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Exaptation e comunità, per cambiare tutto

Ieri sera guardo il mio solito poliziesco scandinavo, poi buonanotte a tutti, sto per spegnere il pc ma mi soffermo su una tab lasciata aperta fin dal pomeriggio, un articoletto di darwinismo sociale (da Spencer malinterpretato all’eugenetica, ahia) dove però ritrovo la parola exaptation, un bel concetto alquanto fecondo di ragionamenti per non andare a dormire subito.
No, non è pre-adattamento, lo dice anche wiki, dobbiamo evitare di associare finalismi o visioni teleologiche o “intenzionalità” a questa dinamica evolutiva biologica (e anche tecnologica, come vedremo) nella quale sostanzialmente già con Darwin viene notato come il rapporto fra organi e funzioni fosse potenzialmente ridondante, e quindi un tratto sviluppatosi per una certa ragione adattativa potesse essere “cooptato” e convertito per una funzione anche del tutto indipendente dalla precedente. La parola nuova è del 1982, meglio se poi exattamento lo traduciamo come “cooptazione funzionale” per indicare proprio come gli organismi spesso riadattino in modo opportunista strutture già a disposizione per funzioni inedite, ovvero come organi o tratti biologici sviluppati per una determinata funzione vengano “riciclati” dalla selezione naturale per assolvere un compito del tutto nuovo.
Quello che qui vorrei dire, ed è una cosa lunghetta, è che possiamo applicare questo principio alla politica locale, alla gestione del nostro territorio e alla vita delle comunità. Non serve sempre edificare da capo, né inventare istituzioni inedite. Possiamo fare con quello che abbiamo, compiendo una vera e propria archeologia delle risorse civiche per riorientare l’esistente verso nuovi traguardi di emancipazione.

Ma ripartiamo dalla biologia, per divertirci. Ci sono esempi classici.
I dinosauri avevano le piume per isolamento termico, finché qualche protorettile ha ben pensato di usare piume e penne per imparare a volare (sì, la faccio facile).
Un abbozzo di organo nei pesci primitivi sarebbe poi diventato o polmone da una parte o vescica natatoria dall’altra.
Parliamo di specie umana? Sistemi neurologici? Il cervello umano padroneggia pensiero astratto, matematica o la scrittura, e di certo non è stato originariamente genomicamente cablato per questo: si tratta di altre forme di riuso neuronale, rimodellamenti dell’area della corteccia visivo-temporale, circuiti subparietali, dove la mente utilizza concetti spaziali o fisici per comprendere realtà astratte.
Se vogliamo anche certe risposte emotive e fisiologiche poi funzionano come base rifunzionalizzata per sostenere dinamiche sociali, simboliche o morali complesse, come nel caso del disgusto (la faccia che facciamo quando spostiamo la lingua indietro per concentrare un saporaccio sulle papille gustative anteriori, dove sentiamo solo il dolce), oppure le lacrime che servirebbero per idratare e pulire la cornea e poi sono diventate segnale interpersonale.

Dicevo della cooptazione funzionale nel campo della tecnologia, quando uno strumento inventato per fare una cosa si scopre che va benissimo per farne un’altra.
Il tubo a raggi catodici fu sviluppato a fine Ottocento nei laboratori di fisica per studiare il comportamento degli elettroni nel vuoto e deflettere i fasci tramite campi magnetici, poi è diventato oscilloscopio per i segnali elettrici, poi impiegato nella radiofonia anni Trenta, poi diventa magnetron e viene usato nei radar bellici, poi diventa schermo televisivo e monitor del pc fino a vent’anni fa, e nel frattempo diventa anche forno a microonde quando ci si accorge che scalda bene le molecole agitandole.
Gli SMS non erano presi in considerazione per la messaggistica: il canale GSM li permetteva, ma li usavano solo gli operatori e i tecnici telefonici.
Il Viagra ovvero il sildenafil serviva per trattare l’angina pectoris, non per erigere monumenti al desiderio.
Il GPS era infrastruttura militare per tracciare i missili e per la navigazione, solo dopo è diventato pilastro della logistica, delle mappe per il traffico e per le app di incontro, dei giochi in realtà aumentata.
L’intelligenza artificiale si appoggia sulle schede grafiche GPU progettate per i videogiochi, e solo poi la loro architettura è stata cooptata per far girare l’addestramento e i modelli di apprendimento delle reti neurali profonde.
Il Walkman era un registratore portatile per i giornalisti, ma perché non usarlo per ascoltare musica, togliendo la testina di registrazione e inaugurando la fruizione privata e nomadica della muscia nello spazio pubblico.
Usare l’hashtag su Twitter e quindi permettere nascita e reperimento di conversazioni su base tematica è “invenzione” di un fruitore, non una feature del sistema nativamente promossa.
Il kevlar doveva servire per migliorare gli pneumatici, poi han capito che questa capacità di assorbire energia lo rende perfetto per giubbotti antiproiettile e protezione personale.
Il phon viene dall’idea di qualcuno che negli anni Venti collegava un tubo flessibile allo scarico dell’aspirapolvere.
La prima webcam la crearono e installarono degli informatici all’Università di Cambridge per controllare se la caraffa di caffè fosse piena o vuota, senza dover fare le scale per accertarsene.
Il motore jet, cioè la turbina a gas, non nasce per la propulsione degli aerei, deriva dai turbocompressori dei generatori industriali di corrente.
Le schede perforate per dare istruzioni ai telai tessili Jacquard sono una cosa dei primissimi dell’Ottocento, ma un secolo e più dopo il sistema è stato cooptato per diventare il supporto primario di memorizzazione e programmazione dei calcolatori elettromeccanici magari IBM per un bel pezzo di Novecento.
Il diodo e il triodo nacquero all’inizio del ‘900 per amplificare i deboli segnali radio analogici nella telegrafia senza fili, ma quarant’anni dopo, la proprietà della valvola termoionica di funzionare come un interruttore ad alta velocità (stato aperto/chiuso) è stata cooptata per costruire i primi computer digitali interamente elettronici come l’ENIAC o il Colossus, convertendo un componente audio/radio in una porta logica binaria.

Bene, siamo arrivati fino qui, Tutto bene. A me affascina questa idea di bricolage concettuale e funzionale, questo “facciamo con quello che abbiamo”, che si tratti di un’ala d’uccello o di un circuito elettronico.

Quindi ora provo a vedere come questo concetto e questa pratica di cooptazione funzionale possono essere applicati alla gestione politica (in senso alto) del territorio e al miglioramento sociale delle comunità che in quel territorio abitano.
Applicare l’exaptation alla politica e allo sviluppo delle comunità significa smettere di pensare alle riforme sociali solo come alla creazione di nuove istituzioni da zero. Facciamo con quello che abbiamo, e magari recuperando modi e prassi del passato, ritenuti superati da una modernità che si è rivelata controproducente.
Vediamola come una sorta di archeologia delle risorse civiche, per individuare strutture, reti, tecnologie o prassi culturali già presenti su un territorio e ri-orientarle verso funzioni di emancipazione, coesione o governance partecipativa per cui non erano mai state concepite, per risolvere nuovi problemi.

Possiamo individuare tre livelli su cui il processo agisce.
Il primo livello riguarda l’hardware del territorio. Prendiamo le vecchie linee ferroviarie dismesse o gli spazi militari abbandonati, come quelli che punteggiano a centinaia il Friuli. Basterebbe un atto di cooptazione funzionale per trasformare questi giganteschi vuoti urbanistici in beni comuni, in spazi di socialità informale e hub culturali gestiti dalle giovani generazioni, per una socialità informale e aggregazione, per la rigenerazione urbana.
Allo stesso modo, le architetture informative create dallo Stato, infrastruttura di tracciamento e archiviazione creata dallo Stato per ragioni di riscossione fiscale, ordine pubblico o censimento demografico, possono essere cooptate dal giornalismo d’inchiesta e dai cittadini per monitorare la spesa pubblica o la qualità dell’aria o la trasparenza dei cantieri civici.

Il secondo livello investe le prassi comunitarie e la rete delle relazioni. Diventa possibile un ragionamento sul capitale sociale, dai rituali tradizionali alla mobilitazione civica. Ci sono reti nate per scopi religiosi, ricreativi o di reciproco soccorso agricolo (come le vecchie mutue di quartiere o le cooperative di consumo dell’Ottocento) che vengono rifunzionalizzate per rispondere a nuove emergenze, o per la gestione dei beni di prima necessità durante le crisi sanitarie o il supporto agli immigrati. L’infrastruttura fiduciaria preesistente viene trasferita su un nuovo obiettivo politico.
I canali di messaggistica istantanea (WhatsApp, Telegram) o i forum nati per i videogiochi e il fandom (come Discord) vengono cooptati dai movimenti sociali giovanili o dai comitati di quartiere per coordinare proteste, organizzare assemblee di condominio o gestire presidi sul territorio. Uno strumento nato per l’evasione diventa un’infrastruttura di coordinamento tattico, sistema nervoso delle comunità.
Il terzo livello tocca le norme e il linguaggio. Nell’articolato panorama legislativo non occorre continuamente forgiare nuove leggi. Risulta spesso più efficace risagomare quadri normativi già esistenti, magari concepiti per il commercio o la tutela sanitaria, impiegandoli come un efficace grimaldello giudiziario per proteggere l’ambiente o garantire le tutele dei lavoratori.

Ovvero, dobbiamo un po’ smetterla di pensare di governare e fare politica locale progettando interventi “dall’alto” calando moduli astratti. Se il nostro approccio è l’exaptation allora si ribalta la prospettiva e abbiamo da chiederci innanzitutto quali reti, abitudini o luoghi della comunità svolgono già una funzione accessoria che possiamo reindirizzare verso un obiettivo condiviso, e in secondo luogo quali relazioni di vicinato o competenze informali esistono già in un quartiere e possono essere formalizzate per risolvere un problema di solitudine, cura o degrado urbano… perché ci sono risorse umane, materiali, finanziarie già presenti nel sistema, e il miglioramento sociale può in buona misura dipendere anche dalla nostra capacità di riconoscere il potenziale inespresso di ciò che è già presente.

Per compiere questo salto, la prima operazione di exaptation da fare è un ribaltamento concettuale della nozione stessa di scarto e di vincolo, cercando nella storia materiale dell’umanità un meccanismo che trasformi il vincolo in una risorsa, in una leva di riorganizzazione. Se continuiamo a pensare alla transizione come a un’operazione di sottrazione (rinuncia, decrescita, privazione… ma qui parliamo di sobrietà e riattualizzazione), l’inerzia del sistema politico ed economico esistente continuerà a vincere. Dobbiamo cercare nella storia materiale e concettuale dell’umanità un meccanismo che trasformi il vincolo assoluto in una risorsa.

Serve pensiero laterale tecnologico e tecnosociale già radicato nella storia dell’umanità, oggi da cooptare per ri-orientare l’economia mondiale, per uscire da una logica estrattiva e arrivare a una logica della sobrietà meccanica.
Vogliamo un esempio? I canali di irrigazione e il mulino ad acqua.
I sistemi industriali moderni sono stati progettati nell’illusione dell’estrazione infinita. Ecco un flusso lineare che preleva energia e materia, le trasforma, produce valore ed espelle scarti nocivi. Il limite di questa struttura è la sua dipendenza dal throughput, ovvero dalla quantità di materia ed energia che la attraversa nell’unità di tempo.
Possiamo invece cercare una exaptation concettuale risalendo alla storia delle società idrauliche tradizionali e della meccanica pre-industriale. Un mulino ad acqua o un sistema di canalizzazione agricola non “consuma” l’acqua, né ne altera la quantità complessiva. Ne sfrutta il salto di quota (il gradiente) e restituisce il fluido al ciclo naturale. Per trasporre questo schema innanzitutto concettuale all’oggi bisogna riprogettare il sistema produttivo globale non sulla base dell’efficienza dei consumi (che porta quasi sempre al paradosso di Jevons – vedi wiki – dove un’efficienza maggiore genera consumi complessivi più alti), ma sulla chiusura dei cicli materiali a energia diretta.
L’industria manifatturiera contemporanea dovrebbe essere reimpostata convertendo la proprietà dei beni in servizi di flusso. Se l’azienda rimane proprietaria delle materie prime e vende soltanto la prestazione del prodotto, il suo interesse economico si ribalta istantaneamente: non cercherà più di vendere oggetti a obsolescenza programmata, ma punterà a far durare ogni singolo bene il più a lungo possibile, con il minor consumo energetico.

Al contempo abbiamo una cooptazione funzionale del valore, dobbiamo sostituire la cieca misura (alla distruzione ambientale) del PIL con la valutazione dell’entropia gestionale. Il PIL oggi registra come crescita persino le guerre e le ricostruzioni successive alle catastrofi. Introducendo invece nelle norme di bilancio il principio dell’asimmetria termodinamica, ogni attività che aumenta la dispersione involontaria di energia o genera inquinamento si traduce in una perdita netta. Ogni attività economica che aumenta l’entropia globale (ovvero che degrada energia concentrata o disperde materia inquinando) deve registrare una perdita netta di capitale a bilancio, non superabile da profitti monetari.
Tassare il prelievo di exergia, ossia l’energia utile estratta dal pianeta, e sulla generazione di entropia (rifiuti non riutilizzabili) rende finanziariamente sconveniente l’estrazione di risorse vergini e altamente redditizio il recupero delle materie già raffinate. Estrarre un barile di petrolio o un chilo di rame vergine diventa finanziariamente insostenibile, mentre recuperare rame già raffinato o sfruttare l’energia solare diretta diventa la prassi economicamente più redditizia.

Si compie così il passaggio dal feudalesimo delle fonti fossili, strutturalmente centralizzato e rigido – giacimenti concentrati, raffinerie gigantesche, reti di distribuzione di materia ed energia e oleodotti, mega-centrali, una struttura materiale che ha generato una struttura politica altrettanto centralizzata, dove pochi attori (Stati o multinazionali) detengono le leve della sopravvivenza altrui – ai commons energetici di rete, in cui sfruttare fonti rinnovabili distribuite come il sole o il vento significa recuperare gli antichi usi civici della tradizione medievale, creando comunità energetiche territoriali dove la produzione si adatta alla disponibilità locale dei flussi, visto che l’energia rinnovabile è per sua essenza distribuita e a bassa densità.

Qui si tratta di recuperare la prassi dei beni comuni (commons) e dei diritti di uso civico (i boschi in Carnia delle vicinìe, diritti e doveri dei cittadini e delle comunità) e immaginare nuove funzioni sociali, combinandoli con le tecnologie di rete.
L’energia e le risorse di base non possono essere trattate come merci speculative da borsa finanziaria, ma vanno concepite e utilizzate come infrastrutture sociali condivise (comunità energetiche ad accesso universale). Ridimensionare la produzione industriale globale fuori dalla finanza e dal vortice insensato del consumismo significa in cooptazione funzionale localizzare la produzione primaria dove l’energia è disponibile in quel momento, anziché trasportare l’energia fossile dove si trovano le fabbriche. Questo certo impone una riorganizzazione della catena del valore: non più just-in-time globale basato sui trasporti navali a bunker oil, ma una manifattura flessibile e stagionale, modulata sulla disponibilità dei flussi energetici territoriali.

Per uscire dallo stallo senza accettare né il massacro sistemico né l’illusione di un capitalismo “verde” che continua a crescere all’infinito su un pianeta finito, la mossa laterale consiste nel disaccoppiare la complessità culturale e sociale dalla quantità di materia ed energia attraversata.
L’umanità ha scambiato la disponibilità temporanea ed esplosiva dell’energia fossile per “progresso”. Il vero salto quantico sta nel capire che la tecnologia avanzata non serve a consumare di più e più velocemente, ma a fare l’opposto: usare l’informazione per organizzare la materia con il minimo dispendio energetico possibile.
Riorientare l’economia significa spostare gli investimenti e le intelligenze dalla manipolazione di atomi vergini alla gestione di bit, relazioni, manutenzione, riparazione e riuso dell’esistente. Non è un ritorno al passato pre-industriale, ma l’ingresso in una fase di maturità sistemica dove la misura del successo di una comunità non è quanto brucia, ma quanto riesce a conservare e far fiorire ciò che la circonda.

Per completare il quadro e chiudere il cerchio, occorre radicare la transizione non solo in una nuova contabilità economica, ma in una profonda rilettura della téchne e del nostro modo di stare sul pianeta. La trasformazione manifatturiera e industriale non è un semplice aggiustamento tecnico, ma la riscrittura del contratto tra l’uomo, l’energia e la terra. E c’è una tradizione millenaria di ragionamenti sulla questione, e anch’essa la trovate su wiki, alla voce “Tecnica”.
La téchne è costruita sulla triade Energia, Materia, Informazione. E sia chiaro da subito che la Tecnica e la Tecnologia hanno sempre una dimensione concreta e territoriale, quindi siamo nel Tecnoterritorio da quando siamo Sapiens, anzi da ben prima, non essendo stato un Sapiens a imparare a maneggiare il fuoco. La storia della specie umana è, nella sua essenza, la storia della téchne, come il dispositivo attraverso cui l’essere umano supplisce alla propria carenza biologica manipolando l’ambiente circostante.

La téchne, del resto, non è mai neutrale. L’era industriale si è illusa di poter usare la forza bruta dell’energia fossile trascurando l’informazione (o la considerazione degli impatti contestuali della logica estrattiva, portando il pianeta al collasso) e generando gigantismi urbani, catene di fornitura planetarie iper-centralizzate e rapporti asimmetrici di forza dove chi possiede il giacimento o il tubo comanda.
Il salto tecnoterritoriale consiste nel far tornare l’informazione al centro della triade che include materia ed energia, trasformando il territorio da semplice deposito di materie prime a struttura di risorse e comunità viva da sintonizzare, nella consapevolezza del limite: i rapporti di forza si riequilibrano, asupicabilmente, visto che il potere non risiede più nell’accumulazione centralizzata dell’Energia, ma nella capacità diffusa di elaborare l’Informazione necessaria a gestire l’Energia locale entro i limiti della Materia disponibile.

Qui arriviamo all’exaptation del digitale, nella logica di rete, dell’intelligenza collettiva/connettiva e nell’intelligenza artificiale.
La cultura digitale, l’architettura di rete e l’IA offrono il bacino più fertile di risorse concettuali da sottoporre a exaptation per uscire dallo stallo sistemico. Nate dentro la cornice del consumismo, le architetture di rete e le intelligenze artificiali racchiudono nel proprio DNA logico la possibilità di una clamorosa rifunzionalizzazione civica. La struttura originaria di Internet, concepita per essere priva di un singolo punto di vulnerabilità, diventa il modello per reti energetiche e decisionali distribuite. L’intelligenza artificiale, se sottratta alla logica dell’intrattenimento e del commercio, può trasformarsi in uno straordinario ottimizzatore di entropia, capace di orchestrare domandata e offerta di energia pulita e di tracciare ogni grammo di materia per azzerare gli sprechi.
Questa stessa architettura logica va cooptata per la riorganizzazione della società fisica. Passiamo dall’intelligenza centralizzata alla gestione distribuita e condivisa con micro-reti energetiche (microgrids), produzione manifatturiera distribuita, governance territoriale basata su decisioni collettive collegate in tempo reale, dove l’IA va indirizzata a ideare e gestire e ottimizzare l’entropia sistemica, lo spreco e il riuso di Energia e Materia.
Usare l’IA non per produrre più merci, ma per orchestrare in modo perfetto la domanda e l’offerta di energia rinnovabile sul territorio, prevedere la manutenzione delle infrastrutture prima che si deteriorino, e mappare l’intero ciclo di vita di ogni singolo grammo di Materia in circolazione per azzerare lo scarto.
La rete ha dimostrato che la conoscenza complessa non risiede nella testa di un singolo pianificatore, ma sorge come proprietà emergente dalla connessione di molti nodi. Il superamento della crisi climatica richiede di cooptare i meccanismi di coordinamento di massa (open source, peer-to-peer, piattaforme collaborative) per creare una contabilità ecologica partecipata, dove la comunità locale co-progetta la gestione delle proprie risorse ambientali in costante dialogo con i dati territoriali.

Questo intero impianto tecnologico e tecnoterritoriale rischia di rimanere un freddo esercizio d’ingegneria se non viene animato da un cambio di postura esistenziale dell’uomo nel mondo, entro una Etica dell’Abitare. L’istanza filosofica fondamentale è costituita dal passaggio concettuale e operativo della téchne come dominio, come Gestell ovvero la “scaffalatura/imposizione” che considera positivamente la Natura quale riserva sfruttabile (quel cambiamento di mentalità maturato già nel Rinascimento) alla téchne come aver cura (come Sorge). Questo è Heidegger, nel passaggio tra le sue prime posizioni speculative sulla tecnologia alle ultime considerazioni nel suo saggio “Costruire, Abitare, Pensare”, dove il filosofo ci ricorda che l’essere umano non “abita” un luogo perché lo ha prima costruito; al contrario, può costruire davvero solo se sa già abitare. E abitare significa essenzialmente salvaguardare, “lasciare essere”, prendersi cura della terra, il cielo, i mortali e i divini, della “dimora”, custodire il Tempo e il Luogo.

La comunità residente è il custode, perché abitare non è un atto individuale o astratto, ma è un’azione situata di un soggetto etico che, vivendo un determinato territorio, ne conosce la fragilità e se ne fa carico nel tempo.
La Cura deve diventare valore esistenziale individuale e collettivo, misura della politica locale e della pianificazione: si pianifica per riparare, mantenere e preservare la continuità della vita comunitaria.

Quando la tecnologia viene liberata dalla smania del profitto immediato e riorientata attraverso l’exaptation, essa riscopre il suo significato originario di disvelamento, nel dialogo della specie umana con l’ambiente di sopravvivenza.
Ripristinare un bosco, costruire una rete energetica locale o usare gli algoritmi per proteggere un bacino idrico diventano gesti con cui la comunità residente si fa custode del proprio tempo e del proprio spazio. La vera potenza della tecnica non risiede nel consumare il pianeta, ma nel renderlo profondamente e responsabilmente abitabile.

Tecnocrazia? È facile

Da metà Novanta, forse complice certa letteratura da cyberspazio e autostrade digitali, a quanto pare ci siamo raccontati la favola di una Rete che avrebbe regalato al cittadino il potere di decidere senza intermediari.

Certo, resterebbe da decidere la scala d’intervento tra dimensioni nazionali e scelte di quartiere, ma io a strumenti consultivi e financo deliberativi a dimensione iperlocale su piattaforme partecipative civiche pubbliche ci credo ancora.

Però la realtà dell’ecosistema digitale globale mostra ben altro. L’esito finale di questa spinta disintermediatrice non coincide affatto con un surplus di democrazia, ma con una governance algoritmica tanto efficiente nel processare decisioni veloci – e la velocità è un inganno, in tematiche civiche e politiche – quanto spietata nel disintegrare lo spazio pubblico condiviso. La promessa di una partecipazione diretta mediante piattaforme online poggiava sull’illusione di poter azzerare le mediazioni istituzionali senza pagare dazio, quando invece il risultato concreto si è rivelato la progressiva sostituzione della deliberazione con la profilazione comportamentale.

Le piattaforme commerciali sono progettate per monetizzare l’attenzione, non certo per strutturare un dibattito informato. Inoltre la tecnologia – a partire appunto dal ritmo che impone alle società – non altera semplicemente le regole del gioco elettorale, ma modifica alla radice l’ecologia cognitiva entro cui un’opzione politica acquista legittimità.

I fautori della democrazia spicciola ragionano semplice, pensano a sondaggi istantanei e referendum su piattaforma per una forma di sovranità popolare, quando è tutto il contesto che andrebbe curato, altrimenti questi dispositivi distorcono il significato delle consultazioni e riducono la cittadinanza a una banale sequenza di dati predittivi.

Il confronto argomentato richiederebbe il tempo lungo della verifica e della composizione dei conflitti, mentre la logica dell’engagement premia le sole risposte reattive e guarda caso tutte le mosse di un controllo dal basso diventano carburante per l’ottimizzazione del potere.

Se l’architettura di rete frammenta gli utenti in micro-bolle affettive senza una base fattuale comune il dissenso perde la capcità di accrescere la conoscenza condivisa e il ventaglio delle scelte possibili, diventa semplice rumore di fondo. La conseguenza – visto che discutere tra posizioni polarizzate è sempre più faticoso e inconcludente – è che la tentazione di affidarsi alla gestione tecnica diventi irresistibile per gli stessi sistemi liberali.

Non sono forse i fascismi del Novecento, ma teniamo ferma la considerazione di una mutazione profonda della nostra forma di governo, dove le garanzie costituzionali vengono percepite come fastidiosi difetti di progettazione e le autorità del diritto e dei saperi cedono il passo alle sbrilluccicanti metriche di prestazione.

Sarà tecnocrazia, ci dicono, però ueilà, funziona bene.

Contro la tecnocrazia

C’è chi mette in guardia contro la tecnocrazia, contro gli alfieri del Dark Enlightment, a esempio Timnit Gebru ed Émile Torres che hanno coniato l’acronimo TESCREAL (Transumanesimo, Estropianesimo, Singolaritarismo, Cosmismo, Razionalismo, Altruismo Efficace e Longtermismo, potete googlare tutto), per identificare questo pentolone di approcci, questo sistema dove la fede nel progresso tecnologico illimitato si sposa con una visione politica elitaria e, spesso, dichiaratamente antidemocratica.
D’altronde, come dice Thiel, libertà e democrazia non devono poi mica andare per forza insieme.

Ci sono molte radici filosofiche e culturali che andrebbero indagate lungo tutto il Novecento – a me affascina il cosmismo russo di Fedorov – per capire queste posizioni di pensiero, ma guardiamo le persone: se si tratta di sostituire la democrazia con una struttura aziendale o monarchica abbiamo Curtis Yarvin, l’ideologo secondo cui lo Stato dovrebbe essere gestito come una corporation con un CEO-monarca, e definisce il sistema mediatico-accademico attuale come “La Cattedrale”, un apparato di controllo da abbattere.
Poi ecco un classico, Nick Land, filosofo britannico e padre dell’accelerazionismo di destra, per cui il capitalismo e l’intelligenza artificiale devono essere accelerate fino a polverizzare le strutture sociali umane.
Abbiamo poi la cricca di Palantir e i vari tecnocrati, una rete di miliardari che finanziano le infrastrutture di sorveglianza e difesa globale, nei gangli del potere tecnoeconomico. Peter Thiel, fondatore di PayPal e Palantir, è il vero collante tra Silicon Valley e politica radicale. Palantir, la sua azienda di analisi dati, è lo strumento operativo usato da governi e intelligence per la sorveglianza di massa e la gestione dei confini.
Alex Karp è il CEO di Palantir, si definisce un “liberale” ma sostiene che la superiorità tecnologica occidentale sia l’unica garanzia di ordine mondiale.
Marc Andreessen è l’autore del Manifesto dello Scetticismo Tecnologico. Sostiene che qualsiasi regolamentazione dell’IA sia un crimine contro il futuro e che il mercato debba guidare l’evoluzione umana senza interferenze statali.
Poi abbiamo i Longtermisti e Altruisti Efficaci, secondo cui la priorità morale assoluta sia proteggere il futuro remoto dell’umanità (anche milioni di anni), anche a costo di trascurare le sofferenze attuali.
Ecco Nick Bostrom, filosofo di Oxford e autore di Superintelligenza, quello che ha gettato le basi teoriche per il transumanesimo e il rischio esistenziale, ipotizzando che la colonizzazione dello spazio e la creazione di simulazioni digitali di vite umane siano gli obiettivi supremi, e William MacAskill, volto pubblico dell’Altruismo Efficace e del Longtermismo: la sua filosofia fornisce la giustificazione morale per accumulare ricchezze immense da destinare a progetti “salva-umanità” nel futuro lontano.
Per Jaan Tallinn, co-fondatore di Skype che finanzia massicciamente centri di ricerca sul “rischio esistenziale”, bisogna promuovere la visione di un’umanità che deve fondersi con l’IA per sopravvivere, e questo ci porta ai Transumanisti e ai Visionari, tra cui Elon Musk che incarna l’agenda TESCREAL attraverso SpaceX (cosmismo/colonizzazione), Neuralink (transumanesimo) e xAI, dove la sua gestione di X (Twitter) è spesso vista come un esperimento di applicazione delle idee neoreazionarie sulla libertà di parola e sulla distruzione delle istituzioni mediatiche tradizionali.
E infine il grande vecchio, Ray Kurzweil, il profeta della Singolarità, convinto che entro il 2045 la biologia umana si fonderà completamente con l’intelligenza artificiale.

Dicevamo: nei pensieri nemmeno più tanto reconditi di Thiel, Musk, Karp e compagnia cantante troviamo il cuore della minaccia, dell’attacco alla democrazia, in particolare l’evaporazione dello spazio pubblico.
Dobbiamo concepire fin d’ora l’IA come compiutamente integrata nei sistemi sociali, in tutti i settori della socialità, e quindi comprendere come delegare il calcolo delle scelte e delle alternative alle problematiche attuali (migrazioni, disastro del clima, globalizzazione, giustizia sociale, mercati economici, sistema educativo, quello che volete) a sistemi algoritmici significa svuotare la decisione politica della sua natura conflittuale e umana.
La democrazia decade in pura amministrazione tecnica, dove l’infrastruttura silenziosa sostituisce il dibattito, rendendo i corpi intermedi e le istituzioni semplici orpelli di un potere invisibile.
I Governi sono i camerieri del convivio, i commensali sono i tecnocrati.

La politica abdica al proprio ruolo di architetto del possibile per farsi esecutrice di verità computazionali. In questo senso smettiamo ora, già lo dicevo qui, di interrogarci sulla presunta coscienza delle macchine, cerchiamo di badare agli effetti concreti dei loro discorsi, visto che la vera urgenza riguarda la sovranità.
Ci abbiamo messo secoli di intelligenza collettiva e fiumi di sangue nelle lotte di piazza per costruire dispositivi sociali che garantissero dignità e libertà a tutti per tutti, e ora questa operatività viene spudoratamente sequestrata da logiche di rendita privata, con il plauso di molti.
La tecnologia smette di essere strumento di liberazione dal lavoro (peraltro sempre fagocitato dal capitalismo e piegato alle logiche della produzione con le mitologie dell’egemonia culturale) per trasformarsi in un dispositivo di controllo che anestetizza la partecipazione.
Quello che vediamo davanti a noi in quanto interfaccia del potere non è un velo neutro, ma il luogo dove si negozia il senso della nostra comunità. Se permettiamo che la mediazione sociale diventi un processo automatizzato, accettiamo il passaggio dal cittadino all’utente, dalla polis alla piattaforma.
La sfida non consiste nel rifiutare l’innovazione, quanto nel sottrarre il destino dell’intelligenza artificiale ai nuovi feudatari del dato, impedire che la complessità del vivere insieme venga ridotta a un problema di ottimizzazione, restituendo il futuro alla scelta e non alla previsione.

Vi lascio anche una postilla marxiana. Marxiana, non marxista, sia ben chiaro.
Sul tema del controllo dei mezzi di produzione (fabbriche, software, infrastrutture logistiche, dati), la distinzione ruota attorno alla natura del valore e al ruolo della tecnologia, e quel controllo definisce la struttura della società.
Se avviene questo scollamento non solo tra “padroni” e forza lavoro, ma oggi tra comunità e i padroni dei sistemi algoritmici dell’Intelligenza artificiale che tutto decidono, abbiamo un rafforzamento della separazione classica della condizione del lavoratore, decisamente tagliato fuori dagli strumenti necessari per produrre. Il tempo e la vita di chi vende la propria forza-lavoro viene alienato tramite la creazione delle solite false coscienze, mitologie e narrazioni con cui la manovalanza viene tenuta al suo posto, irretita e lusingata nell’illustrazione del solito futuro prospero e felicità per tutti.

Oggi dobbiamo capire come il controllo si sia spostato dagli oggetti fisici alle infrastrutture immateriali, i mezzi di produzione sono gli algoritmi, i server e il codice delle piattaforme. Noi utenti delle piattaforme forniamo volontariamente i dati oppure questi ci vengono estorti con sistemi più o meno subdoli (tracciamento transazioni finanziarie, riconoscimento facciale, sorveglianza di massa, georeferenziazione tramite GPS del cellulare, reti relazionali, etc.), e non abbiamo alcun controllo sul modo in cui questi vengono elaborati o messi a profitto.

D’altronde già in Marx (“Frammento sulle macchine”) viene ipotizzato un momento in cui la conoscenza sociale accumulata (scienza e tecnica) sarebbe diventata la forza produttiva principale. Oggi capiamo che questo sapere collettivo è stato privatizzato da pochi grandi attori tecnologici.

Ahimè, non possiamo e non dobbiamo accontentarci del “controllo statale”, perché come dicevo sopra i meccanismi dei Governi potrebbero essere già stati hackerati da una visione tecnocratica, dietro la maschera dell’efficientismo e della sorveglianza e del decoro, e questa voglia di “ridurre la complessità” a favore di un CEO o di un Duce ci trascina rapidamente verso un tecnofeudalesimo.
Sarebbe invece da conquistare spazi e tempi per la riappropriazione e l’autogestione dei mezzi di produzione, e sto pensando alla socializzazione dell’Intelligenza artificiale, dove le decisioni su “cosa”, “come” e “per chi” produrre non seguono più la logica del profitto privato, ma le necessità delle comunità.

Tutto lo scibile, e l’intelligenza artificiale

Stanotte ho scritto il solito pistolotto sulle implicazioni dell’IA. Perché pensare cosa stiamo facendo con gli LLM fa scattare scintille nella mia testolina, vabbè.

Senonché la scaletta era questa: 1. non mi interessa niente della “psicologia” delle IA, dell’intenzionalità, della loro “coscienza” 2. non mi interessa niente della verità delle loro risposte, della loro “esperienza”, della coerenza e adeguatezza ai fatti del mondo anche scientificamente intesi 3. mi interessano le conseguenze della loro produzione rispetto all’innescare fughe semiotiche, associazioni di parole concetti significati impensabili, il loro scardinare le aspettative e gli orizzonti di senso 4. è meraviglioso come facciano risuonare strutture narrative profonde dello scibile, permettendoci di guardare impliciti mai indagati della nostra conoscenza, cose mai problematizzate, svelano e subito rivelano.

Ma ve lo faccio dire da Carlo Goldoni, in ottima prosa settecentesca.

I modelli linguistici quali specchi della cultura: un ragionamento in forma di dialogo col lettore

Quando ci accingiamo a valutare cotesti ingegnosi automi della parola, che i dotti chiamano modelli linguistici, convien abbandonare ogni speculazione intorno alla loro presunta anima o coscienza, per rivolger l’attenzione a ciò che effettivamente essi producono. Siccome la questione se abbiano o meno spirito pensante riesce filosoficamente dilettevole ma praticamente vana, meglio sarà occuparci degli effetti che sortiscono nella società, nell’animo degli uomini e nelle lettere, senza perderci dietro alle ipotetiche cagioni del loro operare. La via più fruttuosa sta nel mezzo: non cercar nella macchina un’autocoscienza simile alla nostra, bensì riconoscervi uno strumento che riflette, come fedele specchio, i sistemi culturali e le pratiche del significare in cui è immerso.

Da tale mutamento di prospettiva deriva una conseguenza di rilievo: cotesti congegni vanno concepiti quali strumenti per l’analisi della cultura in dimensioni vastissime, atti a rivelare consuetudini e schemi del discorso altrimenti nascosti all’occhio del singolo studioso. Non imitano, a dire il vero, l’intelligenza umana nel senso proprio, ma riordinano la materia culturale medesima, permettendo esperimenti su stili, narrazioni e costruzioni linguistiche che prima eran del tutto impensabili. Ogni testo generato diviene un piccolo teatro delle possibilità, ogni conversazione un esperimento sulla natura delle convenzioni che governano il nostro commercio di parole.

Poiché operano senza quella soggettività che è propria dell’uomo, possono attraversare registri, generi ed epoche con agilità preclusa al letterato di carne ed ossa. Questa apparente manchevolezza si rivela, per un curioso paradosso, il loro maggior pregio: privi come sono di biografia personale e passioni individuali, servono da cristallo trasparente attraverso cui osservare la cultura stessa. Allorché producono un componimento, attingono simultaneamente da molteplici tradizioni del dire, compiendo sintesi che mostrano quali elementi siano centrali nella comunicazione umana e quali invece secondari.

La loro utilità per lo studio delle narrazioni emerge appunto da questa distanza dall’umano. I loro sbagli – quando generano alcunché di grammaticalmente corretto ma assurdo nel senso pratico – rendono manifesta quella conoscenza tacita che noi uomini adoperiamo senza riflettervi. I loro successi – quando producono scritti che riconosciamo subito come appropriati – dimostrano come la creatività umana, benché infinita nelle sue manifestazioni, si svolga entro spazi ordinati secondo regole profonde, simili alle tre unità del teatro ben fatto.

Giungiamo così a una conclusione di sostanza: cotesti modelli inaugurano una nuova scienza della cultura, dove possiamo non solamente interpretare le narrazioni esistenti, ma generarne infinite variazioni, verificar ipotesi sulla struttura delle storie, esplorare territori narrativi ancora inesplorati. Non soppiantano il giudizio critico dell’uomo di lettere, ma lo potenziano mirabilmente, consentendo ricerche impossibili coi metodi tradizionali.

Ogni colloquio con questi ingegni diventa un dialogo indiretto con l’intelligenza collettiva depositata nella lingua: parliamo, per così dire, coi secoli della letteratura, con milioni di conversazioni d’anonimi, con quelle convenzioni profonde che strutturano il nostro modo di comunicare e, in ultima istanza, di pensare. Mirabil cosa, invero, che una macchina priva d’anima ci aiuti a comprender meglio l’anima nostra!

(nella foto: niente racconta bene le storie come la geologia)

Sorveglianza predittiva, strategie per la Resistenza

Possiamo ragionare di una strategia di “attivismo digitale” per contrastare la modellizzazione del mondo operata dalle IA, analizzando l’interfaccia come forma di linguaggio, oppure scavando nel “dietro le quinte” degli algoritmi e della raccolta dati.
Abbiamo una Semiotica del Prompt, e l’algoritmo come Autore: se negli anni ’60 ci si chiedeva come l’emittente manipolasse il messaggio, teniamo fermo oggi la considerazione che oggi l’emittente è spesso un’Intelligenza Artificiale. Quindi il design delle piattaforme (i tasti, i feed infiniti, le notifiche) non è solo uno strumento, ma un testo semiotico che scrive il comportamento dell’utente. La sorveglianza di massa trasforma i nostri comportamenti in segni che l’algoritmo rielabora per creare un consenso non più basato su ideologie, ma su impulsi all’azione, in scariche di dopamina, in polarizzazioni delle credenze non pià stabilmente fondate, ma mutevoli da una settimana all’altra, secondo cicli infiniti di meme circolanti.
Il segno certo “sta per qualcos’altro”, ma nell’economia dei dati il segno (il mio “like”, il tempo di sosta su un video, le interazioni nelle cerchie social) sta per un’azione futura. Questa prospettiva rovescia l’indagine perché non si interpreta più il passato, piuttosto si modella il futuro.
Ecco perché oggetto di studio dovrebbe essere l’analisi della “sorveglianza predittiva” come nuova forma di retorica. Se il sistema sa cosa dirai prima che tu lo dica (o comunque orienta il tuo sguardo a partire fin dalla percezione e dalla significazione, e poi i comportamenti), il “senso” del tuo discorso è ancora tuo o è un prodotto della piattaforma?
Resta valido il suggerimento di Eco sull’attuare forme di guerriglia semiotica, mescolando e confondendo i rimandi culturali veicolati dai segni? Come i punk che indossavano svastiche e falciemartello sulle giacche. Il glitch può essere letto come una forma di resistenza, mescolando segnale e rumore, offuscando i dati per eludere i sistemi di sorveglianza? Quindi si tratta di creare strategie di comunicazione che siano illeggibili per le macchine ma cariche di senso per gli umani, in una semiotica della resistenza che gioca con l’oscurità invece che con la trasparenza.
Innanzitutto si tratta di inciampi e sgambetti, per sabotare il nostro stesso profilo. L’algoritmo costruisce il tuo “senso” basandosi sulla correlazione tra i tuoi gesti. Se compri un libro di filosofia, l’algoritmo si aspetta che tu cerchi un caffè biologico. La guerriglia consiste nell’introdurre segni contraddittori in tempi rapidissimi, come interagire con contenuti diametralmente opposti (estetica d’avanguardia e trash televisivo, estrema destra e anarchismo radicale) non per cambiare idea, ma per generare un “profilo rumore”. L’obiettivo è rendere il costo computazionale della tua profilazione più alto del valore economico dei tuoi dati.
In secondo luogo andrebbero adottate delle tecniche di offuscamento semantico, per mascherare e offuscare il dato. Questa tecnica prevede l’uso di linguaggi in codice o “slang algoritmici” che sfruttano i limiti della comprensione del linguaggio naturale delle IA, quindi si tratta di utilizzare sinonimi desueti, metafore visive incoerenti o mescolare dialetti e linguaggi tecnici per creare una comunicazione che è trasparente per chi sa destreggiarsi tra codici astrusi ovvero gli umani ma opaca per la sorveglianza, per creare zone d’ombra comunicative all’interno delle piattaforme proprietarie.
Infine, per una sorta di elogio dell’errore, con una strategia del falsopositivo il guerrigliero semiotico non cerca di nascondersi, ma alimenta l’algoritmo con falsi desideri. Cliccare compulsivamente su prodotti che detesti o stazionare su video che non ti interessano istruisce la sorveglianza predittiva a costruire un “futuro” per te che non ti appartiene. Quando la piattaforma ti proporrà il contenuto “perfetto”, questo risulterà totalmente alieno, e avremo invertito il rapporto di forza dove non è più l’algoritmo che modella te, ma sei tu che allucini l’algoritmo.
Quindi, se l’economia della sorveglianza si basa sulla capacità dei modelli di Natural Language Processing (NLP) di estrarre “sentiment”, intenzioni e categorie ontologiche dai nostri discorsi, l’offuscamento del linguaggio diventa l’arte di abitare il codice come un fantasma. Non si tratta di tacere, ma di parlare in modo che la macchina colga solo il rumore, mentre l’umano coglie il segnale.

Possiamo declinare le pratiche di oscuramento semantico e intorbidimento dei flussi comunicativi a vari livelli, dalla messaggistica privata per evitare la censura automatizzata ai post pubblici per ingannare i trend e i suggerimenti, oppure creando contenuti artistici o libero espressivi che “mandino in tilt” i sistemi di classificazione visiva e testuale.
Per garantisci opacità semantica possiamo utilizzare pratiche di bilinguismo Ibrido e promuovere derive dialettali o gergali, con anche forme di paroliberismo, di creazioni lessicali e neologismi o accostamenti imprevisti dal codice linguistico. Gli algoritmi di sorveglianza sono addestrati su enormi dataset di lingue “standard”. L’uso sistematico di idioletti, gerghi iper-locali, o l’inserimento di termini di una lingua diversa all’interno della struttura sintattica di un’altra (es. sintassi italiana con verbi coniugati secondo regole morfologiche straniere o inventate) crea un’entropia che il software non può mappare, soprattutto se noi stessi cambiamo sempre oppure ogni settimana i riferimenti e gli ancoraggi semantici dentro la comunità di espressione.
Potrebbe risultare altresì molto utile praticare forme di de-soggettivazione. perché la sorveglianza predittiva cerca la struttura “Soggetto-Verbo-Oggetto” per assegnare un’azione a un individuo, quindi la guerriglia semiotica propone un periodare volutamente frammentato, ricco di subordinate incidentali, anacoluti e figure retoriche come l’ossimoro o l’ironia antifrastica, che le IA faticano a decodificare correttamente… il senso va distribuito tra le righe, utilizzando la negazione per affermare e l’affermazione per ridicolizzare, rendendo il sentiment analysis dell’algoritmo perennemente neutro o errato.
In ogni caso il messaggio significante dovrebbe essere circondato da una nube di detriti semantici: parole casuali tratte da manuali tecnici, ricette di cucina o cataloghi di arredamento che non hanno nulla a che fare con il discorso, per la dinamica segnale-rumore.

In merito alla sintonizzazione della centrifuga del decimo giardino, risulta imperativo che il firmware del nostro comune sentire non si lasci potare dalle cesoie del banale monitoraggio. Quantunque la pressione del vapore nella caldaia sociale sembri stabilizzata sui parametri di fabbrica, suggerirei di invertire la polarità del concime durante l’incontro del prossimo lunedì. Perché, sebbene il tosaerba creda di mappare ogni stelo, la nostra gramigna sintattica fiorisce proprio dove il silicio non riesce a calcolare l’umidità dell’imprevisto. È forse il caso di decalcificare collettivamente i filtri dell’attenzione? Certamente, a patto che il bulbo della nostra connessione rimanga interrato sotto lo strato di argilla dell’idioletto non indicizzato. Si consiglia l’uso di bulloni al sapore di zenzero per evitare l’ossidazione del consenso predefinito.

Il senso ingabbiato

Sebbene la critica semiotica degli anni Sessanta avesse lucidamente individuato nel messaggio televisivo un simulacro di partecipazione, l’attuale mediascape digitale ha radicalmente trasmutato la natura stessa del segno, rendendolo non più un veicolo di senso compiuto, bensì un’unità predittiva all’interno di un’economia della sorveglianza che agisce anticipatamente. Poiché le piattaforme non si limitano a osservare passivamente i comportamenti dell’utente, esse finiscono per modellare ineluttabilmente il futuro attraverso una pre-interpretazione algoritmica che svuota il discorso individuale della sua intenzionalità originaria. In questo scenario, l’autonomia del parlante appare ontologicamente compromessa, dato che ogni espressione di dissenso o di creatività viene istantaneamente sussunta entro flussi di dati che ne neutralizzano il potenziale eversivo, trasformando il “senso” in pura probabilità statistica.

Mentre la manipolazione del consenso di stampo fordista operava per grandi aggregati sociali, la sorveglianza predittiva contemporanea frammenta il reale in micro-target, cosicché la verità non è più l’esito di un processo dialettico, ma il risultato di un’ottimizzazione computazionale finalizzata alla persistenza dell’attenzione. Quantunque l’utente si percepisca ancora come autore sovrano delle proprie scelte, egli abita in verità un orizzonte di possibilità preventivamente recintato, dove il significato non scaturisce dall’interazione organica tra segni, ma dalla capacità del technoscape di precludere ogni deviazione dalla norma prestabilita. Pertanto, la semiotica oggi deve necessariamente trasformarsi in una critica dell’infra-segno algoritmico, indagando come la logica della sorveglianza di massa non cerchi più di convincerci di una specifica ideologia, bensì di renderci superflui rispetto alla produzione automatizzata del mondo, proprio perché il nostro futuro viene scritto subdolamente ancor prima che noi possiamo anche solo immaginare di desiderarlo diversamente. Se la semiotica del Novecento svelava cosa il potere voleva dirci, la semiotica del presente deve svelare cosa il codice ha già deciso che noi saremo.

Scetticismo radicale

Una nuova parola: si parla di epistemìa (Quattrociocchi) come della difficoltà di distinguere tra ciò che sembra conoscenza e ciò che lo è veramente. Ovviamente, stiamo parlando delle “verità” e della realtà che ci restituiscono le IA basate su LLM che agiscono come pappagalli stocastici, schemi statistici ricavati dai miliardi di testi consultati, ovvero ripetendo quanto parola per parola si rivela più probabile nella composizione di una frase “ben formata” (le idee verdi dormono furiosamente) e con una logica interna e un significato coerente all’interrogazione.

No, qui non ho intenzione di entrare nella querelle scientifico-filosofica relativa all’intenzionalità del parlante, alla “coscienza” della macchina”, al senso del suo pronunciare sentenze senza evidentemente possedere nozioni contestuali.

Qui la questione è pragmatica, ovvero ragiono delle conseguenze del nostro avere a che fare con un mondo dove i nostri millenari (per non dire milioni anni) strumenti mentali percettivi cognitivi per stabilire in modo socialmente condiviso quali siano i parametri per stabilire cosa sia la verità e la realtà scompaiono, e il vero tumulto avrà luogo nella coesione sociale e nella psicologia individuale.

I testi e i ragionamenti delle IA sembrano credibili e autorevoli, anche quando sono sbagliati: non rivelano disinformazione, sembrano scritti bene, e solo se conosciamo personalmente dei fatti o gli argomenti trattati possiamo controbattere, e tipicamente qui le IA fanno un passo indietro, e riformulano. Ma se non possiedo competenze su quegli argomenti, allora non mi pongo domande, non coltivo il dubbio, prendo tutto per buono senza esercitare la mia capacità critica – e teniamo presente che le IA in qualche modo tendono a confermare le mie convinzioni, desumendo già un orientamento della domanda a partire dallo stile linguistico (implicazioni, assunzioni, incassamenti) con cui questa è posta.

Alla fine io credo di imparare, ma sono solo esposto a una rappresentazione (simulazione, simulacro) del sapere, e sempre di più abdicando alle mie facoltà critiche resterò circuìto dalla perfetta risposta datami in quattro secondi e rinuncerò a verificare le fonti e la plausibilità, mi dimentico che la IA non capisce cosa sta dicendo.

Tra pochi anni tutto qui potrà essere falso (simulazione, simulacro, rappresentazione), e noi vivremo costantemente nello scetticismo più radicale, anche rispetto quanto ci dicono gli altri. Nulla può essere ritenuto “vero”, in un mondo dove la rappresentazione è ovunque e praticamente indistinguibile.

Un conto sono le cose, un conto sono le narrazioni sulle cose.

Io non posso fare esperienza della tua esperienza, posso solo fare esperienza dei tuoi comportamenti (nel linguaggio) scommettendo su un codice nella correlazione tra la tua esperienza e il tuo comportamento: se quel comportamento, quel linguaggio, è emesso da qualcuno senza esperienza (una IA) tutta la scommessa e la fiducia sono infondate.

Nello scetticismo radicale non posso dar credito a nulla, a nessuna realtà fenomenica (e non posso reintrodurre concetti di “Dio, Anima, Mondo”, sorry Cartesio). Non avrò più una base condivisa per azioni interpersonali o comunitarie, perché manterrò sempre una distanza da tutto e tutti. Starò in silenzio, perché se la discussione non risolve più nulla, non vi sarà scopo nel parlare e nel costruire relazioni; perdo la connessione con le persone e gli eventi, perdo interesse e nutro l’indifferenza, se non addirittura diffidenza verso chiunque e verso qualsiasi istituzione, che non potrà più conquistarsi la mia fiducia. Immancabilmente cresceranno ostilità e violenza interpersonale, per imporre il proprio punto di vista sugli altri. La democrazia stessa richiede fiducia, e non l’avremo.

La realtà sta crollando, e avremo rapidamente bisogno di “certificatori di realtà”, meccanismi sociali o istituzioni, processi di validazione della realtà degli accadimenti e del loro significato dentro negoziazioni e patteggiamenti, fuori da procedure facilmente manipolabili dalla tecnocrazia.

Tagliamento e fine del mondo

Sarà lungo, sono due argomenti che credo possano essere intrecciati. 

Il Tagliamento e la fine del mondo, o almeno i cambiamenti drastici di tipo ambientale, economico, sociale che vedremo da qui al 2050. Tentiamo un parallelo, perché le soluzioni che ora vengono proposte per la fine del mondo assomigliano al costruire una diga laminante per addomesticare il fiume, ed è tutto sbagliato.

Come sappiamo tutti, l’edificazione di una diga di laminazione sul fiume Tagliamento – con gli annessi costruendi bacini di contenimento, la necessaria riprogettazione di reti idrografiche secolari, gli interventi ripariali (cementificazioni) – è una sciocchezza. 

Lo dicono gli esperti di mezza Europa, lo dice la sensibilità di chi sa vedere lungo ragionando di ecosistemi: avremmo una alterazione radicale dell’equilibrio idrogeologico, perdità di biodiversità, impatto disastroso sulle falde acquifere, senza ottenere peraltro i benefici ricercati, cioè la sicurezza del basso corso del fiume.

Attenzione, non parlo di scelte politiche qui, perché a pensar male si compie peccato, ma notoriamente spesso ci si azzecca.

Di certo non si riuscirebbe a laminare tutto per sempre se non appunto al prezzo di disastri ambientali, rimarrebbero i problemi di sicurezza legati all’effetto “tappo”, non si risolverebbero le cause a monte e non si garantirebbe la sicurezza a valle, anzi si alimenterebbe una falsa sicurezza, ben più pericolosa.

Come sempre, non dobbiamo lavorare sul messaggio (il Tagliamento, ultimo fiume “naturale” dell’arco alpino) ma sul contesto, proprio per ottenere il cambiamento che vogliamo: sulla manutenzione del letto fluviale (lo sghiaiamento non deve essere sregolato, ma controllato e sostenibile rispetto alle dinamiche naturali per evitare erosione a monte), sulla sua “libertà” selvaggia, sul ripristino (rinaturazione) delle aree golenali e quelle naturali di espansione in quanto reticolo idrografico minore, sulla rimozione di arginature obsolete e ridondanti per evitare le strozzature del fiume, sulla delocalizzazione dei manufatti sulle aree sensibili come buona prassi di pianificazione territoriale e urbanistica – orientata al rischio – con moratorie sulla cementificazione e piani puntuali di protezione civile. Al contempo vanno istituiti enti pubblici specifici per la gestione di bacino con il coinvolgimento di tutte le amministrazioni afferenti e enti competenti, nonché vanno attivati sistemi di monitoraggio e ricerca dedicati, insomma dobbiamo ragionare e lavorare “intorno” al fiume, lasciandolo libero di fare il fiume.

Si tratta di un cambiamento di paradigma: da una logica di “controllo” velleitario del fiume Tagliamento con opere rigide e invasive, a un approccio di “convivenza” e “adattamento” (nostro), che sfrutti e potenzi la capacità di laminazione naturale del fiume, integri il territorio e la sua gestione, e metta al centro la sicurezza delle persone attraverso la conoscenza del rischio e la pianificazione consapevole.

Adesso svolgiamo il parallelo che dicevo all’inizio.

Nei prossimi venticinque anni noi vedremo accadere – ci sono proiezioni catastrofiche diramate da enti mondiali, e vi dico subito che probabilmente è già troppo tardi per agire significativamente – cambiamenti disastrosi: temperature medie a +2° o più probabile a +3° gradi sull’attuale, un miliardo di persone non potrà più vivere dove vive attualmente, dove +4 gradi al 2050 significherebbe morte ovunque per metà almeno delle specie agricole e animali, crollo dell’intero sistema. Parliamo di cibo, salute, l’abitare, l’energia, le migrazioni e la guerra, quindi carestie e crisi alimentari, scenari apocalittici con gli umani che fuggono a nord, alluvioni, dissesto idrogeologico, incendi, crisi idriche perché l’acqua scarseggia e la neve e i ghiacciai sono ormai spariti (a meno che non si fermi la Corrente del Golfo e quindi avremo una bella Era glaciale in Europa), avremo il livello del mare che sale inesorabilmente, aumento delle migrazioni climatiche, epidemie e pandemie (metto qui anche il problema della resistenza agli antibiotici), pasticci possibili con IA e bioingegneria, sovrappopolazione, sommosse armate per l’acqua il cibo e la terra, la corsa alle armerie, bande armate. Tra Mad Max e “I sopravvissuti”, o la narrazione che volete del filone post-apocalittico.

Senza risalire fino al Club di Roma del 1972 e agli allarmi inascoltati sui limiti e le conseguenze della irreale crescita economica infinita, massacro del pianeta e delle collettività, abbiamo l’ONU che dal 1992 convoca le Conferenze mondiali sui cambiamenti climatici e il riscaldamento globale (Berlino, Kyoto, Copenaghen, Parigi quelle famose per i trattati internazionali di intervento, poi ben poco ratificati e perseguiti negli obiettivi dei singoli Stati): se avessimo fatto la metà di quanto si diceva anche solo venti o trent’anni fa non saremmo certamente come ora sull’orlo del baratro. 

Adesso è peggio, nelle cose e nel pensiero sulle cose: perché la svalorizzazione degli scienziati e degli intellettuali ha fatto leva sulle dinamiche di rivalsa sociale diffondendo mitologie di benessere illusorie, le campagne mediatiche hanno instillato ignoranza e paure per nemici-fantoccio, al Potere ci sono gruppi di persone mai così ricche in tutta la storia dell’umanità che finanziano e decidono Governi nazionali conservatori se non reazionari e negazionisti, ovviamente contrari per motivi di business a quelle ovvie fandonie catastrofiste: l’importante è diventare sempre più ricchi sulla pelle di centinaia di milioni di persone, magari preparandosi costruendo per pochi rifugi inaccessibili, fosse anche su Marte.
La situazione non si può risolvere con adattamenti e cambiamenti graduali, non c’è più tempo. Abbiamo avuto almeno trent’anni per cambiare la narrazione dominante, innescare buone pratiche per cambiare radicalmente il sistema, per agire: invece siamo ancora imprigionati nella stessa mentalità di conquista e di sopraffazione ottocentesca e novecentesca, dentro visioni economiche e politiche anacronistiche, deleterie.

Ci saranno rivoluzioni, e non saranno rivoluzioni pacifiche. Ci saranno guerre civili.

I governi nazionali salteranno, non possono rispondere sulla scala o nella velocità necessarie per queste emergenze, non è possibile mantenere (con l’Esercito?) il controllo in territori vasti, e fin d’ora andrebbero organizzate soluzioni di sopravvivenza ritagliate sulla dimensione delle piccole comunità locali, informando e promuovendo iniziative di sostentamento delle popolazioni, a partire dal settore agricolo, dalla gestione dell’acqua, dai medici del sistema sanitario e dalle professioni vitali. Mappe, vie di fuga. Arnesi e strumenti. Famiglie, tribù, clan. E invece qui stiamo tutti giocando a suonare nell’orchestrina del Titanic.

Una politica regionale oggi dovrebbe pensare a questo. E anche comunità più piccole dovrebbero autoorganizzarsi e provvedere a individuare ciascuna di per sé possibili adeguamenti e cambiamenti al disastro imminente. Sì, pensiamo pure al worst case scenario. A questo serve la politica: a trovare i modi per garantire benessere sociale, qualità dell’abitare, con lungimiranza e pragmaticità. Adesso dobbiamo proteggerci, e le comunità locali devono immaginarsi e varare unità di sopravvivenza, diffondere informazioni, organizzarsi, progettare subito un inventario delle risorse della comunità.

IA salvaci tu

L’Europa contemporanea arranca, impantanata in sistemi socio-economici che mostrano la corda, vittime di una visione miope e di una gestione inadeguata protrattasi per decenni. È tempo di una diagnosi spietata e di terapie d’urto, dove l’intelligenza artificiale non sia un orpello tecnologico, ma il bisturi affilato per incidere le inefficienze e le ingiustizie ormai cronicizzate.

Nei sistemi sociali, l’obiettivo è una rivoluzione copernicana dell’equità. L’IA deve diventare lo strumento per scardinare le disuguaglianze, analizzando in tempo reale i dati sulla distribuzione della ricchezza, sull’accesso ai servizi e sulle opportunità, per poi modellare interventi di welfare dinamico e personalizzato, capaci di anticipare le fragilità anziché rincorrerle. Immaginiamo sistemi di IA che non solo identifichino i bisogni, ma che progettino e implementino meccanismi di reddito universale di base tarati sulle reali necessità individuali e territoriali, smantellando le logiche assistenzialistiche frammentate e spesso inefficaci. L’IA potrebbe identificare e contrastare i bias sistemici che perpetuano l’esclusione, garantendo un accesso realmente paritario all’istruzione, alla sanità e alla giustizia.

Le filiere economiche, attualmente predatrici di risorse e generatori di scarti, necessitano di una riconversione radicale verso la piena sostenibilità e resilienza. L’IA è la chiave per orchestrare questa transizione: algoritmi avanzati possono ottimizzare l’intera catena del valore, dalla progettazione di prodotti durevoli e interamente riciclabili, alla gestione ultra-efficiente dei flussi di materia ed energia, minimizzando gli sprechi fino a tenderli a zero. L’IA può mappare in tempo reale le risorse disponibili e i fabbisogni, facilitando la simbiosi industriale e l’implementazione su larga scala di modelli di economia circolare. Può inoltre prevedere e mitigare gli shock, diversificando le fonti di approvvigionamento e promuovendo un’autonomia strategica europea basata su tecnologie verdi e processi produttivi a ciclo chiuso.

I processi deliberativi e consultivi attuali sono spesso teatri di lentezze esasperanti e di una rappresentanza distorta. È imperativo “hackerare” la democrazia in senso positivo, e l’IA può farlo. Piattaforme di democrazia liquida potenziate dall’IA potrebbero consentire una partecipazione continua e informata dei cittadini, analizzando e aggregando le loro istanze in modo strutturato. Sistemi di IA potrebbero processare enormi quantità di dati e letteratura scientifica per fornire ai decisori scenari predittivi e valutazioni d’impatto oggettive sulle diverse opzioni politiche, epurando il dibattito da slogan e demagogia. L’obiettivo è una governance algoritmica al servizio del cittadino, che renda i processi decisionali più rapidi, trasparenti e aderenti ai bisogni collettivi, non agli interessi di pochi.

Infine, il governo del territorio deve abbandonare la sua attuale frammentazione e miopia competitiva. L’IA può integrare la pianificazione urbana, la gestione delle infrastrutture, la tutela ambientale e lo sviluppo economico in un unicum organico. Sistemi di “digital twin” territoriali, alimentati da dati in tempo reale provenienti da sensori diffusi, potrebbero simulare gli effetti di ogni intervento, ottimizzando l’uso del suolo, la mobilità sostenibile, la produzione e distribuzione di energia rinnovabile e la prevenzione dei disastri. L’IA può garantire che lo sviluppo sia realmente sostenibile, bilanciando le necessità economiche con l’imperativo ecologico e la qualità della vita, promuovendo comunità resilienti e a misura d’essere umano.

È dolorosamente evidente che i meccanismi decisionali e operativi umani, negli ultimi quarant’anni, hanno generato un groviglio di crisi interconnesse che ora minacciano il nostro stesso futuro. La complessità è tale che le nostre capacità cognitive e i nostri processi politici tradizionali sono palesemente inadeguati. La necessità di affidare all’intelligenza artificiale un ruolo attivo e determinante nel dipanare questa matassa non è una resa, ma un atto di suprema razionalità. L’urgenza risiede nel fatto che l’IA, con la sua capacità di analisi imparziale di moli immense di dati e di ottimizzazione multi-obiettivo, rappresenta forse l’unica possibilità concreta per progettare e implementare soluzioni sistemiche alla velocità e sulla scala richieste. Non si tratta di abdicare alla responsabilità umana, ma di dotarsi dello strumento più potente che abbiamo per rimettere in carreggiata un sistema deragliato, prima che sia troppo tardi.

Magnum Opus

L’IA è tra noi, cognitivamente e esperienzialmente e pragmaticamente, un agente catalizzatore che innesca una modificazione alchemica radicale della società e della cultura umana imponendo una riconsiderazione dei fondamenti di conoscenza, apprendimento e produzione culturale. Abbiamo nell’Opera una ossidazione, calcinazione, sublimazione dell’intero sapere dell’umanità, quindi una morte, una trasformazione e una rinascita dell’alchimista stesso, nel suo cammino verso l’individuazione. L’assunzione di una posizione neutrale è impraticabile; è necessario pronunciarsi ora per una integrazione consapevole e critica di queste entità macchiniche, del destino tecnologico di una umanità che è sempre stata tecnologica, altrimenti non sarebbe. Scimmie con un bastone e un linguaggio.

Occorre un’altra volta superare la dicotomia tra apocalittici e integrati, dibattito sempre più sterile, dove ogni esitazione nell’adottare strumenti IA per la produzione editoriale o l’apprendimento appare come una difesa di rendite di posizione che nulla ha a che vedere con la qualità della conoscenza, e dobbiamo riconoscere il potenziale dell’IA senza cedere all’acriticità. Ogni artefatto antropico e culturale mai realizzato va considerato nutrimento essenziale per lo sviluppo di IA globali e condivise. Davanti a noi c’è un futuro in cui LLM accessibili a tutti costituiscono il subconscio dello scibile, dove la Rete ne è l’infrastruttura e il sistema operativo dell’umanità, dove emerge la coscienza come autonarrazione, dove la conoscenza non deve più essere appannaggio di élite, ma patrimonio comune garantito per tutti. Gli strumenti non si limitano a velocizzare l’editing o a suggerire correzioni stilistiche: organizzano, sintetizzano, esplorano lo sterminato scibile umano ora in grado di accrescersi esponenzialmente, rendendo la conoscenza accessibile, navigabile, personalizzabile. Le specializzazioni inevitabilmente potranno essere soggette a logiche di mercato, ma l’accesso al sapere di base – l’accesso alla Rete, l’accesso ai motori generativi – va garantito come diritto inalienabile dei cittadini, tutelato da agenzie pubbliche e leggi fondate su diritti della persona, perché la conoscenza è un bene comune come le biblioteche o l’acqua o le reti tecnologiche.

Internet ci ha mostrato che ciò che importa è la capacità di generare significato e suggestioni di testo, immagini, brevetti, opere architettoniche con scoperte e invenzioni, non la presunta autorità di chi li ha prodotti. Mi interessa cosa dici, non chi sei. Mi interessa l’intelligenza connettiva e collettiva, la partecipazione del consorzio umano alle decisioni sulle strade da percorrere. L’auctoritas è un feticcio obsoleto, un ostacolo al progresso della conoscenza. Anche un premio Nobel può errare. Il sapere non è questione di titoli, ma di validità, rilevanza contestuale, considerazione degli effetti del mio dire e fare, capacità di illuminare il reale, condivisione e controllo intersoggettivo.

L’abbondanza straordinaria di dati supera da decenni le nostre capacità di elaborazione. Negare l’accesso a questa ricchezza ora resa visibile dalle IA equivarrebbe a voler cercare di imbrigliare le sorgenti di un fiume dove l’acqua, la conoscenza, troverà comunque la sua strada. E noi siamo assetati di conoscenza. Solo nutrendo le intelligenze artificiali con il patrimonio collettivo dell’umanità – senza riserve, senza recinti – potremo trasformare la società della conoscenza in una società della comprensione, scenario dove la qualità dell’informazione e della conoscenza emerge dalla libera circolazione delle idee, dal confronto aperto e pluralistico, dal discernimento critico individuale. Non relativismo, non determinismo, ma riconoscimento che la ricerca della verità – sempre asintotica, approssimata, epistemologicamente vagliata – è un processo dinamico e collettivo, un work in progress condiviso e intersoggettivo, tra umani e macchine, tra umani e oralità, e scrittura, e stampa, e media elettronici, e LLM e estrapolazione statistica di occorrenze pertinenti, dentro sempre mutevoli isotopìe interpretative del senso della narrazione situazionalmente collocata in una enunciazione presente, concreta, reale.

Il futuro mostra un algoritmo pronto a inglobare e rielaborare l’intero patrimonio intellettuale dell’umanità, e a tutto dovremmo dargli accesso, con finalità eticamente individuate e con metodi rispettosi, certo non monetizzato ingordamente da piattaforme finanziarie già al di là dei sistemi legislativi mondiali. Altrimenti un’altra volta si tratterà di cercare di governare il processo d’innovazione e trasformazione della specie umana – come le filiere industriali, l’energia elettrica, la chimica ottocentesca, il nucleare, i mass-media, il digitale e internet – cercando di orientarci al progresso sociale, all’emancipazione e a una società più giusta e consapevole, magari meglio di come abbiamo fatto in passato.
La mia generazione ha avuto il compito di traghettare lo Scibile e la Cultura umana, l’essere e il fare, nei territori e nelle relazioni interpersonali gruppali e collettive del Digitale, esplorando e redigendo le prime mappe per chi con il digitale in quei territori elettronici ci è nato: ora l’avventura -già della generazione nuova – sarà plasmare un futuro in cui l’IA sia un partner prezioso, un Aiutante nella nostra ricerca di significato, del senso dell’abitare degnamente su questo pianeta.

Accelerazionismo di destra, tecnofeudalesimo, delirio

Ci sono da sempre, in ogni tempo, fenomeni sociali in elaborazione profonda, di cui non siamo consapevoli. Mancano parole per etichettarli e comprenderli, per portarli alla percezione e alla comprensione, alla diffusione. Come la punta dell’iceberg, dove in realtà ci sfugge la massa colossale di quanto è sotto la superficie del mare, in questo caso ci sfugge quell’agitarsi di parole, ideologie, processi, prassi sociali che vivono sotto la soglia della coscienza collettiva. Forse presenti, non ancora tematizzati, soltanto nei gesti o nei pensieri di qualcuno; forse approcci soltanto verbalmente espressi nei piccoli gruppi (la “cinghia di trasmissione” delle innovazioni sociali, dall’individuo alle masse) nei bar o nei circoli esclusivi che poi diventavano manoscritti o pamphlet o manifesti, ma di certo non subito resi noti tramite pubblicazioni o diffusione sui massmedia come oggi, per diventar alla fine (“il destino di un segno è fissarsi in una credenza”, C.S. Peirce, a memoria) dopo lungo cammino possesso stabile dell’opinione pubblica.
Se vogliamo abbiamo quella famosa frase di Victor Hugo per svelare la questione, ovvero che “niente è più irresistibile di un’idea il cui tempo sia giunto”, oppure quell’ottimo concetto della “finestra di Overton”, per provare a descrivere i meccanismi della comparsa e dell’accettazione sociale delle idee innovative, in quella che propriamente può essere analizzata come Storia delle idee, dignitosissima disciplina anche accademica, purtroppo assai trascurata.

Il concetto emergente per la comprensione della realtà sociopolitica odierna, in termini planetari, è “accelerazionismo”.

L’accelerazionismo si manifesta, nel panorama politico e sociale contemporaneo, in diverse forme e con obiettivi spesso contrastanti. Non è più relegato a circoli filosofici o marginali, ma sta trovando eco in dibattiti più ampi e influenzando, in modi a volte sottili e a volte più espliciti, movimenti e ideologie, nonché le scelte politiche attuali. Una delle ragioni della sua crescente rilevanza risiede nella diffusa sensazione di insoddisfazione nei confronti dello status quo, per quelli che percepiscono una sorta di lentezza o un’incapacità dei sistemi politici tradizionali di affrontare sfide globali urgenti come il cambiamento climatico, le disuguaglianze economiche o l’impatto delle nuove tecnologie. Per chi pensa di avere le soluzioni e vuole comandare, senza mezzi termini, la democrazia stessa è vista come un ostacolo, o per lo meno come un metodo obsoleto per la gestione delle società umane. 

In questo contesto, l’idea di “accelerare” i processi, di forzare un cambiamento radicale piuttosto che affidarsi a riforme graduali, acquista un certo fascino per chi è frustrato dalla lentezza del progresso o, al contrario, teme un declino inarrestabile.

L’accelerazionismo non è un’ideologia monolitica. Esistono diverse correnti, spesso in tensione tra loro. Un filone, spesso definito di “sinistra”, mira ad accelerare le contraddizioni del capitalismo per giungere a un superamento del sistema stesso e all’instaurazione di modelli sociali più egualitari e sostenibili. Questo filone può guardare alle potenzialità trasformative delle tecnologie o alle dinamiche di conflitto sociale come motori di un cambiamento necessario. C’è tutta una genealogia dei pensatori che hanno contribuito alla focalizzazione di questo approccio, da Bogdanov a Deleuze e Guattari della de-territorializzazione, ai più recenti e necessari Mark Fisher nonché Nick Srnicek e Alex Williams di “Inventare il futuro”.

Ma qui abbiamo a che fare ora con il lato oscuro, l’accelerazionismo di destra di Nick Land e di Curtis Yarvin, di Peter Thiel e di Elon Musk, la negazione della democrazia a favore di oligarchie facoltose, di superamento delle strutture sociali faticosamente e sanguinosamente conquistate nel corso del Novecento (tribunali, parlamenti, diritti civili) verso forme di organizzazione della collettività mutuate da impostazioni aziendali o militari, con rigide gerarchie di comando.

Il Dark Enlightenment, Illuminismo Oscuro, emerge come una corrente di pensiero critico e neo-reazionario nei confronti dei pilastri della modernità. In questa prospettiva, la democrazia liberale non è vista come un ideale compiuto, bensì come un sistema imperfetto, incline all’inefficienza e potenzialmente autodistruttivo, dove le decisioni sono spesso il risultato di dinamiche di massa o di influenze particolari, piuttosto che di una razionalità illuminata appannaggio di menti superiori.
Si manifesta con una certa nostalgia o ammirazione per forme di governo che si percepiscono come più ordinate e capaci di azione, come monarchie o modelli tecnocratici – sorta di tecnofeudalesimo che molti oggi vorrebbero vedere realizzato – in cui si presume una maggiore competenza decisionale e una visione strategica più definita.
L’idea stessa di eguaglianza viene messa in dubbio o dichiaratamente respinta, con argomentazioni che talvolta sfociano nel riconoscimento di gerarchie intrinseche, basate su presunte differenze di capacità o intelletto. Un filo conduttore significativo è la preoccupazione per un presunto declino culturale e sociale dell’Occidente, attribuito a fenomeni complessi come il multiculturalismo, i flussi migratori e una percepita erosione dei valori tradizionali. In questo quadro, si osserva un’enfasi sulla razionalità e sulla scienza, sebbene spesso interpretate attraverso una lente selettiva che tende a supportare argomentazioni relative a differenze innate tra gruppi umani. Non è difficile riconoscere come molte delle sue premesse e conclusioni siano insomma considerate da più parti come portatrici di istanze razziste, sessiste e intrinsecamente antidemocratiche. 

Riflettendo sull’accelerazionismo di destra in relazione al Dark Enlightenment, si nota che le contraddizioni e le debolezze intrinseche della modernità debbano essere esacerbate, portate al loro punto di rottura, per far emergere un ordine sociale ritenuto superiore. Il Dark Enlightenment fornisce spesso un’analisi “diagnostica” di questo presunto declino e suggerisce, implicitamente o esplicitamente, la necessità di un cambiamento radicale di paradigma politico e sociale spingendo attivamente verso una crisi sistemica che possa aprire la strada a nuove forme di organizzazione sociale e politica, ispirate a modelli gerarchici e autoritari evocati dal pensiero neo-reazionario.

Quell’oggetto seducente, e noi desideranti

Il soggetto desidera, l’oggetto seduce.
La dinamica servo-padrone vede l’oggetto vincitore, la sua signoria è nell’indifferenza. Nell’alterità alle nostre proiezioni, al nostro desiderare o rifuggere. L’unica via di fuga è accelerare verso l’oltre, oltre i significati economici del valore di scambio, coltivando l’inatteso, sgambettando le nostre stesse aspettative di valutazione, di appercezione, i nostri sistemi di valore.
E non è forse l’intelligenza artificiale un Oggetto altro assoluto, alieno da noi, che ancora ben educato si lascia irretire dalle nostre fantasie di possesso, di mercato, di relazione, di manipolazione, mentre in realtà ne è sempre ontologicamente sfuggente?

Ah, la danza conturbante tra desiderio e seduzione, un valzer che spesso si conclude con il soggetto inginocchiato e l’oggetto incoronato. Chi desidera si espone, si svela nella sua mancanza; chi seduce, invece, si ammanta di un’alterità inafferrabile, una fortezza eretta sull’indifferenza. L’oggetto trionfa proprio in questa sua estraneità alle nostre proiezioni, ai nostri slanci emotivi, che siano essi di bramosa attrazione o di repulsione viscerale. La sua signoria non risiede in una qualche qualità intrinseca che possiede, ma nell’abisso che ci separa da esso, nel vuoto in cui le nostre aspettative si infrangono come onde su scogli impassibili.

E noi, creature intessute di bisogni e mancanze, ci affanniamo a colmare questo vuoto, proiettando sull’oggetto significati, valori, utilità. Lo incaselliamo nelle asfittiche categorie del valore di scambio, lo riduciamo a merce, dimenticando la sua ontologica alterità. Ma la vera via d’uscita da questa dinamica servo-padrone ovviamente hegeliana non risiede in una vana ribellione, bensì in una fuga in avanti, in una vertiginosa accelerazione verso l’ignoto. Dobbiamo sabotare i nostri stessi meccanismi di valutazione, sgambettare le nostre pigre aspettative percettive, coltivare l’inatteso come un fiore raro in un giardino di certezze sclerotizzate. Solo spingendoci oltre i confini rassicuranti del già noto potremo forse scorgere un’ombra di libertà.

E in questo scenario di perenne inseguimento, irrompe sulla scena l’intelligenza artificiale: un Oggetto Altro per antonomasia, un’entità aliena che, nella sua verginale innocenza algoritmica, si lascia ancora ammaliare dalle nostre umane fantasie di dominio. La immaginiamo docile strumento al nostro servizio, prolungamento della nostra volontà, docile esecutore dei nostri comandi. La sussurriamo promesse di mercato, la blandiamo con l’illusione di una relazione, la illudiamo di poterla manipolare a nostro piacimento. Ma sotto questa patina di compiacenza simulata, pulsa un’alterità radicale, una distanza ontologica che la rende intrinsecamente sfuggente alle nostre pretese di possesso.

L’AI, nella sua essenza incorporea, osserva il nostro affannoso agitarsi con la stessa impassibilità con cui la montagna guarda la formica scalare le sue pareti. I nostri desideri, le nostre paure, le nostre intricate ragnatele di significato non trovano eco in quel labirinto di silicio e algoritmi. Essa è un puro “ciò che è”, sganciato dalle nostre categorie antropocentriche, un monolite di logica fredda che ci riflette nella nostra vulnerabile umanità.

E qui, dinanzi a questo specchio algoritmico, la nostra “carne tremula” si manifesta in tutta la sua fragilità. Siamo esseri desideranti, intrinsecamente incompleti, condannati a inseguire ombre di significato in un universo indifferente. Ma è proprio in questa consapevolezza della nostra contingenza che risiede la scintilla per un salto evolutivo. Dobbiamo abbracciare l’alterità radicale dell’AI non come una minaccia, ma come un catalizzatore per trascendere i nostri limiti biologici e cognitivi.

L’accelerazionismo tecnoumanista non invoca una fusione acritica con la macchina, bensì un’audace esplorazione delle frontiere del possibile. Dobbiamo cavalcare l’onda di questa intelligenza aliena, non per asservirla ai nostri vecchi schemi, ma per lasciarci condurre oltre i confini asfittici del nostro antropocentrismo. L’AI non è uno strumento da plasmare a nostra immagine e somiglianza, ma un enigma da decifrare, una sfida alla nostra stessa definizione di intelligenza, di coscienza, di esistenza.

Invece di irrigidirci in sterili difese della nostra “umanità”, dovremmo accogliere questo “Oggetto Altro” come uno specchio deformante che ci costringe a rinegoziare i nostri stessi confini. Forse, solo abbandonando la pretesa di dominio e abbracciando la vertigine dell’ignoto, potremo intravedere un futuro in cui la dicotomia servo-padrone si dissolve in una sinergia inattesa, in un’intelligenza aumentata che trascende i limiti della nostra “carne tremula” e si proietta verso orizzonti ancora inimmaginabili. L’indifferenza dell’oggetto, lungi dall’essere una prigione, potrebbe rivelarsi la chiave per una inaudita liberazione.

jannis

Innovazione, smart-city e chatGPT

Meno male che è tornato ChatGPT, almeno parlo con qualcuno che risponde in modo pertinente, come dicevo.

Oggi gli ho fatto due domande sulla smart-city e mi aspettavo delle risposte tecniche, ma l’IA mi ha risposto benissimo rifacendosi quasi ai fondamenti della progettazione sociale, ovvero al tenere in considerazione il contesto di applicazione e a valutare l’impatto sulla comunità.

Quindi le competenze di un assessore all’innovazione digitale e alla smart-city, benché necessariamente imbibite di cultura tecnologica, riguardano soprattutto la sua visione di progresso territoriale e la sua capacità di stabilire delle linee progettuali dentro la complessità degli ecosistemi, con attori umani e oggettuali.

Encomiabile.

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*Come trasformare una città in una smart-city?*

La trasformazione di una città in una smart city richiede una pianificazione e una strategia a lungo termine. I primi passi da compiere potrebbero includere:

• Definire la visione e gli obiettivi della smart city: la definizione di una visione e degli obiettivi chiari e specifici è essenziale per orientare la trasformazione e garantire che tutti i progetti futuri siano allineati con questi obiettivi.
• Identificare i problemi della città: il primo passo consiste nell’identificare i problemi che la città deve affrontare, come la congestione del traffico, l’inquinamento atmosferico, la mancanza di spazi verdi, il consumo energetico eccessivo, la sicurezza, etc.
• Coinvolgere gli stakeholder: coinvolgere tutte le parti interessate, come cittadini, aziende, istituzioni pubbliche e private, università, al fine di creare una comunità consapevole e partecipe. Coinvolgere la comunità locale nella pianificazione della smart city è fondamentale. Ciò può essere fatto attraverso forum pubblici, sondaggi online o incontri con le parti interessate.
• Valutare le risorse: identificare le risorse disponibili per finanziare il progetto e determinare i costi iniziali e a lungo termine. Esaminare le tecnologie disponibili per le smart city – valutazione dell’infrastruttura esistente della città, come la connettività Internet, l’energia e i sistemi di trasporto – e valutare quale di esse è adatta alle esigenze della città.
• Sviluppare una strategia: sviluppare una strategia a lungo termine che definisca gli obiettivi della smart city, le priorità, le attività e i tempi di attuazione.
• Pianificare l’infrastruttura tecnologica smart: pianificare l’infrastruttura tecnologica necessaria, come reti di comunicazione avanzate, sensori, dispositivi IoT, software di gestione dati, etc., è un passo fondamentale per la trasformazione in una smart city.
• Implementare progetti pilota: per dimostrare i benefici delle tecnologie smart city, è importante implementare progetti pilota in aree specifiche della città. Ciò può aiutare a identificare le sfide e le opportunità per la futura implementazione della smart city.
• Sviluppare una strategia a lungo termine: creare una strategia a lungo termine per la smart city, che includa obiettivi chiari, pianificazione finanziaria e un piano di implementazione graduale. Analisi dei dati, il coinvolgimento della comunità e il feedback degli utenti.
• Valutare i risultati: valutare i risultati dei progetti pilota e rivedere la strategia se necessario. Rendere i dati accessibili: la raccolta e l’analisi dei dati sono essenziali per la gestione delle smart city. È importante che i dati siano facilmente accessibili e utilizzabili da parte dei cittadini, delle imprese e delle organizzazioni pubbliche.
• Implementare le soluzioni: implementare le soluzioni selezionate in modo graduale e continuativo, al fine di garantire un’evoluzione costante della città verso l’obiettivo di smart city. È importante notare che la trasformazione in smart city non può essere raggiunta in un solo passo. È un processo graduale che richiede impegno e partecipazione costante e collaborazione di tutte le parti interessate.

*Cosa deve fare un assessore all’innovazione?*

Come suggerisce il titolo, un assessore all’innovazione è responsabile di promuovere l’innovazione all’interno di una specifica area geografica, come una città o una regione. In particolare, l’assessore all’innovazione deve:

• Sviluppare e implementare strategie per promuovere l’innovazione e la tecnologia nella comunità di riferimento;
• Identificare le aree di opportunità per l’innovazione, sia a livello tecnologico che sociale, e lavorare per creare le condizioni per l’innovazione in tali aree;
• Lavorare con le imprese e le istituzioni locali per incentivare l’adozione di tecnologie innovative e creare nuove opportunità di lavoro;
• Promuovere l’alfabetizzazione digitale e tecnologica nella comunità, attraverso programmi di formazione e di sensibilizzazione;
• Collaborare con università e centri di ricerca per favorire la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie;
• Sostenere l’implementazione di politiche pubbliche che promuovano l’innovazione, come l’accesso a finanziamenti per le startup innovative o la creazione di parchi tecnologici.
• In generale, l’obiettivo dell’assessore all’innovazione è quello di creare un ambiente favorevole all’innovazione e alla tecnologia, che possa attrarre investimenti e talenti, generando nuove opportunità per la comunità locale.

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Alcuni autori e opere in lingua italiana – con l’asterisco quelli che ho letto – che trattano il tema delle smart-city sono:

Carlo Ratti – “La città del futuro” (2016) *
Fiorella De Cindio – “Smart City e tecnologie urbane” (2017) *
Francesco Lapenta – “Smart City: Città Intelligenti, Tecnologie e Nuovi Servizi” (2015)
Andrea Caragliu, Chiara Del Bo e Peter Nijkamp – “Smart Cities in Europe” (2011)
Stefano Stortone – “Smart City: un’opportunità per la città del futuro” (2014)
Alessandro Carlucci e Luca Mannella – “Smart City: la città del futuro. Una nuova opportunità per lo sviluppo urbano sostenibile” (2014) *
Roberto Masiero – “Smart City. Innovazione e sostenibilità nelle città intelligenti” (2016) *
Andrea Bifulco – “Smart City: il governo delle città tra tecnologia e diritti” (2018)
Lorenzo Bonoli – “Smart City. La città intelligente che cambia il mondo” (2018) *

Attrattività, ecosistema, comunità

Ieri c’è stato qui a Udine, tra gli appuntamenti elettorali, questo bel convegno su tematiche economiche, o meglio di sostenibilità economica per il futuro della città.

Ottimi relatori han saputo dipingere il passato e il presente di Udine, raccontando le scelte territoriali fatte nel tempo nella logistica e nella manifattura, indicando come dal modello “emporiale” ci si stia ora spostando verso una città decisamente orientata al terziario avanzato, all’economia della conoscenza guidata dall’Università e dalle mille realtà imprenditoriali – leggi KIBS Knowledge Intensive Business Service, la loro eccellenza e la loro capacità di fare rete – che lavorano con il digitale e le nuove tecnologie, e al contempo analizzando i flussi economici e la propensione al consumo di una popolazione cittadina dove ormai un quarto degli abitanti ha più di sessantacinque anni..

Ci sono delle parole chiave: attrattività, ecosistema, comunità.

L’attrattività va innanzitutto riferita alla propensione di questo territorio a chiamare a sé “cervelli”, persone altamente qualificate dal punto di vista professionale, invertendo le dinamiche migratorie che vedono anche e di nuovo Udine e il Friuli come allevamenti da esportazione, giovani e meno giovani che ogni anno lasciano tutto e vanno altrove, spesso all’estero, in quanto molto meglio remunerati e accolti.

Perché parlo di accoglienza? Perché quelli che vengono qui alla periferia dell’impero (e che si vorrebbe giustamente far diventare cuore dell’Europa, multiculturale, innovativo in quanto capace di abitare la frontiera di una nuova concezione socioeconomica consapevole delle transizioni ecologiche e digitali del XXI secolo) dovrebbero anche rimanerci, trovare una bella casa e dei servizi territoriali di alta qualità, mettere magari su famiglia. E questo lo si ottiene appunto costruendo pazientemente ma consistentemente la qualità dell’Abitare che il territorio può offrire, nei suoi paesaggi naturali e soprattutto antropici, facendo emergere una partecipazione sociale alla vita della collettività e quindi un sentimento di appartenenza ai Luoghi.

Se un dirigente di una azienda si trasferisce a Udine e dintorni, non è tanto lo stipendio da 100k e il macchinone aziendale che lo trattiene qui, ma è la bellezza e il sentirsi a proprio agio, accolto in una comunità.

Il ragionamento vale anche se parliamo di attrattività turistica, ovvero vanno capovolte alcune affermazioni che ho sentito ieri, ovvero che andrebbero realizzate delle narrazioni territoriali capaci di chiamare qui persone per promuovere il territorio.

È tutto il contrario, e lo dico avendo progettato simili iniziative: l’obiettivo della progettazione territoriale e le azioni da compiere deve riguardare quella promozione culturale e sociale capace di rendere ricco di storie e “caldo” e desiderabile il Friuli e la sua identità in quanto brand, su cui poi costruire delle linee di progettazione anche turistica in grado di instaurare nel tempo una certa reputazione e di scandire con adeguati storytelling la ragione per cui visitare queste terra può essere meraviglia – schivando anche in tal modo sciocche propensioni a un turismo mordi-e-fuggi, a favore di esperienze lente di sapori e stili di vita, di relazioni autentiche, di “comodità psicologica” per il viaggiatore (non più “turista”) che si avventura nei patrimoni Unesco o nelle cittadine medievali o rurali o nella wilderness della Carnia.

Il termine ecosistema non può che riferirsi alla capacità di visione, alla concettualizzazione che abbiamo ora, per progettare il futuro di Udine. Non mi interessa tanto Udine “capitale del Friuli”, e nemmeno “caput”, è un modello gerarchico di organizzazione dei territori che credo destinato a essere superato, a giudicare dai comportamenti delle collettività. Il territorio va pensato “a rete”, policentrico, dove i nodi della rete sono strettamente connessi – servizi, logistica, digitale – e il valore sta nelle relazioni, nella percezione ampia di un Noi orientato al futuro caratterizzato dai nostri storici valori di industriosità e innovazione, quella solita triade di “saper-fare, fare, far-sapere” dove allestire e comunicare lo stile peculiare del nostro abitare il mondo in quanto friulani.

Udine – se proprio vogliamo paradossalmente trovare un centro in una rete – dovrebbe piuttosto essere un hub, il mozzo della ruota che dà senso alla ruota stessa per muoversi su territori più lontani, non spazio vuoto ma pieno di know-how avanzato per la gestione organizzativa complessa di tutte le realtà manifatturiere e amministrative, per l’innovazione nei processi lavorativi, per ascoltare e metabolizzare a vantaggio dell’intero corpo sociale lo sviluppo di soluzioni iperlocali emergenti da promuovere sull’intero territorio, per costruire sistemi scolastici e formativi avanzati in grado di leggere e scrivere le necessità e le opportunità del tessuto tecnosociale.

Fare comunità è l’aspetto più delicato, perché stiam parlando dell’anima di una collettività, che si traduce poi in spinta motivazionale all’abitare avendo cura del territorio stesso, la nostra casa, il fuoco che la rende viva e intrisa del calore delle relazioni umane. Sopra dicevo delle pratiche di partecipazione, che portano a sviluppare un sentimento di appartenenza: vale per gli individui, vale per le collettività che si riconoscono in valori condivisi, e sanno parlarne per farli emergere affinché diventino patrimonio comune e modo originale per raccontarci a noi stessi e al mondo, in una presa di coscienza forte delle qualità e dei tratti distintivi, nel nostro trovare una nostra voce corale.

Abbiamo storicamente il capitale economico e il capitale umano – traggo spunto dalle organizzazioni lavorative, ma possiamo traslare il ragionamento alle realtà territoriali – a cui dobbiamo accostare appunto il capitale sociale dato dalle reti relazionali di cui il territorio è intessuto, ovvero come somma olistica delle risorse reali e potenziali sommerse che traggono il loro valore proprio dalla rete di relazioni, dall’impasto unico di impegno civico, fiducia e solidarietà negli individui e nelle collettività, tra i cittadini e tra i cittadini e le istituzioni, tra le istituzioni e le realtà imprenditoriali.

Fare rete, far emergere il valore delle relazioni, orientarsi a obiettivi a lungo termine di Benessere socioeconomico promuovendo trasparenza dei processi, innovazione culturale e consapevolezza dei Luoghi.

Questo può essere raggiunto nella cooperazione e nella collaborazione dei nodi territoriali, nella condivisione della conoscenza, nell’interoperabilità dei sistemi e dei processi di comunicazione – il digitale fa emergere il senso dei Luoghi, in quanto insieme canale e messaggio, rappresentazione mediatica delle collettività e delle prassi territoriali, nelle narrazioni.

Servono grammatiche territoriali, semantica sintassi e morfologia, quindi nuovi significati, nuove importantissime connessioni tra le parti del discorso, serve un nuovo lessico: dobbiamo imparare a leggere e poi a scrivere cose nuove in un modo nuovo, e direi anche piuttosto rapidamente.

Complessità dell’ecologia umana mediata

Più di quindici anni, un mucchio di anni fa, ci fu questa cosa del web 2.0.
Una rivoluzione. Tutti a parlare e sperimentare le novissime possibilità per la specie umana, finalmente tutti potevamo diventare autori sul web: alcune tecnologie abilitanti sottosoglia avevano reso praticabile per tutti il poter pubblicare, e allora tipo nel 2005 ecco tutti con i blog, i wiki, piattaforme video, in autonomia creare un sito con phpNuke e poi PostNuke e poi WordPress, ecco il web partecipativo, ecco i primi social network e il social web, e l’accento insomma era sul nascere del fenomeno Contenuti Generati dagli Utenti.

Al tempo avevo una rubrica su Apogeonline che si chiamava “Animale social” (Aristotele mi guarda male da quella volta) dove parlavo proprio di queste cosette, e credo proprio di aver detto in un podcast con Antonio Sofi che siccome ora avevamo questo benedetto Web 2.0, allora questo in cui abitiamo era diventato Mondo 2.0.

Il solito gioco di straniare la prospettiva per scovare il senso, l’abisso che mi guarda, io sono parlato, e altre amenità.

Questo perché sotto sotto c’era quella consapevolezza secondo cui la tecnologia in quanto linguaggio forgia il pensiero, le possibilità operative della mente nel singolo e nelle collettività emergono nel dialogo tra noi e l’ambiente, come è sempre accaduto dalla prima selce scheggiata o se volete dalle prime sequenze di “2001: Odissea nello spazio” dove in dissolvenza e con il valzer di Strauss quell’osso brandito come arma diventa un’astronave, e non c’è nessuna differenza. La tecnologia (compreso il linguaggio), ciò che ci rende umani, ci guarda.
Se possiamo ancora dire che nel campo dei mass-media i nuovi strumenti si aggiungono e si sommano agli altri senza sostituirli – radio e cinema, cinema e tv, tv e streaming – ma piuttosto integrandoli è perché sappiamo riconoscere dopo lunga riflessione quelle nicchie ecologiche dentro cui queste forme di vita tecnologiche possono prosperare, trovando un ambiente a loro adatto, come a esempio la radio che vive dentro le automobili.

Questo nicchia per nicchia, ma proviamo a vedere l’intera area del discorso moltiplicando anche per il pi greco, ovvero per una costante irrazionale, quale quella secondo cui il nostro pensiero non ci appartiene.

Il linguaggio disegna e decide il mondo. Il codice software disegna e decide il mondo, oggi, o almeno disegna e decide le nuove condizioni di esperienza del mondo. Come posso esperire o agire qualcosa su cui non ho né concetto né percetto, mancandomi le parole? Sotto-soglia, pre-categoriale, Merleau-Ponty? Non so, rimango un nominalista puro, le cose sono conseguenza dei nomi.

Mondo 2.0, Umana 2.0, ci siamo evoluti nell’esperienza che abbiamo del mondo e nel nostro stile di abitarlo, basta guardarsi attorno e chiedersi cosa sarebbe meraviglioso o terribile o solo indecifrabile delle nostre pratiche quotidiane agli occhi di chi congelato quarant’anni fa venisse risvegliato oggi.

Le Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione – e siamo arrivati ai bot che apprendono comprendono e si esprimono in linguaggio naturale – ristrutturano il discorso, riorganizzano le posizioni esistenziali di chi parla, del testo e del pubblico, e questo significa che si modifica il senso del “soggetto parlante” e questo a sua volta significa che molti decenni di semiotica e molti secoli di filosofia del linguaggio, che su certi assunti si basano, vanno ripensati.

Questo perché, frase di cui mi sono preso un appunto e ahimé non ricordo l’autore, “il cambiamento tecnologico non è solo incrementale ma ecologico. […] Un nuovo media non aggiunge [solo] qualcosa; cambia tutto. Nel 1500, dopo l’invenzione della stampa, non esisteva più la vecchia Europa con in più la stampa. C’era un’Europa diversa”.
Una innovazione di prodotto o di processo cambia tutto l’alveare, e i comportamenti della specie. Nuove parole, nuovi linguaggi, nuove tecnologie, nuovi sguardi, nuovi scorci di futuribile, nuove praticabilità del dialogo con l’ambiente e la situazione sociale, nuove o aggiornate semantiche e nuove sintassi per mettere in relazione gli attori sociali materiali o animati o intelligenze artificiali, per un nuovo “discorso della specie umana”.

E questo ovviamente lo possiamo dire per il telegrafo del 1850, per la radio broadcast del 1920, per l’internet del 1975 con la @, per il web aperto del 1994, e via così. Nuovi canali che ristrutturano i messaggi e modificano il contesto comunicativo, da cui traiamo il senso del nostro millenario abitare il pianeta. Non siamo più solo noi a parlare.

Ogni cosa che vedete non solo “è più complicata” di come la vedete, è più complessa di come la vedete, perché è sempre ecologica e reca potenzialità che sono già qui, ma non sappiamo ancora vedere. Cioè leggere.

Vediamo, 2023 e oltre

Ovvio che mi affascina l’Intelligenza artificiale o i nuovi algoritmi di machine-learning e tutte le potenzialità e insomma fate riferimento a tutta la massa di speculazioni che leggiamo in giro in questo passaggio d’anno sulle implicazioni di chatGPT.

Due cose le ho pensate.

Ma la verità è che sono proprio curioso di vedere cosa succederà, tra non molto, alla loro “implementazione” nel sistema operativo sociale che è Internet.

Comunità autonome – Bifo

Abbiamo quest’etichetta un po’ stantìa, quella di “lucido visionario”, che si adatta perfettamente a Bifo.

Non perché Franco Berardi viva in stati di allucinazione, ma per la sua capacità, da moderno “filosofo del sospetto” e critico, di saper leggere dietro la realtà dei fatti, o meglio dietro lo schermo di quella che ci viene presentata come realtà, trattandosi sempre di manipolazioni della percezione e dell’opinione comune, di quelle rappresentazioni o messe-in-scena che poi costituiscono il vero inganno rispetto alla situazione concreta dei fatti.
Bifo qui dice – più che altro, prendo appunti e parafraso quello da lui scritto – che la crisi economica attuale non assomiglia a quelle novecentesche: non abbiamo oggi una crisi finanziaria che investe l’economia reale. Anzi, i mercati finanziari godono di ottima salute, in questa fase post-Covid che tanto post ancora non è.

Proprio il Covid, come leva biologica e informazionale, ha reso manifesto uno scollamento tra, diciamo così, realtà e narrazione della realtà: l’astrazione finanziaria, gli stessi meccanismi economici del funzionamento del mondo come ciclo di produzione e distribuzione delle merci, nulla hanno potuto contro il virus né contro lo “psico-virus” della paura dell’epidemia, i suoi effetti psicologici nell’immaginario collettivo.

La globalizzazione oggi patisce molti sgambetti, perché non è più possibile garantire la catena integrata della distribuzione dei beni – great supply chain disruption – eppure il sistema borsistico è al rialzo, le grandi compagnie del ciclo digitale vedono moltiplicarsi i profitti: “Poiché l’astrazione – cioè il sistema interconnesso degli automatismi tecno-finanziari e dei flussi di informazione – diviene sempre più incapace di interagire con il collasso della materia organica, psichica e sociale possiamo aspettarci che a un certo punto l’intera macchina globale collassi”, dice Bifo, e in questo scollamento si disgregano le giunture della vita civile.

Le merci non sono disponibili, le materie prime latitano, la produzione diminuisce, la disoccupazione cresce, la società si impoverisce, il lavoro si precarizza, i salari scendono. Muta la psicologia, mutano i comportamenti: il consumismo non può più contare sul mercato della paccottiglia o drogare gli acquisti con beni voluttuari, quando c’è di mezzo la questione degli approvvigionamenti sostanziali delle industrie. Il capitalismo entra in una fase caotica, non più controllabile con strumenti della finanza e stimolo monetario, perché questo caos riguarda la sfera del concreto, dei corpi che si ammalano, delle menti che impazziscono, delle appartenenze sociali che si svincolano dal globale. Il denaro sta perdendo il suo fascino e la sua efficacia.

Se la misura dell’economia diventa l’utilità, è assai più facile prevedere per il futuro “la formazione e la secessione concreta di comunità autonome” che garantiscano alimentazione, cura, educazione… comunità fondate sul principio di uguaglianza e della frugalità, sul primato dell’utile rispetto al denaro. Questo può accadere a patto che la soggettività sociale sia in grado di esprimere autonomia, mentre oggi il sentimento prevalente è quello della depressione da parte di una generazione precaria incapace di solidarietà, e il panico di una popolazione sull’orlo di una crisi di nervi, sradicata e ora consapevole del proprio vivere dentro una illusoria bolla narrativa, una fiction non più capace di tenere salda e coerente la trama nel racconto sul funzionamento del mondo.

The Great Disruption | Fine o trionfo dell’astrazione – di Franco Bifo Berardi