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Tra nodo e nodo

Un commento su Facebook.
La questione riguardava l’identità friulana, e le azioni politiche della classe dirigente, la loro visione.

Hai (avete) usato dati solidi su cui poggiare l’argomentazione: andamento demografico, politiche del lavoro, statistiche macroeconomiche.

Poi avete accennato – scientemente – alla questione della “identità” forse come un grimaldello, un espediente retorico per muovere le passioni e la conversazione, ma si tratta di una nebulosa di contenuto, stratificata e sedimentata negli ultimi cinquanta e più anni, dai mille aspetti e dalle mille concettualizzazioni, e come sottolinei proprio questa ha “bucato” lo schermo.

Tutti guardano lo specchietto, ci dici, tutti guardano il dito e non la Luna.

Allora qui giustamente ritorni sul nodo della questione, il capitale sociale.

Di una società profondamente cambiata nei suoi valori profondi, peraltro, nelle sue prassi socioeconomiche: non è il Friuli di Pasolini, non è il Friuli del terremoto, non è più nemmeno il gaudente Friuli degli anni Novanta.

“Chi siamo” è un costrutto post-hoc, viene dal guardare cosa abbiamo fatto e interpretarlo secondo codici culturali mutevoli, viene dal cosa facciamo. Emerge.

L’Io emerge dalle relazioni, viene dopo, non è un nodo ontologicamente fondato.

Relazioni interne con parti di me, concetti di me, ri-conoscimenti, interpretazioni, narrazioni di me a me stesso e agli altri.

Relazioni con gli altri, con la loro idea di me, con l’idea che ho di loro, con il loro sentire, rapporti, somiglianze, nella rete ogni giorno tessuta della socialità, nell’intersoggettivo delle relazioni di cui aver cura. E già stabilire un “dentro” e un “fuori” di me, un Io cartesiano, è obsoleto e non permette di cogliere la ricchezza dell’esistenza.

L’Io nasce dal Tu, il Noi si fonda sulla condivisione di un sentire e di un punto di vista, assolutamente senza ricorrere a un Voi che poi orribilmente diventa un Loro, un nemico contro cui contrapporsi (mossa classica per definirsi), e non invece scambio e confronto osmotico arricchente con culture altre.

Non amo l’identità, il nazionalismo, il patriottismo, notoriamente. Sono inganni e manipolazione, colonizzazione dell’immaginario.

Ma quel capitale sociale di cui parli va innervato con una visione del domani, valori etici transgenerazionali, quel senso di appartenenza o meglio ancora direi quel *sentimento di appartenenza* che scaturisce sempre dalle pratiche di partecipazione sociale – nella post-modernità sempre meno diffuse, sempre meno vissute da ognuno di noi – e che poi diventa un modo di essere noi stessi, un riconoscerci, pronunciare le nostre parole e il nostro discorso originale al mondo, un essere intellegibili agli altri come un nostro peculiare stile dell’abitare, dello stare al mondo, dell’aver cura del territorio su cui la collettività risiede, dell’aver cura appunto delle relazioni interumane che tante piccole comunità riescono ad intrecciare avendo a mente e a cuore delle finalità nuove, rinovellate nelle narrazioni corali e massmediatiche, autentiche.

Gli obiettivi li abbiamo: transizione ecologica (qui son tutti a suonare nell’orchestrina del Titanic), dignità del lavoro, progettazione sociale e territoriale coraggiosa, visione politica alta, lungimirante, da statisti capaci di interloquire con il futuro delle generazioni. Anche le azioni da intraprendere sono chiare, con queste premesse.

Sulla politica però mi fermo, siamo dentro il balletto dei programmi elettorali, figurati.

E nessuno ha voglia di essere impopolare.

Critica della democrazia digitale, con Fabio Chiusi

reblogLa democrazia è una tecnologia. Un artefatto concettuale, che poi diventa metodo e prassi. Strumento di civiltà che la collettività sceglie da sé, per sé stessa. Qualcosa che abbiamo inventato progettato e cerchiamo di applicare, su cui possiamo intervenire per migliorarla. Un modo storico per garantire una maggiore qualità dell’Abitare, seguendo certi valori che riteniamo prioritari. Nel tempo, cambiano i valori, cambiano i modi. Oggi si parla di democrazia digitale. E forse la narrazione di queste nuove forme di partecipazione e rappresentatività e decisionalità merita uno sguardo capace di discernere, una critica.

Per Vicino/lontano e Friuli Future Forum domani alle 18.00 alla Libreria Tarantola a Udine chiedo a Fabio Chiusi di raccontare ombre e luci di una innovazione tecnosociale che riguarda tutti noi.

vicinolontano.it/eventi/critica-della-democrazia-digitale/

Prevedere il mondo

Nel 2008 scrivevo su questo blog una cosa intitolata alla Petabyte Age, seguendo le suggestioni di un articolo alquanto provocatorio di Chris Anderson: qui il link.
Là si trattava di riformulare l’epistemologia della scienza, perché nell’epoca odierna dei Big Data e delle capacità computazionali e algoritmiche il procedimento mentale e operativo del descrivere il mondo e prevedere le conseguenze delle modificazioni (roba di scienza, sì) è profondamente cambiato.
Estremizzando, non è più necessario porre una domanda al mondo e formulare un’ipotesi da falsificare, come il metodo scientifico ci insegna.
Semplicemente processando dati, quantità di dati incomprensibili e non analizzabili da pensiero umano (che non riuscirebbe a cogliere nessuna correlazione significativa in essi) è possibile comprendere azioni del mondo, e prevedere i comportamenti dei sistemi complessi. Complessità e semplicità della teoria esplicativa, oppure eleganza, di questo stiamo parlando.
E oggi il discorso torna fuori, trasportato sul piano della ricerca linguistica, nella contrapposizione teorica tra Norvig e Chomsky, per come appare in questo articolo qui pubblicato su Tor.com.
Se parlassimo di fisica classica come qualche secolo fa, oggi Keplero non avrebbe bisogno di porsi il problema dell’orbita dei pianeti, per confutare la loro perfetta circolarità biblica e ipotizzare la forma ellittica: sarebbe sufficiente chiedere a Google le coordinate delle singole posizioni dei pianeti attimo per attimo, e l’ipotesi ellittica emergerebbe semplicemente, come dato della realtà, includendo la prevedibilità dell’evoluzione del sistema.
E se parliamo di grammatiche e di linguaggi, non è più necessario come fece Chomsky cinquant’anni fa ipotizzare strutture generative profonde della mente umana già grammaticalmente orientate, per prevedere quali parole possono occorrere in una frase ancora da pronunciare. Per ogni sequenza di parole, posso statisticamente estrapolare da Internet la parola da aggiungere alla serie, la parola grammaticalmente adeguata, senza conoscere le regole della grammatica, senza possedere preventivamente una teoria riguardo il funzionamento del linguaggio e il significato stesso delle parole che sto utilizzando. L’approccio “Google” non è quello di sviluppare una comprensione più sofisticata del linguaggio, ma quello di raccogliere più dati sul suo funzionamento concreto (quello che si dice e si scrive nel mondo, ora in questo momento) per costruire database migliori, che garantiscano una maggiore predittività.
E’ il sistema che usano i traduttori automatici, i dispositivi di intelligenza artificiale attuali, che si concentrano sugli algoritmi di ricerca e non sulla comprensione delle grammatiche profonde del linguaggio naturale (che non essendo appunto un linguaggio formale, è in sé contradditorio, non sistematizzabile né descrivibile stando all’interno dello stesso. E uscire dal linguaggio per parlare del linguaggio è epistemologia squisita).
E’ necessaria la comprensione umana per stabilire la prevedibilità di un fenomeno? Se la risposta è no, allora la figura dello scienziato va profondamente rivista.

Propaggini incongruenti

Chissà, credo di averne parlato anni fa qui o su altri blog dove scrivo.
Una distinzione tra diverse posture mentali, relativa all’educazione, allo Stato, all’etica, ai comportamenti.
Puoi educare con il senso di colpa, come noi latini, oppure utilizzando la vergogna. 
Il primo è un fatto privato, intimo, e richiede un confessionale (cultura cattolica), il secondo è un fatto sociale, non ci si può vergognare da soli, e sociale è anche l’espiazione del “peccato” (orrenda parola), dell’errore commesso. Morale vs. etica.
Nel nord europa vige la disseminazione di un’etica della responsabilità, ovvero si fa in modo che gli individui diventino con l’educazione consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni, qui da noi si pone un limite, perché lo Stato è una mamma italiana che ti dice di non fare quella cosa e poi quando tu adolescente ribelle la fai lo stesso la mamma sotto sotto è compiaciuta dell’intraprendenza del figlio, un rabbuffo sorridendo e via, è uno scugnizzo taaaanto simpatico. Incongruenza tra le parole severe e i gesti affettuosi, e quale vuoi che sia il messaggio che passa ai giovani, sul piano educativo? Di fare le cose, soprattutto senza pensare alle conseguenze.
Quindi al nord le autostrade tendenzialmente non hanno limite di velocità massima, da noi sì. E poi nella pratica (fino al tutor, che ha modificato i comportamenti, ovvero con politiche sanzionatorie e non educative) tutti andavano lo stesso a 170 km/h.
E’ proprio una forma mentis, sia chiaro. Della collettività, dell’epoca storica, delle istituzioni. Lo Stato mammone che deve pensare maternalisticamente ai noi poveri adolescenti ribelli, e pone dei limiti per il nostro bene, senza responsabilizzarci, senza fornirci strumenti concettuali metacognitivi che ci rendano in grado di giudicare noi stessi e i nostri comportamenti, rispetto alla socialità, all’etica. Non cresciamo mai, restiamo impaludati nell’osservanza bigotta della regola e l’anelito alla ribellione fine a sé stessa.
Come nota giustamente Mantellini, anche l’ultimo bisticcio sull’app di SWG e il parere dell’AGCom di cui parlavo qui risente di questa postura mentale novecentesca (secolare, direi io, e andrei tanto indietro) dello Stato-Mamma. 
Ma fino a ieri le modalità di funzionamento della società (i processi di formulazione di leggi, i meccanismi della loro applicabilità, la creazione e diffusione di opinione pubblica, i flussi informativi, i percorsi praticabili di partecipazione civica, etc.) erano broadcast, e se spengo un ripetitore su una montagna lascio all’oscuro tutta una valle. Oggi abitiamo in Rete, se non passo per lì arrivo all’informazione da un’altra parte, da un altro nodo, da un altro server, da un’altra persona. E non funziona più.

La par condicio è figlia di un concetto di democrazia non matura che nella seconda metà del secolo scorso ha dominato il pensiero del legislatore: una elite illuminata (o presunta tale) che segnava nella notte il sentiero al popolo verso il buono ed il giusto; una forma di intrusione gentile nelle vite dei cittadini che l’etica cattolica ha molto favorito.

(nella foto, mio padre che fa un backup su carta. Dentro il suo universo di discorso, ha ragione)

Re-framing della collettività

Quelli della Decrescita e i movimenti ecologici mondiali dicono che bisogna ri-colonizzare l’immaginario, per spostare la nostra percezione e quindi progettualità e azioni lontano dalla visione capitalistica/consumistica così come propalata dalla fine della seconda guerra mondiale.
Quelli che si occupano di giornalismo e di editoria dicono che la circolazione fluida della conoscenza, compresi tutti i nuovi fenomeni di crowdsourcing informativo, fact-checking, produzione dei contenuti digitali aumentati e distribuzione su dispositivi elettronici, ha bisogno di fare un salto di qualità, deve rendersi conto che il contesto mediatico è radicalmente cambiato, e bisogna adeguarsi adottando nuovi punti di vista e competenze digitali.
Quelli che seguono l’innovazione nella Pubblica Amministrazione sottolineano come sia necessario ora con sforzo immenso ri-progettare la stessa organizzazione lavorativa, ottimizzare grazie a strumenti di comunicazione conversazionali l’efficienza della macchina passando necessariamente per un cambio di mentalità degli stessi amministratori (funzionari o politici), verso una postura di democrazia e di governo del territorio di tipo partecipativo, abilitato e favorito dalle tecnologie digitali.
Quelli che si occupano dell’Agenda Digitale, delle start-up nel settore ICT, delle smartcities, dei territori connessi, sta ora lottando per ridisegnare le priorità del territorio, sventolando i vantaggi che una buona cablatura può offrire, insieme a pratiche di trasparenza strumenti di sensoristica, partecipazione diretta dei cittadini. E le priorità vanno riordinate nella testa di ognuno e nella cultura di una collettività.
Quelli che fanno consulenza per le imprese, avendo capito quanto le modalità digitali odierne di comunicazione interna e esterna modifichino i comportamenti e la forma stessa dell’azienda per come essa si percepisce sul piano delle relazioni interpersonali e della socialità mediatica, avendo compreso quanto sia importante nel social web marketing lavorare sulla narrazione, sulla partecipazione e sulla appartenenza a una community, sulla sentiment analysis e sulla reputazione, devono gestire il cambiamento del gruppo di lavoro reimpostando dentro la testa dell’imprenditore tutta una visione del mondo, dove oggi i mercati sono conversazioni.
Forse si è capito che bisogna lavorare sul contesto, non solo sul messaggio.
Tutto questo è un re-framing cognitivo, per una collettività, per un’enciclopedia. Serve una nuova cornice dentro cui leggere il mondo, e solo dentro quella realtà mentale sarà possibile progettare iniziative di innovazione sociale adeguate ai nostri tempi, che rispettino gerarchie di obiettivi misurati sulle necessità attuali dei cittadini e dei consumatori.
Una colossale opera semiotica, per rinominare il mondo. 
Programmi narrativi, dove per agguantare i nuovi Oggetti di Valore diventa necessario innanzitutto manipolare lo spazio cognitivo dell’Eroe (ognuno di noi, in fondo) mostrandogli i vantaggi e i benefici di un nuovo mondo possibile dove tutti siamo connessi. Riuscendo a motivare l’Eroe, inneschiamo l’azione e il cambiamento. 
Questa cosa deve sicuramente accadere a livello individuale, però le scuole devono formare cittadini digitali, e la Pubblica Amministrazione in quanto cosa pubblica deve subito adeguarsi e diventare nativamente conversazionale.
Magari come pubblicitari, bisognerebbe indurre un bisogno, perché forse non ci siamo bene accorti che qui tutto è cambiato. Usare strategie di narrazione, appunto. Far leva sulla desiderabilità, sulla convenienza, sull’estetica e sull’etica, sui benefici sociali, perfino sul progresso della specie umana. E diffondere una nuova percezione della realtà, dove la socialità digitale è uno dei fondamenti di qualunque ragionamento.
Eppure basterebbe che riflettessimo (lo dovrebbero fare alle scuole medie, questo) su quanto ci ha cambiato avere in mano uno smartphone connesso, le possibilità oggi praticabili da ognuno di noi nella partecipazione digitale a finalità civiche o anche di produttività e di consumo.
Ci vorrebbero cartelloni sugli autobus (elettrici)  con su scritto “E’ CAMBIATO IL MILLENNIO. Guardati attorno, sei connesso”
Insomma, tutti dovrebbero parlare di questo. Tv, radio, giornali, al bar: mi piacerebbe che per un anno tutti parlassero di quanto è cambiato il mondo.

Sottoesporsi ai flussi

Un lettore mp3 portatile, grande come un pacchetto di fiammiferi, contiene 40.000 canzoni.
Un walkman faceva girare una cassetta, quindi magari qualcosa in più di un’ora e mezza di musica, ma diciamo venticinque (25) canzoni, così per fare numero.
Ora pensate alle vostre strategie affettive nella fruizione sia dell’oggetto hardware, sia del contenuto musicale. Che amore è.
Chiaro, no?

Dalle idee alle persone, dalle persone alle idee

Giovanni Boccia Artieri riflette su Apogeonline sulla forma storica che assume oggi la partecipazione ai movimenti di massa, e quindi mostra l’attivismo della e-partecipation, lo stile nuovo dell’essere impegnati e le potenzialità a cui le azioni civiche online possono dar luogo, nel dialogare con i vecchi dispositivi e sistemi sociali, con il concreto costruire strategie per meglio amministrare la cosa pubblica.

Il dialogo è difficile, perché mancano le parole per dire cose nuove, e perché molti di quelli che dovrebbero ascoltare non hanno orecchi per intendere. Ma ogni nuovo esperimento è benvenuto, perché arricchisce il nostro vocabolario.

Da un’osservazione dell’articolo, prendo spunto: “non ci sono più i movimenti di massa del ‘900”. Sembra banale, sembra “non ci son più le mezze stagioni”, più che altro perché il ‘900 è finito. Ma non si è ben capito cosa significa.  Significa che non c’è più bisogno, com’era sempre successo, di avere delle idee per radunare delle persone.

Cioè, il problema era radunare le persone, ovvero muoverle all’azione. Per innescare un cambiamento – la partecipazione a movimenti di piazza, in questo caso, l’aderire a un’ideologia – bisognava aspettare che due o tre pensatori per ogni generazione riuscissero tramite la filiera editoriale pesante (il cartaceo) e elettronica (la televisione, in tempi recenti) a produrre delle idee-bandiera, attrno alle quali si potesse poi coagulare un sistema di programmi narrativi, un consenso che desse forza.

Le persone erano poche, sparse in giro per il mondo, la diffusione delle idee era lenta, per fare massa critica numerica bisognava avere costanza nell’azione di distribuzione delle nuove ideologie, che però pian piano emergevano, se in grado di occupare bene la loro nicchia ecologica nei sistemi di pensiero di cui ogni epoca si nutre, ciascuna i suoi. Il Cattolicesimo o il Romanticismo o il Sistema della Moda o il brand di un’azienda alla moda (i valori etici e estetici collegati in connotazione, il riflesso sulla nostra identità) sono tutte ideologie, come sistema organizzato di valori e credenze.

E se nel ‘900 avevamo bisogno di ideologie per radunare la gente, e poi sarebbero arrivati i partiti per organizzare il consenso (strutture per la gestione, già forme di “solidificazione” dei movimenti), oggi abbiamo milioni di persone che partecipano con la mente, essendo connessi a Luoghi digitali sociali, e poi magari mettono in moto anche il corpo e si recano alla manifestazioni di piazza, ma in origine è partecipazione “al netto”, non ancora orientata a uno scopo, a una tematica.

Noi abitando in Rete siamo già lì. Pubblicando e commentando qua e là sui social gli accadimenti, replicando a un twit e mettendo un like, già partecipiamo, al punto che è possibile misurare le aggregazioni spontanee, a esempio registrando il successo di iniziative di comunicazione informali come trendingtopics su Twitter o gruppi su Facebook.

Abbiamo la gente, e non abbiamo l’ideologia.

Il sistema sociale che nei secoli abbiamo raffinato per fare emergere idee di miglioramento della qualità del vivere (chiamatelo Progresso, se volete) si è sviluppato tenendo ferma come costante del ragionamento la dimensione geografica del nostro abitare, le distanze dei paesi e delle nazioni, ora caratteristica superata dal nostro essere connessi.

Tutto il calderone della comunicazione complessiva di una società (di nuovo, scegliete voi il grado di pertinenza: se osservare le collettività iperlocali, o i mille rivoli dell’opinione pubblica a livello nazionale, o planetario) è oggi molto più caldo: molto più veloce è il cuocere delle pietanze. Le culture umane nel pentolone, ma sotto abbiamo acceso un fuoco notevole, inventando Internet che tutti e tutto connette simultaneamente, abolendo le distanze.

Ora siamo qui, cosa facciamo? Viviamo di memi? La notiziola che ci fa parlare tutti per un pomeriggio, l’argomento grosso che si trascina in una tregiorni di querelle sui socialnetwork e rimpiattino sulla TV, che poi parla della Rete e quindi la Rete reagisce alle critiche?

Il nostro essere in Rete, l’aver espresso con la nostra presenza (identità digitale riconosciuta) la nostra partecipazione a un’idea o a una proposta di azione legislativa, il nostro aver costituito con le nostre firme o i nostri like un “movimento di massa digitale” che va riconosciuto nella sua efficacia di modificare la narrazione sociale, deve aver la possibilità di incidere sulle scelte della gestione della cosa pubblica.

Bisogna attribuire il ruolo di “parlante ratificato” alla voce che emerge da iniziative organizzate in Rete, sancirne la legittimità del suo dire e essere ascoltato. Fuori da logiche partitiche, perché il modello storico dell’organizzare il consenso tramite queste strutture “solidificanti” dei valori e degli atteggiamenti – su cui poggerebbe poi l’azione politica parlamentare, secondo meccanismi elettorali e criteri di rappresentatività, è appunto ormai storia passata, espressione di un’epoca non connessa.

Il ‘900 aveva sviluppato i suoi sistemi di innovazione sociale, con i suoi tempi e le sue distanze. Noi siamo tutti qui senza geografie e dobbiamo inventare i nuovi modi e modelli per facilitare la partecipazione civica, organizzarla in consenso per darle rilevanza democratica significativa rispetto alle collettività interessate al cambiamento, scoprire per prove e errori come progettare il software sociale che meglio interagisca con l’hardware dei territori e delle collettività che li abitano. Progettazioni sociali che grazie al contributo di tutti ottimizzano l’ingegneria del nostro abitare.

Ri-Eco-lo

Umberto Eco torna a parlare della Rete, ovviamente male. Speriamo di non vederlo costretto a passare la pensione leggendo romanzi cavallereschi e combattendo mulini a vento… oppure speriamo sappia infine rovesciare l’arazzo (sempre Cervantes) per comprendere il vero disegno formato da trama e ordito, osservandolo dalla parte giusta.
Comunque, ne parla anche Sofri qui, riprendendo questa Bustina di Minerva.
Di mio, ho già dato. Ho provato a interpretare la visione di Eco qui, un anno fa su questo stesso blog, e recentemente qui, sul blog dei NuoviAbitanti.
Mi soffermo solo su una frase da lui scritta: “Ormai Internet è divenuto territorio anarchico dove si può dire di tutto senza poter essere smentiti.”
A me sembra che la frase si riferisca all’editoria pre-internet. Provate a sostituire “Internet” con “editoria”. Se uno psicologo per esempio nel 1986 avesse scritto una castronata in un suo libro, cosa avrei potuto fare io per smentirlo? Scrivere un libro? E chi lo avrebbe pubblicato, visto che non sono un docente universitario o uno psicologo di fama? Avrei potuto scrivere un saggio di psicologia e vederlo pubblicato su una rivista scientifica? Cosa avrei potuto fare, scrivere una Lettera al Direttore in un giornale di provincia? La stessa asimmetria nell’autorevolezza della fonte avrebbe compromesso la mia posizione teorica di opposizione, la diffusione e quindi il “valore” percepito sarebbero automaticamente stati ben inferiori.
Dalla reputazione, autorevolezza, non il contrario. Questa è Rete. E la reputazione viene sia dalla qualità dei contenuti che hai saputo esprimere nel tempo, sia dall’atteggiamento di apertura alla conversazione che traspare dal modo  e dallo stile con cui abiti su Web.
Mi vien poi da pensare che per me e per molti che come me da anni cercano di capire cosa sia la Rete, la bellezza di Internet sta esattamente nel contrario di quanto espresso da Eco: innazitutto è finalmente il territorio dove TUTTI possono dire TUTTO e essere letti da TUTTI (senza soglie industriali/editoriali, senza costi di pubblicazione per l’autore e di lettura per il fruitore), e soprattutto è il Luogo dove CHIUNQUE può smentirti, pensa un po’.
Talvolta ti contraddicono a torto, e puoi sempre confutare la critica impegnandoti nel dialogo per lasciar rifulgere la Verità autoevidente e fiammeggiante, talvolta ti contraddicono a ragione, poggiando su fatti e riferimenti inoppugnabili. Scoccia un po’, devi far marcia indietro e riconoscere l’altrui punto di vista, ma di certo lo Scibile umano s’incrementa. Proprio nel confronto intersoggettivo – come nell’etica scientifica, appunto – stiamo contribuendo a incrementare il patrimonio di Conoscenza complessivo posseduto dalla specie umana, foss’anche nei commenti di un blog sperduto eppure sempre raggiungibile da tutti. Una stortura in più che viene raddrizzata, dal primo stupido che passa e vede l’errore, lo fa notare, avviene il riconoscimento e  il patteggiamento da parte dell’Autore che onestamente modifica il suo scritto, e l’Umanità ne guadagna.
Questa io non la chiamo anarchia, la chiamo “emergenza di valori di verità* nei sistemi di credenze diffusi, grazie a un fare comunitario collaborativo”. Una negoziazione. Io non vedo disordine, vedo nuove forme del Sapere, diversamente organizzate.
E quel verbo modale, quel “senza poter essere smentiti”, ancora una volta, rivela la non-comprensione di Eco rispetto a quanto sta succedendo qui dentro. O il suo non-voler riconoscere le nuove regole della Società della Conoscenza.
* non fatemi fare lo spiegone su cosa sia la verità. Vi basti il fatto che l’ho scritto minuscolo.

Muori, cagna

Questa schermata l’ho trovata qui, è una nota su FB.

Sia chiaro: non sto soffiando su nessun fuoco, non mi frega nulla segnalare alcunché al pubblico ludibrio, me ne fotto della morbosità, è già stato fatto prima, mi interessa documentare l’umanità con uno screenshot, i giornali nei boxini ci campano giorni, questo o un altro uguale arriverà anche sui tg alla ricerca di fregnacce per imbonire a’ggente, me ne frego anche di lasciare tutti i nomi delle persone come li vede uno che è iscritto a FB perché se mi dicono che in quel bar ci sono un bel po’ di persone che parlano così io prendo la vespa a vado a vedermi lo spettacolo dinanzi a miei occhi esattamente tale e quale a questo, e poi mi fa ridere, ecco. 
Son ragazzini, ma già non capiscono un cazzo. Parlo dei commenti, avevate capito.
Mi piace l’escalation, il montare del livore, l’immaginazione concentrata sulla punizione e l’epiteto. Puzza d’umanità, qui, molto troppa.
trace!ecart - Giorgio Jannis

Il Senso, tempo e superficie

Qualche anno fa scrisse una cosa che si chiamava “I barbari”, e provava a descrivere i cambiamenti culturali epocali che stiamo vivendo, i nuovi modelli della conoscenza, i nuovi linguaggi dentro cui abitiamo mentre usiamo ancora parole vecchie, che non riescono più a raffigurare il senso esatto di ciò che intendiamo comunicare, non riescono più a cogliere il fluire degli accadimenti.

Oggi Alessandro Baricco, su Wired, ha aggiunto qualcosa a quelle riflessioni, un ragionamento sulla superficie e la profondità, sul senso nascosto delle cose. O meglio, sulla morte apparente attuale di quella tradizione culturale che ci spinge a cercare ciò che vale, le cose preziose, la Verità, nelle profondità dei discorsi o nell’oscurità di libri rari o in altri Luoghi esoterici, celati alla vista, astrusi, complicatissimi.

C’è da dire che l’umanità ha sempre vissuto con questa idea del sapere iniziatico, grammatiche magiche e sacre per leggere il senso segreto delle cose. Stregonerie rituali e iniziazioni, Parmenide e Pitagora, Misteri greci, Gnosi, alchimia, spiritismo, New Age e similia. Sulla superficie, alla luce, abbiamo la chiacchiera e le carabattole. Sotto, nell’oscurità, brillano le vere gemme, ma bisogna saper cercare, ed è faticoso. E forse non è nemmeno per tutti, né cercare né godersi il tesoro.

E questa nostra epoca, dove tutto è in superficie? E’ avvenuto un funerale, da qualche parte? Stiamo elaborando il lutto per la perdita di una dimensione? Cosa traghettiamo nel domani?

Da questi barbari stiamo ricevendo un’impaginazione del mondo adatta agli occhi che abbiamo, un design mentale appropriato ai nostri cervelli, e un plot della speranza all’altezza dei nostri cuori, per così dire. Si muovono a stormi, guidati da un rivoluzionario istinto a creazioni collettive e sovrapersonali, e per questo mi ricordano la moltitudine senza nomi dei copisti medievali: in quel loro modo strano, stanno copiando la grande biblioteca nella lingua che è nostra. È un lavoro delicato, e destinato a collezionare errori. Ma è l’unico modo che conosciamo per consegnare in eredità, a chi verrà, non solo il passato, ma anche un futuro.

Tentacoli

Non serve invocare entità esterne, magari trascendenti.
Semplicemente, il complicato oltre un certo punto di complicatezza diventa complesso.
Certo, le formiche diventano formicaio, gli alberi diventano bosco. Olismo, che dire?
Un fascio di nervi diventa cervello (hardware) e sviluppa coscienza (software), un applicativo utile per far funzionare meglio il sistema.
E sembra la coscienza abbia una sua volontà, magari non ne è cosciente, che la porta a voler replicare il processo anche fuori dalla scatola cranica, adoperandosi per connettere altre coscienze.
La meta del percorso appare lampante.
Innanzitutto la coscienza ha lavorato sui gruppi di umani (hardware) per farci girare sopra linguaggi e comunicazione (software). Ha lavorato sull’empatia, per stabilire sintonia affettiva.
E con tutto un bel dialogo tra tecnologia e conversazioni, ha via via messo in scena la scrittura per darsi memoria e potenziarsi, poi ha sviluppato migliori supporti, pietra papiro argilla pergamena carta, poi la stampa, poi i quotidiani, la nascita dell’opinione pubblica mediatica, il teleascolto e la televisione, i codici digitali, la Rete dove tutti facciamo tutto con tutti insieme e contemporaneamente.
Abbiamo ora la coscienza collettiva, l’Umanità che pensa e si guarda pensare. One man, one world, one people, one net.
E senza nessun ansia omologante, ché qui ci servono molti pensieri diversi in differenti linguaggi.
Perché la coscienza fa così? Cosa vuole, da millenni? E’ una rincorsa per spiccare un salto? Bah, teleologia.
Però questa del connettersi è qualcosa di profondamente wired nel sistema, che ne facciamo?
Un processo sorto per ottimizzare le risorse e garantire maggiori probabilità di sopravvivenza (cervello-mente, individui-gruppi, olismo delle reti) rimane sempre pro life, indipendentemente dalla scala di applicazione?
Siamo agiti da pulsioni cieche, coazioni, che reiterano lo schema automaticamente, indipendentemente dalla qualità del risultato?
Ecco, la parola “qualità” porta con sé un punto di vista, su questo farsi automatico delle connessioni tra umani e mondo e delle relazioni. Etica, morale, giudizio, direzione, storia, cammino, progressione e progresso, finalità, scopo, prendere in mano il volante e decidere dove andare, ora che sappiamo di sapere.
Un mondo migliore, una coscienza planetaria. Siamo costretti a decidere, anche facendo spallucce.

A Bill of Rights in Cyberspace

  1. Abbiamo il diritto di connetterci.
  2. Abbiamo il diritto di esprimerci.
  3. Abbiamo il diritto di parlare nella nostra lingua.
  4. Abbiamo il diritto di riunirci.
  5. Abbiamo il diritto di agire.
  6. Abbiamo il diritto di controllare i nostri dati.
  7. Abbiamo diritto alla nostra identità.
  8. Ciò che è pubblico è un bene pubblico.
  9. Internet deve essere costruita e deve funzionare in modo aperto

Jeff Jervis propone degli emendamenti alla Dichiarazione d’Indipendenza del Cyberspazio di Barlow.

Due rapide osservazioni, che traggo in parte dai commenti presenti sul blog di Jarvis.
La Dichiarazione di Barlow è un testo eccezionale, lungimirante (è del 1996), filosoficamente intriso di cultura visionaria e al contempo concreto nella sua capacità di identificare i nuovi territori e diritti imprescindibili degli abitanti della Rete. Questi emendamenti di Jarvis, nelle sue stesse parole, più che miglioramenti o correzioni li intenderei come attualizzazioni, avendo a mente i pericoli che la libertà su web oggi corre in più parti del mondo.
Sarebbero da aggiungere il diritto di link (che volendo si può intendere come contenuto nel diritto di riunirci in assemblea, nel nostro organizzarci senza organizzazioni che la Rete permette), e l’affermazione secondo cui nessun governo o gruppo commerciale o individuo può rivendicare sovranità di alcun tipo sopra questi territori digitali, asserzione centrale e fondante in Barlow.
Ma qui si apre uno spazio critico.
Jarvis ragiona di libertà di Internet, Barlow parla di indipendenza.
Tant’è che è possibile far notare a Jarvis che è sbagliato esprimere dei diritti (wrong/right) delle persone in una simile Carta, come se ci fosse un’autorità che li concede, da cui noi elemosiniamo. Noi non abbiamo il diritto di connetterci, noi ci connettiamo, punto. Non voglio il diritto di parola, voglio che non mi venga impedito di parlare, visto che io parlo.
Se proprio devo introdurre degli elementi pro-positivi (affermativi) in una Dichiarazione d’Indipendenza, dovrei soltanto esprimere ciò che non deve essere fatto, a esempio chiarire che i governi non devono fare leggi contro la libertà di espressione.
La distinzione tra libertà e indipendenza influenza profondamente la narrazione del soggetto.
Articolando su un quadrato semiotico i conversi, i contrari e i contraddittori del poter-fare (libertà) si comprende la posizione dell’indipendenza come poter non-fare, che garantisce maggiormente uno spazio di manovra etico per il soggetto. Anche perché c’è sempre una storia dove un’autorità sovrastante riesce a trovare qualcosa con cui manipolare il soggetto, un oggetto di valore o anche una semplice provocazione, trasformando il suo garrulo poter-fare in un angosciante dover-fare, a esempio ridisegnando il contesto narrativo attraverso un soffocante non-poter non-fare, ovvero nella situazione dell’obbedienza.
Meglio l’Indipendenza.

 

Inverosimile come la realtà

Ci sarebbe da delineare la differenza tra immaginazione e fantasia, prima di andare avanti a scrivere cose taglienti come un coltello per il burro che però ciurla nel manico, e il manico sarebbe questo blog.
Wikipedia non aiuta, [fantasia] rimanda a [Fantasia_(filosofia)] la quale altro non è che la voce [immaginazione] con un altro titolo, e qui si trovano un po’ di solite cosette filosofiche, trattate con leggerezza. 
Ma io volevo parlare dell’oramai proverbiale frase “la realtà supera l’immaginazione”, che ricorrendo alla nota diatriba “è la Natura che imita l’Arte, o viceversa?” può essere in buona misura ridimensionata sottolineando che la realtà se ne frega di essere verosimile.
Infatti, quando un bimbo di 4 anni inventa una storia per nascondere una marachella o un omicida di qualunque età inventa una storia per nascondere una maraca (che immagino essere il non-vezzeggiativo di marachella), cercherà comunque di tessere una trama verosimile, perché ne va di mezzo la credibilità. 
Questo mi porterebbe a indagare la correlazione tra verosomiglianza e credibilità, e quindi a discettare di universi di discorso, attese del lettore, orizzonti di senso, contesti narrativi, disgiunzioni isotopiche e enciclopedie echiane, sociologie della ricezione, dell’interpretazione come negoziazione tra i parlanti, ma in questo momento ho in mente solo il panino speck e stracchino che sto mangiando.
Il fatto è che quando raccontiamo una storia, o ci immaginiamo qualcosa che possa accadere o essere accaduto, cerchiamo di essere verosimili. Pensiamo già da dentro un’orizzonte di verosomiglianza, ci diamo delle regole e siamo creativi dentro le regole del vero. Che poi non è vero per niente, essendo pur sempre una storia che ci raccontiamo a noi stessi. 
Roba vecchia, eh, ci pensò quello scettico insuperabile di Cartesio col suo dubbio radicale quattrocento anni fa a stabilire che noi possiamo avere certezza di quello che pensiamo, ma nessuna verità di come il mondo là fuori sia messo.
Poi arriva la Natura che ci mostra un ornitorinco, e la reazione fu è incredibile, perché è inverosimile che un’animale faccia le uova e allatti i piccoli eccetera eccetera. 
Ahimè, la Natura, la Realtà se ne sbatte altamente le chiappe con una zampa palmata di ornitorinco femmina della nostra incredulità. 
La realtà non ha bisogno di essere verosimile, tutto qui. 
Il verosimile è cosa umana, la realtà no, ahah. Evviva gli universi del discorso. “Realtà” e “verosimiglianza” abitano in posti diversi, sia fuori di noi sia dentro i linguaggi che usiamo. E cerchiamo di uscire da questi angusti pensieri antropocentrici, suvvia.
Prendiamo spunto dalla cronaca, invece, per allargare il nostro concetto di realtà possibile.
Dice Metilparaben: “Per un attimo ho avuto la tentazione di fare un altro generatore automatico, ma l’idea del capo del Consiglio superiore dei lavori pubblici arrestato per corruzione nell’ambito di un’inchiesta sul G8 che organizza incontri omosessuali occasionali avvalendosi della collaborazione di un nigeriano appartenente al coro San Pietro è praticamente inarrivabile anche adoperando tutta la fantasia possibile.
Mi sa che per questa volta passo.”

A inventarla, ti direbbero non è credibile, è inverosimile. E invece.
Essì, è proprio bella la realtà quando ti fa inciampare, e sbatti il ginocchio contro la credenza.

Quell’idiota mi ha colpito

Su Facebook migliaia di cretinetti all’ora cliccano per diventare fan di pagine inneggianti a quel problematico che ha colpito berlusconi.
E’ realtà, mi chiedo ancora, quella dentro Facebook? Come fare la tara di protagonismi, emulatori, giocherelloni, menti leggere, obnubilati facinorosi, dinamiche di gruppo? Qual è l’effetto di realtà che a ricaduta questo evento mediatico suscita, per come viene ripreso su altri socialcosi e sulle televisioni, sui giornali? Conferma o sconferma? Quanto puoi usare queste informazioni per costruire una tua strategia del dire, a supporto di una tua tesi?

A caldo, leggo due post che si interrogano sul valore di quelle immagini, sulla loro capacità di veicolare effetti di realtà, nel mondo delle apparenze mediatiche. Matteo Pelliti e Giovanni Polimeni.
Si parla di svelamento in senso filosofico, si parla di autenticità del dolore su una maschera, e si tratta di interrogativi che ci siamo sempre posti, i quali nell’epoca della rappresentazione simbolica dei massmedia si moltiplicano come immagini tra specchi che si riflettono.
E berlusconi è persona abituata a costruire fiction, cresciuto nella cultura dell’apparenza, dalle tecniche di vendita alle messinscene politiche, dal romanzo della sua vita ai lifting ai teatrini della personalità.

Ma quella faccia insanguinata non mi sembra più maschera, quel dolore non è fiction. Capitava nei romanzi e nelle opere teatrali russe o nordiche di fine Ottocento, di sicuro in Cechov o Strindberg o Ibsen, che d’un tratto un fatto necessario, un accadimento, uno sguardo autentico d’un personaggio incrinasse irreparabilmente le credenze esistenziali del protagonista, ne minasse radicalmente i convincimenti, facesse crollare improvvisamente i castelli di parole su cui tutti noi costruiamo noi stessi. Squarci di realtà, imprevisti e imprevedibili, fratture profonde del senso.

Credo berlusconi dovrà intimamente fare i conti con questa realtà, prima o poi. Sempre più gli arrivano addosso (la moglie, le imputazioni, ora le ferite fisiche) fatti che non possono essere giocati dentro cornici finzionali, dentro narrazioni dove da gran regista può modificare a piacimento il punto di vista del lettore, le quinte degli scenari, l’interpretazione che intende veicolare sugli eventi. E per contrappasso dantesco a lui re egomaniaco dell’apparenza gli arriva addosso proprio un simulacro, un simbolo commerciale di quella Milano che lo ha visto nascere come personaggio pubblico, tiratogli da un poveretto le cui prime parole sono state “io non sono nessuno”. Sono quelle che chiami beffe del destino, e dovrebbero far riflettere.

Sempre che le classiche modificazioni gerontologiche della personalità non abbiano solidificato completamente il delirio narcisistico, fissando e rendendo inattaccabile la sua identità costruita perfino a segni evidenti di mancata sintonizzazione col mondo.
Nel qual caso, prepariamoci ancora una volta a vedere quali strategie retoriche, quali universi di discorso, quali frame di narrazione dovranno essere allestiti per rendere plausibile il racconto della lesa maestà. Possano quel dolore e quello sbigottimento sul suo viso insegnargli qualcosa.

Alix

Cosa volete mai che Alice scopra al di là dello specchio? La Matrice, ovvio (a pensarci dopo averlo visto). Oh, qual squisito mash-up letterario. In fondo, un centone. Blob, è un altro sinonimo. Ma non confondiamo il titolo dell’opera con il tipo di opera, se non nei casi di vampirizzazione. Anche il titolo può essere parte del lavoro di rimescolamento, in effetti, e non solo essere appiccicato in seguito. Beh, però di quest’opera un titolo non c’è, non lo trovo sulle fonti – io l’ho trovata da Phonkmeister. Through the Looking-Glass, and What Alice Found There, come il titolo originale, o “Squarciare il velo di Maya”, van tutti bene. E se fossimo tutti chiamati a contribuir all’opra, intitolandola per come ci racconta? Che vita, eh? In fondo il cucchiaio non esiste, il problema è chiamarlo cucchiaio… ve lo dice un nominalista di mille anni fa come sono io, o se vi piace Protagora tuffatevi negli abissi. Misuro quel che non è, perché non sono. Sono il mio non-essere la matrice, ma neanche la facoltà del Senso. Poi per alcuni proprio questo potrebbe già essere un problema, perché “l’uomo non è il centro della vita, la misura delle cose, ma è totalmente e soltanto parte della natura“. Tanto, la vera Matrix non può essere detta. E purtuttavia mi tocca metterci un nome, maledetta nominatio rerum. E quella che può essere detta non è la vera Matrice, maledetto Tao. Anche se dico “la trama del caos” non cambia niente, se non che al mondo esiste un’affermazione in più, un suono in più che muove molecole d’aria secondo una forma, quindi il mondo è cambiato.

Per l’appunto gangherologico, l’interfaccia è lo specchio, sappiamo. Che non è un segno, a quanto pare. Conoscenza irriflessa.
Io la chiamo Alix, ‘sta tipa. Eh, che sintesi.