La velocità del cambiamento: aspettando la rivoluzione

Uso una metafora termodinamica: siamo tutti in un pentolone messo sul fuoco. Tutti e tutto: ogni entità socioculturale, come le banche o gli ospedali o l’idea di rappresentatività democratica o le scuole o l’industria dell’informazione o insomma tutto ciò che è struttura sociale si trova dentro un gran calderone, dove lentamente “si viene cucinando” il destino delle umane genti, che qualche cuoco, provando di tanto in tanto ad assaggiare la pietanza, chiama “progresso”.

Ma quel fuochista che si chiama Tecnologia (ah, Prometeo) ha alzato il potere calorico della fiamma, proprio come quando si è capito che per fare l’acciaio dentro le fornaci il fuoco di legna non era più sufficiente e serviva il carbone;  ovviamente nel nostro caso il fuoco sotto la pentola sociale è dato dalle maggiori possibilità espressive consentite a ciascuno di noi in quest’epoca di reti comunicative e di facilità di produzioni contenutistiche.
Ciascuno di noi ha oggi una potenza di fuoco mediatica paragonabile ad una major di Hollywood o a una televisione degli anni ’80, potendo produrre e distribuire flussi comunicativi multimediali su dimensione planetaria.
Tutto questo non può che incrementare i moti convettivi all’interno del pentolone, si accelera la cottura dello spezzatino, può aumentare pericolosamente la pressione se non viene predisposta un adeguata valvola di sfogo sul coperchio/istituzioni di controllo. E credo che panem et circenses, sessodrogarock’n’roll non siano più sufficienti a tener buona la gente facendola sfogare, né vecchi strumenti come censura e imposizioni topdown possano essere utilizzati dal Potere (ah, che bel gergo sessantottino) in quanto perfettamente inadeguati alle reti di comunicazione orizzontali dentro cui oggi costruiamo il senso degli accadimenti sociali.
Bisogna riprogettare l’intera pentola, RAPIDAMENTE, prima di arrivare all’anomia.
Oddio, magari questo metodo di moltiplicare gli specchi in cui la cultura narra sé stessa e si ri-conosce potrebbe essere proprio la soluzione scelta da Gaia per liberarsi da questa specie umana incapace di realizzarsi ecologicamente, e quindi indirizzarla verso l’autoestinzione, ma sorvoliamo.

Cambio metafora: passiamo al sistema idrologico.
La tecnologia delle comunicazioni è il vento sempre più forte che muove le nubi ed il pulviscolo atmosferico, piove sempre di più sulle montagne, e ogni goccia è uno dei nostri pensieri che precipita nei blog del pianeta, e tutta quest’acqua scende per i mille rivoli dei torrenti e diventano fiumi che allagano la pianura, dove si trovano le città. Gli alvei odierni, i massmedia e le istituzioni sociali di controllo, non sono fatti per sostenere una tale massa di opinioni liberamente espresse: si alza l’umidità, piove ancor di più, si giunge al disastro. Non è difficile, son cose che càpitano, ogni tot secoli. Si chiamano rivoluzioni: nuove esigenze, sorte dal basso, producono cambiamento sociale.
Ma questo cambiamento che ci aspetta inesorabile nei prossimi anni possiede una nuova qualità rispetto a quelli che si sono succeduti da Neolitico in qua: la velocità, il ritmo della narrazione.
Nel post di Svaroschi che linko, Chris Anderson dice che il cambiamento non avviene al ritmo della tecnologia, ma al ritmo delle generazioni.
Sbagliato. Perché il cambiamento non dipende dalle generazioni, ma dalle idee che circolano tra le generazioni e all’interno di ogni generazione. Ovvero l’osservazione è giusta se viviamo in tempi in cui la maturazione e la distribuzione di nuove idee avviene in parallelo con la crescita delle nuove generazioni (i tempi di diffusione delle idee su supporto cartaceo, per esempio, via cavalli e postiglioni), ma è sbagliata se riferita alle peculiarità di questa nostra epoca, dove la tecnologia incide massimamente proprio sulle possibilità comunicative e sulla circolazione delle opinioni.
Il problema è che occorrono forze notevoli per avviare una rivoluzione sociale, e storicamente quando è accaduto che certi giovani avessero in sé contemporaneamente idee nuove, energia e spinta al cambiamento, gli assetti sociali sono cambiati.
Ora invece viene richiesta una rivoluzione ad una generazione avanti con gli anni, che è già scesa a patti con l’esistente, dove pochi comprendono cosa sia Mondo 2.0.
Oppure si tenta di preconizzare una società planetaria liquida, dove cambiamenti strutturali macroscopici possano essere realizzati ogni pochi anni, quindi una forma delle collettività in grado di agire cambiamento più volte nel corso della stessa generazione.
Una ri-fondazione delle strutture sociali tutte non è ulteriormente procrastinabile, lo sappiamo.
Una società organizzata secondo strutture messe a punto tra il Seicento e L’Ottocento, come quella in cui ancora sostanzialmente viviamo, non può reggere il dilagare di nuove consapevolezze e istanze sociali, a cui urge dare risposta e manifestazione concreta nei modi stessi con cui regoliamo i comportamenti individuali e collettivi.

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