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Elogio della lentezza

C’è una rivoluzione silenziosa nel fermarsi. Nel lasciare che un pensiero sedimenti, strato dopo strato, come fanno i fondali dei laghi antichi. Nel resistere all’urgenza di avere subito un’opinione, già lucida, già perfetta, già pronta per essere lanciata nel vuoto digitale dove tutto grida e nulla risuona.

Viviamo in un tempo di bulimia. Ingeriamo informazioni come se fossero pillole di sopravvivenza, una dopo l’altra, senza masticare, senza assaporare. Le piattaforme ci hanno promesso efficienza e ci hanno consegnato un’ansia perpetua: la paura di perderci qualcosa, di restare indietro, di non esserci. Il presenzialismo è diventato una religione senza dei, dove il like è preghiera e lo scroll è litania.

Ma cosa ci perdiamo, in questa corsa?
Ci perdiamo il tempo del dubbio. Quello spazio fragile e prezioso in cui un’idea non è ancora cristallizzata, in cui possiamo ancora cambiarla, affinarla, lasciarla respirare. Le opinioni veloci sono come fotografie sfocate: catturano un movimento ma perdono i dettagli, l’ombra negli occhi, la piega della bocca che dice più delle parole.

Perdiamo l’empatia, perché l’empatia richiede tempo. Richiede di sostare nell’esperienza dell’altro, di abitarla con pazienza, di lasciare che ci trasformi un poco. Non si può empatizzare in 280 caratteri. Non si può comprendere una vita in uno swipe.

Ci perdiamo lo stupore. Quello vero, non l’emoji sorpresa. Lo stupore che nasce quando osserviamo qualcosa abbastanza a lungo da vederne la complessità, la contraddizione, la bellezza imperfetta. Uno stesso tramonto, guardato per trenta secondi o per trenta minuti, racconta storie diverse. Il primo è una cartolina. Il secondo è un’esperienza.

Soprattutto, la lentezza non è pigrizia, anzi è una forma di coraggio. Significa dire “no” al ritmo imposto, alla polarizzazione che pretende che scegliamo un campo prima ancora di aver capito la partita. Significa accettare di non avere tutte le risposte, di restare nell’incertezza, di dire “non lo so” quando tutti hanno già deciso.

Stilla dopo stilla, goccia dopo goccia, così si formano le stalattiti. Impiegano millenni, ma creano cattedrali sotterranee. I nostri pensieri meritano la stessa pazienza geologica. Non devono essere pronti per essere “spammati” – parola orribile, che riduce la comunicazione a spam, a rumore indesiderato moltiplicato all’infinito. C’è bellezza nel processo. Nel tornare su un’idea il giorno dopo e scoprire che è cambiata, che ha assorbito una conversazione, una lettura, un sogno. Nel rileggere una frase e trovare un verbo migliore. Nel fermarsi prima di rispondere e chiedersi: “È vero? È necessario? È gentile?”

Le piattaforme digitali ci hanno reso efficienti nel produrre contenuti, ma ci hanno derubato dell’inefficienza necessaria alla creazione di significato. Perché il significato non si produce in serie. Si coltiva. Germina nel silenzio. Ha bisogno di buio e di attesa, come i semi.

La lentezza è anche politica. È un atto di resistenza contro un sistema che ci vuole sempre connessi, sempre reattivi, sempre consumatori di opinioni preconfezionate. È scegliere di non partecipare al circo della polarizzazione indotta, dove ogni questione complessa viene ridotta a due opzioni da tifare come squadre di calcio. Calma. Una parola antica, forse dal greco “kauma”, il calore del mezzogiorno. L’ora in cui tutto si ferma, in cui perfino le cicale tacciono. C’è saggezza in quel silenzio mediterraneo. Ci ricorda che non tutto deve essere produttivo, che esistono ritmi naturali, che il riposo non è tempo sprecato ma terreno dove matura il pensiero. Stupore. Lo stupore è figlio della lentezza. I bambini lo sanno: possono guardare una lumaca per un’ora, seguirne il percorso millimetrico, meravigliarsi della scia che lascia. Non hanno ancora imparato che bisogna sbrigarsi, che c’è altro da vedere, che l’attenzione è una risorsa scarsa da ottimizzare.

Forse dovremmo disimparare l’urgenza. Ricordarci che i grandi pensieri, i grandi libri, le grandi conversazioni nascono dalla lentezza. Che l’amicizia vera si costruisce nel tempo, visita dopo visita, parola dopo parola. Che l’amore non si consuma in una storia di ventiquattr’ore ma si approfondisce negli anni. Essere presenti, non presenzialisti, presenti. Abitare il tempo invece di attraversarlo correndo. Lasciare che le cose ci accadano, invece di cercare ossessivamente di farle accadere, non è attraversare rapidamente un elenco di esperienze, ma sostare in esse abbastanza a lungo da lasciarle entrare. Da lasciarle cambiare qualcosa in noi.

La lentezza è un dono che facciamo a noi stessi e agli altri. Quando ascoltiamo davvero, quando leggiamo fino in fondo, quando aspettiamo prima di giudicare. Quando lasciamo che un’idea maturi come matura un frutto: al suo tempo, col suo sapore unico. In un mondo che urla, la lentezza sussurra. Vale la pena di tendere l’orecchio.

Lavinia Di Sansevero

https://substack.com/@laviniadisansevero

Il testo come grammatica e soggettività: Greimas ed Erasmo

Algirdas Julien Greimas ed Erasmo da Rotterdam, pur separati da cinque secoli e appartenenti a discipline differenti, condividono un’intuizione fondamentale: il testo non è semplicemente un contenitore di messaggi, ma un laboratorio generativo dove si articolano sia le strutture profonde del senso sia le forme della soggettività umana.

Erasmo e la grammatica dell’espressione

Erasmo sviluppa nel De copia (1512) e nei Colloquia un metodo pedagogico rivoluzionario: i testi classici non vanno solo imitati, ma analizzati come repertori di possibilità espressive. Quando propone centinaia di variazioni per dire “la tua lettera mi ha fatto molto piacere”, Erasmo non compila un semplice frasario. Sta estraendo dai testi latini una grammatica generativa dell’eloquenza, mostrando come le strutture sintattiche e retoriche possano produrre infinite variazioni di senso e tono.

Per l’umanista olandese, lo studio filologico dei classici rivela pattern espressivi ricorrenti – le figure retoriche, i topoi, le strutture argomentative – che costituiscono una sorta di competenza discorsiva sottostante alla performance testuale. Il testo antico diventa così il luogo dove si manifesta una grammatica implicita della civiltà, che l’educazione umanistica deve rendere esplicita e trasmissibile.

Greimas e la grammatica narrativa

Greimas, nel cuore del Novecento strutturalista, persegue un progetto analogo su scala più ambiziosa: costruire una semiotica narrativa che individui le strutture profonde sottostanti a ogni racconto. Analizzando miti, fiabe, romanzi, Greimas non cerca i contenuti particolari ma le forme invarianti che li organizzano: il modello attanziale, il quadrato semiotico, i percorsi narrativi canonici.

Come Erasmo estraeva dai classici le regole della copia, Greimas estrae dai testi narrativi una grammatica universale del racconto. Il suo schema attanziale (Soggetto-Oggetto, Destinante-Destinatario, Aiutante-Opponente) non è una catalogazione empirica ma una struttura generativa: mostra come ogni narrazione articoli fondamentalmente un desiderio, un mandato, degli ostacoli. Il testo manifesto diventa l’espressione di superficie di strutture semio-narrative profonde.

La soggettività nel e attraverso il testo

Entrambi i pensatori riconoscono il testo come spazio di manifestazione della soggettività, ma in modi complementari.

Per Erasmo, il testo è dove si forma e si esprime l’homo loquens umanista. Attraverso l’imitazione creativa dei modelli classici, il soggetto non si limita a riprodurre, ma si appropria degli strumenti espressivi per articolare la propria voce. La variatio, principio cardine della retorica erasmiana, è precisamente il luogo dove la soggettività si manifesta: nella scelta tra le infinite possibilità espressive. Quando Erasmo incoraggia a riscrivere la stessa sentenza in modi diversi, sta educando a una soggettività retorica consapevole, capace di modulare il proprio discorso secondo circostanze, destinatari, intenzioni.

Greimas affronta la soggettività da una prospettiva diversa ma convergente. La sua semiotica delle passioni (sviluppata con Fontanille) analizza come i testi manifestino configurazioni passionali del soggetto: la gelosia, l’ambizione, la nostalgia non sono psicologismi extra-testuali, ma strutture di senso che si articolano narrativamente. Il soggetto narrativo non è un’entità psicologica pre-esistente, ma una posizione discorsiva che si costituisce nel e attraverso il testo, nella tensione tra essere e dover-essere, tra competenza e performance.

Il metodo comune: dalla superficie alla struttura

Entrambi praticano un metodo che potremmo chiamare struttural-generativo:

Erasmo parte dai testi concreti (Cicerone, Seneca, Virgilio) per estrarne le regole compositive, che poi permettono di generare nuovi testi. Il movimento è: testo → grammatica retorica → nuova produzione testuale. L’adagium, per esempio, non è solo una citazione ma un nucleo generativo attorno a cui costruire variazioni argomentative.

Greimas parte dai testi narrativi per costruire un modello formale, che poi spiega la generazione del senso narrativo. Il movimento è: testo di superficie → strutture narrative profonde → competenza semiotica. Il mito o la fiaba diventano testi-campione da cui inferire le regole universali della narratività.

L’eredità condivisa

Entrambi affidano ai testi una funzione epistemologica cruciale: non sono semplici oggetti di studio ma archivi di competenza. Per Erasmo, i classici custodiscono la grammatica della civiltà retorica; per Greimas, i testi narrativi custodiscono le strutture antropologiche del senso.

In entrambi, inoltre, la soggettività non precede il testo ma si co-costituisce con esso: l’umanista erasmiano forgia la propria voce attraverso l’imitazione variata; il soggetto semiotico si articola nelle modalità (volere, dovere, potere, sapere) e nelle passioni che il testo manifesta.

La lezione comune è profonda: il testo è insieme grammatica e performance, sistema e parola, struttura e soggettività. È il luogo dove l’umano lascia traccia non solo di ciò che dice, ma delle condizioni stesse del dire.

Tagliamento e fine del mondo

Sarà lungo, sono due argomenti che credo possano essere intrecciati. 

Il Tagliamento e la fine del mondo, o almeno i cambiamenti drastici di tipo ambientale, economico, sociale che vedremo da qui al 2050. Tentiamo un parallelo, perché le soluzioni che ora vengono proposte per la fine del mondo assomigliano al costruire una diga laminante per addomesticare il fiume, ed è tutto sbagliato.

Come sappiamo tutti, l’edificazione di una diga di laminazione sul fiume Tagliamento – con gli annessi costruendi bacini di contenimento, la necessaria riprogettazione di reti idrografiche secolari, gli interventi ripariali (cementificazioni) – è una sciocchezza. 

Lo dicono gli esperti di mezza Europa, lo dice la sensibilità di chi sa vedere lungo ragionando di ecosistemi: avremmo una alterazione radicale dell’equilibrio idrogeologico, perdità di biodiversità, impatto disastroso sulle falde acquifere, senza ottenere peraltro i benefici ricercati, cioè la sicurezza del basso corso del fiume.

Attenzione, non parlo di scelte politiche qui, perché a pensar male si compie peccato, ma notoriamente spesso ci si azzecca.

Di certo non si riuscirebbe a laminare tutto per sempre se non appunto al prezzo di disastri ambientali, rimarrebbero i problemi di sicurezza legati all’effetto “tappo”, non si risolverebbero le cause a monte e non si garantirebbe la sicurezza a valle, anzi si alimenterebbe una falsa sicurezza, ben più pericolosa.

Come sempre, non dobbiamo lavorare sul messaggio (il Tagliamento, ultimo fiume “naturale” dell’arco alpino) ma sul contesto, proprio per ottenere il cambiamento che vogliamo: sulla manutenzione del letto fluviale (lo sghiaiamento non deve essere sregolato, ma controllato e sostenibile rispetto alle dinamiche naturali per evitare erosione a monte), sulla sua “libertà” selvaggia, sul ripristino (rinaturazione) delle aree golenali e quelle naturali di espansione in quanto reticolo idrografico minore, sulla rimozione di arginature obsolete e ridondanti per evitare le strozzature del fiume, sulla delocalizzazione dei manufatti sulle aree sensibili come buona prassi di pianificazione territoriale e urbanistica – orientata al rischio – con moratorie sulla cementificazione e piani puntuali di protezione civile. Al contempo vanno istituiti enti pubblici specifici per la gestione di bacino con il coinvolgimento di tutte le amministrazioni afferenti e enti competenti, nonché vanno attivati sistemi di monitoraggio e ricerca dedicati, insomma dobbiamo ragionare e lavorare “intorno” al fiume, lasciandolo libero di fare il fiume.

Si tratta di un cambiamento di paradigma: da una logica di “controllo” velleitario del fiume Tagliamento con opere rigide e invasive, a un approccio di “convivenza” e “adattamento” (nostro), che sfrutti e potenzi la capacità di laminazione naturale del fiume, integri il territorio e la sua gestione, e metta al centro la sicurezza delle persone attraverso la conoscenza del rischio e la pianificazione consapevole.

Adesso svolgiamo il parallelo che dicevo all’inizio.

Nei prossimi venticinque anni noi vedremo accadere – ci sono proiezioni catastrofiche diramate da enti mondiali, e vi dico subito che probabilmente è già troppo tardi per agire significativamente – cambiamenti disastrosi: temperature medie a +2° o più probabile a +3° gradi sull’attuale, un miliardo di persone non potrà più vivere dove vive attualmente, dove +4 gradi al 2050 significherebbe morte ovunque per metà almeno delle specie agricole e animali, crollo dell’intero sistema. Parliamo di cibo, salute, l’abitare, l’energia, le migrazioni e la guerra, quindi carestie e crisi alimentari, scenari apocalittici con gli umani che fuggono a nord, alluvioni, dissesto idrogeologico, incendi, crisi idriche perché l’acqua scarseggia e la neve e i ghiacciai sono ormai spariti (a meno che non si fermi la Corrente del Golfo e quindi avremo una bella Era glaciale in Europa), avremo il livello del mare che sale inesorabilmente, aumento delle migrazioni climatiche, epidemie e pandemie (metto qui anche il problema della resistenza agli antibiotici), pasticci possibili con IA e bioingegneria, sovrappopolazione, sommosse armate per l’acqua il cibo e la terra, la corsa alle armerie, bande armate. Tra Mad Max e “I sopravvissuti”, o la narrazione che volete del filone post-apocalittico.

Senza risalire fino al Club di Roma del 1972 e agli allarmi inascoltati sui limiti e le conseguenze della irreale crescita economica infinita, massacro del pianeta e delle collettività, abbiamo l’ONU che dal 1992 convoca le Conferenze mondiali sui cambiamenti climatici e il riscaldamento globale (Berlino, Kyoto, Copenaghen, Parigi quelle famose per i trattati internazionali di intervento, poi ben poco ratificati e perseguiti negli obiettivi dei singoli Stati): se avessimo fatto la metà di quanto si diceva anche solo venti o trent’anni fa non saremmo certamente come ora sull’orlo del baratro. 

Adesso è peggio, nelle cose e nel pensiero sulle cose: perché la svalorizzazione degli scienziati e degli intellettuali ha fatto leva sulle dinamiche di rivalsa sociale diffondendo mitologie di benessere illusorie, le campagne mediatiche hanno instillato ignoranza e paure per nemici-fantoccio, al Potere ci sono gruppi di persone mai così ricche in tutta la storia dell’umanità che finanziano e decidono Governi nazionali conservatori se non reazionari e negazionisti, ovviamente contrari per motivi di business a quelle ovvie fandonie catastrofiste: l’importante è diventare sempre più ricchi sulla pelle di centinaia di milioni di persone, magari preparandosi costruendo per pochi rifugi inaccessibili, fosse anche su Marte.
La situazione non si può risolvere con adattamenti e cambiamenti graduali, non c’è più tempo. Abbiamo avuto almeno trent’anni per cambiare la narrazione dominante, innescare buone pratiche per cambiare radicalmente il sistema, per agire: invece siamo ancora imprigionati nella stessa mentalità di conquista e di sopraffazione ottocentesca e novecentesca, dentro visioni economiche e politiche anacronistiche, deleterie.

Ci saranno rivoluzioni, e non saranno rivoluzioni pacifiche. Ci saranno guerre civili.

I governi nazionali salteranno, non possono rispondere sulla scala o nella velocità necessarie per queste emergenze, non è possibile mantenere (con l’Esercito?) il controllo in territori vasti, e fin d’ora andrebbero organizzate soluzioni di sopravvivenza ritagliate sulla dimensione delle piccole comunità locali, informando e promuovendo iniziative di sostentamento delle popolazioni, a partire dal settore agricolo, dalla gestione dell’acqua, dai medici del sistema sanitario e dalle professioni vitali. Mappe, vie di fuga. Arnesi e strumenti. Famiglie, tribù, clan. E invece qui stiamo tutti giocando a suonare nell’orchestrina del Titanic.

Una politica regionale oggi dovrebbe pensare a questo. E anche comunità più piccole dovrebbero autoorganizzarsi e provvedere a individuare ciascuna di per sé possibili adeguamenti e cambiamenti al disastro imminente. Sì, pensiamo pure al worst case scenario. A questo serve la politica: a trovare i modi per garantire benessere sociale, qualità dell’abitare, con lungimiranza e pragmaticità. Adesso dobbiamo proteggerci, e le comunità locali devono immaginarsi e varare unità di sopravvivenza, diffondere informazioni, organizzarsi, progettare subito un inventario delle risorse della comunità.

Magnum Opus

L’IA è tra noi, cognitivamente e esperienzialmente e pragmaticamente, un agente catalizzatore che innesca una modificazione alchemica radicale della società e della cultura umana imponendo una riconsiderazione dei fondamenti di conoscenza, apprendimento e produzione culturale. Abbiamo nell’Opera una ossidazione, calcinazione, sublimazione dell’intero sapere dell’umanità, quindi una morte, una trasformazione e una rinascita dell’alchimista stesso, nel suo cammino verso l’individuazione. L’assunzione di una posizione neutrale è impraticabile; è necessario pronunciarsi ora per una integrazione consapevole e critica di queste entità macchiniche, del destino tecnologico di una umanità che è sempre stata tecnologica, altrimenti non sarebbe. Scimmie con un bastone e un linguaggio.

Occorre un’altra volta superare la dicotomia tra apocalittici e integrati, dibattito sempre più sterile, dove ogni esitazione nell’adottare strumenti IA per la produzione editoriale o l’apprendimento appare come una difesa di rendite di posizione che nulla ha a che vedere con la qualità della conoscenza, e dobbiamo riconoscere il potenziale dell’IA senza cedere all’acriticità. Ogni artefatto antropico e culturale mai realizzato va considerato nutrimento essenziale per lo sviluppo di IA globali e condivise. Davanti a noi c’è un futuro in cui LLM accessibili a tutti costituiscono il subconscio dello scibile, dove la Rete ne è l’infrastruttura e il sistema operativo dell’umanità, dove emerge la coscienza come autonarrazione, dove la conoscenza non deve più essere appannaggio di élite, ma patrimonio comune garantito per tutti. Gli strumenti non si limitano a velocizzare l’editing o a suggerire correzioni stilistiche: organizzano, sintetizzano, esplorano lo sterminato scibile umano ora in grado di accrescersi esponenzialmente, rendendo la conoscenza accessibile, navigabile, personalizzabile. Le specializzazioni inevitabilmente potranno essere soggette a logiche di mercato, ma l’accesso al sapere di base – l’accesso alla Rete, l’accesso ai motori generativi – va garantito come diritto inalienabile dei cittadini, tutelato da agenzie pubbliche e leggi fondate su diritti della persona, perché la conoscenza è un bene comune come le biblioteche o l’acqua o le reti tecnologiche.

Internet ci ha mostrato che ciò che importa è la capacità di generare significato e suggestioni di testo, immagini, brevetti, opere architettoniche con scoperte e invenzioni, non la presunta autorità di chi li ha prodotti. Mi interessa cosa dici, non chi sei. Mi interessa l’intelligenza connettiva e collettiva, la partecipazione del consorzio umano alle decisioni sulle strade da percorrere. L’auctoritas è un feticcio obsoleto, un ostacolo al progresso della conoscenza. Anche un premio Nobel può errare. Il sapere non è questione di titoli, ma di validità, rilevanza contestuale, considerazione degli effetti del mio dire e fare, capacità di illuminare il reale, condivisione e controllo intersoggettivo.

L’abbondanza straordinaria di dati supera da decenni le nostre capacità di elaborazione. Negare l’accesso a questa ricchezza ora resa visibile dalle IA equivarrebbe a voler cercare di imbrigliare le sorgenti di un fiume dove l’acqua, la conoscenza, troverà comunque la sua strada. E noi siamo assetati di conoscenza. Solo nutrendo le intelligenze artificiali con il patrimonio collettivo dell’umanità – senza riserve, senza recinti – potremo trasformare la società della conoscenza in una società della comprensione, scenario dove la qualità dell’informazione e della conoscenza emerge dalla libera circolazione delle idee, dal confronto aperto e pluralistico, dal discernimento critico individuale. Non relativismo, non determinismo, ma riconoscimento che la ricerca della verità – sempre asintotica, approssimata, epistemologicamente vagliata – è un processo dinamico e collettivo, un work in progress condiviso e intersoggettivo, tra umani e macchine, tra umani e oralità, e scrittura, e stampa, e media elettronici, e LLM e estrapolazione statistica di occorrenze pertinenti, dentro sempre mutevoli isotopìe interpretative del senso della narrazione situazionalmente collocata in una enunciazione presente, concreta, reale.

Il futuro mostra un algoritmo pronto a inglobare e rielaborare l’intero patrimonio intellettuale dell’umanità, e a tutto dovremmo dargli accesso, con finalità eticamente individuate e con metodi rispettosi, certo non monetizzato ingordamente da piattaforme finanziarie già al di là dei sistemi legislativi mondiali. Altrimenti un’altra volta si tratterà di cercare di governare il processo d’innovazione e trasformazione della specie umana – come le filiere industriali, l’energia elettrica, la chimica ottocentesca, il nucleare, i mass-media, il digitale e internet – cercando di orientarci al progresso sociale, all’emancipazione e a una società più giusta e consapevole, magari meglio di come abbiamo fatto in passato.
La mia generazione ha avuto il compito di traghettare lo Scibile e la Cultura umana, l’essere e il fare, nei territori e nelle relazioni interpersonali gruppali e collettive del Digitale, esplorando e redigendo le prime mappe per chi con il digitale in quei territori elettronici ci è nato: ora l’avventura -già della generazione nuova – sarà plasmare un futuro in cui l’IA sia un partner prezioso, un Aiutante nella nostra ricerca di significato, del senso dell’abitare degnamente su questo pianeta.

E io vorrei che io voglio

Il buio abita nel buio delle case
il catalogo-frangette*, bordo della strada
e gli alberi hanno i rami luuunghi, e i pini corti
E io vorrei che io voglio
appendere due furgoni agli alberi, con un gancio.
Il biscotto lo inlatto nel latte
è troppo buono, mi piace, è furbacchione!

Jacopo Jannis, tre anni e mezzo, nel marzo 2017
*catarinfrangente

Nel consueto e nel noto dello spazio domestico, da sempre vissuto come caldo e rassicurante, il giovin poeta scopre ombre e timori, ravvisa quell’Altro-da-sé come piega dell’inquietudine, bisbiglìo obliquo della quotidianità.
Eppur subito lo slancio vitale prepotente s’orienta e s’inerpica verso la Luce, stabilisce forte la cesura netta tra Io e non-Io, il limite del proprio definirsi, la frattura del Senso indotta dall’epifanìa improvvisa del Segno, e insieme al contempo il percorso e la direzione.
Ecco dunque emergere la descrizione del Mondo, ecco ciò che è, e non può non essere: la meraviglia dello sguardo, e la catalogazione dell’Essere, ripostiglio recondito di alterità assoluta, scrigno inesauribile della eterna pulsione a nominare le cose, ordinandole e giocandole e rigiocandole.
Tutta l’Umwelt diventa playground: l’affermazione perentoria e volitiva della soggettività, ribadita e marcata e sancita, negoziata e ratificata nella nascente socialità dell’Io, sottende quel poter-fare concreto del Poeta ora in grado finalmente di agire sul Mondo, di modificare l’ambiente vitale a proprio esclusivo piacere, nel Desiderio compiutamente divenuto Gesto, atto consapevole di Parola fecondante, una Realtà gravida di forme ed eloquente di possibilità e infiniti significati.
Il Piacere, troppo umano e divino, suggerisce e guida adesso l’intuizione, la ricerca manipolatoria, la congettura dell’ipotetico. L’esplorazione e l’intersecarsi dei sensi costruisce piani di realtà prima letteralmente impensabili, il fuori diventa dentro, l’identità affermata e desiderante, indubitabile e scolpita, si compiace del proprio scegliersi e sciogliersi senza fine nel fluire immoto nella tazza del Divenire.
L’inquietudine forse ora è appagata, ma per un sol attimo: c’è come sempre una porta socchiusa, c’è l’inganno delle cose che guizzano, l’apparenza dalle vesti cangianti, l’irrompere di uno sguardo o l’incrinarsi di una superficie, il biscotto che zuppo si spezza, lo splash nell’atavico nutrimento, la risata panica della gioia sorpresa a divertirsi.

Jannis Father and son

Di notte mio padre scrive della notte

ANSIOSE DOMANDE SENZA RISPOSTA

O notte, notte mia, così buia e profonda.
Senza stelle ed i rumori del giorno. Stimoli pensieri che penetrano l’oscurità e favoriscono la caduta nell’Ignoto, nel quale inevitabilmente m’immergo, annaspo per poi precipitare in un orrido abisso senza fondo e pieno di freddo e paura, dove la mia ragione perde ogni facoltà di scelta e decisione. Il cervello si blocca e subisce il tuo lugubre silenzio.
Non spieghi perché sono nato e dovrò morire, così come un cane, un fiore, l’umanità intera.
Rappresenti un quadro vuoto nel quale inutilmente cerco di capire il senso della vita e la fase tua rispetto alla tranquillante luce del giorno, che sarebbe poi quella finale, la più triste, scontata, che mi riporta al quel buio pesto cui mi ero rivolto.
Sei il nulla, odiosissimo Ignoto. C’è chi vede in te la Fede e la Speranza, per altri, me compreso, sai soltanto trasmettere tenebre, freddo e paura di morire.
Domattina sorgerà il sole. Io ci sarò, tu no. Ci sarai domani sera, lo so, ma sii certo che  non ti farò più domande, conscio che sei solo il freddo e buio Ignoto, incapace di essere Chiaro sia quando ho gli occhi aperti, sia quando li avrò chiusi.

[Italo Jannis, 82 anni]

La Grande Bellezza | www.jannis.it Udine

“La Grande Bellezza” è un’impronta

La grande bellezza

“La grande bellezza” è blablabla.
“La grande bellezza” non è la Grande Bellezza. È chiacchiera che ottunde e confonde. In quanto rappresentazione è sintomo: in particolare è impronta, indica ciò che non appare e non c’è, segno d’assenza.

Tutto quello di cui il film parla non può essere narrato, se non in quelle configurazioni discorsive di superficie affettivamente connotate dei primi piani, o suggerito negli scorci architettonici codificati di Roma, oppure delineato dai richiami estetici espliciti sapendo che la luce e il colore sono il primo attore di qualsiasi rappresentazione, oppure ancora schivato come la rabbia di una bambina che mette in scena la propria rabbia.

Come il protagonista vuol essere re della mondanità per avere il potere di far fallire le feste, così il film allestisce al massimo grado la scena della costruzione della bellezza, per poter da sé sabotare non la bellezza, ma il discorso della Bellezza, inattingibile questo quanto quella ineffabile.

Consapevole di essere trucco, metalinguaggio, messinscena di una rappresentazione senza cui non vi può essere narrazione, “La grande bellezza” è umile.

Sapendo di dover puntare sulla seduzione della Bellezza, sul mistero, fa leva sul nostro voler-sapere schivando scientemente il pericolo di un dover-sapere, ovvero di una provocazione come modalità di manipolazione del lettore. Altrimenti fallirebbe, negherebbe il proprio negarsi al mostrare.

Il film resta guitto e allude, altro non può fare per chiamarci a giocare con lui.
Fermandosi sulla soglia della promessa, dell’apertura al mondo, nella notte illuminata ritmicamente da un faro di assoluto essere qui e ora.

La narrazione filmica come la socialità mondana verbalizzata dai protagonisti tiene compagnia e bonariamente ci prende un po’ in giro, e qui non mi interessano i richiami sociologici all’extratestuale della decadenza. Quel che mi piace è che il film sappia di non essere Bellezza e provi italianamente a illuderci.

La Bellezza è altrove, come forse ciò che non può essere detto e deve restar silente, e il film è il dito che indica la Luna. Non di lui devo parlare, non mi ha stupito, non mi ha educato, non mi ha divertito, non mi serve, ma in fondo l’arte non serve nessuno e nessuna cosa. L’arte è futile. E in questo “La grande bellezza” riesce a essere animato di leggerezza.

(Originariamente scritto su Facebook, qualche mese fa)

Durante i concerti, la gente fa i videi col telefonino

Abbiam tutti in tasca un telefono che è sempre meno usato come telefono e sempre più come macchina per raccontare storie multimediali a qualcuno, da qualche parte. Il testo è una macchina, sì, mentre la macchina crea il testo. Lo informa, anche. E ci vengono in mente idee per fare cose che dipendono dagli strumenti che abbiamo, dagli usi che permettono. E bisognerebbe pensare a cominicare a realizzare cose che oltre a fare il loro lavoro, racchiudono in sé una germinazione di idee, di fughe su possibili utilizzi. Se sono tecnologie abilitanti, almeno cerchino di essere “consapevolmente” abilitanti, no? Ovvero che mostrino di sapere che loro e il loro utilizzo innesca fughe.

Telefonini, con cui vien facile raccontare il territorio. Gli eventi, le emozioni del paesaggio, le occasioni sociali, i luoghi significati per molte persone. Tagghi, e quello emerge. Narri, e magari il tuo pacchetto di informazione viene mostrato nei motori di ricerca, viene catturato da aggregatori metti turistici, viene likato e diventa sintomo di un Luogo. Lo chiamo sintomo, per scherzare su quell’essere “fisicamente” connesso alla realtà che intende rappresentare, quel segno. Perché la rappresentazione mediatica dei Luoghi realizzata da milioni di persone con multimedialità e ipertestualità e rigettata negli ambienti sociali non è una fotografia del territorio. E’ il territorio, per come viene visto e vissuto, in tempo reale. E’ come viene narrato.

Infatti ci sono dei siti dove la cura e l’impostazione grafica estetizzano il flusso delle “cartoline” dei ricordi, i file audiovideotesto che scriviamo in Rete. Ti guidano a una rappresentazione determinata, per alcuni aspetti. Oppure le app sui telefoni ti lasciano confezionare un pacchetto informativo per la narrazione dei Luoghi e delle collettività, poi spediscono il tutto da qualche parte che ne ricava un’altra app che poi i viaggiatori turisti possono scaricare per saper qualcosa del luogo in cui si trovano. Su certi social avrò certi strumenti, resterò sintonizzato su certi Luoghi, ma alla fine tutto sarà dappertutto, tra pochi anni il materiale documentativo per ogni singolo luogo del pianeta sarà enorme, le discussioni saranno migliaia, nasceranno strumenti che ritagliano l’orizzonte, come i telefonini.

… ‘spetta che ti spiego

Son due settimane che scrivo nuovamente qualcosa per Apogeonline. E’ un problema di pigrizia, lo so. Passo anche molto tempo a cambiare accordatura alla chitarra. Dovrei riuscire a mantenere il ritmo di una rubrica settimanale, vedremo. Animale social, si chiama la rubrica.

Web e Pubblica Amministrazione 2° – Licôf

La seconda puntata pubblicata sulla Patrie dal Friûl, dedicata alla webrevolution e alle Pubbliche Amministrazioni.

Web e Pubblica Amministrazione

Seconda puntata (qui la prima parte)
Il Decreto Legge 82 del 2005, il primo CAD Codice dell’Amministrazione Digitale della legislazione italiana, benché pubblicato solo sei anni fa già mostrava alcuni segni di inadeguatezza nelle soluzioni indicate riguardo l’utilizzo degli strumenti informatici e nelle migliorìe da introdurre nelle procedure interne delle amministrazioni. Le novità apportate dall’internet moderna (il cosiddetto web 2.0) nella gestione dei flussi documentali e in generale nelle possibilità comunicative di Istituzioni e singoli cittadini imponevano una revisione concreta delle pratiche d’ufficio (smaterializzazione, ovvero produzione e distribuzione di documenti ufficiali in formato digitale e non più cartaceo), insieme a una serie di incentivi e sanzioni affinché le Pubbliche Amministrazioni recepissero rapidamente le “rivoluzioni” contenute nella Riforma Brunetta, centrata sulla trasparenza e sulla sburocratizzazione.
Così, nel 2010 hanno visto la luce sia le nuove Linee Guida per la qualità della Comunicazione pubblica delle Pubbliche Amministrazioni, nonché la promulgazione del nuovo CAD (D.L. 235/2010) quale pilastro fondamentale della riforma Brunetta, quadro normativo e attuativo aggiornato all’evoluzione tecnologica che ha interessato Internet negli ultimissimi anni.
Il Codice è in vigore dal 25 gennaio di quest’anno, e prevede una progressiva ri-organizzazione interna degli uffici al fine di rendere prassi quotidiana quanto previsto dalle nuove norme.
Entro tre mesi le Pubbliche Amministrazioni utilizzeranno soltanto la Posta Elettronica Certificata (Pec) per tutte le comunicazioni che richiedono una ricevuta di consegna ai soggetti che hanno preventivamente dichiarato il proprio indirizzo; entro quattro mesi le amministrazioni individueranno un unico ufficio responsabile dell’attività di comunicazione telematica. In sei mesi le Pubbliche Amministrazioni centrali pubblicheranno obbligatoriamente i bandi di concorso sui propri siti istituzionali, e di qui a un anno saranno emanate le regole tecniche che consentiranno di dare piena validità alle copie cartacee e soprattutto a quelle digitali dei documenti informatici, dando così piena effettività al processo di dematerializzazione dei documenti della PA.
Come cittadini d’ora in avanti forniremo una sola volta i nostri dati alla Pubblica amministrazione: sarà onere Enti locali in possesso di tali dati assicurare, tramite convenzioni, l’accessibilità delle informazioni alle altre amministrazioni richiedenti.
Sulla carta, il Formez e le commissioni ministeriali hanno fatto un buon lavoro: sono ben trattati i temi della usabilità, dell’accessibilità, le metodologie e gli strumenti per la progettazione razionale e efficace dei Luoghi web della Pubblica Amministrazione, vengono messe in primo piano le tematiche della qualità della comunicazione (trasparenza, visibilità dei contenuti, policy), viene sottolineata l’importanza dei formati aperti e vengono delineati alcuni criteri per sollecitare l’espressione della valutazione del servizio da parte degli utenti.
In realtà anche le iniziative legislative precedentemente nominate erano perfettamente centrate e aggiornate sulla necessità di fornire al cittadino, in ottica e-government, una praticabilità netta e senza ombre di quanto le PA devono per legge produrre e pubblicare. E giustamente, il cittadino era ed è sempre posto al centro del processo comunicativo. Ma in Italia il problema, lo sappiamo, non è certo fare delle leggi, che anzi proliferano senza sosta. Il problema è nella loro applicazione.
Ruotare il proprio fare in direzione della pubblicazione e della conversazione imporrà grossi mutamenti alle Pubbliche Amministrazioni, a certe prassi magari decennali di funzionamento interno dell’organizzazione lavorativa. Il “semplice” utilizzo della posta elettronica potrebbe essere esplosivo, in un sistema della comunicazione ancora basato sul libro del protocollo, dove le singole mail vanno ancora stampate per poter essere archiviate secondo i crismi ottocenteschi dell’ufficialità. E non credo siano pochi i dirigenti e i funzionari pubblici che si fanno tuttora stampare le mail dalla segretaria per la lettura. Una gestione seria degli strumenti e delle nuove procedure previste dal nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale negli Enti locali e nelle scuole costringerà le vecchie procedure d’ufficio a torcersi fino a spezzarsi, a meno che qualcuno abbia il coraggio di riprendere in considerazione tutti i flussi documentali e ottimizzarli secondo nuove priorità, date dalla comprensione del nuovo habitat digitale in cui oggi noi tutti viviamo.

SECONDE PONTADE

Il Decret leç 82 dal 2005, il prin CAD – vâl a dî Codiç de Aministrazion Digjitâl de legjislazion taliane-, a ben che publicât dome sîs agns indaûr al mostrave za cierts segns di inadeguatece intes soluzions indicadis in mert al ûs dai struments informatics e intai mioraments di introdusi intes proceduris internis des aministrazions. Lis novitâts puartadis dal internet moderni (chel che i disin “web 2.0″) inte gjestion dai flus documentâi e in gjenerâl intes pussibilitâts comunicativis di Istituzions e citadins singui, a imponevin une revision concrete des pratichis di ufici (smaterializazion, o sedi produzion e distribuzion di documents uficiâi in formât digjitâl e no plui in cjarte), insiemi a une serie di incentîfs e sanzions par che lis aministrazions publichis a recepissin in curt lis “rivoluzions” contignudis inte Riforme Brunetta, centrade su la trasparence e su la disburocratizazion.

LA RIFORME BRUNETTA_ Cussì, intal 2010 a àn viodût la lûs sedi lis gnovis Liniis Vuide pe cualitât de Comunicazion publiche des aministrazions publichis, sedi la promulgazion dal gnûf CAD (D.L. 235/2010) tant che pilastri fondamentâl de riforme Brunetta, cuadri normatîf e atuatîf inzornât ae evoluzion tecnologjiche che e à interessât Internet intai ultins agns.

Il Codiç al è in vore dai 25 di Zenâr di chest an, e al previôt une progressive riorganizazion al interni dai uficis par fâ deventâ prassi cuotidiane ce che al jere previodût des gnovis normis.

Dentri di trê mês, lis aministrazions publichis a dopraran dome la Pueste Eletroniche Certificade (Pec) par dutis lis comunicazions che a domandin une ricevude di consegne ai sogjets che a àn declarât in maniere preventive la proprie direzion; dentri di cuatri mês, lis aministrazions a individuaran un sôl ufici responsabil de ativitât di comunicazion telematiche. In sîs mês, lis aministrazions publichis centrâls a publicaran in maniere obligatorie i bants di concors sui propris sîts istituzionâi, e di chi a un an a saran emanadis lis regulis tecnichis che a permetaran di dâ plene validitât aes copiis in cjarte e soredut a chês digjitâls dai documents informatics, dant cussì plene efetivitât al procès di dematerializazion dai documents de PA.

Tant che citadins, di cumò indenant o furnirìn une sole volte i nestris dâts ae aministrazion publiche: e sarà cjame dai Ents locâi in possès di chescj dâts sigurâ, midiant convenzions, la acessibilitât des informazions a chês altris aministrazions che a domandin.

IN TEORIE E IN PRATICHE_ Su la cjarte, il Formez e lis comissions ministeriâls a àn fat un bon lavôr: a son tratâts ben i temis de usabilitât, de acessibilitât, lis metodologjiis e i struments pe progjetazion razionâl e zovevule dai Lûcs web de aministrazion publiche; a vegnin metudis in prin plan lis tematichis de cualitât de comunicazion (trasparence, visibilitât dai contignûts, policy), e je sotlineade la impuartance dai formâts vierts e a vegnin delineâts cierts criteris par solecitâ la espression de valutazion dal servizi de bande dai utents.

In realtât, ancje lis iniziativis legjislativis nomenadis a jerin centradis dal dut e inzornadis su la dibisugne di furnî al citadin, in otiche e-government, une praticabilitât nete e cence ombris di cetant che lis PA a àn par leç di produsi e di publicâ. E in maniere juste, il citadin al jere e al è metût simpri al centri dal procès comunicatîf. Ma in Italie il probleme, lu savìn, nol è ciert fâ lis leçs, che anzit a proliferin cence fermade. Il probleme al è inte lôr aplicazion.

Zirâ il propri fâ in direzion de publicazion e de conversazion al imponarà grues mudaments aes aministrazions publichis, a ciertis prassis magari decenâls di funzionament interni de organizazion di vore. Il “sempliç” ûs de pueste eletroniche al podarès jessi esplosîf, intun sisteme de comunicazion ancjemò basât sul libri dal protocol, dulà che i singui messaçs di pueste eletroniche a àn ancjemò di jessi stampâts par podê jessi archiviâts daûr i crismis de uficialitât dal Votcent. E no crôt che a sedin pôcs i dirigjents e i funzionaris publics che, ore presint, si fasin stampâ i messaçs di pueste eletroniche de segretarie pe leture. Une gjestion serie dai struments e des gnovis proceduris previodudis dal gnûf Codiç de Aministrazion Digjitâl intai Ents locâi e intes scuelis al oblearà lis vecjis proceduris di ufici a stuarzisi fin a crevâsi, a mancul che cualchidun al vedi il cûr di tornâ a cjapâ in considerazion ducj i flus documentâi e otimizâju daûr lis gnovis prioritâts, dadis de comprension dal gnûf habitat digjitâl là che vuê ducj noaltris o vivìn.

Giorgio Jannis

Hop! Hop!

Qualche settimana fa ho parlato in un Liceo, poi all’Università di Trieste un paio d’ore su new media, poi allo IUAV Università di Venezia di territorio digitale.

Oggi vado a Piombino da Lorenza Boninu, per un convegno sulla Cittadinanza digitale a cui parteciperanno Sergio Maistrello da remoto e Vittorio Zambardino in presenza, qui il link.

A fine maggio modererò un convegno organizzato dalla Provincia di Udine, per ragionare di politiche giovanili, siti web istituzionali e community dei portatori d’interesse, a dimensione locale.

Com’è che si chiama questo vortice di pensieri e di azioni che dobbiamo compiere? Ah sì, “lavorare”, che roba strana.

Web e Pubblica Amministrazione

Per la mia rubrica “Licôf” sulla rivista Patrie dal Friûl ho scritto stavolta un articolo lunghetto, che pertanto uscirà in due puntate. L’argomento riguarda l’intrecciarsi delle riforme della Pubblica Amministrazione degli ultimi quindici anni con l’evoluzione del web, verso cui per legge oggi gli enti pubblici devono rivolgersi per dare visibilità alle proprie iniziative e tessere una buona comunicazione tra Cittadino e Istituzioni. 
Da Bassanini a Brunetta, sperando che qualcosa si muova.
Qui sotto in italiano, qui in lingua friulana su La Patrie.
Ne approfitto anche per segnalare il blog Furlans, digjitait furlan! dove trovate tutti gli articoli relativi alla Cultura Digitale e all’abitare in Rete pubblicati sulla rivista, insieme a altre segnalazioni e riflessioni su quanto accade nel web.
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Web e Pubblica Amministrazione
Prima puntata
La “rivoluzione lenta” della Pubblica Amministrazione italiana, in tempi recenti, può essere fatta risalire alla riforma Bassanini di fine anni Novanta. Lì insieme a precise indicazioni per lo snellimento burocratico, il decentramento e la semplificazione degli atti amministrativi incontriamo nuovi atteggiamenti comunicativi, lì si comincia a parlare seriamente di “trasparenza” e di accessibilità come valori propri di una PA che intenda riorganizzare sé stessa e il proprio “dire” in termini moderni, avendo cioè forse per la prima volta a cuore il destinatario, il cittadino.
Nel frattempo il Web cresce esponenzialmente, diventa un fenomeno popolare, milioni di italiani cominciano a abitare in Rete e scoprono che i siti web della Pubbliche Amministrazioni centrali e locali sono decisamente poveri di contenuti, e male impostati dal punto di vista comunicativo. Nasce l’espressione “siti vetrina”, per indicare quelle pagine che semplicemente mettono in scena magari l’organigramma e la ripartizione interna degli uffici dell’Ente pubblico, ci fanno conoscere gli orari di ricevimento e i numeri telefonici per i contatti diretti, ma in realtà non costruiscono una vera conversazione con il Cittadino. La comunicazione evidentemente non veniva allora pensata in funzione delle esigenze del destinatario (poter accedere agli atti amministrativi, consultare delibere e gare d’appalto, avere informazioni aggiornate e puntuali), ma solo per mostrare la struttura amministrativa della stessa PA, la quale finiva per parlarsi addosso.
L’attenzione per le esigenze del Cittadino, il cambiamento di prospettiva avverrà con altre leggi: con la 150 del 2000, con la quale si definiscono i criteri della comunicazione pubblica e il ruolo degli URP Uffici Relazioni con il Pubblico di ciascuna singola Amministrazione, con la legge Stanca del 2004 per quanto riguarda l’accessibilità dei siti web, con le Linee Guida per la qualità della comunicazione delle Pubbliche Amministrazioni.
Già dal 2005 (D.L.82/2005, il primo CAD Codice dell’Amministrazione Digitale) esistono esplicitamente sanciti dal testo di legge i diritti del cittadino digitale, quali a esempio il diritto all’uso delle tecnologie per comunicare con la PA (utilizzo ufficiale dell’email), il diritto all’accesso e all’invio di documenti digitali, a effettuare pagamenti elettronici, per garantire i quali la PA deve giocoforza trasformarsi e utilizzare strumenti come la posta elettronica certificata, promuovere la firma digitale, curare la qualità dei propri siti web istituzionali
Fin qui andava tutto bene, poi successive modifiche del testo della legge hanno aggiunto alcune poco simpatiche precisazioni, secondo cui il diritto sopradescritto del cittadino a comunicare digitalmente con le Pubbliche Amministrazioni veniva a dipendere dalle risorse tecnologiche e organizzative di queste ultime, delle quali va inoltre rispettata l’autonomia normativa. Conseguentemente, le PA se la sono presa molto comoda, senza offrire in sostanza i servizi che il Decreto indicava come vincolanti per le Amministrazioni.
Vedremo nella prossima puntata come la recentissima riforma Brunetta stia cercando, anche mediante dei sistemi di premi e sanzioni per le stesse Pubbliche Ammnistrazioni, di portare a compimento la rivoluzione digitale nella PA italiana.

Content Curation Tools, su Apogeonline

Erano due anni che non scrivevo qualcosa per Apogeonline, chissà nel frattempo cosa ho fatto.
Come al solito, il pezzo lo incollo qua sotto, ma potete leggerlo su Apogeo cliccando qui.

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Curation tool, un pettine per i flussi informativi

Storify, Paper.li e gli altri: emergono nuovi strumenti e nuove pratiche per selezionare, organizzare e archiviare contenuti, servendosi naturalmente del potere delle reti sociali
Confrontando due vocabolari cartacei, uno italiano e uno inglese, per esplorare le aree semantiche relative alle azioni del “curare un archivio documentale o museale”, probabilmente troveremmo ancora una sostanziale somiglianza tra i rispettivi termini individuati. Quello che in italiano conosciamo come la mansione professionale di un curatore/conservatore di biblioteca in inglese viene identificato dalla parola curation: sulla stessa radice latina vengono articolate le nuvole dei significati nelle due lingue, fino a ieri decisamente sovrapponibili. Anzi, diciamo fino a metà 2009, per amor di precisione.
Restare sintonizzati
Un anno e mezzo fa, a giudicare dalle ricerche su Google, il termine inglese curation ha subìto un primo slittamento semantico, arrivando a abbracciare nuovi significati per la comunità dei parlanti anglofona. Partendo dalla descrizione di una serie di azioni precise riferite alla selezione, all’organizzazione e all’archiviazione di materiali documentali, qualcuno ha cominciato a usare il termine “curation” in relazione al mondo giornalistico, lasciando intravvedere una possibile figura del giornalista del futuro come una persona che nei suoi metodi di lavoro ha saputo migliorare il confezionamento e la distribuzione delle news integrando nel proprio flusso lavorativo questi nuovi modi per ottimizzare e potenziare l’organizzazione interna della propria nuvola di fonti di informazioni e notizie.
Certo, da sempre il lavoro del giornalista è innanzitutto saper ascoltare e rendere fedelmente gli accadimenti. Di conseguenza la pratica del restare sintonizzati sulle agenzie di stampa, sugli altri giornali, sulle televisioni, su tutte le sorgenti di cronaca “dal territorio” rappresenta la quotidianità dei giornalisti professionisti e dei moltissimi altri comunicatori che oggi per lavoro producono informazione e curano la comunicazione anche dentro le aziende o le pubbliche amministrazioni, quella redazione ormai necessaria per ogni minima realtà sociale che abbia deciso di abitare sul web, con un blog o con un portale, con una pagina Facebook o un semplice flusso Twitter.
Spremere informazioni
Ognuno di noi in realtà per domare l’information overload ha nel tempo sviluppato strategie e prassi quotidiane. Dai servizi di bookmarking agli aggregatori di feed ai flussi di Twitter, con questi strumenti ormai classici abbiamo via via allestito e tenuto aggiornata l’abilità con cui sondiamo quella nuvola tutta personale del web sociale da cui spremiamo informazioni, l’insieme delle fonti a cui abbiamo deciso di esporci. Nel corso degli anni abbiamo coltivato una rete sociale che allo stesso tempo agisce come un filtro rispetto ai flussi informativi che ci colpiscono. Aggregare il feed di qualcuno che stimiamo professionalmente ci dà buone garanzie che dall’insieme delle conversazioni attuali vengano escluse informazioni irrilevanti, ovvero che dalla sensibilità di quel blogger o quel giornalista emergano segnalazioni interessanti, arricchite da qualche indicazione di contesto, una traccia d’interpretazione, un punto di vista.
Per facilitare l’iniziativa dei singoli e ottimizzare le disparate procedure di raccolta, categorizzazione e ripubblicazione dei flussi, negli ultimi mesi sono comparsi in rete servizi web che offrono all’utente un ambiente integrato per compiere esattamente le stesse funzioni sopra descritte, ma in maniera semplificata e coordinata. Ambienti digitali online dove poter radunare le migliaia di feed a cui siamo abbonati, i flussi di Twitter e quelli degli aggregatori, taggarli secondo criteri personali di rilevanza e di pertinenza, e infine re-inoltrare le notizie e i contenuti interessanti verso precise destinazioni – tipicamente i diversi social network – oppure impaginarli dentro contenitori graficamente strutturati, offerti alla lettura pubblica e re-immessi nel circuito della Grande Conversazione.
Padroneggiare l’overload
Se oggi cercate “curation” su Google, quello che vi viene restituito tratta sempre meno di biblioteche, accenna certo alle trasformazioni del lavoro giornalistico, ma soprattutto lascia emergere un interesse diffuso per quei content curation tool di cui una redazione professionale non può più fare a meno, e che tornano utili anche per chi per lavoro ha comunque bisogno di “pettinare” e in seguito reimpaginare e rendere visibili specifici flussi informativi. Questi nuovi strumenti per la cura e la pubblicazione dei flussi derivano da approcci e tecnologie diverse, che però han saputo convergere verso quello che effettivamente oggi risulta necessario per padroneggiare l’overload informativo, avendo ben presente le caratteristiche che intendiamo privilegiare nella gestione del nostro ambiente personale di conoscenza, ovvero il personal knowledge management.
Questi ambienti digitali per la cura dei contenuti sono sorti a esempio dallo sviluppo di servizi bookmarking basati sul web, che hanno però acquisito la capacità di ri-pubblicare le selezioni da noi ritaggate, oppure potrebbe trattarsi di aggregatori di feed che si sono specializzati nell’organizzazione delle fonti secondo gruppi di tematiche organizzate detti cluster o bundle. Oppure ancora abbiamo a che fare con applicativi web-based per la reimpaginazione “in bella forma”, come quelli che prendono il vostro flusso Twitter o Facebook e lo rendono visibile cercando di assomigliare graficamente a un quotidiano cartaceo, e contribuiscono a mettere ordine nei flussi caotici dei servizi di lifestreaming.
Curation tool
Ho provato e trovo divertenti – per stabilire la loro utilità aspetto ancora qualche settimana – Scoop.it, Curated.by, pearltrees.com, Paper.li, Montage, Storify e altri, tutti servizi che indubbiamente aiutano a focalizzare e raffinare il nostro scandagliare il web alla ricerca di informazioni e punti di vista sempre più precisi e puntuali. Robin Good su Master New Media offre una guida esaustiva a questi nuovi strumenti per la content curation, rivendicando per sé inoltre l’aver saputo fin dal 2004 indicare la necessità di poter usufruire di tool per il reperimento e la selezioni di notizie e segnalazioni, secondo un concetto di newsradar decisamente affascinante per i tempi. Certo, ci sono anche riflessioni critiche che non vanno ignorate: Jeff Jarvis sin dall’inizio sottolinea l’importanza del fattore umano nella capacità di individuare percorsi di senso non “meccanicamente” predeterminati dagli algoritmi di ricerca, secondo cui curare dev’essere sempre qualcosa in più di un freddo aggregare, nella capacità del giornalista o del fruitore di “annusare” le notizie da fonti inconsuete e in seguito di fornire elementi di contesto e un punto di vista personale, nella loro riproposizione ad altri pubblici e altri canali comunicativi.
Dieci anni fa l’esplorazione del web avveniva secondo quote di serendipità molto maggiore, nell’inseguire collegamenti stralunati o chiavi di ricerca su motori molto meno perfezionati di oggi. Il margine di aleatorietà era molto più ampio, e al prezzo di navigazioni spesso insulse poteva capitare di imbattersi in gemme preziose, inaspettate e incredibilmente calzanti rispetto ai nostri interessi del momento. Oggi ci nutriamo di informazioni predigerite e già organizzate da parte di servizi web che aggregano le fonti secondo criteri di pertinenza spesso eccessivamente meccanici, che non lasciano più spazio alla scoperta casuale. Abbiamo guadagnato potenza e focalizzazione, abbiamo perso un po’ di libertà e di apertura all’inaspettato. Ma inventeremo sempre nuovi modi per far fare agli strumenti quello per cui non sono stati progettati: il nostro fare creativo, collaborativo e condiviso, saprà individuare nuovi territori della Conoscenza, e nuovi modi di esplorarli.

La Rete e l’identità territoriale

Un altro articolo che ho scritto per “La Patrie dal Friûl”. Per leggerlo in friulano andate qui.
La Rete e l’identità territoriale 
Qual è lo stile con cui le collettività abitano i territori? L’argomento qui in ballo è quello della partecipazione spontanea delle comunità umane alla costruzione della propria identità massmediatica, e non stiamo parlando solo di immaginario. La rappresentazione mediatica che emerge dall’opinione pubblica locale dà visibilità a tematiche molto concrete, come a esempio l’organizzazione logistica del tessuto urbano, la viabilità o lo spostamento di merci e persone. Oppure riguarda il mondo dell’informazione e della conversazione tra Enti locali e cittadini, se proviamo a ragionare di piattaforme web istituzionali per la partecipazione pubblica della cittadinanza a forme di progettazione sociale condivisa e collaborativa.
Il fare comunicativo della comunità locale, ovvero l’insieme dei discorsi e delle posizioni dei singoli individui nonché degli attori sociali gruppali o istituzionali, veicola a esempio le descrizioni fisiche o le caratteristiche concrete di un ambiente rurale o urbano, le valutazioni putacaso estetiche sul paesaggio o sulle filiere di distribuzione economiche e produttive locali, e contribuiscono con la loro polivocalità a dipingere l’immagine dinamica di quel territorio, per come essa emerge dall’incessante conversazione sociale. Si tratta certo di qualcosa che è sempre esistito, ma che oggi risulta potenziato e reso maggiormente visibile grazie al web moderno, capace di accogliere le voci di tutti.
Nell’Ottocento l’identità friulana, per come essa riusciva a trovare rappresentazione di sé presso l’opinione pubblica, viveva nelle arti figurative, nella letteratura oppure nel teatro popolare. Il Novecento a questi luoghi di espressione identitaria ha aggiunto i massmedia quali i giornali quotidiani, la radio e la televisione: durante lo scorso secolo è sicuramente aumentata la diffusione delle informazioni e la circolazione dei punti di vista, ma la produzione culturale mediatica rimaneva comunque appannaggio di pochi centri economici governativi o commerciali. 
Quello che fino a ieri non poteva materialmente esistere, ovvero permettere a chiunque di stampare il proprio giornale o di accendere il proprio canale televisivo, oggi è diventato prassi comune per il singolo cittadino, grazie alle nuove tecnologie digitali.
Tornando a concentrare la nostra attenzione sull’abitare in Rete da parte delle collettività umane, proviamo a pensare ai primi cento risultati che il motore di ricerca di Google restituisce ricercando il termine “Friuli”: otteniamo una sorta di fotografia dinamica e cangiante del nostro territorio. Solo alcune di queste voci saranno espressione di una comunicazione istituzionale progettata e pubblicata, mentre altre occorrenze, molto più numerose, emergeranno dai ragionamenti e dai documenti multimediali pubblicati da qualche blog importante della zona, dai forum di discussione, dalle conversazioni che avvengono su qualche social network, dai siti commerciali che fanno del collegamento al territorio un loro punto di forza nel marketing, da testate giornalistiche che riflettono gli accadimenti locali. 
Il Friuli agli occhi del mondo è questo.
Un giapponese compra una bottiglia di vino, legge sull’etichetta “Friuli”, decide di indagare su Internet, chiede a Google di raccontagli qualcosa della nostra Regione. La sua opinione complessiva dipenderà dai percorsi di narrazione che il motore di ricerca rende praticabili, nel mostrare luoghi e narrazioni, la personalità e l’identità mediatica che emerge dal territorio.
L’insieme delle narrazioni di un territorio costituisce la sua carta d’identità. Si tratta di una sorta di scrittura corale di storie (e di Storia) sopra una geografia, dove le parole che quella comunità utilizza per raccontarsi, le parole di ognuno di noi, possono ora grazie alla tecnologia web interagire con le mappe satellitari e con i telefoni cellulari, espandersi e prendere corpo e vigore dentro i blog e i social network, alimentare centinaia o migliaia di flussi di conversazione, dove prima eravamo costretti a accontentarci di poche voci. 

Jannis in friulano – Licôf

“La Patrie dal Friûl” è una rivista culturale mensile in lingua friulana, fondata nel 1946. Qui trovate la relativa voce su Vichipedìe, qui trovate il sito webqui il gruppo su Facebook.
Qualche giorno fa è uscita la prima pubblicazione del 2011, e dentro c’è anche un mio pezzo sulla Cultura digitale e sull’abitare in Rete. La Patrie infatti ospita da qualche tempo degli articoli dedicati al web e alla socialità in Rete, esplorando come la comunità friulanofona nel mondo dia immagine di sé in Internet. Per tutto il 2011 curerò sulla rivista una rubrica intitolata “Licôf”, dove proverò a ragionare spero senza annoiare troppo riguardo le modificazioni socioculturali che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione stanno apportando ai nostri stili di vita.
Io capisco bene il friulano, però lo parlo poco e di questo un po’ mi vergogno (sono uno studioso dei linguaggi, e avere l’opportunità di conoscere un’altra lingua e non praticarla mi sembra davvero uno spreco notevole), e decisamente scriverlo è un “affar serio”, come si dice dalle mie parti, per via della grafia ufficiale della lingua friulana.
Ringrazio Andrea Dree Venier e Christian Romanini, che mi aiutano in questa avventura.
Insieme al Dree, e con Matteo Baldan e Michele Calligaris, mi trovate anche sul blog collettivo Furlans digjitait furlan, dove vengono riproposti gli articoli relativi alla Cultura digitale pubblicati su La Patrie dal Friûl insieme a molte altre segnalazioni e riflessioni attinenti.
Qui sotto incollo l’articolo che ho scritto, in italiano. Per leggerlo in friulano, fraccate qui.

Licôf
Allargare lo sguardo sulla Rete

Giorgio Jannis per La Patrie dal Friûl

Una volta si diceva “navigare” in internet, ma quel verbo oggi non soddisfa più, non è più adeguato. L’idea del web come di un mare da esplorare, di archivi e biblioteche elettroniche come isole da visitare e forse razziare non corrisponde più ai nostri comportamenti odierni.
Noi oggi abitiamo stabilmente in Rete. Lì dentro abbiamo la posta, la banca, il Comune e le imprese, giornali e libri, il cinema e la radio. In quindici anni abbiamo costruito sul web Luoghi di socialità frequentati da milioni di persone, piazze e salotti dove ogni giorno partecipiamo al dibattito pubblico leggendo e commentando quello che altri hanno scritto. Noi stessi produciamo contenuti che poi pubblichiamo nelle nostre nuove case digitali, sui blog e sui social network che frequentiamo.
In Rete ci siamo costruiti un’identità sociale, ritrovato o coltivato affetti e relazioni, abbiamo una reputazione e sappiamo a chi dar fiducia. Esprimiamo liberamente noi stessi nelle conversazioni, e pian piano stiamo diventando consapevoli dei nostri diritti come cittadini digitali.
Questa visione più chiara e leggibile del nostro fare può essere beninteso riferita anche a soggetti ampi come le collettività umane, agli attori sociali e alle comunità locali che grazie alla Rete possiedono oggi strumenti partecipativi aperti e democratici per dare immagine e racconto mediatico del loro concreto abitare sul territorio. Finalmente può emergere una identità sociale realmente polivocale e pluralista, nei nuovi Luoghi del territorio digitale.

Ma se ho delle nuove case da abitare, allora ci vuole un’inaugurazione.

Il licôf come inaugurazione, lo sappiamo, è da intendere come un rituale sociale festoso per “bagnare” con dei brindisi quello che abbiamo creato, quello che prima non c’era. In quella frasca di pino apposta sul tetto delle case appena costruite, ricongiungendo Natura e Cultura, leggiamo in prospettiva mitologie e narrazioni che l’umanità mette in scena per sé stessa, nel suo costruire manufatti e adattare tecnologicamente il territorio alle proprie esigenze insediative.

Con queste pagine espressamente dedicate alla Cultura Tecnologica e Digitale la Patrie dal Friûl inaugura ufficialmente una sezione editoriale che parla di Luoghi web e di socialità online, e questo è un primo licôf. La Patria al contempo sta consolidando i propri Luoghi web, assume in modo sempre più forte e definito identità e connotazione anche nel mondo digitale, e questa può essere considerata una seconda inaugurazione.

Vi è forse spazio per un parallelo: nel mondo fisico il licôf viene festeggiato al momento della costruzione del tetto della casa, ma quest’ultima è ancora lungi dall’essere abitabile, dovendo ancora essere ultimate le strutture interne, gli impianti, l’arredo. Nel mondo digitale, avendo a che fare con oggetti e ambienti immateriali, sappiamo bene che al di là della pubblicazione sempre rivedibile e migliorabile di un sito o di un blog il vero impegno consiste nel mantenimento della comunicazione, per “arredare” in modo sempre più confortevole i Luoghi di socialità web, per immettere nel dialogo pubblico contenuti di qualità.

Questo licôf digitale, segno di un impegno, indica la promessa di un lavoro nel tempo, come nel tempo avviene l’azione dell’abitare, quel mantenere e avere cura dei territori oggi indifferentemente fisici o digitali dove viviamo e esprimiamo noi stessi, nella civile conversazione.