L’importanza di …

Fare le cose per bene, con quell’accento sullo stato del mondo ottimale in seguito all’azione svolta.
Meglio far le cose per bene, che farle al meglio, forse.

Ecco, quel “bene” non è un valore assoluto, dipende anch’esso dal contesto.
L’azione “fatta bene” è quella più adeguata al contesto. Prendete il galateo di Della Casa o di Lina Sotis, e noterete che spesso le regole dei cerimoniali non tendono a ottenere il miglior risultato possibile, ma il risultato migliore nella situazione sociale in cui l’azione si svolge… dove spesso infatti i rituali strutturati sono progettati per far sì che ciascuno abbia un ruolo sociale definito nella situazione e sappia cosa fare/dire, non per l’efficacia dell’azione. L’obiettivo situazionale è più rendere le situazioni fluide, rispetto all’efficacia perfetta. Tant’è che spesso il galateo complica le situazioni, ma tutti sono a loro agio se seguono l’etichetta. Prendere le forchette via via dall’esterno verso il piatto non può creare imbarazzo, è una cosa funzionale nella situazione. Se la regola non è funzionale fa saltare l’agio dei partecipanti, e quindi la regina margherita mangia il pollo con le dita, e tutti si sentono a proprio agio nella situazione sociale.
Alla base, certo la funzionalità, ma credo più importante sia l’adeguatezza sociale nella situazione. Perché la situazione può sostenere (spesso il cerimoniale prevede anche i rituali di riparazione) una funzionalità farraginosa, ma nessuna situazione sociale umana può sostenere l’imbarazzo di una persona, perché l’imbarazzo è di tutti gli altri che non sanno più come interagire con una persona che d’un tratto si trova “senza faccia” (Goffman, da qualche parte).

Ma fare un lavoro per bene nel mondo degli atomi, come riparare una sella di uno scooter (ecco che questo mio cuore a forma di Vespa comincia ad accelerare) significa fare un lavoro che appunto prenda come misura della propria qualità il proprio essere adeguato al contesto fisico del mondo. Quindi l’artigiano (dentro di lui si muovono generazioni di artigiani che da millenni dialogano con tessuti e aghi e fili, con la grammatica tecnologica donata da Atena) cercherà di realizzare un lavoro che resista all’usura di un jeans che per ore si strofina sulla sella. La sua competenza sta nel trovare i materiali e nel possedere informazioni sul comportamento fisico/chimico/meccanico, nel tempo, dei materiali, per adeguarli al contesto della relazione sella-sedere.

Ma fare un lavoro sul web non riguarda la materia. I pixel non si consumano a guardarli, i bit non arrivano stanchi per l’attrito.
Fare un lavoro per bene su web significa adeguarsi al contesto immateriale e perennemente in progress, il web è sempre beta-release. Quando dieci anni ho cominciato a rompere l’anima alle maestre con gli ipertesti e i power(colpoditosse)point, era importante far loro comprendere come l’opera potesse essere ripresa l’anno successivo, ed ampliata: questo contrasta con la mentalità editoriale dell’edizione definitiva. Non c’è più niente di definitivo. E non ci saranno più appendici e integrazioni alle opere, l’opera è in continuo farsi. E quindi fare bene un lavoro non vuol dire finirlo, e neanche farlo bene. Su web, per cominciare, significa farlo. Poi il vivere stesso autonomo di quell’opera (quel sito, quel documento pubblicato, quel post sul blog) conterrà gli strumenti del proprio miglioramento, auspicabilmente grazie agli apporti di tutti quelli che ci interagiscono.

Tutto questo per rispondere a Gino Tocchetti, che in un suo post dedicato alla cultura del lavoro artigianale riprende un suggerimento di Andrea Beggi che parlava proprio del suo incontro un vecchio meccanico di scooter, esempio vivente di un’etica del lavoro encomiabile, nello svolgere il suo compito “a regola d’arte”.

Ma credo che siano cambiate le regole dell’arte (ars, techne, Atena e Vulcano), qui, dentro il web. E appunto fare un lavoro “per bene” non significa finirlo -> chiuderlo al meglio, ma forse aprirlo al meglio. Non volere le cose perfette, mettersela via, pubblicare in bozza, scrivere di getto e fidarsi degli altri. Per i nevrotici sarà un delirio, la signorina Perfettini potrebbe dar di matto.
Eppure funziona così, qui. Se fai una cosa perfetta, è vecchia, o non maneggiabile. Non permette serendipità nel suo uso, che fa scoprire ciò per cui non era stata progettata, come fare i cartoni animati con powerpoint reinventando la sua destinazione d’uso, con approccio mentale bricolage.

Giustamente Gino sottolinea (lui è veneto, io friulano, viviamo dentro una cultura del fare artigianale ben precisa, storica, concreta) la qualità del pensiero professionale di quell’artigiano. Ma non credo che il miglior artigiano del web debba necessariamente condividere quella mentalità. Potrebbe darsi il caso che per lavorare a regola d’arte qui dentro quell’artigiano debba avere in sé (nel pensiero di sé che pensa la professionalità del proprio essere dignitosamente artigiano ai propri stessi occhi) una gerarchia di valori completamente differente, su cui appoggiarsi per impostare e giudicare sia l’opera sia il processo di produzione dell’opera.

Su David Orban (ora il sito non si carica, mah) trovate una traduzione italiana del Cult of Done Manifesto di Bre Pettis, da tradurre appunto come Manifesto del Culto del Fare rispetto a Culto del Fatto, proprio per mantenere aperta la visione dinamica (sennò bisognere spiegare che il Fare è un Fatto, e via rotoloni giù per la scala a chiocciola del Senso). Ecco qui.

Il Culto del Fare
  1. Ci sono tre stati dell’esistere. Ignoranza, azione e completamento.
  2. Accetta che tutto è una bozza. Questo aiuterà a fare.
  3. Non c’è un secondo passaggio, di editing o montaggio.
  4. Far finta di sapere cosa stai facendo è quasi lo stesso che saperlo fare davvero, quindi accetta che sai quello che stai facendo, anche se non è vero e fallo.
  5. Non procrastinare. Se aspetti più di una settimana per agire su un’idea, abbandonala.
  6. Lo scopo del fare (being done) non è finire, ma poter fare altro.
  7. Quando l’hai fatto puoi buttarlo via.
  8. Ridi in faccia alla perfezione. È noiosa e ti trattiene dal fare.
  9. Le persone che non si sporcano le mani sono nel torto. Se fai qualcosa hai ragione.
  10. Il fallimento conta come fare. Quindi devi fare sbagli.
  11. La distruzione è una variante del fare.
  12. Se hai un’idea e la pubblichi online in Internet, conta come lo spirito (ghost) del fare.
  13. Il fare è il motore del più.

Bello, eh? Di che capottare le fondamenta su cui abbiamo costruito nei secoli la dignità e l’etica del lavoro. Se restiamo fermi a manufatti atomici. Ma nel web, è l’unica soluzione valida. Tant’è che oggi Encarta (pensiero artigianale/industriale) ha chiuso, e Wikipedia evviva.

Isotopie narrative

FacebooktwitterlinkedintumblrmailFacebooktwitterlinkedintumblrmail

4 pensieri su “L’importanza di …

  1. romaguido

    Mi piace davvero tanto questo post, ne condivido tutto il contenuto. Avrei qualcosa da aggiungere, ma per questo dovrei parlare dell’idea che ho del bricolage,dell’essere artigiano, “novizio intelligente” o “apprendista esperto”, nel web e fuori dal web e raccontare qualcosa di me, che probabilmente non sarebbe molto interessate per i più.
    Raccolgo l’invito e mi limito ad esternare i mio sincero apprezzamento per quanto espresso nel post.

  2. GinoTocchetti

    Carissimo Giorgio, tu credi di non essere d’accordo con me, ma in realta’ sono io che non mi sono spiegato bene. Compendiero’ sul mio blog, ma intanto ti rispondo qui brevemente:

    oggi sono richiesti altri ritmi ? quindi altri livelli di “completamento” (l’eterna beta release) ? conta piu’ aprire opportunita’ che non fissare soluzioni ai problemi ? benissimo! … ma perche’ ? questa velocita’, questa imperfezione, questa liquidita’ NON sono il fine, ma il mezzo. Sono tecniche che compongono una nuova professionalita’. Sarebbe un grande errore (e purtroppo e’ molto frequente) ritenere queste caratteristiche “sufficienti” a definire un nuovo livello di qualita’. Non e’ il procedere a vanvera, non e’ il culto dell’errore e dell’inutile, cio’ che conta oggi: invece e’ il saper esplorare, il riconoscere nuove logiche e nuovi percorsi, permettere nuove applicazioni.

    Dunque si ritorna al punto: ci sono (nuove) arti da imparare, e nuove tecniche di cui diventare “maestri”. Ma oggi non e’ diverso da ieri: impara l’arte (e non metterla da parte!), mettici profonda competenza e sincera passione. Esattamente come l’artigiano di ieri. Certo, non nello “stesso” mestiere! oggi non e’ lo stesso “fare” di ieri! Ma si tratta sempre della stessa “consapevolezza” di cio’ che si sta facendo, e della interpretazione del senso del proprio lavoro: tutte cose che esperienza e soprattutto conoscenza rendono magistrali. Anche se si tratta esplorare una rete sociale, anche se si tratta di attivare un servizio web che permette solo di inviare messaggi di 140 caratteri, anche se si tratta di creare un metallo che ha una struttura molecolare modificata e ancora non sai a cosa servira’.

  3. Giorgio Jannis

    @romaguido: e invece potevi scrivere, ché qui ci si nutre volentieri di tutti i punti di vista

    @gino: ti sei spiegato benissimo, e ti ho dato anche ragione :)

    Solo che il tuo e il mio ragionamento ci obbligano ora a scindere “qualità” da “ben fatto”.

    E si apre un baratro, ne siamo consapevolissimi.

    Noi teniamo ferma la qualità, ma questo ci obbliga a rivedere cosa significhi “ben fatto”.
    Dentro quel “ben” ci sono secoli di esperienza, che non è più adeguata al nuovo contesto.

    Chiaramente, continuo anch’io a seguire le suggestioni del camminare sul bordo della contraddizione.
    Ma se il web ha cambiato tutto, allora qui dentro cambia anche l’etica del lavoro: un lavoro ben fatto non è più un lavoro ben chiuso, ma un lavoro ben aperto alla sua modificazione.

    ps: copio anch’io da me, però non possiamo continuare così :)
    andiamo su FriendFeed?

  4. romaguido

    Allora, eccomi di nuovo a voi.
    Ho sempre pensato di esser un’artigiana, tanto nel bricolage vero e proprio, quanto nel mio lavoro d’insegnante ed ora in quello, relativamente nuovo per me e assolutamente naif, di blogger.
    Come artigiana, di solito parto da un’idea per arrivare spesso ad un manufatto assolutamente diverso da quello che il progetto di partenza prevedeva. Mi spiego meglio: può capitare che, intendendo confezionare un cappotto, mi accorga che il capo risulti stretto, corto, comunque inadeguato alla mia idea iniziale. In questi casi, non uso scucire per ripartire da zero, piuttosto cambio destinazione e recupero i lavoro già fatto apportando modifiche per ottenere, si fa per dire, una giacca, una gonna o addirittura un cappello. Questo mi permette di realizzare pur avendo sbagliato le mie previsioni e, soprattutto, mi permette di capitalizzare il tempo impiegato.
    Nella scuola, e probabilmente nel web, questo modo di operare viene nobilitato attraverso il termine “work in progress”, che poi non è altro che darsi dei gradi di libertà per aggiustare il tiro laddove necessario, in poche parole continuare a muoversi facendo di necessità virtù. Ma la cosa non è così semplice come si potrebbe pensare. Non di rado, infatti, bisognerà fare i salti mortali per sperimentare un metodo o realizzare un progetto (la burocrazia, e non solo, a volte è spietata con chiunque voglia fare, i mezzi sono quelli che sono, le novità spaventano).
    La mia proposta? Aggiungere il termine equilibrista (o funambolo) a quello di artigiano.
    I giovani, più malleabili per natura, lo sono già e, del resto, non potrebbe essere altrimenti, visto lo scenario che abbiamo preparato loro.; quanto a noi, se vogliamo sopravvivere, non ci resta che adeguarci…

I commenti sono chiusi.