La Grande Bellezza | www.jannis.it Udine

“La Grande Bellezza” è un’impronta

La grande bellezza

“La grande bellezza” è blablabla.
“La grande bellezza” non è la Grande Bellezza. È chiacchiera che ottunde e confonde. In quanto rappresentazione è sintomo: in particolare è impronta, indica ciò che non appare e non c’è, segno d’assenza.

Tutto quello di cui il film parla non può essere narrato, se non in quelle configurazioni discorsive di superficie affettivamente connotate dei primi piani, o suggerito negli scorci architettonici codificati di Roma, oppure delineato dai richiami estetici espliciti sapendo che la luce e il colore sono il primo attore di qualsiasi rappresentazione, oppure ancora schivato come la rabbia di una bambina che mette in scena la propria rabbia.

Come il protagonista vuol essere re della mondanità per avere il potere di far fallire le feste, così il film allestisce al massimo grado la scena della costruzione della bellezza, per poter da sé sabotare non la bellezza, ma il discorso della Bellezza, inattingibile questo quanto quella ineffabile.

Consapevole di essere trucco, metalinguaggio, messinscena di una rappresentazione senza cui non vi può essere narrazione, “La grande bellezza” è umile.

Sapendo di dover puntare sulla seduzione della Bellezza, sul mistero, fa leva sul nostro voler-sapere schivando scientemente il pericolo di un dover-sapere, ovvero di una provocazione come modalità di manipolazione del lettore. Altrimenti fallirebbe, negherebbe il proprio negarsi al mostrare.

Il film resta guitto e allude, altro non può fare per chiamarci a giocare con lui.
Fermandosi sulla soglia della promessa, dell’apertura al mondo, nella notte illuminata ritmicamente da un faro di assoluto essere qui e ora.

La narrazione filmica come la socialità mondana verbalizzata dai protagonisti tiene compagnia e bonariamente ci prende un po’ in giro, e qui non mi interessano i richiami sociologici all’extratestuale della decadenza. Quel che mi piace è che il film sappia di non essere Bellezza e provi italianamente a illuderci.

La Bellezza è altrove, come forse ciò che non può essere detto e deve restar silente, e il film è il dito che indica la Luna. Non di lui devo parlare, non mi ha stupito, non mi ha educato, non mi ha divertito, non mi serve, ma in fondo l’arte non serve nessuno e nessuna cosa. L’arte è futile. E in questo “La grande bellezza” riesce a essere animato di leggerezza.

(Originariamente scritto su Facebook, qualche mese fa)

Aggiornare la (propria idea di) collettività, per giornalisti

Ero a Cortina per partecipare alle giornate di aggiornamento professionale per giornalisti, da quest’anno (!) obbligatorie, chiamato dall’Ordine dei Giornalisti del Veneto tramite Carlo Felice Dalla Pasqua. Io e Sergio Maistrello, io per parlare di qualcosa vicino al civic journalism, lui di fact-checking.

Beh, a me interessava sottolineare quanto la percezione stessa che un giornalista ha del suo lavoro, del suo metodo, della sua ricaduta sulla collettività dipenda proprio dalla percezione che della collettività questo giornalista possiede. Una rappresentazione mentale, un Lettore (collettivo) Modello, a cui pensa e si rivolge mentre progetta e costruisce e distribuisce il suo pezzetto di informazione, magari fornendo approfondimenti e collegamenti.

Perché, vecchia tiritera, il messaggio assume senso nel momento in cui cade in un contesto preciso, qui e ora. Una circostanza di enunciazione, sissignori. E di quel testo si può analizzare il cotesto – pensiamo all’impaginazione a flusso di moderne forme di cronaca – comprendendo quanto la giustapposizione o la vicinanza di un articolo a un altro di tutt’altra specie determini l’interpretazione che ne daremo. Pensate a Twitter, pensate alla bacheca di Facebook.

Ma c’è di mezzo l’idea di collettività, appunto. Iperlocale o su scala nazionale, la dimensione e le dinamiche abitano nella testa del giornalista. Che magari pensa ai suoi lettori come audience, o come gentiluomini ottocenteschi che sfogliano il giornale mentre sorseggiano una bibita in giardino, quando invece è ben chiaro quanto la fruizione delle news sia radicalmente cambiata, nei ritmi, nei luoghi dove essa avviene, nei dispositivi su cui viaggia, per non parlare del fatto che proprio uscendo dall’idea di audience sia necessario provare a concepire i lettori come partecipativi, prosumer, commentanti e distribuenti, e altre cose così. Ovvio, cambia tutto. E civic journalism, lo dicono quelli bravi, significa in prima battuta proprio questo, modificare la percezione della collettività da cui un giornalista trae e verso cui rimanda l’informazione più o meno elaborata, riposizionando la propria professionalità in direzione di una responsabilità nei confronti della comunità. Fornendo strumenti per capire meglio le cose che avvengono, promuovendo il pubblico dibattito, affiancando i cittadini nelle scelte riguardanti la vita pubblica.

The art and form of storytelling

The Future is Now: 5 Things pushing the art and form of storytelling

See on Scoop.itNarrazioni di ogni genere

giorgiojannis‘s insight:

Ho bisogno di un eroe. Di un lupo, di un drago, di una babayaga, di una sanzione, di una manipolazione patemica, di un valore. E allora parleremo bene di narrazione, che non sia soltanto uno spammare un po’ articolato e multimediale.

See on www.sundance.org

Critica della democrazia digitale, con Fabio Chiusi

reblogLa democrazia è una tecnologia. Un artefatto concettuale, che poi diventa metodo e prassi. Strumento di civiltà che la collettività sceglie da sé, per sé stessa. Qualcosa che abbiamo inventato progettato e cerchiamo di applicare, su cui possiamo intervenire per migliorarla. Un modo storico per garantire una maggiore qualità dell’Abitare, seguendo certi valori che riteniamo prioritari. Nel tempo, cambiano i valori, cambiano i modi. Oggi si parla di democrazia digitale. E forse la narrazione di queste nuove forme di partecipazione e rappresentatività e decisionalità merita uno sguardo capace di discernere, una critica.

Per Vicino/lontano e Friuli Future Forum domani alle 18.00 alla Libreria Tarantola a Udine chiedo a Fabio Chiusi di raccontare ombre e luci di una innovazione tecnosociale che riguarda tutti noi.

vicinolontano.it/eventi/critica-della-democrazia-digitale/

Ibridazioni narrative

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Narrazioni prevedibili. È sempre accaduto, siamo lì e ci annoiamo. Ma la fiducia è sempre ben riposta, per questa spinta che possediamo a nominare le cose e a raccontarle. Il poeta è proprio lì come avanguardia della specie, e mica trova solo cose nuove da dire, trova parole nuove per dire cose vecchie, o parole nuove per dire cose nuove che in lui son nate per una sensibilità a rilevare in modo nuovo cose vecchie, e nascono nuovi contenuti che magari lui riuscirà a mettere in forma. Ma a me questo interessa, la narrazione delle forme narrative. La nascita dei generi, a esempio, e lì i protopoeti di cui sopra sempre quelle strade praticano, per spezzare i linguaggi: quel contenitore di storie che può essere un sonetto, una canzone, un panegirico, un’ode, un’invettiva, una tragedia, una commedia, una farsa, un cinque atti, un intermezzo musicale, un videoclip, un format televisivo qualsiasi, viene stiracchiato spezzato specularizzato serializzato estraniato nelle sue componenti figurative o attoriali, e da questa crosta di linguaggio sedimentario fuoriesce magma nuovo che sempre ribolle sotto, nuove urgenze espressive, parole nuove che con facilità permetteranno ai poeti e poi a noi tutti di individuare nuovi modi per raccontare le cose, e auspicabilmente anche cose nuove da raccontare, perché i sentimenti umani e gli atti cognitivi trovano nuovi stampi dove riversarsi e prendere forma. Dove prima c’era il silente che non poteva essere detto, ora c’è l’espressione vagamente intuita, uno spiraglio della porta che permette di sbirciare al di là, un possibile che diventa essere, un Es che diventa Io.
E se i ritmi dei media classici sono lenti, le parodie o i camuffamenti letterari o comunque le nascite di nuove forme prendono il tempo dei decenni, o dei secoli. Passano tre o quattro secoli dal romanzo cavalleresco a Ariosto o a Don Chisciotte di Cervantes impazzito dalle troppe letture, e la sensibilità dei tempi fa compiere ai poeti giganteschi mashup e vulcaniche rotture di paradigma narrativo, portando alla luce riflessioni che mai avrebbero potuto prima emergere, proprio perché da quelle ormai classiche nutrite.
Ma la TV ci ha messo poco tempo per inventare le parodie o per far nascere Blob, ancor meno ci metterà il web a stufarsi dei format attuali, che nelle forme dei social in 140 caratteri o del grande stabilimento d’umanità privato e commerciale – Facebook – sono ancora pesantemente novecenteschi. Già s’intravedono le prime incrinature, zigzaganti crepe interrompono la superficie dei luoghi di narrazione contemporanei, incapaci di incanalare forze espressive sotterranee che faticano a trovar contenitori adeguati. Twitter è vecchio, prevedibile, prevedibili sono le sue narrazioni e i suoi schemi d’interazione, i commentarii esplodono dando vita a nuovi generi letterari come accadde per i manoscritti chiosati medievali, nascono ibridazioni come già accadde per serial o sitcom televisive dove da un episodio nasce uno spin-off autonomo, le generazioni vivono ciascuna un Eterno Settembre e giudicheranno male i nuovi arrivati niubbi e menefreghisti rispetto alle regole di una grammatica che i fondatori ritengono sacrosanta e invece come tutte le grammatiche di una lingua viva non può far altro che evolversi, magari nascerà un ornitorinco con le zampe e il becco d’anatra che fa le uova e poi allatta i cuccioli, ci sono social network (tipo in Cina, toh) che mischiano pesantemente skype e twitter e facebook e soprattutto ospitano nativamente profili e narrazioni e interazioni commerciali, e di sicuro il mainstream delle forme narrative della contemporaneità supererà rapidamente questa segmentazione a comparti stagni e ad account proprietari, perché con il cellulare always on io voglio essere dappertutto sempre e non saltare di qua e di là in luoghi senza più confini, dove i confini dentro una Rete non hanno più decisamente senso.

Aporia e metodo

aporia

Squisitamente gangherologico il ragionamento, dall’aporia al metodo. Quel meraviglioso darsi di una porta laddove non pensavo ce ne fossero, laddove non ve n’era alcuna, almeno nel “lessico aspro”.

José Ortega y Gasset, “Idee per una storia della filosofia” – Sansoni 1983

Salutami Solstizio

La riflessione poi è questa: stiamo fabbricando ricordi con modalità nuove. Stratigrafie, e sovvengono visioni di ere geologiche, il depositarsi di sabbie e miriadi di gusci di vita che creano roccia, sotto la pressione, nel tempo.

Però ci sono i ricordi legati allo sguardo, al gesto, poi alla parola emotivamente significante, poi quelli dei testi scritti e lasciati lì a decantare mondi.
Poi ancora, negli ultimi quindici anni, ci sono i ricordi delle cose che ho letto in Rete, le discussioni a cui ho partecipato, e questi a loro volta come le parole e i libri hanno un modo tutto loro di depositarsi nella memoria e costruire strati orientati, si collegano tra loro e con le altre tracce in modo del tutto nuovo, reticoli, intrusioni, affioramenti, mescolamenti.

Senonché, credo anni fa di aver usato un servizio web che prometteva di mandarmi una mail tra un certo numero di anni. Cioè, credo essermi mandato una mail nel futuro. Idea che mi affascina.
Mi viene in mente quando leggo il giornale, e cerco di guardare l’ora in un angolo della pagina, come fosse uno schermo. Parlavo con una persona, e stasera le dicevo “vedrai che tra dieci anni taldeitali verrà a dirti questa cosa qui che ti ho appena detto” e mi è venuto subito in mente che avrei voluto mandarle una mail a questa amica, in quel momento, con data di consegna 1° settembre 2023, che dicesse paro paro quanto le avevo appena raccontato.
Perché c’è poco da fare, a me piace pensare al futuro, anche quando la vita mi costringe a.

Brancolare, bricolare

Una volta scrivevo di getto qui, caro blog, ora c’è Facebook, come saprai.
L’argomento è sempre quello di molti anni fa, le politiche e le pratiche dell’introduzione delle TIC in classe, in seguito al fatto che l’attuale Ministra ha deciso di rinviare sine die l’introduzione dei testi scolastici elettronici a scuola, ed è chiara a tutti la pressione esercitata dagli editori tradizionali, ed è chiara a tutti la miopia della Ministra.
Qui tutta la discussione, questo il mio commento vagabondo alla tematica della sperimentazione in classe.

Abbiamo attraversato questa discussione così tante volte, su bacheche su forum sui commenti di un blog qua o là su piattaforme e-learning sui social forse in mondi 3D, abbiamo spesso avuto posizioni discordanti, che ormai è chiaro a tutti che siamo qui tutti al di là del contenuto. Parliamo come vecchi amici al bar, io sono il più giovane dal basso dei miei quarantasei anni, capirai, siamo incorreggibili. Non cambieremo idea. Quindi posso continuare. Sperimentare è fare per fare, sì. Non è approccio scientifico, non formulo ipotesi da falsificare, gioco piuttosto con le cose, bricolare. Se il bambino sta fermo non mescolerà mai giallo e blu, il verde non nascerà come attività manipolatoria. Aggiungo brancolare al bricolare, guarda, per indicare proprio quell’esplorare (non è cieco: ci vede benissimo, ma è buio) della nella materia, degli incastri, delle procedure. Noi abbiamo imparato il computer (non so cosa vuol dire) sperimentando, senza manuali d’istruzione. I bambini uguale. La scuola vuole il manuale. Non vuol farsi carico di una quota di autoapprendimento, tentativi ed errori, avere il coraggio di sbagliare così la prossima volta sbaglia meglio, imparando. E parlo della scuola, eh, dell’organizzazione lavorativa con la sua storia, perché il problema qui va risolto a livello di bosco, non di alberi. Io non formo insegnanti, io formo cittadini. Poi quei professionisti della formazione sapranno con la loro intelligenza e visione piegare gli strumenti e i punti di vista che io offro loro. E a sua volta la scuola è un albero in un bosco chiamato società, attore sociale ratificato incaricato come un Eroe di portare a termine la sua missione di inculturazione, a fornir cittadini armoniosi alla maggior età, che io vorrei peraltro critici e consapevoli, potenti e autonomi. Questo anche per uscire dalla visione strumentale delle TIC, che ogni tanto fa capolino in noi. Perché tutta la scuola vive in un mondo profondamente mutato, tutte le pratiche scolastiche vivono dentro una scuola chiamata come organizzazione PA a mutare, le pratiche didattiche a loro volta non possono non tenere in considerazione i nuovi modi di abitare il pianeta, dal punto di vista del reperimento informazioni e narrazioni alle nuove grammatiche dell’espressione di sé permesse dalle TIC. Con la carenza di digitale di cui parli tu forse riesci ancora a fare bene alcune cose didattiche, ma non fai buona scuola. Il digitale non è l’Aiutante della Storia di quell’Eroe qui sopra, è contesto e circostanza dell’enunciazione, è linguaggio dentro cui i personaggi vivono, abitano. Introdurre dispositivi a scuola non è sperimentazione didattica, attenzione, è semplicemente allestire una scena naturalisticamente ispirata alla realtà, dove come sappiamo il docente deve essere semplicemente un regista dei flussi narrativi in entrata e in uscita nel gruppo classe, accorto e lungimirante, indipendentemente dalla fonte di provenienza dei flussi, esseri umani o depositi di conoscenza su ogni tipo di supporto disponibile. E i supporti oggi non sono più soltanto i libri, per tornare a noi. Sperimentazione avviene nel provare a piegare gli strumenti, senza sapere bene come. Come una maestra che usa Powerpoint per fare un cartone animato, piegando lo strumento a qualcosa per cui non era stato progettato, magari senza rendersene conto. Ai bambini non insegni powerpoint, insegni a fare un reportage sulla centrale idroelettrica. E *mentre* fanno il reportage, imparano powerpoint. * Mentre* la maestra progetta la didattica di scienze umane, utilizza gli strumenti. *Mentre* la scuola organizza la propria vita, impara le tecnologie disponibili per migliorare la propria efficienza come macchina organizzativa, e la propria efficacia nel provvedere a insegnanti e discenti il miglior AMBIENTE orientato all’apprendimento, e questo ambiente in tutti i secoli credo si sia pensato potesse essere migliore quanto più nutrito di dispositivi per supporto memoria, esplorazione del mondo, espressione di sé, pratiche d’insegnamento coinvolgenti e stimolanti. Le TIC vanno messe lì, come vedi, per mille motivi. Ma soprattutto perché vanno abitate, per poter dire di abitare il mondo. Messe subito nelle classi e negli uffici, forse brancolando, così la scuola asssomiglia al mondo vero.

Scolpire gli eventi

Come insegnano i film, i giornalisti americani ovvero da decenni tutti i giornalisti del mondo hanno ben presente lo schema delle 5W, con cui descrivere subito all’inizio del pezzo attori contesto e circostanze dell’evento da narrare (che quindi diventa notizia, avendo superato il vaglio della notiziabilità), in quella che viene detta piramide inversa, dal punto di vista dell’esposizione dei contenuti.


WHO, WHAT, WHEN, WHERE, WHY.


Ma trovo su Wikipedia indicazioni secondo cui la retorica classica aveva già organizzato in modo simile i luoghi narrativi essenziali al racconto di un evento: 
i filosofi e retori dell’antichità hanno indagato approfonditamente la possibilità di esplorare un tema di discussione attraverso una griglia di domande fisse e standardizzate. Il retore Ermagora di Temno, secondo quanto riferisce lo pseudo-Agostino nel De Rhetorica [1], definì sette «circostanze» quali tòpoi di un tema: 
Quis, quid, quando, ubi, cur, quem ad modum, quibus adminiculis

Poi Cicerone, Quintiliano, Vittorino, Giulio Vittore, Boezio che “applicò le sette circostanze all’oratoria e ne fece elementi fondamentali per l’arte dell’accusa e della difesa”: Quis, quid, cur, quomodo, ubi, quando, quibus auxiliis. Sempre di loci argumentorum stiamo parlando. Quelli poi ripresi anche dalla Chiesa nell’approntare direi il protocollo dell’indagine confessionale, in un Concilio del 1215, quella formula che poi sarebbe rimasta immutata per secoli Quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando.

Da Tommaso d’Aquino ci viene uno schema perfetto anche per il giornalismo odierno nella costruzione di una corretta informazione, nella suddivisione in otto elementi fondamentali che sono però ora capaci anche di individuare le circostanze dell’evento da narrare, oltre a soggetto e oggetto. Si giunge quindi a formulazioni in grado di connotare gli eventi, determinandone il senso univoco come cronaca.

Latino Italiano 5 W
1. QUIS «Chi» “Who”
2. QUID «Cosa» “What”
3. QUANDO «Quando» “When”
4. UBI «Dove» “Where”
5. CUR «Perché» “Why”
6. QUANTUM «Quanto» assente
7. QUOMODO «In che modo» assente
8. QUIBUS AUXILIIS «Con quali mezzi» assente

Un abitare dislocato ovvero quanta grammatica

Dentro la casella mail i messaggi li metto unread, affibbio etichette, li segno importanti, metto una stellina, li organizzo per categorie. Quanta grammatica. Articolare sistemi di significazione, per meglio organizzare i processi di comunicazione.
Potrebbero anche stare un po’ fermi con le manine, eh, quelli di Google.
Hanno tolto Reader, rifatto le mappe, Google+ spamma, la mail è rivoluzionata. E noi dietro.
Ma non è cosa che puoi progettare in un gruppo di dieci venti cento persone. Assomiglia a quella cosa dell’automobile che puoi avere in tutti i colori che vuoi, purché nero. Mentre oggi potremmo adattarlo alle persone, il design e i criteri di usabilità, perché posso innanzitutto misurare molte cose prima di progettare l’interfaccia, e a me piacerebbe molto sapere come miliardi di persone gestiscono la mail, ritmo organizzazione funzionalità e cosette. E poi perché posso fare seriamente crowdsourcing, crowdhearing, altre cosette per realizzare prodotti che mi calzano come un guanto.
Ovvero, la stessa cosa: sono sempre in mezzo alla gente, abito nelle conversazioni, tutta la filiera dell’RFID (toh, un hardware) va dall’ideazione alla progettazione allo sviluppo alla promozione early alla diffusione e feedback costante, quindi.
Però se passo a ragionare macro, non posso trascurare l’ecologia della Internes. Nicchie, certo. Perché a un certo punto accade che il prodotto che ha avuto successo aggiunge una feature, e quello delle foto fa i videi, e quel sito diventa social, e si insegue lo share più del like perché noi siamo per l’engagement, mentre a me piace andare in giro per baretti diversi e diverse piazze o cittadine, girando in Vespa, e dedicare ciascun a cosa a una funzione, a un oggetto culturale da produrre e distribuire, a una comunità rete di persone. Nel digitale non ho bisogno di sottostare alla dura legge degli atomi e della incompenetrabilità dei corpi che mi costringe a fondere telefono e macchina fotografica perché mi scoccia avere in tasca due cose anziché una. Nel web ce n’è di spazio “anatomico” – senza atomi e attento alla forma e struttura, posso fare un negozio tutto per collari di cani asiatici e un altro dedicato agli antiparassitari antipulci, che mica devono stare insieme perché entrambi parlano di cani.
Se voglio geotaggarmi, scelgo tra i molti software/app/ambienti quello che mi piace di più, che rispecchia il mio stile, che posso personalizzare secondo il mio stile dell’abitare, che si rivolge a una certa community su cui coltivo un certo mio tono. Poi chiacchiero da un’altra parte o molte altre, traggo informazioni da molti aggregatori o curation tool, guardo foto qua e là, il video è ovunque, posso embeddare ovunque quando spammo, strumenti che mi facilitano la scelta di percorsi multipli (questa cosa la metto qua, questa la metto là) senza ricorrere al facile stratagemma di costringermi a vivere in un posto solo. Sempre Novecento.Anzi, ancor prima, assomiglia ancora all’artigiano preindustriale che doveva avere tutti i suoi arnesi sgorbia pinza e provetta sul tavolo di lavoro (sì, il desktop dei sistemi operativi), e poi alla fabbrica che tira a sé i binari del treno, il traliccio dell’energia, i percorsi di distribuzione e smaltimento, tutto centralizzato. Ebbasta. Pensate dislocato.

Siamo dentro una Rete, sapete? Una roba sempre esistita, ma oggi elettronica. La via più breve non è quella dritta, la vostra mail passa per Parigi prima di arrivare in Comune, è un sistema stupidissimo e efficientissimo, dentro un’altra logica di funzionamento della distribuzione dell’informazione, roba immateriale.
E qui dentro le città hanno infinite piazze e negozi sempre aperti, e fa proprio bene alla salute fare delle passeggiate, ogni giorno.

Come restare sempre indietro un giro

Aggiungo solo una cosa: la frase finale “la priorità è una sola: fibra più WiFi” è sacrosanta. Poi le lavagne possono essere realizzate con sistemi artigianali vd. Wiiboard o simili, al costo di 100€ anziché 2000, e vanno promosse iniziative ministeriali per l’acquisto da parte di insegnanti e studenti di ebook reader (diciamo 50€) e di tablet (diciamo 150€). Poi vanno promossi i testi scolastici in formato ebook, fatti bene, non vendendo pdf.
E prima di tutto questo servirebbe una formazione agli insegnanti in grado di renderli banalmente Cittadini digitali, e conseguentemente insegnanti moderni.

Anni fa al Cefriel montammo una delle prime lavagne interattive arrivate in Italia. Dopo qualche anno la sostituimmo con uno schermo LED. Non so più nemmeno dove l’abbiamo messa. Sono anni che non la usiamo più.
Una mia amica fa l’insegnante elementare. Mi dice che nei prossimi giorni le daranno una di queste lavagne. In aula non ha WiFi né una connessione fissa. Hanno alcuni PC connessi in rete solo in una stanza della scuola. Però danno loro la lavagna.
Ricordo quando oltre dieci anni fa assistetti ad una riunione con l’allora ministro dell’istruzione Berlinguer che voleva a tutti i costi dare la connessione ad Internet “ai miei insegnanti”. Lo disse con il cuore. E ricordo la penosa risposta di uno dei capitani della nostra industria ICT che ne sapeva meno del ministro e che proponeva come soluzione delle ciofeche inusabili.
Passano gli anni, nulla cambia. Siamo sempre un giro indietro. E lo siamo perché ciò che determina le nostre azioni come paese è un misto di incompetenza, malafede, stupidità e insipienza.
L’ho scritto varie volte e ripetuto anche a Francesco Caio nei giorni scorsi. Per la scuola la priorità è una sola: fibra più WiFi. Dopo parliamo del resto.

21 giugno

Alle porte dell’estate sento sotto la soglia della coscienza il cambiamento agirmi ancora una volta, sento i gangheri che cigolano, guardo le chiavi fin qui guadagnate guardo la chiave di volta dell’arco della mia vita. E queste linee del destino, mio carattere, che convergono qui e abbraccio con il cuore, nuova vita, dal buio alla luce. All’alba, mi trovo a vagare per stradine di campagna, respiro piano, osservo le parti e il tutto, sorrido. So dove andare.

Hard times are a-changing

Una volta per scrivere qualcosa su web dovevi caricare in FTP delle paginette scritte in html, poi sono arrivate le piattaforme blog.
Una volta per fare spam dovevi tirare a manina i feed di qua e di là, facendo spesso il giro dell’oca, poi sono arrivate le piattaforme di content curation.
Una volta tre mesi fa per fare una campagna tipo politica su web dovevi smazzarti i social e fare le cosette per bene, ora c’è la cassetta degli attrezzi di Google http://www.google.com/ads/politicaltoolkit/
Per cortesia, bravissimi professionisti della comunicazione su social web, uscite però dalla logica della quantità http://www.europaquotidiano.it/2013/06/01/i-segreti-per-vincere-sul-territorio/

Bannare i banner

L’onestà è l’anima del commercio, perché la fiducia è l’anima del commercio, perché la reputazione è l’anima del commercio. La pubblicità è passaparola, nasce spontaneamente e si propaga naturalmente nelle comunità.

Si è rotta la scuola

«La nuova cultura», scrivevo qualche giorno fa  deve essere ancora codificata e distribuita dal centro (quello che la fa) alle periferie (quelle che devono imparare a viverci dentro)».
Il problema è che il centro, oggi, se vogliamo, non è più l’Istituzione o l’industria culturale, ma quello spazio indefinito in cui l’innovazione lavora a ritmo incessante per cambiare il modo in cui la nostra cultura sta funzionando.
E l’Istituzione, il sistema educativo che dovrebbe insegnarci anche la contemporaneità, non fa in tempo a sistematizzare e distribuire le nuove competenze di information literacyche oggi fanno parte dell’alfabetizzazione di base.
Io cito spesso un video famoso che in poche parole descrive benissimo la situazione: «stiamo formando studenti per lavori che ancora non esistono e che useranno tecnologie che non sono ancora state inventate». Brutale, ma efficace.
Negli Stati Uniti, però, nel mondo dell’istruzione stanno accadendo parecchie cose. Intorno ai MOOC (ne avevo scritto tempo fa sull’Espresso di carta) si sta sviluppando una discussione molto interessante.
Le conclusioni sono lontane, ma c’è abbastanza da leggere. «Il nostro sistema educativo», scrive Neeven Jain su Forbes, «magari non è rotto, ma sicuramente è diventato obsoleto». E propone un lungo ragionamento su cui vale la pena riflettere.
Poi c’è un altro pezzo interessante, di Paul Champion. Anche Paul frantuma il bersaglio su una riflessione più urgente e necessaria. «È sorprendente», scrive citando Daphne Koller, «come ancora stiamo insegnando agli studenti le cose nel modo che abbiamo usato negli ultimi 300 anni».
Leggi tu stesso e fatti un’idea: The End of Education As We Know It.
Io non ho un’opinione definitiva, ma posso metterci i miei due centesimi. Resto convinto che, su buona parte del cambiamento che stiamo vivendo, la responsabilità della comprensione torni sull’individuo. E non è facile.
Ma è ancora meno facile se pensiamo ai giovani e a come vengono formati. Difficilmente il sistema scolastico e universitario li formerà sulla cultura digitale e ancor più difficilmente li renderà competitivi nel mondo del lavoro del XXI secolo.
Il rischio è che alla fine si crei un forte dislivello tra una maggioranza mediamente disinformata e coloro che hanno una famiglia alfabetizzata (che sa quindi istruirli e dar loro la giusta mentalità) o che incontrano qualche insegnante illuminato.
C’è un problema profondo di design strutturale del sistema educativo in un mondo che è cambiato e continuerà a cambiare. Ma l’istruzione resta cruciale e probabilmente anche in Italia -guardando a ciò che accade negli USA- si dovrebbe provare ad alzare l’asticella del dibattito e, magari, ricominciare a investire sui giovani cambiando anche qualche paradigma.

Where the action is

Tutto è social. I social sono dentro le organizzazioni, e già dieci anni di storia di ambienti di apprendimento o di condivisione o di partecipazione civica ci insegnano che le cose non vanno avanti da sole, semplicemente. Come lo zucchero nel caffè, se lo mescoli riesci ad addolcire la bevanda prima che si raffreddi. Poi è meglio usare lo zucchero in polvere, piuttosto che buttare dentro la tazza una zolletta, questione di intimo contatto. Insomma, ragionare e lavorare sulla relazione. Dalla quale nasce poi una eventuale collaborazione, anche se in questo caso devo provocare una reazione, e quindi un catalizzatore come un enzima aiuterebbe, vedi i recenti ragionamenti su motivazione empowerment gamification e amenità simili.
Insomma, alla base c’è un atteggiamento, di quelli che si trovano nel calderone della socialità digitale, e da parte di quelli che per lavoro devono indurre partecipazione in questi contenitori di socialità ludica o professionale. Un atteggiamento che troppo spesso latita. Perché appunto si pensa che lo zucchero faccia tutto da solo, non serve mescolare: butti dieci o un milione di persone dentro un social, e si accende la scintilla da sola, forse è sufficiente mescolare un po’, come quando i community manager imparaticci fomentano delle ahimé provocazioni trollanti per muovere la conversazione. Si attende qualcosa, ma si aspetta invano, le curve di partecipazione parlano chiaro: fiammata iniziale, tre o quattro filoni thread che prendono piede, poi tutto si spegne. Su LinedIn, a esempio notavo come i gruppi vivono intensamente per poco tempo, poi la cosa che accade è che le persone – in particolare quelle più attive e parolaie, espressive, critiche, proponenti – migrano verso altri gruppi. Oppure nascono gruppi da singole conversazioni originarie, quello che chiamo scavare la nicchia.
1 – 9 – 90, ricordate? Qui wikipedia. E come fare per portare le persone a coinvolgersi, a partecipare? Non certo aspettandosi che accada qualcosa. Forse meglio sarebbe promuovere una interazione e una conseguente collaborazione tra i partecipanti basata sull’affrontare tematiche specifiche, delimitate. Occorre poi che un facilitatore con una visione più ampia o multidisciplinari riesca a approntare un piano generale di intervento, modulare, dove le singole iniziative e soluzioni raccolte in crowdsourcing possano amalgamarsi in un percorso strutturto e sensato. Se la comunità è orientata a un obiettivo, va stabilita una strategia. La comprensione delle singole tessere e del puzzle tutto dona motivazione ai partecipanti, le quali saranno attratte naturalmente a intervenire. Occorre un senso di comunità, occorre una organizzazione chiara, occorre una propedeuticità degli obiettivi da proporre nel tempo, assecondando lo sviluppo della community.