Del simulare e del dissimulare

Aspettavamo tutti la catastrofe.
Il disappunto di Berlusconi alla risposta della signorina da molti è stato notato come luogo narrativo interessantissimo, una figuratività perfetta per significare in un gesto tutto quel mondo che ci sta dietro, la psicologia del personaggio, la sua linea attoriale.
Per la psicologia della persona, qualche indicazione potete ricavarla da una lettura della voce “Disturbo istrionico della personalità” su wikipedia. Ma non mi interessa la persona, è cosa noiosa.
Restiamo sulla psicologia del personaggio, quello che vive in vestaglia con in casa venticinque fanciulle, il drago, come narrativizzò Veronica. Quel ruolo del cummenda un po’ smargiasso con le radici nella fine anni ’50, l’ingenuità, la stolidità. In realtà, ci sono stati sviluppi nella psicologia del nostro protagonista, nel corso dei decenni. Ma è anche stufo di cambiare, di adattarsi come un venditore, adesso lui lì è e lì sta, nel suo stile di vita che gli piace, come ha detto l’altro giorno nella prime balbettanti risposte.
Gli schemi di comportamento tengono? La parte attoriale di B. riesce a rimanere integra, nonostante fatti su fatti contraddicano quella visione del mondo? Quante incrinature ha già subito, quella corazza, quante volte il mondo è apparso per quello che è prima di essere rapidamente rivestito di fiction?
Gilioli coglie ottimamente quell’attimo, l’irruzione della realtà.

Ma anche qui secondo me il dettaglio forte – il punctum- è la reazione indispettita e quasi rabbiosa del premier quando a una sua domanda di maniera («Che cosa fai nella vita?») la ragazza un po’ ciucca risponde con splendida genuinità: «Faccio marchette, presidente».

E lì, appunto, Silvio s’incazza.

Voleva una risposta qualsiasi, purché fasulla: la musicista, la cavallerizza, l’astronauta. Tutto fuori che l’evidentissima, prevedibilissima, scontatissima verità: se si trovava lì, a 28 anni, bella e disponibile davanti a un ultrasettantenne, era perché nella vita fa le marchette.

Una cosa talmente ovvia da essere del tutto insopportabile per un uomo che ha sempre ricoperto la realtà – e la sua crudezza – sotto una coperta e di cerone, di photoshop, di nylon davanti alle telecamere e di cieli azzurri cartonati. L’uomo che prima del G8 di Genova ha fatto togliere i panni stesi nei caruggi, insopportabile traccia di vita autentica.

L’uomo dell’eterna rappresentazione fasulla messa in scena per gli altri – talmente avvolgente e ripetuta che forse alla fine ci crede anche lui – non può essere messo improvvisamente di fronte alla realtà.

Sarebbe da rendere Storia quel momento, se avremo la fortuna di assistere alla presa di coscienza del personaggio, l’istante fatale, la frattura narrativa, come in Dostoevskij.

Strano e terribile: perché non mi è mai passato per la mente, per tutto l’inverno, che lei potesse disprezzarmi? Ero convinto al massimo grado del contrario, fino a quell’istante in cui lei mi guardò “con severo stupore”.

(Dostoevskij, La mite)

Isotopie narrative

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