Elezioni, quante storie

È tempo di elezioni politiche, ecco dunque che i candidati si apprestano a illustrare al mondo chi sono, quali sono i valori in cui credono, quindi indicano le cose che non funzionano nell’organizzazione sociale complessiva e particolare, quali dovrebbero essere invece gli obiettivi a cui puntare, come intendono promuovere il cambiamento per migliorare la qualità dell’abitare della collettività sul territorio.

Conseguentemente i candidati alle elezioni in questo momento stanno consciamente o meno allestendo delle campagne di comunicazione, predisponendo strumenti retorici, studiando strategie narrative, individuando contesti interpersonali e massmediatici dove meglio possano brillare i contenuti del proprio discorso politico nonché lo stile del proprio personaggio pubblico.

L’intero discorso politico elettorale è qualcosa-che-sta-per-qualcos’altro, ovvero è un segno, e notoriamente un segno è ciò che può essere usato per mentire, ma qui non è rilevante.

In ogni caso vi sono delle scommesse forti – ripeto: consapevoli o meno – sulle aspettative degli ascoltatori poi votanti, sugli orientamenti politici e financo esistenziali, sulle interpretazioni condivise delle parole degli eventi e delle situazioni locali che poi danno forma al discorso complessivo, alle narrazioni.
È il momento delle storie, quelle che ci servono per dare senso alla realtà, da sempre.

Banalmente, c’è il momento della frattura narrativa – le cose sono cambiate, bisogna agire – dove emerge la necessità di un’azione di cambiamento, c’è un eroe, c’è la narrazione anticipatoria di un lieto fine a cui l’eroe grazie alle sue competenze cognitive e performative può condurci tutti, e salvarci.

Indubbiamente, le promesse dei politici acquistano senso quando possono essere inquadrate e incorniciate (framing) come parte di una narrazione familiare per gli ascoltatori, con cui questi possono identificarsi e relazionarsi, già prevedendo in termini di aspettativa la trama del discorso, delle azioni e degli ostacoli, il significato del successo in termini politici.

Non solo. Queste strategie di framing si riferiscono a un processo di influenza selettiva sulla percezione dei significati veicolati dal discorso politico, quello che attribuiamo a parole o frasi. Stiamo definendo la “confezione” di alcune retoriche in modo da incoraggiare certe interpretazioni e scoraggiarne altre. 

Per esempio, i concetti di framing e di agenda setting sono legati: richiamando coerentemente un frame particolare, l’esecutore del framing esercita un efficace controllo sulla discussione e sulla percezione dell’argomento, può ricostruire la cornice del discorso ri-orientando cotesto e contesto comunicativo, e in questo modo stabilire e allestire nel discorso la propria visione, le proprie credenze, la propria persona, le propria parola.

Stabilire una cornice comunicativa investe sul piano dell’enunciazione, del discorso pronunciato, molti aspetti dell’immagine pubblica: dalla scelta del colore della cravatta o del foulard, alla postura della persona, all’uso accorto della prossemica e dello sguardo e del gesticolare nell’eloquio, ai risvolti affettivi e alle metafore, ai rallentamenti o alle accelerazioni o ai cambi nel timbro prosodico, fino alle scelte lessicali e sintattiche, dove ultimamente si prediligono costruzioni discorsive limitate alle famose 6.000 parole di De Mauro che garantiscono una comprensione ampia alla diverse fasce dei popolazione insieme a strutture sintattiche paratattiche, ovvero un periodare di frasi concise e coordinate piuttosto che ipotattiche appesantite da subordinate elaborate ed eleganti ma meno efficaci soprattutto nei contesti della comunicazione massmediatica.

Frasi brevi e ficcanti, dunque, magari colorate di affettività quotidianità ed esperienze personali, che insieme alla struttura narrativa delle “storie da raccontare” garantiscono meglio la ricezione del messaggio e si adeguano maggiormente al sentire e alle schematizzazioni già note degli ascoltatori, per essere depositate più efficacemente nella memoria e prontamente richiamate alla bisogna. Costruisco sul già-noto, e introduco piccole quote di innovazione, altrimenti risulterei incomprensibile.

Persuadere muovendo l’animo, non convincere argomentando in modo logico-razionale, nella migliore tradizione sofista.

La narrazione come forma di esposizione incoraggia la partecipazione, stabilisce un sentimento di appartenenza, contribuisce alla costruzione dell’identità individuale e corale come collettività nazione o popolo, edifica un Noi percepito e vissuto come veicolo di riconoscimento sociale, può essere strategicamente impiegata per rendere possibile lo sviluppo di una comunità o di un attore collettivo.

Le storie, esprimendo concetti astratti o eventi complessi in modo concreto, attuando una dinamica dialettica tra le strutture retorico-discorsive del testo e le strategie interpretative dei lettori-ascoltatori più o meno incanalate dal framing scelto per la loro enunciazione –  il testo è una macchina “vuota” che noi arrediamo e vivifichiamo con le nostre proiezioni di senso – saldano un patto profondo e una visione del mondo tra il narratore e l’ascoltatore, garantita dallo stesso principio di cooperazione interpretativa e identificativa dove ognuno di noi in qualche modo modifica e ri-orienta le proprie percezioni e le proprie credenze valoriali per accogliere nuove visioni del mondo.

Le storie hanno una trama. Gli eventi vengono organizzati nella narrazione in implicazioni logiche e temporali, vengono resi significativi nel loro susseguirsi e svilupparsi – altrimenti resterebbero fatti isolati – in direzione di una conclusione anche valutativa, perché tutte le storie hanno una fine e hanno un fine, spesso morale o educativo in senso ampio, capace di elevare le coscienze dei fruitori, di mostrare una realtà futura ma raggiungibile.

In realtà nelle storie delle campagne politiche se il fine è “promettere un mondo migliore” la fine della storia è demandata al momento del voto elettorale, o addirittura al termine del periodo di governo, fatte salve le ulteriori interpretazioni sulla bontà dell’operato dei decisori pubblici. Questo crea un’orizzonte di attese, altra caratteristica intrinseca dell’allestire narrazioni, capace di catturare e tenere avvinto il lettore nello sviluppo degli accadimenti.

Come dicevo, non bisogna porre l’attenzione solamente sul messaggio, anzi. I significati veicolati dalle strategie comunicative acquistano senso solamente in un contesto di enunciazione preciso e concreto, qui e ora.
In quell’incontro pubblico, in quella trasmissione radiotelevisiva, in quell’arredare i canali social del personaggio politico e del suo discorso, nella scelta di quella cravatta o nelle nuove parole necessarie a dipingere la nuova realtà che si vorrebbe instaurare nell’opinione pubblica. Diventa necessaria una migliore comprensione dei contesti in cui la narrazione è attesa, delle convenzioni che regolano quali storie siano considerate comprensibili ed efficaci e le modalità per cui un racconto raggiunge il pubblico con efficacia, appunto con effetto moltiplicato dalla convergenza di fenomeni di mediatizzazione, spettacolarizzazione, e il crescente sentimento antipolitico che si registra nella società italiana. In un simile contesto enunciativo, in relazione all’emergenza di fenomeni come la diminuzione dell’attenzione – overload tipico delle campagne elettorali – e dell’interesse per la politica mediata, le storie sempre più rappresentano la modalità organizzativa regina del discorso politico, al punto da poter permettere il fiorire di professioni legate al marketing politico.

Un ultimo accenno agli aspetti affettivi del linguaggio.

Nelle storie servono esempi e metafore di esperienza personale, per scaldare il discorso e catturare gli ascoltatori dentro un orizzonte immediatamente comprensibile perché empaticamente condiviso e condivisibile, per questo vediamo o auspichiamo di vedere (restando critici sulle manovre manipolatorie del consenso) mani che stringono mani, sguardi rassicuranti o fieramente grintosi, per questo ascoltiamo narrazioni affettive in prima persona da parte del candidato o provenienti da testimonial, sentimenti semioticamente eloquenti come speranza, fiducia, pietà, rassicurazioni ottimistiche, visione ecumenica, determinazione, responsabilità, cura.

Per questo bisogna porre attenzione all’espressione affettiva – spesso contenuta nelle prime frasi del discorso pubblico – in quanto sorta di marca strategica nell’organizzazione delle configurazioni discorsive.

Capite tutti che le cose non possono funzionare così, ma ho fiducia nelle vostre capacità di comprensione e vi prometto solennemente che tutti insieme potremo costruire un mondo migliore, caldo di relazioni umane autentiche e in grado di realizzare concretamente un futuro appagante per tutti.
O anche solo un Facebook migliore, se non proprio un mondo.

ChatGPT in campagna elettorale

Udine 2023

Ciao GPT, scrivimi per favore un dialogo tra due aspiranti sindaci di Udine, uno di sinistra e uno di destra, in un confronto televisivo sulla tematica dell’innovazione con almeno due domande del moderatore.

Moderatore

Buonasera e benvenuti al nostro confronto televisivo tra i due aspiranti sindaci di Udine. 

Signor Rossi, lei rappresenta il Partito Democratico e ha promesso di investire nell’innovazione per portare la città al livello dei principali centri europei. 

Signor Bianchi, lei rappresenta la Lega e ha promesso di concentrarsi sulla sicurezza e sulla tutela dei cittadini. Iniziamo con una domanda sull’innovazione, argomento di grande importanza per la crescita e lo sviluppo del nostro territorio. Come pensate di implementare nuove tecnologie e strategie per migliorare la vita dei cittadini di Udine? 

Signor Rossi, come pensa di attuare le sue promesse in questo ambito?

Aspirante sindaco Rossi

Buongiorno a tutti, sì, sono d’accordo con lei, l’innovazione è un tema fondamentale per il nostro Comune. Crediamo che per far crescere il nostro territorio dobbiamo puntare sull’innovazione tecnologica, sull’educazione e sulla cultura. Il nostro programma prevede la creazione di un centro di formazione per le professioni del futuro, la creazione di un fondo per la cultura e la promozione dell’innovazione nell’edilizia sostenibile. 

La mia idea è che l’innovazione debba essere promossa attraverso investimenti in infrastrutture tecnologiche e formazione delle risorse umane, creando un incubatore per le start-up, che possa offrire spazi e servizi per supportare l’avvio e lo sviluppo di nuove imprese innovative. Inoltre, vorrei investire in infrastrutture digitali, come la banda larga e il 5G, per garantire un’adeguata connettività e favorire la crescita delle attività digitali. Tuttavia, penso che sia importante non trascurare l’aspetto sociale e culturale. Ad esempio, vorrei creare un programma di educazione digitale per i giovani, per garantire loro le competenze necessarie per accedere alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie. Inoltre, vorrei promuovere l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili per ridurre l’impatto ambientale.

Moderatore

Signor Bianchi, come si pone rispetto alle proposte del signor Rossi?

Aspirante sindaco Bianchi

Buongiorno a tutti, anch’io sono d’accordo che l’innovazione sia un tema fondamentale per il nostro Comune. Tuttavia, credo che dobbiamo essere anche molto attenti a come e dove investiamo i nostri soldi. Non dobbiamo dimenticare che Udine è un comune piccolo e che abbiamo bisogno di investire in cose concrete e utili per i cittadini. Il nostro programma prevede l’investimento in infrastrutture per la mobilità sostenibile, la creazione di un centro di innovazione per le PMI locali e la promozione di progetti di agricoltura innovativa per supportare i nostri contadini. Per promuovere l’innovazione nella città di Udine, propongo di attrarre grandi aziende high-tech per creare opportunità di lavoro e investimenti. Inoltre, vorrei creare un programma di incentivi per le piccole e medie imprese che investono in innovazione e tecnologia. Sono d’accordo sull’importanza dell’innovazione, ma penso che la sicurezza dei cittadini debba venire prima di tutto. Per questo, vorrei investire in tecnologie per la videosorveglianza e in sistemi di allarme per garantire maggiore sicurezza alle persone. Inoltre, vorrei promuovere l’occupazione attraverso la creazione di nuovi posti di lavoro nell’ambito della sicurezza e della tutela dei cittadini. La mia proposta è quella di creare un programma di smart city, che prevede l’utilizzo di tecnologie avanzate per migliorare la qualità della vita dei cittadini. Ad esempio, l’installazione di sensori per il controllo del traffico, l’implementazione di un sistema di videosorveglianza intelligente e la creazione di una piattaforma digitale per la gestione dei servizi comunali.

Moderatore

Molto interessante, passiamo alla seconda domanda. Come pensate di coinvolgere i cittadini nella progettazione e nella gestione delle iniziative di innovazione?

Signor Rossi

Ritengo che la partecipazione attiva dei cittadini sia fondamentale per garantire che le iniziative di innovazione siano in linea con le loro esigenze e desideri. Per questo motivo, vorrei creare un sistema di consultazione online che consenta ai cittadini di esprimere le loro opinioni e di partecipare alle decisioni. Inoltre, vorrei creare una task force composta da esperti e cittadini per valutare e selezionare le proposte di innovazione.

Signor Bianchi

La partecipazione dei cittadini è fondamentale. Vorrei creare un sistema di co-progettazione che coinvolga i cittadini nella progettazione e nella gestione delle iniziative di innovazione. Inoltre, vorrei organizzare incontri periodici con i cittadini per discutere le iniziative in corso e raccogliere i loro feedback. In questo modo, potremo garantire che le iniziative (qui si è bloccato)

Moderatore

Grazie, signori. E come pensate di finanziare questi progetti?

Aspirante sindaco Rossi

Il nostro programma prevede l’utilizzo di fondi europei e nazionali, oltre a una stretta collaborazione con le imprese locali e le università del territorio. Inoltre, crediamo che sia importante creare un ambiente favorevole per gli investimenti privati, in modo da attrarre nuove imprese e nuovi investitori, creando appunto partnership con il settore privato per l’area di incubazione per startup innovative.

Aspirante sindaco Bianchi

Anch’io credo che sia importante utilizzare fondi europei e nazionali per finanziare i nostri progetti. Tuttavia, dobbiamo essere molto attenti a come utilizziamo i soldi dei cittadini, per questo il nostro programma prevede una stretta collaborazione con i cittadini stessi, per capire quali sono le loro esigenze e investire di conseguenza. Inoltre, crediamo che sia importante promuovere l’economia locale, supportando le PMI locali e le attività commerciali del territorio.

Moderatore

Grazie signori per le vostre risposte. Siamo giunti alla fine del confronto televisivo sulla tematica dell’innovazione. Buona fortuna nella campagna elettorale.

Tra nodo e nodo

Un commento su Facebook.
La questione riguardava l’identità friulana, e le azioni politiche della classe dirigente, la loro visione.

Hai (avete) usato dati solidi su cui poggiare l’argomentazione: andamento demografico, politiche del lavoro, statistiche macroeconomiche.

Poi avete accennato – scientemente – alla questione della “identità” forse come un grimaldello, un espediente retorico per muovere le passioni e la conversazione, ma si tratta di una nebulosa di contenuto, stratificata e sedimentata negli ultimi cinquanta e più anni, dai mille aspetti e dalle mille concettualizzazioni, e come sottolinei proprio questa ha “bucato” lo schermo.

Tutti guardano lo specchietto, ci dici, tutti guardano il dito e non la Luna.

Allora qui giustamente ritorni sul nodo della questione, il capitale sociale.

Di una società profondamente cambiata nei suoi valori profondi, peraltro, nelle sue prassi socioeconomiche: non è il Friuli di Pasolini, non è il Friuli del terremoto, non è più nemmeno il gaudente Friuli degli anni Novanta.

“Chi siamo” è un costrutto post-hoc, viene dal guardare cosa abbiamo fatto e interpretarlo secondo codici culturali mutevoli, viene dal cosa facciamo. Emerge.

L’Io emerge dalle relazioni, viene dopo, non è un nodo ontologicamente fondato.

Relazioni interne con parti di me, concetti di me, ri-conoscimenti, interpretazioni, narrazioni di me a me stesso e agli altri.

Relazioni con gli altri, con la loro idea di me, con l’idea che ho di loro, con il loro sentire, rapporti, somiglianze, nella rete ogni giorno tessuta della socialità, nell’intersoggettivo delle relazioni di cui aver cura. E già stabilire un “dentro” e un “fuori” di me, un Io cartesiano, è obsoleto e non permette di cogliere la ricchezza dell’esistenza.

L’Io nasce dal Tu, il Noi si fonda sulla condivisione di un sentire e di un punto di vista, assolutamente senza ricorrere a un Voi che poi orribilmente diventa un Loro, un nemico contro cui contrapporsi (mossa classica per definirsi), e non invece scambio e confronto osmotico arricchente con culture altre.

Non amo l’identità, il nazionalismo, il patriottismo, notoriamente. Sono inganni e manipolazione, colonizzazione dell’immaginario.

Ma quel capitale sociale di cui parli va innervato con una visione del domani, valori etici transgenerazionali, quel senso di appartenenza o meglio ancora direi quel *sentimento di appartenenza* che scaturisce sempre dalle pratiche di partecipazione sociale – nella post-modernità sempre meno diffuse, sempre meno vissute da ognuno di noi – e che poi diventa un modo di essere noi stessi, un riconoscerci, pronunciare le nostre parole e il nostro discorso originale al mondo, un essere intellegibili agli altri come un nostro peculiare stile dell’abitare, dello stare al mondo, dell’aver cura del territorio su cui la collettività risiede, dell’aver cura appunto delle relazioni interumane che tante piccole comunità riescono ad intrecciare avendo a mente e a cuore delle finalità nuove, rinovellate nelle narrazioni corali e massmediatiche, autentiche.

Gli obiettivi li abbiamo: transizione ecologica (qui son tutti a suonare nell’orchestrina del Titanic), dignità del lavoro, progettazione sociale e territoriale coraggiosa, visione politica alta, lungimirante, da statisti capaci di interloquire con il futuro delle generazioni. Anche le azioni da intraprendere sono chiare, con queste premesse.

Sulla politica però mi fermo, siamo dentro il balletto dei programmi elettorali, figurati.

E nessuno ha voglia di essere impopolare.

Pignarul 2023

Pettinare i flussi cittadini

In una città completamente sensorizzata (intendo smart lato hardware) dove tutti i dati vengono pettinati raccolti e acconciati da algoritmi e intelligenze artificiali diventa piuttosto semplice stabilire dove sono i nodi dei flussi di materia, energia, informazioni ovvero di merci e rifiuti (input e output), luoghi di produzione e richiesta energetica, dati e persone che ricordiamoci sempre sono come la pila Duracell di Matrix.

Questa non è politica, è amministrazione.

Guardare i dati complessivi su una city dashboard in tempo reale dev’essere interessante, senza dubbio. Poi si dipingono tre o trecento scenari, e si prova a vedere come i colli di bottiglia gli ingorghi i pasticci amministrativi potrebbero essere risolti, intervenendo qui e là grazie alle indicazioni degli algoritmi mediate dalle considerazioni che emergono dai luoghi partecipativi territoriali su piattaforme comunali, come se fosse da temporizzare un semaforo o calibrare la frequenza di passaggio degli autobus su certe zone, quando in realtà si potrebbe intervenire su questioni molto più complesse, avendo ferma la risonanza ecosistemica di ogni possibile decisione nel suo propagarsi nel funzionamento complessivo – perché complesso – della macchina amministrativa e del territorio.

Vediamo, 2023 e oltre

Ovvio che mi affascina l’Intelligenza artificiale o i nuovi algoritmi di machine-learning e tutte le potenzialità e insomma fate riferimento a tutta la massa di speculazioni che leggiamo in giro in questo passaggio d’anno sulle implicazioni di chatGPT.

Due cose le ho pensate.

Ma la verità è che sono proprio curioso di vedere cosa succederà, tra non molto, alla loro “implementazione” nel sistema operativo sociale che è Internet.

Portone Jannis

De Jannis narratur

Portone Jannis

Mio padre ha un cognome diverso dal mio.

Qualcuno erudito quanto faceto penserà subito che “mater semper certa est, pater numquam”, ma vi garantisco che non è il caso.

Perché mio padre Italo è del 1935, va per gli 87 anni, sta benino e vi saluta. Quando nacque ci trovavamo in pieno periodo fascista, e forse ligio alle fascistissime leggi della normalizzazione alla lingua italiana era al tempo l’addetto all’anagrafe a Tricesimo – in Friuli abbiamo casi eclatanti e vergognosi di italianizzazione forzata di cognomi e toponimi. Quella J non andava proprio.

Nel corso degli ultimi trent’anni circa a mio padre è appunto venuta – e ora invecchiando viene anche a me – la curiosità di conoscere qualcosa della nostra genealogia, la storia del nostro cognome Jannis (sempre mio padre insistette all’anagrafe nel 1967 affinché con me tutto tornasse alla dicitura originaria, attestata).

Attenzione. Ci sono pochi Jannis in Italia.

A giudizio dell’una volta famoso sito Cognomix, che credo anni fa ricavasse le frequenze statistiche della diffusione dei cognomi in Italia dagli elenchi telefonici e ora non so, ci sono solo otto famiglie con questo cognome, di cui sei in Friuli e altre due in Lombardia; queste ultime sono formate da friulani emigrati dopo la seconda guerra mondiale, conosciamo i nomi e tutto può essere tracciato a partire da alcuni fratelli di mio nonno.

Curioso anche che sempre Cognomix dica che non ci sono in Italia famiglie che si chiamano Iannis (ma ce ne sono, e qui intorno siamo rami dello stesso albero).

Perché uno pensa che da Joannes latino o Jannis greco (Giovanni) sarebbero dovute giungere fino a noi molte famiglie con questo cognome, e invece niente. C’è qualche Janni, molti Ianni, questo sì.

Ma Jannis siamo solo noi.

C’era uno zio di mio padre che si dilettava di fantagenealogie: secondo lui la provenienza della nostra schiatta derivava o da un ambasciatore polacco giunto qui verso il Trecento per prestare servizio presso la Serenissima Venezia (ipotesi considerata minoritaria), oppure da un clan di allevatori di cavalli magiari, emigrati verso ovest dalla attuale puszta ungherese, sempre nei primi secoli dopo il Mille. Quest’ultima più romantica congettura ha sempre riscosso maggior credito in famiglia, anche perché corroborata dal fatto che gli Jannis hanno per secoli avuto a che fare con i cavalli, allevamento e commercio. Tradizione proseguita nel tempo fino a giungere a mio nonno Antonio detto Bepi e ai suoi fratelli, che avevano una macelleria di carne equina a Tricesimo: poi prima i fascisti e poi i partigiani gli hanno ripulito il negozio, costringendo tutti a dichiarare fallimento.

Peraltro nelle famose guerre e baruffe tra Zamberlani e Strumieri, ovvero nelle lotte di classe seguite all’occupazione del Friuli patriarcale e di Udine da parte di Venezia nel 1420 – resta famoso l’episodio della Crudêl Joibe Grasse del 1511 – gli Jannis sono annoverati ovviamente a fianco dei Savorgnan, quindi zamberlani in quanto commercianti e borghesi filo-veneziani, contrapposti alla nobiltà castellana di estrazione feudale.

Il nucleo abitativo storico degli Jannis pare fosse Adorgnano di Tricesimo: nella foto potete vedere il tuttora colà esistente portone in ferro battuto di fine Ottocento, dove la Pace e la Giustizia si baciano.

Oltre alle molte iscrizioni presenti nella tomba di famiglia a Tricesimo dove troviamo molti Nicolò e Francesco e Luigi e Teresa e Lucia e Giacomo e Vincenzo e Giovan Battista a partire da fine Settecento, queste sono le informazioni raccolte da mio padre nel corso degli anni.

1426 – “recevei da Colau Iani di Adorgnan per l lira di vueli, sol. V” (registro in friulano della Confratemita di S. Maria di Tricesimo).

1467 – “Janis de Adorgnan per fit de l’anno presente e del prossimo passato, paga star l de forment alla confraternita dei Santi Fabiano e Sebastiano di Tricesimo.

1534, 28 aprile – divisione dei beni tra Giovanni, Leonardo, e Andrea fratelli e figli del qm. Giacomo Ianis di Adorgnano.

1559 — Leonardo Ianis, di Adorgnano, abitante in Tricesimo.

1670 — pre’ Domenico Janis di Adorgnano

1681, 1 febbraio — muore nel paese di Aiello, a 30 anni di età, Paolo Janis di Adorgnano che viveva in quel villaggio facendo i mestieri di marangone e vassellaro (dal friulano antico “vassielâr” ovvero costruttore di botti per vino). A Paderno, vicino Udine, si era sposato con Menica Occhiali

1685 – Valentino Jannis, notaio in Tricesimo.

1750 — il sacerdote “pre’ Nicolaus Jannis de Adorgnano”.

Per la spiegazione si dovrebbe partire da Ian, forse abbreviazione di Gianni/Giovanni (che in friulano però era ed è Zuan) oppure di Cancian, nome molto usato in Friuli.Tuttavia Ian era anche antico nome femminile {forse in questo caso abbreviazione dell’antica forma obliqua friulana in -an del nome Lucia e cioè Luciàn), come testimoniato nel “Catapàn” di Pagnacco (obituario e registro catastale medievale)

1320 — obiit in Christo Georgius filius Georgii de Coll Grion et Ian mater eius”.

Ian era anche madre di Domenico che nel Catapan viene sempre denominato “Domeni Ian”.

Nel detto registro, che riporta anche parti scritte in friulano medioevale, si ricordano ad esempio Leonarda fila Domeni Iani, Chatarina e Zorzo fradis e fiis de Domeni Ian, Zulian figl de Domeni Ian de Pagnà, Nicolao e Catarùs nevodi de Domeni Iani, Zorzo fiol de Zuan .. e nevot de Domeni Ian”.

Quindi, in questo caso, Domeni ha assunto (oppure ha ricevuto come soprannome) il nome di sua madre Ian, per essere chiaramente identificato tra i vari Domeni del paese. In seguito, nel corso dei secoli, è diventato cognome trasmettendosi a figli e nipoti.

Il suffisso finale in -is (nel medioevo usato per i nomi maschili: es. Menis, Petris, Jacomis, ma anche nei nomi di persona femminili: Margaris, da Margherita, Vignudìs, da Vignuda, ecc.) indica una forma diminutiva ma anche, secondo autorevoli studiosi, un rapporto di parentela.

Per Adorgnano, sulla base delle attestazioni conosciute, il suffisso -is risulterebbe aggiunto tra glianni 1426 e 1467

Bibliografia

Giovanni Fantini, ricerche di Archivio sui cognomi del Friuli (ancora in corso)

Carla Marcato, “Profilo di antroponimia frulana”. ediz, 2010

Maruela Betramini, Flavia De Vitt, “I Catapan di Pagnacco. 1318 — 1589”, ediz. 2012

We are here

Non è necessario implementare subito ogni nuova tecnologia o ambiente digitale nella socialità, però si può ragionare di tecnosocialità o di paesaggi mediatici, oppure di diritti umani, rischi e opportunità.
Diventa però sì necessario esplorare le potenzialità della democrazia elettronica, dove più che gli elettroni che viaggiano dobbiamo ideare e comprendere nuove strutture tecnosociali che possano sostenere il peso della responsabilità e della affidabilità. Piattaforme o ambienti digitali partecipativi, per la consultazione o la deliberazione politica.
Innanzitutto bisogna prendere il problemone e spezzettarlo in tanti problemi più piccoli, come al solito.
Le soluzioni di e-democracy praticate in altri Paesi o città, oggi o ormai trent’anni fa, sono tutte diverse, in quanto strumenti progettati con obiettivi e risultati attesi differenti.
Va stabilita una scala di situazioni, elaborati dei modelli di intervento, padroneggiare in noi quote di sperimentalismo dove anziché varare un’arca di Noè gigantesca e buona per tutti si provano meccanismi locali, o dai contenuti limitati, o da forme partecipative limitate – mi è sempre piaciuta l’idea che si possano commentare le iniziative cittadine a esempio urbanistiche con testi lunghi 300 caratteri, su piattaforme governative gestite da personale qualificato e ben retribuito, per aver cura dei forum e della community locale o iperlocale.
A quel punto avremo più dati, più informazioni, e potremo decidere meglio i prossimi passi da compiere.
Perché ogni tentativo di incrementare la partecipazione è democratico, tutto qui, da qui viene la necessità di intraprendere un percorso ragionato.
Tutte le critiche e le perplessità le conosciamo da trent’anni, siano esse di carattere tecnico o giuridico o etico. Non bloccatevi di fronte al Leviatano: restate flessibili, morbidi, curiosi, critici, sappiate vedere sentieri nel bosco.
Da una parte teniamo ferma la possibilità di alimentare le democrazie rappresentative con nuovi metodi di partecipazione.
Dall’altra riflettiamo sulla gravità del fatto che i contenitori della deliberazione pubblica e (quante volte lo abbiamo già visto) poi politica siano le piattaforme commerciali che tutti, metà degli italiani, usiamo giornalmente, molte ore al giorno, ogni giorno.
Questo significa – è necessario, di nuovo – che la politica deve superare un’alienazione, sappia portare a coscienza in sé i possibili preconcetti attribuiti alle forme di partecipazione digitale, affrontarli smontarli e ricostruire un modello adeguato alla realtà odierna. Quindi progettare nuovi ambienti e strumenti di partecipazione civica, motivare le persone e le collettività a utilizzarli per il bene comune, scongiurare l’allontanamento tra cittadini e istituzioni.
Credo una simile riprogettazione sociale dei meccanismi della partecipazione e della decisionalità politica porterà nel medio termine a profonde modifiche nelle strutture sociali, nelle organizzazioni lavorative pubbliche, nella percezione e nell’azione amministrativa, nella formazione dell’opinione pubblica, nella narrazione della cultura di una nazione, nel sentimento di appartenenza a comunità edificate secondo criteri di pertinenza a noi ancora invisibili, in quanto or ora emergenti dalle nuove pratiche di conversazione e dal nostro abitare digitale.
Dobbiamo navigare e aver coraggio: fatto il punto nave, dobbiamo ricalcolare la rotta verso le nuove migliori forme di democrazia partecipativa che siamo capaci di concepire e realizzare. Ci serve un buon cibernauta.

Comunità autonome – Bifo

Abbiamo quest’etichetta un po’ stantìa, quella di “lucido visionario”, che si adatta perfettamente a Bifo.

Non perché Franco Berardi viva in stati di allucinazione, ma per la sua capacità, da moderno “filosofo del sospetto” e critico, di saper leggere dietro la realtà dei fatti, o meglio dietro lo schermo di quella che ci viene presentata come realtà, trattandosi sempre di manipolazioni della percezione e dell’opinione comune, di quelle rappresentazioni o messe-in-scena che poi costituiscono il vero inganno rispetto alla situazione concreta dei fatti.
Bifo qui dice – più che altro, prendo appunti e parafraso quello da lui scritto – che la crisi economica attuale non assomiglia a quelle novecentesche: non abbiamo oggi una crisi finanziaria che investe l’economia reale. Anzi, i mercati finanziari godono di ottima salute, in questa fase post-Covid che tanto post ancora non è.

Proprio il Covid, come leva biologica e informazionale, ha reso manifesto uno scollamento tra, diciamo così, realtà e narrazione della realtà: l’astrazione finanziaria, gli stessi meccanismi economici del funzionamento del mondo come ciclo di produzione e distribuzione delle merci, nulla hanno potuto contro il virus né contro lo “psico-virus” della paura dell’epidemia, i suoi effetti psicologici nell’immaginario collettivo.

La globalizzazione oggi patisce molti sgambetti, perché non è più possibile garantire la catena integrata della distribuzione dei beni – great supply chain disruption – eppure il sistema borsistico è al rialzo, le grandi compagnie del ciclo digitale vedono moltiplicarsi i profitti: “Poiché l’astrazione – cioè il sistema interconnesso degli automatismi tecno-finanziari e dei flussi di informazione – diviene sempre più incapace di interagire con il collasso della materia organica, psichica e sociale possiamo aspettarci che a un certo punto l’intera macchina globale collassi”, dice Bifo, e in questo scollamento si disgregano le giunture della vita civile.

Le merci non sono disponibili, le materie prime latitano, la produzione diminuisce, la disoccupazione cresce, la società si impoverisce, il lavoro si precarizza, i salari scendono. Muta la psicologia, mutano i comportamenti: il consumismo non può più contare sul mercato della paccottiglia o drogare gli acquisti con beni voluttuari, quando c’è di mezzo la questione degli approvvigionamenti sostanziali delle industrie. Il capitalismo entra in una fase caotica, non più controllabile con strumenti della finanza e stimolo monetario, perché questo caos riguarda la sfera del concreto, dei corpi che si ammalano, delle menti che impazziscono, delle appartenenze sociali che si svincolano dal globale. Il denaro sta perdendo il suo fascino e la sua efficacia.

Se la misura dell’economia diventa l’utilità, è assai più facile prevedere per il futuro “la formazione e la secessione concreta di comunità autonome” che garantiscano alimentazione, cura, educazione… comunità fondate sul principio di uguaglianza e della frugalità, sul primato dell’utile rispetto al denaro. Questo può accadere a patto che la soggettività sociale sia in grado di esprimere autonomia, mentre oggi il sentimento prevalente è quello della depressione da parte di una generazione precaria incapace di solidarietà, e il panico di una popolazione sull’orlo di una crisi di nervi, sradicata e ora consapevole del proprio vivere dentro una illusoria bolla narrativa, una fiction non più capace di tenere salda e coerente la trama nel racconto sul funzionamento del mondo.

http://effimera.org/the-great-disruption-fine-o-trionfo-dellastrazione-di-franco-bifo-berardi/

Democrazia diretta

Ragionando.

Questa nuova cosa della “firma digitale” per i referendum – eutanasia, obiettivo raggiunto; cannabis, 100k firme in 24ore, obiettivo 500k per il 30 settembre – potrebbe cambiare parecchio i giochi degli strumenti di democrazia diretta previsti dalla Costituzione, incidendo significativamente sul sistema normativo.

In Italia ci sono oltre 35 milioni di persone su Facebook, ma consideriamo e teniamo fermo il dato dei 15 milioni di accessi giornalieri (stima al ribasso) soprattutto via mobile.

In Italia ci sono 24 milioni di SPID. Si può firmare anche con SmartCard o chiavette USB o altri modi autenticandosi, ma la vedo più farraginosa.

Incrociando i dati con approccio spannometrico, direi che dieci milioni di persone almeno vedranno la promozione del referendum online, per i prossimi venti giorni. Se una persona ogni venti firmasse l’obiettivo verrebbe raggiunto.

Magari adesso, all’apparir della novità, la curva della partecipazione mostra un picco statistico. Tra due anni, con in mezzo le proposte di altri venticinque referendum, ci saremo annoiati.

Dipenderà quindi dall’argomento del contendere, da quanto sarà sentito il problema dalla popolazione, e questo ci conduce agli strumenti di promozione, ovvero persuasione, ovvero manipolazione dell’opinione pubblica, ovvero soldi per le sponsorizzate, campagne di crowdfunding, ricerca di testimonial e influencer.

I soldi servono anche agli enti proponenti dei referendum, in quando la validazione dell’espressione popolare costa circa un euro per ogni firma, e così siamo già a mezzo milione di euro più le promozioni di cui sopra. Non si tratta solo di mettere online un dispositivo per la raccolta firme (costoso anch’esso), la macchina è un po’ più complessa (certo, anche predisporre banchetti nelle piazze costa), e forse con simili soglie di accesso economiche non si tratta proprio di una libera e gratuita partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese.

Insomma, potremmo vederne delle belle.

jannis

Dopo di noi, il diluvio

Una volta avevo un blog, dove scrivevo e scrivevo.

Si può dire che scrivevo sempre della stessa cosa, ovvero del cambiamento socioculturale. Del contesto dei cambiamenti storici, delle innovazioni tecnologiche o procedurali, delle trasformazioni sociali indotte dai mass-media, delle narrazioni mitologiche o quotidiane che accompagnano l’agire umano, delle resistenze al cambiamento nelle organizzazioni o nella psicologia dei singoli.
E più volte devo aver scritto “non si può mettere vino nuovo negli otri vecchi”, riecheggiando la parabola evangelica.
Indovinate perché non si può fare.

Ragionando dei nuovi contenuti culturali – nuovi tipi di contenuti da esprimere, frutto di possibilità digitali – e della necessità di provvedere nuovi contenitori per la loro distribuzione e fruizione, la mia generazione ha perso.

Avere già venticinque o trent’anni e vedere esplodere Internet nel Web, venticinque anni fa, avrebbe dovuto fornirci la forza di rendere concrete in termini di strutture sociali economiche e culturali le idee innovative che ci lampeggiavano ogni giorno dentro la testa e davanti agli occhi, sugli schermi.

“Attenti con l’http e le enciclopedie”, dicevamo. Attenti agli mp3. Attenti ai blog. Attenti al mercato dell’informazione. Attenti al crowdsourcing o user generated content. Attenti agli smartphone. Attenti allo streaming. Attenti agli ambienti formativi. Attenti alle modalità della narrazione politica. Attenti, a tutto. Perché tutto cambierà.

Sarebbe stato alquanto conveniente, perfino intelligente, etico, civile, generazionalmente lungimirante progettare subito dei contenitori adeguati al diluvio dell’Età dell’Informazione, progettare arche dove salvare il mondo pre-digitale, entrare nel nuovo millennio abitando il digitale in maniera dignitosa, redigendo nuove mappe dei nuovi luoghi dell’espressione dell’Io delle collettività e dei territori, avendo come punti cardinali i valori della condivisione, della trasparenza, della Conoscenza, del benessere individuale e collettivo, con consapevolezza.
Non ci siamo riusciti.

Le resistenze ai modi nuovi di intendere la socialità e la cultura, il tornaconto economico e la logica miope delle vecchie strutture di potere hanno impedito il cambiamento, oppure hanno costretto il nuovo in forme vecchie, inadeguate.
Indovinate cosa succederà.

Aspettarmi

L’inferno sono gli altri.
Io sono Altro a me stesso.
Io sono un inferno.

Il sillogismo fa sorridere, e l’accento è sull’Io.
Odiosa finzione narrativa autobiografica, questo Io costretto a far la spola tra Piacere e Realtà, insieme alla sua scudiera Volontà. Prevedibilissimo. Instauratore di abitudini. Perbenista e moralista, perché deve far contenti tutti. Ama i binari. È pauroso, si difende, nasconde sé stesso. Lo concepiamo ancora come una bolla – bordi, limiti – dentro di noi, quando in realtà trova il suo senso nella relazione con il Mondo, con te e con quell’albero, l’Io È relazione.
Ama poco, forse, quel narciso egoistaccio, e non sa giocare e mettersi in gioco.
Ci impedisce di non essere noi stessi.
Cioè ci impedisce di essere noi stessi, che notoriamente non siamo noi stessi.
Reca danno ammantandosi di buone intenzioni, poi. Si dipinge innocente, il vestito buono della domenica. Se si scopre sporco e malvagio, non vuole saperne di farsi aiutare a cambiare e darsi una ripulita, perché sta bene così, non vuole essere salvato, si piace così.
Trova senso in sé stesso, meschinamente, l’Io.
E io – cioè, la narrazione di me stesso a me stesso – dovrei, dicon tutti, “diventar me stesso”, sapete? È un imperativo! Così poi scopro bene chi odio veramente. Non è neanche un plot twist, poca roba.
L’unica certezza è che dovrei fare un passo laterale per guardarmi da fuori e per guardarmi nella relazione con l’Altro compresa la relazione di guardare me stesso dentro una relazione con quell’Altro che è me stesso, fuori dall’Io, ma guarda caso è proprio quello che l’Io mi impedisce.

C’è un’unica soluzione. Il passo laterale, ma d’inciampo.
Essere altri. Essere Altro. Fare Altro, ecco. Sgambettarmi. Non credermi. Attraversarmi, e aspettarmi dall’altra parte.
La porta è l’Io. E non c’è mai stata porta.

Guarda la vastità

La vastità

Cinque milioni di anni fa una scimmia d’un tratto ha indicato un boschetto, accompagnando l’urgenza del gesto con le tipiche grida “uuuhhh uh uh uh!!” di quando un predatore, facciamo un leone, si prepara ad attaccare.
Tutte le scimmie del branco hanno guardato in quella direzione, ma non hanno visto niente.
Si sono nuovamente girate, e quella scimmia stava ridendo scompostamente, dandosi delle manate sulle cosce, tenendosi la pancia, rotolandosi per terra.
In quel momento è nato l’umorismo, il teatro, le fake news, il dubbio, la messinscena, la creduloneria, i giochi di linguaggio, forse il primo pestaggio per motivi concettuali, perché non si può infrangere impunemente una regola di sopravvivenza.

Però a dire il vero non c’era nessuna regola, ancora. Bisognava prima infrangerla, ovvero mostrare qualcosa che c’era e non si pensava ci fosse.
Lì è nata la semiotica, perché come ci raccontava il Sommo un segno è tutto ciò che può mentire.
Fin a quel momento, le parole – o gli atti linguistici, dai – sono vere. Quella parola, quell’urlo, quel gesto vogliono dire quella cosa, forse quella situazione. Si riferisce a quella cosa, proprio quella cosa lì, che esiste ed è lì nel mondo, posso nominare il mondo con la parola adeguata.
Infatti già se come sopra dico “situazione” complico tantissimo, e in questo momento mi stanno guardando secoli e secoli di gnoseologia e filosofia del linguaggio.
Diciamo parola.
Quando Dio chiamò Adamo, gli disse “Vieni qua ragazzotto, dai un nome alle cose, su” e allora Adamo *le chiamò col loro nome*. Questa cosa ha tolto il sonno a centinaia di pensatori nelle ultime migliaia di anni.
Cioè, nella parola che Adamo utilizzò per ogni cosa c’era la cosa stessa, la sua forma o sostanza o essenza (vado veloce), addirittura nel suono di quella parola c’era qualcosa che richiamava l’oggetto. Dicevo “tavolo”, e la parola /tavolo/ assomigliava *sotto qualche aspetto o capacità* a un tavolo.
Così fino a Babele. Tutti belli contenti, tutti parlavano prebabelico, tutti si capivano e usavano la lingua perfetta. Però voler costruire o meglio erigere questa torre itifallica era decisamente troppo, Dio se ne ebbe a male e confuse le lingue.
E anche qui fior fiore di filosofi ed eruditi a chiedersi nei monasteri sperduti nel tempo cosa potesse significare, quel confondere le lingue. Nessuno capiva più quell’altro, non si poteva più costruire la torre. Quel burlone di Dante disse che Dio in quel momento aveva inventato i gerghi professionali, quindi il manovale non capiva più il capomastro che non intendeva più cosa dicesse l’architetto, e in effetti come spiegazione funziona.

Ma a noi qui interessa la rappresentazione. Nel linguaggio, in tutti i linguaggi, in tutti i testi. Verbali, scritti, iconici, cinematografici, fotografici.
La semiotica ha “espulso il referente” molti decenni fa. Il linguaggio funziona anche se non esiste quello di cui sto parlando, possiamo parlare di unicorni o di sesso degli angeli per secoli, il linguaggio è simbolico, manipolabile e manipolatorio, non ha logica, è autocontradditorio, poggia su paradossi, non posso uscirne per spiegarlo, non ha pretese di verità ovvero non fa nemmeno finta di cogliere univocamente ciò a cui – concetto o percetto o atto o oggetto di realtà – intende riferirsi, è simbolico, cambia le regole nel tempo e cambiano morfologia semantica e sintassi, abitiamo linguaggi che ci tradiscono, ci affezioniamo a parole che hanno senso solo per noi e solo in quel momento, magari sappiamo pure che il linguaggio è menzogna però continuiamo a dare fiducia, ci piace ingannarci, amiamo la gabbia dorata, ci facciamo dei film, coloriamo le situazioni, inquadriamo e incorniciamo, ci crediamo sani e siamo sull’orlo del delirio.

Ci culliamo nel sogno di poter fare esperienza dell’esperienza dell’altro, ma possiamo solo fare esperienza del comportamento dell’altro, e scommettere che il suo comportamento sia coerente con la sua esperienza. Però stiamo leggendo secondo i nostri codici interpretativi, e proiettiamo sull’altro una simile costellazione di strategie e desideri e aspettative che sono nostri, soltanto nostri.
Illudendoci. Qualche volta pigliandoci, per motivi statistici, spesso al di là dell’intenzionalità del parlante.

Poi ci sono quelli che credono, senza alcun dubbio, alle news su Facebook, ai follower di Instagram, che Phoshop non esista, al fatto che il mio profilo stia avendo successo su LinkedIn.

E io vorrei che io voglio

Il buio abita nel buio delle case
il catalogo-frangette*, bordo della strada
e gli alberi hanno i rami luuunghi, e i pini corti
E io vorrei che io voglio
appendere due furgoni agli alberi, con un gancio.
Il biscotto lo inlatto nel latte
è troppo buono, mi piace, è furbacchione!

Jacopo Jannis, tre anni e mezzo, nel marzo 2017
*catarinfrangente

Nel consueto e nel noto dello spazio domestico, da sempre vissuto come caldo e rassicurante, il giovin poeta scopre ombre e timori, ravvisa quell’Altro-da-sé come piega dell’inquietudine, bisbiglìo obliquo della quotidianità.
Eppur subito lo slancio vitale prepotente s’orienta e s’inerpica verso la Luce, stabilisce forte la cesura netta tra Io e non-Io, il limite del proprio definirsi, la frattura del Senso indotta dall’epifanìa improvvisa del Segno, e insieme al contempo il percorso e la direzione.
Ecco dunque emergere la descrizione del Mondo, ecco ciò che è, e non può non essere: la meraviglia dello sguardo, e la catalogazione dell’Essere, ripostiglio recondito di alterità assoluta, scrigno inesauribile della eterna pulsione a nominare le cose, ordinandole e giocandole e rigiocandole.
Tutta l’Umwelt diventa playground: l’affermazione perentoria e volitiva della soggettività, ribadita e marcata e sancita, negoziata e ratificata nella nascente socialità dell’Io, sottende quel poter-fare concreto del Poeta ora in grado finalmente di agire sul Mondo, di modificare l’ambiente vitale a proprio esclusivo piacere, nel Desiderio compiutamente divenuto Gesto, atto consapevole di Parola fecondante, una Realtà gravida di forme ed eloquente di possibilità e infiniti significati.
Il Piacere, troppo umano e divino, suggerisce e guida adesso l’intuizione, la ricerca manipolatoria, la congettura dell’ipotetico. L’esplorazione e l’intersecarsi dei sensi costruisce piani di realtà prima letteralmente impensabili, il fuori diventa dentro, l’identità affermata e desiderante, indubitabile e scolpita, si compiace del proprio scegliersi e sciogliersi senza fine nel fluire immoto nella tazza del Divenire.
L’inquietudine forse ora è appagata, ma per un sol attimo: c’è come sempre una porta socchiusa, c’è l’inganno delle cose che guizzano, l’apparenza dalle vesti cangianti, l’irrompere di uno sguardo o l’incrinarsi di una superficie, il biscotto che zuppo si spezza, lo splash nell’atavico nutrimento, la risata panica della gioia sorpresa a divertirsi.

Jannis Father and son

I sommari che non uso

jannis

1. La Cultura digitale e l’avvento delle rete Internet, l’espressione di sé e l’informazione immediata e ubiqua, hanno modificato il modo in cui percepiamo e nominiamo sia noi stessi come collettività sia il territorio dove storicamente risiediamo. Sono grammatiche di socialità nuove da conoscere necessariamente per comprendere i moderni meccanismi della comunicazione, sono nuove forme dell’abitare dove smartphone e social network rappresentano gli strumenti e gli ambienti della nostra partecipazione civica e lavorativa. Dalle nuove mappe dei Luoghi fisici e digitali che tutti contribuiamo a creare quotidianamente emergono percorsi di narrazione e dell’identità per la promozione territoriale.

2. Come raccontiamo noi stessi, nel mondo fisico e in quello digitale? Qual è la nostra identità come collettività che risiede su un territorio connesso? Per rispondere dovremmo innanzitutto chiederci chi siamo, e quindi decidere che immagine dare di noi. Serve uno specchio: la rete Internet sta facendo emergere, nei suoi strumenti e ambienti — smartphone, social network — rappresentazioni delle collettività inaspettate e inesplorate. Grazie alla comprensione delle nuove grammatiche della socialità connessa e delle nuove forme di cittadinanza digitale possiamo redigere percorsi di storytelling territoriale, per finalità di promozione socioculturale o turistica.

3. Gli strumenti e gli ambienti digitali — smartphone e social network — che tutti noi utilizziamo e frequentiamo quotidianamente fanno emergere rappresentazioni del territorio e della collettività nuove, differenti da quanto accadeva fino a pochi anni orsono. Le tecnologie della comunicazione modificano la nostra percezione e i nostri comportamenti, la nostra partecipazione ludica civica e lavorativa innerva nuove forme dell’abitare e dell’aver cura degli stessi ambienti fisici e digitali dove costruiamo identità individuale e collettiva. Grazie alla comprensione delle grammatiche della socialità connessa possiamo costruire nuovi percorsi di narrazione per la promozione territoriale.

4. Dieci anni di smartphone, dieci anni di social network. I luoghi digitali che noi tutti quotidianamente frequentiamo lasciano emergere impensate rappresentazioni dei territori fisici e delle collettività che li abitano, fotografie di chi siamo, mostrandoci nuovi percorsi possibili per l’allestimento e la narrazione delle identità sociali delle Pubbliche Amministrazioni, delle imprese, delle nuove forme di partecipazione civica della Cittadinanza digitale. È necessaria una comprensione dei nuovi ambienti comunicativi digitali, per la progettazione di una promozione socioterritoriale in grado di esprimere originalità e autenticità con il giusto tono di voce, capace di cogliere l’unicità e lo stile proprio dell’abitare di ogni collettività.

Di notte mio padre scrive della notte

ANSIOSE DOMANDE SENZA RISPOSTA

O notte, notte mia, così buia e profonda.
Senza stelle ed i rumori del giorno. Stimoli pensieri che penetrano l’oscurità e favoriscono la caduta nell’Ignoto, nel quale inevitabilmente m’immergo, annaspo per poi precipitare in un orrido abisso senza fondo e pieno di freddo e paura, dove la mia ragione perde ogni facoltà di scelta e decisione. Il cervello si blocca e subisce il tuo lugubre silenzio.
Non spieghi perché sono nato e dovrò morire, così come un cane, un fiore, l’umanità intera.
Rappresenti un quadro vuoto nel quale inutilmente cerco di capire il senso della vita e la fase tua rispetto alla tranquillante luce del giorno, che sarebbe poi quella finale, la più triste, scontata, che mi riporta al quel buio pesto cui mi ero rivolto.
Sei il nulla, odiosissimo Ignoto. C’è chi vede in te la Fede e la Speranza, per altri, me compreso, sai soltanto trasmettere tenebre, freddo e paura di morire.
Domattina sorgerà il sole. Io ci sarò, tu no. Ci sarai domani sera, lo so, ma sii certo che  non ti farò più domande, conscio che sei solo il freddo e buio Ignoto, incapace di essere Chiaro sia quando ho gli occhi aperti, sia quando li avrò chiusi.

[Italo Jannis, 82 anni]

Mostri e specchi

mostri e specchi - jannis.it

[Premessa: questo è un post originariamente scritto su Facebook. Prende le mosse dall’annuncio di un convegno a Trieste promosso per ragionare riguardo gli hatespeech in Rete, sessismo e razzismo. Rifiutando soluzioni tecniche, legislative o buoniste, ho allargato il discorso.]

Ok, Parole O_Stili. A Trieste, 17 e 18 febbraio.
Ci andrò, perché ci saranno amici da salutare. Ci andrò, perché magari qualche ragionamento valevole di attenzione potrebbe saltar fuori. Ci andrò, perché ben venga in ogni forma un’esplicitazione del fenomeno e una presa di coscienza.
Ma qual è il “discorso” del convegno, qual è la filiera? “Ommioddio è oribile” -> “Signora mia dove andremo a finire” -> “Basta, qui bisogna fare qualcosa” -> Leggi liberticide? Il Galateo del XXIsec. con ban e processo incluso? Il Grande Manifesto dell’Italia Migliore per l’Ecologia Buonista della Rete, con la faccia di Boldrini e Mentana? Allora meglio Selvaggia Lucarelli che telefona a casa ai cretini, uno per uno.

Vent’anni fa litigavo e venivo insultato pesantemente sui newsgroup di italianistica, figuriamoci, e stavamo discutendo della [r] polivibrante alveolare, mica di calcio o di vaccini.
Vent’anni fa esatti scrivevo un progetto sulla legge 285/97, la legge Turco sui minori, riguardante la necessaria impellente (ahaha) promozione di una comprensione dei risvolti sociali dei nuovi mezzi di comunicazione digitale, iniziativa che poi avrei co-coordinato per i successivi tre anni su un intero ambito socio-territoriale lavorando mille ore nelle scuole dell’obbligo, parlando a studenti insegnanti dirigenti e genitori. Pubblicazioni, convegni su convegni, tutti che dicono di sì con la testa e poi prontamente dimenticano, e regalano uno smartphone al figlio in prima media.

Niente di nuovo sotto il sole e sullo schermo, e l’indicazione dell’approccio educativo è rimasto quanto di più vicino sento al mio modo di pensare e agire rispetto al problema. Ma vi ricordate rotten punto com, i vari siti di gore, 4chan, blog orribili? Vi ricordate le reazioni dei politici e dell’opinione pubblica ai bonsai kitten? Avete mai avuto per le mani dieci ragazzini di un istituto professionale nella profonda provincia, e dover essere educatore? Avete mai visto i log dei server scolastici o anche solo la cronologia del browser di un’aula multimediale dieci anni fa, quando ancora non si prendevano provvedimenti tipo blacklist (che ridere) o tracciamenti identificativi? Sapete dove vanno i quindicenni in motorino? Sapete dove vanno i quindicenni in Rete? Sapete distinguere porno sano da porno malato, e quello che pochi anni fa era extreme ora è mainstream? Quali soddisfazioni e quanta autostima può dare blastare la gente, avere l’ultima parola tranciante, insultare pesantemente, discutere per vincere? E sto parlando dei bar, mica solo dei gruppi chiusi di facebook.

Un LOL ci seppellirà, spazzando via secoli di usi e costumi, patine di civiltà, incrostazioni superficiali di galateo, forme di convivenza sedimentate nei rituali sociali, nelle parole ormai inadeguate a veicolare i sentimenti che premono dentro a individui e gruppi sociali, viviamo tutti “fuori dai denti”.
Paura e ignoranza, mancanza di moralità, un’estetica ricalcata su calciatori e veline o personaggi trash del sottobosco mediatico, figure pubbliche lorde di fango, capi di governo impresentabili, assessori arroganti di paesi grandi come due condomini, capiufficio fascisti, meritocrazia calpestata, nessuna prospettiva rincuorante di vita lavorativa, congiuntivi dimenticati e analfabetismo funzionale, giornali quotidiani scandalosi e scandalistici, clickbait forsennato, l’urgenza di trovare un nemico contro cui scagliarsi oppure crearlo bello nuovo ogni giorno, nessuna stella polare su cui orientarsi per costruir sé stessi intorno a un nucleo di dignità… son tutte cose che bruciano bene, la fiamma sotto la pentola a pressione della socialità ora è molto più forte, le valvole cominciano a fischiare. Il magma sotto il vulcano si agita, mille fumarole che si attivano sono sintomo di eruzione esplosiva imminente.

E forse il vulcano, quella crosta solidificata è proprio la forma della civiltà e della convivenza e dello Stato che abbiamo costruito nei secoli, sistemi di premi e punizioni che hanno permesso di ingabbiare e reprimere, reindirizzare le pulsioni, sublimandole grazie a mediazioni, agenti intermedi, patti sociali, sicurezza e sanità e scuole in cambio di tasse, istituzioni come banche e tribunali e carceri e manicomi. È tutto saltato, deal with it.

Uno strano romanzo, una narrazione imprevista, un plot twist, un salto dello squalo nella storia che raccontiamo a noi stessi per definir chi siamo: il protagonista, ovvero la società tutta, d’un tratto si scopre diverso da come pensava di essere, scopre la propria identità essere un camuffamento, c’è uno svelamento e un’agnizione di sé stessi prima letteralmente impensabile, la maschera d’oro cade e mostra la carne, il personaggio nel suo voler-essere congiunto a certi valori apollinei viene sgambettato dal fare concreto, dalle sue stesse azioni dionisiache ebbre e sanguinolente, la nobiltà pretesa viene tradita dal linguaggio plebeo e prevaricatore, la generosità compromessa dal tornaconto personale. La società oggi è *incongruente*, non vi è sintonia tra la testa e la pancia, o meglio tra l’immagine che intendiamo e pensiamo di dare di noi e l’effettivo agire e comunicare, una contraddizione in doppio legame tra quello che affermiamo con le parole e i gesti con cui il corpo mette in scena l’inganno, non potendo nascondere le emozioni.

Per secoli le forme espressive culturali quali la letteratura, la pittura, il teatro hanno messo in scena la nostra interiorità, le regole, i valori in cui volevamo credere, nonché con piccole infrazioni delle regole le “devianze” storicamente necessarie al superamento di paradigmi obsoleti secondo cui intendere il nostro “giusto” stare al mondo come collettività.
Le finte narrazioni del nostro crederci (volerci-credere) animali superiori edulcoravano la realtà spargendo lustrini e autostima, le finte narrazioni del Potere manipolavano gli animi tenendoci dentro uno status quo sempre più gabbia, riconducendo i rivoli della rabbia dentro l’alveo del conformismo e degli schemi capitalistici del “produci consuma crepa”, pane e circo. Ma si tratta di un mondo finto, congelato, dove nulla si muove, dove l’arco della mia esistenza è pre-scritto nella menzogna di una falsa coscienza di cui era facile esserne incoscienti o accettarla come bugia necessaria.

Invece l’azione narrativa o scenica ha bisogno di azione, altrimenti non esiste nessuna storia da raccontare. E i mass-media del Novecento questo volevano, per la loro capacità di raccontare il divenire in tempo reale: volevano eroi contro il sistema. Eroi vincenti, eroi perdenti. Ribelli con o senza motivo, ma che muovessero gli eventi. Tuttavia il sistema era ancora molto intermediato, bisognava ancora imparare un’arte e possedere risorse economiche ingenti per mettere in scena la propria narrazione o dettare l’agenda con il cinema o con la televisione. Ora non più. Con un telefono cellulare ho la potenza mediatica di un tg di dieci anni fa, posso filmare e scrivere e pubblicare in tempo reale su scala planetaria. Ci sono, partecipo, dico la mia.
E dopo il teatro la pittura e la letteratura, facilmente manipolabili e censurabili in quanto dipendenti da sistemi economici di potere per la diffusione delle loro opere, ora abbiamo la Rete.

La Rete è lo specchio dove l’umanità oggi riconosce sé stessa, uno specchio molto meno deformante rispetto ai dispositivi di rappresentazione di sé (individuo e collettività) del passato, il luogo polivocale e immediato dove nessun camuffamento d’identità è possibile come maschera univoca, dove le collettività vedono emergere la propria identità nelle mille facce di cui sono composte e non solo quella messa in scena dai padroni del vapore.
In tal modo prendiamo coscienza di noi stessi, e prendiamo paura, perché non siamo chi pensavamo di essere e chi volevamo essere. L’Eroe ha rotto l’incantesimo, ora può vedere, ma ha perso sé stesso nell’acquisire questa nuova competenza. Non può portare a termine il programma narrativo, non può agire, tutto va rinegoziato, ogni singolo valore ogni tensione e aspirazione.
Siamo dei mostri, e non servirà coprire gli specchi con i lenzuoli.
Ripartire da zero, anzi da uno. Perché ora sappiamo. E anche senza avere ideali irrealistici, possiamo costruire noi stessi su una percezione maggiormente chiara e distinta. Possiamo trasformare l’agire in fare. Il cieco agire in fare consapevole, misurato, responsabile delle conseguenze, attento al contesto. Perché le parole hanno molti significati, il contesto attribuisce il senso.

L’Io della collettività è costituito dall’Io e dalla circostanza della socialità (anche mediatica) che lo contiene, non c’è dentro e non c’è fuori.
Questa mia generazione ha il compito immane di traghettare tutta la propria millenaria Cultura nel Mondo Nuovo, territori che per primi abbiamo esplorato senza mappe, costruendo avamposti. Questo e solo questo possiamo indicare alle prossime generazioni: l’urgenza di progettare modi nuovi di concepire e innervare la socialità dopo il Diluvio digitale, realtà e stili e modi che siano appropriati al loro sentire e desiderio di costruire spazi di civiltà adeguati, secondo visioni e approcci che non ci appartengono, ma dentro cui loro potranno ristabilire i valori di fratellanza e solidarietà e di giustizia e di bellezza, se lo vorranno.

Andiamo avanti

Trent’anni almeno di televisione “selvaggia”, da altrettanto si parla di educazione ai media, intendo proprio da fare a scuola, con approcci centrati sulla consapevolezza della fruizione, sulla grammatica del flusso televisivo, sulla promozione di competenze di lettura critica dei messaggi. Eppure non si è concretamente mai visto nulla di tutto ciò, fatti salvi i soliti quattro gatti di docenti eccentrici.
Forse il Potere non aveva intenzione di fare “alfabetizzazione televisiva”, cosa dite? Chi mai ha parlato di vietare la tv? Magari gli faceva comodo tramite lo strumento indottrinare e persuadere, come esplicitamente sappiamo dagli anni ’50, se non prima (le riflessioni sulle teorie della propaganda mediatica).
Però adesso è giunta l’ora di una alfabetizzazione digitale, sissignori. Sulla cui necessità peraltro io sbraito da vent’anni, professionalmente remunerato per farlo, ve lo dico subito.
Perché qui in Rete ora parlano tutti e l’autorità è saltata e non è cosa, eh, non va bene. Bisogna nor-ma-re.
E siamo qui a discutere di censura, pro o contro, guelfi e ghibellini come sempre, invece di chiederci il solito “cui prodest?”, invece di interrogarci sui motivi (convenienza? populismo? senso civico? sincera preoccupazione?) che portano i pubblici decisori a decretare la necessità di un controllo, di un giro di vite, di una censura preventiva.
Cosa vorrebbero, lor signori, il patentino per accedere al web? Patente A solo per leggere, quella B per commentare, quella C per i carichi pesanti, ovvero ardire addirittura ad avere un sito o un blog e produrre contenuti, pubblicarli senza chiedere permesso a nessuno?
Ho sempre visto la paura – dinanzi a ciò che non si conosce e non si può controllare – irrigidire la mente delle persone e paralizzare le loro azioni, dirigenti scolastici o sindaci o imprenditori, quando si trattava di comprendere e sperimentare minimamente le nuove forme di socialità e di arricchimento culturale che la Rete può offire.
Siamo dentro questo gigantesco mutamento del modo di darsi al mondo della specie umana, nelle relazioni interpersonali e nella comunicazione, ogni giorno vediamo nascere situazioni di cui prima non potevamo nemmeno concepire l’esistenza, mancavano i contenitori e i linguaggi delle nuove forme di realtà.
Se metto in atto dei “piani ministeriali per la formazione all’abitanza digitale”, chi li redige? Persone novecentesche, lente e sconnesse? E il sistema giuridico, pachidermico, come può rapidamente sentenziare su quello che quotidianamente si manifesta nelle società moderne, azioni per cui non esistono nemmeno parole per definirle? E le Pubbliche Amministrazioni, e la Politica, come può compiutamente dirsi “trasparente” senza giocare proprio sulla ambiguità di questa parola (se è trasparente, non si vede: ma io vorrei invece vedere tutto), e furbescamente sancire la propria ragion d’essere nella manipolazione del “sembrare trasparente”, visto che in fin dei conti vuole stabilire cosa possiamo o non possiamo vedere?
Sì, ci aspettano molti anni di “barbarie”, di sgretolamenti dei macro-paradigmi su cui l’intera civiltà umana si è costruita negli ultimi cinquecento anni, di negoziazioni e ripatteggiamenti delle identità individuali ormai prepotentemente connesse alla Rete e grazie alla Rete sviluppatesi e interconnesse agli altri, delle identità – in quanto essere e fare – di enti governativi e soggetti collettivi minate alle fondamenta dai nuovi modi di intendere e vivere la socialità, il desiderio, l’affettività, la maturazione di una visione del mondo, l’immaginario tutto.
E in una dimensione organicista, credo che la mutazione – progettata o casuale, educazione formale o autoapprendimento – e non l’irrigidimento sia la soluzione: dinanzi a nuove condizioni ambientali ovvero socioculturali su scala planetaria andrebbero favorite promosse sollecitate nuove sperimentazioni locali di sistemi sociali (giuridici, legislativi, formativi, nonché sul piano relazionale interpersonale), e queste sperimentazioni dovrebbero essere molte e di tipo diverso, per vedere quali maggiormente si adattano ai nuovi contesti di vita degli umani, per poterne poi trarre insegnamento.
Ci vuole coraggio, e fiducia.
Le nuove generazioni si muoveranno tra le macerie di questo terremoto culturale, eppure stiamo insegnando loro a camminare schivando i pericoli che conosciamo, auspicando sappiano domani distinguere i pericoli che ancora non conosciamo: eppure devono andare, senza proibizioni e senza divieti.