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Encyclomedia per la scuola, Eco e il filtraggio

A metà degli anni Novanta vedeva la luce Encyclomedia, l’enciclopedia multimediale su CDrom curata da Umberto Eco. Ogni curatissima uscita editoriale prendeva in considerazione la storia della cultura europea organizzandola secondo criteri temporali (il Cinquecento, il Seicento), conteneva migliaia di voci relative alla filosofia e all’arte e alla letteratura e al pensiero scientifico, ma soprattutto offriva la possibilità di seguire i collegamenti tra idee e autori in modo finalmente ipertestuale, sfruttando thesaurus di parole-chiave e cronologie interattive: le nuove tecnologie informatiche abilitavano una fruizione radicalmente nuova, un nuovo modello di lettura e studio, dove con pochi click si poteva accedere a tutti i materiali documentali dei vari campi dello scibile inerenti all’argomento che intendevamo approfondire.
Oggi Encyclomedia abita sul web. Essendo nata da subito digitale e ipertestuale, non dev’essere stato difficile liberarla dall’ambito angusto del CDrom per lasciarla vivere su queste pagine online, libera di allungarsi e di sgranchire le gambe nello spazio infinito della Rete.
L’editore Laterza promuove in questi giorni il progetto Encyclomedia per la Scuola, lo trovate qui http://scuola.encyclomedia.it/.
Umberto Eco in persona ha presentato il progetto, dando come al solito magnificamente corpo e parola a quella visione della Cultura dove tutto si tiene con tutto, e i nuovi supporti della Conoscenza permettono appunto di costruire delle enciclopedie (opere intertestuali per definizione) dove concretamente lo studente o lo studioso possono indagare i mille percorsi di lettura che nascono seguendo i collegamenti ipertestuali.
Poi Eco dice una frase che non mi piace: “La scuola dovrebbe insegnare, oltre che grammatica e calcolo, anche una tecnica di filtraggio, ma una tecnica del filtraggio non esiste, non si può insegnarla”. Il discorso prende le mosse da un classico ragionamento sulla qualità delle fonti disponibili su Web e sui rischi dell’information overload: le persone con una certa competenza critica nell’analisi delle informazioni disponibili in Rete sono capaci di separare il grano dal loglio, i giovani studenti potrebbero invece incorrere in errori grossolani, se putacaso dovessero svolgere una ricerca sui campi di concentramento nazisti e non sapessero identificare correttamente un sito web che promuove una visione negazionista.
Certo, mancherebbero loro le basi culturali generali per essere in grado di far la tara su quanto incontrano navigando, ovvero sui contenuti pubblicati in Rete, ma soprattutto va visto in loro un deficit di competenze nel saper leggere il contesto dentro cui quell’informazione (errata, o mistificante) si colloca.
Eco stesso nell’articolo dice che i ragazzi magari non sono “esperti in niente” sul piano dei contenuti specifici di una materia o argomento, ma probabilmente – qui vi è una concessione all’idea dei nativi digitali, che sappiamo non significa automaticamente smanettoni o abitanti consapevoli della Rete – possiedono già competenze nella fruizione della Rete superiori a quelle dei loro stessi insegnanti. Velocità, colpo d’occhio, modelli di pensiero desunti da videogames o televisivi che superano i vecchi schemi dell’organizzazione della Conoscenza e del modo di attingervi.
E quelle competenze riguardano a esempio il saper collocare nel giusto contesto quanto si incontra navigando, desumendo informazioni para-testuali dal modo stesso con cui l’informazione viene presentata e allestita sulla singola pagina web.
Anni di navigazione in Rete costruiscono in noi delle grammatiche che ci aiutano nel disambiguare il messaggio. Dalla grafica utilizzata per arredare quella pagina, allo stile del discorso (refusi, sintassi approssimativa, stilistica) al riconoscimento di una autorialità storicamente rintracciabile all’offerta di link di approfondimento, chi abita in Rete matura nel tempo una sensibilità e specifiche competenze di lettura che lo aiutano a individuare quei contenuti pubblicati che valgono davvero la pena di essere letti o studiati.
Purtroppo si tratta di competenze implicite, che molti di noi possiedono ma non sanno di possedere, perché non vengono portate in luce da una seria Media Education. Molte volte abbiamo qui scritto di come almeno un paio di generazioni non abbiano avuto, fin dalle scuole di base, nessuna infarinatura riguardo le grammatiche dei massmedia classici, giornali e televisione, quando la maggior parte della nostra formazione personale da decenni passa attraverso questi strumenti. Lo stesso errore gravissimo lo stiamo facendo rispetto alla Cultura Digitale, affrontata dalla Scuola (e spesso male, senza nemmeno il supporto di una buona Cultura Tecnologica) perlopiù come informatica di base e come istruzione agli applicativi ufficio, senza tenere in considerazione le definizioni e l’analisi delle peculiarità specifiche dei massmedia del nostro tempo, ovvero quell’Internet dentro cui oggi tutto si muove, informazioni e valori di reputazione e di fiducia, aziende e Pubbliche Amministrazioni, giornali online e enciclopedie libere come Wikipedia o commerciali e autoriali come Encyclomedia.
I bambini di sei anni vanno a scuola che sanno già parlare, eppure nessuno pensa di mettere in discussione la necessità di una alfabetizzazione secondaria, ovvero quelll’esplicitare la grammatica della lingua italiana (l’analisi logica, l’analisi grammaticale) che poi permetterà agli allievi già in terza elementare di maneggiare con maggior potenza e raffinatezza il loro scrivere e il loro esprimersi verbalmente. Oggi ci si esprime sul Web, dentro i social network, si traggono informazioni e punti di vista da centinaia di Luoghi digitali, eppure nelle scuole si compie lo stesso errore fatto con la televione e i giornali: non si parla di cittadinanza digitale e di valori di reputazione, non viene insegnato come funziona il sistema dei media, non vengono esplicitati i codici grazie a cui già ora noi tutti, ragazzi compresi, troviamo significatività e senso dentro la nuvola tutta dello Scibile umano, che oggi abita nelle infinite connessioni di Internet, come la mente abita il cervello, come il software abita l’hardware (già questo è un modello di pensiero vecchio, prendetelo con le molle).
Ebbene, io credo che quelle competenze di lettura e di interpretazione relative al web possano e debbano essere esplicitate e formalizzate, al fine di poter essere trasmesse (o suscitate) nelle pratiche scolastiche, come materia di apprendimento.
E’ necessario oggi provvedere a studenti e soprattutto agli insegnanti, ancora preda di una certa ingenuità dinanzi alla Cultura digitale oppure dichiaratamente colpevoli nella sottovalutazione dell’importanza di quest’ultima, delle grammatiche che li rendano in grado di comprendere appieno la profondità e l’estensione dei contenuti in cui si imbattono navigando in Rete, e soprattutto degli strumenti concettuali che permettano di situare le opinioni e l’informazione in un contesto, superando il rischio di essere travolti dall’information overload e di errare nell’attribuzione di valore a quanto vediamo pubblicato, facendo maturare in loro un vero atteggiamento critico indipendente dall’autorevolezza della fonte che non sia comprovata da una visione sociale (il modello mentale della biblioteca è obsoleto) del web moderno, fatto di relazioni tra persone (il vero filtro contro la fuffa, ma dipende da noi il saperle coltivare nella qualità) e non solo di testi che si richiamano l’un l’altro in un universo scintillante ma scarnificato.
Altrove provavo a indagare perché la visione di Umberto Eco riguardo il funzionamento concreto delle pratiche umane in Rete sia errata, in quanto fondata su una non perfetta comprensione del web sociale: qui trovate il link, se volete approfondire il discorso.

Migrazioni di massa

Più che Diaspora, che ha il vantaggio di connotare il fenomeno come movimento e processo ma aggiunge un lato disforico, parlerei di colonizzazioni. C’è gente che fa terraforming, crea Luoghi dove andare a abitare, li arreda con facilities e commodities (doppi servizi), videocitofoni efficientissimi, panorami sulle cerchie sociali.
Allora un po’ di noi vanno a vedere com’è, se si tratta di un ambientino confortevole, e avvengono migrazioni e poi comportamenti stanziali e fondazione di villaggi. 
Chissà quanti social abiteremo nei prossimi vent’anni, ciascuno che aggiunge un qualcosina in più per meritarsi la colonizzazione di milioni di persone, sul piano della facilità della conversazione orientata tematicamente o geograficamente, chissà se tra un po’ i social più antichi che però riescono a stare vivi&vegeti aggiungeranno nell’header un “Fondato nel 2003” come le assicurazioni o le case vinicole, come i quotidiani dell’Ottocento.
La teoria dei social network sarà quella che vedremo volgendoci indietro, in prospettiva. Vedremo le case, o i loro ruderi. Brandelli di miliardi di conversazioni, sapremo se ci hanno arricchito come persone, oppure se han saputo far emergere un’idea o un fenomeno sociale che ha migliorato la qualità del nostro vivere come collettività.
giorgiojannis@joindiaspora.com, comunque, è il mio indirizzo là dentro, ma non c’è nussuna fretta, nessuno parte con alti lai o panegirici immaginifici, siamo all’alpha, una propagazione iniziale dei contatti – quante volte da noi già ripetuta, ormai? – e un allestimento identitario minimal. Quell’opensource scritto per realizzare l’ambiente ci conforta, sì, è bello poter controllare come collettività l’intero terraforming o socialforming dei Luoghi dove abitiamo, almeno è garanzia di aver potenzialmente sempre voce in capitolo nel decidere come organizzare l’ambiente sociale.

DireFare a Pordenone: visioni di comunità

Sul Messaggero Veneto di oggi, 30 novembre, a pagina 5 del fascicolo di Pordenone:


DirefarePn.it, giovedì cominciano gli eventi
La rassegna sul futuro della città: protagonisti i pordenonesi residenti all’estero
Da giovedì a sabato, il ristrutturato Palazzo Badini in piazzetta Cavour ospita “DireFare.pn.it”, tre giorni di incontri, forum e workshop per condividere idee, informazioni, esperienze tra la città e i giovani pordenonesi nel mondo che per studio o per lavoro risiedono in altri paesi. La scorsa settimana, alla presentazione dell’evento, promosso dal Comune di Pordenone con la consulenza dal sociologo Luca Romano che coordina il progetto, il Sindaco Sergio Bolzonello aveva detto che «Direfare.Pn.it non è un evento sulla “fuga dei cervelli”, ma un modo di creare valore mettendo in rete le competenze tra chi è rimasto e chi è altrove, un modo per coinvolgere insieme in progetti scientifici e sociali, made in Pordenone. Per questo – aveva concluso – abbiamo deciso di dialogare con i “pordenonesi altrove”, giovani che per scelta personale e professionale hanno deciso di trasferirsi all’estero e li abbiamo invitati qui a Pordenone».
Il programma comprende incontri, forum, workshop dedicati all’innovazione d’impresa, alle reti internazionali dei saperi, della cura, dei mercati e della società digitale, della sostenibilità, un confronto con i “Pordenonesi altrove” che provengono dalla Spagna, Inghilterra, Stati Uniti, Francia Ecuador, Germania, Giappone, Danimarca, Mozambico, Egitto, Francia, Israele. Si comincia giovedì 2 dicembre alle 15 con il forum “La cura e l’aiuto sociale nella società che cambia” tema affrontato in due sessioni : “La cura e l’aiuto tra locale e globale”, con il confronto tra operatori che lavorano nel campo dell’aiuto alle persone in ambito sociale e sanitario e “Impresa innovativa chiama welfare comunitario”con il contraddittorio sulle “Buone pratiche” tra Piergiorgio Angeli, Direttore Risorse umane Operations di Luxottica Group e il finlandese Martti Launonen, amministratore delegato di Vantaa Innovation Institute.
Alle 17.30 l’inaugurazione dell’esposizione “Pordenone, una strategia per l’urbanistica sostenibile” nello spazio espositivo al primo terra. Dalle 18 alle 20 Giuseppe Granieri, autore per Laterza del saggio La società digitale e Giorgio Jannis, semiologo e progettista di spazi sociali in rete, introdotti e moderati dal giornalista Sergio Maistrello dialogheranno su “La società si fa rete, nuovi processi di partecipazione e responsabilità”. In un’altra sala i “Pordenonesi altrove” che operano nel campo della sostenibilità ambientale si confrontano con istituzioni, imprese e operatori impegnati a Pordenone sviscerando tematiche legate a sviluppo delle nuove tecnologie di produzione delle energie rinnovabili, sulla gestione dei rifiuti, del ciclo idrico, su verde urbano, sui materiali per la bioedilizia, sui mezzi di trasporto pubblico ecocompatibili, sull’ampliamento piste ciclabili e sulla mobilità ecologica.

direfare.pn.it, testi eloquenti e tessuti urbani

Ho comprato un telaietto di legno per fare i braccialetti di perline, devo regalarlo a mia nipote che trionfalmente compie otto anni. Dinanzi all’arte del tessere, rimango sempre in contemplazione. Capisco cosa significa che Atena fosse dea della Sapienza e di questa tecnologia donata all’Umanità, guardo quel telaio e guardo il mio pensiero che si organizza in ordito e trama,  scopre procedure e significati, un ordine che si imprime nelle cose e diventa disegno leggibile. Ci sono i fili fermi, le cose, e sopra intrecciamo le parole, i flussi, dando senso. Toh. Oppure, facciamo così: anziché riferire questo tessere al nostro pensare, oggettiviamoci.
Guardiamo ai gruppi sociali, alle collettività, al fare complessivo dell’abitare un territorio, operando sul suo spazio nel tempo dei secoli. Abbiamo un ordito, le risorse materiali disponibili e le reti tecnologiche di produzione e distribuzione di manufatti, energia e informazione. Abitare queste reti, viverle, è il nostro tessere la trama, quell’infilare perline di un certo colore in un certo ordine facendo emergere alla percezione una figuratività riconoscibile, un senso narrabile. Dal tessere al testo il passo è etimologicamente brevissimo, come sappiamo.
Tutti questi flussi di merci persone e parole stanno diventando sempre più leggibili, perché abbiamo inventato i computer, che ben programmati sono macchine perfette per scovare delle semantiche nei flussi di dati, e perché inventando internet abbiamo creato un Luogo tecnologico guarda caso perfetto per rendere visibili gli accadimenti sotto forma di informazioni organizzate, testi scritti, audio, video, tutti i modi del raccontare inventati nella storia dell’umanità, a patto che possano fare a meno o essere dignitosamente surrogati da narrazioni indifferenti al supporto fisico, corpo o carta o terracotta o pellicola cinematografica, su cui originariamente abitavano.
Quell’abitare fisico delle collettività sui territori oggi può essere tracciato e cartografato con una precisione (una granulometria sempre più fine) fino a ieri impensabile, e possediamo strumenti potenti per rappresentare dinamicamente ciò che succede in tempo reale.
Questo vale anche per la produzione e la distribuzione di opinione pubblica, che dal punto di vista massmediatico intendiamo come la reintroduzione nel sistema informativo territoriale delle idee e dei punti di vista che emergono dalla collettività dei portatori di interesse, su tematiche riguardanti riflessivamente il territorio, il suo funzionamento e il modo di interpretarlo.
Atti degni di menzione, un terremoto o un passo falso di un assessore regionale, venivano dibattuti nei bar e nei salotti, i punti di vista circolavano fino a raggiungere un giornalista o un confezionatore di narrazioni, ampliavano la propria portata comunicativa dilagando nei media tradizionali, inducevano la nascita di ulteriori opinioni e storie le quali rientravano nella filiera della chiacchiera collettiva, sul telaio su cui confezioniamo la Storia narrata e narrabile degli eventi. E la Storia la scriveva chi aveva il controllo dei centri di produzione e distribuzione dell’Informazione, come si è capito un secolo fa.
Ma la Rete è un media che disintermedia. Cioè, permette di togliere di mezzo intermediari. Offre contenitori di socialità dentro cui le persone fanno quello che riesce loro meglio, chiacchierare scambiarsi opinioni e costruire relazioni. Individui, gruppi, collettività che macinano idee e le allestiscono nei flussi comunicativi in Rete.
E tutta quella parte del Discorso umano che dicevo sopra, quella che riflessivamente pone come argomento delle collettività precipuamente la qualità dell’abitare sopra il proprio territorio, trova Luoghi di narrazione nuovi e potenti in cui mettere in scena i mille fili di cui la socialità è intessuta, di cui la socialità è costituita.
Community, ambienti tipo socialnetwork, a gestione governativa o commerciale. Luoghi tematici, dentro cui esplicitamente viene chiesta ai cittadini una partecipazione attiva all’amministrazione e alla progettazione socioterritoriale. Il tempo e il proliferare delle iniziative ci insegnerà come ottimizzare i processi, stabilendo a esempio le giuste estensioni geografiche delle community in relazione alle tematiche trattate, e come organizzare proficuamente le categorie della narrazione sociale pubblica, a esempio inventando Luoghi dedicati a segnalare e risolvere problemi nei settori della viabilità e dei trasporti, della burocrazia, della sostenibilità ambientale, dell’incontro dei mercati.
Questo autunno in Friuli Venezia Giulia hanno visto la luce tre Luoghi di socialità digitale, esplicitamente progettati e arredati con l’intento di promuovere partecipazione attiva e far convergere l’espressione dei cittadini verso la costruzione collaborativa di una visione del futuro del territorio.
Tre Luoghi dove tessere le aspettative le proiezioni le analisi e i desideri delle collettività interessate, in modo da far emergere un disegno nuovo, o almeno nuove grammatiche con cui provare a pensare il domani, e da questa lettura trarre migliori indicazioni per la progettazione socioterritoriale da intraprendere ora, nel Ventunesimo secolo fatto di socialità disintermediata e collettività connesse.
La Camera di Commercio di Udine, vi raccontavo qua, ha varato il progetto Friuli Future Forum.
Un attore sociale territoriale, il Partito Democratico di Trieste, promuove un questionario e un ambiente di discussione online tra i cittadini, Tra la gente, e spero tra non molto gli ottimi Enrico Marchetto e Enrico Milic o comunque la redazione dell’iniziativa di comunicazione pubblichino qualche dato e qualche suggestione tratta dall’esperienza.
Il Comune di Pordenone ha deciso di tastare il polso dell’immaginazione della collettività allestendo un progetto chiamato DireFare, a cui ho collaborato personalmente insieme a Sergio Maistrello e a Piervincenzo DiTerlizzi, per capire come progettare e realizzare il contenitore mediatico maggiormente adeguato a raccogliere le opinioni di tutti.
In realtà il progetto prevede anche iniziative territoriali: tutta la fase attuale di raccolta delle opinioni sul futuro della città per come essa viene immaginata e desiderata dalla comunità vivrà un momento di visibilità fisica nel corso della tre giorni che si terrà a Pordenone il 2, il 3 e il 4 dicembre prossimi, sotto forma di convegni e dibattiti pubblici in un palazzo storico in pieno centro.
Far emergere attraverso le videointerviste o le narrazioni di cronaca del territorio uno scenario dentro cui ambientare le progettazioni sociali non è certamente attività che si può ritenere conclusa con una presentazione pubblica, perché assomiglierebbe un po’ a mostrare un fotogramma per parlare di tutto il film, quel film senza fine che produciamo vivendo sui territori e che oggi ha trovato schermi migliori su cui essere rappresentato, schermi digitali che sono Luoghi sociali in cui abitiamo comodamente e attivamente, esprimendo opinioni e punti di vista che alimentano e arricchiscono l’esperienza del nostro partecipare alla pubblica conversazione.
In quanto luogo di impegno civile, nel suo tematico orientarsi al miglioramento della qualità dell’abitare, DireFare potrebbe facilmente trasformarsi un domani nel contenitore delle riflessioni della collettività pordenonese, o perlomeno dal suo funzionamento concreto come macchina mediatica potranno essere tratte preziose indicazioni su come impostare iniziative di comunicazione bidirezionale tra la Pubblica Amministrazione e la Cittadinanza, scoprendo nuovi modi di promuovere edemocracy consultiva e decisionale.
Non è qualcosa da cui si possa tornare indietro, a meno che chi governa non voglia passare per retrogrado o reazionario, impedendo la libera circolazione delle idee. Fioriranno nei prossimi mesi e anni decine di simili contenitori di socialità iperlocale, dentro cui a vario titolo saremo tutti chiamati a partecipare, ciascuno secondo le proprie competenze, in tutti i settori della vita sociale di cui sia possibile parlare, dall’educazione alla viabilità alle riflessioni politiche alle strategie economiche di un territorio.
PS Il Comune di Udine sta procedendo bene nella sua intenzione di moltiplicare i canali di comunicazione con la PA messi a disposizione del cittadino. Non si tratta in questo caso di un ambiente specifico interamente dedicato a svolgere la funzione di contenitore digitale delle visioni della collettività, ma di singoli strumenti che via via vengono aggiunti alle pagine del sito comunale per offrire maggiore interattività.
Di recente introduzione è il sistema di segnalazione dei disservizi, che utilizzando la piattaforma esterna ePart permette ai cittadini di pubblicare informazioni su problemi e criticità relativi a viabilità e trasporti e rifiuti e visualizzarli su una mappa. Sembra abbastanza frequentato dagli udinesi.

Narrazioni di comunità, visioni condivise, scorci di futuro

Ho sete di narrazioni territoriali. Ma di  più: le collettività hanno sete, vogliono abbeverarsi con le rappresentazioni di sé allestite sul mediascape, il paesaggio mediatico.
Riassunto delle puntate precedenti:
  • c’è stato un cambiamento nei technoscape, nei paesaggi tecnologici. Abbiamo tutti per le mani strumenti di espressione nuovi, potenti e raffinati, abitiamo in Rete. E’ un momento aurorale, perché stanno nascendo nuovi format, nuove nicchie e flussi dentro l’ecosistema della conoscenza (fino a ieri biblioteche e quotidiani come imperi costruiti sulla carta, sulla pesantezza; seguiva maturazione dell’opinione pubblica lenta, partecipazione limitata, broadcast ineluttabile)
  • le collettività producono senso vivendo, e lo mostrano nello specchio della letteratura e nelle arti (come fare riflessivo, guarda un po’), tanto quanto nell’urbanistica, o nei modelli economici praticati, nella progettazione della logistica territoriale, e aggiungiamo le possibilità odierne di mostrare dinamicamente in tempo reale i comportamenti delle persone e dei gruppi tramite georeferenzialità e dispositivi connessi ubiqui… risulta oggi facile e semplice darne rappresentazione mediatica adeguata, di tutte ‘ste cose e flussi di persone e idee. Tutto nutre i mediascape, l’insieme degli atti comunicativi, la nuvola del dire di una comunità
  • nei momenti di crisi, conviene avere un serbatoio di possibilità differenti da giocarsi, per meglio adeguarsi al mutato contesto ambientale. Solito parallelo con il dialogo della selezione naturale, e al fatto che siamo tutti mutanti: succedesse qualcosa guarda caso ci sarebbe qualcuno che porta in sé una mutazione fino a quel momento ininfluente, ma che ora potrebbe diventare decisiva per far sopravvivere la specie (sto parlando di sperimentalismo, sì, in ogni settore sociale produttivo e socioculturale, nei format con cui pensiamo e storicamente realizziamo il nostro abitare). Idee per sopravvivere.
  • per potenziare l’efficacia di questo auto-pensarsi delle collettività, costruire contenitori di visioni e di progettazioni sociali, Luoghi partecipativi dove tutti possano esprimere la loro percezione e le loro linee direttrici del desiderio rispetto al futuro del territorio, alla qualità del Ben-stare su di esso come collettività in modo consapevole dell’impronta ecologica e dell’ottimizzazione delle risorse (materia energia e informazione, produzione e distribuzione), all’organizzazione sociale, alla costruzione condivisa di Grandi Narrazioni capaci di dare identità alle comunità locali, per come quele emergono dal calderone della Grande Conversazione, sotto cui abbiamo alzato il fuoco (tecnologie connettive) causando un più rapido rimescolarsi dei contenuti, nella comunicazione
  • ci sarebbe da raccontare come sulla superficie del pentolone si stiano formando aggregazioni di senso imprevedibili, cluster di memi capaci di tessere nuove forme significanti, come isole nei fiumi, luoghi di regolarità nel frattale della pubblica opinione. Non c’è più nessuno (ok, dài, i giornali potrebbero fare molto, se nativamente ripensati) a dirci quali sono gli argomenti importanti, ciò di cui val la pena parlare viene a galla nella Rete.
  • e-Government e e-Democracy non vivono nei pensieri, hanno bisogno di ambienti dove poter depositare e far maturare approcci e metodologie, tematiche e partecipazione
  • c’è di mezzo un aspetto civico del problema, che mi fa pensare che simili Luoghi di elaborazione del sentimento di appartenenza a una collettività (nel senso di aver-cura), i luoghi riflessivi autopoietici, dovrebbero essere pubblici, ovvero appartenere alla collettività. Come cittadini vogliamo che l’amministrazione pubblica renda disponibili piazze e parchi e biblioteche e spazi sociali per il pubblico dibattito e faciliti la circolazione delle opinioni. Poi le idee possono nascere dappertutto, nei caffè o su Facebook, ma là dentro dovrebbero assumere forma organizzata, orientata esplicitamente a costruire nel tempo l’archivio delle narrazioni autodirette di una comunità. Là dentro il ribollire dei punti di vista, delle consultazioni, potrebbe assumere aspetti concreti di promozione territoriale, come proposizione di linee e politiche d’intervento. L’alambicco che distilla.
Dicevo. Di simili Luoghi del “fare identità” territoriali e darne rappresentazione mediatica ne stanno nascendo un po’ ovunque, io stesso sto collaborando per realizzare qualcosa di simile, di cui racconterò più avanti. Gli Urban Center (Torino; Milano, Bologna, altre info) possono essere visti come gangli nervosi per l’elaborazione dei flussi informativi territoriali, gli esperimenti di Urban Experience danno visibilità alle nuove forme dell’abitare e del fruire gli spazi sociali.
A esempio, la Camera di Commercio di Udine ha messo giù un progettone per raccogliere le idee e le visioni della collettività friulana, si chiama Friuli Future Forum, lo trovate descritto anche qui, date una letta.
“L’ambizione è comunicare un progetto che contribuisca a trovare una nuova idea di Friuli. Ricostruiamo il concetto della nostra regione mattone dopo mattone, idea dopo idea, partendo dalle radici culturali e territoriali e individuando i valori di base sui quali poggiare le fondamenta per sostenere i sogni e le aspettative del futuro dei friulani” dicono i due professionisti coinvolti, l’uno più pubblicitario (annusare tendenze sociali e stili mediatici) e l’altro più tecnologo, docente universitario specializzato in location awareness e strumenti per rendere eloquenti le collettività.
E se la questione gira intorno al rendere visibili i flussi partecipativi dei cittadini, a organizzare e e distillare narrazioni centrate sul territorio e la qualità dell’abitare create dagli abitanti stessi, forse servirebbe anche una sorta di agenzia territoriale capace di offrire consulenze ai singoli o alle istituzioni o comunque agli attori sociali per costruire la propria narrazione, il proprio apporto alla Grande Conversazione.
Servirebbero dei Centri per la Narrazione gestiti con professionalità e orientati a progettare format di racconto per le collettività, capaci di fornire soluzioni comunicative adeguate con moderni strumenti di espressione (mappe e geotagging e blog urbani e reti civiche e mediateche e sensori ambientali e internet delle cose e teatri sociali di elaborazione, consultazione e decisione).
E quando le tematiche riguardano il fare civico, queste Agenzie di comunicazione potrebbero tranquillamente essere uno dei servizi offerti alla Cittadinanza da quegli Urban Center di cui parlavo più sopra.
Son dieci anni e più che unendo le mie competenze sulle conversazioni e sui media al mio interesse per la qualità dell’abitare sui territori provo a progettare e allestire community territoriali. Con tutto questo fiorire di ambienti per la socialità aumentata, chissà mai che non possa trovare un lavoro decente.

 

Empowering communities

Un bell’articolo di Ernesto Belisario, su Apogeonline.

L’Open Govenrment è un’opportunità concreta di ottenere, attraverso la rete, un’amministrazione più efficiente e una migliore democrazia. Quest’opportunità, però, può essere colta solo a patto di comprendere che il vero cambiamento è fuori dal Palazzo e che la vera innovazione non è nelle tecnologie.

Scrivere storie sulle geografie

L’argomento è quello della partecipazione delle collettività alla costruzione simbolica dell’identità di un territorio, lo stile e le azioni delle comunità che lo abitano. Ma non solo di immaginario stiamo parlando: le forme di emersione di nuove dimensioni e orientamenti dell’opinione pubblica locale possono tranquillamente farsi carico di tematiche molto più concrete, a esempio l’organizzazione logistica del tessuto urbano, la viabilità o lo spostamento di cose e persone, o dell’informazione quando ragioniamo di piattaforme istituzionali per la partecipazione della cittadinanza a forme di progettazione sociale condivisa e collaborativa, la vera conversazione tra Ente locale e cittadini.
Nel primo caso il fare comunicativo della comunità locale, l’insieme dei discorsi e delle posizioni dei parlanti riguardo a descrizioni fisiche o sul funzionamento concreto di un ambiente urbano, come pure valutazioni estetiche sul paesaggio o sulle filiere di distribuzione economiche e produttive locali, contribuiscono con la loro polivocalità a dipingere l’immagine dinamica di quel territorio, per come essa emerge dall’incessante conversazione sociale oggi potenziata e resa visibile e perfino abitabile dal web moderno.
Banalmente e prendendo l’esempio con le molle, proviamo a pensare ai primi cento risultati che Google offre ricercando “Friuli Venezia Giulia”, e avremo una fotografia statistica (e dinamica) di questo territorio, dove solo alcune voci saranno comunicazione istituzionale progettata e pubblicata, mentre altre occorrenze emergeranno dai ragionamenti pubblicati da qualche blog importante della zona, da forum di discussione, da conversazioni tenutesi su qualche social network, da siti commerciali che fanno del collegamento al territorio un loro punto di forza nel marketing, da testate giornalistiche che riflettono gli accadimenti locali. 
Il FVG agli occhi del mondo è questo. L’insieme delle narrazioni autoriferite di un territorio è la sua carta d’identità, è una scrittura collettiva di una storia (o meglio, storie) sopra una geografia, per dirla con parole di Carlo Infante, dove diventa possibile far interagire autopoiesi delle collettività umane (il continuo produrre senso connaturato al fare umano) con le mappe satellitari, diventa possibile concepire dei geoblog e altre diavolerie capaci di connotare gli accadimenti in modo georeferenziato. 
E’ dove l’orizzontalità dei sistemi relazionali umani incontra la verticalità di uno sguardo più ampio del proprio cortile e della propria cerchia amicale, avendo come fine talvolta esplicito innanzitutto la “messa in scena” del territorio, e in seguito la sua eventuale ottimizzazione, se stiamo indagando quei Luoghi di comunicazione dove tutti insieme potremmo provare a studiare e decidere le mosse migliori da compiere per il bene della collettività.
In questo secondo caso abbiamo a che fare concretamente con la partecipazione della cittadinanza nella progettazione e nel miglioramento della qualità della vità di un dato territorio, grazie a quei Luoghi riflessivi costituiti dalle piattaforme web per la partecipazione civica, in misura consultiva e nel prossimo futuro anche in misura decisionale, secondo le indicazioni di una e-Democracy intesa in senso forte.
Qui però ci sono degli ostacoli diciamo così tecnici, perché sebbene questi Luoghi web di partecipazione esistano già da qualche anno (le reti civiche telematiche essendo i progenitori), solo recentemente e solo grazie a una impostazione nativamente 2.0 ovvero centrata sulla produzione e distribuzione di contenuti da parte degli utenti stessi si è riusciti a mettere online dei software-piattaforma che permettano di svolgere dignitosamente questa notevole attività di intercettazione, visibilità e organizzazione delle tematiche “calde” che emergono da una comunità geolocalizzata.
Gigi Cogo oggi segnala una piattaforma interessante, e condisce il tutto con altrettanto interessanti ragionamenti (anche qui e qui).

Bambini e social network

Da una discussione interessante su Friendfeed: “Papà, ma non c’è un coso tipo facebook dove parlare ma per bambini?”, ecco un problema che se ci impegniamo potremmo risolvere per tempo.
Purché nei commenti, qui come là, non arrivi qualcuno a dire che i bambini devono correre in bicicletta e giocare con gli amici, non essendo gli ambienti sociali digitali qualcosa che possa loro interessare, o essere addirittura deleterii per la loro formazione individuale.
Tanto per cominciare, i bambini sanno cosa fare su internet. Guardano Youtube, hanno i loro siti preferiti per giocare, vanno a cercare informazioni sui cartoni animati preferiti o su Harry Potter o Lady Gaga, conoscono Wikipedia. 
A partire dalle scuole medie, o anche per quelli di quarta e quinta elementare, il riferimento nei loro discorsi a cose viste in Rete è costante, il web è un Luogo abitato, e tanto quanto a quell’età espandono il loro orizzonte verso il vicinato e i gruppi di amici, così esplorano territori indifferentemente fisici o digitali.
Poi, non vorrei mai che per colpa di quelli che dicono che Internet non è per i bambini, e quindi proibiscono anziché educare, si ricadesse nella stessa situazione che abbiam già vissuto con la televisione prima e con i videogame poi, realtà vivissime nel mondo esperienziale dei minori eppure colpevolemente tralasciate dai sistemi formativi, senza che a scuola oppure in modo informale in famiglia e nelle agenzie educative territoriali si prendesse seriamente una certa Media Education capace di far riflettere insegnanti e allievi sulle grammatiche e sugli effetti sociali dei mezzi di comunicazione di massa.
Inoltre: i bambini a scuola usano il web per attività didattiche, e chissà quante maestre han già provato (o avrebbero voluto) a creare degli ambienti formativi digitali, usando Moodle o piccole community di classe web-based, dove poter alloggiare presentazioni powerpoint, caricare video fatti a scuola con la macchina fotografica, allestire gallerie di immagini della gita scolastica o dell’uscita presso il Museo, pubblicare documenti di scrittura collaborativa nati e cresciuti magari nel corso di attività con altre classi o altre scuole, nazionali o internazionali. 
Sappiamo da anni che l’introduzione del computer in classe genera una forte spinta motivazionale, e sappiamo anche che il modo migliore per apprendere in modo significativo (radicando le conoscenze in noi) è raccontare a qualcun altro ciò che si è imparato: ecco perché potrebbe essere interessante allestire le classi scolastiche anche dentro ambienti digitali – la classe non è un’aula, i muri scompaiono, abitiamo dappertutto, osmosi scuola-territorio – dove poter innescare conversazioni proprio sulle tematiche didattiche, tramite gli strumenti di chat e forum e bacheche e commenti.
Se in quinta elementare i bambini oggidì ricevono in regalo il cellulare, io ne approfitterei per dar loro ufficialmente e istituzionalmente anche una bella casella di posta elettronica, e intendo nome.cognome@, e anzi trasformerei questo rito di passaggio, fondato sull’acquisizione di strumenti che inaugurano la dimensione della socialità personale, in un vero cerimoniale da celebrarsi alla fine dell’anno scolastico. Sancendo il loro ingresso nell’età della socialità allargata, coglierei l’occasione per raccontare ai piccoli i lati positivi e quelli negativi relativi all’utilizzo di quegli strumenti.
Ci sono sedici (16) milioni di italiani su Facebook, considerando la fascia tra i 25 e i 50 anni ci sono in Italia milioni di genitori che in questi giorni si sentono chiedere “Papà, ma non c’è un coso tipo facebook dove parlare ma per bambini?” da una personcina di nove anni che è naturalmente incuriosito da cosa fanno papà e mamma quando arrivano a casa e si collegano (tralasciando il fatto che la gente usa facebook sul lavoro, dall’ufficio), e vedono schermi con foto di parenti e amici di famiglia, e auguri di compleanno, e chiacchiere di botta e risposta nei commenti.
Certo, esistono anche molti ambienti social per i minori, e sono anche frequentati. A esempio, credo che un nuovo rito di passaggio adolescenziale, praticato e vissuto in modo mediatico, sia il “cambio di social network”, quando cioè un ragazzino/a di diciassette anni sente ormai limitante il proprio abitare su Luoghi sociali (Badoo e altri) progettati per un target d’età inferiore, e compie il grande passo di andare magari su Facebook, “dove ci sono i grandi”.
Tra parentesi questo significa che i diciottenni che ora trovate su Facebook fanno social da tre/quattro anni su piattaforme dedicate, dove chissà che cosa han visto, come lo han vissuto, quali criteri di giudizio si sono formati in perfetta autonomia, visto che i genitori non capivano/capiscono cosa significhi chattare e scambiarsi foto in posizioni ambigue o semplicemente ludiche nella ricerca per prove e errori di una propria identità digitale, o comunque rappresentazione e proiezione mediatica di come vogliamo apparire e essere riconosciuti online.
Ma fino a quando la scuola primaria, dove si seminano i buoni comportamenti, non provvederà delle competenze digitali agli allievi per renderli Abitanti anche del nuovo mondo immateriale, il web in cui vivono a pieno diritto (a esempio: saper gestire il proprio profilo su un socialnetwork, aver cura della password, adottare comportamenti di buon senso nella protezione della privacy, conoscere i propri diritti di accesso all’informazione e di libera espressione di sé, possedere grammatiche e conoscenze aggiornate per decodificare la complessità tecnologica e comunicativa dei nuovi strumenti, aver maturato approcci etici rispetti agli altri fondati sui valori dell’accrescimento della conoscenza collettiva e sullo scambio interpersonale, aver compreso l’importanza di una riflessione sugli aspetti digitali di reputazione e fiducia incentrati sulla nostra persona e sul nostro fare pubblico in Rete, aver appreso le regole socialmente negoziate per condurre conversazioni civili e quindi consapevolezza di un fare diffamatorio, calunnioso, oltraggioso), indubbiamente il problema rimane il controllo di questi ambienti da parte di un supervisore adulto, genitore o tutore responsabile.
I bambini devono essere lasciati liberi di giocare tra loro, tanto quanto si lasciano giocare con altri bambini nei parchi senza impicciarsi troppo, o quando nella prima adolescenza allargano i loro giri in bicicletta frequentando gruppi di amici sul muretto, senza più essere sotto l’occhio attento e apprensivo della mamma.
Mettiamo un bambino di dieci anni. In classe a scuola ci si potrebbe scambiare l’indirizzo di posta elettronica, la maestra si fa scrivere una mail da ciascun bambino dal suo account personale nome.cognome@, poi ri-spedisce a tutti i bambini una mail con tutti gli indirizzi in chiaro, cosicché tutti abbiano quello degli altri.
Oltre a tornar utile per motivi scolastici, i genitori sarebbero sicuri che le comunicazioni avvengono sempre con persone certe. 
Ed è anche legittimo che i genitori controllino il cellulare e la mail dei figli, anche se farlo con un quattordicenne diventa questione spinosa, per la sua sacrosanta esigenza di privacy. Ma in ogni caso sapere che il genitore *potrebbe* controllare è già deterrente sufficiente affinché il minore rifletta su quello che sta facendo online (poi ovviamente il ragazzo o la ragazza un minimo scafati, imparando da amici o da fratelli grandi, si creano altri account e altri indirizzi di posta e altri nickname e vivono felicemente le loro mille identità digitali, come palestra di adultità).
Sui social network c’è il problema del “chiedere amicizia”, che può essere fatto indistintamente e rapidamente verso tutti quelli che incontriamo. Inoltre vi è la possibilità di cercare le persone in molti modi diversi, e i risultati appaiono pubblici.
Forse su questi aspetti si potrebbe far qualcosa, sicuramente dal lato educativo, ma anche ponendo attenzione agli aspetti tecnici con cui le comunità digitali vengono progettate e realizzate.
Come già Facebook (ufficialmente riservato ai maggiori di 13 anni, ma abitato da molti bambini di età inferiore) sta cercando di fare su richiesta corale di fruitori preoccupati, la ricerca su persone minorenni a esempio dovrebbe essere inibita, come pure dovrebbe essere presente in maniera ben evidente un bottone PANICO che i minori potrebbero sempre rapidamente cliccare per segnalare comportamenti sessualmente sospetti.
I bambini, nuovi abitanti nativi, hanno tutto il diritto di avere una cerchia sociale digitale, e di praticare forme di socialità ormai comuni nel mondo (chat, commenti botta-e-risposta, videoconferenze, scambio mail) con i propri amici, comportandosi con proprietà nei Luoghi sociali, conversando civilmente, ascoltando gli altri e esprimendo liberamente sé stessi e per questo stesso fatto crescere come persone.
Ormai una generazione intera, quelli nati dopo il 1990, è giunta all’età della maturità (e del voto, e della responsabilità civile, e della patente, e dell’impiego professionale) vivendo tutta la vita circondata da computer e Internet e oggetti digitali e comunicazione istantanea, senza che nessuno abbia loro raccontato niente di cosa stava succedendo
Cerchiamo per quanto ci è possibile di ragionare su queste tematiche, auspicabilmente con cognizione diretta  dei nuovi comportamenti sociali mediati: a noi, come genitori o insegnanti, rimane come sempre da comprendere come poter garantire qualità educativa agli ambienti di crescita dei minori, fossero anche ambienti digitali.

De Biase su Soru, Caio e Gentiloni

Francesco Caio e Renato Soru. Insieme per discutere dell’internet all’italiana, tra banda larga che non si allarga e politica che si restringe. L’occasione è stata ieri, sul finire di unagiornata dedicata al tema, a Roma, organizzata da Paolo Gentiloni

Non era la serata per ritornare a parlare dei dettagli del piano per la banda larga, per vedere le possibili configurazioni tecnologiche, per ritornare sulle polemiche tra gli operatori… Era la serata per ascoltare due protagonisti veri che, con il cuore e il cervello, hanno fatto molto per l’infrastruttura dell’internet italiana. Ed era la serata per cercare di comprendere come si può sparigliare, come si può sbloccare il processo che serve a migliorare la connettività in questo paese, chi se ne deve occupare.
Entrambi hanno scelto di partire dalla visione. Per Caio è dimostrato che l’allargamento della banda è pienamente connesso allo sviluppo economico. Per Soru è chiaro che, come dice l’Europa, la rete è competitività e inclusione. Per entrambi è speranza di crescita culturale, sociale, economica. 
[…]

Insegnare il buonsenso

Sergio Maistrello prova a riflettere sulla consapevolezza dei comportamenti online, sull’etica della condivisione, sui cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi due anni, da quando 15 milioni di italiani si sono iscritti a Facebook, “persone, là fuori, che pensano di guidare un triciclo al parco giochi e non si rendono conto di essere invece al volante di un bolide in autostrada”.
Queste riflessioni prendono poi la forma di un decalogo, lo incollo qui, ma voi cliccate e andate a leggere il post da Sergio, che vi conduce benissimo ad approfondire il ragionamento.
En passant, faccio notare come tre ore di un anno scolastico, in terza media, dovrebbero essere dedicate a riflettere sopra un simile decalogo, per condurre seriamente a scuola delle iniziative di educazione civica, Educazione alla Cittadinanza. 
Insegnanti che leggete, siate NuoviAbitanti.


  1. Sii consapevole che tutto quello che scrivi e che condividi riguardo a te e ai tuoi amici potrebbe sfuggire al tuo controllo. Dentro ambienti come Facebook, il tuo controllo sui contenuti finisce sostanzialmente nel momento in cui pubblichi un contenuto. Non è sempre così, ma sii preparato al fatto che potrebbe anche essere così.

  2. Sii consapevole che potresti essere chiamato a rispondere di qualunque cosa tu abbia scritto o condiviso, anche molto tempo dopo che l’hai pubblicata. I reati esistono anche dentro internet e sono gli stessi che regolano qualunque convivenza sociale: passato lo spaesamento per la novità dell’ambiente, le querele aumenteranno.

  3. E nel caso ti rimanesse il dubbio: no, anche se non ti firmi con nome e cognome dentro internet non sei mai del tutto anonimo. Ogni tua azione lascia tracce a qualche livello. Se necessario, può essere più facile di quanto tu creda risalire alla tua identità.

  4. La differenza tra l’espressione legittima delle tue idee e l’ingiuria o la diffamazione è spesso soltanto una questione di formulazione del pensiero e di stile nel confezionarlo. Puoi pensare che Tizio sia un cretino, ma non puoi dargli semplicemente del cretino. La libertà di opinione e di espressione non implica la libertà di insulto. Questa non è educazione a internet, questa è educazione civica.

  5. Sii lungimirante: se pensi che un contenuto, tolto dal suo contesto originale, un giorno potrebbe nuocere a te o alle altre persone coinvolte, evita di pubblicarlo. Tieni sempre in mente il fatto che stai giocando con la reputazione e la dignità tua, dei tuoi amici e di tutte le persone con cui ti capita di interagire.

  6. Non pubblicare o condividere mai nulla che riguardi anche altri senza avere l’esplicito consenso di tutte persone coinvolte. Ci sono persone che non gradiscono affatto che in rete circolino le loro foto o si parli di loro ed è giusto rispettare la loro sensibilità: non sono loro a dover manifestare la loro preferenza a pubblicazione avvenuta, sei tu che devi verificarla preventivamente. L’attenzione deve essere ancora maggiore quando i contenuti riguardano minorenni, a maggior ragione se non si tratta dei propri figli.

  7. Assicurati di essere legittimato a pubblicare contenuti che non siano prodotti da te: se pubblichi foto di altre persone devi avere il loro consenso, altrimenti ti stai appropriando di una creazione intellettuale altrui. Se vuoi rilanciare un contenuto che ti è piaciuto molto, un estratto con un link alla fonte originaria è altrettanto efficace e molto più rispettoso del funzionamento di internet.

  8. Se decidi di rilanciare appelli, campagne di opinione e altri contenuti “virali” assicurati di non contribuire alla propagazione di bufale o di palesi falsità. Più un contenuto è soprendente e basato su presupposti emotivi più è probabile che sia artefatto, superficiale o disonesto: condividendolo ne sottoscrivi implicitamente i limiti e i fini. Se contribuisci a diffondere falsità e bufale manifesti platealmente la tua ignoranza (e gli altri sono autorizzati a fartelo notare). La rete offre molti strumenti per fare verifiche preventive, usali.

  9. Sei nodo in una rete, anello in una catena. Ogni tua azione ha una conseguenza, seppur minima, a livello di sistema. Sei libero di pensare, esprimere e condividere quello che ti pare: quello che ci si aspetta da te è che sia quanto meno un’azione consapevole e ponderata.

  10. È troppo facile esprimersi per lo più contro qualcosa o contro qualcuno, a maggior ragione oggi che tutti possono diffondere con facilità le proprie idee. Costringiti a discutere sempre e soltanto le idee, mai le persone. Costringiti a essere positivo, propositivo. Da grandi abilità derivano grandi responsabilità. Oggi non hai più scuse per non contribuire a migliorare il mondo. Comincia migliorando le tue idee, il modo in cui le presenti e l’impatto che possono avere nella tua rete sociale.

Nuovissimi abitanti

I dispositivi touch hanno modificato completamente la percezione sociale delle interfacce verso gli ambienti digitali, grazie alla loro trasparenza.
Rimuovendo quell’alone tecnico che ancora purtroppo circonda i computer, fatto di cavi visibili e di mouse e di procedure d’uso pseudoingegneristiche (“avvia il sistema”, “pannello di controllo”, scarsa usabilità per connettere due pezzi di hardware), gli schermi tattili recuperano una certa naturalezza immediata dell’interazione, a tutto vantaggio di una fruizione libera e giocosa.
Dell’iPad già si parla come strumento principe per recuperare alla Cultura digitale le fasce d’età anagraficamente avanzata, permettendo loro di immettere le loro esperienze nella Grande conversazione senza essere costretti ad affrontare curve di apprendimento sull’utilizzo degli strumenti e degli ambienti di connettività personale.
Di converso, cliccando sull’immagine sopra potrete vedere la naturalezza con cui avviene l’interazione di una bambina di due anni e mezzo, certamente cresciuta insieme agli iPhone, con un iPad. Non vi è nessun blocco, nessun diaframma cognitivo, nessuna paura.

Cellulare glocale, e senso di communitas.

Del glocale, in un mondo connesso, interessa il locale. Perché diventa subito globale. E come il web è rete di reti (inter-net), così il consorzio umano è una rete di collettività.
Rendo eloquente, promuovo l’espressione di ciò che sento, per intrecciarla con il discorso umano tutto, e ne lascio traccia.
Se il globale è la visione di un orizzonte da cui traiamo indicazioni per orientarci, per non perderci nel girare in tondo in giardino, nel locale c’è l’udito, il tatto, il gusto, il sapore dell’esperienza concreta, il mio risuonare.
Il Cittadino, sappiamo, è tale davanti la Legge. Direi quasi che si tratta di Essere Cittadini, come condizione automatica del nostro riconoscimento e della nostra riconoscibilità dinanzi i diritti e i doveri; ed è una condizione che nasce sulla soglia di casa, guardando la strada.
Ma Fare il Cittadino è Abitare, aver cura dei Luoghi. C’è uno spirito, un sentimento, una partecipazione. Sono Cittadino con la vista, Abito (faccio l’Abitante) con tutti in sensi, in tutti i sensi.
E Granieri segnala una accezione anglofona di communitas, che poi è vicina al significato latino, dove si intende proprio recuperare il sentimento del fare comunità.
E come Cittadino e Abitante, questo sentimento, questo spirito profondo di appartenenza connota questa distinzione tra Cittadinanza (nome collettivo) e Comunità, oltre la community strutturata per cogliere la communitas.
Jeff Jarvis dice che il local lo fa il telefono cellulare, in questo suo articolo Mobile=Local.
Lì dentro, dentro quel dispositivo tecnologico connetti-umani, convivono le anime individuali e collettive, le parole di espressione di sé, la nuvola dell’abitare sociale.
E per questo Google e Nokia e le aziende sono interessatissime a rendere visibili i flussi di abitanza locale, a portare gli ethnoscapes dentro i mediascapes, paesaggi mediatici concreti creati dal nostro agire comunicativo.
Cosa sta succedendo intorno a me? Col cellulare smart posso fare una fotografia del bar all’angolo, e chiedere al web cosa ne sa di quel posto, se ci sono dei miei amici lì in giro, se il posto è piacevole, se ci sono dei dati pubblici governativi su quel luogo, posso vedere il menù e i tipi di birra serviti, posso sapere che gruppetto rock ci suona stasera, ascoltare dei loro pezzi o vedere un loro video, e tutto questo lo dico e lo faccio insieme ai miei amici, tutti connessi nel pensare in modo aumentato, e questo è local.
Per fare tutto questo per bene, Google ha bisogno di due cose: innanzitutto, ha bisogno di avere più dati. Ha bisogno che noi annotiamo il mondo con le nostre informazioni, e se non riesce a trovare queste informazioni, creerà gli strumenti per generarle.
In secondo luogo, Google ha bisogno di sapere più cose di noi, ha bisogno di ulteriori tracce del nostro fare, del nostro abitare fisico e digitale (dentro i social network) nei Luoghi, per offrire dei servizi che possano essere per noi rilevanti.

A Bill of Rights in Cyberspace

  1. Abbiamo il diritto di connetterci.
  2. Abbiamo il diritto di esprimerci.
  3. Abbiamo il diritto di parlare nella nostra lingua.
  4. Abbiamo il diritto di riunirci.
  5. Abbiamo il diritto di agire.
  6. Abbiamo il diritto di controllare i nostri dati.
  7. Abbiamo diritto alla nostra identità.
  8. Ciò che è pubblico è un bene pubblico.
  9. Internet deve essere costruita e deve funzionare in modo aperto

Jeff Jervis propone degli emendamenti alla Dichiarazione d’Indipendenza del Cyberspazio di Barlow.

Due rapide osservazioni, che traggo in parte dai commenti presenti sul blog di Jarvis.
La Dichiarazione di Barlow è un testo eccezionale, lungimirante (è del 1996), filosoficamente intriso di cultura visionaria e al contempo concreto nella sua capacità di identificare i nuovi territori e diritti imprescindibili degli abitanti della Rete. Questi emendamenti di Jarvis, nelle sue stesse parole, più che miglioramenti o correzioni li intenderei come attualizzazioni, avendo a mente i pericoli che la libertà su web oggi corre in più parti del mondo.
Sarebbero da aggiungere il diritto di link (che volendo si può intendere come contenuto nel diritto di riunirci in assemblea, nel nostro organizzarci senza organizzazioni che la Rete permette), e l’affermazione secondo cui nessun governo o gruppo commerciale o individuo può rivendicare sovranità di alcun tipo sopra questi territori digitali, asserzione centrale e fondante in Barlow.
Ma qui si apre uno spazio critico.
Jarvis ragiona di libertà di Internet, Barlow parla di indipendenza.
Tant’è che è possibile far notare a Jarvis che è sbagliato esprimere dei diritti (wrong/right) delle persone in una simile Carta, come se ci fosse un’autorità che li concede, da cui noi elemosiniamo. Noi non abbiamo il diritto di connetterci, noi ci connettiamo, punto. Non voglio il diritto di parola, voglio che non mi venga impedito di parlare, visto che io parlo.
Se proprio devo introdurre degli elementi pro-positivi (affermativi) in una Dichiarazione d’Indipendenza, dovrei soltanto esprimere ciò che non deve essere fatto, a esempio chiarire che i governi non devono fare leggi contro la libertà di espressione.
La distinzione tra libertà e indipendenza influenza profondamente la narrazione del soggetto.
Articolando su un quadrato semiotico i conversi, i contrari e i contraddittori del poter-fare (libertà) si comprende la posizione dell’indipendenza come poter non-fare, che garantisce maggiormente uno spazio di manovra etico per il soggetto. Anche perché c’è sempre una storia dove un’autorità sovrastante riesce a trovare qualcosa con cui manipolare il soggetto, un oggetto di valore o anche una semplice provocazione, trasformando il suo garrulo poter-fare in un angosciante dover-fare, a esempio ridisegnando il contesto narrativo attraverso un soffocante non-poter non-fare, ovvero nella situazione dell’obbedienza.
Meglio l’Indipendenza.

 

Cucinare la democrazia

Come sapete, i cuochi studiano le tecniche di cucina. E un ragionamento di culinaria è da ascrivere al pensiero tecnologico.
C’è un progetto, ovvero uno sguardo sul futuro, e c’è la modificazione dell’ambiente, ovvero la trasformazione di materie prime in un manufatto, mettiamo sia una torta.
C’è l’acqua, la farina e le uova, e tutto sommato conviene conoscere le loro caratteristiche fisiche e chimiche per saper come si comporteranno in certi frangenti, tipo dentro un forno. Una questione di prevedibilità in relazione al contesto, questione squisitamente tecnologica tanto quanto progettare una diga senza che crolli dopo due giorni.
C’è il forno, ovvero il calore che innesca le reazioni trasformative.
E c’è la ricetta, le istruzioni procedurali, quell’informazione che costituisce il terzo elemento della famosa triade tecnologica, insieme appunto a materia e energia.
Bene, inventarsi un sistema di governo assomiglia al cucinare una torta.
Perché come più volte qui detto, la democrazia è una tecnica, e ragionare di forme di governo è una sorta di riflessione tecnologica. Poi nel parlare comune identifichiamo la forma con i contenuti, la democrazia con i valori, ma la prima è uno schema, una struttura, una procedura, un sistema, un meccanismo che garantisce l’esistenza dei secondi, e quindi traslatamente diventa valore in sé, in quanto desiderabile.
Più di duemila anni fa la Storia per come viene descritta nei sussidiari vuole che a Atene qualcuno si sia posto la fatidica domanda: ma quale forma di governo riteniamo migliore, per la nostra collettività, che soddisfi le nostre esigenze etiche di convivenza civile?
I valori sono già tutti presenti: giustizia sociale, libertà della persona e di espressione, rappresentatività delle classi sociali. Altri secoli aggiungono riflessioni, il Rinascimento italiano, il Seicento inglese, la Rivoluzione francese, gli statuti ottocenteschi, le Carte universali del Novecento.
Quali meccanismi, che tecniche, quali procedure adottare per garantire la democrazia? Separazione dei poteri, organi di controllo, una serie di leggi che dicono come fare le cose per farle nel rispetto dei valori che a esempio una Costituzione esprime.
Il rispetto formale delle procedure è una questione sostanziale della democrazia, perché le regole sono la democrazia.
In un tribunale, anche se l’imputato è stato considerato colpevole, una virgola sbagliata su un verbale può annullare il processo, che va ripetuto nel rispetto delle procedure e delle formalità. Ed è giusto così, se ci pensate, perché simili cose non possono essere arbitrarie.
Dati i valori individuali e delle collettività (la materia), dato il forno e il calore della dinamica realtà sociale, devo seguire le istruzioni (lle procedure, le tecniche di rappresentatività democratica, le forme di governo) per riuscire a cuocere per bene, nel modo che abbiamo tutti stabilito come desiderabile, questa torta che si chiama Società e convivenza civile.
Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky nell’intervista oggi su Repubblica (da qui)

“Il diritto di tutti è perfettamente garantito dalla legge. Naturalmente, chi intende partecipare all’elezione deve sottostare ad alcuni ovvi adempimenti circa la presentazione delle candidature. Qualcuno non ha rispettato le regole. L’esclusione non è dovuta alla legge ma al suo mancato rispetto. È ovvio che la più ampia “offerta elettorale” è un bene per la democrazia. Ma se qualcuno, per colpa sua, non ne approfitta, con chi bisogna prendersela: con la legge o con chi ha sbagliato? Ora, il decreto del governo dice: dobbiamo prendercela con la legge e non con chi ha sbagliato”.

Internet è libertà, perchè dobbiamo difendere la rete

Giovedì 11 alle 15 alla Sala della Regina, Montecitorio.
Lectio magistralis di Lessig.
Diretta in streaming sulla webtv diMontecitorio.Giovedì 11 marzo alle 15, presso la Sala della Regina di Palazzo Montecitorio, si terrà il convegno “Internet è libertà, perchè dobbiamo difendere la rete”. I lavori saranno aperti da un intervento del presidente della Camera, Gianfranco Fini. Seguirà la Lectio magistralis su “Il web e la trasparenza tra ideali e realtà” di Lawrence Lessig dell’Università di Harvard.

Successivamente, interverranno Franco Bernabè, Amministratore delegato di Telecom Italia, Umberto Croppi, Assessore alle Politiche culturali e della comunicazione del Comune di Roma, Fiorello Cortiana, Responsabile Innovazione della Provincia di Milano, Juan Carlos De Martin, Responsabile Creative Commons Italia, Paolo Gentiloni, Deputato del Partito Democratico, Stefano Quintarelli, Presidente di Reeplay, Paolo Romani, Viceministro allo Sviluppo economico.

Moderatore sarà Riccardo Luna, Direttore di Wired. Il convegno sarà trasmesso in diretta sulla webtv di Montecitorio http://webtv.camera.it/.

Alfabetizzazione e competenze per il XXI secolo

Premessa
Oltre infatti a definire una capacità di base skill dell’individuo, ovvero l’acquisizione di una padronanza su un codice semiotico riferito in questo caso alla lingua scritta (l’alfabeto, la produzione linguistica base), literacy in inglese reca con sé delle indicazioni sulle competenze del parlante, ovvero sul suo saper trasferire quelle abilità in altri campi di applicazione, sul suo saper astrarre da quella conoscenza delle regole di funzionamento grammaticale più ampie: oltre a un fare la parola “alfabetizzazione” andrebbe anche in italiano compresa per la sua capacità di denotare un certo saper fare del parlante.
Tant’è che in inglese questo insieme di abilità e competenze (marcato dal suffisso -acy) quando è riferito alla lingua scritta e parlata può essere denominato appunto literacy, e restando dentro questa concezione può essere esteso a altri campi dello scibile: ragionando di abilità e competenze di tipo matematico può essere coniata e utilizzata la parola numeracy, mentre dovendosi riferire all’insieme “grammaticale” della Tecnologia (dagli artefatti ai sistemi, dal martello agli impianti industriali) ci si può riferire al termine Technacy.
In italiano, a meno di non voler coniare dei neologismi, dobbiamo aggiungere degli aggettivi: abbiamo l’alfabetizzazione letteraria, l’alfabetizzazione matematica, l’alfabetizzazione tecnologica (e si potrebbe continuare ragionando di Media Literacy, Emotional Literacy, Visual Literacy).
Interessante inoltre notare come il parallelo con la secolare articolazione della grammatica linguistica e letteraria permetta anche nel caso della Cultura tecnologica la descrizione di determinati Generi tecnologici (altra voce di Wikipedia che ho ritenuto utile tradurre dall’inglese), sulla falsariga di quanto ragionando di lettere viene fatto con i Generi letterari.
Agli occhi di un semiotico, non vi è nessuna differenza tra la grammatica di una lingua e la “grammatica” di un territorio: si tratta sempre di testi scritti dalle collettività umane, di cui bisogna individuare gli elementi semantici, sintattici e morfologici di base, e comprendere i codici di funzionamento linguistico.
Alfabetizzazione e competenze per gli abitanti del XXI secolo
Partendo da una segnalazione di Granieri, torniamo a parlare di come la Scuola o comunque i sistemi formali dell’Educazione alle nuove generazioni debbano farsi carico del fornire agli alunni alcune coordinate per la comprensione del mondo in cui si troveranno a vivere.
Granieri è notoriamente scettico sulle possibilità del sistema-Scuola di assolvere a questo compito, in quanto la struttura e l’organizzazione stessa scolastica (a partire dalla forma fisica stessa delle aule, dalla ripartizione storica in obsoleti curricoli delle conoscenze, dai ruoli e dalle competenze dei formatori, dalla notoria lentezza burocratica dell’Istituzione) impedisce nei fatti di preparare i giovanissimi a essere fruitori critici e consapevoli di questa nostra realtà sociale liquida, in rapido cambiamento.
La Scuola, così come è fatta oggi, “non ce la fa a star dietro” alla velocità del mondo moderno, e ovviamente questo si nota maggiormente nel caso della Cultura Tecnologica e Digitale, e nei modi in cui oggi viene promossa una seria Educazione alla Cittadinanza Digitale.
Molte volte ne abbiam parlato su questo stesso blog.
Certo, la “postura mentale” della Scuola, eccessivamente focalizzata sulla cosiddetta “alfabetizzazione informatica” spicciola alle TIC (il solito pacchetto Office, e non invece le mappe satellitari da abitare, i Luoghi di socialità in rete, i Luoghi della comunicazione Scuola-Territorio) e sulla dotazione di hardware come intervento risolutorio (i magniloquenti discorsi sulle LIM, o sul pc in classe, quando mancano connessioni veloci, wifi, competenze aggiornate negli insegnanti a essere innanzitutto Cittadini digitali per essere proficuamente Docenti digitali), impedisce di scorgere chiaramente quali siano gli obbiettivi formativi della persona (e non solo curricolari) che vanno rapidamente tenuti in considerazione, per evitare di dover riconsegnare alla società una volta maggiorenni degli individui pronti per vivere nel Novecento, e non dentro questo XXI secolo radicalmente diverso da ciò che lo ha preceduto.
Ecco alcune indicazioni per le competenze da possedere (non solo abilità!), per chi abita nella modernità e per lavoro si occupa di Educazione. Si tratta di una rapida traduzione di quanto trovato da Granieri qui.
Alfabetizzazioni e competenze del XXI secolo
In questa nostra epoca digitale, gli educatori devono padroneggiare alcune abilità conoscitive cruciali. Quali? Il teorico dei media, nonché concreto professionista, Howard Rheingold ha parlato di quattro “Alfabetizzazioni del Ventunesimo secolo” – attenzione, partecipazione, collaborazione e consapevolezza della rete – a cui dobbiamo orientarci, che dobbiamo comprendere e coltivare nell’era digitale (vedi qui). Tutti conosciamo le tre alfabetizzazioni standard del “leggere, scrivere, far di conto”. Che altro è richiesto nella nostra era digitale? Il futurista Alvin Toffler sostiene che, nel ventunesimo secolo, dobbiamo conoscere non solo quelle tre, ma anche come imparare, disimparare e re-imparare. Ragionando su queste suggestioni, ecco qui dieci alfabetizzazioni che sembrano cruciali per la nostra era digitale. Nessuna di queste è rintracciabile nella “metrica” normale del nostro sistema educativo, tuttavia tutte sono abilità cruciali per il nostro tempo.
Attenzione:  Quali sono i nuovi modi con cui prestiamo attenzione nell’era digitale?  Come dobbiamo cambiare i nostri concetti e pratiche dell’attenzione per una nuova era?  Come impariamo e pratichiamo nuove forme di attenzione nell’era digitale?
Partecipazione:  Soltanto una piccola percentuale di coloro che usano i nuovi media partecipativi contribuisce realmente. Come incoraggiamo l’interazione e la partecipazione significativa?  Con quale obiettivo, a livello culturale, sociale, o civico?
Collaborazione:   Come incoraggiamo forme di collaborazione significative e innovative?  Gli studi indicano che la collaborazione può riconfermare semplicemente il consenso, agendo più come pressione esercitata dal gruppo dei pari piuttosto che come una leva al vero pensiero originale.  Andrebbe forse coltivata una metodologia di “collaborazione per differenza” per potenziare e orientare in modo più significativo e efficace l’apporto che i diversi gruppi possono fornire.
Consapevolezza della rete:  Che cosa possiamo fare per meglio capire sia in che modo prosperiamo come individui creativi sia per comprendere appieno il nostro contributo all’interno di una rete fatta di altre persone?  Come avere una comprensione adeguata di cosa sia una rete allargata, e ciò che possiamo da essa ottenere?
Disegno e progettazione:  In che modo l’informazione è convogliata nelle diverse forme digitali? In che modo capiamo e pratichiamo gli elementi di una buona progettazione in quanto parte delle nostra comunicazione e delle nostre pratiche interazionali?
Descrizione, narrazione:  In che modo gli elementi narrativi modellano le informazioni che desideriamo trasferire, aiutandole ad avere forza in un mondo fatto di flussi informativi moltiplicati e tra loro in competizione?
Consumo critico dell’informazione:  Senza un filtro (quali i redattori, gli esperti ed i professionisti), molte informazioni sul Internet possono essere inesatte, ingannevoli, o inadeguate.  Anche i media tradizionali, naturalmente, risentono di questi difetti che però oggi sono esacerbati dalla diffusione digitale.  Come impariamo a essere critici?  Quali sono gli standard della credibilità?
Digital Divide, partecipazione digitale:  Quali divisioni ancora permangono nella cultura digitale?  Vi sono aspetti basilari dell’economia, della cultura, e dei livelli di alfabetizzazione che dettano non solo chi può partecipare all’era digitale ma anche come partecipiamo?
Etica e tutela:  In che modo etico e responsabile possiamo muovere partendo da partecipazione, scambio, collaborazione e dalla comunicazione in direzione di una maggiore qualità sociale del vivere, grazie agli strumenti digitali?
Apprendere, disimparare e re-imparare:   Alvin Toffler ha detto che, nel mondo in evoluzione rapida del ventunesimo secolo, l’abilità più importante è avere la capacità di fermarsi, vedere che cosa non sta funzionando e conseguentemente scoprire i modi per disimparare i vecchi modelli e reimparare a imparare.  Questo richiede il coinvolgimento di tutte altre abilità, ma si tratta forse della singola capacità che è più importante insegnare.  Significa che, ogni volta che qualcuno pensa in maniera nostalgica, domandandosi se “i bei vecchi tempi” torneranno, un riflesso “disimparante” possa rapidamente forzare quelle persone a pensare che cosa realmente significa una tal comparazione, che vantaggio ci porta, e cosa di buono possa fare provare a invertire il pensiero stesso. Cosa possono portare “questi nei nuovi giorni”?  Proprio in quanto esperimento di pensiero gedanken experiment – il tentativo di disimparare le nostre risposte irriflesse, automatiche, alla situazione del cambiamento è l’unico modo di riflettere veramente sulle nostre abitudini nel resistere al cambiamento.