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E io vorrei che io voglio

Il buio abita nel buio delle case
il catalogo-frangette*, bordo della strada
e gli alberi hanno i rami luuunghi, e i pini corti
E io vorrei che io voglio
appendere due furgoni agli alberi, con un gancio.
Il biscotto lo inlatto nel latte
è troppo buono, mi piace, è furbacchione!

Jacopo Jannis, tre anni e mezzo, nel marzo 2017
*catarinfrangente

Nel consueto e nel noto dello spazio domestico, da sempre vissuto come caldo e rassicurante, il giovin poeta scopre ombre e timori, ravvisa quell’Altro-da-sé come piega dell’inquietudine, bisbiglìo obliquo della quotidianità.
Eppur subito lo slancio vitale prepotente s’orienta e s’inerpica verso la Luce, stabilisce forte la cesura netta tra Io e non-Io, il limite del proprio definirsi, la frattura del Senso indotta dall’epifanìa improvvisa del Segno, e insieme al contempo il percorso e la direzione.
Ecco dunque emergere la descrizione del Mondo, ecco ciò che è, e non può non essere: la meraviglia dello sguardo, e la catalogazione dell’Essere, ripostiglio recondito di alterità assoluta, scrigno inesauribile della eterna pulsione a nominare le cose, ordinandole e giocandole e rigiocandole.
Tutta l’Umwelt diventa playground: l’affermazione perentoria e volitiva della soggettività, ribadita e marcata e sancita, negoziata e ratificata nella nascente socialità dell’Io, sottende quel poter-fare concreto del Poeta ora in grado finalmente di agire sul Mondo, di modificare l’ambiente vitale a proprio esclusivo piacere, nel Desiderio compiutamente divenuto Gesto, atto consapevole di Parola fecondante, una Realtà gravida di forme ed eloquente di possibilità e infiniti significati.
Il Piacere, troppo umano e divino, suggerisce e guida adesso l’intuizione, la ricerca manipolatoria, la congettura dell’ipotetico. L’esplorazione e l’intersecarsi dei sensi costruisce piani di realtà prima letteralmente impensabili, il fuori diventa dentro, l’identità affermata e desiderante, indubitabile e scolpita, si compiace del proprio scegliersi e sciogliersi senza fine nel fluire immoto nella tazza del Divenire.
L’inquietudine forse ora è appagata, ma per un sol attimo: c’è come sempre una porta socchiusa, c’è l’inganno delle cose che guizzano, l’apparenza dalle vesti cangianti, l’irrompere di uno sguardo o l’incrinarsi di una superficie, il biscotto che zuppo si spezza, lo splash nell’atavico nutrimento, la risata panica della gioia sorpresa a divertirsi.

Jannis Father and son

Di notte mio padre scrive della notte

ANSIOSE DOMANDE SENZA RISPOSTA

O notte, notte mia, così buia e profonda.
Senza stelle ed i rumori del giorno. Stimoli pensieri che penetrano l’oscurità e favoriscono la caduta nell’Ignoto, nel quale inevitabilmente m’immergo, annaspo per poi precipitare in un orrido abisso senza fondo e pieno di freddo e paura, dove la mia ragione perde ogni facoltà di scelta e decisione. Il cervello si blocca e subisce il tuo lugubre silenzio.
Non spieghi perché sono nato e dovrò morire, così come un cane, un fiore, l’umanità intera.
Rappresenti un quadro vuoto nel quale inutilmente cerco di capire il senso della vita e la fase tua rispetto alla tranquillante luce del giorno, che sarebbe poi quella finale, la più triste, scontata, che mi riporta al quel buio pesto cui mi ero rivolto.
Sei il nulla, odiosissimo Ignoto. C’è chi vede in te la Fede e la Speranza, per altri, me compreso, sai soltanto trasmettere tenebre, freddo e paura di morire.
Domattina sorgerà il sole. Io ci sarò, tu no. Ci sarai domani sera, lo so, ma sii certo che  non ti farò più domande, conscio che sei solo il freddo e buio Ignoto, incapace di essere Chiaro sia quando ho gli occhi aperti, sia quando li avrò chiusi.

[Italo Jannis, 82 anni]

La Grande Bellezza | www.jannis.it Udine

“La Grande Bellezza” è un’impronta

La grande bellezza

“La grande bellezza” è blablabla.
“La grande bellezza” non è la Grande Bellezza. È chiacchiera che ottunde e confonde. In quanto rappresentazione è sintomo: in particolare è impronta, indica ciò che non appare e non c’è, segno d’assenza.

Tutto quello di cui il film parla non può essere narrato, se non in quelle configurazioni discorsive di superficie affettivamente connotate dei primi piani, o suggerito negli scorci architettonici codificati di Roma, oppure delineato dai richiami estetici espliciti sapendo che la luce e il colore sono il primo attore di qualsiasi rappresentazione, oppure ancora schivato come la rabbia di una bambina che mette in scena la propria rabbia.

Come il protagonista vuol essere re della mondanità per avere il potere di far fallire le feste, così il film allestisce al massimo grado la scena della costruzione della bellezza, per poter da sé sabotare non la bellezza, ma il discorso della Bellezza, inattingibile questo quanto quella ineffabile.

Consapevole di essere trucco, metalinguaggio, messinscena di una rappresentazione senza cui non vi può essere narrazione, “La grande bellezza” è umile.

Sapendo di dover puntare sulla seduzione della Bellezza, sul mistero, fa leva sul nostro voler-sapere schivando scientemente il pericolo di un dover-sapere, ovvero di una provocazione come modalità di manipolazione del lettore. Altrimenti fallirebbe, negherebbe il proprio negarsi al mostrare.

Il film resta guitto e allude, altro non può fare per chiamarci a giocare con lui.
Fermandosi sulla soglia della promessa, dell’apertura al mondo, nella notte illuminata ritmicamente da un faro di assoluto essere qui e ora.

La narrazione filmica come la socialità mondana verbalizzata dai protagonisti tiene compagnia e bonariamente ci prende un po’ in giro, e qui non mi interessano i richiami sociologici all’extratestuale della decadenza. Quel che mi piace è che il film sappia di non essere Bellezza e provi italianamente a illuderci.

La Bellezza è altrove, come forse ciò che non può essere detto e deve restar silente, e il film è il dito che indica la Luna. Non di lui devo parlare, non mi ha stupito, non mi ha educato, non mi ha divertito, non mi serve, ma in fondo l’arte non serve nessuno e nessuna cosa. L’arte è futile. E in questo “La grande bellezza” riesce a essere animato di leggerezza.

(Originariamente scritto su Facebook, qualche mese fa)

Durante i concerti, la gente fa i videi col telefonino

Abbiam tutti in tasca un telefono che è sempre meno usato come telefono e sempre più come macchina per raccontare storie multimediali a qualcuno, da qualche parte. Il testo è una macchina, sì, mentre la macchina crea il testo. Lo informa, anche. E ci vengono in mente idee per fare cose che dipendono dagli strumenti che abbiamo, dagli usi che permettono. E bisognerebbe pensare a cominicare a realizzare cose che oltre a fare il loro lavoro, racchiudono in sé una germinazione di idee, di fughe su possibili utilizzi. Se sono tecnologie abilitanti, almeno cerchino di essere “consapevolmente” abilitanti, no? Ovvero che mostrino di sapere che loro e il loro utilizzo innesca fughe.

Telefonini, con cui vien facile raccontare il territorio. Gli eventi, le emozioni del paesaggio, le occasioni sociali, i luoghi significati per molte persone. Tagghi, e quello emerge. Narri, e magari il tuo pacchetto di informazione viene mostrato nei motori di ricerca, viene catturato da aggregatori metti turistici, viene likato e diventa sintomo di un Luogo. Lo chiamo sintomo, per scherzare su quell’essere “fisicamente” connesso alla realtà che intende rappresentare, quel segno. Perché la rappresentazione mediatica dei Luoghi realizzata da milioni di persone con multimedialità e ipertestualità e rigettata negli ambienti sociali non è una fotografia del territorio. E’ il territorio, per come viene visto e vissuto, in tempo reale. E’ come viene narrato.

Infatti ci sono dei siti dove la cura e l’impostazione grafica estetizzano il flusso delle “cartoline” dei ricordi, i file audiovideotesto che scriviamo in Rete. Ti guidano a una rappresentazione determinata, per alcuni aspetti. Oppure le app sui telefoni ti lasciano confezionare un pacchetto informativo per la narrazione dei Luoghi e delle collettività, poi spediscono il tutto da qualche parte che ne ricava un’altra app che poi i viaggiatori turisti possono scaricare per saper qualcosa del luogo in cui si trovano. Su certi social avrò certi strumenti, resterò sintonizzato su certi Luoghi, ma alla fine tutto sarà dappertutto, tra pochi anni il materiale documentativo per ogni singolo luogo del pianeta sarà enorme, le discussioni saranno migliaia, nasceranno strumenti che ritagliano l’orizzonte, come i telefonini.

… ‘spetta che ti spiego

Son due settimane che scrivo nuovamente qualcosa per Apogeonline. E’ un problema di pigrizia, lo so. Passo anche molto tempo a cambiare accordatura alla chitarra. Dovrei riuscire a mantenere il ritmo di una rubrica settimanale, vedremo. Animale social, si chiama la rubrica.

Web e Pubblica Amministrazione 2° – Licôf

La seconda puntata pubblicata sulla Patrie dal Friûl, dedicata alla webrevolution e alle Pubbliche Amministrazioni.

Web e Pubblica Amministrazione

Seconda puntata (qui la prima parte)
Il Decreto Legge 82 del 2005, il primo CAD Codice dell’Amministrazione Digitale della legislazione italiana, benché pubblicato solo sei anni fa già mostrava alcuni segni di inadeguatezza nelle soluzioni indicate riguardo l’utilizzo degli strumenti informatici e nelle migliorìe da introdurre nelle procedure interne delle amministrazioni. Le novità apportate dall’internet moderna (il cosiddetto web 2.0) nella gestione dei flussi documentali e in generale nelle possibilità comunicative di Istituzioni e singoli cittadini imponevano una revisione concreta delle pratiche d’ufficio (smaterializzazione, ovvero produzione e distribuzione di documenti ufficiali in formato digitale e non più cartaceo), insieme a una serie di incentivi e sanzioni affinché le Pubbliche Amministrazioni recepissero rapidamente le “rivoluzioni” contenute nella Riforma Brunetta, centrata sulla trasparenza e sulla sburocratizzazione.
Così, nel 2010 hanno visto la luce sia le nuove Linee Guida per la qualità della Comunicazione pubblica delle Pubbliche Amministrazioni, nonché la promulgazione del nuovo CAD (D.L. 235/2010) quale pilastro fondamentale della riforma Brunetta, quadro normativo e attuativo aggiornato all’evoluzione tecnologica che ha interessato Internet negli ultimissimi anni.
Il Codice è in vigore dal 25 gennaio di quest’anno, e prevede una progressiva ri-organizzazione interna degli uffici al fine di rendere prassi quotidiana quanto previsto dalle nuove norme.
Entro tre mesi le Pubbliche Amministrazioni utilizzeranno soltanto la Posta Elettronica Certificata (Pec) per tutte le comunicazioni che richiedono una ricevuta di consegna ai soggetti che hanno preventivamente dichiarato il proprio indirizzo; entro quattro mesi le amministrazioni individueranno un unico ufficio responsabile dell’attività di comunicazione telematica. In sei mesi le Pubbliche Amministrazioni centrali pubblicheranno obbligatoriamente i bandi di concorso sui propri siti istituzionali, e di qui a un anno saranno emanate le regole tecniche che consentiranno di dare piena validità alle copie cartacee e soprattutto a quelle digitali dei documenti informatici, dando così piena effettività al processo di dematerializzazione dei documenti della PA.
Come cittadini d’ora in avanti forniremo una sola volta i nostri dati alla Pubblica amministrazione: sarà onere Enti locali in possesso di tali dati assicurare, tramite convenzioni, l’accessibilità delle informazioni alle altre amministrazioni richiedenti.
Sulla carta, il Formez e le commissioni ministeriali hanno fatto un buon lavoro: sono ben trattati i temi della usabilità, dell’accessibilità, le metodologie e gli strumenti per la progettazione razionale e efficace dei Luoghi web della Pubblica Amministrazione, vengono messe in primo piano le tematiche della qualità della comunicazione (trasparenza, visibilità dei contenuti, policy), viene sottolineata l’importanza dei formati aperti e vengono delineati alcuni criteri per sollecitare l’espressione della valutazione del servizio da parte degli utenti.
In realtà anche le iniziative legislative precedentemente nominate erano perfettamente centrate e aggiornate sulla necessità di fornire al cittadino, in ottica e-government, una praticabilità netta e senza ombre di quanto le PA devono per legge produrre e pubblicare. E giustamente, il cittadino era ed è sempre posto al centro del processo comunicativo. Ma in Italia il problema, lo sappiamo, non è certo fare delle leggi, che anzi proliferano senza sosta. Il problema è nella loro applicazione.
Ruotare il proprio fare in direzione della pubblicazione e della conversazione imporrà grossi mutamenti alle Pubbliche Amministrazioni, a certe prassi magari decennali di funzionamento interno dell’organizzazione lavorativa. Il “semplice” utilizzo della posta elettronica potrebbe essere esplosivo, in un sistema della comunicazione ancora basato sul libro del protocollo, dove le singole mail vanno ancora stampate per poter essere archiviate secondo i crismi ottocenteschi dell’ufficialità. E non credo siano pochi i dirigenti e i funzionari pubblici che si fanno tuttora stampare le mail dalla segretaria per la lettura. Una gestione seria degli strumenti e delle nuove procedure previste dal nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale negli Enti locali e nelle scuole costringerà le vecchie procedure d’ufficio a torcersi fino a spezzarsi, a meno che qualcuno abbia il coraggio di riprendere in considerazione tutti i flussi documentali e ottimizzarli secondo nuove priorità, date dalla comprensione del nuovo habitat digitale in cui oggi noi tutti viviamo.

SECONDE PONTADE

Il Decret leç 82 dal 2005, il prin CAD – vâl a dî Codiç de Aministrazion Digjitâl de legjislazion taliane-, a ben che publicât dome sîs agns indaûr al mostrave za cierts segns di inadeguatece intes soluzions indicadis in mert al ûs dai struments informatics e intai mioraments di introdusi intes proceduris internis des aministrazions. Lis novitâts puartadis dal internet moderni (chel che i disin “web 2.0″) inte gjestion dai flus documentâi e in gjenerâl intes pussibilitâts comunicativis di Istituzions e citadins singui, a imponevin une revision concrete des pratichis di ufici (smaterializazion, o sedi produzion e distribuzion di documents uficiâi in formât digjitâl e no plui in cjarte), insiemi a une serie di incentîfs e sanzions par che lis aministrazions publichis a recepissin in curt lis “rivoluzions” contignudis inte Riforme Brunetta, centrade su la trasparence e su la disburocratizazion.

LA RIFORME BRUNETTA_ Cussì, intal 2010 a àn viodût la lûs sedi lis gnovis Liniis Vuide pe cualitât de Comunicazion publiche des aministrazions publichis, sedi la promulgazion dal gnûf CAD (D.L. 235/2010) tant che pilastri fondamentâl de riforme Brunetta, cuadri normatîf e atuatîf inzornât ae evoluzion tecnologjiche che e à interessât Internet intai ultins agns.

Il Codiç al è in vore dai 25 di Zenâr di chest an, e al previôt une progressive riorganizazion al interni dai uficis par fâ deventâ prassi cuotidiane ce che al jere previodût des gnovis normis.

Dentri di trê mês, lis aministrazions publichis a dopraran dome la Pueste Eletroniche Certificade (Pec) par dutis lis comunicazions che a domandin une ricevude di consegne ai sogjets che a àn declarât in maniere preventive la proprie direzion; dentri di cuatri mês, lis aministrazions a individuaran un sôl ufici responsabil de ativitât di comunicazion telematiche. In sîs mês, lis aministrazions publichis centrâls a publicaran in maniere obligatorie i bants di concors sui propris sîts istituzionâi, e di chi a un an a saran emanadis lis regulis tecnichis che a permetaran di dâ plene validitât aes copiis in cjarte e soredut a chês digjitâls dai documents informatics, dant cussì plene efetivitât al procès di dematerializazion dai documents de PA.

Tant che citadins, di cumò indenant o furnirìn une sole volte i nestris dâts ae aministrazion publiche: e sarà cjame dai Ents locâi in possès di chescj dâts sigurâ, midiant convenzions, la acessibilitât des informazions a chês altris aministrazions che a domandin.

IN TEORIE E IN PRATICHE_ Su la cjarte, il Formez e lis comissions ministeriâls a àn fat un bon lavôr: a son tratâts ben i temis de usabilitât, de acessibilitât, lis metodologjiis e i struments pe progjetazion razionâl e zovevule dai Lûcs web de aministrazion publiche; a vegnin metudis in prin plan lis tematichis de cualitât de comunicazion (trasparence, visibilitât dai contignûts, policy), e je sotlineade la impuartance dai formâts vierts e a vegnin delineâts cierts criteris par solecitâ la espression de valutazion dal servizi de bande dai utents.

In realtât, ancje lis iniziativis legjislativis nomenadis a jerin centradis dal dut e inzornadis su la dibisugne di furnî al citadin, in otiche e-government, une praticabilitât nete e cence ombris di cetant che lis PA a àn par leç di produsi e di publicâ. E in maniere juste, il citadin al jere e al è metût simpri al centri dal procès comunicatîf. Ma in Italie il probleme, lu savìn, nol è ciert fâ lis leçs, che anzit a proliferin cence fermade. Il probleme al è inte lôr aplicazion.

Zirâ il propri fâ in direzion de publicazion e de conversazion al imponarà grues mudaments aes aministrazions publichis, a ciertis prassis magari decenâls di funzionament interni de organizazion di vore. Il “sempliç” ûs de pueste eletroniche al podarès jessi esplosîf, intun sisteme de comunicazion ancjemò basât sul libri dal protocol, dulà che i singui messaçs di pueste eletroniche a àn ancjemò di jessi stampâts par podê jessi archiviâts daûr i crismis de uficialitât dal Votcent. E no crôt che a sedin pôcs i dirigjents e i funzionaris publics che, ore presint, si fasin stampâ i messaçs di pueste eletroniche de segretarie pe leture. Une gjestion serie dai struments e des gnovis proceduris previodudis dal gnûf Codiç de Aministrazion Digjitâl intai Ents locâi e intes scuelis al oblearà lis vecjis proceduris di ufici a stuarzisi fin a crevâsi, a mancul che cualchidun al vedi il cûr di tornâ a cjapâ in considerazion ducj i flus documentâi e otimizâju daûr lis gnovis prioritâts, dadis de comprension dal gnûf habitat digjitâl là che vuê ducj noaltris o vivìn.

Giorgio Jannis

Hop! Hop!

Qualche settimana fa ho parlato in un Liceo, poi all’Università di Trieste un paio d’ore su new media, poi allo IUAV Università di Venezia di territorio digitale.

Oggi vado a Piombino da Lorenza Boninu, per un convegno sulla Cittadinanza digitale a cui parteciperanno Sergio Maistrello da remoto e Vittorio Zambardino in presenza, qui il link.

A fine maggio modererò un convegno organizzato dalla Provincia di Udine, per ragionare di politiche giovanili, siti web istituzionali e community dei portatori d’interesse, a dimensione locale.

Com’è che si chiama questo vortice di pensieri e di azioni che dobbiamo compiere? Ah sì, “lavorare”, che roba strana.

Web e Pubblica Amministrazione

Per la mia rubrica “Licôf” sulla rivista Patrie dal Friûl ho scritto stavolta un articolo lunghetto, che pertanto uscirà in due puntate. L’argomento riguarda l’intrecciarsi delle riforme della Pubblica Amministrazione degli ultimi quindici anni con l’evoluzione del web, verso cui per legge oggi gli enti pubblici devono rivolgersi per dare visibilità alle proprie iniziative e tessere una buona comunicazione tra Cittadino e Istituzioni. 
Da Bassanini a Brunetta, sperando che qualcosa si muova.
Qui sotto in italiano, qui in lingua friulana su La Patrie.
Ne approfitto anche per segnalare il blog Furlans, digjitait furlan! dove trovate tutti gli articoli relativi alla Cultura Digitale e all’abitare in Rete pubblicati sulla rivista, insieme a altre segnalazioni e riflessioni su quanto accade nel web.
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Web e Pubblica Amministrazione
Prima puntata
La “rivoluzione lenta” della Pubblica Amministrazione italiana, in tempi recenti, può essere fatta risalire alla riforma Bassanini di fine anni Novanta. Lì insieme a precise indicazioni per lo snellimento burocratico, il decentramento e la semplificazione degli atti amministrativi incontriamo nuovi atteggiamenti comunicativi, lì si comincia a parlare seriamente di “trasparenza” e di accessibilità come valori propri di una PA che intenda riorganizzare sé stessa e il proprio “dire” in termini moderni, avendo cioè forse per la prima volta a cuore il destinatario, il cittadino.
Nel frattempo il Web cresce esponenzialmente, diventa un fenomeno popolare, milioni di italiani cominciano a abitare in Rete e scoprono che i siti web della Pubbliche Amministrazioni centrali e locali sono decisamente poveri di contenuti, e male impostati dal punto di vista comunicativo. Nasce l’espressione “siti vetrina”, per indicare quelle pagine che semplicemente mettono in scena magari l’organigramma e la ripartizione interna degli uffici dell’Ente pubblico, ci fanno conoscere gli orari di ricevimento e i numeri telefonici per i contatti diretti, ma in realtà non costruiscono una vera conversazione con il Cittadino. La comunicazione evidentemente non veniva allora pensata in funzione delle esigenze del destinatario (poter accedere agli atti amministrativi, consultare delibere e gare d’appalto, avere informazioni aggiornate e puntuali), ma solo per mostrare la struttura amministrativa della stessa PA, la quale finiva per parlarsi addosso.
L’attenzione per le esigenze del Cittadino, il cambiamento di prospettiva avverrà con altre leggi: con la 150 del 2000, con la quale si definiscono i criteri della comunicazione pubblica e il ruolo degli URP Uffici Relazioni con il Pubblico di ciascuna singola Amministrazione, con la legge Stanca del 2004 per quanto riguarda l’accessibilità dei siti web, con le Linee Guida per la qualità della comunicazione delle Pubbliche Amministrazioni.
Già dal 2005 (D.L.82/2005, il primo CAD Codice dell’Amministrazione Digitale) esistono esplicitamente sanciti dal testo di legge i diritti del cittadino digitale, quali a esempio il diritto all’uso delle tecnologie per comunicare con la PA (utilizzo ufficiale dell’email), il diritto all’accesso e all’invio di documenti digitali, a effettuare pagamenti elettronici, per garantire i quali la PA deve giocoforza trasformarsi e utilizzare strumenti come la posta elettronica certificata, promuovere la firma digitale, curare la qualità dei propri siti web istituzionali
Fin qui andava tutto bene, poi successive modifiche del testo della legge hanno aggiunto alcune poco simpatiche precisazioni, secondo cui il diritto sopradescritto del cittadino a comunicare digitalmente con le Pubbliche Amministrazioni veniva a dipendere dalle risorse tecnologiche e organizzative di queste ultime, delle quali va inoltre rispettata l’autonomia normativa. Conseguentemente, le PA se la sono presa molto comoda, senza offrire in sostanza i servizi che il Decreto indicava come vincolanti per le Amministrazioni.
Vedremo nella prossima puntata come la recentissima riforma Brunetta stia cercando, anche mediante dei sistemi di premi e sanzioni per le stesse Pubbliche Ammnistrazioni, di portare a compimento la rivoluzione digitale nella PA italiana.

Content Curation Tools, su Apogeonline

Erano due anni che non scrivevo qualcosa per Apogeonline, chissà nel frattempo cosa ho fatto.
Come al solito, il pezzo lo incollo qua sotto, ma potete leggerlo su Apogeo cliccando qui.

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Curation tool, un pettine per i flussi informativi

Storify, Paper.li e gli altri: emergono nuovi strumenti e nuove pratiche per selezionare, organizzare e archiviare contenuti, servendosi naturalmente del potere delle reti sociali
Confrontando due vocabolari cartacei, uno italiano e uno inglese, per esplorare le aree semantiche relative alle azioni del “curare un archivio documentale o museale”, probabilmente troveremmo ancora una sostanziale somiglianza tra i rispettivi termini individuati. Quello che in italiano conosciamo come la mansione professionale di un curatore/conservatore di biblioteca in inglese viene identificato dalla parola curation: sulla stessa radice latina vengono articolate le nuvole dei significati nelle due lingue, fino a ieri decisamente sovrapponibili. Anzi, diciamo fino a metà 2009, per amor di precisione.
Restare sintonizzati
Un anno e mezzo fa, a giudicare dalle ricerche su Google, il termine inglese curation ha subìto un primo slittamento semantico, arrivando a abbracciare nuovi significati per la comunità dei parlanti anglofona. Partendo dalla descrizione di una serie di azioni precise riferite alla selezione, all’organizzazione e all’archiviazione di materiali documentali, qualcuno ha cominciato a usare il termine “curation” in relazione al mondo giornalistico, lasciando intravvedere una possibile figura del giornalista del futuro come una persona che nei suoi metodi di lavoro ha saputo migliorare il confezionamento e la distribuzione delle news integrando nel proprio flusso lavorativo questi nuovi modi per ottimizzare e potenziare l’organizzazione interna della propria nuvola di fonti di informazioni e notizie.
Certo, da sempre il lavoro del giornalista è innanzitutto saper ascoltare e rendere fedelmente gli accadimenti. Di conseguenza la pratica del restare sintonizzati sulle agenzie di stampa, sugli altri giornali, sulle televisioni, su tutte le sorgenti di cronaca “dal territorio” rappresenta la quotidianità dei giornalisti professionisti e dei moltissimi altri comunicatori che oggi per lavoro producono informazione e curano la comunicazione anche dentro le aziende o le pubbliche amministrazioni, quella redazione ormai necessaria per ogni minima realtà sociale che abbia deciso di abitare sul web, con un blog o con un portale, con una pagina Facebook o un semplice flusso Twitter.
Spremere informazioni
Ognuno di noi in realtà per domare l’information overload ha nel tempo sviluppato strategie e prassi quotidiane. Dai servizi di bookmarking agli aggregatori di feed ai flussi di Twitter, con questi strumenti ormai classici abbiamo via via allestito e tenuto aggiornata l’abilità con cui sondiamo quella nuvola tutta personale del web sociale da cui spremiamo informazioni, l’insieme delle fonti a cui abbiamo deciso di esporci. Nel corso degli anni abbiamo coltivato una rete sociale che allo stesso tempo agisce come un filtro rispetto ai flussi informativi che ci colpiscono. Aggregare il feed di qualcuno che stimiamo professionalmente ci dà buone garanzie che dall’insieme delle conversazioni attuali vengano escluse informazioni irrilevanti, ovvero che dalla sensibilità di quel blogger o quel giornalista emergano segnalazioni interessanti, arricchite da qualche indicazione di contesto, una traccia d’interpretazione, un punto di vista.
Per facilitare l’iniziativa dei singoli e ottimizzare le disparate procedure di raccolta, categorizzazione e ripubblicazione dei flussi, negli ultimi mesi sono comparsi in rete servizi web che offrono all’utente un ambiente integrato per compiere esattamente le stesse funzioni sopra descritte, ma in maniera semplificata e coordinata. Ambienti digitali online dove poter radunare le migliaia di feed a cui siamo abbonati, i flussi di Twitter e quelli degli aggregatori, taggarli secondo criteri personali di rilevanza e di pertinenza, e infine re-inoltrare le notizie e i contenuti interessanti verso precise destinazioni – tipicamente i diversi social network – oppure impaginarli dentro contenitori graficamente strutturati, offerti alla lettura pubblica e re-immessi nel circuito della Grande Conversazione.
Padroneggiare l’overload
Se oggi cercate “curation” su Google, quello che vi viene restituito tratta sempre meno di biblioteche, accenna certo alle trasformazioni del lavoro giornalistico, ma soprattutto lascia emergere un interesse diffuso per quei content curation tool di cui una redazione professionale non può più fare a meno, e che tornano utili anche per chi per lavoro ha comunque bisogno di “pettinare” e in seguito reimpaginare e rendere visibili specifici flussi informativi. Questi nuovi strumenti per la cura e la pubblicazione dei flussi derivano da approcci e tecnologie diverse, che però han saputo convergere verso quello che effettivamente oggi risulta necessario per padroneggiare l’overload informativo, avendo ben presente le caratteristiche che intendiamo privilegiare nella gestione del nostro ambiente personale di conoscenza, ovvero il personal knowledge management.
Questi ambienti digitali per la cura dei contenuti sono sorti a esempio dallo sviluppo di servizi bookmarking basati sul web, che hanno però acquisito la capacità di ri-pubblicare le selezioni da noi ritaggate, oppure potrebbe trattarsi di aggregatori di feed che si sono specializzati nell’organizzazione delle fonti secondo gruppi di tematiche organizzate detti cluster o bundle. Oppure ancora abbiamo a che fare con applicativi web-based per la reimpaginazione “in bella forma”, come quelli che prendono il vostro flusso Twitter o Facebook e lo rendono visibile cercando di assomigliare graficamente a un quotidiano cartaceo, e contribuiscono a mettere ordine nei flussi caotici dei servizi di lifestreaming.
Curation tool
Ho provato e trovo divertenti – per stabilire la loro utilità aspetto ancora qualche settimana – Scoop.it, Curated.by, pearltrees.com, Paper.li, Montage, Storify e altri, tutti servizi che indubbiamente aiutano a focalizzare e raffinare il nostro scandagliare il web alla ricerca di informazioni e punti di vista sempre più precisi e puntuali. Robin Good su Master New Media offre una guida esaustiva a questi nuovi strumenti per la content curation, rivendicando per sé inoltre l’aver saputo fin dal 2004 indicare la necessità di poter usufruire di tool per il reperimento e la selezioni di notizie e segnalazioni, secondo un concetto di newsradar decisamente affascinante per i tempi. Certo, ci sono anche riflessioni critiche che non vanno ignorate: Jeff Jarvis sin dall’inizio sottolinea l’importanza del fattore umano nella capacità di individuare percorsi di senso non “meccanicamente” predeterminati dagli algoritmi di ricerca, secondo cui curare dev’essere sempre qualcosa in più di un freddo aggregare, nella capacità del giornalista o del fruitore di “annusare” le notizie da fonti inconsuete e in seguito di fornire elementi di contesto e un punto di vista personale, nella loro riproposizione ad altri pubblici e altri canali comunicativi.
Dieci anni fa l’esplorazione del web avveniva secondo quote di serendipità molto maggiore, nell’inseguire collegamenti stralunati o chiavi di ricerca su motori molto meno perfezionati di oggi. Il margine di aleatorietà era molto più ampio, e al prezzo di navigazioni spesso insulse poteva capitare di imbattersi in gemme preziose, inaspettate e incredibilmente calzanti rispetto ai nostri interessi del momento. Oggi ci nutriamo di informazioni predigerite e già organizzate da parte di servizi web che aggregano le fonti secondo criteri di pertinenza spesso eccessivamente meccanici, che non lasciano più spazio alla scoperta casuale. Abbiamo guadagnato potenza e focalizzazione, abbiamo perso un po’ di libertà e di apertura all’inaspettato. Ma inventeremo sempre nuovi modi per far fare agli strumenti quello per cui non sono stati progettati: il nostro fare creativo, collaborativo e condiviso, saprà individuare nuovi territori della Conoscenza, e nuovi modi di esplorarli.

La Rete e l’identità territoriale

Un altro articolo che ho scritto per “La Patrie dal Friûl”. Per leggerlo in friulano andate qui.
La Rete e l’identità territoriale 
Qual è lo stile con cui le collettività abitano i territori? L’argomento qui in ballo è quello della partecipazione spontanea delle comunità umane alla costruzione della propria identità massmediatica, e non stiamo parlando solo di immaginario. La rappresentazione mediatica che emerge dall’opinione pubblica locale dà visibilità a tematiche molto concrete, come a esempio l’organizzazione logistica del tessuto urbano, la viabilità o lo spostamento di merci e persone. Oppure riguarda il mondo dell’informazione e della conversazione tra Enti locali e cittadini, se proviamo a ragionare di piattaforme web istituzionali per la partecipazione pubblica della cittadinanza a forme di progettazione sociale condivisa e collaborativa.
Il fare comunicativo della comunità locale, ovvero l’insieme dei discorsi e delle posizioni dei singoli individui nonché degli attori sociali gruppali o istituzionali, veicola a esempio le descrizioni fisiche o le caratteristiche concrete di un ambiente rurale o urbano, le valutazioni putacaso estetiche sul paesaggio o sulle filiere di distribuzione economiche e produttive locali, e contribuiscono con la loro polivocalità a dipingere l’immagine dinamica di quel territorio, per come essa emerge dall’incessante conversazione sociale. Si tratta certo di qualcosa che è sempre esistito, ma che oggi risulta potenziato e reso maggiormente visibile grazie al web moderno, capace di accogliere le voci di tutti.
Nell’Ottocento l’identità friulana, per come essa riusciva a trovare rappresentazione di sé presso l’opinione pubblica, viveva nelle arti figurative, nella letteratura oppure nel teatro popolare. Il Novecento a questi luoghi di espressione identitaria ha aggiunto i massmedia quali i giornali quotidiani, la radio e la televisione: durante lo scorso secolo è sicuramente aumentata la diffusione delle informazioni e la circolazione dei punti di vista, ma la produzione culturale mediatica rimaneva comunque appannaggio di pochi centri economici governativi o commerciali. 
Quello che fino a ieri non poteva materialmente esistere, ovvero permettere a chiunque di stampare il proprio giornale o di accendere il proprio canale televisivo, oggi è diventato prassi comune per il singolo cittadino, grazie alle nuove tecnologie digitali.
Tornando a concentrare la nostra attenzione sull’abitare in Rete da parte delle collettività umane, proviamo a pensare ai primi cento risultati che il motore di ricerca di Google restituisce ricercando il termine “Friuli”: otteniamo una sorta di fotografia dinamica e cangiante del nostro territorio. Solo alcune di queste voci saranno espressione di una comunicazione istituzionale progettata e pubblicata, mentre altre occorrenze, molto più numerose, emergeranno dai ragionamenti e dai documenti multimediali pubblicati da qualche blog importante della zona, dai forum di discussione, dalle conversazioni che avvengono su qualche social network, dai siti commerciali che fanno del collegamento al territorio un loro punto di forza nel marketing, da testate giornalistiche che riflettono gli accadimenti locali. 
Il Friuli agli occhi del mondo è questo.
Un giapponese compra una bottiglia di vino, legge sull’etichetta “Friuli”, decide di indagare su Internet, chiede a Google di raccontagli qualcosa della nostra Regione. La sua opinione complessiva dipenderà dai percorsi di narrazione che il motore di ricerca rende praticabili, nel mostrare luoghi e narrazioni, la personalità e l’identità mediatica che emerge dal territorio.
L’insieme delle narrazioni di un territorio costituisce la sua carta d’identità. Si tratta di una sorta di scrittura corale di storie (e di Storia) sopra una geografia, dove le parole che quella comunità utilizza per raccontarsi, le parole di ognuno di noi, possono ora grazie alla tecnologia web interagire con le mappe satellitari e con i telefoni cellulari, espandersi e prendere corpo e vigore dentro i blog e i social network, alimentare centinaia o migliaia di flussi di conversazione, dove prima eravamo costretti a accontentarci di poche voci. 

Jannis in friulano – Licôf

“La Patrie dal Friûl” è una rivista culturale mensile in lingua friulana, fondata nel 1946. Qui trovate la relativa voce su Vichipedìe, qui trovate il sito webqui il gruppo su Facebook.
Qualche giorno fa è uscita la prima pubblicazione del 2011, e dentro c’è anche un mio pezzo sulla Cultura digitale e sull’abitare in Rete. La Patrie infatti ospita da qualche tempo degli articoli dedicati al web e alla socialità in Rete, esplorando come la comunità friulanofona nel mondo dia immagine di sé in Internet. Per tutto il 2011 curerò sulla rivista una rubrica intitolata “Licôf”, dove proverò a ragionare spero senza annoiare troppo riguardo le modificazioni socioculturali che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione stanno apportando ai nostri stili di vita.
Io capisco bene il friulano, però lo parlo poco e di questo un po’ mi vergogno (sono uno studioso dei linguaggi, e avere l’opportunità di conoscere un’altra lingua e non praticarla mi sembra davvero uno spreco notevole), e decisamente scriverlo è un “affar serio”, come si dice dalle mie parti, per via della grafia ufficiale della lingua friulana.
Ringrazio Andrea Dree Venier e Christian Romanini, che mi aiutano in questa avventura.
Insieme al Dree, e con Matteo Baldan e Michele Calligaris, mi trovate anche sul blog collettivo Furlans digjitait furlan, dove vengono riproposti gli articoli relativi alla Cultura digitale pubblicati su La Patrie dal Friûl insieme a molte altre segnalazioni e riflessioni attinenti.
Qui sotto incollo l’articolo che ho scritto, in italiano. Per leggerlo in friulano, fraccate qui.

Licôf
Allargare lo sguardo sulla Rete

Giorgio Jannis per La Patrie dal Friûl

Una volta si diceva “navigare” in internet, ma quel verbo oggi non soddisfa più, non è più adeguato. L’idea del web come di un mare da esplorare, di archivi e biblioteche elettroniche come isole da visitare e forse razziare non corrisponde più ai nostri comportamenti odierni.
Noi oggi abitiamo stabilmente in Rete. Lì dentro abbiamo la posta, la banca, il Comune e le imprese, giornali e libri, il cinema e la radio. In quindici anni abbiamo costruito sul web Luoghi di socialità frequentati da milioni di persone, piazze e salotti dove ogni giorno partecipiamo al dibattito pubblico leggendo e commentando quello che altri hanno scritto. Noi stessi produciamo contenuti che poi pubblichiamo nelle nostre nuove case digitali, sui blog e sui social network che frequentiamo.
In Rete ci siamo costruiti un’identità sociale, ritrovato o coltivato affetti e relazioni, abbiamo una reputazione e sappiamo a chi dar fiducia. Esprimiamo liberamente noi stessi nelle conversazioni, e pian piano stiamo diventando consapevoli dei nostri diritti come cittadini digitali.
Questa visione più chiara e leggibile del nostro fare può essere beninteso riferita anche a soggetti ampi come le collettività umane, agli attori sociali e alle comunità locali che grazie alla Rete possiedono oggi strumenti partecipativi aperti e democratici per dare immagine e racconto mediatico del loro concreto abitare sul territorio. Finalmente può emergere una identità sociale realmente polivocale e pluralista, nei nuovi Luoghi del territorio digitale.

Ma se ho delle nuove case da abitare, allora ci vuole un’inaugurazione.

Il licôf come inaugurazione, lo sappiamo, è da intendere come un rituale sociale festoso per “bagnare” con dei brindisi quello che abbiamo creato, quello che prima non c’era. In quella frasca di pino apposta sul tetto delle case appena costruite, ricongiungendo Natura e Cultura, leggiamo in prospettiva mitologie e narrazioni che l’umanità mette in scena per sé stessa, nel suo costruire manufatti e adattare tecnologicamente il territorio alle proprie esigenze insediative.

Con queste pagine espressamente dedicate alla Cultura Tecnologica e Digitale la Patrie dal Friûl inaugura ufficialmente una sezione editoriale che parla di Luoghi web e di socialità online, e questo è un primo licôf. La Patria al contempo sta consolidando i propri Luoghi web, assume in modo sempre più forte e definito identità e connotazione anche nel mondo digitale, e questa può essere considerata una seconda inaugurazione.

Vi è forse spazio per un parallelo: nel mondo fisico il licôf viene festeggiato al momento della costruzione del tetto della casa, ma quest’ultima è ancora lungi dall’essere abitabile, dovendo ancora essere ultimate le strutture interne, gli impianti, l’arredo. Nel mondo digitale, avendo a che fare con oggetti e ambienti immateriali, sappiamo bene che al di là della pubblicazione sempre rivedibile e migliorabile di un sito o di un blog il vero impegno consiste nel mantenimento della comunicazione, per “arredare” in modo sempre più confortevole i Luoghi di socialità web, per immettere nel dialogo pubblico contenuti di qualità.

Questo licôf digitale, segno di un impegno, indica la promessa di un lavoro nel tempo, come nel tempo avviene l’azione dell’abitare, quel mantenere e avere cura dei territori oggi indifferentemente fisici o digitali dove viviamo e esprimiamo noi stessi, nella civile conversazione.

Figura e sfondo – reloaded

Un pezzo lungo, che scrissi tempo fa per un ebook di Datamanager. Ne parlavo qui.

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Figura e sfondo: il libro e la società connessa
Un secolo dopo le avanguardia artistiche del Novecento, abitiamo ancora dentro modelli di pensiero che non solo concepiscono l’opera come romanticamente formata in modo compiuto dentro la scatola cranica del suo autore, ma hanno in sé una propensione a leggere comunque il fare espressivo come svincolato dal contesto culturale in cui esso appare. Senza voler esasperare i termini, senza voler estremizzare le affermazioni di cui sopra – in fin dei conti i percorsi storici dei linguaggi espressivi più o meno “artistici” appartengono alla cultura generale della nostra epoca – rimane comunque viva l’idea di un “oggetto culturale” in sé conchiuso, capace di veicolare il proprio significato contando solo sulle proprie forze, sulla propria capacità di mettere in scena le circostanze di enunciazione e la relazione comunicativa con il fruitore, che sarebbe meglio da subito chiamare interlocutore.
Nella storia del ‘900 troviamo esplicite delle riflessioni teoriche e delle pratiche progettuali e realizzative che minano profondamente questa nostra fiducia piuttosto ingenua nella solitudine dell’opera: l’ideologia romantica perde molto del suo significato in un mondo dove molti possono accedere alla fruizione e alla produzione di immaginario nelle forme codificate – abbiamo quindi una democratizzazione dell’autore. Inoltre, l’industria culturale nel suo frammentare e rimescolare i processi produttivi e espositivi delle storie giunge (o permette al nostro pensiero critico di giungere) alla considerazione merceologica del nostro abitare riti e miti che però trovano format di divulgazione mediati dall’intelligenza di chi ragiona in termini di marketing, dando luogo a una Società dello Spettacolo, del simulacro. Ancor di più, l’analisi testuale ha mostrato come il testo in realtà sia sempre molti testi, e stiamo parlando proprio del punto di vista autoriale e della sua capacità di riorganizzare il contesto narrativo, piuttosto che concentrare la propria attenzione sul semplice messaggio.
Lungi dall’essere isolato, il testo è nativamente permeabile, attraversato da altre narrazioni, da libri che richiamano altri libri, e in fin dei conti in una biblioteca tutto si tiene con tutto, e tutte le biblioteche del mondo concepite come luoghi del sapere statico riecheggiano le une con le altre, nel tessere le forme stabili della Conoscenza. Ma il modello biblioteca, tanto quanto quello di opera autonoma, oggi non sono più sufficienti.
Oggi possiamo letteralmente vedere il farsi della cultura, nei processi dinamici dell’emergere della Conoscenza in Rete, su web, o su quelle nuove pratiche fisiche rese possibili dall’esistenza della Rete. Rete che va ribadito è sempre esistita, come legame tra le persone, tra le collettività, tra i libri e i depositi di conoscenza (memoria interne o esterna a noi) che tra loro tessono trame, e che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno potenziato, facendone emergere gli strati osservabili, il fare concreto umano di condivisione e scambio, il fare cultura che è sempre intercultura.
Di un testo oggidì immateriale, slegato dal suo storico supporto e veicolo cartaceo, anzi in grado di abitare indifferentemente la nuvola dei dispositivi di lettura oggi disponibili o nelle reti di visibilità elettroniche, comprendiamo la sua capacità di ri-giocare la relazione tra la figura e lo sfondo, relazione da cui orginariamente sgorga il senso dell’opera, nonché il senso del nostro fruire l’opera, nell’interazione. Anche ragionare al di là della figura dell’Autore, della sua intenzionalità, ci riesce facile nel provare a insistere con lo sguardo su paesaggi di pratiche culturali assolutamente innovative, quali quelle che vediamo a esempio per prove e errori sperimentare dall’industria editoriale, alla ricerca di nuovi equilibri e modelli economici di funzionamento, nell’epoca in cui non tanto l’informazione quanto l’attenzione è un bene prezioso, da contendersi.
Proprio questo è il posto dove ci troviamo: non più circoli di intellettuali dell’antica Grecia o cenacoli rinascimentali o avanguardie culturali tratteggiano il valore e la forma degli oggetti della conoscenza, ma in maniera condivisa e collaborativa tutti insieme nella Grande Conversazione stiamo patteggiando tra noi il modello di pensiero con cui pensiamo lo sfondo, il contesto da cui sappiamo dipende il senso enunciato dei messaggi, dei testi, delle opere d’ingegno.
E anche noi procediamo per prove e errori, congetture e confutazioni nel negoziare un concetto stabile (una credenza, sempre ipotetica e fallibile) di come sia da rappresentare lo sfondo, utilizzando metafore della Rete tecnosociale che richiamano rizomi, città di testi, viabilità delle idee, ambienti artificiali connessi in cui le collettività vivono, la mente che abita dentro e fuori di noi, l’ecosistema della conoscenza, il bosco delle narrazioni; da questo calderone un giorno nasceranno modelli maggiormente attagliati alla complessità attuale, nativi, e non banali adeguamenti di modi di fare obsoleti.
Agli albori del cinema, i Lumiere cercavano di rendere una realtà teatrale, mentre Georges Melies già sperimentava narrazioni nuove, avendo compreso il montaggio come proprium del linguaggio cinematografico. Inizialmente abbiamo sempre adeguamenti di vecchi format dentro i nuovi linguaggi, ma dovremmo ormai anche aver compreso che proprio in simili situazioni conviene osare qualcosa in più, per avere fiducia poi nella “pubblicazione” del nostro fare, rendere pubblico tramite la Rete, quale garanzia etica di controllo intersoggettivo, di trasparenza, di dialogo e pluralità.
I libri quindi, ma in realtà ogni porzione di contenuto di qualsiasi lunghezza o argomento, su molti media differenti, insomma qualsiasi testo, abita da sempre in Rete. Oggi in più si muove rapidamente su scala planetaria, innesca conversazioni in tempo reale, connota di sé relazioni e situazioni.
E il supporto tecnologico che lo veicola, passando dalla lenta carta all’interattivo ebook reader, diventa come una polla d’acqua nelle terre di risorgiva, dove affiorano in superficie brani di contenuti che circolano comunque in Rete. Il testo che leggiamo su un dispositivo connesso diventa segno e metonimia dello Scibile tutto, segno non solo letterario ma anche concreto in quanto permanentemente connesso con l’insieme, metonimia da interpretare dinamicamente, come capacità dell’opera di restare sintonizzata con il contesto di riferimento (l’ambito del discorso), e magari di cangiar forma e contenuti su pulsione di quello.
Quello che potremmo vedere in poco tempo, e che mi piacerebbe osservare, sarebbe la possibilità per il dispositivo di lettura di “campionare” e di riportare quel contesto unico e originale dato dal nostro personale interagire con il testo, la vera situazione di fruizione, riuscendo a tracciare dentro il flusso delle conversazioni in Rete alcune caratteristiche di questa relazione, quali i suoni ambientali, il ritmo e i tempi di lettura, l’insieme delle annotazioni e dei commenti e delle sottolineature del testo… qualcosa di simile già accade con i nuovi ebook reader, dove un manuale o un saggio di studio, vivi e cangianti, si modificano sotto i nostri occhi, per mostrarci come altri hanno letto quel testo, come lo hanno sottolineato, in una piena concezione socialdella tecnologia e della condivisione culturale.
In ogni caso, io ho paura delle idee vecchie, non di quelle nuove.

Figura e sfondo: il libro e la società connessa

Un mese fa, durante l’Ebookfest 2010 a Fosdinovo, a un certo punto come già scrivevo ero dentro una tavola rotonda, a discettare fantasiosamente di web filosofia, il mio argomento psichedelico preferito.
Tra il pubblico c’era Lucia Montauti, che non conosco personalmente, la quale qualche giorno fa mi ha scritto una mail dove mi raccontava le sue impressioni positive sul convegno, e al contempo mi chiedeva una articoletto sulle tematiche di quella tavola rotonda, da mettere in un ebook di immediata pubblicazione tutto dedicato ai ragionamenti intorno all’ebook come oggetto tecnico e come nuovo nodo del sapere in quanto supporto digitale che modificherà la forma stessa della conoscenza e del conoscere, come sempre le tecnologie fanno.
En passant, faccio notare come nei primi cinquant’anni dall’invenzione di Gutemberg siano stati stampati circa 30.000 titoli (una fonte qua) in qualche milione di copie complessive, e non è difficile notare come l’enorme ruota della comunicazione umana abbia da queste innovazioni ricevuto una spinta notevole, a giudicare dai sommovimenti rilevabili da una storia delle idee: in parallelo stavano succedendo cose che ora identifichiamo come nascita della modernità. In italia oggi si stampano circa 60.000 libri all’anno.
Ebbene, Lucia aveva sicuramente in mano un indice del suo libro, una traccia dell’impostazione della pubblicazione 2010 che è solita curare, credo di aver capito, per Data Manager.
Questa pubblicazione, in formato .pdf, è stata presentata da Lucia Montauti oggi nel corso di Innovation Festival a Milano. E’ un bel libro, ci sono un sacco di interventi di vari personaggi coinvolti nel mondo dell’editoria digitale, ci sono buone riflessioni.
E mi fa impressione pensare che Lucia abbia potuto organizzare la proposta e la raccolta dei contributi in pochissimi giorni, costruendo rapidamente il suo libro, rendendolo disponibile per il download gratuito.
Un’opera collettiva che magari qualche secolo fa per banali motivi lgistici avrebbe richiesto un anno per essere realizzata, è stata dignitosissimamente confezionata in poche ore.
Cioè, il discorso che intendevo riguarda la rapidità con cui qui verrà giù di tutto, nel giro di pochi anni. Le solite secolari prassi sociali, i meccanismi industriali, il modo di muovere il mondo, le cose e le persone e le idee. Pensavamo queste cose fossero montagne solide, e invece sono le montagne fatte coi Lego che ci costruiamo per arredare la vita. Un piccolo rigagnolo, un’infiltrazione liquida smuove il terreno secolare, inizia la frana. Guardate quante teste si girano di scatto.