
Vi parlavo della “doppia soglia” dei rituali, e qui vi parlo degli anni Sessanta come bolla di vago ottimismo, flower power e un bel po’ di wishful thinking inteso come tendenza umana a credere in soluzioni magiche per risolvere complessità senza sforzo, dove il rischio maggiore risiede nel prendere decisioni basate su scenari ideali invece che su dati empirici, ignorando i segnali d’allarme che contraddicono il risultato sperato.
Anzi in realtà dovrei marcare questa bolla ottimistica come interregno, come parentesi, come “viaggio” delle culture giovanili e dell’immaginario da collocare tra due periodi piuttosto cupi.
Perché alla fine degli anni Cinquanta e nei primi Sessanta abbiamo tematiche letterarie e cinematografiche piuttosto drammatiche – penso a letteratura beat, a esempio, e dico ciao a un durissimo “Ultima fermata: Brooklin” di Hubert Selby Jr. – o comunque abbiamo narrazioni più frammentate e psicologiche dopo l’ottimismo post-bellico.
C’è inquietudine, alienazione e incomunicabilità (Antonioni, sì), decadimento morale e La dolce vita che c’è poco da ridere, Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany indossa un tubino nero e non campa certo cantando Moon River, in West Side Story c’è scontro razziale e urbano, c’è la guerra fredda e lo spionaggio e l’ombra nucleare. Tutto magari esorcizzato dagli Everly Brothers o dai Beach Boys o dal surf come patina disimpegnata, o da noi i musicarelli o la musica yè-yè, forse la prima vera ondata di cultura di massa specificamente progettata per l’adolescenza. Non si tratta solo di un genere musicale caratterizzato da ritmi veloci e onomatopee (il celebre “yeah yeah” anglosassone tradotto dai francesi), ma di una complessa operazione di cultura sociale e industriale.
Riocordatevi che il “giovane” è una invenzione degli anni Cinquanta, studiate i Mods, leggete cosa significava avere sedici anni e una paghetta settimanale lavorando come fattorini a Londra o a Liverpool, a Parigi o a Milano, visto che prima di questo periodo “i giovani non esistevano”, l’adolescenza era una fase di transizione invisibile tra l’infanzia e l’età adulta.
Con il boom economico, l’industria culturale identifica nei ragazzi e nelle ragazze un nuovo soggetto economico dotato di capacità di spesa propria e bisogni identitari distinti. Quella generazione ha preso coscienza di sé con il rock’n’roll, qui da noi con gli “urlatori”, e si è costituita in una identità precisa, dove il jukebox (dispositivo di selezione sociale e un totem tecnologico) era un centro gravitazionale e la musica yè-yè trasforma i bar e le spiagge in spazi di aggregazione rituale. Ci sono riviste specializzate come Salut les copains in Francia o Big e Ciao amici in Italia, un’estetica è fatta di colori saturi, abiti in serie (il prêt-à-porter che sostituisce il sarto) e acconciature standardizzate (i capelli con frangetta corta “alla Cleopatra” di Liz Taylor per le ragazze) che segnalano l’appartenenza al gruppo.
A Londra significava Vespa, giacche con spacco posteriore di nove pollici o meglio due spacchetti laterali per stare comodi sulla sella, scarpe italiane, il parka per non sporcarsi e restare fighetti (mica come quegli unti greasers con il chiodo di pelle e con le moto Triumph o Norton), anfetamine, ballare r’n’b Tamla Motown, seguire la nascente Swinging London e qui arriviamo fino al 1965.
Le canzoni beat o yè-yè parlano di amori estivi, balli, piccoli drammi quotidiani. Il linguaggio è immediato, privo di metafore complesse, funzionale alla riproduzione seriale. Cantanti come Françoise Hardy, Catherine Spaak, Celentano o la prima Rita Pavone non sono “divi” irraggiungibili, sono proiezioni dei fan stessi, vestono come loro e parlano la stessa lingua.
Una funzione di anestetico, dicevamo, una patina di leggerezza sulla gioventù, però per la prima volta un giovane di provincia consuma gli stessi simboli di un coetaneo parigino o londinese, c’è la televisione e ci sono i Cinebox e gli Scopitone (googlate) con i video musicali su pellicola 16mm spesso piuttosto audaci, avviando quel processo di globalizzazione dei costumi che definirà i decenni successivi, proprio qui abbiamo quel passaggio dalla civiltà contadina e patriarcale alla società dei consumi urbana e atomizzata, dove l’identità non si eredita più dalla famiglia, ma si acquista nei negozi di dischi.
Non vi racconto del flower power, della psichedelia, della ganja e degli acidi, della seconda metà anni Sessanta. Faccio un salto e arrivo alla seconda soglia, lo scoppio della bolla, già marcato dal funerale celebrato il 6 ottobre 1967 a San Francisco come una performance rituale e comunicativa che sancisce ufficialmente la fine dell’Estate dell’Amore – la Summer of Love – mentre questa è ancora al suo apice mediatico.
Semplicemente gli organizzatori, principalmente i Diggers (leggete di Peter Coyote) quale collettivo anarchico di guerriglia teatrale e azione sociale attivo a Haight-Ashbury tra il 1966 e il 1968, anima più radicale contro la deriva commerciale del movimento hippie, comprendono che l’attenzione dei network e l’afflusso massiccio di turisti e fuggiaschi (i “teenyboppers”) hanno trasformato un movimento di liberazione in un prodotto di consumo svuotato di senso, peraltro ormai notevolmente massacrato da droghe pesanti.
La processione funebre attraversa il quartiere di Haight-Ashbury portando una bara piena di perline, fiori, capelli e copie del quotidiano San Francisco Oracle.
Questo evento non è un atto di rassegnazione, ma un’operazione di guerriglia semiotica: l’obiettivo è uccidere l’etichetta “hippie” creata dai media per permettere alla reale istanza politica e sociale di sopravvivere in forme diverse, lo scopo è criticare la riduzione della controcultura a uno stile estetico e a una merce vendibile nei grandi magazzini. Se l’identità del movimento è definita dai media, il movimento flower power è già morto perché ha perso il controllo del proprio racconto.
C’è un ritorno alla terra, dove molti protagonisti abbandonano la città per fondare comuni rurali (anche in Italia: cerca “Immaginazione al podere”), cercando di ricostruire quel legame tra territorio e stile di vita che l’urbanizzazione psichedelica aveva frammentato, e l’innocenza dei fiori viene sostituita da una consapevolezza politica più dura. Il passaggio è simbolicamente rappresentato dal passaggio dalle ballate acustiche alle distorsioni elettriche e alle rivendicazioni dei gruppi più radicali.
Se volete, muoiono gli hippie e nascono gli yippie, ovvero gli Yippies (Youth International Party) a partire dalla notte di Capodanno del 1968 come evoluzione politica e teatrale degli hippie. Se i Diggers avevano iniziato a politicizzare la controcultura a San Francisco attraverso il mutuo soccorso, Jerry Rubin e Abbie Hoffman portano questa istanza a un livello globale e mediatico, trasformando la protesta in una forma di spettacolo dadaista.
Mentre gli hippie predicavano il “distacco” dal sistema (il drop out), gli Yippies scelgono l’attacco frontale usando le stesse armi del potere, i media e il simbolismo, e la battaglia diventa massmediatica, dentro il sistema, manipolandone le dinamiche a proprio vantaggio, in modo surreale e paradossale, dove il conflitto si sposta dal piano fisico a quello simbolico della rappresentazione. L’obiettivo non è convincere l’interlocutore con argomenti razionali, ma mandare in corto circuito il sistema attraverso l’assurdo.
A esempio, a Wall Street ancora nel 1967 gli Yippies entrano nella galleria della Borsa di New York e lanciano banconote da un dollaro sui trader, ed ecco il caos, con gli uomini d’affari che si azzuffano per raccogliere il denaro, vera dimostrazione visiva della natura “religiosa” e irrazionale del capitalismo. Al Pentagono organizzano un esorcismo per “far levitare” lo stabile e purificarlo dal male, e certo l’obiettivo non è ottenere un risultato fisico, ma ridicolizzare l’istituzione militare davanti alle telecamere di tutto il mondo.
Abbiamo anche la storia di Pigasus il Porco, quando per le elezioni presidenziali del 1968 viene candidato ufficialmente un maiale di nome Pigasus, e il messaggio è chiaro: in un sistema politico corrotto, un maiale è un candidato onesto e rappresentativo quanto gli altri.
L’apice della loro storia è il processo ai “Chicago Seven” dopo gli scontri alla Convention Democratica del 1968. Hoffman e Rubin trasformano l’aula di tribunale in un teatro dell’assurdo, presentandosi vestiti da giudici o rifiutandosi di riconoscere l’autorità della corte. Questo evento segna il momento in cui la controcultura capisce che la propria sopravvivenza dipende dalla capacità di manipolare l’attenzione del pubblico.
Gli Yippies hanno anticipato molte dinamiche della comunicazione digitale contemporanea, dall’uso del meme come arma politica alla comprensione che la visibilità è una forma di potere. Hanno dimostrato che, in una società dominata dallo spettacolo, l’unica risposta efficace è creare uno spettacolo più grande e incontrollabile.
Ok, e il cinema? In questa traiettoria che porta dal sogno psichedelico al fango delle metropoli (la “giungla d’asfalto” degli anni Cinquanta diventa vicoli e luci al neon e territorio di tribù giovanili, l’eroe diventa “il sopravissuto”) possiamo leggere un processo di decomposizione chimica e politica, dove l’acido lisergico cede il passo alla polvere bianca, a quella brown, e alla paranoia. Se nel 1967 la parola d’ordine era la “condivisione”, già nel 1969 l’ombra dei delitti Manson trasforma la comune in un covo di predatori. Il cinema recepisce immediatamente questo slittamento: la fraternità non è più un orizzonte possibile, ma una trappola mortale.
Easy Rider, il film del 1969 diretto da Dennis Hopper, è già pietra tombale definitiva per le illusioni dei Sessanta, si ribalta il mito americano della frontiera, Peter Fonda e Dennis Hopper, con Jack Nicholson, viaggiano da ovest verso est, tornando simbolicamente verso le radici di un’America che si scopre intollerante e violenta. “We blew it” è la frase iconica, “abbiamo fallito”, e sintetizza il sentimento di una generazione che nonostante la libertà apparente, le droghe e la musica, non è riuscito a cambiare la struttura profonda della società, dove le tribù urbane/psichedeliche e il territorio rurale conservatore non riescono a dialogare, e proprio Jack Nicholson come avvocato anch’egli in fuga spiega il nucleo del conflitto, cioè che l’America ha paura non dei protagonisti in quanto individui, ma del fatto che rappresentino la libertà., e la risposta è violenta.
Abbiamo il collasso dell’empatia, la tragedia si consuma tra le macerie della civiltà, con Il pianeta delle scimmie (1968) che lancia un messaggio spietato: l’uomo è destinato all’autodistruzione e il progresso è una parabola che finisce nel deserto. Nello stesso anno ecco La notte dei morti viventi di Romero, che chiude l’umanità in una stanza, dove la fraternità muore sotto i colpi del sospetto reciproco. Non è il mostro esterno a vincere, ma l’incapacità degli uomini di restare uniti. Quando l’eroe nero sopravvive alla notte per essere abbattuto all’alba dai “soccorritori”, il messaggio è chiaro: il nuovo mondo è un luogo dove la salvezza non esiste.
Il passaggio chiave avviene con l’irruzione della violenza come linguaggio estetico e politico. Arancia Meccanica 1971 polverizza l’idea che l’educazione o la riforma sociale possano salvare l’individuo. Alex DeLarge è il figlio deforme del benessere, un giovane che non cerca la rivoluzione ma il piacere del dolore altrui, nell’ultraviolenza. Nello stesso istante, la fantascienza di un primissimo Lucas con THX 1138 ci mostra un futuro dove il controllo non è più violento ma farmacologico e burocratico. L’abbondanza promessa dagli anni Sessanta si è trasformata in un magazzino sotterraneo asettico, dove l’emozione è un reato e l’identità è un codice a barre.
Ecco allora che la città diventa veramente una giungla, con Bronson e Callaghan, il dramma urbano diventa feroce, il mondo è cattivo.
Clint Eastwood ne L’ispettore Callaghan (1971) e Charles Bronson in Il giustiziere della notte (1974) sono le risposte reazionarie al fallimento del sogno pacifista. La città (sempre San Francisco, nel primo caso) non è più il luogo dello scambio e dela fraternità, ma territorio di caccia, di violenza, di eroi che in prima persona si sostituiscono allo Stato e ristabiliscono ordine e sicurezza con una 44 Magnum.
Qui abbiamo anche il cambio di paradigma chimico, visto che la cocaina sostituisce l’LSD. Se l’acido era la droga del “noi” e della visione collettiva, la cocaina è la droga dell’ “io” ipertrofico, della velocità nervosa e della paranoia. Questa sostanza alimenta il ritmo frenetico e spietato di una New York che cade a pezzi, perfettamente fotografata nello squallore di Taxi Driver (1976) dove De Niro Travis Bickle è il veterano che torna in una società che ha sostituito i fiori con i rifiuti e il sesso a pagamento.
Il cerchio si chiude con l’alienazione totale della gioventù. Ne I guerrieri della notte (1979), la comunità è ridotta alla gang di quartiere. Non esiste più un ideale comune che unisca i giovani, ma solo una gerarchia tribale che difende il proprio isolato. La notte di New York diventa un videogioco mortale dove l’unico obiettivo è tornare a casa vivi, la fraternità è diventata esclusione dell’altro.
Se volete, questo percorso culmina nel nichilismo degli anni Ottanta, dove Rambo è il corpo che torna per reclamare un debito di sangue da un’America che lo ha dimenticato, Christine la macchina infernale (1983) di Carpenter trasforma l’oggetto del desiderio dei padri – l’auto degli anni Cinquanta – in un demone che uccide i figli, Eraserhead (David Lynch, 1977) è la rappresentazione del terrore puro davanti alla biologia e allo spazio industriale dove anche la procreazione è un incubo meccanico angoscia e sofferenza, e Videodrome di Cronenberg 1983 mostra come i massmedia siano un tumore per l’uomo e lo mangiano letteralmente e dove la realtà è lo schermo, la rappresentazione.
Il sogno dell’abbondanza è diventato un’ossessione che divora chiunque cerchi ancora di crederci.







