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Doppia soglia, rito e cambiamento

Pasqua è un rituale classico. Doppia soglia. Come tutti i rituali ben cerimoniati, peraltro, e come quasi tutte le storie che ci raccontiamo da quando scheggiamo selci e gestiamo il fuoco, e non sono stati i Sapiens i primi a gestire il fuoco.

C’è un tempo sospeso, tra la prima e la seconda soglia. Le quali soglie, ve lo dico da gangherologo, nell’analisi dei testi diventano “fratture” narrative, perché abbiamo Pino Pinotto che non fa niente, poi cambia la situazione e lui deve intervenire, poi il tutto si richiude ma nulla è più come prima.

D’altronde, in principio era l’azione (Goethe) sennò non c’è storia. Unfreeze-mobility-freeze, se volete.

Jannis per l’appendimento informale: fateci caso la prossima volta che guardate un film o leggete un romanzo, cercate la doppia soglia, le fratture del testo, c’era due volte un prima e un dopo.

Un tempo sospeso, dicevo, il tempo dell’azione, il tempo del sacro. Un confine che separa il tempo ordinario da quello pregnissimo di simboli, perché è lì che avviene la trasformazione appunto simbolica dei partecipanti, del loro status.

Siamo a Pasqua, pensate a un funerale qualsiasi. C’è il referto medico per l’ufficialità del trapasso, poi la camera ardente, poi la sepoltura. Il tessuto sociale lacerato dalla morte di una persona (la sua cerchia sociale, familiare amicale e professionale) viene alla fine ricucito, sancendo la nuova situazione esistenziale. Nel mezzo, c’è l’elaborazione rituale.

Nella soglia d’ingresso il passaggio dalla routine al rito avviene tramite atti di separazione, anche appunto fisica. Il viaggio. Questi segnali indicano che le regole sociali comuni vengono sospese.

Poi abbiamo il rito che richiede un luogo “altro” e un tempo sottratto alla produttività, dove smettiamo i panni della quotidianità, dove il defunto stesso deve essere svestito e purificato, gli vanno tolti gli abiti civili per spogliarlo dell’identità sociale precedente. Abbiamo l’ingresso nel liminale, siamo oltre la prima soglia limen, si entra in una fase di sospensione dove le gerarchie si annullano e si sperimenta una condizione di indeterminatezza. Infine ecco la soglia d’uscita, il processo di riaggregazione. Non si torna mai allo stato precedente in modo identico, poiché il rito ha impresso un cambiamento.

L’eroe del romanzo rientra nella società con un nuovo status, un nuovo nome o nuove responsabilità, e spesso qui avvengono delle feste, pasti collettivi o celebrazioni che riportano il corpo alla dimensione biologica e sociale e sanciscono il suo nuovo ruolo (sì, vale anche per i defunti).

C’è una “fissazione” del senso, quando la seconda soglia chiude l’esperienza simbolica, “sigillando” l’efficacia del rito nella memoria del gruppo. La tensione tra le due soglie garantisce che l’energia sprigionata durante il rito non si disperda, ma venga canalizzata per stabilizzare la cultura o il legame comunitario. Se la prima soglia stabilisce il caos creativo, la seconda ristabilisce l’ordine trasformato. Abbiamo un cambiamento? Abbiamo una storia. Abbiamo una storia? Abbiamo un cambiamento. E almeno due porte da attraversare.

Fin qui, tutto bene. A parte il fatto che nel caso di Cristo abbiamo una seconda soglia piuttosto creativa, perché il cavelòn blue eyes come sappiamo risorge dal regno dei morti e assurge alla gloria dei cieli.

Non ci crederete, ma io volevo parlare di tutt’altro. Di cinema, in particolare.

Perché la domenica di Pasqua si rompono le uova, il lunedì di Pasquetta si va fuoriporta a fare un picnic.

Il testo come grammatica e soggettività: Greimas ed Erasmo

Algirdas Julien Greimas ed Erasmo da Rotterdam, pur separati da cinque secoli e appartenenti a discipline differenti, condividono un’intuizione fondamentale: il testo non è semplicemente un contenitore di messaggi, ma un laboratorio generativo dove si articolano sia le strutture profonde del senso sia le forme della soggettività umana.

Erasmo e la grammatica dell’espressione

Erasmo sviluppa nel De copia (1512) e nei Colloquia un metodo pedagogico rivoluzionario: i testi classici non vanno solo imitati, ma analizzati come repertori di possibilità espressive. Quando propone centinaia di variazioni per dire “la tua lettera mi ha fatto molto piacere”, Erasmo non compila un semplice frasario. Sta estraendo dai testi latini una grammatica generativa dell’eloquenza, mostrando come le strutture sintattiche e retoriche possano produrre infinite variazioni di senso e tono.

Per l’umanista olandese, lo studio filologico dei classici rivela pattern espressivi ricorrenti – le figure retoriche, i topoi, le strutture argomentative – che costituiscono una sorta di competenza discorsiva sottostante alla performance testuale. Il testo antico diventa così il luogo dove si manifesta una grammatica implicita della civiltà, che l’educazione umanistica deve rendere esplicita e trasmissibile.

Greimas e la grammatica narrativa

Greimas, nel cuore del Novecento strutturalista, persegue un progetto analogo su scala più ambiziosa: costruire una semiotica narrativa che individui le strutture profonde sottostanti a ogni racconto. Analizzando miti, fiabe, romanzi, Greimas non cerca i contenuti particolari ma le forme invarianti che li organizzano: il modello attanziale, il quadrato semiotico, i percorsi narrativi canonici.

Come Erasmo estraeva dai classici le regole della copia, Greimas estrae dai testi narrativi una grammatica universale del racconto. Il suo schema attanziale (Soggetto-Oggetto, Destinante-Destinatario, Aiutante-Opponente) non è una catalogazione empirica ma una struttura generativa: mostra come ogni narrazione articoli fondamentalmente un desiderio, un mandato, degli ostacoli. Il testo manifesto diventa l’espressione di superficie di strutture semio-narrative profonde.

La soggettività nel e attraverso il testo

Entrambi i pensatori riconoscono il testo come spazio di manifestazione della soggettività, ma in modi complementari.

Per Erasmo, il testo è dove si forma e si esprime l’homo loquens umanista. Attraverso l’imitazione creativa dei modelli classici, il soggetto non si limita a riprodurre, ma si appropria degli strumenti espressivi per articolare la propria voce. La variatio, principio cardine della retorica erasmiana, è precisamente il luogo dove la soggettività si manifesta: nella scelta tra le infinite possibilità espressive. Quando Erasmo incoraggia a riscrivere la stessa sentenza in modi diversi, sta educando a una soggettività retorica consapevole, capace di modulare il proprio discorso secondo circostanze, destinatari, intenzioni.

Greimas affronta la soggettività da una prospettiva diversa ma convergente. La sua semiotica delle passioni (sviluppata con Fontanille) analizza come i testi manifestino configurazioni passionali del soggetto: la gelosia, l’ambizione, la nostalgia non sono psicologismi extra-testuali, ma strutture di senso che si articolano narrativamente. Il soggetto narrativo non è un’entità psicologica pre-esistente, ma una posizione discorsiva che si costituisce nel e attraverso il testo, nella tensione tra essere e dover-essere, tra competenza e performance.

Il metodo comune: dalla superficie alla struttura

Entrambi praticano un metodo che potremmo chiamare struttural-generativo:

Erasmo parte dai testi concreti (Cicerone, Seneca, Virgilio) per estrarne le regole compositive, che poi permettono di generare nuovi testi. Il movimento è: testo → grammatica retorica → nuova produzione testuale. L’adagium, per esempio, non è solo una citazione ma un nucleo generativo attorno a cui costruire variazioni argomentative.

Greimas parte dai testi narrativi per costruire un modello formale, che poi spiega la generazione del senso narrativo. Il movimento è: testo di superficie → strutture narrative profonde → competenza semiotica. Il mito o la fiaba diventano testi-campione da cui inferire le regole universali della narratività.

L’eredità condivisa

Entrambi affidano ai testi una funzione epistemologica cruciale: non sono semplici oggetti di studio ma archivi di competenza. Per Erasmo, i classici custodiscono la grammatica della civiltà retorica; per Greimas, i testi narrativi custodiscono le strutture antropologiche del senso.

In entrambi, inoltre, la soggettività non precede il testo ma si co-costituisce con esso: l’umanista erasmiano forgia la propria voce attraverso l’imitazione variata; il soggetto semiotico si articola nelle modalità (volere, dovere, potere, sapere) e nelle passioni che il testo manifesta.

La lezione comune è profonda: il testo è insieme grammatica e performance, sistema e parola, struttura e soggettività. È il luogo dove l’umano lascia traccia non solo di ciò che dice, ma delle condizioni stesse del dire.

L’autore come progettista

L’autore come progettista responsabile delle narrazioni aumentate, e il nuovo ruolo educativo rispetto alla produzione letteraria

Nell’orizzonte contemporaneo della scrittura, il ruolo autoriale si trova a navigare un paesaggio inedito e affascinante, dove la progettazione del prompt si configura come la nuova frontiera dell’invenzione letteraria. Non si tratta più soltanto di “scrivere”, ma di orchestrare un dialogo raffinato con l’intelligenza artificiale, in cui il prompt diventa la chiave di accesso a un ventaglio di possibilità narrative, stilistiche e concettuali. In questa dinamica, il soggetto umano si trasforma in designer di mondi potenziali, architetto di itinerari semantici che la macchina percorre, esplorando e materializzando esiti testuali spesso imprevedibili.

Il processo iterativo di raffinamento del prompt – fino al meta-prompting – si rivela allora come una pratica di curatela e responsabilità, in cui l’autore non abdica, ma si reinventa come regista e interprete di una co-creazione. La responsabilità autoriale, lungi dall’essere dissolta, si riconfigura: non più mero proprietario del testo, ma garante della sua intenzionalità, della pertinenza e della qualità dei risultati prodotti dall’IA. La riflessione filosofica, da San Bonaventura a Ferraris, invita a non confondere la macchina con il soggetto: la tecnologia resta uno strumento, potente ma privo di intenzionalità, mentre il filtro dell’immaginario collettivo e la capacità di orientare il senso rimangono prerogative umane.

Sul piano educativo, questa nuova grammatica della creatività offre un terreno fertile per la sperimentazione didattica. I laboratori di scrittura, lungi dal limitarsi all’analisi di testi compiuti, possono trasformarsi in officine di esplorazione meta-letteraria, dove la progettazione del prompt diventa occasione per sviluppare competenze di design, pensiero critico e consapevolezza dei generi e delle strutture narrative. Gli studenti imparano a navigare lo spazio delle possibilità offerte dagli LLM, confrontando varianti, valutando strategie di prompt e affinando collettivamente le tecniche di interazione con la macchina. In questo contesto, la valutazione non si concentra solo sul prodotto finale, ma anche sul processo: la capacità di articolare requisiti, di esplorare alternative, di esercitare una curatela responsabile sugli output generati.

La prospettiva educativa che si delinea è dunque quella di una formazione orientata non alla competizione con l’IA, ma alla valorizzazione delle competenze tipicamente umane: originalità concettuale, giudizio critico, sensibilità etica e culturale. L’adozione di un approccio esplorativo nei laboratori scolastici non solo prepara gli studenti alle sfide di un ecosistema informativo sempre più complesso, ma li invita a riconoscere nella scrittura ibrida uomo-macchina una straordinaria occasione di crescita e di ridefinizione del proprio ruolo nel mondo della produzione culturale.

In definitiva, il design del prompt si afferma come la nuova arte della soglia: luogo di incontro tra intenzionalità umana e generatività algoritmica, tra responsabilità e aleatorietà, tra tradizione e futuro. È qui che l’autore, lungi dall’essere esautorato, si scopre regista di possibilità, chiamato a esercitare una responsabilità creativa che si rinnova, con entusiasmo e lungimiranza, nell’era dell’intelligenza artificiale.

Empatia, assertività e leadership

La leadership non è una questione di gerarchie, ma di influenza. Esistono individui capaci di motivare e trascinare gli altri, non solo per il ruolo che ricoprono, ma per la forza della loro presenza e delle loro parole. Questi leader sanno leggere le dinamiche umane, esercitano empatia e catalizzano il cambiamento all’interno delle organizzazioni e dei gruppi sociali, anche informali. Il loro impatto non si misura nella rigidità dell’imposizione, ma nella capacità di generare consenso e stimolare partecipazione.

Carisma e autorevolezza sono due pilastri della leadership efficace. Il carisma attrae, ma da solo è fugace; l’autorevolezza convince e radica un’influenza duratura. Il carismatico affascina, l’autorevole persuade. Il primo può esaltare un pubblico con un discorso appassionato, il secondo lascia un segno nelle menti attraverso la coerenza e la solidità del ragionamento. Un leader che riesce a fondere entrambi gli elementi costruisce un seguito non solo emotivo, ma anche razionale, capace di sostenere il cambiamento e tradurlo in azione concreta.

La conversazione è il terreno su cui il leader intelligente costruisce il proprio ascendente. Egli padroneggia la retorica non come strumento di manipolazione, ma come mezzo di orientamento e chiarificazione. Usa il linguaggio in modo strategico, calibrando i registri in base agli interlocutori, scegliendo parole che accendono idee e non solo emozioni. La sua dialettica non è conflittuale, ma inclusiva; non si impone con la forza dell’affermazione, ma con la logica della persuasione. Sa quando ascoltare e quando intervenire, quando porre una domanda e quando offrire una risposta. Evita il dogmatismo e si affida alla forza dell’argomentazione, rendendo i suoi interlocutori partecipi del processo di costruzione delle decisioni.

Creare contesti comunicativi efficaci significa riconoscere e valorizzare la pluralità delle prospettive senza disperdere l’obiettivo. Il leader non annulla le divergenze, ma le utilizza per arricchire il confronto e giungere a una sintesi costruttiva. L’equilibrio tra rispetto per le posizioni altrui e determinazione nel raggiungere un esito pragmatico è la chiave di una leadership capace di tradurre le idee in azione. La vera influenza non si esercita con la coercizione, ma con la capacità di far emergere nei partecipanti la volontà di contribuire e il desiderio di far parte di un processo di trasformazione autentico.

Mostri e specchi

mostri e specchi - jannis.it

[Premessa: questo è un post originariamente scritto su Facebook. Prende le mosse dall’annuncio di un convegno a Trieste promosso per ragionare riguardo gli hatespeech in Rete, sessismo e razzismo. Rifiutando soluzioni tecniche, legislative o buoniste, ho allargato il discorso.]

Ok, Parole O_Stili. A Trieste, 17 e 18 febbraio.
Ci andrò, perché ci saranno amici da salutare. Ci andrò, perché magari qualche ragionamento valevole di attenzione potrebbe saltar fuori. Ci andrò, perché ben venga in ogni forma un’esplicitazione del fenomeno e una presa di coscienza.
Ma qual è il “discorso” del convegno, qual è la filiera? “Ommioddio è oribile” -> “Signora mia dove andremo a finire” -> “Basta, qui bisogna fare qualcosa” -> Leggi liberticide? Il Galateo del XXIsec. con ban e processo incluso? Il Grande Manifesto dell’Italia Migliore per l’Ecologia Buonista della Rete, con la faccia di Boldrini e Mentana? Allora meglio Selvaggia Lucarelli che telefona a casa ai cretini, uno per uno.

Vent’anni fa litigavo e venivo insultato pesantemente sui newsgroup di italianistica, figuriamoci, e stavamo discutendo della [r] polivibrante alveolare, mica di calcio o di vaccini.
Vent’anni fa esatti scrivevo un progetto sulla legge 285/97, la legge Turco sui minori, riguardante la necessaria impellente (ahaha) promozione di una comprensione dei risvolti sociali dei nuovi mezzi di comunicazione digitale, iniziativa che poi avrei co-coordinato per i successivi tre anni su un intero ambito socio-territoriale lavorando mille ore nelle scuole dell’obbligo, parlando a studenti insegnanti dirigenti e genitori. Pubblicazioni, convegni su convegni, tutti che dicono di sì con la testa e poi prontamente dimenticano, e regalano uno smartphone al figlio in prima media.

Niente di nuovo sotto il sole e sullo schermo, e l’indicazione dell’approccio educativo è rimasto quanto di più vicino sento al mio modo di pensare e agire rispetto al problema. Ma vi ricordate rotten punto com, i vari siti di gore, 4chan, blog orribili? Vi ricordate le reazioni dei politici e dell’opinione pubblica ai bonsai kitten? Avete mai avuto per le mani dieci ragazzini di un istituto professionale nella profonda provincia, e dover essere educatore? Avete mai visto i log dei server scolastici o anche solo la cronologia del browser di un’aula multimediale dieci anni fa, quando ancora non si prendevano provvedimenti tipo blacklist (che ridere) o tracciamenti identificativi? Sapete dove vanno i quindicenni in motorino? Sapete dove vanno i quindicenni in Rete? Sapete distinguere porno sano da porno malato, e quello che pochi anni fa era extreme ora è mainstream? Quali soddisfazioni e quanta autostima può dare blastare la gente, avere l’ultima parola tranciante, insultare pesantemente, discutere per vincere? E sto parlando dei bar, mica solo dei gruppi chiusi di facebook.

Un LOL ci seppellirà, spazzando via secoli di usi e costumi, patine di civiltà, incrostazioni superficiali di galateo, forme di convivenza sedimentate nei rituali sociali, nelle parole ormai inadeguate a veicolare i sentimenti che premono dentro a individui e gruppi sociali, viviamo tutti “fuori dai denti”.
Paura e ignoranza, mancanza di moralità, un’estetica ricalcata su calciatori e veline o personaggi trash del sottobosco mediatico, figure pubbliche lorde di fango, capi di governo impresentabili, assessori arroganti di paesi grandi come due condomini, capiufficio fascisti, meritocrazia calpestata, nessuna prospettiva rincuorante di vita lavorativa, congiuntivi dimenticati e analfabetismo funzionale, giornali quotidiani scandalosi e scandalistici, clickbait forsennato, l’urgenza di trovare un nemico contro cui scagliarsi oppure crearlo bello nuovo ogni giorno, nessuna stella polare su cui orientarsi per costruir sé stessi intorno a un nucleo di dignità… son tutte cose che bruciano bene, la fiamma sotto la pentola a pressione della socialità ora è molto più forte, le valvole cominciano a fischiare. Il magma sotto il vulcano si agita, mille fumarole che si attivano sono sintomo di eruzione esplosiva imminente.

E forse il vulcano, quella crosta solidificata è proprio la forma della civiltà e della convivenza e dello Stato che abbiamo costruito nei secoli, sistemi di premi e punizioni che hanno permesso di ingabbiare e reprimere, reindirizzare le pulsioni, sublimandole grazie a mediazioni, agenti intermedi, patti sociali, sicurezza e sanità e scuole in cambio di tasse, istituzioni come banche e tribunali e carceri e manicomi. È tutto saltato, deal with it.

Uno strano romanzo, una narrazione imprevista, un plot twist, un salto dello squalo nella storia che raccontiamo a noi stessi per definir chi siamo: il protagonista, ovvero la società tutta, d’un tratto si scopre diverso da come pensava di essere, scopre la propria identità essere un camuffamento, c’è uno svelamento e un’agnizione di sé stessi prima letteralmente impensabile, la maschera d’oro cade e mostra la carne, il personaggio nel suo voler-essere congiunto a certi valori apollinei viene sgambettato dal fare concreto, dalle sue stesse azioni dionisiache ebbre e sanguinolente, la nobiltà pretesa viene tradita dal linguaggio plebeo e prevaricatore, la generosità compromessa dal tornaconto personale. La società oggi è *incongruente*, non vi è sintonia tra la testa e la pancia, o meglio tra l’immagine che intendiamo e pensiamo di dare di noi e l’effettivo agire e comunicare, una contraddizione in doppio legame tra quello che affermiamo con le parole e i gesti con cui il corpo mette in scena l’inganno, non potendo nascondere le emozioni.

Per secoli le forme espressive culturali quali la letteratura, la pittura, il teatro hanno messo in scena la nostra interiorità, le regole, i valori in cui volevamo credere, nonché con piccole infrazioni delle regole le “devianze” storicamente necessarie al superamento di paradigmi obsoleti secondo cui intendere il nostro “giusto” stare al mondo come collettività.
Le finte narrazioni del nostro crederci (volerci-credere) animali superiori edulcoravano la realtà spargendo lustrini e autostima, le finte narrazioni del Potere manipolavano gli animi tenendoci dentro uno status quo sempre più gabbia, riconducendo i rivoli della rabbia dentro l’alveo del conformismo e degli schemi capitalistici del “produci consuma crepa”, pane e circo. Ma si tratta di un mondo finto, congelato, dove nulla si muove, dove l’arco della mia esistenza è pre-scritto nella menzogna di una falsa coscienza di cui era facile esserne incoscienti o accettarla come bugia necessaria.

Invece l’azione narrativa o scenica ha bisogno di azione, altrimenti non esiste nessuna storia da raccontare. E i mass-media del Novecento questo volevano, per la loro capacità di raccontare il divenire in tempo reale: volevano eroi contro il sistema. Eroi vincenti, eroi perdenti. Ribelli con o senza motivo, ma che muovessero gli eventi. Tuttavia il sistema era ancora molto intermediato, bisognava ancora imparare un’arte e possedere risorse economiche ingenti per mettere in scena la propria narrazione o dettare l’agenda con il cinema o con la televisione. Ora non più. Con un telefono cellulare ho la potenza mediatica di un tg di dieci anni fa, posso filmare e scrivere e pubblicare in tempo reale su scala planetaria. Ci sono, partecipo, dico la mia.
E dopo il teatro la pittura e la letteratura, facilmente manipolabili e censurabili in quanto dipendenti da sistemi economici di potere per la diffusione delle loro opere, ora abbiamo la Rete.

La Rete è lo specchio dove l’umanità oggi riconosce sé stessa, uno specchio molto meno deformante rispetto ai dispositivi di rappresentazione di sé (individuo e collettività) del passato, il luogo polivocale e immediato dove nessun camuffamento d’identità è possibile come maschera univoca, dove le collettività vedono emergere la propria identità nelle mille facce di cui sono composte e non solo quella messa in scena dai padroni del vapore.
In tal modo prendiamo coscienza di noi stessi, e prendiamo paura, perché non siamo chi pensavamo di essere e chi volevamo essere. L’Eroe ha rotto l’incantesimo, ora può vedere, ma ha perso sé stesso nell’acquisire questa nuova competenza. Non può portare a termine il programma narrativo, non può agire, tutto va rinegoziato, ogni singolo valore ogni tensione e aspirazione.
Siamo dei mostri, e non servirà coprire gli specchi con i lenzuoli.
Ripartire da zero, anzi da uno. Perché ora sappiamo. E anche senza avere ideali irrealistici, possiamo costruire noi stessi su una percezione maggiormente chiara e distinta. Possiamo trasformare l’agire in fare. Il cieco agire in fare consapevole, misurato, responsabile delle conseguenze, attento al contesto. Perché le parole hanno molti significati, il contesto attribuisce il senso.

L’Io della collettività è costituito dall’Io e dalla circostanza della socialità (anche mediatica) che lo contiene, non c’è dentro e non c’è fuori.
Questa mia generazione ha il compito immane di traghettare tutta la propria millenaria Cultura nel Mondo Nuovo, territori che per primi abbiamo esplorato senza mappe, costruendo avamposti. Questo e solo questo possiamo indicare alle prossime generazioni: l’urgenza di progettare modi nuovi di concepire e innervare la socialità dopo il Diluvio digitale, realtà e stili e modi che siano appropriati al loro sentire e desiderio di costruire spazi di civiltà adeguati, secondo visioni e approcci che non ci appartengono, ma dentro cui loro potranno ristabilire i valori di fratellanza e solidarietà e di giustizia e di bellezza, se lo vorranno.

Andiamo avanti

Trent’anni almeno di televisione “selvaggia”, da altrettanto si parla di educazione ai media, intendo proprio da fare a scuola, con approcci centrati sulla consapevolezza della fruizione, sulla grammatica del flusso televisivo, sulla promozione di competenze di lettura critica dei messaggi. Eppure non si è concretamente mai visto nulla di tutto ciò, fatti salvi i soliti quattro gatti di docenti eccentrici.
Forse il Potere non aveva intenzione di fare “alfabetizzazione televisiva”, cosa dite? Chi mai ha parlato di vietare la tv? Magari gli faceva comodo tramite lo strumento indottrinare e persuadere, come esplicitamente sappiamo dagli anni ’50, se non prima (le riflessioni sulle teorie della propaganda mediatica).
Però adesso è giunta l’ora di una alfabetizzazione digitale, sissignori. Sulla cui necessità peraltro io sbraito da vent’anni, professionalmente remunerato per farlo, ve lo dico subito.
Perché qui in Rete ora parlano tutti e l’autorità è saltata e non è cosa, eh, non va bene. Bisogna nor-ma-re.
E siamo qui a discutere di censura, pro o contro, guelfi e ghibellini come sempre, invece di chiederci il solito “cui prodest?”, invece di interrogarci sui motivi (convenienza? populismo? senso civico? sincera preoccupazione?) che portano i pubblici decisori a decretare la necessità di un controllo, di un giro di vite, di una censura preventiva.
Cosa vorrebbero, lor signori, il patentino per accedere al web? Patente A solo per leggere, quella B per commentare, quella C per i carichi pesanti, ovvero ardire addirittura ad avere un sito o un blog e produrre contenuti, pubblicarli senza chiedere permesso a nessuno?
Ho sempre visto la paura – dinanzi a ciò che non si conosce e non si può controllare – irrigidire la mente delle persone e paralizzare le loro azioni, dirigenti scolastici o sindaci o imprenditori, quando si trattava di comprendere e sperimentare minimamente le nuove forme di socialità e di arricchimento culturale che la Rete può offire.
Siamo dentro questo gigantesco mutamento del modo di darsi al mondo della specie umana, nelle relazioni interpersonali e nella comunicazione, ogni giorno vediamo nascere situazioni di cui prima non potevamo nemmeno concepire l’esistenza, mancavano i contenitori e i linguaggi delle nuove forme di realtà.
Se metto in atto dei “piani ministeriali per la formazione all’abitanza digitale”, chi li redige? Persone novecentesche, lente e sconnesse? E il sistema giuridico, pachidermico, come può rapidamente sentenziare su quello che quotidianamente si manifesta nelle società moderne, azioni per cui non esistono nemmeno parole per definirle? E le Pubbliche Amministrazioni, e la Politica, come può compiutamente dirsi “trasparente” senza giocare proprio sulla ambiguità di questa parola (se è trasparente, non si vede: ma io vorrei invece vedere tutto), e furbescamente sancire la propria ragion d’essere nella manipolazione del “sembrare trasparente”, visto che in fin dei conti vuole stabilire cosa possiamo o non possiamo vedere?
Sì, ci aspettano molti anni di “barbarie”, di sgretolamenti dei macro-paradigmi su cui l’intera civiltà umana si è costruita negli ultimi cinquecento anni, di negoziazioni e ripatteggiamenti delle identità individuali ormai prepotentemente connesse alla Rete e grazie alla Rete sviluppatesi e interconnesse agli altri, delle identità – in quanto essere e fare – di enti governativi e soggetti collettivi minate alle fondamenta dai nuovi modi di intendere e vivere la socialità, il desiderio, l’affettività, la maturazione di una visione del mondo, l’immaginario tutto.
E in una dimensione organicista, credo che la mutazione – progettata o casuale, educazione formale o autoapprendimento – e non l’irrigidimento sia la soluzione: dinanzi a nuove condizioni ambientali ovvero socioculturali su scala planetaria andrebbero favorite promosse sollecitate nuove sperimentazioni locali di sistemi sociali (giuridici, legislativi, formativi, nonché sul piano relazionale interpersonale), e queste sperimentazioni dovrebbero essere molte e di tipo diverso, per vedere quali maggiormente si adattano ai nuovi contesti di vita degli umani, per poterne poi trarre insegnamento.
Ci vuole coraggio, e fiducia.
Le nuove generazioni si muoveranno tra le macerie di questo terremoto culturale, eppure stiamo insegnando loro a camminare schivando i pericoli che conosciamo, auspicando sappiano domani distinguere i pericoli che ancora non conosciamo: eppure devono andare, senza proibizioni e senza divieti.

La Grande Bellezza | www.jannis.it Udine

“La Grande Bellezza” è un’impronta

La grande bellezza

“La grande bellezza” è blablabla.
“La grande bellezza” non è la Grande Bellezza. È chiacchiera che ottunde e confonde. In quanto rappresentazione è sintomo: in particolare è impronta, indica ciò che non appare e non c’è, segno d’assenza.

Tutto quello di cui il film parla non può essere narrato, se non in quelle configurazioni discorsive di superficie affettivamente connotate dei primi piani, o suggerito negli scorci architettonici codificati di Roma, oppure delineato dai richiami estetici espliciti sapendo che la luce e il colore sono il primo attore di qualsiasi rappresentazione, oppure ancora schivato come la rabbia di una bambina che mette in scena la propria rabbia.

Come il protagonista vuol essere re della mondanità per avere il potere di far fallire le feste, così il film allestisce al massimo grado la scena della costruzione della bellezza, per poter da sé sabotare non la bellezza, ma il discorso della Bellezza, inattingibile questo quanto quella ineffabile.

Consapevole di essere trucco, metalinguaggio, messinscena di una rappresentazione senza cui non vi può essere narrazione, “La grande bellezza” è umile.

Sapendo di dover puntare sulla seduzione della Bellezza, sul mistero, fa leva sul nostro voler-sapere schivando scientemente il pericolo di un dover-sapere, ovvero di una provocazione come modalità di manipolazione del lettore. Altrimenti fallirebbe, negherebbe il proprio negarsi al mostrare.

Il film resta guitto e allude, altro non può fare per chiamarci a giocare con lui.
Fermandosi sulla soglia della promessa, dell’apertura al mondo, nella notte illuminata ritmicamente da un faro di assoluto essere qui e ora.

La narrazione filmica come la socialità mondana verbalizzata dai protagonisti tiene compagnia e bonariamente ci prende un po’ in giro, e qui non mi interessano i richiami sociologici all’extratestuale della decadenza. Quel che mi piace è che il film sappia di non essere Bellezza e provi italianamente a illuderci.

La Bellezza è altrove, come forse ciò che non può essere detto e deve restar silente, e il film è il dito che indica la Luna. Non di lui devo parlare, non mi ha stupito, non mi ha educato, non mi ha divertito, non mi serve, ma in fondo l’arte non serve nessuno e nessuna cosa. L’arte è futile. E in questo “La grande bellezza” riesce a essere animato di leggerezza.

(Originariamente scritto su Facebook, qualche mese fa)

La scuola vista da Londra, Marte.

Mi capita, non abbastanza spesso, di prendere un aereo per andare a vedere come altri cercano di rispondere alle domande che mi faccio, più o meno quotidianamente. In questo caso la domanda è: “di che tipo di scuola hanno bisogno le mie bimbe?”.
Ho scelto il BETT a Londra, formerly known as the British Educational Training and Technology Show, ovvero una fiera sulla tecnologia nell’education inaugurata nel 1985 (millenovecentoottantacinque): un posto strano, dove ci sono migliaia di scuole che acquistano (ACQUISTANO) tecnologia, dove i responsabili scolastici dei VLE (Virtual learning Environment) cercano nuove soluzioni, dove le Università si confrontano attivamente sui MOOCS.
Si, lo so, il paragrafo precedente non è semplice per un lettore italiano: sarà che noi siamo abituati alle note scritte a mano sul diario, alle bacheche, al flauto, al laboratorio di informatica (per i più fortunati) dove si impara a schiacciare una tastiera. Sarà che da noi gli strumenti sono salvifici, e basta installare una LIM (la lavagna digitale) per sentirsi proiettati nel futuro; sarà che troppi dirigenti pubblici ancora pensano che comprare un po’ di tablet conferisca un titolo di modernità.
Un rappresentante del Governo inglese, certo non giovane ma straordinariamente competente, ha detto con chiarezza che l’education è la priorità: e ha detto che occorre formare gli insegnanti per avvicinarli anche ad un mondo del lavoro dove già si usano nuove tecnologie e nuovi modelli. Poi è arrivato un giovane, straordinariamente competente, che si occupa di valutare l’adozione di nuove tecnologie in tutti i settori pubblici del Regno Unito, ed ha intrattenuto la platea sui modelli che rendono più efficienti le attività di apprendimento.
Sia chiaro, non è la tecnocrazia ad affascinarmi: una buona scuola è fatta di bravi maestri, appassionati, dedicati ai loro studenti. Però, spesso, la passione è direttamente proporzionale all’attenzione che uno riceve, agli strumenti che vengono messi a disposizione, al riconoscimento sociale. Ecco, al BETT tutto è dedicato all’insegnante, metà dell’audience era fatta da insegnanti venuti per confrontarsi, imparare, chiedere; e non in una triste aula magna con un burocrate ministeriale, ma in un confronto con grandi innovatori, studiosi, professori.
Io non avevo mai visto una responsabile ICT di una scuola, peraltro donna e poco più che trentenne: una che ci ha spiegato come tutte le attività suBlackboard inaugurate una decina di anni fa siano oggetto di una profonda revisione, che segue una metodologia oramai consolidata di confronto con il corpo docente, gli studenti e le novità sul mercato. Per inciso ha detto, sorridendo, che la sua maternità ha determinato un aumento del lavoro per tutti i colleghi, determinati a partire quanto prima con strumenti più efficienti.
Poi ho incontrato anche qualche rockstar, come Daphne Koller di Coursera, una professoressa di Stanford che ha portato a frequentare corsi universitari online 2,5 milioni di studenti da 123 paesi del mondo. Ecco, Daphne ha affrontato, molto bene perché è tostissima, un vivace contraddittorio con insegnanti, professori, digital manager di università, maestri-blogger: gente preparata, consapevole, contemporanea.
Ecco, quello che mi colpisce è la normalità, la consuetudine con queste materie: il BETT è parte di un sistema, non è un folkloristico raduno di visionari ma un passaggio obbligato per l’attività di migliaia di formatori. L’industria inglese dell’education è florida, le scuole investono, il dibattito pubblico è continuo: con tutte le posizioni, contraddizioni e difficoltà che il tema comporta, la tecnologia non risolve ma, se ben usata, aiuta.
La normalità: è normale per dirigenti pubblici venire qui, per le scuole adottare sistemi gestionali moderni, per i bambini usare le tecnologie che li circondano. E ne ho visti molti di bambini, ovviamente quelli delle scuole più capaci e più attente: venivano a ritirare dei premi, tutti felici per aver creato la migliore applicazione, un software utile alla comunità. Un po’ di demagogia, un po’ di competizione tra scuole, ma tutto mi sembrava comunque stupendo, ubriacante; lo so, poi riflettiamo anche sul modello sociale, sulle scuole elitarie, sulle sperequazioni etc. etc. Ma davvero possiamo continuare a non fare nulla, procrastinare, prendere tempo? Non dovremmo, forse, prendere il (tanto) buono che c’è altrove e trovare un senso nostro, riflettendo sui rischi di confondere “educazione” e “conoscenza”, sui rischi di omologazione dell’insegnamento, sulle troppe spinte alla creazione di fabbriche in batteria di iperspecialisti per le aziende?
Non ho risposto alla mia domanda, ma ho qualche idea in più: io vorrei per le mie figlie insegnanti appassionati, consapevoli del mondo che sarà e capaci di prepararle alle novità. Vorrei che insegnassero loro il meglio del passato con modalità e strumenti contemporanei, e vorrei che una delle mie figlie mi dicesse, sognante, “io da grande voglio fare la maestra, come mia nonna”.
Perché mia madre è stata una straordinaria maestra, che a tre anni dalla pensione, una decina di anni fa, mi chiese di comprarle un computer e di spiegarle qualcosa: “posso non capire quello che fanno a casa i miei studenti?” Sarebbe venuta volentieri con me tra gli stand del BETT, a farsi fermare ogni dieci metri da venditori di software che, speranzosi, chiedono “Tu fai il maestro, vero?”.

Curation in classe

La parola curation e i content curation tools, ovvero gli strumenti per la cura dei contenuti, sono tra le novità su web del 2011.
Semplicemente, la necessità di padroneggiare centinaia o migliaia di flussi informativi, i feed dei blog e delle news e degli Alert, le segnalazioni sui social, ha portato a sviluppare il concetto di aggregazione-pubblicazione delle fonti, proprio mentre nascevano strumenti web-based per ottimizzare il processo di selezione delle notizie e della loro diffusione in altri ambienti sociali digitali.
In realtà il processo completo da “ingegnerizzare” è formato dalla catena “ascolto -> aggregazione -> selezione -> reimpaginazione -> ripubblicazione -> feedback”. 
A riguardo della curation ho scritto qualcosa qui su Apogeonline tempo fa, e sul mio blog
Utilizzando questi strumenti online, avendo sempre in mente come prima regola che il miglior filtro all’information overload è dato dalle nostre cerchie sociali amicali e professionali, è possibile focalizzare e potenziare la ricerca delle informazioni e delle conversazioni che intendiamo seguire in Rete, tarando opportunamente i meccanismi del dispositivo secondo le parole-chiave o i feed su cui intendiamo restare sintonizzati.
Scoop è uno di questi ambienti online per fare curation: si tratta di scegliere un titolo per l’argomento o topic che si intende trattare, il motore interno aggrega le fonti che corrispondono alle keywords da noi immesse, e per finire una efficiente interfaccia per la selezione delle notizie meritevoli di ripubblicazione da parte nostra permette di impaginare in una sorta di magazine composto dalle nostre segnalazioni. A esempio, qui trovate il mio Scoop dedicato all’arte della curation, qui quello pensato per tutte le notizie riguardo il nostro essere netizen cittadini della Rete, e qui quello centrato nel riportare conversazioni che ruotano attorno alla tematica della Reputazione online.
Proprio nel curare le fonti attinenti all’utilizzo di content curation tools nella didattica scolastica, mi sono imbattuto in due articoli interessanti: uno ospitato proprio sul blog di Scoop.it, intitolato esplicitamente Curation and Education, l’altro su Mind/Shift, How Can Web 2.0 Curation Tools Be Used in the Classroom?.
Si tratta di utilizzare Scoop per portare la classe a tenere monitorata la trattazione di un particolare argomento. Immaginiamo un insegnante che ogni due giorni tra le attività a cui dedicare venti minuti la mattina apra Scoop su una LIM oppure proiettandolo sullo schermo, e controlli quali sono le ultime notizie (eventi, articoli) riguardo Napoleone o sul Teorema di Pitagora, su un fatto di cronaca o su una tematica di rilievo. Socializzando la curation nel gruppo classe, nutrirebbe gli allievi di informazioni e di spunti di discussione, mostrerebbe concretamente metodi e criteri di selezione e di pertinenza, permetterebbe un ancoraggio maggiormente contestualizzato delle nozioni apprese, insegnerebbe l’ecologia del web nella riflessione sui Luoghi di ripubblicazione, tipicamente qualche social.
Competenze dell’Abitare, necessarie alla prossima generazione per sapersi orientare nel territorio digitale.

Facebook per genitori

Consiglio vivamente la lettura dell’ebook di Giovanni Boccia Altieri “Facebook per genitori”, pubblicato da 40K

[http://www.bookrepublic.it/book/9788865860649-facebook-per-genitori/ ] Riporto qui di seguito l’appendice del libro, sintesi sul tema in discussione, che condivido pienamente.

15 CONSIGLI PRATICI di Giovanni Boccia Altieri

FATTI UN’IDEA

1. Accetta il fatto che la presenza dei giovani sui social network è un fenomeno culturale destinato a durare e a espandersi;

2. Ragiona sulla necessità di capire che la presenza online dei nostri figli sta sviluppando un modo diverso di comunicare tra ragazzi e adulti (genitori, insegnanti, educatori, allenatori, ecc.);

3. Tieni conto che non esistono nativi digitali, solo adulti e ragazzi che imparano o non imparano ad abitare la Rete;

4. Ricorda che la vita in Rete non è qualcosa di diverso dalla vita di tutti i giorni, ma ne è parte importante;

5. In Rete ci sono dei pericoli. Nella vita quotidiana ci sono dei pericoli. Come genitori dobbiamo insegnare ai nostri figli come abitare il mondo offline e online e impararlo noi per primi;

6. Riconosci che imparare a stare su Facebook per i ragazzi significa trovare un giusto equilibrio tra tutela della privacy e voglia di esporsi in pubblic;

COSA DEVI FARE

7. Se un figlio adolescente decide di aprire un profilo su Facebook discuti con lui/lei le motivazioni che lo portano ad aprirlo e le possibili conseguenze;

8. Per capire cosa fa tuo figlio in Rete devi starci anche tu: trova i tuoi luoghi di esperienza;

9. Non chiedere l’amicizia online a tuo figlio. Se proprio vuoi farlo concordalo prima;

10. Stare in Rete è un’esperienza che riguarda la vita del singolo. Ma trova dei momenti per condividerla con i tuoi figli: naviga qualche volta insieme a loro;

11. Nelle conversazioni quotidiane parla di quello che succede su Facebook e in Rete a te e tuo figlio: fai in modo che diventi un’abitudine non un’eccezione;

12. Ascolta i racconti che quotidiani e televisione fanno dei ragazzi su Facebook ma considera anche il punto di vista di chi quegli ambienti li abita: commentali con i tuoi figli o con persone più esperte;

13. Quando giudichi il comportamento di un adolescente online tieni conto che ti trovi in un contesto diverso che ha le sue regole formali e informali. Per giudicare bene prova a conoscerle;

14. Quando scopri su Facebook qualcosa di tuo figlio che non ti piace (una foto particolare, un commento sopra le righe, un aggiornamento di status maleducato) prima di giudicare chiedi: meglio fare domande anche scomode che darsi risposte da soli;

15. Il più potente meccanismo che abbiamo per rendere sicuro lo stare in Rete dei nostri figli è lasciare che imparino loro stessi a prendersi cura della loro sicurezza

(da una nota di Agostino Quadrino su Facebook)

Tecnologie educative, teorie e teorie

Un riflessione di PierCesare Rivoltella, su ilSussidiario.net, riguardo l’annosa questione dei nativi digitali. Anzi, riguardo la retorica con cui questo argomento viene affrontato, e le narrazioni a cui dà luogo.

Il racconto di chi, entusiasta, pensa che i “nativi” abbiano una marcia in più, è un racconto di emancipazione. Questo racconto recita: “I giovani, grazie ai nuovi media, sono diversi. Il mondo degli adulti – la scuola in primis – è in ritardo rispetto a loro. Occorre cambiare tutto per intercettare il nuovo”. Al contrario, il racconto di chi, scettico, pensa che i “nativi” non sappiano più dove sta di casa la cultura, è un racconto di conservazione. Questo racconto recita: “I giovani, per colpa dei nuovi media, sono diversi. Il mondo degli adulti – la scuola in primis – detiene ancora per fortuna i contenuti e i valori che loro stanno perdendo. Occorre difenderli per neutralizzare il nuovo”.

Encyclomedia per la scuola, Eco e il filtraggio

A metà degli anni Novanta vedeva la luce Encyclomedia, l’enciclopedia multimediale su CDrom curata da Umberto Eco. Ogni curatissima uscita editoriale prendeva in considerazione la storia della cultura europea organizzandola secondo criteri temporali (il Cinquecento, il Seicento), conteneva migliaia di voci relative alla filosofia e all’arte e alla letteratura e al pensiero scientifico, ma soprattutto offriva la possibilità di seguire i collegamenti tra idee e autori in modo finalmente ipertestuale, sfruttando thesaurus di parole-chiave e cronologie interattive: le nuove tecnologie informatiche abilitavano una fruizione radicalmente nuova, un nuovo modello di lettura e studio, dove con pochi click si poteva accedere a tutti i materiali documentali dei vari campi dello scibile inerenti all’argomento che intendevamo approfondire.
Oggi Encyclomedia abita sul web. Essendo nata da subito digitale e ipertestuale, non dev’essere stato difficile liberarla dall’ambito angusto del CDrom per lasciarla vivere su queste pagine online, libera di allungarsi e di sgranchire le gambe nello spazio infinito della Rete.
L’editore Laterza promuove in questi giorni il progetto Encyclomedia per la Scuola, lo trovate qui http://scuola.encyclomedia.it/.
Umberto Eco in persona ha presentato il progetto, dando come al solito magnificamente corpo e parola a quella visione della Cultura dove tutto si tiene con tutto, e i nuovi supporti della Conoscenza permettono appunto di costruire delle enciclopedie (opere intertestuali per definizione) dove concretamente lo studente o lo studioso possono indagare i mille percorsi di lettura che nascono seguendo i collegamenti ipertestuali.
Poi Eco dice una frase che non mi piace: “La scuola dovrebbe insegnare, oltre che grammatica e calcolo, anche una tecnica di filtraggio, ma una tecnica del filtraggio non esiste, non si può insegnarla”. Il discorso prende le mosse da un classico ragionamento sulla qualità delle fonti disponibili su Web e sui rischi dell’information overload: le persone con una certa competenza critica nell’analisi delle informazioni disponibili in Rete sono capaci di separare il grano dal loglio, i giovani studenti potrebbero invece incorrere in errori grossolani, se putacaso dovessero svolgere una ricerca sui campi di concentramento nazisti e non sapessero identificare correttamente un sito web che promuove una visione negazionista.
Certo, mancherebbero loro le basi culturali generali per essere in grado di far la tara su quanto incontrano navigando, ovvero sui contenuti pubblicati in Rete, ma soprattutto va visto in loro un deficit di competenze nel saper leggere il contesto dentro cui quell’informazione (errata, o mistificante) si colloca.
Eco stesso nell’articolo dice che i ragazzi magari non sono “esperti in niente” sul piano dei contenuti specifici di una materia o argomento, ma probabilmente – qui vi è una concessione all’idea dei nativi digitali, che sappiamo non significa automaticamente smanettoni o abitanti consapevoli della Rete – possiedono già competenze nella fruizione della Rete superiori a quelle dei loro stessi insegnanti. Velocità, colpo d’occhio, modelli di pensiero desunti da videogames o televisivi che superano i vecchi schemi dell’organizzazione della Conoscenza e del modo di attingervi.
E quelle competenze riguardano a esempio il saper collocare nel giusto contesto quanto si incontra navigando, desumendo informazioni para-testuali dal modo stesso con cui l’informazione viene presentata e allestita sulla singola pagina web.
Anni di navigazione in Rete costruiscono in noi delle grammatiche che ci aiutano nel disambiguare il messaggio. Dalla grafica utilizzata per arredare quella pagina, allo stile del discorso (refusi, sintassi approssimativa, stilistica) al riconoscimento di una autorialità storicamente rintracciabile all’offerta di link di approfondimento, chi abita in Rete matura nel tempo una sensibilità e specifiche competenze di lettura che lo aiutano a individuare quei contenuti pubblicati che valgono davvero la pena di essere letti o studiati.
Purtroppo si tratta di competenze implicite, che molti di noi possiedono ma non sanno di possedere, perché non vengono portate in luce da una seria Media Education. Molte volte abbiamo qui scritto di come almeno un paio di generazioni non abbiano avuto, fin dalle scuole di base, nessuna infarinatura riguardo le grammatiche dei massmedia classici, giornali e televisione, quando la maggior parte della nostra formazione personale da decenni passa attraverso questi strumenti. Lo stesso errore gravissimo lo stiamo facendo rispetto alla Cultura Digitale, affrontata dalla Scuola (e spesso male, senza nemmeno il supporto di una buona Cultura Tecnologica) perlopiù come informatica di base e come istruzione agli applicativi ufficio, senza tenere in considerazione le definizioni e l’analisi delle peculiarità specifiche dei massmedia del nostro tempo, ovvero quell’Internet dentro cui oggi tutto si muove, informazioni e valori di reputazione e di fiducia, aziende e Pubbliche Amministrazioni, giornali online e enciclopedie libere come Wikipedia o commerciali e autoriali come Encyclomedia.
I bambini di sei anni vanno a scuola che sanno già parlare, eppure nessuno pensa di mettere in discussione la necessità di una alfabetizzazione secondaria, ovvero quelll’esplicitare la grammatica della lingua italiana (l’analisi logica, l’analisi grammaticale) che poi permetterà agli allievi già in terza elementare di maneggiare con maggior potenza e raffinatezza il loro scrivere e il loro esprimersi verbalmente. Oggi ci si esprime sul Web, dentro i social network, si traggono informazioni e punti di vista da centinaia di Luoghi digitali, eppure nelle scuole si compie lo stesso errore fatto con la televione e i giornali: non si parla di cittadinanza digitale e di valori di reputazione, non viene insegnato come funziona il sistema dei media, non vengono esplicitati i codici grazie a cui già ora noi tutti, ragazzi compresi, troviamo significatività e senso dentro la nuvola tutta dello Scibile umano, che oggi abita nelle infinite connessioni di Internet, come la mente abita il cervello, come il software abita l’hardware (già questo è un modello di pensiero vecchio, prendetelo con le molle).
Ebbene, io credo che quelle competenze di lettura e di interpretazione relative al web possano e debbano essere esplicitate e formalizzate, al fine di poter essere trasmesse (o suscitate) nelle pratiche scolastiche, come materia di apprendimento.
E’ necessario oggi provvedere a studenti e soprattutto agli insegnanti, ancora preda di una certa ingenuità dinanzi alla Cultura digitale oppure dichiaratamente colpevoli nella sottovalutazione dell’importanza di quest’ultima, delle grammatiche che li rendano in grado di comprendere appieno la profondità e l’estensione dei contenuti in cui si imbattono navigando in Rete, e soprattutto degli strumenti concettuali che permettano di situare le opinioni e l’informazione in un contesto, superando il rischio di essere travolti dall’information overload e di errare nell’attribuzione di valore a quanto vediamo pubblicato, facendo maturare in loro un vero atteggiamento critico indipendente dall’autorevolezza della fonte che non sia comprovata da una visione sociale (il modello mentale della biblioteca è obsoleto) del web moderno, fatto di relazioni tra persone (il vero filtro contro la fuffa, ma dipende da noi il saperle coltivare nella qualità) e non solo di testi che si richiamano l’un l’altro in un universo scintillante ma scarnificato.
Altrove provavo a indagare perché la visione di Umberto Eco riguardo il funzionamento concreto delle pratiche umane in Rete sia errata, in quanto fondata su una non perfetta comprensione del web sociale: qui trovate il link, se volete approfondire il discorso.

Due segnalazioni

Questo è il link per un bell’articolo di Zambardino, su Repubblica. Si parla di come un colpetto qui un colpetto là venga limitata quella famosa libertà della Rete di cui tutti parlavamo, persino i Presidenti americani o i politici nostrani. Poi però ci sono interessi commerciali, come sapete, ci sono Stati che vogliono controllare ogni mail che spedite (diritti calpestati) e allora la Rete capitola.
Ottima la chiusa dell’articolo: arriveranno quelli che ci dicono come rendersi anonimi, quali espedienti tecnici utilizzare per non essere rintracciati… ma questo contribuirà a creare un sentimento carbonaro, nel nostro contrapporci al Potere in modo non trasparente. Io vorrei invece abitare in una Rete trasparente, col mio nome e cognome, diritti e doveri, alla luce del sole. E nessuno devo poter leggere la mia corrispondenza privata. E in ogni caso, proprio a voler fare i sospettosi e a voler vedere dietro le apparenze, cerchiamo di non dimenticare la “… lezione della storia per cui la clandestinità stessa è una creazione del potere, che il potere controlla e dal quale trae benificio”.
A questo indirizzo trovate invece un articolo di Leonardo Tondelli su l’Unità: riguarda la tematica della valutazione degli insegnanti, e le conseguenze quasi ovvie di quello che avverrà dopo l’introduzione di sistemi di misurazione del merito professionale dei docenti fondati sulle prove Invalsi, come la ministra Gelmini propone. Avverranno furbate, come al solito e come dappertutto, e le conseguenze sociali di questo fare contribuiranno al peggioramento della qualità complessiva del sistema sociale in cui viviamo.
Buona lettura.

Bambini e social network

Da una discussione interessante su Friendfeed: “Papà, ma non c’è un coso tipo facebook dove parlare ma per bambini?”, ecco un problema che se ci impegniamo potremmo risolvere per tempo.
Purché nei commenti, qui come là, non arrivi qualcuno a dire che i bambini devono correre in bicicletta e giocare con gli amici, non essendo gli ambienti sociali digitali qualcosa che possa loro interessare, o essere addirittura deleterii per la loro formazione individuale.
Tanto per cominciare, i bambini sanno cosa fare su internet. Guardano Youtube, hanno i loro siti preferiti per giocare, vanno a cercare informazioni sui cartoni animati preferiti o su Harry Potter o Lady Gaga, conoscono Wikipedia. 
A partire dalle scuole medie, o anche per quelli di quarta e quinta elementare, il riferimento nei loro discorsi a cose viste in Rete è costante, il web è un Luogo abitato, e tanto quanto a quell’età espandono il loro orizzonte verso il vicinato e i gruppi di amici, così esplorano territori indifferentemente fisici o digitali.
Poi, non vorrei mai che per colpa di quelli che dicono che Internet non è per i bambini, e quindi proibiscono anziché educare, si ricadesse nella stessa situazione che abbiam già vissuto con la televisione prima e con i videogame poi, realtà vivissime nel mondo esperienziale dei minori eppure colpevolemente tralasciate dai sistemi formativi, senza che a scuola oppure in modo informale in famiglia e nelle agenzie educative territoriali si prendesse seriamente una certa Media Education capace di far riflettere insegnanti e allievi sulle grammatiche e sugli effetti sociali dei mezzi di comunicazione di massa.
Inoltre: i bambini a scuola usano il web per attività didattiche, e chissà quante maestre han già provato (o avrebbero voluto) a creare degli ambienti formativi digitali, usando Moodle o piccole community di classe web-based, dove poter alloggiare presentazioni powerpoint, caricare video fatti a scuola con la macchina fotografica, allestire gallerie di immagini della gita scolastica o dell’uscita presso il Museo, pubblicare documenti di scrittura collaborativa nati e cresciuti magari nel corso di attività con altre classi o altre scuole, nazionali o internazionali. 
Sappiamo da anni che l’introduzione del computer in classe genera una forte spinta motivazionale, e sappiamo anche che il modo migliore per apprendere in modo significativo (radicando le conoscenze in noi) è raccontare a qualcun altro ciò che si è imparato: ecco perché potrebbe essere interessante allestire le classi scolastiche anche dentro ambienti digitali – la classe non è un’aula, i muri scompaiono, abitiamo dappertutto, osmosi scuola-territorio – dove poter innescare conversazioni proprio sulle tematiche didattiche, tramite gli strumenti di chat e forum e bacheche e commenti.
Se in quinta elementare i bambini oggidì ricevono in regalo il cellulare, io ne approfitterei per dar loro ufficialmente e istituzionalmente anche una bella casella di posta elettronica, e intendo nome.cognome@, e anzi trasformerei questo rito di passaggio, fondato sull’acquisizione di strumenti che inaugurano la dimensione della socialità personale, in un vero cerimoniale da celebrarsi alla fine dell’anno scolastico. Sancendo il loro ingresso nell’età della socialità allargata, coglierei l’occasione per raccontare ai piccoli i lati positivi e quelli negativi relativi all’utilizzo di quegli strumenti.
Ci sono sedici (16) milioni di italiani su Facebook, considerando la fascia tra i 25 e i 50 anni ci sono in Italia milioni di genitori che in questi giorni si sentono chiedere “Papà, ma non c’è un coso tipo facebook dove parlare ma per bambini?” da una personcina di nove anni che è naturalmente incuriosito da cosa fanno papà e mamma quando arrivano a casa e si collegano (tralasciando il fatto che la gente usa facebook sul lavoro, dall’ufficio), e vedono schermi con foto di parenti e amici di famiglia, e auguri di compleanno, e chiacchiere di botta e risposta nei commenti.
Certo, esistono anche molti ambienti social per i minori, e sono anche frequentati. A esempio, credo che un nuovo rito di passaggio adolescenziale, praticato e vissuto in modo mediatico, sia il “cambio di social network”, quando cioè un ragazzino/a di diciassette anni sente ormai limitante il proprio abitare su Luoghi sociali (Badoo e altri) progettati per un target d’età inferiore, e compie il grande passo di andare magari su Facebook, “dove ci sono i grandi”.
Tra parentesi questo significa che i diciottenni che ora trovate su Facebook fanno social da tre/quattro anni su piattaforme dedicate, dove chissà che cosa han visto, come lo han vissuto, quali criteri di giudizio si sono formati in perfetta autonomia, visto che i genitori non capivano/capiscono cosa significhi chattare e scambiarsi foto in posizioni ambigue o semplicemente ludiche nella ricerca per prove e errori di una propria identità digitale, o comunque rappresentazione e proiezione mediatica di come vogliamo apparire e essere riconosciuti online.
Ma fino a quando la scuola primaria, dove si seminano i buoni comportamenti, non provvederà delle competenze digitali agli allievi per renderli Abitanti anche del nuovo mondo immateriale, il web in cui vivono a pieno diritto (a esempio: saper gestire il proprio profilo su un socialnetwork, aver cura della password, adottare comportamenti di buon senso nella protezione della privacy, conoscere i propri diritti di accesso all’informazione e di libera espressione di sé, possedere grammatiche e conoscenze aggiornate per decodificare la complessità tecnologica e comunicativa dei nuovi strumenti, aver maturato approcci etici rispetti agli altri fondati sui valori dell’accrescimento della conoscenza collettiva e sullo scambio interpersonale, aver compreso l’importanza di una riflessione sugli aspetti digitali di reputazione e fiducia incentrati sulla nostra persona e sul nostro fare pubblico in Rete, aver appreso le regole socialmente negoziate per condurre conversazioni civili e quindi consapevolezza di un fare diffamatorio, calunnioso, oltraggioso), indubbiamente il problema rimane il controllo di questi ambienti da parte di un supervisore adulto, genitore o tutore responsabile.
I bambini devono essere lasciati liberi di giocare tra loro, tanto quanto si lasciano giocare con altri bambini nei parchi senza impicciarsi troppo, o quando nella prima adolescenza allargano i loro giri in bicicletta frequentando gruppi di amici sul muretto, senza più essere sotto l’occhio attento e apprensivo della mamma.
Mettiamo un bambino di dieci anni. In classe a scuola ci si potrebbe scambiare l’indirizzo di posta elettronica, la maestra si fa scrivere una mail da ciascun bambino dal suo account personale nome.cognome@, poi ri-spedisce a tutti i bambini una mail con tutti gli indirizzi in chiaro, cosicché tutti abbiano quello degli altri.
Oltre a tornar utile per motivi scolastici, i genitori sarebbero sicuri che le comunicazioni avvengono sempre con persone certe. 
Ed è anche legittimo che i genitori controllino il cellulare e la mail dei figli, anche se farlo con un quattordicenne diventa questione spinosa, per la sua sacrosanta esigenza di privacy. Ma in ogni caso sapere che il genitore *potrebbe* controllare è già deterrente sufficiente affinché il minore rifletta su quello che sta facendo online (poi ovviamente il ragazzo o la ragazza un minimo scafati, imparando da amici o da fratelli grandi, si creano altri account e altri indirizzi di posta e altri nickname e vivono felicemente le loro mille identità digitali, come palestra di adultità).
Sui social network c’è il problema del “chiedere amicizia”, che può essere fatto indistintamente e rapidamente verso tutti quelli che incontriamo. Inoltre vi è la possibilità di cercare le persone in molti modi diversi, e i risultati appaiono pubblici.
Forse su questi aspetti si potrebbe far qualcosa, sicuramente dal lato educativo, ma anche ponendo attenzione agli aspetti tecnici con cui le comunità digitali vengono progettate e realizzate.
Come già Facebook (ufficialmente riservato ai maggiori di 13 anni, ma abitato da molti bambini di età inferiore) sta cercando di fare su richiesta corale di fruitori preoccupati, la ricerca su persone minorenni a esempio dovrebbe essere inibita, come pure dovrebbe essere presente in maniera ben evidente un bottone PANICO che i minori potrebbero sempre rapidamente cliccare per segnalare comportamenti sessualmente sospetti.
I bambini, nuovi abitanti nativi, hanno tutto il diritto di avere una cerchia sociale digitale, e di praticare forme di socialità ormai comuni nel mondo (chat, commenti botta-e-risposta, videoconferenze, scambio mail) con i propri amici, comportandosi con proprietà nei Luoghi sociali, conversando civilmente, ascoltando gli altri e esprimendo liberamente sé stessi e per questo stesso fatto crescere come persone.
Ormai una generazione intera, quelli nati dopo il 1990, è giunta all’età della maturità (e del voto, e della responsabilità civile, e della patente, e dell’impiego professionale) vivendo tutta la vita circondata da computer e Internet e oggetti digitali e comunicazione istantanea, senza che nessuno abbia loro raccontato niente di cosa stava succedendo
Cerchiamo per quanto ci è possibile di ragionare su queste tematiche, auspicabilmente con cognizione diretta  dei nuovi comportamenti sociali mediati: a noi, come genitori o insegnanti, rimane come sempre da comprendere come poter garantire qualità educativa agli ambienti di crescita dei minori, fossero anche ambienti digitali.

La privacy a scuola

E’ stato pubblicato sul sito del Garante per la Protezione dei dati personali www.garanteprivacy.it il vademecum “La Privacy tra i banchi di scuola”, un opuscolo in .pdf abbellito graficamente e dal linguaggio abbastanza chiaro e sintetico (non si tratta della solita circolare ministeriale, per capirci). Provate questo link, oppure cercatela sul sito governativo.
Traccio giusto uno spunto, ma l’argomento della privacy a scuola meriterebbe ben più profonde e articolate riflessioni: a me sembra di imbattermi in un contraddizione, o per meglio dire un “doppio legame” di batesoniana memoria, nel modo in cui si allestisce complessivamente la comunicazione su queste tematiche.
Mi ricorda quando il genitore urla “non bisogna picchiare gli altri” rifilando una sberla al figlio, oppure quando si attuano campagne sociali per la “purezza della razza padana” e le classi scolastiche sono invece tutte bianche e nere come le scacchiere e i pianoforti, come quando il bambino vede che si applicano due pesi e due misure, come quando i messaggi che giungono da varie fonti non fotografano bene la realtà e si comprende la distanza abissale che intercorre tra il mondo com’è, come lo vediamo,  e come vorremmo che fosse, come lo raccontiamo.

Perché l’opuscolo del Garante della Privacy per la scuola mi sembra piuttosto normativo, certo intriso di buon senso; le limitazioni alla pubblicazione di documenti scolastici, di momenti di vita sociale, di opere didattiche sono abbastanza stringenti.
Mentre il mondo sta vivendo una metamorfosi dei propri valori etici, riguardo l’accettazione sociale dei comportamenti “esibizionistici” delle persone nei Luoghi digitali.
Tra l’altro, la stessa morale puritana che mi porta a definire “esibizionistica” o impudica la narrazione di sé a cui siamo quotidianamente chiamati a giocare grazie all’esplosione di ambienti digitali personali o sociali (blog o socialnetwork), suona oggi anacronistica, decisamente non adeguata a giudicare.
Fino a vent’anni fa giudicavo le persone incontrandole per strada, dai loro vestiti e dalla loro automobile, dallo stile dei gesti nell’atteggiarsi in pubblico, dalla profondità del loro ragionare in quei rari casi (solo migliaia) in cui alcune di queste persone riuscivano ad accedere a giornali, editoria, cinema, televisione, diventando scrittori o giornalisti o registi e quindi riuscivano a moltiplicare la risonanza del loro pensiero grazie ai supporti tradizionali che storicamente sostengono la cultura umana.
Oggi in milioni diventiamo editori di noi stessi, ognuno di noi può allestire la propria vita pubblica negli ambienti digitali, pubblicando articoli e saggi e opere d’arte e barzellette sciocche. Con la stessa potenza mediatica una volta riservata a realtà imprenditoriali strutturate, oggi riusciamo a arredare gli spazi della conversazione pubblica, dando immagine di noi e costruendo nel tempo, come linea di facce o memoria degli atteggiamenti, la nostra identità digitale.
Il mondo tutto di oggi ci chiama a mettere in scena noi stessi, a raccontarci, a scambiare opinioni e giudizi gli uni con altri, a partecipare alla conversazione, perché sotto c’è un’altra morale rispetto a quella puritana del nascondere tutto, e oggi la trasparenza, la condivisione delle conoscenze e l’agire collettivo sono molto più facili tecnicamente e apprezzati eticamente.
Oggi sono abituato a, mi aspetto, voglio che l’Azienda o il Comune o la Scuola comunichino molto. Gli individui possono giocare con la loro identità, mettere in scena sé stessi sbagliando o innovando (e tutto concorre a ridefinire e modernizzare quei concetti e valori socialmenti accettati di “esibizione” di sé suddetti, oggi in rapido mutamento), la Scuola deve in quanto pubblica rendere trasparente sé stessa, deve permettermi di conoscerla, deve abitare la conversazione sociale contribuendo con il suo discorso di attore sociale istituzionale alla costruzione collettiva e collaborativa del senso e delle pratiche di una buona Cittadinanza.
Perché la Scuola insegna la Cittadinanza, a fare e a essere cittadini, e lei stessa non può, pena una contraddizione nel suo stesso dire, rifiutarsi di partecipare alla vita sociale, consegnare e educare le giovani generazioni al “silenzio mediatico” quando quegli stessi ragazzi su Facebook o nelle loro pratiche comunitative quotidiane vivono una situazione ben diversa, e capiscono subito che come al solito la Scuola è inattendibile perché ancorata ai valori obsoleti di forme di socialità che non abitano più nei nostri tempi, una scuola scollata dalla realtà concreta (non puoi dilungarti sul Risorgimento e tralasciare la Guerra del Golfo e il Muro di Berlino, non puoi non raccontare cosa sono la televisione e il web e quello che abbiamo intorno, crisi e conomica e ambientale e culturale).
Un ragazzino nell’adolescenza alza lo sguardo, si confronta con la socialità ampia dei gruppi e della collettività, e il messaggio contradditorio che gli arriva è quello di un mondo adulto che a voce parla di regole e proibizioni e censure e norme, mentre negli atteggiamenti e nei comportamenti, ovvero nel vivace calderone della socialità mediatica oggi moltiplicata e universalizzata dalle tecnologie connettive, ci sguazza contento, com’è giusto che sia secondo i nuovi valori sociali orientati alla visibilità pubblica del proprio abitare.
Quindi, ben vengano i manuali governativi di privacy, quando la loro funzione storica è pur sempre indicare a negativo la devianza, quei comportamenti individuali e sociali che danneggiano la persona o gli altri: imparo cosa posso fare studiando cosa non posso fare.
Ma il discorso complessivo della Scuola riguardo la privacy dovrebbe essere al contrario orientato a praticare l’espressione di sé, a progettare la propria postura comunicativa e quindi identitaria negli spazi pubblici della conversazione collettiva, e dal fare concreto con gli altri ricavare quella consapevolezza del proprio dire (consapevolezza della distinzione tra personale e pubblico, quindi privacy) da trasformare in posizione etica, per innervare la propria missione educativa.