Giù nel calderone

Oh, quanto si litiga, in Rete. 
Qui urge ricercar qualche riflessione sui ruoli attoriali nelle situazioni di flusso, e vedere se ci sono novità in qualche sistematizzazione microinterazionista delle posizioni dei parlanti negli ambienti digitali, quelli più votati alla conversazione interpersonale. Una volta notoriamente lo spazio commenti sui blog, prima ancora i newsgroup e le stanze di chat. Ma a me quei ragionamenti su ruoli e leadership circolante son venuti un po’ a noia, benché siano grammatiche utilissime per comprendere cosa stia succedendo nella situazione enunciativa. 
Si potrebbero trovare dei rivestimenti figurativi diversi per connotare i personaggi, e raccontarci la storia di una suddivisione secondo correnti filosofiche, per distinguere i parlanti.
Stoici, nominalisti, realisti, materialisti, esistenzialisti.
Se c’è Candido l’integrato, c’è anche Diogene, quello che piscia sulla gente, quello iconograficamente reso con la botte, col lanternino in mano a cercare l’Uomo vd. l’Essere umano, nella versione correct del 2010. Cinici , certo. In prima battuta si fan notare, cinici in senso moderno come freddezza (cool), distacco, bastardaggine inside, manifesta immoralità, iconoclastia, due spruzzi di blasé e una fetta di flâneur, ma tengono vivo il dialogo, cosa vuol farci signoramia? 
Se si vuole fare gli opinion leader in quel dire pubblico che riguarda la definizione negoziata e patteggiata di cosa sia la realtà (i giornalisti, i politici, gli opinionisti) raccomando almeno un sano fact-checking come atteggiamento costante, e una scorsa a cosa possa essere inteso con la locuzione “critical thinker”, vedi qui qui e qui su wikipedia, dove criticare vale distinguere, e avere una teoria significa sapere di abitare il nostro sguardo, che nessuno può avere uguale (è il nostro punto di vista), e per raccontarlo agli altri è meglio comportarsi in un certo modo.
Come emergono ora i “commentatori pubblici”, gli opinion maker del 2015? Un giornalista si faceva notare per la lucidità dei suoi articoli, e da qualche centinaio di persone per il proprio carattere, negli scambi interpersonali. Dalla Rete emergeranno delle personalità, che si son fatte notare per le loro competenze specifiche su un tema o per il loro stile conversazionale (ci vuole più pluralismo, il cinismo da solo stucca, volevo dire), per la padronanza del contesto enunciativo su cui furoreggiano attirando fan e like, per la spreadability del loro dire. Che chissà se si riuscirà mai a capire le tendenze secondo cui qualcosa diventa spreadabile, il passaparola è ineffabile/impredicabile/indicibile/indecidibile, la serendipity sguazza, i meme s’ingrossano senza motivo. Rivoli modaioli, nel grande flusso del Fiume che tutto trascina.
Quello che vediamo è un panorama differente, dove elementi del paesaggio webbico (i Luoghi digitali) vanno interpretati secondo linee diverse, nel rispetto della loro ecologia. E dove conseguentemente il dire e il fare dei personaggi web (blogger, opinionisti, giornalisti, esperti, formatori e docenti, urbanisti digitali, scrittori, poeti, fustigatori dei costumi) assume un senso nuovo, mai sperimentato dalla specie umana, nel permetterci di comprendere (nel 2015) i percorsi, le tracce. Tutte la facce assunte nella linea dei loro comportamenti, tutto documentato nei loro stessi lifestraming. E l’oblio, e la privacy, e i Luoghi conversazionali, e i gruppetti che si spostano di qua e di là, scherzando tra loro per anni e anni.
Quelli che poi al bar o in un salotto possono essere o più quieti della loro persona digitale, o più turbolenti, o uguali. Che tutti connessi sempre, vuol dire che finalmente quelli quieti potranno parlare forte e a lungo, e inondare il web di punti di vista. Magari domani riusciremo a descrivere per bene il punto di vista di una collettività, quell’insieme statistico eppure dinamico di una visione del mondo, non unitaria ma anzi policroma, come una fune fatta di mille trefoli, tutti punti di vista dell’opinione pubblica, le correnti maggioritarie rispetto alle grandi idee di cosa sia civile e cosa non lo sia. 
In questo bell’articolo Mario Rotta paventa un peggioramento della Rete, nella qualità del tessuto con cui la rivestiamo abitando quotidianamente su web, trascinati da dinamiche efficientiste o da modi di fare ricavati dalla pubblicità, dalla comunicazione orientata, e non più liberi secondo i valori stessi su cui la Rete è stata creata e che tuttora la animano. Questi aspetti di orizzontalità della Rete non sono ben visti dall’industria della pubblicità e dell’orientamento al consumo e dalla gestione del consenso, che quindi tentare di entrare nel web con le sue vecchie logiche verticali di comunicazione direttiva, uno-a-molti, senza in realtà praticare né comprendere il modello conversazionalista, il web basato sull’User Generated Content e l’habitat sociale vivo dove gli eventi accadono.
Sono cambiate molte cose qui sul web, ora ci sono milioni di persone in italia che quotidianamente fanno un gesto qui dentro. Teniamolo presente a noi stessi, questo sentimento del Settembre Eterno, che tutti prima o poi sperimentiamo, anche più volte.
Segnalo anche questo piccolo saggio di Antonio Sofi, sulla moderne strategie di comunicazione politica, perché leggendolo in controluce ci dà le coordinate per meglio nominare certi fenomeni indotti dalle buone prassi comunicative della Rete, riversate nella progettazione di interventi territoriali concreti, azioni politiche per l’ottimizzazione del territorio e della comunicazione con la collettività che lì risiede. Senso e territorio, ascolto e condivisione, trasparenza.
Facendo lo stesso giochetto, utilizzare i risultati di un ragionamento altrui come materiale base (un “semilavorato”, ma in altra linea progettuale) per comprendere i nuovi centri di aggregazione del senso, leggete questo interessante scritto di Fabio Giglietto, dedicato a Lost e ai sette principi del transmedia storytelling, dove le descrizioni di nuovi assi semantici dell’universo del discorso Spreadability vs. Drillability, Continuity vs. Multiplicity, Immersion vs. Extractability etc. permettono a noi di capire come le linee di senso organizzato (le isotopie interpretative, in gergo) che gettiamo sul flusso degli eventi per catturarlo e coglierlo appieno, nel mutato contesto propulso della Cultura digitale, vadano oggi rieducate a uno sguardo trasversale, aggregativo, nella capacità di radunare pezzi di storie sparsi per molti media diversi, con personaggi complessi, osservando attentamente lo snodo con il contesto ambientale situazionale (fisico e/o digitale) where the action is.
Quei Luoghi di creazione e mantenimento dell’opinione pubblica che tra cinque anni determineranno cosa sia da definirsi Realtà (le parole con cui penseremo, i punti di vista con cui guarderemo) stanno nascendo oggi, tutt’intorno a noi.
Come sono fatti questi Luoghi di socialità digitale, come agiscono, chi li anima, che stile di narrazione adottano, attraverso quale percorso di prove e errori giungono a formarsi compiutamente, come specie viventi che nel dialogo con il mutato ambiente adattano il proprio corpo e la propria mente e i propri comportamenti per meglio adeguarsi alla nicchia ecologica di riferimento, e altre domande.
UPDATE: un articolo sulla Stampa, L’autore-cyborg, una intervista di Artieri a Thierry Crouzet, su argomenti proprio attinenti.

Isotopie narrative

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