Ebook scolastici e pateracchi

Questo è il governo del fare business, nessuna meraviglia.
Ma qualunque imprenditore serio sa che la sua scommessa riguarda il futuro, e le aziende virtuose sono quelle che innovano, quelle che fanno ricerca.
Ma gli imprenditori che abbiamo al governo pensano all’oggi.
I fondi per ricerca, formazione e istruzione vengono inesorabilmente tagliati, viene seriamente compromessa la qualità dell’insegnamento e degli ambienti formativi.
Non solo: le cose pubbliche come la scuola vengono gestite come pretesti per fare affari, intrallazzi poco chiari.

La vicenda che racconta Agostino Quadrino di Garamond in questa nota su Facebook riguarda a esempio il mercato della didattica digitale, degli ebook e dei learning-object, dove curiose amicizie tra Telecom e Mondadori si spiegano alla luce dei 750 milioni di euro che ogni anno le famiglie italiane spendono in editoria scolastica.

La deriva (pilotata) dell’innovazione digitale nella scuola italiana.


Eccomi qui di nuovo per condividere alcune considerazioni sullo stato dei progetti di innovazione nella scuola italiana, che considero molto preoccupante, e non solo per Garamond. Purtroppo non riuscirò ad essere breve, e me ne scuso, ma la materia è tale e tanta che non è possibile sintetizzare con la consueta stringatezza.

Lo faccio con indignazione, perché è davvero inaccettabile la situazione di difficoltà in cui si trovano attualmente aziende serie e oneste come Garamond, impegnate da molti anni nell’innovazione a scuola, strette fra una pubblica amministrazione che riduce sempre di più le risorse per l’innovazione e in generale per la formazione e l’istruzione, e le lobbies delle grandi aziende editoriali, che vivono delle rendite di mercati chiusi e protetti, come quelli del libro di testo, che le inducono a restare allineate e coperte, cercando di protrarre più possibile la vita di un sistema molto redditizio (750 milioni di euro all’anno), magari fino alla pensione dei suoi anziani manager da 2-300 mila euro di compenso annuale, e alle spalle dei tanti giovani collaboratori precari, che lavorano 10-12 ore nelle loro redazioni per 8-900 euro al mese?

Partiamo dalla pubblica amministrazione e dalle responsabilità di chi ci governa.
Accennavo sopra all’indignazione e la ragione sta nel fatto che la pubblica amministrazione italiana non paga più. La società che dirigo vanta crediti con diversi soggetti della P.A. per svariate centinaia di migliaia di Euro, in sospeso da mesi o da anni, derivanti da forniture di beni (immateriali e anche materiali) e servizi (formazione e contenuti online) regolarmente acquistati e mai pagati, fino ad oggi.

Ciò inevitabilmente comporta una incapacità per Garamond di onorare a sua volta gli impegni economici con i suoi fornitori, con i tanti autori, consulenti, formatori, tutor ecc. che hanno lavorato per noi – magnificamente – in questi mesi/anni e che sono (più o meno pazientemente) in attesa di ricevere i loro legittimi compensi. Ce ne saranno certamente non pochi fra coloro che leggono questa newsletter, ai quali sono grato per la paziente attesa e – nella maggior parte dei casi – la fiducia e la comprensione che ci riservano, ben sapendo che hanno a che fare con una società seria e con gente onesta che ha sempre onorato i suoi impegni.

Però tutto ha un limite.
Non è più accettabile, ad esempio, che la Regione Lazio non eroghi i versamenti degli “acconti” (!?!) di quanto dovuto per un progetto da noi sostenuto – anche forniture hardware di centinaia di computer, lavagne interattive e videoproiettori – iniziato addirittura nell’ottobre 2008 e concluso nella scorsa primavera.
Non è accettabile che la Presidenza del Consiglio, per il tramite del Dipartimento Innovazione e Tecnologie per il progetto “Innovascuola”, non versi alle scuole i fondi stanziati da due anni per l’acquisto di contenuti digitali da noi forniti da quasi un anno, e di conseguenza le scuole non siano in grado di pagare noi.

La realtà e la ragione di questi “ritardi” è oramai evidente: il governo centrale, per ragioni politiche a tutti evidenti, ha deciso di non erogare più alcun finanziamento e fondo alle amministrazioni locali come le Regioni e ai singoli ministeri, come recentemente denunciato anche da un ministro in carica (“Le ricostruzioni del Tesoro sono assurde e fantasiose. C’è la fila di ministri davanti alla porta di Tremonti e tutti chiedono di poter spendere i fondi stanziati, ma bloccati con mille tecnicismi.” (S. Prestigiacomo). Il Ministro dell’Economia intende così mantenere artificiosamente l’equilibro finanziario dello Stato facendo una cosa veramente geniale: bloccando le uscite. Peccato che, così facendo, il peso del dissesto finanziario dello Stato sia scaricato sulle aziende come la nostra, sui suoi collaboratori e i suoi dipendenti, che non vedono riconosciuti i propri diritti ad essere regolarmente pagate e sono condannate a ricorrere a tutte le risorse possibili ed impossibili per restare in vita e non buttare a mare decenni di lavoro e di impegno.
Naturalmente, con l’attuale governo, i tagli più forti e inderogabili sono proprio ai settori della formazione, dell’istruzione, della ricerca, della cultura, e questo chiude il cerchio che soffoca tutti coloro che vi sono impegnati – insegnanti, formatori, ricercatori, operatori della cultura in tutte le sue forme – incluse le aziende che vivono di questo, come la nostra. Si tolgono fondi per i progetti di innovazione, non si paga più il pregresso, e si riducono sempre più gli investimenti in conoscenza e tecnologia: da qui al naufragio complessivo della nostra economia il passo è breve, anzi forse è già stato compiuto.

In questo contesto non è accettabile che capi-dipartimento, dirigenti e funzionari del Ministero della Pubblica Istruzione responsabili del progetto “Cl@ssi 2.0” (30 mila euro a scuola per le 156 medie selezionate lo scorso anno, 15 mila per le altre 250 elementari e superiori che saranno selezionate ora) dichiarino per due anni che tali fondi non possono essere spesi per i contenuti digitali perché beni immateriali “non inventariabili” (sic! ma non stiamo parlando di 2.0, di digitale e di rete? e ci venite a raccontare che può essere acquistato solo ciò che è materiale? surreale…) e poi fanno accordi con grande risonanza e firme in diretta a reti unificate fra MIUR e Telecom Italia sui progetti “Scuola digitale” – incluso “Cl@ssi 2.0” – in cui sono compresi anche “materiali didattici e contenuti digitali a integrazione e supporto della didattica e della formazione in servizio degli insegnanti impegnati nei processi di innovazione”.

Ah sì? Se i contenuti sono proposti da Garamond non vanno bene, mentre se è Telecom (ma che competenze e titolarità editoriale ha un’azienda di telecomunicazioni? non le si dovrebbe chiedere molto più semplicemente e correttamente di far arrivare la banda larga dove ancora manca, e in tutte le scuole?) allora la cosa è lecita, opportuna e benedetta dal Ministro in persona, con tutti i dirigenti in prima fila sorridenti e soddisfatti per l’ottimo lavoro svolto?

E che dire del fatto che la stessa Telecom Italia, con cui il MIUR firma accordi e protocolli d’intesa, ha appena lanciato “Biblet”, una piattaforma di E-Book http://ebook.telecomitalia.it/ quando sta per entrare in vigore la normativa sull’adozione obbligatoria di libri digitali come testi scolastici? Interessante coincidenza, no?

E vogliamo aggiungere anche che – guarda il caso – il partner editoriale di Telecom Italia per la medesima piattaforma di libri digitali è il principale produttore di libri di testo per la scuola in Italia (insieme a Rcs), ovvero la casa editrice Mondadori, la cui titolarità è notoriamente del Capo del Governo?

Che fare? Rimanere in silenzio o andare con il cappello in mano presso qualche dirigente ministeriale troppo preso da ben altre occupazioni per dare udienza ad una piccola realtà non sempre docile e accomodante? No, non lo faremo. Ora basta.

Ovviamente, sulle questioni qui sollevate abbiamo posto domande e quesiti per iscritto ai responsabili del MIUR, ovvero al capo dipartimento Giovanni Biondi, al direttore Fidora e alla dirigente Schietroma: siamo ancora in attesa di una pur minima replica, essendo il silenzio – da sempre – l’unico modo di reagire di un certo tipo di funzionari pubblici.

Da ultimo, su questo fronte: ho partecipato come membro della FIDARE, Associazione degli Editori Indipendenti, ad un incontro al Ministero in cui ci è stato prospettato un nuovo progetto, dotato di un finanziamento di 3 milioni di Euro, destinato proprio ai contenuti digitali. Tralascio in questa sede le nostre osservazioni sulle Linee Guida fornite in quella sede, concentrandomi su un punto capitale. Si hanno a disposizione 3 milioni di Euro per i contenuti didattici digitali e su che cosa punta il Ministero? Ebook, learning object per lavagne interattive (fornite in gran quantità, ma attualmente prive di contenuti disciplinari, quindi sostanzialmente vuote e dunque inutili). Nossignori: viene promosso un progetto che finanzia 30 “prototipi” (sic!) da 100 mila euro ciascuno, per contenuti realizzati sotto forma di “ambienti immersivi integrati anche tridimensionali”, sotto forma di videogiochi educativi di seconda generazione (?). Ma perdinci, come si fa ad assegnare fondi così cospicui (con cui ci si potrebbero acquistare migliaia di interi nostri cataloghi di E-book e Learning Object, nuovi, dignitosi e pronti per l’uso in classe) destinati ovviamente solo a grosse società di produzione di videogames, magari estere, parlando di “seconda o terza generazione”, quando nelle nostre scuole non si è vista nemmeno l’immacolata concezione dei contenuti digitali?

Ma questi dirigenti del Ministero sono mai andati in una scuola a vedere l’effetto che fa su insegnanti e studenti un semplice ma efficace learning object di matematica, di scienze o di inglese, eseguito su una lavagna interattiva? Hanno mai visto come si avvicini alla tecnologia e all’innovazione anche il docente più riottoso, quando gli si fa vedere un pezzo della sua lezione di domani o di ieri in seconda C, interattivo, multimediale e ricco di test e verifiche online e offline? Questi docenti sentono davvero l’esigenza di “ambienti immersivi tridimensionali” per dare un senso alle LIM che hanno sulla parete delle loro classi? Non sarebbe bene, prima di arrivare alle seconde e terze generazioni, far prendere contatto e familiarità con quello che già c’è, per tutte le materie e i gradi di scuola, realizzato da docenti per docenti, a basso costo e di grande spendibilità didattica, assegnando ad ogni singola scuola qualche centinaio di euro da impiegare su un mercato libero? Chiediamo troppo?
Forse il fatto che solo Garamond abbia investito in questo settore in questi anni, producendo più di seicento learning object e 45 Ebook di testo, ultimando i suoi cataloghi proprio ora con prodotti nuovissimi (del tutto innovativi quelli ad esempio per la scuola primaria), non fa piacere a qualcuno che invece è rimasto fermo? Diversamente non si spiega, visto che dovrebbe essere interesse della pubblica amministrazione dotare le scuole del grado iniziale dei contenuti didattici digitali, visto che ci sono e qualcuno ci ha speso anni di impegno per realizzarli.

Credo che questo stato di cose complessivo imponga moralmente una reazione, che spero sia compresa dai tanti colleghi che ci seguono da venti anni e più, e che voglio sperare non ci lasceranno da soli in questa dura battaglia. Ci batteremo con ogni mezzo lecito per difendere il lavoro di chi collabora con noi attualmente, di chi ha lavorato in passato con professionalità e passione per Garamond e ancora attende di essere compensato per quello che ha fatto, di chi si rivolge a noi augurandosi di trovare un futuro per le sue competenze e conoscenze.

Come sempre, tutti i nostri canali di interazione sono aperti, sul nostro Blog, sui nostri forum, su facebook e ogni altro ambiente di rete e non,per raccogliere le impressioni, le critiche e le proposte di chi come noi ha la ferma volontà a reagire a questo degrado di cultura, professionalità, dignità e iniziativa imprenditoriale libera e indipendente.

Isotopie narrative

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2 pensieri su “Ebook scolastici e pateracchi

  1. Anonymous

    Vediamo se ci riesco a lasciarlo.
    La sardegna è stata la prima regione italiana a passare al digitale terrestre. Ci fecero compare con largo anticipo il decoder, rimase come un bel soprammobile x alcuni mesi. Al momento del passaggio scoprimmo che la scatoleta, per la quale esisteva un contributo statale piuttosto sostanzioso, non solo non rispondeva a quanto chiesto dalla Regione Sardegna, ma funzionava poco o nulla: resettare continuamente, perdita di canali, ecc. Sia quella di casa che della suocera nel cassonetto. La ditta che li fabbricava era del fratello del nostro amato premier!!!!
    Ti meravigli quindi dei ritardi nel pagare i fornitori di materiale elettronico?

  2. LauraP

    Ma che schifo!!!
    E poi noi dovremmo trovare l’entusiasmo per aderire a progetti?
    Sono veramente stanca di vedere le cose andare a rotoli!

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