Report agée

Ho guardato Report stasera, si parlava di cose web. Magari racconta qualcosa di interessante sui social network, mi son detto, ma in realtà ho visto un minestrone fatto con tutto, con interviste a esperti sconosciuti, con affermazioni da facepalm continuo. Spunti interessanti ce n’erano, certo. Soprattutto però emergeva il tono dei commenti, della voce fuori campo, degli intervistati, della stessa Gabanelli: finita la trasmissione un’altra volta gli italiani hanno visto confermate le opinioni che da sempre qui accompagnano il racconto della Cultura digitale, dove a banalità e scandalismi si accompagnano poi le emozioni della paura, del sospetto, dell’allarmismo.
Report è trasmissione d’inchiesta, ma non c’era alcun bisogno di adottare quella cifra stilistica, stavolta.
Sul piano giornalistico della ricerca e dell’analisi dei fatti e delle fonti, mi preoccupa che non abbiano saputo documentarsi meglio, rivolgendosi a qualcuno che quando parla di Rete sa di cosa parla. E abitando in Rete si impara a conoscere quelli che la Rete stessa fa emergere come opinion leader su queste tematiche.
E proprio qui sta il problema, secondo me: un giornalista può non conoscere i minimi dettagli dell’argomento che intende trattare, ma sapendosi orientare nella propria rete sociale, sapendo filtrare le fonti, dovrebbe comunque riuscire a costruire un’informazione di qualità, circostanziata.
Quindi Report può anche (per finalità divulgative, a esempio, che però non è il nostro caso, avendo a che fare con una trasmissione di inchiesta e approfondimento) magari limitarsi a tratteggiare il fenomeno in modo superficiale, ma quello che è successo stasera mostra come nel fare una trasmissione sulla Rete non abbiano saputo usare la Rete per arrivare a offrire documentazione e punti di vista di qualità.
Questo va poi inesorabilmente a intaccare la reputazione di Report, cosa grave per un programma che vuole distinguersi nel panorama mediatico italiano.
Milena Gabanelli, ti chiedo: che senso ha aver dato alla trasmissione questo taglio? Quale contributo hai dato al dibattito italiano sul cambiamento socioculturale veicolato dalla Cultura digitale?
UPDATE: su L’Unità la sera stessa della trasmissione è uscito questo articolo di Maddalena Loy, dove venivano ripresi i commenti alla trasmissione pubblicati tramite Twitter. Anche le domande che ho scritto qui nel blog sono state riportate, le stesse domande che il giorno sarebbero state poste a Milena Gabanelli, in una audiointervista sempre su L’Unità. La Milena non ne esce benissimo, dice che il loro mestiere non è fare i sociologi (mentre io le chiedevo conto del fare giornalistico, proprio), dice che dovevano rivolgersi al pubblico televisivo, alla signora Cesira, e quindi han dovuto semplificare.
Poi oggi c’è stata la replica di Stefania Rimini, autrice del servizio “Il prodotto sei tu” trasmesso da Report, e decisamente emerge la visione poco chiara con cui ci si è mossi nel confezionare il servizio. Anzi, tutto quel suo parlare di “aspettative” lascia vedere in controluce proprio come le strategie dell’Autore, a partire dalla propria concezione di Lettore Modello (l’idea che un autore si fa del proprio pubblico, del destinatario) siano state decisamente fuori mira, invischiate in una visione massmediatica classica, obsoleta, non congruente con i temi stessi trattati nella puntata. La Tv che guarda la Rete, senza rendersi conto di essere lei stessa in Rete, ormai parte di un tutto più grande, dove i meccanismi conversazionali son altri. E nella stessa puntualizzazione della Rimini, il tono e la supponenza ahimè son quello che emerge.

In seguito alla nostra puntata del 10 aprile “Il prodotto sei tu” (dedicata ai social network e alla privacy, sicurezza e libertà in rete) ci saremmo aspettati una mobilitazione del “popolo della Rete” italiano in difesa della libertà d’espressione su Internet, visto che l’Autorità garante delle comunicazioni sta ancora conducendo audizioni al riguardo e il momento giusto per farsi sentire è adesso. Invece, nessuno ha mosso un dito per digitare una mail di protesta. Ci saremmo aspettati ancora di più una mobilitazione in difesa del soldato Bradley Manning, che sta rischiando la vita accusato di tradimento, in nome della libera circolazione delle informazioni – qualsiasi informazione – in Rete. Invece no, la mobilitazione non è “salvate il soldato Manning”, ma “salvate il soldato Zuckerberg”. Potenza della Rete. Ci torneremo su, come di consueto, nel prossimo aggiornamento

Isotopie narrative

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8 pensieri su “Report agée

  1. giuliana

    magari l’obiettivo non era quello di contribuire al dibattito. le persone che sono intervenute non sono gli ultimi arrivati, in rete, perciò è chiaro che tutto è stato impacchettato ad hoc. facendo emergere pericoli per creare consapevolezza, sento dire da qualcuno. ma non ne sono convinta. credo, con tristezza, che sia stata sprecata un’occasione.

  2. dopolapioggia

    bene, non ho visto Report, ma leggendo i commenti su twitter e FB mi son detta “Oddio! Cos’avranno mai detto che non so??” Poi or ora è arrivato un mio collega a dirmi che per Google valgo 100 euro. E mi rendo conto che io non mi sono persa niente mentre altri era meglio se se la perdevano sta cosa…
    [però io devo dire che non è la prima volta che report mi preoccupa, perchè chi fa audience con l’indignazione è più pericoloso che utile…]

  3. Giorgio Jannis

    Confezionare una trasmissione migliore, magari dedicata solo ai socialnetwork, oggi nel 2011, poteva esser fatto, e avrebbe comunque rappresentato un ottimo prodotto editoriale. Mah.

  4. Tiziana

    1. «Chi fa audience con l’indignazione è più pericoloso che utile»: pienamente d’accordo. Molto tipico di un giornalismo mediterraneo. Prima documentiamo i fatti in modo sobrio e serio, poi ne parliamo senza strapparci le vesti: proprio non ci si riesce, eh?
    2. Lo schema culturale del pregiudizio rispetto a tutto ciò che è nuovo e diverso agisce in modo subdolo anche in ambienti insospettabili. D’accordo, i social network possono essere un drago a più teste, ma si può diventare Dragon trainer.

  5. Giorgio Jannis

    Il problema rimane quello di narrare il cambio di paradigma, e di certo imbastire trasmissioni con un punto di vista old-massmediatico non aiuta. E’ proprio la strada che di sicuro *non* mi condurrà alla comprensione

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