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Reti energetiche, reti telematiche

Mantellini commenta su Nova/Sole24ore un interessante libro di Nicholas Carr

Sembra partire da lontano l’ultimo saggio di Nicholas Carr (The Big Switch, W.W Norton & Company, pg 278), per la precisione dalla seconda metà del diciannovesimo secolo quando Thomas Edison iniziò ad immaginare come sostituire i sistemi di illuminazione a gas, da lui definiti “barbari ed inutili”, con quelli elettrici. Eppure Carr non è uno storico della rivoluzione industriale ma un noto giornalista e blogger americano che si occupa da anni di nuove tecnologie e la ricostruzione storica di quel passaggio dal gas alla elettricità è una formidabile metafora per sostenere la tesi principale del libro, quella secondo la quale lo sviluppo della rete Internet ripropone oggi alcune delle tematiche di svolta che caratterizzarono la nascita dei primi grandi impianti elettrici nell’America della fine dell’ottocento.

Secondo Carr il contesto tecnologico odierno assomiglia in maniera significativa a quello di allora, quando nel giro di pochi decenni la produzione di energia elettrica da centralizzata e limitata (ogni grande stabilimento industriale aveva iniziato a prodursi in proprio la corrente attraverso gigantesche dinamo all’interno delle fabbriche) diventò distribuita ed ubiquitaria e la corrente elettrica, resa disponibile da grandi società comunali in città come New York e Chicago, iniziò a raggiungere capillarmente prima le aziende, poi le strade delle città e infine ogni singola abitazione privata. Questo primo “switch” fu allora in grado di generare una serie impressionante di grandi cambiamenti tecnologici, economici e sociali che sono proseguiti incessanti fino ai giorni nostri. Alla stessa maniera oggi il “computing” sta trasformandosi da pratica locale e privata (iniziata nel dopoguerra con i primi grandi calcolatori e poi proseguita con la nascita dei personal computer) in qualcosa di totalmente differente che trova nel network la sua stessa ragione di esistere. L’era dei PC, a pochi decenni dalla sua nascita, si è nel frattempo trasformata in una nuova era, dove la connessione alla rete diventa il fulcro attorno al quale gravita ogni singola attività. Esattamente come accadde all’elettricità all’inizio del XX secolo, Internet ha dato il via ad una nuova inattesa “era dell’utility”.

“Ciò che la fibra ottica fa oggi per i computer – scrive Carr – è esattamente ciò che le reti di corrente alternata fecero per l’elettricità: resero la sede dell’apparecchiatura ininfluente per l’utente”.

Ma non solo: così come avviene oggi con la rete Internet dove ogni tipo di computer e di singola informazione digitale convive con altre di tipo differente, anche allora macchine diverse e incompatibili poterono iniziare a lavorare all’interno di un unico sistema. La stessa armonia dei tempi delle prime reti elettriche si ripete oggi dentro i protocolli delle reti di computer.
I sillogismi non finiscono qui. Quando la rete elettrica iniziò a diffondersi, esattamente come avviene ogni qualvolta si iniziano a sperimentare nuove emozionanti tecnologie, la società del tempo caricò di grandi aspettative la rivoluzione in atto. Le macchine elettriche – si scrisse allora – avrebbero reso possibile il controllo degli eventi atmosferici, correnti magnetiche diffuse ad arte nelle abitazioni avrebbero “dissipato tempeste domestiche e assicurato l’armonia familiare”, nuovi sistemi di comunicazione avrebbero praticamente eliminato le distanze. Insomma se è fuori di dubbio che la disponibilità di corrente elettrica a basso costo creò grandi benefici alla popolazione (lo stesso sviluppo dei media come la radio e la TV discende da quel primo passo) si può affermare senza paura di essere considerati luddisti, che gli effetti raggiunti non furono a livello delle aspettative riposte.
Ed è forse in questa capacità di analisi l’aspetto più interessante del saggio di Carr che potremmo definire un tecnoentusiasta con i piedi per terra, capace di descrivere i grandi mutamenti indotti dalle tecnologie riuscendo lo stesso ad analizzarne i limiti e gli eccessi retorici.

Se “Dio e’ il grande elettricista” come scrisse nel 1913 Elbert Hubbard, uno dei fondatori delle prime società professionali legate al business dell’elettricità, cosa dovremmo dire della rete Internet e delle grandi aspettative che oggi in essa riponiamo?

Così se da un lato Carr spende la parte centrale del libro a descrivere il World Wide Computer, vale a dire la nuova declinazione tecnologica che prevede la migrazione in rete di gran parte delle applicazioni e della capacità di calcolo fino a ieri residenti nei nostri PC, cosi come di ogni altro servizio e informazione, non mancano alcuni importanti accenni alla necessità di osservare questi sconvolgimenti tecnologici con occhio il più possibile neutrale.

Il “computer in the cloud” come Eric Schmidt di Google definisce oggi il passaggio della intelligenza dei PC a quella della rete Internet, è oggi fonte di grandi entusiasmi e di altrettanto grandi (pur se meno sottolineate) preoccupazioni.

Se da un lato Internet viene vista da alcuni come una “interfaccia per la nostra civilizzazione” o “un apparato cognitivo e sensitivo capace di superare ogni precedente invenzione” o ancora “una nuova mente per una vecchia specie” come scriveva Kevin Kelly in un euforico articolo su Wired nel 2005, osservare le aspettative che cent’anni fa riponevamo sull’elettricità forse può farci sospettare che il nostro futuro cibernetico potrà essere qualcosa meno di un nuovo Eden.

Da un punto di vista economico per esempio il World Wide Computer fornisce un sistema assai efficiente per concentrare il valore economico creato da molti (i cosiddetti “contenuti generati dagli utenti”) nelle mani di pochissimi. Perfino la creazione di infinite nicchie di interesse legate alla “coda lunga” e l’enorme aumento delle fonti informative disponibili presentano aspetti di stress ancora da risolvere, specie nel campo editoriale dove i rapporti fra editori ed inserzionisti online condizionano sempre più la qualità dei contenuti prodotti. Il rischio concreto, secondo Carr, è che la cultura dell’abbondanza prodotta dal World Wide Computer si trasformi in una cultura della mediocrità, un ambito di conoscenza certamente assai vasto ma estremamente superficiale.
Nel 1995 Nicholas Negroponte nel suo saggio “Essere digitali” scriveva che “le tecnologie digitali possono essere una spinta naturale verso una maggiore armonia del mondo” eppure per molti versi la diffusione della rete Internet sembra aver accentuato la polarizzazione fra differenti punti di vista e segmentato in maniera cospicua le attitudini e i luoghi di residenza dei suoi abitanti.

Ad ogni cambio generazionale e tecnologico – scrive Carr nell’epilogo del suo testo – cancelliamo la memoria di ciò che è andato perduto e manteniamo solo la percezione di quanto invece abbiamo guadagnato: cosi facendo rinnoviamo l’illusione che il luogo nel quale siamo ora sia davvero il luogo nel quale avremmo voluto essere.
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http://www.roughtype.com/
http://www.nicholasgcarr.com/bigswitch/

Intervista a Jeremy Rifkin

Il blog ha intervistato Jeremy Rifkin, autore di fama mondiale, tra i suoi libri: “Economia all’idrogeno”.
Il mondo che conosciamo sta cambiando in fretta. Il petrolio sta finendo. L’energia avrà due caratteristiche: sarà rinnovabile, come il sole e il vento, e distribuita. Ognuno di noi potrà creare la propria energia e metterla a disposizione degli altri in rete.

“Ora, al tramonto [della seconda rivoluzione industriale] ci sono alcune situazioni davvero molto critiche. Il prezzo dell’energia sta drammaticamente salendo e il mercato mondiale del petrolio si è appena avviato al suo picco di produzione. I prezzi del cibo sono raddoppiati negli ultimi anni poiché la produzione di cibo è prevalentemente basata sui combustibili fossili. Appena raggiungeremo il picco della produzione di petrolio, i prezzi saliranno, l’economia globale ristagnerà, avremo recessione e ci saranno persone che non riusciranno a mettere in tavola qualcosa da mangiare. Il “picco del petrolio” avviene si è usato metà del petrolio disponibile. Quando questo avverrà, quando saremo all’apice di questa curva, saremo alla fine dell’era del petrolio perché il costo di estrazione non sarà più sostenibile. Quando arriveremo al picco? L’ottimista agenzia internazionale per l’energia dice che ci arriveremo probabilmente attorno al 2025-2035. D’altra parte negli ultimi anni alcuni dei più grandi geologi del mondo, utilizzando dei modelli matematici molto avanzati, rilevano che arriveremo al picco tra il 2010 e il 2020. Uno dei maggiori esperti sostiene che il picco è già stato raggiunto nel 2005.

Ora, il giacimento del Mare del Nord ha raggiunto il picco 3 anni fa. Il Messico, il quarto produttore mondiale, raggiungerà il picco nel 2010, come probabilmente la Russia. Nel mio libro, Economia all’idrogeno, ho speso molte parole su questa questione. Io non so chi ha ragione, gli ottimisti o i pessimisti. Ma questo non fa alcuna differenza, è una piccolissima finestra.

La seconda crisi legata al tramonto di questo regime energetico è l’aumento di instabilità politica nei Paesi produttori di petrolio. Dobbiamo capire che oggi un terzo delle guerre civili nel mondo è nei Paesi produttori di petrolio. Immaginate cosa accadrà nel 2009, 2010, 2011, 2012 e così via. Tutti vogliono il petrolio, il petrolio sta diventando sempre più costoso. Ci saranno più conflitti politici e militari nei Paesi produttori. Infine, c’è la questione dei cambiamenti climatici. Se prendiamo gli obiettivi dell’Unione Europea sulla riduzione della Co2, e la UE è la più aggressiva del mondo in questo senso, anche se riuscissimo a raggiungere quegli obiettivi ma non facessero lo stesso India, Cina e altri Paesi, la temperatura aumenterà di 6°C in questo secolo e sarà la fine della civilizzazione come la conosciamo.

Lasciatemi dire che quello di cui abbiamo bisogno adesso è un piano economico che sia sufficientemente ambizioso ed efficace per gestire l’enormità del picco del petrolio e dei cambiamenti climatici. Lasciatemi dire che le grandi rivoluzioni economiche accadono quando l’umanità cambia il modo di produrre l’energia, primo, e quando cambia il modo di comunicare, per organizzare questa rivoluzione energetica. All’inizio del XX secolo la rivoluzione del telegrafo e del telefono convergeva con quella del petrolio e della combustione interna, dando vita alla seconda rivoluzione industriale.

Ora siamo al tramonto di quella rivoluzione industriale. La domanda è: come aprire la porta alla terza rivoluzione industriale. Oggi siamo in grado di comunicare peer to peer, uno a uno, uno a molti, molti a molti. Io sto comunicando con voi via Internet. Questa rivoluzione “distribuita” della comunicazione, questa è la parola chiave: “distribuita”, questa rivoluzione “piatta”, “equa” della comunicazione proprio ora sta cominciando a convergere con la rivoluzione della nuova energia distribuita. La convergenza di queste due tecnologie può aprire la strada alla terza rivoluzione industriale. L’energia distribuita la troviamo dietro l’angolo. Ce n’è ovunque in Italia, ovunque nel mondo. Il Sole sorge ovunque sul pianeta. Il vento soffia su tutta la Terra, se viviamo sulla costa abbiamo la forza delle onde. Sotto il terreno tutti abbiamo calore. C’è il mini idroelettrico. Queste sono energie distribuite che si trovano ovunque. L’Unione Europea ha posto il primo pilastro della terza rivoluzione industriale, che sono le energie rinnovabili e distribuite.

Primo, dobbiamo passare alle energie rinnovabili e distribuite. La UE ha fissato l’obiettivo al 20%. Secondo, dobbiamo rendere tutti gli edifici impianti di generazione di energia. Milioni di edifici che producono e raccolgono energia in un grande impianto di generazione. Questo già esiste. Terzo pilastro: come accumuliamo questa energia? Perché il Sole non splende sempre, nemmeno nella bellissima Italia. Il vento non soffia sempre e le centrali idroelettriche possono non funzionare nei periodi di siccità. Il terzo pilastro riguarda come raccogliamo questa energia e la principale forma di accumulo sarà l’idrogeno. L’idrogeno può accumulare l’energia così come i supporti digitali contengono le informazioni multimediali. Infine, il quarto pilastro, quando la comunicazione distribuita converge verso la rivoluzione energetica generando la terza rivoluzione industriale. Prendiamo la stessa tecnologia che usiamo per Internet, la stessa, e prendiamo la rete energetica italiana, europea e la rendiamo una grande rete mondiale, come Internet.

Quando io, voi e ognuno produrrà la sua propria energia come produciamo informazione grazie ai computer, la accumuliamo grazie all’idrogeno come i media con i supporti digitali, potremo condividere il surplus di produzione nella rete italiana, europea e globale nella “InterGrid”, come condividiamo le informazioni in Internet. Questa è la terza rivoluzione industriale. Io lavoro con molte tra le più grandi aziende energetiche del mondo, come consulente. Lasciatemi fare una considerazione in termini di business, non in termini ideologici. Non credo che l’energia nucleare sarà significativa in futuro e credo che sia alla fine del suo corso e qualsiasi governo sbaglierebbe a investire nell’atomo. Vi spiego le ragioni. Non produciamo Co2 con gli impianti nucleari, quindi dovrebbe essere parte della soluzione ai problemi climatici. Ma guardiamo ai numeri. Ci sono 439 impianti nucleari al mondo, oggi, che producono solo il 5% dell’energia che consumiamo. Questi impianti sono molto vecchi.

C’è qualcuno in Italia o nel mondo che davvero crede che si possano rimpiazzare i 439 impianti che abbiamo oggi nei prossimi vent’anni. Anche se lo facessimo continueremmo a produrre solo il 5% dell’energia consumata, senza alcun beneficio per i cambiamenti climatici. E’ chiaro che perché ne avesse, dovrebbero coprire almeno il 20% della produzione. Ma perché la produzione di energia sia per il 20% nucleare, dovremmo costruire 3 centrali atomiche ogni 30 giorni per i prossimi 60 anni. Capito? Duemila centrali atomiche. Tre nuove centrali ogni mese per sessant’anni. Non sappiamo ancora cosa fare con le scorie. Siamo nell’energia atomica da 60 anni e l’industria ci aveva detto: “Costruite gli impianti e dateci tempo sufficiente per capire come trasportare e stoccare le scorie”. Sessant’anni dopo questa industria ci dice “Fidatevi ancora di noi, possiamo farcela”, ma ancora non sanno come fare. L’agenzia internazionale per l’energia atomica dice che potremmo avere carenza di uranio tra il 2025 e il 2035, facendo cosi’ morire i 439 impianti nucleare che producono il 5% dell’energia del mondo. Potremmo prendere l’uranio che abbiamo e convertirlo in plutonio.

Ma avremmo il pericolo del terrorismo nucleare. Vogliamo davvero avere plutonio in tutto il mondo in un’epoca di potenziali attacchi terroristici? Credo sia folle. E infine, una cosa che tutti dovrebbero discutere col vicino di casa: non abbiamo acqua! Questo le aziende energetiche lo sanno ma la gente no. Prendete la Francia, la quintessenza dell’energia atomica, prodotta per il 70%. Questo e’ quello che la gente non sa: il 40% di tutta l’acqua consumata in Francia lo scorso anno, e’ servita a raffreddare i reattori nucleari. Il 40%. Vi ricordate tre anni fa, quando molti anziani in Francia morirono durante l’estate perche’ l’aria condizionata era scarsa? Quello che non sapete e’ che non ci fu abbastanza acqua per raffreddare i reattori nucleari, che dovettero diminuire la loro produzione di elettricita’. Dove pensano di trovare, l’Italia e gli altri Paesi, l’acqua per raffreddare gli impianti se non l’ha trovata la Francia?

Quello che dobbiamo fare è democratizzare l’energia. La terza rivoluzione industriale significa dare potere alle persone e per la generazione cresciuta con la Rete questo è la conclusione e il completamento di questa rivoluzione, proprio come ora parliamo in Internet, centinaia di persone sono in Internet, ed è tutto gratuito, e questi possono creare il più grande, decentralizzato, network televisivo, open source, condiviso…perché non possiamo farlo con l’energia? L’Italia è l’Arabia Saudita delle energie rinnovabili! Ci sono così tante e distribuite energie rinnovabili nel vostro Paese! Mi meraviglio quando vengo nel vostro Paese e vedo che non vi state muovendo nella direzione in cui si muove la Spagna, aggressivamente verso le energie rinnovabili. Per esempio, voi avete il Sole! Avete così tanto sole da Roma a Bari. Avete il Sole! Siete una penisola, avete il vento tutto il tempo, avete il mare che vi circonda, avete ricche zone geotermiche in Toscana, biomasse da Bolzano in su nel nord Italia, avete la neve, per l’idroelettrico, dalle Alpi. Voi avete molta più energia di quella che vi serve, in energie rinnovabili! Non la state usando…io non capisco. L’Italia potrebbe. Credo che, umilmente, quel che posso dire al governo italiano è: a che gioco volete giocare? Se il vostro piano è restare nelle vecchie energie, l’Italia non sarà competitiva e non potrà godere dell’effetto moltiplicatore sull’economia della terza rivoluzione industriale per muoversi nella nuova rivoluzione economica e si troverà a correre dietro a molti altri Paesi col passare del XXI secolo. Se invece l’Italia deciderà che è il momento di iniziare a muoversi verso la terza rivoluzione industriale, le opportunità per l’Italia e i suoi abitanti saranno enormi. Da anni seguo il tuo sito, vorrei che ci fossero voci come la tua in altri Paesi. Ha permesso a cosi’ tante persone di impegnarsi insieme…credo sia istruttivo rispetto alla strada che dobbiamo intraprendere.”

Tecnoterritorialità e promozione sociale

  • Il territorio è natura e tecnologia
  • La Tecnologia è cultura contestualizzata molto spesso mal conosciuta
  • Ogni cultura e paradigma storico esprime una propria tecnoterritorialità
  • Siamo in una società glocale e biodigitale
  • Caratteri tecnoterritoriali della società contemporanea
  • Dalla tecnoterritorialità elettromeccanica ed elettromagnetica alla tecnoterritorialità digitale e web
  • Bisogno di nuovi comportamenti e nuove organizzazioni
  • La società del meticciamento
  • La società dell’iconolese e dell’anglese
  • Il borghi digitali e la geografia digitale
  • Verso una diversa urbanistica della doppia abitanza
  • Crescere nuove generazioni in crescita
  • Necessità di antropogia, paradosso della condizione adulta contemporaneo che ‘deve’ apprendere dalle ultime generazioni
  • Rischi di perdita della prima abitanza
  • Rischi di autismo informatico e onirismo mediatico
  • Una nuova creatività: la scoperta del glocale
  • La socialità in rete
  • La necessità di essere abitanti
  • Non si può esercitare la prima abitanza senza il contatto diretto con i luoghi
  • Non si può esercitare la seconda abitanza senza l’interazione nei siti
  • Si è veri abitanti se si ha la doppia abitanza
  • In un mondo complesso non si riesce ad essere soggetti attivi se non si esprime una socialità ampia che però non può poggiare solo sulla relazionalità interpersonale
  • Occorre la dimensione socioambientale
  • Dalla democrazia rappresentativa e della delega alla democrazia partecipativa
  • Riconquista di prospettive di progettazione partecipata

Archeologia industriale

Articolo originariamente apparso sulla rivista culturale “LaBassa” n°42/2001, qui pubblicato per gentile concessione.

Parlando di Archeologia Industriale fra il latisanese e il portogruarese: le fornaci “a fuoco continuo” Hoffmann nella Provincia del Friuli tra il 1866 e il 1920
di Valentina Piccinno

L’Archeologia Industriale è un mezzo importantissimo per studiare e comprendere il passato più recente della nostra attuale civiltà industriale.

Prendere coscienza di questo passato, capirne i meccanismi e i passaggi, significa trovare una risposta a molti quesiti sul nostro stesso modo di vivere. Il termine Archeologia Industriale fu coniato in Inghilterra negli anni Cinquanta anche perché in questo periodo di cambiamento e di distruzioni non belliche, le vecchie fabbriche e le strutture di servizio venivano abbattute e ricostruite senza troppo pensarci. In Italia si cominciò a parlare di Archeologia Industriale in ambito universitario a Milano solo agli inizi degli anni Settanta e in seguito si pose l’attenzione su tutti quei manufatti che in qualche modo erano e sono testimonianze produttive del nostro passato tecnologico. I monumenti che l’archeologia annovera sono in generale tutte quelle fabbriche che si svilupparono con l’avvento dell’industrializzazione in Italia, dalle filande, per fare un esempio, alle fornaci e comunque tutti quegli edifici che applicarono le nuove tecnologie e improntarono la produzione sul concetto della continuità.

Il copioso patrimonio dell’Archeologia Industriale in Friuli presenta, dal punto di vista del linguaggio e delle forme, una fisionomia difficilmente riconducibile a schemi costanti. Gli edifici industriali della prima industrializzazione sono, in genere, sviluppati in altezza e solo in seguito si sono trasformati in costruzioni orizzontali al massimo di due o tre piani, a differenza delle fornaci che solo agli inizi del Novecento si ampliarono in altezza. Il linguaggio dell’architettura delle industrie ha anche molto attinto dalle consuetudini locali e dall’impiego di materiali reperibili in loco; nel caso delle fornaci i manufatti si presentano con forme inedite ed originali, che senza camuffamenti derivano dalle funzioni ospitate.

Le fornaci, dopo l’introduzione del forno Hoffmann, assumono caratteristiche forme allungate dalle quali fuoriesce la ciminiera con soluzioni edilizie non sempre scontate.

Delle numerose fornaci “a fuoco continuo” Hoffmann diffusesi nella Provincia del Friuli (le attuali province di Udine e Pordenone) censite in uno studio in corso di pubblicazione, poche sono rimaste a testimonianza dell’attività produttiva industriale. Il Friuli essendo terra ricca di argilla adatta alla confezione dei laterizi, nel suo paesaggio da sempre sono esistite fornaci per laterizi e per la calce.

Prima dell’introduzione del forno Hoffmann, fornaci a fuoco intermittente o provvisorie di campagna a metà dell’Ottocento in Friuli ne esistevano praticamente in ogni comune e anche successivamente, dopo l’introduzione della fornace Hoffmann, alcune fornaci provvisorie continuarono a lavorare e a produrre laterizi e calce.

Il principio di funzionamento delle fornaci provvisorie arriva da una tradizione secolare sopravvissuta praticamente immutata dove i tempi di attesa tra una cottura e l’altra variavano da cinque a trenta giorni, mentre con l’introduzione delle fornaci “a fuoco continuo” il nuovo metodo di cottura cambiò radicalmente poiché non esistevano più tempi morti e la cottura dei laterizi proseguiva ininterrottamente.

Le fornaci industriali nella Provincia del Friuli si diffusero sia in corrispondenza dei maggiori agglomerati urbani sia nella campagna e anche in prossimità delle città minori.

La diffusione nella Provincia del Friuli delle fornaci “a fuoco continuo” inizia dopo l’annessione di questa parte di territorio alla giovane Italia. La svolta tecnologica di portata storica fu introdotta dall’Ingegner Architetto Friedrich Hoffmann (Gröningen 1818, Berlino 1900) che brevettò, in Italia, nel 1864 un progetto di fornace “a fuoco continuo” rivoluzionando il metodo di cottura dei laterizi e con l’introduzione di quest’innovativo metodo di cottura cambiò radicalmente il significato di forno per laterizi perché con il forno “a fuoco continuo” non esistevano più tempi morti.

Non tutto il territorio delle attuali province di Udine e Pordenone applicò con rapidità il nuovo metodo di cottura, alcune fornaci seguirono uno sviluppo complesso e frammentato perché si attuarono con ritardo rispetto all’impulso dell’industrializzazione del restante territorio. Si approssimava l’epoca dell’urbanizzazione e le fornaci esprimevano una significativa dipendenza sia dall’economia rurale sia da quella urbana, resa evidente dall’utilizzo di risorse e forza-lavoro condivise con l’agricoltura e il rafforzarsi dei legami commerciali con le città. Vi era una continua domanda di materiali da costruzione per il crescente bisogno sia di trasformare sia di fare realizzazioni ex novo.

Nella Provincia del Friuli il forno continuo fu impiantato già dal 1870, quando l’imprenditore Carlo Chiozza costruì una fornace Hoffmann in una plaga della bassa pianura pordenonese e quando Giuseppe Fabretti, negoziante in Udine, acquistò la privativa industriale o brevetto del forno Hoffmann, ma solo per i distretti di Udine, San Daniele, Palmanova, Tarcento, Cividale e Gemona e nel 1872 costruì una fornace sistema Hoffmann in Zegliacco in comune di Treppo Grande.

Per comprendere fino in fondo la novità del forno introdotto da Friedrich Hoffmann bisogna capirne il funzionamento che nella forma originale consisteva in un canale circolare continuo, nella parete esterna del quale erano aperte, ad intervalli costanti, le porte per l’introduzione e l’estrazione dei materiali. In corrispondenza di ciascuna porta il canale di cottura poteva essere costruito con diaframmi in ferro, aventi esattamente le dimensioni della sua sezione trasversale, che si manovravano dalla parte superiore della fornace alzandoli od abbassandoli a guisa di paratie. Il tratto di canale compreso tra i due successivi diaframmi prendeva il nome di cella o camera di cottura. Ogni camera presentava nella parete interna, verso il basso ed all’estremità opposta a quella dove si trovava la porta di servizio, un passaggio che si scaricava in un canale collettore del fumo, concentrico al canale di cottura.
Questi passaggi potevano essere chiusi con valvole, manovrabili
dall’alto per mezzo di aste che passavano entro fori praticati nella volta del collettore del fumo. Il camino, situato al centro della costruzione, comunicava con il canale del fumo per quattro aperture. La volta del canale di cottura presentava numerosi fori o bocchette per l’introduzione del combustibile, chiuse da un coperchio cavo di ghisa, assicurando la chiusura ermetica. Si caricava il materiale crudo in una bocca, in quella subito a destra si scaricava il materiale cotto; le altre camere erano piene di prodotti che avevano subito la cottura e si stavano raffreddando. Il fuoco si trovava nella camera caricata con materiale crudo.

In tali condizioni, il serviziodi “infornatura” e di “sfornatura” si effettuava attraverso una bocca di carico, che era la sola aperta mentre tutte le altre erano chiuse. Il fuoco era alimentato con il combustibile che si introduceva dalla volta. L’aria esterna, richiamata dal tiraggio del camino, penetrava nel forno per la bocca di caricamento, passava attraverso i materiali cotti riscaldandosi progressivamente, giungeva nella zona del fuoco e attivava la combustione. I gas caldi che si producevano, proseguendo sempre nella stessa direzione, venivano a contatto con i materiali crudi, ai quali cedevano buona parte del loro calore, e si liberavano infine nel camino passando attraverso l’apertura dell’ultima camera, la cui valvola era sollevata a differenza delle altre che erano chiuse. Con questo metodo si procedeva all’infinito, avanzando in media di una camera ogni quattro ore. Il principio basilare di queste fornaci consisteva nel riscaldare l?aria di alimentazione a spese del calore ceduto dai prodotti cotti che si raffreddavano e di utilizzare il calore posseduto dai prodotti della combustione per il riscaldamento dei materiali da cuocere.

Se focalizziamo l’attenzione sulle fornaci costruite nella bassa latisanese ci rendiamo subito conto che in questo territorio si adottò il nuovo sistema di cottura per laterizi con qualche anno di ritardo rispetto alla vicina San Giorgio di Nogaro, ad esempio, dove già da anni si utilizzava un forno “a fuoco continuo” per la cottura dei laterizi.
Solo all’inizio del Novecento si diffusero, nella bassa latisanese, le fornaci sistema Hoffmann e tra queste quelle di Dal Maschio-Visentin a Palazzolo dello Stella, quella dei fratelli Anzil a Sivigliano di Rivignano, quella di Antonutti e Minzi a Talmassons, quella di Mangilli D’Agostini Turini, detta di Torsa, ma anch’essa in comune di Talmassons.

Nel vicino Veneto le fornaci ebbero uno sviluppo diverso, legato alla qualità dell’argilla, più adatta alla produzione di ceramiche in genere e si potenziarono con fornaci continue con molto ritardo rispetto alle fornaci del Friuli, solo a Treviso esistevano fornaci continue già dal 1875.

La difficoltà principale nel compiere una ricerca precisa e puntuale delle fornaci da laterizi industriali è stata la difficoltà di reperire i materiali e la documentazione, in quanto non vi è stata non solo la distruzione degli edifici industriali ma anche la dispersione degli archivi di queste industrie.Ad esempio poco si conosce del grado di industrializzazione della fornace di Dal Maschio e Visentin di Palazzolo dello Stella: sappiamo con certezza che utilizzavano un forno Hoffmann e che l’oggetto della società, costituitasi con contratto privato agli inizi del Novecento, era l’esercizio di una fornace per la fabbricazione di materiali laterizi in comune di Palazzolo dello Stella, l’esercizio di commercio di legname ed altri materiali da costruzione ed infine fabbricazione e smercio di materiali in cemento a Latisana, con l’esecuzione di lavori in cemento e cemento armato in provincia di Udine.

Con certezza sappiamo che Luigi Visentin già dal 1898 a Latisana possedeva una rivendita di legnami, materiali laterizi, calce, cementi e calci idrauliche; del suo socio Angelo Dal Maschio conosciamo poco: veneziano di nascita divenne subito socio della fornace Hoffmann e mantenne la proprietà anche dopo la morte di Luigi. Intorno al 1921 la fornace “a fuoco continuo” di Palazzolo era ancora in attività come lo era anche il commercio a Latisana della famiglia Visentin, rimangono aperti ancora molti interrogatici anche perché non è stato possibile rintracciare gli credi di queste famiglie.

Dell’opificio industriale di Talmassons al contrario si è potuto tentare una ricostruzione del passato grazie ai molti passaggi di proprietà della fornace e con certezza si può affermare che l’opificio fu costruito i primi anni del Novecento. Gli iniziatori di quest’industria furono i fratelli Ciro, Giovenzio e Ludovico Antonutti di Talmassons e Umberto Minzi di Trieste, che operavano con contratto societario avente per iscopo la fabbricazione e smercio di laterizi.La società possedeva una fornace sistema Hoffmann e la produzione dei laterizi in principio avveniva a mano, esperti fornaciai forgiavano i mattoni operando a cottimo.

Lo stabilimento in località detta Levada, nel comune di Talmassons, oltre al forno “a fuoco continuo”, era affiancato da una vasta tettoia, esisteva anche un’abitazione per gli operai, successivamente la fornacesi attrezzò con macchinari per la formatura dei laterizi. La fornace di Talmassons superò la Grande Guerra, ma nel 1923 cessò definitivamente la produzione di laterizi e si presume vi fu la demolizione del forno “a fuoco continuo”. La fornace “a fuoco continuo” Hoffmann dei fratelli Domenico, Geremia e Giovanni Battista Anzil a Sivigliano di Rivignano fu costruita sul finire del 1900 ed impiegava 65 operai, di questa fornace oggi esiste lo stabilimento, stravolto nella sua forma originale per ospitare un’altra industria.
Anche lo stabilimento detto di Torsa, a Talmassons, di Mangilli, Agostini e Turini è in parte ancora visibile, il forno “a fuoco continuo” si è conservato, anche se sono state apportate alcune variazioni al canale di cottura, il camino è stato di recente abbattuto per problemi statici. Questo opificio fu costruito intorno agli anni venti del Novecento e, infatti, ha caratteristiche architettoniche diverse rispetto alle fornaci più antiche.

Rintracciando tutte le fornaci “a fuoco continuo” sviluppatesi in Friuli (province di Udine e Pordenone) tra il 1866 e il 1920 si comprende come l’impulso dell’industrializzazione per i materiali da costruzione trovò terreno fertile e le poche fornaci rimaste a testimonianza di questo passato andrebbero conservate perché anch’esse fanno parte della cultura e delle tradizioni dei friulani, in quanto fornaciai più o meno specializzati e, del Friuli perché terra di fornaci.

Italia geotermica

L’Italia potrebbe essere ai primi posti al mondo per produzione di energia geotermica, per quanto è naturalmente avvantaggiata dalla propria posizione geografica.Network Games

Il futuro, a mio personale avviso, è nella geologia profonda, nella vulcanologia, nella sensoristica avanzata e nella simulazione 3d, nella trivellazione non convenzionale, nei materiali estremi, nella robotica sottomarina e geologica, nella progettazione offshore (anche e direttamente di impianti remotizzati sul fondo marino), nella propulsione elettrica generalizzata, nelle nanotecnologie, nello storage di elettricità, nella gestione idrica avanzata, negli impianti collettivi e ottimizzati di climatizzazione, nell’architettura e urbanistica climatica, nelle tecniche di desalinizzazione e di fertilizzazione o rifertilizzazione di terreni aridi o inariditi….e infine nella grande ingegneria delle dighe.