Appunti su mobizen

Abbiamo i citizen, che diventano netizen, e se mettiamo l’accento sul dispositivo che usiamo per essere always-on, ragioniamo sul telefonino mobail mobile.
Eran tutte notizie una dopo l’altra, lì sull’aggregatore, collegate tra loro sia per la contiguità del loro apparire nella mia vita sia per l’argomento comune trattato, e quindi mi son messo a seguire le briciole in giro.
Un oggetto tecnologico postindustriale può essere identificato anche grazie alla presenza di sensori e display, necessari per poter interfacciare il sistema nervoso umano con queste scintille di intelligenza sparse negli oggetti, nel dominio della teleoperatività e dell’immateriale.
Se pensate all’interfaccia di un’automobile, i pedali e il volante e il cambio non stanno per le funzioni che svolgono, sono essi stessi parti del meccanismo. Premere il pedale della frizione vuol dire azionare un sistema di leveraggio, ma siamo sempre fisicamente connessi con la frizione vera e propria. L’indicatore della benzina è fisicamente connesso al galleggiante nel serbatorio, e questo fa di lui un indice. Potrebbe non esserci nessun codice, in quanto segnale potrebbe semplicemente mostrare una correlazione tra la lancetta e uno stato del mondo (del serbatoio). Poi le macchine son diventate elettroniche, e tra i sensori e i display e la nostra interazioni si sono intromesse centraline e processori e codici, quindi oggi se guardo l’indicatore della benzina non vedo “direttamente” il comportamento il galleggiante, ma un sua rappresentazione, un segno.
Gli oggetti moderni hanno display e sensori, per maneggiare ciò che non posso né vedere né toccare.
Però ultimamente i telefonini hanno un bel display. Su cellulari di fascia media si possono vedere i film, almeno ragionando in maniera dignitosa di punti per pollice, e sempre più offrono schermi sensibili al tocco che porta la qualità dell’interazione su altre strade prima impensabili di user-experience. Migliorano le interfacce, migliora la connettività, i telefoni diventeranno una via règia per accedere ai sogni della Rete.
Ma guardiamola dal punto di vista della Nuvola, che si vede nutrita da milioni di point-of-presence, come tentacoli che brancolano nel buio, come i ragnetti che cercano TomCruise nascosto nella vasca da bagno con il ghiaccio, quegli stessi telefonetti che abbiamo in tasca, oggetti da visualizzare come sensori calati nella realtà fisica, porte di passaggio, da cui noi già comunichiamo molto, la nostra posizione in GPS o triangolata nelle celle, quindi i nostri movimenti come flusso sui territori, il nostro usare questi terminali per immettere informazioni come testo e foto, per comunicare.
E bello sarebbe se questi telefoni possedessero più sensori dell’ambiente: ad esempio potrebbero essere attrezzati per fare rilevazioni sull’inquinamento atmosferico, e potremmo avere delle mappe in tempo reale su un pagina web con tutti i dati ben visualizzati e geotaggati, e via a incrociare i dati.
I cellulari stanno agli umani come gli RFID (arfidi, o meglio àrfidi) stanno agli oggetti. Per descriverci, usano musica e fotografie e contatti relazionali, a cui oggi si aggiungono gli applicativi web installati, le reti sociali frequentate nel mondo digitale ovvero la nostra identità digitale. Sono sempre con noi, e danno informazioni su di noi (la cui portata dovremmo poter controllare) e ora diventano gli strumenti migliori per avere sensori del contesto.

In realtà, bisognerebbe che i telefonini parlassero molto, lasciassero tracce e informazioni su di sé, sul proprio uso, sul proprietario, senza rivelarne l’identità. Correlazioni statistiche a bizzeffe. Mappa dinamica dell’umore di una nazione, secondo certi aspetti e capacità.

Tutto ciò è partito da un articolo di PuttingPeopleFirst, poi ho visto Sterling che parla di telefonini qui, qui su mobileactive si studiano le “dynamics of the role of mobile phones in enhancing access to and creating information and citizen-produced media”, gli usi attuali e possibili per promuovere citizen media – c’è anche un simpatico pdf da scaricare A Mobile Voice: The Use of Mobile Phones in Citizen Media, per finire con Nokia che parla di sensori.

Scrivendo questo post, mi è venuto in mente che si potrebbe mettere su un sito una mappa mondiale capace di render conto delle suonerie che usiamo sui nostri cellulari. Ovviamente bisognerebbe che i nostri cellulari, in forma anonima, spedissero la suoneria che usiamo per le chiamate e per i messaggi ad un sito, e avremmo su uno schermo una rappresentazione del paesaggio sonoro, geotaggato. Monitorare i cambiamenti d’umore. Quanto variano nel corso dell’anno i ritmi che usiamo, che bpm abbiamo oggi di media a Udine, e quanto era lo scorso weekend conforntato con ferragosto? Qual è la colonna sonora di un centro commerciale o di una scuola?

Isotopie narrative

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