Cucinare la democrazia

Come sapete, i cuochi studiano le tecniche di cucina. E un ragionamento di culinaria è da ascrivere al pensiero tecnologico.
C’è un progetto, ovvero uno sguardo sul futuro, e c’è la modificazione dell’ambiente, ovvero la trasformazione di materie prime in un manufatto, mettiamo sia una torta.
C’è l’acqua, la farina e le uova, e tutto sommato conviene conoscere le loro caratteristiche fisiche e chimiche per saper come si comporteranno in certi frangenti, tipo dentro un forno. Una questione di prevedibilità in relazione al contesto, questione squisitamente tecnologica tanto quanto progettare una diga senza che crolli dopo due giorni.
C’è il forno, ovvero il calore che innesca le reazioni trasformative.
E c’è la ricetta, le istruzioni procedurali, quell’informazione che costituisce il terzo elemento della famosa triade tecnologica, insieme appunto a materia e energia.
Bene, inventarsi un sistema di governo assomiglia al cucinare una torta.
Perché come più volte qui detto, la democrazia è una tecnica, e ragionare di forme di governo è una sorta di riflessione tecnologica. Poi nel parlare comune identifichiamo la forma con i contenuti, la democrazia con i valori, ma la prima è uno schema, una struttura, una procedura, un sistema, un meccanismo che garantisce l’esistenza dei secondi, e quindi traslatamente diventa valore in sé, in quanto desiderabile.
Più di duemila anni fa la Storia per come viene descritta nei sussidiari vuole che a Atene qualcuno si sia posto la fatidica domanda: ma quale forma di governo riteniamo migliore, per la nostra collettività, che soddisfi le nostre esigenze etiche di convivenza civile?
I valori sono già tutti presenti: giustizia sociale, libertà della persona e di espressione, rappresentatività delle classi sociali. Altri secoli aggiungono riflessioni, il Rinascimento italiano, il Seicento inglese, la Rivoluzione francese, gli statuti ottocenteschi, le Carte universali del Novecento.
Quali meccanismi, che tecniche, quali procedure adottare per garantire la democrazia? Separazione dei poteri, organi di controllo, una serie di leggi che dicono come fare le cose per farle nel rispetto dei valori che a esempio una Costituzione esprime.
Il rispetto formale delle procedure è una questione sostanziale della democrazia, perché le regole sono la democrazia.
In un tribunale, anche se l’imputato è stato considerato colpevole, una virgola sbagliata su un verbale può annullare il processo, che va ripetuto nel rispetto delle procedure e delle formalità. Ed è giusto così, se ci pensate, perché simili cose non possono essere arbitrarie.
Dati i valori individuali e delle collettività (la materia), dato il forno e il calore della dinamica realtà sociale, devo seguire le istruzioni (lle procedure, le tecniche di rappresentatività democratica, le forme di governo) per riuscire a cuocere per bene, nel modo che abbiamo tutti stabilito come desiderabile, questa torta che si chiama Società e convivenza civile.
Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky nell’intervista oggi su Repubblica (da qui)

“Il diritto di tutti è perfettamente garantito dalla legge. Naturalmente, chi intende partecipare all’elezione deve sottostare ad alcuni ovvi adempimenti circa la presentazione delle candidature. Qualcuno non ha rispettato le regole. L’esclusione non è dovuta alla legge ma al suo mancato rispetto. È ovvio che la più ampia “offerta elettorale” è un bene per la democrazia. Ma se qualcuno, per colpa sua, non ne approfitta, con chi bisogna prendersela: con la legge o con chi ha sbagliato? Ora, il decreto del governo dice: dobbiamo prendercela con la legge e non con chi ha sbagliato”.

Isotopie narrative

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