Ieri sera guardo il mio solito poliziesco scandinavo, poi buonanotte a tutti, sto per spegnere il pc ma mi soffermo su una tab lasciata aperta fin dal pomeriggio, un articoletto di darwinismo sociale (da Spencer malinterpretato all’eugenetica, ahia) dove però ritrovo la parola exaptation, un bel concetto alquanto fecondo di ragionamenti per non andare a dormire subito.
No, non è pre-adattamento, lo dice anche wiki, dobbiamo evitare di associare finalismi o visioni teleologiche o “intenzionalità” a questa dinamica evolutiva biologica (e anche tecnologica, come vedremo) nella quale sostanzialmente già con Darwin viene notato come il rapporto fra organi e funzioni fosse potenzialmente ridondante, e quindi un tratto sviluppatosi per una certa ragione adattativa potesse essere “cooptato” e convertito per una funzione anche del tutto indipendente dalla precedente. La parola nuova è del 1982, meglio se poi exattamento lo traduciamo come “cooptazione funzionale” per indicare proprio come gli organismi spesso riadattino in modo opportunista strutture già a disposizione per funzioni inedite, ovvero come organi o tratti biologici sviluppati per una determinata funzione vengano “riciclati” dalla selezione naturale per assolvere un compito del tutto nuovo.
Quello che qui vorrei dire, ed è una cosa lunghetta, è che possiamo applicare questo principio alla politica locale, alla gestione del nostro territorio e alla vita delle comunità. Non serve sempre edificare da capo, né inventare istituzioni inedite. Possiamo fare con quello che abbiamo, compiendo una vera e propria archeologia delle risorse civiche per riorientare l’esistente verso nuovi traguardi di emancipazione.
Ma ripartiamo dalla biologia, per divertirci. Ci sono esempi classici.
I dinosauri avevano le piume per isolamento termico, finché qualche protorettile ha ben pensato di usare piume e penne per imparare a volare (sì, la faccio facile).
Un abbozzo di organo nei pesci primitivi sarebbe poi diventato o polmone da una parte o vescica natatoria dall’altra.
Parliamo di specie umana? Sistemi neurologici? Il cervello umano padroneggia pensiero astratto, matematica o la scrittura, e di certo non è stato originariamente genomicamente cablato per questo: si tratta di altre forme di riuso neuronale, rimodellamenti dell’area della corteccia visivo-temporale, circuiti subparietali, dove la mente utilizza concetti spaziali o fisici per comprendere realtà astratte.
Se vogliamo anche certe risposte emotive e fisiologiche poi funzionano come base rifunzionalizzata per sostenere dinamiche sociali, simboliche o morali complesse, come nel caso del disgusto (la faccia che facciamo quando spostiamo la lingua indietro per concentrare un saporaccio sulle papille gustative anteriori, dove sentiamo solo il dolce), oppure le lacrime che servirebbero per idratare e pulire la cornea e poi sono diventate segnale interpersonale.
Dicevo della cooptazione funzionale nel campo della tecnologia, quando uno strumento inventato per fare una cosa si scopre che va benissimo per farne un’altra.
Il tubo a raggi catodici fu sviluppato a fine Ottocento nei laboratori di fisica per studiare il comportamento degli elettroni nel vuoto e deflettere i fasci tramite campi magnetici, poi è diventato oscilloscopio per i segnali elettrici, poi impiegato nella radiofonia anni Trenta, poi diventa magnetron e viene usato nei radar bellici, poi diventa schermo televisivo e monitor del pc fino a vent’anni fa, e nel frattempo diventa anche forno a microonde quando ci si accorge che scalda bene le molecole agitandole.
Gli SMS non erano presi in considerazione per la messaggistica: il canale GSM li permetteva, ma li usavano solo gli operatori e i tecnici telefonici.
Il Viagra ovvero il sildenafil serviva per trattare l’angina pectoris, non per erigere monumenti al desiderio.
Il GPS era infrastruttura militare per tracciare i missili e per la navigazione, solo dopo è diventato pilastro della logistica, delle mappe per il traffico e per le app di incontro, dei giochi in realtà aumentata.
L’intelligenza artificiale si appoggia sulle schede grafiche GPU progettate per i videogiochi, e solo poi la loro architettura è stata cooptata per far girare l’addestramento e i modelli di apprendimento delle reti neurali profonde.
Il Walkman era un registratore portatile per i giornalisti, ma perché non usarlo per ascoltare musica, togliendo la testina di registrazione e inaugurando la fruizione privata e nomadica della muscia nello spazio pubblico.
Usare l’hashtag su Twitter e quindi permettere nascita e reperimento di conversazioni su base tematica è “invenzione” di un fruitore, non una feature del sistema nativamente promossa.
Il kevlar doveva servire per migliorare gli pneumatici, poi han capito che questa capacità di assorbire energia lo rende perfetto per giubbotti antiproiettile e protezione personale.
Il phon viene dall’idea di qualcuno che negli anni Venti collegava un tubo flessibile allo scarico dell’aspirapolvere.
La prima webcam la crearono e installarono degli informatici all’Università di Cambridge per controllare se la caraffa di caffè fosse piena o vuota, senza dover fare le scale per accertarsene.
Il motore jet, cioè la turbina a gas, non nasce per la propulsione degli aerei, deriva dai turbocompressori dei generatori industriali di corrente.
Le schede perforate per dare istruzioni ai telai tessili Jacquard sono una cosa dei primissimi dell’Ottocento, ma un secolo e più dopo il sistema è stato cooptato per diventare il supporto primario di memorizzazione e programmazione dei calcolatori elettromeccanici magari IBM per un bel pezzo di Novecento.
Il diodo e il triodo nacquero all’inizio del ‘900 per amplificare i deboli segnali radio analogici nella telegrafia senza fili, ma quarant’anni dopo, la proprietà della valvola termoionica di funzionare come un interruttore ad alta velocità (stato aperto/chiuso) è stata cooptata per costruire i primi computer digitali interamente elettronici come l’ENIAC o il Colossus, convertendo un componente audio/radio in una porta logica binaria.
Bene, siamo arrivati fino qui, Tutto bene. A me affascina questa idea di bricolage concettuale e funzionale, questo “facciamo con quello che abbiamo”, che si tratti di un’ala d’uccello o di un circuito elettronico.
Quindi ora provo a vedere come questo concetto e questa pratica di cooptazione funzionale possono essere applicati alla gestione politica (in senso alto) del territorio e al miglioramento sociale delle comunità che in quel territorio abitano.
Applicare l’exaptation alla politica e allo sviluppo delle comunità significa smettere di pensare alle riforme sociali solo come alla creazione di nuove istituzioni da zero. Facciamo con quello che abbiamo, e magari recuperando modi e prassi del passato, ritenuti superati da una modernità che si è rivelata controproducente.
Vediamola come una sorta di archeologia delle risorse civiche, per individuare strutture, reti, tecnologie o prassi culturali già presenti su un territorio e ri-orientarle verso funzioni di emancipazione, coesione o governance partecipativa per cui non erano mai state concepite, per risolvere nuovi problemi.
Possiamo individuare tre livelli su cui il processo agisce.
Il primo livello riguarda l’hardware del territorio. Prendiamo le vecchie linee ferroviarie dismesse o gli spazi militari abbandonati, come quelli che punteggiano a centinaia il Friuli. Basterebbe un atto di cooptazione funzionale per trasformare questi giganteschi vuoti urbanistici in beni comuni, in spazi di socialità informale e hub culturali gestiti dalle giovani generazioni, per una socialità informale e aggregazione, per la rigenerazione urbana.
Allo stesso modo, le architetture informative create dallo Stato, infrastruttura di tracciamento e archiviazione creata dallo Stato per ragioni di riscossione fiscale, ordine pubblico o censimento demografico, possono essere cooptate dal giornalismo d’inchiesta e dai cittadini per monitorare la spesa pubblica o la qualità dell’aria o la trasparenza dei cantieri civici.
Il secondo livello investe le prassi comunitarie e la rete delle relazioni. Diventa possibile un ragionamento sul capitale sociale, dai rituali tradizionali alla mobilitazione civica. Ci sono reti nate per scopi religiosi, ricreativi o di reciproco soccorso agricolo (come le vecchie mutue di quartiere o le cooperative di consumo dell’Ottocento) che vengono rifunzionalizzate per rispondere a nuove emergenze, o per la gestione dei beni di prima necessità durante le crisi sanitarie o il supporto agli immigrati. L’infrastruttura fiduciaria preesistente viene trasferita su un nuovo obiettivo politico.
I canali di messaggistica istantanea (WhatsApp, Telegram) o i forum nati per i videogiochi e il fandom (come Discord) vengono cooptati dai movimenti sociali giovanili o dai comitati di quartiere per coordinare proteste, organizzare assemblee di condominio o gestire presidi sul territorio. Uno strumento nato per l’evasione diventa un’infrastruttura di coordinamento tattico, sistema nervoso delle comunità.
Il terzo livello tocca le norme e il linguaggio. Nell’articolato panorama legislativo non occorre continuamente forgiare nuove leggi. Risulta spesso più efficace risagomare quadri normativi già esistenti, magari concepiti per il commercio o la tutela sanitaria, impiegandoli come un efficace grimaldello giudiziario per proteggere l’ambiente o garantire le tutele dei lavoratori.
Ovvero, dobbiamo un po’ smetterla di pensare di governare e fare politica locale progettando interventi “dall’alto” calando moduli astratti. Se il nostro approccio è l’exaptation allora si ribalta la prospettiva e abbiamo da chiederci innanzitutto quali reti, abitudini o luoghi della comunità svolgono già una funzione accessoria che possiamo reindirizzare verso un obiettivo condiviso, e in secondo luogo quali relazioni di vicinato o competenze informali esistono già in un quartiere e possono essere formalizzate per risolvere un problema di solitudine, cura o degrado urbano… perché ci sono risorse umane, materiali, finanziarie già presenti nel sistema, e il miglioramento sociale può in buona misura dipendere anche dalla nostra capacità di riconoscere il potenziale inespresso di ciò che è già presente.
Per compiere questo salto, la prima operazione di exaptation da fare è un ribaltamento concettuale della nozione stessa di scarto e di vincolo, cercando nella storia materiale dell’umanità un meccanismo che trasformi il vincolo in una risorsa, in una leva di riorganizzazione. Se continuiamo a pensare alla transizione come a un’operazione di sottrazione (rinuncia, decrescita, privazione… ma qui parliamo di sobrietà e riattualizzazione), l’inerzia del sistema politico ed economico esistente continuerà a vincere. Dobbiamo cercare nella storia materiale e concettuale dell’umanità un meccanismo che trasformi il vincolo assoluto in una risorsa.
Serve pensiero laterale tecnologico e tecnosociale già radicato nella storia dell’umanità, oggi da cooptare per ri-orientare l’economia mondiale, per uscire da una logica estrattiva e arrivare a una logica della sobrietà meccanica.
Vogliamo un esempio? I canali di irrigazione e il mulino ad acqua.
I sistemi industriali moderni sono stati progettati nell’illusione dell’estrazione infinita. Ecco un flusso lineare che preleva energia e materia, le trasforma, produce valore ed espelle scarti nocivi. Il limite di questa struttura è la sua dipendenza dal throughput, ovvero dalla quantità di materia ed energia che la attraversa nell’unità di tempo.
Possiamo invece cercare una exaptation concettuale risalendo alla storia delle società idrauliche tradizionali e della meccanica pre-industriale. Un mulino ad acqua o un sistema di canalizzazione agricola non “consuma” l’acqua, né ne altera la quantità complessiva. Ne sfrutta il salto di quota (il gradiente) e restituisce il fluido al ciclo naturale. Per trasporre questo schema innanzitutto concettuale all’oggi bisogna riprogettare il sistema produttivo globale non sulla base dell’efficienza dei consumi (che porta quasi sempre al paradosso di Jevons – vedi wiki – dove un’efficienza maggiore genera consumi complessivi più alti), ma sulla chiusura dei cicli materiali a energia diretta.
L’industria manifatturiera contemporanea dovrebbe essere reimpostata convertendo la proprietà dei beni in servizi di flusso. Se l’azienda rimane proprietaria delle materie prime e vende soltanto la prestazione del prodotto, il suo interesse economico si ribalta istantaneamente: non cercherà più di vendere oggetti a obsolescenza programmata, ma punterà a far durare ogni singolo bene il più a lungo possibile, con il minor consumo energetico.
Al contempo abbiamo una cooptazione funzionale del valore, dobbiamo sostituire la cieca misura (alla distruzione ambientale) del PIL con la valutazione dell’entropia gestionale. Il PIL oggi registra come crescita persino le guerre e le ricostruzioni successive alle catastrofi. Introducendo invece nelle norme di bilancio il principio dell’asimmetria termodinamica, ogni attività che aumenta la dispersione involontaria di energia o genera inquinamento si traduce in una perdita netta. Ogni attività economica che aumenta l’entropia globale (ovvero che degrada energia concentrata o disperde materia inquinando) deve registrare una perdita netta di capitale a bilancio, non superabile da profitti monetari.
Tassare il prelievo di exergia, ossia l’energia utile estratta dal pianeta, e sulla generazione di entropia (rifiuti non riutilizzabili) rende finanziariamente sconveniente l’estrazione di risorse vergini e altamente redditizio il recupero delle materie già raffinate. Estrarre un barile di petrolio o un chilo di rame vergine diventa finanziariamente insostenibile, mentre recuperare rame già raffinato o sfruttare l’energia solare diretta diventa la prassi economicamente più redditizia.
Si compie così il passaggio dal feudalesimo delle fonti fossili, strutturalmente centralizzato e rigido – giacimenti concentrati, raffinerie gigantesche, reti di distribuzione di materia ed energia e oleodotti, mega-centrali, una struttura materiale che ha generato una struttura politica altrettanto centralizzata, dove pochi attori (Stati o multinazionali) detengono le leve della sopravvivenza altrui – ai commons energetici di rete, in cui sfruttare fonti rinnovabili distribuite come il sole o il vento significa recuperare gli antichi usi civici della tradizione medievale, creando comunità energetiche territoriali dove la produzione si adatta alla disponibilità locale dei flussi, visto che l’energia rinnovabile è per sua essenza distribuita e a bassa densità.
Qui si tratta di recuperare la prassi dei beni comuni (commons) e dei diritti di uso civico (i boschi in Carnia delle vicinìe, diritti e doveri dei cittadini e delle comunità) e immaginare nuove funzioni sociali, combinandoli con le tecnologie di rete.
L’energia e le risorse di base non possono essere trattate come merci speculative da borsa finanziaria, ma vanno concepite e utilizzate come infrastrutture sociali condivise (comunità energetiche ad accesso universale). Ridimensionare la produzione industriale globale fuori dalla finanza e dal vortice insensato del consumismo significa in cooptazione funzionale localizzare la produzione primaria dove l’energia è disponibile in quel momento, anziché trasportare l’energia fossile dove si trovano le fabbriche. Questo certo impone una riorganizzazione della catena del valore: non più just-in-time globale basato sui trasporti navali a bunker oil, ma una manifattura flessibile e stagionale, modulata sulla disponibilità dei flussi energetici territoriali.
Per uscire dallo stallo senza accettare né il massacro sistemico né l’illusione di un capitalismo “verde” che continua a crescere all’infinito su un pianeta finito, la mossa laterale consiste nel disaccoppiare la complessità culturale e sociale dalla quantità di materia ed energia attraversata.
L’umanità ha scambiato la disponibilità temporanea ed esplosiva dell’energia fossile per “progresso”. Il vero salto quantico sta nel capire che la tecnologia avanzata non serve a consumare di più e più velocemente, ma a fare l’opposto: usare l’informazione per organizzare la materia con il minimo dispendio energetico possibile.
Riorientare l’economia significa spostare gli investimenti e le intelligenze dalla manipolazione di atomi vergini alla gestione di bit, relazioni, manutenzione, riparazione e riuso dell’esistente. Non è un ritorno al passato pre-industriale, ma l’ingresso in una fase di maturità sistemica dove la misura del successo di una comunità non è quanto brucia, ma quanto riesce a conservare e far fiorire ciò che la circonda.
Per completare il quadro e chiudere il cerchio, occorre radicare la transizione non solo in una nuova contabilità economica, ma in una profonda rilettura della téchne e del nostro modo di stare sul pianeta. La trasformazione manifatturiera e industriale non è un semplice aggiustamento tecnico, ma la riscrittura del contratto tra l’uomo, l’energia e la terra. E c’è una tradizione millenaria di ragionamenti sulla questione, e anch’essa la trovate su wiki, alla voce “Tecnica”.
La téchne è costruita sulla triade Energia, Materia, Informazione. E sia chiaro da subito che la Tecnica e la Tecnologia hanno sempre una dimensione concreta e territoriale, quindi siamo nel Tecnoterritorio da quando siamo Sapiens, anzi da ben prima, non essendo stato un Sapiens a imparare a maneggiare il fuoco. La storia della specie umana è, nella sua essenza, la storia della téchne, come il dispositivo attraverso cui l’essere umano supplisce alla propria carenza biologica manipolando l’ambiente circostante.
La téchne, del resto, non è mai neutrale. L’era industriale si è illusa di poter usare la forza bruta dell’energia fossile trascurando l’informazione (o la considerazione degli impatti contestuali della logica estrattiva, portando il pianeta al collasso) e generando gigantismi urbani, catene di fornitura planetarie iper-centralizzate e rapporti asimmetrici di forza dove chi possiede il giacimento o il tubo comanda.
Il salto tecnoterritoriale consiste nel far tornare l’informazione al centro della triade che include materia ed energia, trasformando il territorio da semplice deposito di materie prime a struttura di risorse e comunità viva da sintonizzare, nella consapevolezza del limite: i rapporti di forza si riequilibrano, asupicabilmente, visto che il potere non risiede più nell’accumulazione centralizzata dell’Energia, ma nella capacità diffusa di elaborare l’Informazione necessaria a gestire l’Energia locale entro i limiti della Materia disponibile.
Qui arriviamo all’exaptation del digitale, nella logica di rete, dell’intelligenza collettiva/connettiva e nell’intelligenza artificiale.
La cultura digitale, l’architettura di rete e l’IA offrono il bacino più fertile di risorse concettuali da sottoporre a exaptation per uscire dallo stallo sistemico. Nate dentro la cornice del consumismo, le architetture di rete e le intelligenze artificiali racchiudono nel proprio DNA logico la possibilità di una clamorosa rifunzionalizzazione civica. La struttura originaria di Internet, concepita per essere priva di un singolo punto di vulnerabilità, diventa il modello per reti energetiche e decisionali distribuite. L’intelligenza artificiale, se sottratta alla logica dell’intrattenimento e del commercio, può trasformarsi in uno straordinario ottimizzatore di entropia, capace di orchestrare domandata e offerta di energia pulita e di tracciare ogni grammo di materia per azzerare gli sprechi.
Questa stessa architettura logica va cooptata per la riorganizzazione della società fisica. Passiamo dall’intelligenza centralizzata alla gestione distribuita e condivisa con micro-reti energetiche (microgrids), produzione manifatturiera distribuita, governance territoriale basata su decisioni collettive collegate in tempo reale, dove l’IA va indirizzata a ideare e gestire e ottimizzare l’entropia sistemica, lo spreco e il riuso di Energia e Materia.
Usare l’IA non per produrre più merci, ma per orchestrare in modo perfetto la domanda e l’offerta di energia rinnovabile sul territorio, prevedere la manutenzione delle infrastrutture prima che si deteriorino, e mappare l’intero ciclo di vita di ogni singolo grammo di Materia in circolazione per azzerare lo scarto.
La rete ha dimostrato che la conoscenza complessa non risiede nella testa di un singolo pianificatore, ma sorge come proprietà emergente dalla connessione di molti nodi. Il superamento della crisi climatica richiede di cooptare i meccanismi di coordinamento di massa (open source, peer-to-peer, piattaforme collaborative) per creare una contabilità ecologica partecipata, dove la comunità locale co-progetta la gestione delle proprie risorse ambientali in costante dialogo con i dati territoriali.
Questo intero impianto tecnologico e tecnoterritoriale rischia di rimanere un freddo esercizio d’ingegneria se non viene animato da un cambio di postura esistenziale dell’uomo nel mondo, entro una Etica dell’Abitare. L’istanza filosofica fondamentale è costituita dal passaggio concettuale e operativo della téchne come dominio, come Gestell ovvero la “scaffalatura/imposizione” che considera positivamente la Natura quale riserva sfruttabile (quel cambiamento di mentalità maturato già nel Rinascimento) alla téchne come aver cura (come Sorge). Questo è Heidegger, nel passaggio tra le sue prime posizioni speculative sulla tecnologia alle ultime considerazioni nel suo saggio “Costruire, Abitare, Pensare”, dove il filosofo ci ricorda che l’essere umano non “abita” un luogo perché lo ha prima costruito; al contrario, può costruire davvero solo se sa già abitare. E abitare significa essenzialmente salvaguardare, “lasciare essere”, prendersi cura della terra, il cielo, i mortali e i divini, della “dimora”, custodire il Tempo e il Luogo.
La comunità residente è il custode, perché abitare non è un atto individuale o astratto, ma è un’azione situata di un soggetto etico che, vivendo un determinato territorio, ne conosce la fragilità e se ne fa carico nel tempo.
La Cura deve diventare valore esistenziale individuale e collettivo, misura della politica locale e della pianificazione: si pianifica per riparare, mantenere e preservare la continuità della vita comunitaria.
Quando la tecnologia viene liberata dalla smania del profitto immediato e riorientata attraverso l’exaptation, essa riscopre il suo significato originario di disvelamento, nel dialogo della specie umana con l’ambiente di sopravvivenza.
Ripristinare un bosco, costruire una rete energetica locale o usare gli algoritmi per proteggere un bacino idrico diventano gesti con cui la comunità residente si fa custode del proprio tempo e del proprio spazio. La vera potenza della tecnica non risiede nel consumare il pianeta, ma nel renderlo profondamente e responsabilmente abitabile.














