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Agenda Digitale per l’Italia

Un articolo di Stefano Quintarelli per il Sole24ore

In Australia, l’anno scorso, la strategia sulla rete digitale è diventata per i media «uno dei punti di divergenza più drammatici tra i partiti in campagna elettorale». Dopo le elezioni, sono risultati decisivi i parlamentari indipendenti che hanno orientato il loro voto verso i Labor proprio per il programma di rete in fibra più coraggioso.

Il commissario europeo per la Società dell’Informazione, Neelie Kroes, ha lanciato l’Agenda digitale europea per indicare la strategia fino al 2020 e la considera elemento cardine di sviluppo e sostenibilità socioeconomica.

Secondo uno studio di Boston Consulting Group, nel Regno Unito la «internet economy» vale il 7,2% del Pil, più del settore sanitario, e il governo ha sviluppato il piano «Digital Britain» per garantire al paese un futuro tra le maggiori economie del sapere digitale. Il Technology Strategy Board ha definito le linee guida strategiche per settori fortemente condizionati dalle tecnologie digitali quali l’Ict, l’elettronica e la fotonica, la generazione e fornitura di energia, i materiali avanzati e la manifattura ad alto valore aggiunto.

L’Italia affronta da tempo un ritardo, non solo economico, ma anche infrastrutturale e culturale, rispetto alle principali economie occidentali. Abbiamo subito una perdita di competitività anche rispetto ai nostri principali partner europei. Tra il 1998 e il 2008 il costo del lavoro per unità di prodotto nel settore privato è aumentato del 24 per cento in Italia, del 15 in Francia; è diminuito in Germania. L’affermarsi dell’economia della rete digitale rende necessario affrontare trasformazioni radicali dei modelli di sviluppo. Secondo un rapporto del l’International Telecommunication Union al mondo ci sono 161 paesi che si sono dotati di una strategia digitale, ma l’Italia non è in questo elenco.

Non mancano le iniziative significative in Italia. Ma non c’è una visione né un dibattito politico in materia. Eppure, molti studi indicano che i differenziali di crescita e di produttività che si sono sviluppati negli ultimi 10 anni tra i principali paesi sono spiegati dalla diversa intensità con cui imprese, pubbliche amministrazioni e individui hanno investito in Ict. Per questo molte persone si sono unite all’appello per un’Agenda digitale per l’Italia che si trova su www.agendadigitale.org.

Figura e sfondo – reloaded

Un pezzo lungo, che scrissi tempo fa per un ebook di Datamanager. Ne parlavo qui.

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Figura e sfondo: il libro e la società connessa
Un secolo dopo le avanguardia artistiche del Novecento, abitiamo ancora dentro modelli di pensiero che non solo concepiscono l’opera come romanticamente formata in modo compiuto dentro la scatola cranica del suo autore, ma hanno in sé una propensione a leggere comunque il fare espressivo come svincolato dal contesto culturale in cui esso appare. Senza voler esasperare i termini, senza voler estremizzare le affermazioni di cui sopra – in fin dei conti i percorsi storici dei linguaggi espressivi più o meno “artistici” appartengono alla cultura generale della nostra epoca – rimane comunque viva l’idea di un “oggetto culturale” in sé conchiuso, capace di veicolare il proprio significato contando solo sulle proprie forze, sulla propria capacità di mettere in scena le circostanze di enunciazione e la relazione comunicativa con il fruitore, che sarebbe meglio da subito chiamare interlocutore.
Nella storia del ‘900 troviamo esplicite delle riflessioni teoriche e delle pratiche progettuali e realizzative che minano profondamente questa nostra fiducia piuttosto ingenua nella solitudine dell’opera: l’ideologia romantica perde molto del suo significato in un mondo dove molti possono accedere alla fruizione e alla produzione di immaginario nelle forme codificate – abbiamo quindi una democratizzazione dell’autore. Inoltre, l’industria culturale nel suo frammentare e rimescolare i processi produttivi e espositivi delle storie giunge (o permette al nostro pensiero critico di giungere) alla considerazione merceologica del nostro abitare riti e miti che però trovano format di divulgazione mediati dall’intelligenza di chi ragiona in termini di marketing, dando luogo a una Società dello Spettacolo, del simulacro. Ancor di più, l’analisi testuale ha mostrato come il testo in realtà sia sempre molti testi, e stiamo parlando proprio del punto di vista autoriale e della sua capacità di riorganizzare il contesto narrativo, piuttosto che concentrare la propria attenzione sul semplice messaggio.
Lungi dall’essere isolato, il testo è nativamente permeabile, attraversato da altre narrazioni, da libri che richiamano altri libri, e in fin dei conti in una biblioteca tutto si tiene con tutto, e tutte le biblioteche del mondo concepite come luoghi del sapere statico riecheggiano le une con le altre, nel tessere le forme stabili della Conoscenza. Ma il modello biblioteca, tanto quanto quello di opera autonoma, oggi non sono più sufficienti.
Oggi possiamo letteralmente vedere il farsi della cultura, nei processi dinamici dell’emergere della Conoscenza in Rete, su web, o su quelle nuove pratiche fisiche rese possibili dall’esistenza della Rete. Rete che va ribadito è sempre esistita, come legame tra le persone, tra le collettività, tra i libri e i depositi di conoscenza (memoria interne o esterna a noi) che tra loro tessono trame, e che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno potenziato, facendone emergere gli strati osservabili, il fare concreto umano di condivisione e scambio, il fare cultura che è sempre intercultura.
Di un testo oggidì immateriale, slegato dal suo storico supporto e veicolo cartaceo, anzi in grado di abitare indifferentemente la nuvola dei dispositivi di lettura oggi disponibili o nelle reti di visibilità elettroniche, comprendiamo la sua capacità di ri-giocare la relazione tra la figura e lo sfondo, relazione da cui orginariamente sgorga il senso dell’opera, nonché il senso del nostro fruire l’opera, nell’interazione. Anche ragionare al di là della figura dell’Autore, della sua intenzionalità, ci riesce facile nel provare a insistere con lo sguardo su paesaggi di pratiche culturali assolutamente innovative, quali quelle che vediamo a esempio per prove e errori sperimentare dall’industria editoriale, alla ricerca di nuovi equilibri e modelli economici di funzionamento, nell’epoca in cui non tanto l’informazione quanto l’attenzione è un bene prezioso, da contendersi.
Proprio questo è il posto dove ci troviamo: non più circoli di intellettuali dell’antica Grecia o cenacoli rinascimentali o avanguardie culturali tratteggiano il valore e la forma degli oggetti della conoscenza, ma in maniera condivisa e collaborativa tutti insieme nella Grande Conversazione stiamo patteggiando tra noi il modello di pensiero con cui pensiamo lo sfondo, il contesto da cui sappiamo dipende il senso enunciato dei messaggi, dei testi, delle opere d’ingegno.
E anche noi procediamo per prove e errori, congetture e confutazioni nel negoziare un concetto stabile (una credenza, sempre ipotetica e fallibile) di come sia da rappresentare lo sfondo, utilizzando metafore della Rete tecnosociale che richiamano rizomi, città di testi, viabilità delle idee, ambienti artificiali connessi in cui le collettività vivono, la mente che abita dentro e fuori di noi, l’ecosistema della conoscenza, il bosco delle narrazioni; da questo calderone un giorno nasceranno modelli maggiormente attagliati alla complessità attuale, nativi, e non banali adeguamenti di modi di fare obsoleti.
Agli albori del cinema, i Lumiere cercavano di rendere una realtà teatrale, mentre Georges Melies già sperimentava narrazioni nuove, avendo compreso il montaggio come proprium del linguaggio cinematografico. Inizialmente abbiamo sempre adeguamenti di vecchi format dentro i nuovi linguaggi, ma dovremmo ormai anche aver compreso che proprio in simili situazioni conviene osare qualcosa in più, per avere fiducia poi nella “pubblicazione” del nostro fare, rendere pubblico tramite la Rete, quale garanzia etica di controllo intersoggettivo, di trasparenza, di dialogo e pluralità.
I libri quindi, ma in realtà ogni porzione di contenuto di qualsiasi lunghezza o argomento, su molti media differenti, insomma qualsiasi testo, abita da sempre in Rete. Oggi in più si muove rapidamente su scala planetaria, innesca conversazioni in tempo reale, connota di sé relazioni e situazioni.
E il supporto tecnologico che lo veicola, passando dalla lenta carta all’interattivo ebook reader, diventa come una polla d’acqua nelle terre di risorgiva, dove affiorano in superficie brani di contenuti che circolano comunque in Rete. Il testo che leggiamo su un dispositivo connesso diventa segno e metonimia dello Scibile tutto, segno non solo letterario ma anche concreto in quanto permanentemente connesso con l’insieme, metonimia da interpretare dinamicamente, come capacità dell’opera di restare sintonizzata con il contesto di riferimento (l’ambito del discorso), e magari di cangiar forma e contenuti su pulsione di quello.
Quello che potremmo vedere in poco tempo, e che mi piacerebbe osservare, sarebbe la possibilità per il dispositivo di lettura di “campionare” e di riportare quel contesto unico e originale dato dal nostro personale interagire con il testo, la vera situazione di fruizione, riuscendo a tracciare dentro il flusso delle conversazioni in Rete alcune caratteristiche di questa relazione, quali i suoni ambientali, il ritmo e i tempi di lettura, l’insieme delle annotazioni e dei commenti e delle sottolineature del testo… qualcosa di simile già accade con i nuovi ebook reader, dove un manuale o un saggio di studio, vivi e cangianti, si modificano sotto i nostri occhi, per mostrarci come altri hanno letto quel testo, come lo hanno sottolineato, in una piena concezione socialdella tecnologia e della condivisione culturale.
In ogni caso, io ho paura delle idee vecchie, non di quelle nuove.

Per evolverci rapidamente

Sono decenni che ci prendono in giro. Ci han fatto pagare dei pc assemblati delle cifre folli, e dopo un anno lo stesso computer costava la metà. Hanno pronti dispositivi più performanti, schermi migliori, memorie più capienti da anni e anni, e tengono queste cose in magazzino; sgranano nel marketing certe millantate novità tecnologiche che avrebbero potuto vedere la luce anni fa, c’è tutta una filiera che deve arricchirsi, e quindi centellinano i prodotti, per monetizzare al massimo il nostro voler possedere dispositivi. Aggeggi di elettronica che a prodursi costano un ventesimo del prezzo di vendita attuale, le cui spese per ricerca sono state abbondantemente ammortizzate.

Un pad o un notebook dovrebbero costare 150 euro, un netbook o un tab 100, uno smartphone touch 80 euro, un ebookreader 50 euro. Fattibilissimo.
Ne venderebbero miliardi di questi dispositivi, le aziende di hardware sarebbero comunque ricche uguale.
Ma loro vogliono fare i soldi subito, vendendoti una scatoletta. Mentre il business dovrebbe piuttosto essere orientato al software, a progettare produrre distribuire oggetti culturali e applicativi di fruizione, e questi sarebbero i servizi per cui le persone pagherebbero volentieri.

E noi tutti vivremmo dentro un tsunami culturale meraviglioso, sostenuto da dispositivi elettronici ubiqui e economici, e con facilità moltiplicheremmo le fonti da cui imparare e i luoghi su cui esprimerci.

Voglio le webtv

Neanche il tempo di rallegrarci a metà per la mezza liberazione del wifi in italia, e ecco che arriva un’altra cretinata: la regolamentazione delle webtv. Migliaia di persone che parlavano davanti a una webcam, siti come Youtube e altre piattaforme per contenuti user-generated, oppure strutture più organizzate ma non “aziendali” né commerciali che magari cercavano di fare informazione locale, citizen jounalism e “territori eloquenti” bloccati sul nascere a causa dei vincoli strettissimi descritti in questo decreto Romani.
Quel Paolo Romani noto per le articolate vicende delle sue attività imprenditoriali proprio in campo televisivo. Quel Paolo Romani noto per la sua incapacità di comprendere lo spirito della Rete – come nel suo intervento pubblico alla Camera in occasione della lectio magistralis di Lessig – eppure guardacaso efficacissimo nel legiferare contro la Rete stessa.
Dài, che voglio l’italia sia un paese normale come gli altri, dove si smetta di dover lottare contro cretinate, per affrontare i veri problemi (con un doppio turno alla francese, a esempio, o con un proporzionale serio).
Nel frattempo, anche qui, disobbedienza civile.

La libertà e il sentimento delle masse

Prendo una frase da un post di Zambardino.

Ecco il problema che si pone per la rete: la libertà è indisponibile, non è regolata dal “sentimento delle masse”.

La qual cosa agita in me questa idea: se continuiamo a parlare di quanto la Cultura digitale cambierà il mondo, cominciamo a pensare seriamente che tutto cambierà. Compresi ideali platonici come il concetto di libertà, che poi sono sempre pratiche concrete del vivere, situate, materiali. C’è sempre un contratto originario nella narrazione, che innesca l’eroe e l’azione senza la quale non c’è storia. Qui parlavo di come fosse da preferire piuttosto l’indipendenza alla libertà, ma è un’altra storia.
Ma il senso delle cose è dato da coloro che quelle cose le vivono. Attraverso le epoche.
E allora vediamo che le idee e i concetti, anche i più basilari per la nostra cultura, sono sempre storici e storicizzabili. E quindi mutano nel tempo.
Fino a ieri c’erano dei valori – reputazione, decoro, libertà, proprietà – resi stabili nel tempo, in quanto nati in una conversazione lenta e secolare fatta da poche persone con strumenti pesanti, i libri e le riviste accademiche e i quotidiani, i motori comunicativi che agitano il calderone della pubblica opinione di una data collettività.
Occorrevano pensatori e produttori di opere eccezionali, per smuovere la solidità di quei concetti, forzarne l’aggiornamento ai tempi correnti, diffondere le nuove accezioni nella società.
Il discorso dei poeti come avanguardia della specie, insomma.
Ma già da qualche decennio i poeti erano copywriter, o registi, o dj o giornalisti, gente che pubblica veloce. E già il calderone cominciava a ribollire. 
Ora noi siamo il web, che non è quotidiano, è istantaneo, continuo. Dove tutto viene ripreso e traghettato e riconsiderato, e non da mille intellettuali sparsi per il pianeta, come nel 1952, ma da centinaia di milioni di persone.
E siamo destinati a attraversare la peggiore interpretazione possibile di “power to the people”, perché avverranno cose aberranti. Una risacca emozionale può scuotere una collettività intera, un’indignazione o l’onda di uno scandalo qualsiasi, e ecco che milioni di persone negano o permettono qualcosa che fino a ieri non poteva essere facilmente toccata, come un valore. Proprio grazie a quel tasto Like di Facebook, come racconta Zambardino.
E cosa dovremmo fare? Indicare alcune stelle fisse del firmamento etico, e pretendere che milioni di persone ne facciano punto fermo della propria rotta, nel proprio lifestreaming? L’educazione, che sola può agire in questi casi, è un processo generazionale.
Dovremmo fare un wiki ufficiale, magari garantito dall’ONU o trovate voi un’autorità autorevole planetaria, dove sono esposti i cardini della civiltà occidentale? Dai Greci al Rinascimento all’Illuminismo al pensiero contemporaneo? Capisaldi del pensiero che ora vivono in forma scritta dentro supporti della Conoscenza offline, esterni alla Rete della socialità?
Se tutti fossimo connessi e partecipi, il senso di un valore è dato dal suo essere vissuto dalla collettività. Punto per punto, attimo per attimo. L’esperienza è valore di chi vive quell’esperienza, nel suo modo unico e originale.
E ora dobbiamo fare i conti con la sanzione sociale. Il fatto che noi tutti sanciamo il significato di un concetto, abitandolo quotidianamente, valorizzando e mettendo in luce un lato piuttosto che un altro, conferendogli senso situato in un qui e ora. Un qualsiasi fatto di cronaca che ci obbiga a schierarci; e stiamo ragionando di quei concetti che sono valori. Reputazione, per esempio.
Il fatto che blocchi alla circolazione delle idee avvengano dentro Facebook, che è un luogo privato, accentua il problema. Perché poi avvengono dei pateracchi tra la Polizia di uno Stato (l’Italia, in questo caso) e un’azienda commerciale (vedi Gilioli, che però sbaglia appunto a considerarlo uno spazio pubblico) che decisamente non sono rispettosi della collettività, e sono mossi da valori non più accettabili (il fare subdolo).
Se qualcuno su FB (e anche in altri posti) segnala inappropriato un contenuto, questo scompare. Quanta gente ci vuole per far sparire un qualcosa? La libertà di espressione dipende dal numero, o dall’umore della collettività? Quello che oggi è no domani potrebbe essere sì. 
Serve, come su Wikipedia, una “proposta di cancellazione”, a cui fa seguito discussione e votazione corale? Per ogni potenziale contenuto della Rete? Cioè, dovrebbe essere possibile segnalare ogni contenuto della Rete, e sottoporlo a valutazione di tutti?
Ma Facebook è un luogo privato, è un salotto e non una piazza. E ci sono cose che non dici a casa di altri, se sei accorto e consapevole, perché il padrone di casa delle tue parole può fare ciò che vuole.
Per dire, se esistesse il social network di Stato, l’ambiente online governativo (a scala e portata diversa, georeferenziata) per la socialità digitale della collettività italiana e portatori d’interesse annessi, non è che mi piacerebbe tanto se due persone che dicono “Non mi piace” facessero sparire un contenuto che io ho pubblicato in quanto cittadino digitale che partecipa alla pubblica conversazione.
E se le persone che dicono nonmipiace fossero milioni?
Non vedo soluzione, vedo sprazzi di comportamenti futuri, un’infosfera continuamente spazzata da venti emotivi, click di pancia, fuffa mediatica, guerre tra verità locali, meccanismi di attacco-fuga. 
Lentamente, e a guardar dal punto di vista dell’oggi in modo ineffabile, sorgeranno nuove opinioni, insieme ai nuovi contenitori d’opinione.
Tra una generazione tutto questo traghettamento sarà metabolizzato: i valori civili forgiati pre-Internet saranno adeguati ai nuovi ambienti di socialità e di espressione di sé, la maggior parte delle persone ci sarà cresciuta dentro, maturando altre posture esistenziali, altre gerarchie di valori, diversi orientamenti.
Insomma: credo proprio che il “sentimento delle masse” inciderà sull’idea di libertà, senza dubbio. E siccome viviamo tempi di pancia, potrebbero avvenire cose brutte, riguardo la pratica della libertà, se qualche Principe nel suo pensare lo Stato ritiene lecito manipolare l’opinione pubblica a proprio vantaggio.
Ma sono ottimista: non posso certo irrigidire i concetti e i valori storici, perché non sopravviveranno in quella forma dall’essere maneggiati da milioni di persone, ma confido che i mutamenti dell’ambiente tutto che contiene quei concetti (la socialità digitale) saprà inventare nuovi modi e garanzie per vivere la libertà di espressione, per difenderla e farsene vanto in quanto segno di civiltà.

Figura e sfondo: il libro e la società connessa

Un mese fa, durante l’Ebookfest 2010 a Fosdinovo, a un certo punto come già scrivevo ero dentro una tavola rotonda, a discettare fantasiosamente di web filosofia, il mio argomento psichedelico preferito.
Tra il pubblico c’era Lucia Montauti, che non conosco personalmente, la quale qualche giorno fa mi ha scritto una mail dove mi raccontava le sue impressioni positive sul convegno, e al contempo mi chiedeva una articoletto sulle tematiche di quella tavola rotonda, da mettere in un ebook di immediata pubblicazione tutto dedicato ai ragionamenti intorno all’ebook come oggetto tecnico e come nuovo nodo del sapere in quanto supporto digitale che modificherà la forma stessa della conoscenza e del conoscere, come sempre le tecnologie fanno.
En passant, faccio notare come nei primi cinquant’anni dall’invenzione di Gutemberg siano stati stampati circa 30.000 titoli (una fonte qua) in qualche milione di copie complessive, e non è difficile notare come l’enorme ruota della comunicazione umana abbia da queste innovazioni ricevuto una spinta notevole, a giudicare dai sommovimenti rilevabili da una storia delle idee: in parallelo stavano succedendo cose che ora identifichiamo come nascita della modernità. In italia oggi si stampano circa 60.000 libri all’anno.
Ebbene, Lucia aveva sicuramente in mano un indice del suo libro, una traccia dell’impostazione della pubblicazione 2010 che è solita curare, credo di aver capito, per Data Manager.
Questa pubblicazione, in formato .pdf, è stata presentata da Lucia Montauti oggi nel corso di Innovation Festival a Milano. E’ un bel libro, ci sono un sacco di interventi di vari personaggi coinvolti nel mondo dell’editoria digitale, ci sono buone riflessioni.
E mi fa impressione pensare che Lucia abbia potuto organizzare la proposta e la raccolta dei contributi in pochissimi giorni, costruendo rapidamente il suo libro, rendendolo disponibile per il download gratuito.
Un’opera collettiva che magari qualche secolo fa per banali motivi lgistici avrebbe richiesto un anno per essere realizzata, è stata dignitosissimamente confezionata in poche ore.
Cioè, il discorso che intendevo riguarda la rapidità con cui qui verrà giù di tutto, nel giro di pochi anni. Le solite secolari prassi sociali, i meccanismi industriali, il modo di muovere il mondo, le cose e le persone e le idee. Pensavamo queste cose fossero montagne solide, e invece sono le montagne fatte coi Lego che ci costruiamo per arredare la vita. Un piccolo rigagnolo, un’infiltrazione liquida smuove il terreno secolare, inizia la frana. Guardate quante teste si girano di scatto.

La forza social dell’organizzazione

Tempo fa postavo qui un ragionamento sulle tecnologie della comunicazione a disposizione della scuola, e intendevo proprio la singola Istituzione scolastica nel suo essere organizzazione e attore sociale con una sua voce specifica e una identità nella Grande Conversazione del web, non parlavo di didattica con i nuovi strumenti.
Lo spunto allora mi era stato dato da una riflessione tratta da intranetmanagement.it, dove si analizzava la portata e le sfere di azione degli strumenti del web20 in relazione alla progettazione di una intranet aziendale, o comunque di spazi interattivi interni e esterni di una organizzazione lavorativa.
Ora Giacomo Mason ha pubblicato un’altra bella grafica, dove fotografa i cambiamenti delle intranet, il loro diverso arredamento come spazi sociali lavorativi, l’accento differente messo sugli strumenti dall’avvento del social web e dei processi emergenti.
E anche stavolta, senza modificare nulla, suggerisco a chi lavora nel mondo della Scuola di provare a immaginarsi il proprio ambiente scolastico digitale realizzato secondo queste indicazioni, e le potenzialità che potrebbero derivarne in termini di efficienza della macchina organizzativa.

Mo’ mi morsico la nuca

Quella vecchia storiella, secondo cui il passato, ciò che vedo, è davanti a me.
Quindi il futuro è alle spalle, e sto camminando all’indietro. Capirete che il piede va a tentoni.
Provi a buttare l’occhio, ti fai una visione, uno scorcio sguincio, una teoria. In effetti, ci sono farfalle luminose, qua e là. E emergono strutture, collegamenti, posizioni, climi affettivi, interumanità, nicchie, onde del mare, perfino palazzi e strade, robe di paesaggi da abitare. Ma non del destino del tutto, ma solo di quello del libro pensiamo qui, e ormai libro non significa più nulla di quello che fino a ieri. Vive libero, immateriale ma appare il mille forme, un dio che talvolta si sustanzia, e siamo nell’aura del numinoso, una storia che costruisce anima, una storia chiusa in sé eppure opera nativamente aperta, nei tempi lunghi di una cultura fatta di libri e convegni, oppure istantanea di link e feed.
Feedare il contesto, questa era l’ideuzza. Tracciare la nostra relazione con lo specifico oggetto culturale (atto-degno-di-menzione, romanzo, news, accadimento, chiacchiera, informazione, tutto ciò che è narrato e narrabile), avere uno spime capace di recar seco (apperò!) la storia dell’interazione tra l’umano e l’opera, tirandosi dietro anche pezzi della situazione di enunciazione, contesto, e re-immettendoli nel flusso.
E se pensiamo a un opera connessa, che vive e si modifica nel tempo seguendo oscure nuvole di conversazioni in rete, e dialoga in tempo reale, eppure riesce a essere ancora “storia” nella nostra testa, pensiamo subito alla relazione tra l’opera e il lettore, tra quest’ultima e il web tutto.
Stralci di una chiacchierata: sto bloggando conversazioni, ho già modificato l’ecosistema.

V’è il momento in cui anche il pigro ginnico deve saltare. Ha provato a allungarsi, ma non basta più. S’inventa una presa: reggerà? Ogni tentativo cambia il gioco.

Sul testo come edificio lessi qualcosa, chissà dove chissà quando. Testi abitabili, con porte e finestre, e reti tecnologiche (collegamenti materia, energia, informazione… relative interfacce ormai simbiotiche con gli Umani). Ma non penso tanto ai testi che si richiamano, da sempre e per forza, in quanto veicolati dagli stessi supporti (sempre noi, gli Umani), quanto per converso al nostro *fare testo*. Quindi penso più ai collegamenti fatti dalle persone che abitano questi Luoghi testuali, e ne hanno cura: sono loro che portano il senso di qua e di là, tessendo. E il testo è diventato “atto degno di menzione” nell’ecosistema, sia esso un monoblocco lungo un sillogismo o una tragedia one-line o un’opera gigantesca e labirintica e polivocalica. Quindi, son da rendere visibili le tracce del nostro peregrinare nella città dei memi, e aggiungere il senso che produciamo vivendo al senso di ciò in cui ci imbattiamo, interagendo con i testi. Le scie dei punti di vista.[edit: palmasco nel concetto di frattali di contenuto che si riversano, è vicino a questo che ho scritto]

Yess, teatri della memoria, Giulio Camillo. Ma là siamo nella mnemotecnica, e il funzionamento della macchina (l’intero edificio e i percorsi di senso percorribili dall’Umano al centro della struttura) dipende da una combinatoria finita. Qui stiamo parlando di testi-edifici già collegati tra loro, tutto con tutto, e del nostro abitare (muoverci, vivere, fruire, consumare e produrre) che produce ulteriore senso che si aggiunge ed è rintracciabile (ogni tentativo cambia il gioco, dicevo sopra scherzando). Quindi cercavo di uscire da una visione “struttura” per andare verso una percezione del “processo”, come al solito, e quindi pensavo a scie sulla superficie (@bgeorg: ops) come pulci d’acqua nello stagno, toh.

E’ solo un testo che pretende per sé il suo mostrarsi più strutturato, si vuole così, e rientra nel range delle forme di narrazione. Poi se intendi scavare dentro l’Autore, sai che non posso farlo, sono sulla soglia della semiotica. A meno di non volere pertinentizzare come testo oggetto di analisi proprio quel testo dato dalla “personalità dell’autore”. per come essa viene percepita nell’enciclopedia la “rigidità” di quel testo in un luogo di testi fluidi crea contrasto, rigioca lo sfondo-figura, ci mostra particolari sfuggiti, fa sgorgare senso, sì. E possiamo essere benissimo al di là dell’intenzionalità dell’autore, indifferente qui allo scorcio (squarcio) di visione che ci permette di praticare sull’universo del discorso. Siamo qui: stiamo patteggiando tra di noi, qui in questo thread o nel nostro abitare quotidiano nella Grande Conversazione, il modello, la visione dello sfondo, il contesto da cui ben studiati sappiamo dipende sempre il senso enunciato del messaggio. Quando per prove e errori (qualcuno più su diceva “sperimentazioni”) avremo negoziato un concetto stabile (una credenza, sempre ipotetica e fallibile etc.) di come sia fatto lo sfondo (la rete, il rizoma oggi visibile, la città dei memi con metafora urbanistica, la viabilità delle idee, l’ambiente culturale connesso in cui le collettività vivono, la mente fuori di noi e tra noi, l’ecosistema della conoscenza, il bosco delle narrazioni) vedremo emergere modelli maggiormente attagliati, nativi, e non adeguamenti oltre al tuo intenzionale moltiplicare quell’oggetto culturale (bloggandone una recensione o innescando una fanfic), mi viene in mente che potrebbe essere tracciata *la tua relazione* con quell’oggetto cultura, se vuoi porzione di contenuto, se vuoi testo anche conchiuso. Se il dispositivo di lettura tracciasse (e alimentasse flussi in Rete) il tuo ritmo di lettura, le pause, l’eyetracking di cui si parlava, il sonoro ambientale che lo circonda, anche il tuo fare in Rete parallelo, e tutto questo venisse reimmesso nel calderone, potrebbe veder la luce un’opera cangiante, che mentre tu procedi lineare fruendo il testo quest’ultimo si modifica, cambia il capitolo 8 mentre tu sei al 7. Un’opera situazionale, dove il testo è un attore. Pausacaffèdelirio/off, ma quel “tetragono” mi sembrava eccessivo, chi può mai dire c’è l’opera che vive tranquilla in splendida solitudine, standalone. Può rientrare nella conversazione nei nelle recensioni, nelle continuazioni, che diventano magari col tempo dei cotesti (e potrebbero vivere di vita propria, come la letteratura sgorgata dai commentarii medievali, autonoma). E quella progettata e che vive connessa, sul bagnasciuga, con i piedini a mollo nelle onde del mare. Dal mare è nutrita, verso il mare sgocciola. Lo spime qui è dato dalla relazione testo-lettore, per ciascuno idiosincratica, capace però di confluire in certi flussi che poi possano ritornare verso l’opera, modificando il gioco, tracciando il contesto e reimmettendolo.

Piattaforme

Che Facebook sia un salotto e non una piazza, l’abbiam capito. Eppure lì dentro avvengono troppe cose rilevanti. Mozioni civiche, elaborazione opinione pubblica, messa in scena della collettività a sé stessa.

E non mi piace che avvenga là dentro.

Se per ipotesi ci fosse una piattaforma governativa, Piazza Italia etc., dove tessiamo le nostre reti relazionali, amicali e professionali. Dove se vogliamo cazzeggiamo, ma dove possiamo esprimere posizioni a casa nostra, una casa di tutti, e non a casa di qualcuno (che ci guadagna sopra). Posizioni etiche, espressioni di partecipazione alla vita sociale, anche atti linguistici più forti come petizioni o sottoscrizioni con identità certificata.

Che poi cazzeggiare verrebbe sicuramente meglio su altre piattaforme, anche commerciali, che raccolgono iscritti per affinità tematica o geografica.

Ma alcune robe serie no, le voglio pubbliche, aperte, dove tutela massima andrebbe posta nel fatto che nulla venga censurato. Dove vigono leggi, per rispettarsi. Dove Giorgio Jannis è Giorgio Jannis, che abita qui e lì a quell’indirizzo, che dice e fa, e gli altri lo sanno, e le sue parole hanno il peso del cittadino che si esprime.

Ma leggi che tengano conto nativamente che questo è un mondo senza atomi, e nell’immateriale alcune cose cambiano. Le nuove leggi che il mondo dovrà darsi nei prossimi dieci anni, per adeguarsi.

Più volte ho scritto che l”idea stessa di piattaforma mi sembra obsoleta, tutto questo dover concentrare le persone negli stabilimenti, luoghi chiusi. Uno schema di pensiero non più adeguato. E parlavo di tecnologie traccianti, per poter seguire le discussioni e le relazioni interpersonali in modo indifferente alla situazione di enunciazione, ovunque il senso appaia. Perché il mio dire, taggato e contestualizzato, troverebbe pertinenza da sé nelle varie nicchie della Rete, secondo i contenuti veicolati. Apparirebbe negli aggregatori e nelle bacheche giuste, avrebbe gambe per muoversi, vivere.

E come lo Stato arreda una piazza, così dovrebbe provvedere agli spazi sociali pubblici, perlomeno offrire luoghi di conversazione per una comunità che costruisce sé stessa dialogando, nel tempo. Dove poter fare tutti insieme progettazione sociale collaborativa, ottimizzando i territori e i comportamenti delle collettività che li abitano.

Chissà se funzionerebbe.

La gente, i milioni di persone che abitano in Rete, non fa cose facilmente predicibili. Un video o una battuta possono diffondersi in modo esplosivo, per caso, per complessità emergenti dei percorsi, secondo narrazioni mai viste. Cose pianificate e ben finanziate possono naufragare rapidamente in pochi mesi.

Ma di certo la nuvola della conversazione a sfondo civico di una intera nazione (anche oltre i confini geografici, nei linguaggi di chi paga le tasse) non può abitare su un social network privato.

#ebookfest

Su, che devo bloggare il mio resoconto del supercampconvegnofest di Fosdinovo. Anzi, rispondendo a caldo dentro un ambientino sociale, ho scritto:

… devo dirti che è andata bene. Non per l’organizzazione logistica e copertura media (avrei dovuto strimmare parecchio, e niente; però ho 50 giga di video da spammare in giro, ora) resa complicata dall’essere dentro un castello medievale, o spalmati per il borgo. Ma proprio la location ha fatto molto, secondo me, e ha creato un clima eccezionale. Non starò a farti le pippe su grammatica situazionale, contesto e semantica degli spazi, tranqui :) Però puoi immaginare, incontri in piccole stanze arredate strane, atmosfera informale, botta e risposta caldi (pensa ai migliori camp a cui hai assistito), dibattiti che dopo aver personalmente forzatamente chiuso cacciando fuori tutti a calci in culo – sennò i seminari duravano otto ore – vedevo continuare lungo i corridoi e le terrazze panoramiche del castello, nei ciarlieri capannelli di illustri e di sconosciuti. Maragliano chiacchierava con Quadrino, a Quadrino stesso in veste inedita ho fatto intervistare Roncaglia, Guaraldi che rideva forte con Maria Grazia Mattei, la quale mi prendeva in giro per la perizia con la quale le ho collegato il videoproiettore, e una tavola rotonda con Marco Ghezzi e Guaraldi che sembrava un copione di sceneggiata napoletana, per quanto era effervescente, e invece era semplicemente una bella chiacchierata tra persone competenti. E i problemi sul tavolo erano quelli grossi, amazon che arriva, mondadori e rcs che hanno rotto il cazzo, drm una cippa, cultura digitale quasi sempre ben compresa, e non imparaticcia, se non dai soliti tecnosauri prontamente litigati da tutti. Nelle loro stesse parole, nelle parole dei personaggioni, un’ottima occasione di incontro vero tra studiosi e operatori del settore. Un anno di lavoro ci aspetta, a me, Noa Carpignano di BBN, Mario Guaraldi, tutta la crew, e chissà cosa succederà nel frattempo, ma vediamo cosa riusciamo a migliorare per il prossimo anno – a esempio, speriamo che arrivi l’adsl in castello :)

Riprendendo le parole di Mario Rotta, aggiungo due riflessioni.
Molti di coloro che hanno parlato nei seminari e nelle tavole rotonde lasciavano trasparire nei loro discorsi il giusto approccio rispetto ai nuovi modelli economici e logistici innescati dalle pratiche di Rete, a esempio riguardo le questioni della proprietà intellettuale o dei DRM. Eppure sentivo mancare in loro una vera cultura digitale, per come essa sorge in chi abita in Rete per un certo tempo con una certa assiduità.
Queste persone hanno raggiunto la posizione adeguata al mutato contesto con un percorso faticoso, fatto di piccoli miglioramenti apportati al vecchio modello economico editoriale e distributivo, e quindi sia reso loro l’onore del traguardo raggiunto. Ma nelle loro parole c’erano metafore sbagliate, contesti obsoleti del discorso, da cui poi discendono quelle incomprensioni e quelle modalità di conversazione in presenza eccessivamente polemiche, in quanto poggianti su fondamenta traballanti, quando in realtà lo sfondo tutto su cui inquadrare il fenomeno dei cambiamenti dell’editoria è sempre quello delle modificazioni culturali e sociali ampie e epocali, quale quella di internet che stiamo vivendo.
Gente brava nonostante, mi viene da pensare, nonostante il loro non essere abitanti consapevoli.
Come un bambino che passa dalla macchina per scrivere al pc, che capisce quanto un programma di videoscrittura possa essere più performante rispetto alla prima, ma ancora non ha modificato il suo sguardo in direzione di un orizzonte più vasto, dove vengono ripensate le stesse pratiche umane di scrittura (soprattutto quando si lavora connessi).
Nel mio intervento durante la tavola rotonda che mi vedeva partecipante, sono stato esplicitamente provocato da Mario Guaraldi a dare una lettura “filosofica” delle questioni in ballo, e come filosofo catastrofista ho risposto: ho provato a dipingere i cambiamenti sociali radicali in atto, ho mostrato come di qui a cinque anni il mondo dell’editoria e non solo potrebbe essere completamente diverso, ho messo in guardia su quelli che infervorati asseriscono oggi cose che domani stesso potrebbero essere differenti. Ma ho chiuso con nota positiva, essendo il mio l’ultimo intervento della giornata: ho parlato dei valori della Rete, della compartecipazione della condivisione, della fiducia e della reputazione, e ho riproposto il soltio parallelo del messaggio e del contesto in cui esso cade, da cui soltanto possiamo disambiguare i significati giungendo a un senso compiuto di una frase effettivamente pronunciata, le frasi che gli editori stanno provando a dire, nel loro fare, nel fronteggiare in modo nuovo la Grande Conversazione.
“Dare and share”, come si diceva in Rete tanti anni fa: “osa e condividi”, dove gli sperimentalismi assolutamente necessari trovano risonanza e validazione nella comunità sociale dei portatori di interesse.
Le solite cose: c’è di mezzo il fatto che ci sono in giro case editrici, persone appassionate di libri e di lettura, che queste cose non le capiscono, e su questi dinosauri incombe inesorabile la Morte, mentre già piccoli mammiferi a sangue caldo, più agili e adattati al mutato ambiente, stanno conquistando il mondo.

Ebookfest, un bel po’ di gente, gustose chiacchiere

Ok, oggi si parte.
Noa Carpignano di BBN editore si è fatta in quattro e ha imbastito questa tre giorni di ragionamenti intorno al mondo dell’ebook, qui a Fosdinovo. Tanti relatori, tanti spazi espositivi, titoli interessanti per cogliere lo stato dell’arte, per lanciare lo sguardo su scenari futuri.
Il wifi non è disponibile ovunque, in paese non arriva l’adsl, però vedrò di gestire al meglio lo streaming video dei seminari importanti, cercherò di twittare o comunque di dare rapide segnalazioni sullo svolgimento.
Personalmente parteciperò a una tavola rotonda dal titolo Il futuro del libro si chiama biblioteca: biblioteche, ricerca semantica e folksonomy, insieme anche all’eccezionale Andreas Formiconi, moderata dall’inarrivabile Mario Guaraldi, dell’omonima casa editrice: proverò a dire qualcosa di sensato su alcune tendenze che vedo svilupparsi nella cultura digitale, sugli eterni atteggiamenti ambigui che adottiamo dinanzi al cambiamento.
Trovate tutto sull’evento qui http://www.ebookfest.it/.
Rock’n’roll.

Il balletto degli eventi

Mantellini segnala un bell’articolo di Vittorio Sabadin sulla Stampa, leggetelo.
L’articolo parla del balletto che avviene tra la Redazione di un giornale online e l’insieme dei lettori. 
A ogni mossa sul piano delle tematiche trattate corrisponde un passo di danza da parte dei fruitori, e viceversa ogni spostamento dell’attenzione corale di questi ultimi modifica la percezione dei redattori riguardo la notiziabilità degli eventi nonché la loro rappresentazione attraverso le forme storiche dell’industria dell’informazione (il concetto stesso di “giornale quotidiano”, il carattere tipografico prescelto, la “prima pagina”, l’organizzazione semantica degli spazi di scrittura, il tipo di relazione tra giornalista e editore). 
Questo balletto, uguale per secoli, oggi è costretto a imparare nuovi passi di danza, perché i lettori non si fanno solo trascinare passivamente, ma interagiscono attivamente con la creazione e la distribuzione delle notizie, costruiscono la propria realtà in modo autonomo con percorsi di lettura personali e idiosincratici, pronunciano pubblicamente commenti e osservazioni che insieme all’atto-degno-di-menzione originale costituiscono il testo completo, l’universo locale di discorso su un determinato argomento o su un comportamento di fruizione.
E sul digitale, posso misurare molte cose.
Mi ha colpito quell’immagine della redazione giornalistica, che alla riunione di primo mattino osserva sui monitor in tempo reale le statistiche di fruizione del sito web giornalistico, potendo facilmente tracciare i trend dei comportamenti dei lettori, la predilizione cangiante per questa o quell’area di contenuti nel corso dell’ultimo mese o dell’ultimo anno.
Pensate a questa comunicazione bidirezionale, dove feedback e messaggio non han più senso forte di differenziazione (non ha senso azione e reazione) perché sul puntuale potrei stabilire una linea cronologica degli eventi, dalla notizia ai commenti e quindi la parola di nuovo ai giornalisti, ma in realtà se solo provo a pensare in termini “ambientali” quello che emerge è il dialogo incessante nel tempo dell’opinione pubblica, il calderone di quello che val la pena sia narrato, una scena dove il pubblico che fino a ieri poteva solo sbraitare o spedire lettere al direttore, ma certo non argomentare dignitosamente, è diventato un autore e un attore a tutti gli effetti.
Di gusti pessimi, peraltro, perché madimmiunpotu a guardare quelle statistiche sui monitor del traffico web pare emerga che il popolino sia soprattutto interessato a puttanatine, boxini morbosi, gossip finto ma comunque flamboyante e bombastico (che parole strane), caratteri cubitali, strilloni e imbonitori.
Qui va a finire, questo il problema evidenziato dall’articolo di Sabadin, che la Redazione segue pedissequamente le aree tematiche più visitate, moltiplicando le percentuali delle puttanate, e quindi si innesca la spirale nera, il gorgo della mediocrità che trascina tutto verso il basso. Il balletto si avvita in un corpo a corpo prevedibilissimo, stereotipato e sguaiato. 
Certo, il ragionamento dice che siccome è tempo di crisi gli editori dell’informazione fanno spallucce alla deontologia professionale, vedono branchi di pesce, buttano la rete a strascico che tira su tutto, usano esche facili per lettori di bocca buona. Così fanno traffico, e si fregiano e ottengono soldi per quei numeri da vantare presso gli inserzionisti, si concentrano sulle tette della sciantosa di turno e di quelle tette raccontano fotograficamente le gesta sui palcoscenici mediatici.
Per una volta, non sto qui a ragionare di cosa si potrebbe fare per migliorare la qualità di vita di una collettività, portandola a leggere e commentare cose più nobili e utili a tutti come l’economia o la politica o i ragionamenti per aumentare il benessere del nostro abitare i territori; per queste cose esiste la Scuola e l’educazione, e sono cambiamenti profondi da concepire in ottica generazionale.
Quello che non si può confutare è la fotografia della società italiana, per come emerge dai flussi di frequentazione e partecipazione al mondo dell’informazione, e stiamo parlando di milioni di persone, delle loro scelte e dei loro comportamenti. 
E’ notorio come in italia, a guardare le percentuali di analfabetismo di ritorno, la propensione a fruire cultura (libri o eventi, cinema o quotidiani) sia ridicolarmente bassa, da vergognarsi, e il cittadino medio italiano è più stupido e ignorante di quanto pensate. Ok.
Mi preoccupo più di questa deriva al peggio da parte dei professionisti, mutuata dai meccanismi profondi dell’ambiente stampa-televisione (broadcast) che però oggi su web non si rivelano adatti, e anzi fanno scorgere in loro l’incapacità di pensare i nuovi Luoghi della socialità e in particolare quelli dell’informazione e della narrazione del mondo in modo adeguato ai tempi e al mutato contesto ecologico.
E quindi il giornale deve parlare di tutto, come se noi frequentassimo solamente l’edicola del paese e avessimo soldi e tempo solo per un quotidiano, dove il supporto cartaceo continua a pre-ordinare la mentalità dei confezionatori di notizie con le sue regole, dove le dinamiche televisive portano ancora l’attenzione alla quantità.
Ma non abitiamo più, noi e i contenuti culturali, in un ambiente dove le risorse sono limitate, e quindi in una economia che strutturalmente precondiziona l’esistenza solamente di un certo numero di attività editoriali, di testate giornalistiche, lasciando al tempo e alle pratiche umane l’individuazione di quel punto di equilibrio tra domanda e offerta di contenuti culturali o riguardanti gli accadimenti. 
Il gradino del cartaceo, ovvero quel salto che separa le parole pronunciate dalla loro diffusione di massa su un supporto più performante della voce, non costituisce più un ostacolo, e scomparendo rende obsoleto il proprio essere una sorta di filtro selezionatore, che nelle cose determina cosa meriti la pubblicazione e cosa possa restare flatus vocis.
Oggi tutto può essere pubblicato, ogni singolo pensiero dell’umanità, ogni chiacchiera ogni conversazione, ogni atto videoripreso, spontaneo o costruito; siamo tutti autori e lettori, il nostro fare contribuisce alla realizzazione collettiva dell’arazzo della società e della socialità, variopinto come mai e sempre cangiante.
E c’è oggi lo spazio per alloggiare tutta questa massa di contenuti, non siamo limitati a qualche migliaio di pagine di giornale. Non abbiamo limite.
Quindi è inutile, come in tempo di carestia dei supporti della conoscenza, che ciascun nodo si senta in dovere di coprire molte aree tematiche, per poi baruffarsi i clienti e ingraziarseli con manovre di basso ventre.
In una visione ecologica, possono esistere diverse realtà, specializzate in differentissime nicchie, e il lettore nelle sue traiettorie di partecipazione mediatica soggiornerà qui e là, nel suo abitare nomade.
Ma una cosa i giornali potrebbero fare, quelli che intendono fare informazione e nutrire l’opinione pubblica in maniera seria e consapevole: togliere tutti i boxini morbosi.

Risponde l’esperto in studio

Ucchequasimidimenticavo. 
Saran venti giorni che su Radio Onde Furlane (qui su Facebook) stanno andando in onda delle conversazioni tra me e il Diretôr Mauro Missana, dei piacevoli botta e risposta sulle tematiche della Cultura digitale. Sui cambiamenti che le innovazioni tecnologiche stanno apportando alla nostra vita quotidiana, in particolare, nella socialità e nelle istituzioni.
Abbiam parlato di Pubblica Amministrazione, di Scuola, dei nuovi modelli di funzionamento dell’editoria e del mondo dell’informazione giornalistica, di digital divide e di potenziamento della partecipazione delle collettività alla pubblica opinione, dell’industria culturale al tempo dell’mp3 e delle webtv.
E di altro, immagino: avevamo registrato sedici interventi di circa dodici minuti l’uno, all’inizio di agosto, che poi sono stati trasmessi da Onde Furlane il venerdì e il sabato mattina, per tutto agosto. Potete ascoltare le ultime puntate in questi giorni, anche in streaming dal sito della radio, verso le 10.30 di mattina.
Poi vedrò di recuperare le registrazioni e magari le metto da qualche parte.
E’ già previsto un ulteriore ciclo di chiacchierate, ne parliamo a metà settembre. La radio è cosa meravigliosa.

Giù nel calderone

Oh, quanto si litiga, in Rete. 
Qui urge ricercar qualche riflessione sui ruoli attoriali nelle situazioni di flusso, e vedere se ci sono novità in qualche sistematizzazione microinterazionista delle posizioni dei parlanti negli ambienti digitali, quelli più votati alla conversazione interpersonale. Una volta notoriamente lo spazio commenti sui blog, prima ancora i newsgroup e le stanze di chat. Ma a me quei ragionamenti su ruoli e leadership circolante son venuti un po’ a noia, benché siano grammatiche utilissime per comprendere cosa stia succedendo nella situazione enunciativa. 
Si potrebbero trovare dei rivestimenti figurativi diversi per connotare i personaggi, e raccontarci la storia di una suddivisione secondo correnti filosofiche, per distinguere i parlanti.
Stoici, nominalisti, realisti, materialisti, esistenzialisti.
Se c’è Candido l’integrato, c’è anche Diogene, quello che piscia sulla gente, quello iconograficamente reso con la botte, col lanternino in mano a cercare l’Uomo vd. l’Essere umano, nella versione correct del 2010. Cinici , certo. In prima battuta si fan notare, cinici in senso moderno come freddezza (cool), distacco, bastardaggine inside, manifesta immoralità, iconoclastia, due spruzzi di blasé e una fetta di flâneur, ma tengono vivo il dialogo, cosa vuol farci signoramia? 
Se si vuole fare gli opinion leader in quel dire pubblico che riguarda la definizione negoziata e patteggiata di cosa sia la realtà (i giornalisti, i politici, gli opinionisti) raccomando almeno un sano fact-checking come atteggiamento costante, e una scorsa a cosa possa essere inteso con la locuzione “critical thinker”, vedi qui qui e qui su wikipedia, dove criticare vale distinguere, e avere una teoria significa sapere di abitare il nostro sguardo, che nessuno può avere uguale (è il nostro punto di vista), e per raccontarlo agli altri è meglio comportarsi in un certo modo.
Come emergono ora i “commentatori pubblici”, gli opinion maker del 2015? Un giornalista si faceva notare per la lucidità dei suoi articoli, e da qualche centinaio di persone per il proprio carattere, negli scambi interpersonali. Dalla Rete emergeranno delle personalità, che si son fatte notare per le loro competenze specifiche su un tema o per il loro stile conversazionale (ci vuole più pluralismo, il cinismo da solo stucca, volevo dire), per la padronanza del contesto enunciativo su cui furoreggiano attirando fan e like, per la spreadability del loro dire. Che chissà se si riuscirà mai a capire le tendenze secondo cui qualcosa diventa spreadabile, il passaparola è ineffabile/impredicabile/indicibile/indecidibile, la serendipity sguazza, i meme s’ingrossano senza motivo. Rivoli modaioli, nel grande flusso del Fiume che tutto trascina.
Quello che vediamo è un panorama differente, dove elementi del paesaggio webbico (i Luoghi digitali) vanno interpretati secondo linee diverse, nel rispetto della loro ecologia. E dove conseguentemente il dire e il fare dei personaggi web (blogger, opinionisti, giornalisti, esperti, formatori e docenti, urbanisti digitali, scrittori, poeti, fustigatori dei costumi) assume un senso nuovo, mai sperimentato dalla specie umana, nel permetterci di comprendere (nel 2015) i percorsi, le tracce. Tutte la facce assunte nella linea dei loro comportamenti, tutto documentato nei loro stessi lifestraming. E l’oblio, e la privacy, e i Luoghi conversazionali, e i gruppetti che si spostano di qua e di là, scherzando tra loro per anni e anni.
Quelli che poi al bar o in un salotto possono essere o più quieti della loro persona digitale, o più turbolenti, o uguali. Che tutti connessi sempre, vuol dire che finalmente quelli quieti potranno parlare forte e a lungo, e inondare il web di punti di vista. Magari domani riusciremo a descrivere per bene il punto di vista di una collettività, quell’insieme statistico eppure dinamico di una visione del mondo, non unitaria ma anzi policroma, come una fune fatta di mille trefoli, tutti punti di vista dell’opinione pubblica, le correnti maggioritarie rispetto alle grandi idee di cosa sia civile e cosa non lo sia. 
In questo bell’articolo Mario Rotta paventa un peggioramento della Rete, nella qualità del tessuto con cui la rivestiamo abitando quotidianamente su web, trascinati da dinamiche efficientiste o da modi di fare ricavati dalla pubblicità, dalla comunicazione orientata, e non più liberi secondo i valori stessi su cui la Rete è stata creata e che tuttora la animano. Questi aspetti di orizzontalità della Rete non sono ben visti dall’industria della pubblicità e dell’orientamento al consumo e dalla gestione del consenso, che quindi tentare di entrare nel web con le sue vecchie logiche verticali di comunicazione direttiva, uno-a-molti, senza in realtà praticare né comprendere il modello conversazionalista, il web basato sull’User Generated Content e l’habitat sociale vivo dove gli eventi accadono.
Sono cambiate molte cose qui sul web, ora ci sono milioni di persone in italia che quotidianamente fanno un gesto qui dentro. Teniamolo presente a noi stessi, questo sentimento del Settembre Eterno, che tutti prima o poi sperimentiamo, anche più volte.
Segnalo anche questo piccolo saggio di Antonio Sofi, sulla moderne strategie di comunicazione politica, perché leggendolo in controluce ci dà le coordinate per meglio nominare certi fenomeni indotti dalle buone prassi comunicative della Rete, riversate nella progettazione di interventi territoriali concreti, azioni politiche per l’ottimizzazione del territorio e della comunicazione con la collettività che lì risiede. Senso e territorio, ascolto e condivisione, trasparenza.
Facendo lo stesso giochetto, utilizzare i risultati di un ragionamento altrui come materiale base (un “semilavorato”, ma in altra linea progettuale) per comprendere i nuovi centri di aggregazione del senso, leggete questo interessante scritto di Fabio Giglietto, dedicato a Lost e ai sette principi del transmedia storytelling, dove le descrizioni di nuovi assi semantici dell’universo del discorso Spreadability vs. Drillability, Continuity vs. Multiplicity, Immersion vs. Extractability etc. permettono a noi di capire come le linee di senso organizzato (le isotopie interpretative, in gergo) che gettiamo sul flusso degli eventi per catturarlo e coglierlo appieno, nel mutato contesto propulso della Cultura digitale, vadano oggi rieducate a uno sguardo trasversale, aggregativo, nella capacità di radunare pezzi di storie sparsi per molti media diversi, con personaggi complessi, osservando attentamente lo snodo con il contesto ambientale situazionale (fisico e/o digitale) where the action is.
Quei Luoghi di creazione e mantenimento dell’opinione pubblica che tra cinque anni determineranno cosa sia da definirsi Realtà (le parole con cui penseremo, i punti di vista con cui guarderemo) stanno nascendo oggi, tutt’intorno a noi.
Come sono fatti questi Luoghi di socialità digitale, come agiscono, chi li anima, che stile di narrazione adottano, attraverso quale percorso di prove e errori giungono a formarsi compiutamente, come specie viventi che nel dialogo con il mutato ambiente adattano il proprio corpo e la propria mente e i propri comportamenti per meglio adeguarsi alla nicchia ecologica di riferimento, e altre domande.
UPDATE: un articolo sulla Stampa, L’autore-cyborg, una intervista di Artieri a Thierry Crouzet, su argomenti proprio attinenti.

Eco-sistema unopuntozero

Io gli voglio bene, a Umberto Eco.
Mi diede dei bei voti all’università, ci chiacchierai affabilmente un paio di volte passeggiando sotto i portici di Bologna. A imbatterti nei suoi libri di semiotica al momento giusto, quando un amatissimo corso di studi già orienta il tuo sguardo sulle problematiche della significazione e della comunicazione, potrebbero accaderti degli sconvolgimenti radicali, sconquassi cognitivi, e da quel momento in poi ti trovi costretto a leggere il mondo in un certo modo, perché l’eleganza e la potenza di quei metalinguaggi rivelano i meccanismi profondi del nostro dare senso agli eventi, con le parole e con i segni. La semiotica è un punto di vista. Una disciplina, non una scienza. E poi Eco scrive bene, poco da fare, ti fa ridere anche quando ti racconta la filosofia medievale.
Inoltre, non gli si può nemmeno rimproverare di non conoscere i computer, perché saranno almeno quarant’anni che si occupa di logica computazionale e negli anni Sessanta la cibernetica che si intrecciava con la linguistica era dignitosissimo campo di interessi accademici.
Tant’è che da lì sarebbero giunte numerose suggestioni per i linguaggi informatici di programmazione, di cui sicuramente Eco si occupava attivamente tra fine anni ’70 e primi ’80, tra i suoi studi sulle teorie sociologiche della ricezione dell’opera e il successivo interesse per la “lingua perfetta”, naturale o artificiale che fosse, e tutti gli esempi storici che possono venire in mente a essa collegata, da Adamo (in che lingua parlò, quando Dio gli chiese di nominare il Creato?) a Raimondo Lullo a Athanasius Kircher all’esperanto ai linguaggi formalizzati.
Ma di web a quanto pare Eco non ci capisce. 
Noi tutti qui ormai traguardiamo i computer e i dispositivi, e puntiamo l’attenzione sulla digital life, sulla socialità in Rete, parliamo di Cultura digitale e non di Cultura informatica. Nel solito parallelo con le strade e le automobili, ci interessiamo dei comportamenti umani negli spazi sociali digitali, non di tecnologia del motore a scoppio (il pc) e della tecnologia della carreggiata autostradale (le reti).
Abbiamo in quindici anni di frequentazione di mondi digitali compreso quanto l’hardware influenzi il software, sappiam fare la tara e applicare le giuste categorie di giudizio valutando a esempio le diverse nicchie ecologiche in cui abitano un blog e un quotidiano online o l’enciclopedia cartacea e wikipedia, conosciamo per esperienza concreta di vita la portata “epistemologica” dei singoli strumenti e ambienti, e soprattutto confidiamo nella conversazione continua e incessante che agisce il web, dove le cose importanti sono i valori in circolazione, la reputazione, la fiducia, il pluralismo delle voci.
Ma di queste cose Eco non sembra accorgersi. Dice che manca il “filtro sociale”, ma la Rete tutta è filtro sociale. Credo per lui il web sia ancora una sorta di biblioteca giusto al di là dello schermo, quella finestra di pixel che io non vedo più.
Lui cerca parole ferme, testi come libri, io guardo i flussi di conversazione e la costruzione sociale della conoscenza e quindi della realtà, cose che peraltro Eco conosce bene, essendo coetaneo di Searle e Fodor, avendo con essi spesso dialogato tramite carteggi e botta-e-risposta nei convegni o nelle prefazioni dei libri, vero Luogo conversazionale dell’epoca dei supporti cartacei, e per aver lui stesso promosso teorizzazioni basate sulla condivisione del valore semiotico dei segni nell’universo dei parlanti (la nozione echiana di “enciclopedia”).
Se Eco vede i blog come libri, forse gli viene in mente una collana, una progressione, una serialità, una linea. E ogni testo è una perla di cui conoscere autore, paratesto, storia editoriale. Ma sono sempre perle in fila.
Per me un blog è un nodo nella Rete, è una parola in un discorso collettivo. Ne valuto la fondatezza e la novità in sé, per quanto posso fare con le mie conoscenze, e poi possiedo strumenti, appresi in anni di frequentazione e di relazioni interpersonali, per misurare nella Rete dei mille intrecci e delle mille voci il valore di quella parola, di quell’articolo giornalistico, di quel post su blog, di quell’affermazione in una chat o su un social network, per come rimbalza, per come viene ripreso e da molti commentato, per le discussioni che riesce a generare nell’ecosistema digitale e poi magari esondare sui media tradizionali, dove spesso viene frainteso in quanto non compreso nel giusto contesto. E il contesto è la chiave interpretativa, sempre. 
Dei molti significati di una parola, il contesto seleziona quello pertinente, e la parola assume senso. Qui e ora, storicamente, necessariamente.
Consideriamo dato il valore di uno scritto. Il suo significato storico, contingente, viene da noi misurato secondo relazioni sfondo-figura. La figura, l’elemento figurativo, il segno, trae il suo senso dallo sfondo su cui si staglia. E oggi lo sfondo è cambiato, e non è più fatto di collane secolari di libri che richiamano altri libri, di biblioteche borgesiane o come quelle de “Il Nome della Rosa”, ma è uno spazio vivo, di vive conversazioni.
E la stessa idea di “enciclopedia” di Eco, come cultura che vive nella mente di una comunità di parlanti (e che garantisce il reciproco comprendersi) ha forse cambiato forma, proprio nel senso di “forma del contenuto” su cui Eco rifletteva filosoficamente a fine anni Sessanta, quando stava ancora maturando quelle posizioni che lo avrebbero portato a definire il segno come “funzione segnica” che correla piano dell’espressione e piano del contenuto. E’ cambiata la forma dello sfondo, e dobbiamo modificare il modo in cui attribuiamo senso agli elementi significativi. Oggi la forma dell’enciclopedia è la Rete, non la biblioteca. Già in Eco abbiamo il rizoma quale riferimento figurativo, ma oggi noi tutti abitiamo nello scibile, non solo le opere chiuse (per quanto sempre aperte). Le persone abitano direttamente i Luoghi della conoscenza, e le relazioni tra di loro sono elementi sintattici imprescindibili per la comprensione del testo, della sua semantica misurata nella conversazione.
Con il solito parallelo, potrei anche dire che Eco vede gli alberi, ma non vede il bosco, dove gli alberi vivono come entità collettiva ecosistemica, in dialogo perenne.
E quindi una volta di più, come dice Mantellini riportando una sua intervista a un giornale spagnolo, quando parla di web Eco dice baggianate (vedi anche Downloadblog). 
Cose magari giuste, ma di quando il web appunto era pensato e vissuto ancora come una biblioteca, fatta di editori/blogger senza alcuna autorevolezza (ma l’autorevolezza se la sarebbero conquistata con le migliaia di interazioni direttamente intrattenute con migliaia o milioni di utenti). 
Cose magari giuste, se prese in modo isolato, ma giudicate in un modo terribilmente inadeguato rispetto all’attuale funzionamento dell’ecosistema della conoscenza.
Ragionamenti magari giusti, se intrapresi in solitudine da chi usa il web solo per leggere, senza coinvolgersi personalmente nelle conversazioni su un social network, nei commenti di un blog, in quelle palestre di socialità dentro cui noi ci siamo fatti le ossa, maturando nuove posizioni interpretative e financo etiche sulla portata comunicativa di quanto viene affermato nelle vocianti piazze della Rete, e non solo nei silenti saloni dei conventi del Sapere.
Ahimè, Eco è un tipo unopuntozero.
Poco male, ci penseremo noi a traghettare rispettosamente e creativamente le sue squisite intuizioni sul funzionamento concreto della comunicazione umana nel mondo della Cultura digitale. Un po’ per ciascuno, tutti insieme.

Update: Mantellini approfondisce sul Post

Google situazionale

Suzuki Maruti aka Enrico Sola forse per primo ha istituzionalizzato il giochino, giustamente nominandolo Anafore, per le sue qualità retoriche. Anafora, come ripetizione, ma soprattutto anafora come un richiamo a risalire il testo, verso qualcosa di precedentemente espresso.
Perché da una ricerca su Google si risale a tutto quello che è stato webpubblicato, e che contiene quelle parole.
Ma l’anafora, a esempio nello studio dei pronomi in quanto forme grammaticali, in quanto funzioni linguistiche, per le loro peculiari implicazioni nella filosofia del linguaggio, richiama spesso la deissi.
Belli, i pronomi. Sono la cerniera tra l’Io e il mondo, quell’interfaccia che si fa carico di rappresentare l’identità del parlante dentro il linguaggio, la voce presenza del corpo che situa il mio stare nella situazione enunciativa o comunque narrativa, quell’essere che è un dire di essere, quel dire che è stabilire “io sono”.
Come i pronomi, la funzione deittica del linguaggio questo fa, lega il testo al contesto, lo situa nel tempo e nello spazio, lo immerge e lo incarna nelle concrete relazioni interpersonali, negli universi del discorso.
E questo a me viene in mente quando vedo i suggerimenti che Google stesso, soglia significante di squisito valore gangherologico, fornisce all’immissione delle parole di ricerca, o di alcune lettere.
Trattandosi presumibilmente delle parole chiave maggiormente digitate in ciascuna lingua, quelle tracce d’aiuto che compaiono d’improvviso non solamente rimandano ai pertinenti contenuti testuali alloggiati in Rete, ma ci permettono uno sguardo quanto alla rilevanza che assumono per le persone che li cercano, per l’istantanea sull’immaginario collettivo, per il risvolto antropologico immediato: i suggerimenti di Google sono una sonda gettata sulla realtà, e l’aleatorietà della contestualizzazione innesca innumerevoli fughe narrative nel lasciarci immaginare deitticamente gli scenari di vita, i drammi e gli affetti di milioni di persone.
Non disdegnerei neanche il valore cogente dei suggerimenti offerti: per essere presenti in seguito all’immissione dei termini di ricerca, quei completamenti sono senza dubbio statisticamente significativi, rappresentando sicuramente ciascuno il risultato di milioni di ricerche già effettuate. Siamo sempre in pars pro toto, metonimia dove la parte sta per il tutto e ci permette di trarre inferenze, ma i numeri in gioco situano il giochino ben al di là del campione rappresentativo: a meno che Google non intevenga nella modalità di presentazione, credo si tratti veramente di una fotografia fedele dei pensieri e degli interessi di metà degli italiani (il che permette anche di comparare nazioni tra loro, e vergognarsi di quello che mediamente gli italiani cercano in Rete, ovvero puttanate televisive).

Qui ho messo un po’ di esempi.

Comunicazione, informazione e nuove tecnologie

Giovedì 18 marzo alle 20.45, presso il Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone avrà luogo un incontro pubblico di assoluto rilievo dal titolo “Comunicazione, informazione e nuove tecnologie”, nell’àmbito del festival Dedica 2010 quest’anno centrato sulla Metamorfosi del mondo della conoscenza e sulla figura di Hans Magnus Enzensberger.
La conversazione pubblica, presente lo stesso Enzensberger, prevede la partecipazione di Derrick de Kerckhove, Luca De Biase, Mario Perniola
Imperdibile.

Ulteriori informazioni qui.