo le dinamiche degli insediamenti abitativi umani, secondo la percezione antropologica con cui le comunità identificano sé stesse, secondo urbanistica e reti tecnologiche produttive e distributive di beni e servizi) dove poter realizzare la traduzione di un astratto Benessere in concreto Ben-stare, ora e in questo luogo. E anche gli ambienti online sono luoghi abitati, a cui prestare la medesima cura.

Quindi, promozione sociale degli Abitanti tutti ed in particolare per il mondo della scuola, dove vista la necessità etica di preparare le giovani generazioni biodigitali a comprendere e fruire del mondo del 2035, urge provvedere con progettazioni e formazioni specifiche per i docenti: le competenze da acquisire potrebbero essere proprio quelle che li rendono in grado di concepire il TecnoTerritorio e le dinamiche sociali attuali – nei massmedia, in Rete, nel gruppo-classe, nella socialità quotidiana – anche alla luce dei nuovi modelli di comunicazione e di “arredamento” della conoscenza che il software portabile, nonché il social software su Web rendono oggi possibili.
Oltre a fornire effettivamente dei luoghi nuovi in cui poter vivere socialità (ad esempio, un blog per una classe delle superiori docenti compresi) oltre a fornire nuovi contenuti di cui trattare necessariamente in ambiti formativo (sciocca appunto quella scuola che non prepara i ragazzini a comprendere una realtà biodigitale), il web moderno offre soprattutto un intero nuovo linguaggio, in cui poter ri-formulare noi stessi, i modi con cui veniamo coinvolti nelle reti sociali, il nostro stesso dare senso agli accadimenti.

Come prima positiva conseguenza, notiamo come alcune buone prassi maturate in Rete quali la fiducia nella condivisione della Conoscenza e nello scambio interpersonale (vedi la Wikipedia o la filosofia OpenSource) possono riversarsi in questo mondo di atomi, consentendo la nascita di nuove modalità interazionali maggiormente consapevoli delle finalità etiche della partecipazione; si impara dappertutto.

NuoviAbitanti

Riflettere collaborativamente sulla storia industriale

sophia.it

La storia è condivisa con Wikindustria
11 Giugno 2007

Storiaindustria cresce e con il wiki il sapere si fa condiviso. Il sito sulla memoria industriale del Nord Ovest, iniziativa del professor Luciano Gallino per ricostruire e illustrare sul web il passato di fabbriche, prodotti, mestieri, modi di lavorare e organizzare le aziende che hanno caratterizzato la cultura e l’identità territoriale del Nord Ovest dal 1850, offre oggi un nuovo strumento. E’ WikiRedazione, un ambiente di lavoro distribuito che permette ai navigatori di offrire e condividere le proprie conoscenze e le proprie memorie.

Anche se si rivolge prima di tutto a studenti e insegnanti delle scuole superiori e alle università, WikiRedazione non è solo un innovativo strumento didattico. Alla redazione delle pagine possono partecipare tutti: l’obiettivo è quello di sperimentare la creazione di una comunità diffusa di utenti-autori che scriva contributi originali, che reperisca materiali su industrie locali, che animi il dibattito on line sui tema di interesse comune.

Richiamando il paradigma di lavoro cooperativo diffuso “wiki”, dopo essersi registrato con una e-mail ognuno può contribuire alla redazione di nuovi contenuti o modificare quelli già offerti da altri partecipanti su temi specifici, identificati da parole chiave legate a imprese, prodotti o personaggi. Ma è anche possibile proporre nuove voci da aprire a contributi collaborativi, intrecciando i propri interessi con i percorsi formativi del sito. Una redazione valuta i singoli interventi e li pubblica come approfondimenti tra le pagine dei corsi online.
Il tutto con licenza Creative Commons 2.5. Coerentemente con la filosofia del Web 2.0, gli utenti di WikiRedazione non hanno bisogno di conoscenze di programmazione né di strumenti informatici specifici: bastano un pc collegato in Rete e molta curiosità a navigare nel Web.
WikiRedazione è stato sviluppato dal CSI-Piemonte appositamente per il progetto multimediale on line di Storia e Cultura dell’Industria e si basa sulla personalizzazione del prodotto open source “DokuWiki”.

Web
Storiaindustria www.storiaindustria.it
Wikiredazione www.storiaindustria.it/wikiredazione.shtml

Dal blog NuoviAbitanti

Paesaggi antropici sonori

Nova24 Ora!: Cacciatori di rumori perduti

Cacciatori di rumori perduti

Sul numero di Nòva oggi in edicola un articolo di Michele Fabbri ci racconta una nuova moda nata sul web: internet sta diventanto un archivio dove conservare la memoria del suono. Stanno nascendo molti siti che archiviano voci quotidiane che provengono dal paesaggio.

Cliccando qui potrete per esempio ascoltare il suono emesso da un ciabattino ottuagenario che vive in un paesino delle Dolomiti (ritratto nella foto a sinistra), uno dei tanti casi raccolti dal progetto Acoustic environment in change

 Continuando a leggere questo post, invece, troverete i link per raggiungere i migliori siti che si occupano di preservare l’esistenza dei suoni in via di estinzione.

Ascoltare la voce di lavandaie in Vietnam, stazioni ferroviarie o rumori del porto di Vancouver. Ma anche comizi per strada, musica popolare. E ancora, squillo di vecchi telefonini e voci di motori. Ecco tre link da non perdere:

www.quietamerican.org
www.radiantslab.com/musiek/phonography
http://freesound.iua.upf.edu

Quest’ultimo ha una sezione molto interessante: cliccando qui – infatti – potrete ascoltare i suoni e scoprire la posizione geografica di provenienza grazie all’integrazione con Google Hearth.

Stili

da Oltre l’e-learning by Gianni Marconato
Predichiamo costruttivismo e razzoliamo istruzionismo

Brent G. Wilson nel suo eccellente libro del 1996, “Constructivist Learning Environments”, un libro che ha influenzato non poco il mio pensiero (spero non tanto “debole”), proprio in apertura (pag. 4) offre una illuminante ed autorevole rappresentazione di come diverse visioni della conoscenza influenzino le nostre visioni dell’istruzione (instruction).

Wilson afferma che:

  • Se pensi che la conoscenza sia una quantità oppure un pacchetto di contenuti che aspettano solo di essere trasmessi, allora, il tuo orientamento sarà quello di pensare all’istruzione come un prodotto da essere distribuito attraverso un veicolo
  • Se pensi che la conoscenza sia uno stato cognitivo come viene riflesso negli schemi e nelle abilità procedurali di una persona, allora, il tuo orientamento sarà quello di pensare all’istruzione come ad un insieme di strategie didattiche finalizzate a modificare lo schema di quel individuo
  • Se pensi che la conoscenza sia un significato personale costruito nell’interazione con il proprio ambiente, allora, il tuo orientamento sarà quello di pensare all’istruzione come ad una persona che lavora con strumenti e risorse all’interno di un ambiente ricco
  • Se pensi che la conoscenza sia un processo di acculturazione o di adozione di modi di vedere e di agire di gruppo, allora, il tuo orientamento sarà quello di pensare all’istruzione come ad una partecipazione alle attività di tutti i giorni di una comunità;

Con questo post chiudo la serie sulla coerenza tra tra pensiero dichiarato ed azione, sulla molteplicità delle visioni e delle pratiche e sulla necessità di rendere esplicite e consapevoli le nostre “teorie implicite”.

Internet, la città, la rete sociale

di Sergio Maistrello

Da Apogeo, giugno 2006

Che cosa resta della retorica dell’innovazione alla fine della tormentata primavera elettorale? Poco coraggio e molta dispersione di risorse, soprattutto. E se all’amministrazione pubblica applicassimo le stesse intuizioni che stanno alla base di Internet? Il territorio come rete, il cittadino che dialoga, il municipio come social network: un’ipotesi tra Simcity e Monopoli.

Col referendum confermativo sulla riforma costituzionale, si chiude un lungo e a dir poco sofferto periodo elettorale. Qui, su Apogeonline, si era aperto con una riflessione di Andrea Granelli sulla retorica dell’innovazione, così presente e al tempo stesso così assente dai programmi elettorali dei partiti politici alla ricerca di un voto. Il bilancio, tre mesi e tante parole dopo, non è confortante. L’impressione, per farla semplice, è che la via all’innovazione suggerita nei programmi politici della collezione primavera-estate 2006 sia ancora saldamente ancorata alla retorica di inizio 2000: le autostrade dell’informazione, il divario digitale, i corsi di informatica per i cittadini. È chic e impegna poco, ma soprattutto non serve.

E dunque, visto che si avvia alla conclusione questa stitica stagione di realpolitik e si può ricominciare finalmente a progettare un mondo migliore, proviamo a tracciare uno stato dell’arte per il governo della complessità attraverso tecnologie nuove ma a misura d’uomo. Immaginiamo, per esempio, di essere il sindaco di un comune italiano di medie dimensioni che si pone il problema di come tradurre in pratica questa benedetta innovazione. Abbiamo due scelte a disposizione: possiamo inseguire faticosamente le buone pratiche altrui, disperdendo a pioggia un budget che per definizione è contenuto; oppure possiamo immaginare di prendere tutti i soldi a disposizione e investirli in un progetto complessivo in grado di anticipare (per una volta) l’innovazione e dare vita spontaneamente a buone pratiche. Visto che questo è l’equivalente di Simcity e i soldi sono come quelli del Monopoli, prendere la seconda strada richiede soltanto un po’ di immaginazione.

La prima considerazione è che abbiamo un bene scarso, la connettività, e un bene talmente abbondante da andare sprecato, l’informazione. Affrontare il primo ci mette nelle condizioni di dominare il secondo e mettere in circolo esperienze e competenze altrimenti disperse. Si tratta, in altre parole, di trasferire la complessità di un territorio in un ambiente in cui la gestione sia più agevole: per fare questo è necessario – ricorrendo a una locuzione che piace molto alle amministrazioni locali – fare rete. Questa volta però non è una metafora: si tratta proprio di posare un po’ di cavi, montare punti di accesso senza fili (e quel Naaw di cui si parlava in questo spazio nei giorni scorsi casca a fagiolo), distribuire l’accesso a Internet quanto più possibile e quanto più liberamente concede oggi la legge – considerandolo, come presto potrebbe essere davvero, un diritto insito nell’idea stessa di cittadinanza. Un investimento di questo tipo è costoso e non dà risultati immediati, ma è il volano imprescindibile.

Se la città è una rete sociale, dotare ciascun nodo di una connessione (dunque della cittadinanza digitale) significa proiettare su Internet una mappa della realtà locale, con tutti i vantaggi che si ottengono in fatto di velocità, bidirezionalità e uniformità di scambio delle informazioni. La città in Rete sarebbe un classico esempio di applicazione basata su rete sociale, un social network in cui una volta tanto lo scopo non sarebbe soltanto quello di incontrare amici (MySpace, Orkut, Friendster), pubblicare fotografie e video (Flickr, YouTube) o cercare lavoro (LinkedIn), ma di diventare protagonisti di un territorio e rappresentarne la complessità. Le reti sociali ci stanno educando all’idea di emergenza: partendo da regole semplici si ottengono schemi complessi che la semplice somma delle parti non avrebbe lasciato immaginare. Le formiche e il formicaio, i neuroni e il cervello, l’uomo e la civiltà: la dimensione collettiva è l’evoluzione del sistema. Più il sistema è efficiente ed esalta l’azione del singolo, più il sistema cresce: in questo senso, lo strumento Internet – con tutta la dotazione di pratiche con cui ottenere il miglior ordine possibile dal caos – fornisce l’opportunità di fare un salto epocale d’efficienza.

Metti progressivamente tutti i tuoi cittadini su un social network cittadino, lasciali esprimere, stimolali a costruire punti di presenza personali, promuovi la creazione di reti di identità e di comunità di interesse, invitali a spendere il loro capitale sociale nelle cause che stanno loro a cuore: avrai uno strumento inaudito di interpretazione del territorio. Tutto ciò richiede evidentemente una profonda rivisitazione dei ruoli: l’amministrazione, in una logica reticolare, non è più il centro ma uno dei nodi della rete senza ragno, un hub di hub, il primo tra i pari. Se la città è l’insieme di tante visioni del mondo quanti sono i suoi cittadini, chi la governa è il nodo deputato alla sintesi di questo flusso di comunicazione che prorompe dal basso. La rappresentanza non è più soltanto un voto quinquennale, ma l’interpretazione costante del racconto della realtà di ciascun nodo, corrisponda esso a un cittadino, a un’associazione, a un’istituzione o a una realtà produttiva. Chi interpreta meglio, governa meglio.

A cascata vengono tutte le sfide complesse che già ci si pone urgentemente, pur senza avere un supporto tecnologico adeguato: il superamento delle barriere d’accesso, le difficoltà di dialogo sociale, le opportunità imprenditoriali. Il circolo virtuoso nasce con l’infrastruttura di comunicazione e con le tecnologie per la condivisione sempre più diffuse, facili da usare ed economiche: gli strumenti più maturi di Internet stanno abilitando le persone a esserci, a partecipare, a organizzarsi spontaneamente tra di loro, a contribuire con le proprie idee, a supportarsi a vicenda in caso di bisogno. Un patrimonio di conoscenza (più o meno locale) distribuita e facilmente accessibile – in grado di dare risposte al giovane e all’anziano, all’imprenditore e al disoccupato, all’immigrato extracomunitario e al turista, all’associazione e all’istituzione – è un motore formidabile per la crescita di un territorio. Se dai alle persone un motivo per esserci, e non solo generiche istruzioni per accendere un aggeggio e lanciare programmi, è molto probabile che ci saranno.

Fantascienza? Sì, se si dovesse immaginare un progetto del genere imposto dall’alto, da un giorno all’altro. Tuttavia i fronti più evoluti di Internet ci parlano di un pubblico sempre più attivo, che non ragiona più come massa ma è informato e soddisfa facilmente bisogni individuali che in precedenza dipendevano da catene di mediazioni di tipo culturale, politico, informativo o economico. Non chiede più di essere ascoltato, lo pretende. Dove non trova orecchie disponibili, si organizza da sé aggregando spontaneamente competenze per risolvere esigenze nuove in modo nuovo. La scelta, già oggi, è tra il presidio sempre più costoso e conflittuale degli accentramenti di potere e l’accoglienza progressiva di quest’onda lunga, che promette di ridefinire la società almeno quanto a suo tempo fece la scrittura. Le prime scelte, a cominciare da quella di mettersi in ascolto, devono essere fatte già oggi. L’alternativa è la solita: accumulare ritardo e perdere competitività.

Sarà il primo sit-in della mia vita

Credevo di aver già parlato di questo argomento, ma non ho trovato nessun post, chissà dov’è finito. Perché la notizia, almeno come dichiarazione d’intenti, ha già qualche anno. Poi recentemente sono stati finanziati e presentati degli studi di fattibilità tecnica, poi sono avvenute delle stipule di protocolli di intesa tra Stato e Regioni, poi dei patti tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, poi delle presentazioni del progetto alle popolazioni interessate dalla Grande Opera, da parte di politici che all’ultimo hanno disertato i convegni illustrativi.

Vogliono costruire un’autostrada tra il Cadore e la Carnia, ecco la questione. Spendendo 3 miliardi di Euro. Ottantacinque kilometri di percorso di cui almeno quaranta in galleria, nell’ultimo lembo di Alpi forse rimasto intatto, sfregiando due Parchi Naturali e passando sopra la testa letteralmente ai residenti, per nulla interpellati.
I Comitati dei Sindaci del Cadore e di questa parte della Carnia hanno già espresso pareri negativi, consapevoli che in questo modo viene loro tolta l’ultima risorsa disponibile, quella del turismo ambientale, visto che in Carnia di insediamenti produttivi ce n’è ben pochi e in Cadore le imprese di occhialai hanno da tempo traslocato in Cina.

Sarebbe sufficiente una bella strada al posto di quella fatiscente attuale, o anche un bel treno, o secondo me anche niente, anzi farei un bel parco selvaggio gigantesco dove le linci gli orsi e le aquile già presenti in Friuli possano tirare un po’ il fiato.

Insomma, una miopia progettuale vergognosa, un puro interesse dei costruttori di autostrade e di quegli industriali che finanziando gli studi di fattibilità sperano di portare più rapidamente la merce in Austria e nei paesi dell’Est europeo. Inizialmente pare l’infrastruttura avrebbe dovuto congiungersi con il Brennero, così i tedeschi venedo verso Sud avrebbero auspicabilmente girato a sinistra prima di Bolzano, si sarebbero potuti godere a 150 all’ora i paesaggi delle Dolomiti, per poi arrivare in Friuli e continuare tranquilli verso la Croazia, perché da anni i biondi con quelle Opel Kadett giallo pannocchia con la pelliccia sul volante non si fermano sulle spiagge di Bibione o Lignano o Grado, figuratevi quelli con una BMW ultrafiammante.

Ovviamente, la Provincia di Bolzano e l’Austria hanno negato ogni lavoro. Il Veneto di Galan insiste, il Friuli di Illy non si nega. Mi sa tanto che si avvicina il momento in cui per la prima volta in vita mia (dopo le occupazioni studentesche del ’90, ok) mi siederò per terra davanti alle autorità e alle ruspe, e vediamo cosa succede. Non sarò solo, i comitati si preannunciano risoluti: se ne è accorto anche Grillo, nel suo ultimo show qui a Udine.

Alcuni link che ho rapidamente trovato in giro:

http://www.politicaonline.net/forum/showthread.php?t=328609
http://www.comitatidellacarnia.splinder.com/
http://www.peraltrestrade.it/index.htm

Qui trovate il progetto dell’opera (.jpg pesante), qui trovate un articolo del giornale
“NuovoFriuli”.