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Perdere il segno

I titoli degli articoli riportati dalla newsletter di Agendadigitale.eu

Giusto per avere un colpo d’occhio, e pensare all’importanza dei titolisti. Perché stavo pensando alle frasi tormentone, all’abuso dei luogocomunismi.
E mi era caduto l’occhio su quel “segnato il primo passo”.
Ora, segnare il passo significa subire una battuta d’arresto. Fare il primo passo significa invece intraprendere un cammino. Qui sono fusi insieme, e prevale alla fine nell’interpretazione l’idea di “primo passo in avanti”.
Perderemo il segno.

TOP STORIES
Biondi (Miur): “Diffonderemo il virus del digitale con nuovi testi scolastici”
Imprese ed eGov: se bastasse una buona intenzione per spazzare il carrozzone
Noci (Polimi): “Ecco come rimediare agli errori dello Sportello Unico”
Corso (Polimi): “La PA ha segnato il primo passo verso il cloud”
Dettori, startup: “Crowdfunding importante, ma Pmi dimenticate”
Fabris (Episteme): “La necessità di una salute digitale”
Fattura elettronica: i prossimi passi, verso l’Europa

PROTAGONISTI
Ferri (Bicocca): “Sulla Scuola il digitale parte a fatica dopo 15 anni di deserto”
Calderini (Miur): “Confuse le deleghe tra Stato e Regioni, frenano l’innovazione”
Tripoli (Mise), “Non ci siamo dimenticati delle Pmi. Né dell’eCommerce”
Palmieri (Pdl), Agenzia: “Missione all’apparenza sovra umana”
Biondi (Miur): “Al via l’iniziativa adotta la micro azienda, per gli studenti”

ESSENZIALI
Agenda digitale italiana: lo stato dell’arte tra decreto e altre norme
Le tempistiche dell’Agenda
Tutte le lacune del decreto
Risparmi per 20 mld e maggiori entrate per 5 mld in tre anni grazie all’Agenda. Ma solo in potenza
La rivoluzione digitale per non perdere il nostro welfare
Editoria anti innovativa, scuole poco connesse: fermi al palo i testi digitali
Agende digitali d’Europa, ogni Paese va per conto proprio.

Brevettare l’umano

Il design che ricorre a una semiotica naturale, si sarebbe detto. Quel mondo là fuori e qui dentro la mia testa e su di me senza soluzione di continuità, quel mondo che è già linguaggio e narrazione per le sue qualità sensibili – fisiche, biologiche, chimiche. Pensate al famoso gesto cinematografico di utilizzare un osso come protesi del braccio, e colpire con più forza, un gesto vecchio di qualche milione di anni, che nasce nel dialogo tra sviluppo corporeo e habitat naturale, è come una frase nel discorso della specie umana rispetto all’ambiente di vita di questo pianeta. Impugnare qualcosa per l’uomo è naturale, e il pollice opponibile è proprio una nostra caratteristica (non siamo gli unici), e le forme del fare che una mano permette hanno condizionato nei millenni il nostro pensare, vadasé.
E se vedo una foto piccolina sullo schermo di un smartphone mi viene abbastanza naturale provare a ingrandirla stiracchiandola con due dita. Come se fosse di pongo, elastica. L’ho già fatto con altre cose, nel corso della mia vita. Si può fare certo in altri modi, dipende da quale concetto guida la tua mano, per come il nostro vivere in un ambiente naturale e sociale dipenda dalle metafore del “funzionamento” della realtà che abbiamo appreso. Esistono le porte, esistono i cardini le maniglie le serrature le chiavi. Impariamo, fissiamo il senso nelle credenze (il destino di ogni segno), automatizziamo il fare nelle abitudini, ne ricaviamo pattern di comportamenti a cui diamo vita, nell’occasione, con il nostro corpo. Un mondo significante, che giunge a noi già significante, impastato di natura e cultura.
Una volta c’erano i carri, e chi li guidava teneva le redini per gestire i cavalli. Un oggetto millenario, il morso è un’invenzione, stringhe di cuoio comode e efficienti, per gestire un cavallo. Poi è arrivata l’automobile, e chissà perché si è deciso di utilizzare un volante come interfaccia per le azioni di sterzo. Oppure due leve, o una cloche, quello che volete. Tanto sono tutte macchine che realizzano tecnologicamente una metafora e un modello di intervento sulla realtà, e ci risultano facili da apprendere, proprio perché basate su semiotiche del mondo naturale. Alto-basso, destra-sinistra, vicino-lontano. Un volante, tondo, che gestisce in modo analogico l’angolo di sterzata delle gomme, e un bambino di due anni non ha difficoltà a gestire la complessità cognitiva e motoria del gesto.
E nessuno che io sappia ha provato a brevettare il volante.
Mentre qui ora si brevettano i gesti, dice Luca DeBiase. I gesti diventano proprietà.
Le interfacce diventano trasparenti perché vanno a cercare i gesti nelle grammatiche del corpo, e picchiettare o zoomare con due dita sono i fonemi o le sillabe del linguaggio della mano, come stringere a pugno o ruotare o afferrare o indicare. Siamo vicini alla soglia bassa della semiotica, dove la cultura si scioglie nel fisiologico, a sua volta frutto di un dialogo con l’ambiente della nostra forma di vita, dei nostri geni. 
Credo si potrebbe arrivare al “darsi al mondo”, al nostro essere gettati in una vita, con un corpo. E quei gesti diventano manipolazione del mondo, e quindi segno, e quindi valore. Universale, perché credo nessuno sul pianeta abbia trovato assolutamente inconcepibile l’operazione di zoomare con due dita.
E insomma, non si brevetta questa roba qui.

Ma se i gesti naturali possono diventare proprietà intellettuale vuol dire che qualcosa sta andando storto.

Il punto è che la proprietà intellettuale è diventata un campo sofisticatissimo nel quale si intrecciano brevetti e copyright, marchi e segreti industriali, storytelling e pubblicità. Ogni nuova piattaforma digitale è in realtà un mondo di senso, abilitato da funzionalità tecniche ma utilizzato in base a una metafora che a sua volta discende da un’identità e una narrazione e si comprende solo attraverso un design. Non se ne esce facilmente.

Balletti situazionali dentro i social

C’è un candidato alla carica di Sindaco in una città del nordest che dichiara in pubblico di non essere credente, qualcun altro della parte avversa monta in video un confronto tra quella asserzione e le sue info su Facebook, dove invece il candidato si dichiara cattolico. Poi ovviamente si continua, le campagne elettorali sono calde, si arriva a insinuare che il candidato non conosca la coerenza, sia opportunista nell’adeguarsi ai diversi contesti.

Il video a sua volta circola su FB, e lì la riga di commenti, e gli argomenti spaziano dall’esistenza di Dio alle politiche di innovazione all’importanza dell’essere onesti su Facebook (?) al metteteci voi quel volete, avete presente, in un thread ovunque esso sia, fosse un forum dieci anni fa o una riga di commenti su un social, si può sempre arrivare a parlare di qualsiasi cosa partendo da un argomento random.

Emergono visioni. Contano molto le cose che scrivi su facebook, la gente ti va a vedere e poi si ritiene ingannata, a esempio. Oppure ci sono quelli che provano a avere uno sguardo sempre un po’ consapevole sulla discussione stessa, e cercano continuamente di riportare in carreggiata il discorso. Pochezza e fastidio, ben disseminate. 

Eppure quella è una discussione politica, colta nel momento in cui i partecipanti all’evento comunicativo rivendicano per le posizioni espresse dai propri argomenti una liceità a essere prese in considerazione come proposte effettive in una dimensione civica, come linee programmatiche, come espressione di un sentire collettivo.

O meglio, qui siamo dove un io pronuncia “noi” per aderire proprio a una linea.

In questa situazione c’è un moto verso l’esterno, un espandersi. La morale di un personaggio s’ingigantisce nelle sue parole, i termini vengono generalizzati, e subito quella morale diventa un’etica.

Immaginate il tipo che parla a voce alta al bancone del bar: quella è la dimensione minima della comunicazione politica. Due che parlano in pubblico, è già sufficiente. Lì vengono esposte prese di posizione rispetto alle tematiche, lì per la prima volta rispondendo a qualcuno affermiamo qualcosa che poi ci connoterà per gli altri e ai nostri stessi occhi; lì nel palcoscenico dell’informazione e della relazione troviamo conferme oppure le novità che nutriranno le nostre idee, le nostre credenze, i nostri atteggiamenti.

Questo succede da sempre. Ci sono sempre i capannelli di persone che chiacchierano nelle piazze di tutto il mondo. Dentro un gigantesco meccanismo planetario (con tempi di funzionamento pluriennali, fino a ieri) di elaborazione dell’opinione pubblica le posizioni individuali di quel personaggio al bar o di quei capannelli convergeranno dentro una retorica pubblica già organizzata secondo consorterie e linee di discorso storiche, quegli elenchi di cose di cui parliamo da sempre, come Dio Anima Mondo e il culo delle donne e degli uomini. 

C’è tutto un rimescolio dentro il calderone della socialità.

Che adesso vediamo, possiamo osservare, porre dinanzi a noi come oggetto di analisi. Nella parole scritte sullo schermo, che hanno diverso impatto rispetto a quelle pronunciate in presenza (non c’è memoria) oppure scritte sulla carta (lentezza della discussione). Esponiamo i visceri della pubblica conversazione, dove sta ancora avvenendo l’assimilazione delle informazioni e delle opinioni, dove le idee germinano e cominciano a scorrere nel flusso della socialità.

Facebook è un social. Lì dentro (purtroppo è FB, ce ne vorrebbe un altro migliore, ma al momento siamo lì) la gente si esprime normalmente. Fate i distinguo, ma rimane che quelle discussioni nei bar e nei salotti che da sempre accompagnano la specie umana diventano visibili. Avevamo sempre potuto guardare soltanto la chioma degli alberi, ora possiamo scrutare anche nel sottobosco. Oppure gorghi, vortici su uno specchio d’acqua continuamente rimescolata, l’insieme delle conversazioni, l’attrazione.

Molti dicono appunto “la pancia”, per dire che forse questo osservare il farsi non è di qualità, molto meglio aspettare che dal pentolone affiorino configurazioni di discorso più strutturate, riconoscibili, quelle che poi diventano l’opinione pubblica in quanto ufficialmente versione narrata dai media.

Ma lì, in una discussione al bar o nei commenti di un video su Facebook, c’è la scintilla del cambiamento, lì costruiamo noi stessi, ci esprimiamo, siamo e diamo voce e inneschiamo azioni.

Poco da dire: questo osservare i momenti aurorali di una situazione comunicativa interpersonale, l’allestimento dei ruoli, le rispettive posture, le strategie linguistiche, le scelte lessicali, la stilistica del discorso social, mi rapisce sempre.

Ri-Eco-lo

Umberto Eco torna a parlare della Rete, ovviamente male. Speriamo di non vederlo costretto a passare la pensione leggendo romanzi cavallereschi e combattendo mulini a vento… oppure speriamo sappia infine rovesciare l’arazzo (sempre Cervantes) per comprendere il vero disegno formato da trama e ordito, osservandolo dalla parte giusta.
Comunque, ne parla anche Sofri qui, riprendendo questa Bustina di Minerva.
Di mio, ho già dato. Ho provato a interpretare la visione di Eco qui, un anno fa su questo stesso blog, e recentemente qui, sul blog dei NuoviAbitanti.
Mi soffermo solo su una frase da lui scritta: “Ormai Internet è divenuto territorio anarchico dove si può dire di tutto senza poter essere smentiti.”
A me sembra che la frase si riferisca all’editoria pre-internet. Provate a sostituire “Internet” con “editoria”. Se uno psicologo per esempio nel 1986 avesse scritto una castronata in un suo libro, cosa avrei potuto fare io per smentirlo? Scrivere un libro? E chi lo avrebbe pubblicato, visto che non sono un docente universitario o uno psicologo di fama? Avrei potuto scrivere un saggio di psicologia e vederlo pubblicato su una rivista scientifica? Cosa avrei potuto fare, scrivere una Lettera al Direttore in un giornale di provincia? La stessa asimmetria nell’autorevolezza della fonte avrebbe compromesso la mia posizione teorica di opposizione, la diffusione e quindi il “valore” percepito sarebbero automaticamente stati ben inferiori.
Dalla reputazione, autorevolezza, non il contrario. Questa è Rete. E la reputazione viene sia dalla qualità dei contenuti che hai saputo esprimere nel tempo, sia dall’atteggiamento di apertura alla conversazione che traspare dal modo  e dallo stile con cui abiti su Web.
Mi vien poi da pensare che per me e per molti che come me da anni cercano di capire cosa sia la Rete, la bellezza di Internet sta esattamente nel contrario di quanto espresso da Eco: innazitutto è finalmente il territorio dove TUTTI possono dire TUTTO e essere letti da TUTTI (senza soglie industriali/editoriali, senza costi di pubblicazione per l’autore e di lettura per il fruitore), e soprattutto è il Luogo dove CHIUNQUE può smentirti, pensa un po’.
Talvolta ti contraddicono a torto, e puoi sempre confutare la critica impegnandoti nel dialogo per lasciar rifulgere la Verità autoevidente e fiammeggiante, talvolta ti contraddicono a ragione, poggiando su fatti e riferimenti inoppugnabili. Scoccia un po’, devi far marcia indietro e riconoscere l’altrui punto di vista, ma di certo lo Scibile umano s’incrementa. Proprio nel confronto intersoggettivo – come nell’etica scientifica, appunto – stiamo contribuendo a incrementare il patrimonio di Conoscenza complessivo posseduto dalla specie umana, foss’anche nei commenti di un blog sperduto eppure sempre raggiungibile da tutti. Una stortura in più che viene raddrizzata, dal primo stupido che passa e vede l’errore, lo fa notare, avviene il riconoscimento e  il patteggiamento da parte dell’Autore che onestamente modifica il suo scritto, e l’Umanità ne guadagna.
Questa io non la chiamo anarchia, la chiamo “emergenza di valori di verità* nei sistemi di credenze diffusi, grazie a un fare comunitario collaborativo”. Una negoziazione. Io non vedo disordine, vedo nuove forme del Sapere, diversamente organizzate.
E quel verbo modale, quel “senza poter essere smentiti”, ancora una volta, rivela la non-comprensione di Eco rispetto a quanto sta succedendo qui dentro. O il suo non-voler riconoscere le nuove regole della Società della Conoscenza.
* non fatemi fare lo spiegone su cosa sia la verità. Vi basti il fatto che l’ho scritto minuscolo.

Maledetta pareidolia

Leggevo quest’articolo del Gazzettino, e ovviamente guardavo le facce dei due tipi.
Favorevole anch’io a tenere pulito il brand Dolomiti, mi ero già fatto un filmone in testa sull’educato competente asettico propositivo giovane altoatesino e sul loffio mafiosetto exdemocristiano veneto bellunese, e mi dicevo “toh, vedi che Lombroso qualche volta ci piglia”.
E invece ho googlato il nome del tipo, e ho scoperto che quelli nella foto erano il contrario di quello che io pensavo. Quello della foto di destra è quello che io pensavo fosse il cattivo, e invece era il buono, e viceversa.
Ho proiettato tutto il film, chiaro, fino alla fine. Fino alla manata sulla fronte che mi sono dato.
Fino a questo post.
Tag: apofenia, pareidolia, automatismi, credenza, profezia autoverificantesi, proiezione, codici interpretativi, isotopia

Horse Latitude

Come già l’altr’anno, oggi sono andato a Pordenone nel liceo dove insegna Pier e lui assente (saluto i prof che erano presenti, Alessandro e Enrico) ho tenuto la mia lectio magistralis sul Senso della Cultura Tecnologica moderna e dell’Abitare sociodigitale, secondo approccio gangherologico. Dilagando per quasi tutte le due ore, e studenti e studentesse che eravate presenti commentate pure questo post, o qualunque altro, per farmi domande relative o no.
Sono andato anche a mangiare pastalpesto e due fritole a casa di Sergio, quindi non sono nemmeno uscito dalla modalità “digital world” che avevo settato mentalmente per fare lezione nella mattinata e ho continuato per due ore a chiacchierare amabilmente in gergo da webaddicted.

In realtà, questo post era per prendere appunti.
Qui Gigi Cogo racconta delle dinamiche del web 2.0 a supporto dei servizi di eGovernment, e riesce a illustrare il farsi strada dei nuovi approcci comunicativi, delle nuove necessarie posture conversazionali nella cultura di gruppo delle Pubbliche Amministrazioni.

Carlo Infante su PerformingMedia espone e suggestionea incastrando bene le pratiche di Rete, di multimedialità e di territorio dentro i nuovi scenari che geoblogging e media locativi rendono visibili e vivibili – “scrivere storie nelle geografie”. Carlo andrebbe con la forza costretto a produrre idee relative a possibili applicazioni ev’ryday-life delle tecnologie georeferenziali, a inventarsi situazioni e messe in scena di comportamenti umani interfacciati.

Sergio Maistrello mette giù un sacco di idee sulle nuove dinamiche del giornalismo più o meno web e sul problema della disintermediazione della comunicazione istituzionale, partendo dalla riorganizzazione profonda dei modi di interpellazione dell’interlocutore e dei contenuti espressi dai siti governativi americani in seguito all’elezione di Obama.

Poi avevo messo da parte una serie di link su argomenti tipo “tracciabilità”, ovvero indicazioni su argomenti che riuscissero a mostrare qualcosa di robe come mappature di comunità (indifferentemente su terra, web o supporti mobili), borghi digitali, webcittadinanza, utilizzo di cellulari come sensori (ne parlavo qui), anzi i cittadini stessi sono i sensori, ma si può mettere dei rilevatori anche sui piccioni e farli comunicare in tempo reale su wifi cittadino le condizioni ambientali (quota di anidride carbonica, per esempio) dei quartieri. Trovate tutto qui, da Vodaphone.

La Nokia non sta ferma, figuriamoci, e come sappiamo dopo Nokia Sensors per rilevamenti ambientali (cerchiamo di fornire contesto al nostro dire, mettiamo dentro il messaggio il più possibile della situazione enunciativa) lancia MyMobile, che però è un webserver da mettere dentro il nostro telefonino, così possiamo arrivarci dentro via web, navigando. Ma siccome sul telefono è possibile mantenere ad esempio gallerie fotografiche pubbliche di foto nostre originali, oppure fare un blog (sì, dentro il cellulare) o condividere un calendario, ecco che abbiamo per le mani un modo nuovo di “darsi” degli individui dentro la rete, innescando community (frequentazioni, partecipazioni, appartenenze) basate sulle reti cellulari.
Esistono anche le community geograficamente strettissime, ad esempio quelle basate sullo scambio bluetooth tra i cellulari, così quando entrate in discoteca o in pizzeria avete già sul visore del telefono la mappa situazionale dei personaggi presenti, con i loro profili, e strumenti di interazione. Esempio di queste tecnologie sono Mobiluck e Crowdsurfer, e anche i cellulari social sono cosa che già abita il presente, anche se al momento servono a cuccare in modo creativo.

Ancora tre link: urban-atmospheres.net locative-media.orge urban-atmospheres.net
per ragionare sempre di nuove forme di abitanza digitale, interessanti. La locuzione “media locativi” non mi sembra male, peraltro.

Chiaramente, mentre sto per chiudere il post arriva Google (ne parlano qui) con il suo nuovissimo GoogleLatitude, che appunto è un marcatore social di presenza basato su Google Maps. Scaricate il nuovo GMaps 3.0 per cellulari, lui rileva la vostra posizione sul pianeta via GPS o sui wifi o sulle reti cellulari, e la riporta sulle mappe satellitari. Poi spedite l’invito ai vostri contatti gmail, quelli che volete, e anche loro se accettano compariranno come avatar sulla mappa geografica, simboleggiando la loro posizione (la quale può essere anche mentita, impostando una posizione manualmente). La mappa poi la vedete sul cellulare o anche via web (non italia ancora), come widget dentro la iGoogle.

Se per districarvi tra tutte queste indicazioni e suggestioni vi serve una mappa mentale, traggo da qui alcune indicazioni di Buzan in persona su come impostare i nodi di primo livello.

Here are some additional tips from Buzan on the types of words that tend to make effective basic ordering ideas:

  • Divisions: chapters, lessons or themes
  • Properties: characteristics of things
  • History: a chronological sequence of events
  • Structure: how things are formed or arranged
  • Function: what things do
  • Process: how things work
  • Evaluation: how good, beneficial or worthwhile things are
  • Classification: how things are related to each other
  • Definitions: what things mean
  • Personalities: what roles or characters people have

Retrofuturo web

La personalità di un bambino comincia a formarsi da quando è ancora in pancia. Anzi, la personalità del bambino comincia a formarsi nel pensiero dei suoi genitori, dentro una relazione, prima ancora del concepimento.

Qui un servizio televisivo di un tg americano del 1981 parla del nostro web, “chissà che mondo sarà quello in cui a colazione leggeremo le nuove sullo schermo di un personal computer”.

Che poi, quand’è finita quella tonalità futuro-progresso-startrek-ottimismo con cui si dipingevano le notizie tecnologiche negli anni Settanta e anche primi Ottanta? Son passati BladeRunner e il cyberpunk e hanno steso una vernice cupa a rivestire tutto? Quale intellettuale opinionleader gatekeeper quindici o vent’anni fa ha magari ripreso in mano quell’Heidegger storto che non aveva ancora capito bene la Tecnica, per tuonare – come nei temi in terza media sulla bomba atomica – contro la tecnologia disumanizzante che ci circonda e ci pervade? Perché d’un tratto questa svolta disforica, nel clima narrativo della webStoria? E’ possibile risalire alle scintille iniziali, che hanno impresso poi connotazione negative alle vicende successive contribuendo a costruire il frame cognitivo dentro cui avremmo interpretato i cambiamenti sociali legati alla nascita di Mondo 2.0? Ci sarebbero state anche da sopportare tutte le sciocche retoriche scandalistiche e criminalizzanti riguardo il web, a fine Novanta, e sappiate che “la mafia usa la posta elettronica”, tanto per dire, è affermazione che farebbe la sua disinformativa figura anche dentro un TG qualunque di questa sera.

“Imagine, if you will, sitting down to your morning coffee, turning on your home computer to see the day’s newspaper. Well, it’s not as far-fetched as it may seem.”

via MatteoBaldan

Easy money

Terra e cielo, dell’essere e del fare accogliente semplicità e creativa facilità, simboli.

Uno poi può anche tentare di fare il guru, tipo con il GTalk badge, ma servirebbe un pagamento semplice e facile per pagare, poco e spesso, una consulenza professionale che vive negli interstizi della rete, tra le nicchie. Qui è tutto fatto a nicchie, ci saran degli interstizi, non posso credere che il Tutto sia disposto a celle d’ape, esagonali. Se invece ci sono ampie distanze tra le nicchie, sicuramente un giorno salteranno fuori le internicchie di internet, e allora il linguaggio avrà una volta ancora raggiunto il suo scopo supremo, farci ridere di come nomina le cose.

Quindi si dovrebbe puntare su dei sistemi di pagamento aggiornati.
Intanto vorrei poter essere pagato come il Telethon, con versamenti di 2 euro per ogni sms che mi mandano al numero che dico io, anzi allestirei cinque numeri diversi con quote diverse di pagamento. O un sms con la parola “pago” e due euro salgono sul mio conto, tolte le spese eh. Tutto tracciato, emetto fattura.

Anche poter commutare una normale telefonata in consulenza professionale, con compenso immediato, sarebbe simpa. I due interlocutori ad un certo punto digitano un numeroverde e qualche codice, che identifica l’IBAN del committente e del cliente e poi spedisce ai due, direttamente alla loro banca, una mail quale segno dell’avvenuta transazione. A quel punto ciascuna delle due parti, a telefonata conclusa, riceve un sms dalla propria banca con la richiesta di autorizzazione al bonifico, si autorizza e festa finita. Un servizio delle banche, dovrebbe essere, e gratuito, visto che è automatizzabile.

E a questo punto sarebbe simpatico anche una specie di carrello della spesa giornaliero, così mentre naviga la gente cliccando compra un libro o una consulenza di dieci minuti, e alla sera controlla su una pagina della propria banca online le richieste di pagamento disseminate sul web, e autorizza effettivamente per ciascuna l’esborso.

Leenti.

De gangherologia

Ormai la notizia è pubblica, non devo tacere.
Sempre su Bordopagina, trovate anche un ottimo commento/resoconto delle tematiche affrontate, a cura di Roberto.

Insomma, l’altro ieri mattina sono andato a Pordenone, al Liceo, dove ho tenuto pubblica concione nella mia ieratica veste di guru gangherologo.
Sottolineo: sono stato ufficialmente invitato a parlare di gangherologia in una classe del Liceo. LOL.
Perdonate, ma sono soddisfazioni.

Ringrazio di cuore Piervincenzo, un prof. che senza dubbio lascerà segni indelebili di passione per le cose umanistiche a generazioni di studenti pordenonesi, e tutti quei diciassettenni che hanno avuto pazienza e fiducia nell’immancabile arrivo di una campanella che li liberasse dall’obbligo di starmi ad ascoltare, mentre ovviamente cercavo di liofilizzare qualche millennio di storia umana in due ore di cabaret.

Questo post, questo blog rimane per quegli studenti un luogo di libera espressione, per riflessioni e approfondimenti attinenti. Altresì mi dichiaro disponibile a partecipare ad eventuali discussioni da voi intraprese sui vostri blog, sui vostri ambienti scolastici di socialità digitale.

Argomenti: semiotica, leggibilità del mondo, abitudine e forme della conoscenza, analisi di testi massmediatici, antropologia dell’online, generazioni biodigitali, citizen journalism, dinamiche affettive e strategie identitarie dei gruppi (in presenza e online), testo&contesto, grammatiche situazionali, circostanze di enunciazione, Territorio come ipertesto, dinamiche di Abitanza biodigitale.

Si tratta, in fondo, di linguaggi e di grammatiche. Qualcuno alle elementari ci spiega la grammatica della lingua che parliamo, ma nessuno ci racconta da piccoli le grammatiche dei telefilm, delle riunioni condominiali, delle decorazioni delle torte nuziali, dell’astrologia, della moda, dell’economia, degli schemi strategici delle partite di calcio, dei rituali e dei cerimoniali, delle autostrade e dei comportamenti degli automobilisti, la grammatica della idee e quella del dialogo millenario delle collettività umane con i territori su cui abitano, collettività peraltro spesso inconsapevoli della propria impronta ecologica. Questi mille linguaggi che parliamo, linguaggi dentro cui siamo nati, talvolta ci parlano. Noi siamo parlati. Cioè, dicono loro delle cose al posto nostro. Ci agiscono.
E se non possediamo le grammatiche, siamo meno efficienti nel maneggiare operativamente quel linguaggio: magari sappiamo, ma non sappiamo di sapere, non avendo mai nominato quel linguaggio nelle sue parti componenti e nella sua sintassi.

Oppure talvolta siamo tutti concentrati sul testo, sul messaggio, e non badiamo al contesto. Non badiamo alle altre persone e alla circostanza dell’enunciazione, quella situazione reale e concreta in cui quelle parole diventano suono, il progetto diventa edificio, l’emozione diventa gesto.

  • Un testo che sicuramente oggi necessita di re-interpretazione è l’Io, per lo meno nelle sue parti sociali. La nostra identità è biodigitale: traiamo come sempre senso di noi stessi dai flussi comunicativi che ci avvolgono, ma gli strumenti tecnologici di cui disponiamo (Rete, cellulari, flussi audiovideo, reperibilità continua) ci impongono di ripensare le dimensioni antropologiche delle nostre personae, essendo cambiato il ritmo e la quantità di informazioni/relazioni che intratteniamo con gli altri e con il mondo.
  • L’altro testo assolutamente da riconsiderare è il Territorio, da intendere come Ambiente Costruito, e la sua relazione (dialogo) millenaria con le collettività che lo abitano: anche in questo caso è necessario provvedere nuove competenze “linguistiche”, nuovi codici interpretativi (Cultura Tecnoterritoriale) per una corretta lettura/scrittura delle dinamiche abitative in cui siamo coinvolti, dei flussi nomadici o stanziali che attraversiamo nel nostro risiedere sia nel mondo fisico sia nei nuovi Luoghi di Abitanza digitale.
  • L’acquisizione di nuovi strumenti di decodifica della realtà nella sua complessità dovrebbe auspicabilmente portare gli individui e le collettività a una nuova forma di consapevolezza di sé, dove vengono riconosciute l’importanza dell’autopoiesi e le strategie da adottare per progettare un Ben-Stare (concreta forma di ben-essere) fondato sulla tensione etica dell’aver cura degli ambienti di crescita e di vita delle generazioni biodigitali.