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La Scuola di domani: aperta, connessa, sociale.

La Scuola di domani: aperta, connessa, sociale.
Giorgio Jannis

Cambiamento è la parola chiave di questi nostri anni. Una parola che può servirci per etichettare efficacemente il rapidissimo modificarsi delle strutture sociali degli ultimi decenni, e al contempo spinge il nostro agire attuale verso nuove forme di organizzazione del vivere, verso un necessario ripensamento e conseguente riprogettazione del fare umano rispetto ai territori d’insediamento e agli spazi di socialità oggi indifferentemente biodigitali.

I territori abitativi interpretati secondo visioni sistemiche emergono nella percezione come stratificazioni di epoche lontane, nelle tecnologie del mondo agrario e di quello industriale – le strade e le ciminiere, i tralicci e le bonifiche – ovvero come reti comunque tecnologiche di produzione e distribuzione dal forte sapore connotativo del Paesaggio, a cui oggi va aggiunta la tecnologia miniaturizzata e invisibile delle reti di connessione dei telefoni cellulari e di Internet, dove il web sta maturando in sé la capacità di offrire all’umanità un ambiente in cui intrattenere comodamente proficue relazioni sociali e notevolissimo scambio informativo ed espressivo con altre persone, fino al punto di farci ormai ritenere connaturata al nostro esercitare Cittadinanza Attiva la possibilità di poterci esprimere liberamente in Rete e da quest’ultima trarre informazioni dalle plurime fonti disponibili. Anzi, la presenza nelle legislazioni di un esplicito “diritto di banda” per ogni cittadino permetterebbe un ottimo confronto del grado di civiltà raggiunto dai singoli Stati, in quanto rappresentazione della libertà espressiva e dell’apertura alla Società della Conoscenza, come valore fondamentale per i tempi a venire.

Conseguentemente, si profila la necessità di provvedere una certa Educazione alla Cittadinanza attiva, proprio perché le tecnologie della comunicazione – il cinema, poi la radio, la tv, il web: sono i nuovi luoghi del Novecento in cui l’umanità racconta sé stessa – ovvero le principali responsabili della presa di coscienza collettiva della Transizione che stiamo vivendo, rendono sempre più diffusa la possibilità (il diritto!) per tutti noi di partecipare al dibattito collettivo, nei termini di consultazioni pubbliche o di veri propri atti di democrazia partecipativa, da concepire soprattutto con attenzione agli aspetti di governo locale del territorio. Come dire, qui bisogna dotare le persone di competenze digitali, per una questione di civiltà: l’accento va posto sulle dimensioni sociali delle nuove tecnologie, e non sugli aspetti tecnici dello strumento computer quale finestra per accedere alle forme di Abitanza digitale nel web.

La Scuola, quale luogo istituzionale deputato alla formazione del Cittadino, credo sia riuscita negli ultimi tempi a portare in luce, ragionando sul proprio fare, una distinzione importante riguardo l’utilizzo didattico delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione, dove finalmente a fianco di una funzione puramente strumentale di queste ultime (l’utilizzo di programmi di videoscrittura e di fogli di calcolo, oppure i software specifici per aspetti tecnici) emerge una considerazione sul loro essere piuttosto degli “ambienti di vita”, con cui tutti noi interagiamo quotidianamente, che si tratti di web o di cellulari o altri schermi. Disporre di spazi di espressione multimediali e pubblici, come i forum, i blog, i wiki, gli archivi audiovideo e le mappe satellitari, e utilizzarli tranquillamente nel flusso delle attività didattiche in classe (comprendendone le peculiarità social web, ovvero partecipative e collaborative) rende chiaramente percepibile il flusso di informazioni, ora aumentato e bidirezionale, che scorre tra la società e quella Scuola che ritiene importante essere un attore sociale trasparente e attento, aperto alla comunicazione con il territorio.

Purché gli insegnanti vedano nel computer una finestra verso un mondo ricco di socialità e di espressione di sé, e non come una macchina per scrivere; purché i PC in classe diventino “trasparenti” come lo sono i libri e le lavagne, supporti tecnologici dell’apprendimento ormai inglobati nel flusso delle progettazioni didattiche; purché le aule scolastiche siano percepite come “stanze senza pareti”, dove risulti facile consultare risorse del territorio e portare il mondo dentro la scuola, in uno scambio osmotico garanzia di aggiornamento costante e sintonia tra sistema formativo e società tutta.

Ecco, una scuola senza muri, liberamente attraversata da flussi fisici ed elettronici di persone e idee eppur riconoscibile nella sua identità istituzionale di Luogo formativo, dove strumenti di connettività personale rendano possibile far lezione ovunque e dove qualsiasi risorsa dello scibile umano sia disponibile all’istante, senza interrompere il flusso della narrazione gruppale con cui docenti e allievi, in presenza o a distanza, esplorano gli argomenti di studio e ri-giocano la realtà ricontestualizzando le conoscenze apprese dentro contenitori online condivisi e collaborativi, potrebbe essere una buona palestra alla Cittadinanza intesa in senso moderno, in un mondo fatto di ambienti di vita (di crescita) fisici e digitali in rapida trasformazione.

Abitare il video aka “Mai distrarsi”

Le cose sono andate così.
Sergio Maistrello, conoscendo la mia accidia – era bello quando ero giovane, ed ero solamente pigro – circa un mesetto fa mi ha chiesto se potevo prestargli un intervento video di una decina di minuti, dedicato agli argomenti dell’abitanza digitale, da mostrare ai partecipanti di un master in digital marketing a Milano.

Ovviamente, me ne sono dimenticato per tre settimane. Quando GoogleCalendar mi ha avvisato con un sms, ho fatto spallucce: avevo davanti ancora dei giorni interi per fare brutta figura.

Poi mi sono ammalato, un raffreddore da trasformare il naso in rubinetto e la testa in una confezione di ovatta. Ma il video era da fare, perbacco. Ci ho provato un paio di volte, ma dimenticavo sempre il microfono chiuso oppure mi saltava la webcam, e oltre a me anche il pc ha preso un virus.
Soluzione drastica: ho continuato a sproloquiare liberamente, registrando, così poi da un’ora di girato ho ricavato quindici minuti di montato. Tutte le volte che starnutivo o tiravo su col naso o prendevo l’aspirina o mangiavo un paninetto con lo speck, le ho tagliate via, ho ritenute superfluo documentare tutto tutto. Nel delirio raffreddoso, mi ha sfiorato anche per un attimo l’idea di farne un videoclip musicale, un rap su una base funkettara di tosse e starnuti.

Quello che è rimasto, è qua sotto ovvero su Vimeo. Enjoy.


Cultura TecnoTerritoriale, Abitanza BioDigitale from Giorgio Jannis on Vimeo.

Articolando

Quindi, buttiamo tutto sulla matrice, e vediamo che possono esserci abitanti stanziali connessi e non connessi, oppure abitanti nomadi, a loro volta connessi o meno.

Tenete sempre presente che parliamo di abitare Luoghi indifferentemente dentro o fuori il web, digitali o fisici. E anche su web è possibile ravvisare comportamenti stanziali o nomadi, da parte di singoli, gruppi e collettività più ampie. Ti piace cliccare sui blogroll altrui, verso l’Ignoto? O sui followers di Tizio? Nomadizzi, t’incuriosisci per un nick e segui briciole di pane o suggestive scie di profumo per mezza Internet, ti impelaghi. Perché ricordate, il web era un mare da navigare e surfare, e di qua e di là qualche isoletta offriva approdo.
Il web non è più un posto per scorrerie, qui noi oggi abitiamo. Abbiamo fatto terra-forming per dieci anni, adesso mettiamo i piedi su cose solide e di noi stabilmente identitariamente connotate, come il nostro blog che ci guarda da qualche anno o il forum che frequento da quando cercavo gli aggiornamenti per windows98 o le reti dei messenger.

Qui ora vado in direzione degli eventi che con maggiore probabilità possono innescare cambiamenti sociali: ad esempio, in collettività umane attraversate dal flusso nomadico degli zingari credo si formino credenze riguardo alla relazione con l’Altro diverse rispetto a raggruppamenti sociali stabili che conoscono pochi contatti con lo Straniero.

Quindi il tutto si riverbera nel web, dove molti di noi stanziali connessi adottiamo comportamenti che talvolta rafforzano la relazione dentro le reti conosciute, dentro l’insieme olistico dei Luoghi che frequento e quelli fino dove giungono le mie tracce di presenza, e talvolta, restando stanziali, diventiamo veri nomadi, nel muoverci su territori digitali sconosciuti.

Nel corso del tempo è cambiato il nostro propendere per “rafforzamento rete sociale conosciuta” rispetto a “esplorazione reti sconosciute”? Reti di persone, di socialità. Una volta si aggregavano di più le cose, oggi si aggregano le persone? Tutti i socialweb che articolano il concetto di follower, che lo visualizzano, che mettono in scena le reti contribuiscono a “stringere” le reti? E quanto incoraggiano il nomadismo, come apertura allo stupore dell’epifania numinosa quanto inattesa dell’Altro da me, eh?, nei percorsi serendipici?
Conservatori o progressisti? No, prima ancora. Disposti a porgere l’orecchio e l’occhio e la freccina del mouse a un link ipertestuale che vi porterà chissà dove, a leggere di argomenti o vedere foto di cose prima mai pensate, oppure a lasciar entrare nel vostro aggregatore e nella vostra coscienza flussi di alterità, questo scegliamo per noi stessi, così impostiamo i filtri del lifestreaming da e verso di noi, così costruiamo e usiamo le porte e i segni.
Cosa cerco dalla conoscenza? Conferme o sgambetti?
Nel MedioEvo, la comunicazione pubblica delle PA (i feudatari) era zero, a parte le grida in pubblica piazza e quell’albo pretorio che ha millenni di storia. Conservare il potere (basato sulle informazioni, poi) era ed è non comunicare. E’ chiaro che esporsi alla comunicazione è esporsi al cambiamento, e qualcuno giunge ad affermare che negarsi alla comunicazione è negare il cambiamento, ovvero il volersi mantenere uguali, conservare l’attuale.
Anche se vedo contradittoria una società che si vuole progressista che sbarra le porte (la Cina?).

Qui c’è Massimo Moruzzi su Dotcoma che vede bene lo stesso problema, riferendosi a come i contenitori sociali su web e i loro meccanismi pre-orientino la relazione e in-formino il nostro abitare nelle reti.

Facebook, vale la pena a questo punto sottolineare, non è più un sistema chiuso su sé stesso – o non più di quanto non lo siano il tuo feedreader o la tua webmail, perchè vi puoi importare praticamente di tutto, come e più che su un feedreader, o ricevere di tutto, come con la tua email.

Facebook ha vinto, ma senza risolvere nulla. Su Facebook, vedo foto, link, video e musica dei miei amici – ma non sarebbe molto più interessante vedere cosa apprezza chi ha gusti simili ai miei? Facebook è un passo indietro da un web di interessi condivisi a un web di amici che già conosci.

Questo accade perché proprio questa è la peculiarità del social web, lo dice la parola stessa. Permettendo l’emergere e quindi la visibilità delle reti relazionali, ha posto l’attenzione sulle persone. L’altro ieri andavo su web per cercare un documento o una risorsa, ieri per cercare delle persone, oggi cerco cosa dicono le persone che stimo e/o conosco sulle risorse e sulle novità, domani saremo tutti presi in un vortice vorticoso di cose e oggetti geotaggati e news e commenti e lifestreaming.
Il “web degli amici che già conosci” è una fase necessaria di ristrutturazione dell’economia della rete, perché permette di organizzare meglio i filtri e le reti dei flussi di informazioni e opinioni sulle informazioni, in direzione di una maggior efficacia nella propagazione delle idee, nel web degli interessi condivisi.
Si guardavano gli oggetti culturali, ora si guardano le persone, ma si tornerà a guardare gli oggetti, però incomparabilmente arricchiti dalle riflessioni di molti su di essi, da prezioso contesto, da vissuto personale.

Dopo questa costrizione che il socialweb ha imposto al nostro fare negli ultimi anni, nel farci concentrare sulla edificazione dei Luoghi sociali del nostro abitare, sull’allestimento di una identità adeguata ai nuovi ambienti che frequento, sulla definizione di una rete amicale e professionale, possiamo tornare a estrovertirci, verso cose che non conosco.

Un altro esempio: la funzione dei commenti dentro Google Reader. C’è questa funzione nuova per commentare ed inoltrare ad altri quello che ci arriva dentro l’aggregatore e reputiamo meritevole di.

C’è la condivisione “Share with note”, che rimanda la notizia ai vostri amici (chi già riceve ciò che segnalate), e il commento e la notizia possono anche essere pubblicati sulla pagina pubblica del mio aggregatore.
Ma da poco tempo anche dentro il bottone “Share”, quello per la semplice condivisione con un click, troviamo una ulteriore funzione di commento, dove però la visibilità dello stesso è rivolta “a tutti quelli che possono vedere la notizia originale condivisa”.
Che quindi potrebbero essere anche persone che non sono vostre amiche (ovvero nel vostro elenco di persone con cui condividete permanentemente il flusso di pubblicazione), ma in qualche modo la stessa notizia è presente anche nel loro aggregatore e se leggeranno la notizia dopo di voi vedranno anche il vostro eventuale commento. Immagino.

Quindi, nel primo caso ho condivisione e aumento informativo (il mio commento) verso reti conosciute, nel secondo caso compio un movimento molto più “alla cieca”, senza finalità immediate, ma potenzialmente foriero di inaspettato, cose o persone si tratti.

Dove decido di interfacciarmi? Nello scegliere attimo per attimo come utilizzare e come reinoltrare risorse, persone, memi, nel mio essere router di socialità, mi rivolgo a reti conosciute o sconosciute? Nel pensare il destino del mio dire e del mio fare in rete, mi viene più facile immaginare uno sconosciuto o un amico, nell’attimo di leggere l’ultimo post del mio blog sul suo aggregatore? E quanta fiducia ci metto, nell’inoltrare (e questo torna ad assomigliare a un messaggio nella bottiglia in un web che torna ad essere un po’ mare) e nell’ascoltare?

ps. dopo geni e memi, ci servirebbe una unità di significato delle reti sociali, dei cluster relazionali, dove il contenuto è dato dalla forma peculiare che ciascun sistema adotta.

Cortocircuito (e scintille di futuro)

Già altre volte qui ho parlato del blog personale di Renzo Tondo, governatore del Friuli Venezia Giulia, sottolineando e analizzandone la specifica postura conversazionale e la “solidità” dei temi affrontati rispetto all’ufficialità del dire dello stesso governatore.

La domanda è: il blog del governatore è un Luogo politico? Disintermediazione, quindi.

Nella mia opinione, il proprio blog personale dovrebbe essere il primo Luogo di espressione di sé (in quanto dichiaratamente identitario, conversazionale, connotato, storico, etc… magari domani nasce un equivalente altrettanto efficace, e vedremo) da cui poi gli altri possono legittimamente trarre indicazioni per una valutazione del personaggio/i che ciascuno di noi intende mettere in scena, dal cui testo trarre poi indizi per attribuire orientamenti, credenze, schieramenti espliciti, atteggiamenti, stile a colui che in questo modo intende partecipare al pubblico dibattito.

A quanto pare, anche il Messaggero Veneto (gruppo l’Espresso/Kataweb) ha deciso di prendere sul serio il blog personale del governatore, guardate questa foto del giornale di oggi:


Quindi un mezzo di comunicazione di massa dell’epoca industriale (il quotidiano di riferimento della zona, lo Strumento della Storia locale nel suo farsi) ha esplicitamente riconosciuto la veridicità e l’autorevolezza del blog personale di Renzo Tondo, in quanto Luogo politico. Una parola là pronunciata, non è chiacchiera, è Storia anch’essa. Il Messaggero Veneto riconosce esplicitamente l’esistenza e la posizione socioconversazionale di parlante ratificato al personaggio Renzo Tondo espresso da Renzo Tondo mediante il suo blog renzotondo.blogspot, senza più aver bisogno di comunicati ufficiali e conferenze stampa, interviste con giornalisti iscritti all’albo, filtri e intermediazioni.
Il Territorio e i suoi attori parlano liberamente, e io giornale comincio a modificarmi, per riuscire a rendere conto dei dibattiti sociali e politici che ora vivono in molti altri ambienti conversazionali.

Il dire di Tondo colà costituisce posizione politica ufficiale, e proprio chi fino a questo momento era l’unico “testimone del dire” dei personaggi pubblici (e della sua veridicità, e dell’ufficialità delle dichiarazioni anche nelle loro conseguenze pragmatiche), ovvero la stampa, sancisce ora esplicitamente l’autorevolezza delle nuove forme di espressione di sé, quei blog e quei nuovi spazi di socialità e di conversazione così opperbacco spudoratamente post-industriali e digitali, ma non più effimeri e irrilevanti, a quanto pare.

Rinnovo gli auguri di happy-blogging a Tondo: in riferimento al contenuto dell’articolo pubblicato, mi piacerebbe alquanto se poi en passant provasse a spiegare un po’ meglio la sua attuale posizione personale sulla legge per il testamento biologico, apparentemente in contraddizione rispetto alle stesse onorevoli azioni da lui intraprese in relazione al caso di Eluana Englaro qui in Regione. E come ne parlerà sul suo blog, sarà ufficiale.

Horse Latitude

Come già l’altr’anno, oggi sono andato a Pordenone nel liceo dove insegna Pier e lui assente (saluto i prof che erano presenti, Alessandro e Enrico) ho tenuto la mia lectio magistralis sul Senso della Cultura Tecnologica moderna e dell’Abitare sociodigitale, secondo approccio gangherologico. Dilagando per quasi tutte le due ore, e studenti e studentesse che eravate presenti commentate pure questo post, o qualunque altro, per farmi domande relative o no.
Sono andato anche a mangiare pastalpesto e due fritole a casa di Sergio, quindi non sono nemmeno uscito dalla modalità “digital world” che avevo settato mentalmente per fare lezione nella mattinata e ho continuato per due ore a chiacchierare amabilmente in gergo da webaddicted.

In realtà, questo post era per prendere appunti.
Qui Gigi Cogo racconta delle dinamiche del web 2.0 a supporto dei servizi di eGovernment, e riesce a illustrare il farsi strada dei nuovi approcci comunicativi, delle nuove necessarie posture conversazionali nella cultura di gruppo delle Pubbliche Amministrazioni.

Carlo Infante su PerformingMedia espone e suggestionea incastrando bene le pratiche di Rete, di multimedialità e di territorio dentro i nuovi scenari che geoblogging e media locativi rendono visibili e vivibili – “scrivere storie nelle geografie”. Carlo andrebbe con la forza costretto a produrre idee relative a possibili applicazioni ev’ryday-life delle tecnologie georeferenziali, a inventarsi situazioni e messe in scena di comportamenti umani interfacciati.

Sergio Maistrello mette giù un sacco di idee sulle nuove dinamiche del giornalismo più o meno web e sul problema della disintermediazione della comunicazione istituzionale, partendo dalla riorganizzazione profonda dei modi di interpellazione dell’interlocutore e dei contenuti espressi dai siti governativi americani in seguito all’elezione di Obama.

Poi avevo messo da parte una serie di link su argomenti tipo “tracciabilità”, ovvero indicazioni su argomenti che riuscissero a mostrare qualcosa di robe come mappature di comunità (indifferentemente su terra, web o supporti mobili), borghi digitali, webcittadinanza, utilizzo di cellulari come sensori (ne parlavo qui), anzi i cittadini stessi sono i sensori, ma si può mettere dei rilevatori anche sui piccioni e farli comunicare in tempo reale su wifi cittadino le condizioni ambientali (quota di anidride carbonica, per esempio) dei quartieri. Trovate tutto qui, da Vodaphone.

La Nokia non sta ferma, figuriamoci, e come sappiamo dopo Nokia Sensors per rilevamenti ambientali (cerchiamo di fornire contesto al nostro dire, mettiamo dentro il messaggio il più possibile della situazione enunciativa) lancia MyMobile, che però è un webserver da mettere dentro il nostro telefonino, così possiamo arrivarci dentro via web, navigando. Ma siccome sul telefono è possibile mantenere ad esempio gallerie fotografiche pubbliche di foto nostre originali, oppure fare un blog (sì, dentro il cellulare) o condividere un calendario, ecco che abbiamo per le mani un modo nuovo di “darsi” degli individui dentro la rete, innescando community (frequentazioni, partecipazioni, appartenenze) basate sulle reti cellulari.
Esistono anche le community geograficamente strettissime, ad esempio quelle basate sullo scambio bluetooth tra i cellulari, così quando entrate in discoteca o in pizzeria avete già sul visore del telefono la mappa situazionale dei personaggi presenti, con i loro profili, e strumenti di interazione. Esempio di queste tecnologie sono Mobiluck e Crowdsurfer, e anche i cellulari social sono cosa che già abita il presente, anche se al momento servono a cuccare in modo creativo.

Ancora tre link: urban-atmospheres.net locative-media.orge urban-atmospheres.net
per ragionare sempre di nuove forme di abitanza digitale, interessanti. La locuzione “media locativi” non mi sembra male, peraltro.

Chiaramente, mentre sto per chiudere il post arriva Google (ne parlano qui) con il suo nuovissimo GoogleLatitude, che appunto è un marcatore social di presenza basato su Google Maps. Scaricate il nuovo GMaps 3.0 per cellulari, lui rileva la vostra posizione sul pianeta via GPS o sui wifi o sulle reti cellulari, e la riporta sulle mappe satellitari. Poi spedite l’invito ai vostri contatti gmail, quelli che volete, e anche loro se accettano compariranno come avatar sulla mappa geografica, simboleggiando la loro posizione (la quale può essere anche mentita, impostando una posizione manualmente). La mappa poi la vedete sul cellulare o anche via web (non italia ancora), come widget dentro la iGoogle.

Se per districarvi tra tutte queste indicazioni e suggestioni vi serve una mappa mentale, traggo da qui alcune indicazioni di Buzan in persona su come impostare i nodi di primo livello.

Here are some additional tips from Buzan on the types of words that tend to make effective basic ordering ideas:

  • Divisions: chapters, lessons or themes
  • Properties: characteristics of things
  • History: a chronological sequence of events
  • Structure: how things are formed or arranged
  • Function: what things do
  • Process: how things work
  • Evaluation: how good, beneficial or worthwhile things are
  • Classification: how things are related to each other
  • Definitions: what things mean
  • Personalities: what roles or characters people have

Spicciolame

Pasteris dice che

CriticalCity ha vinto i Kublai Awards 2009
CriticalCity è una piattaforma di riqualificazione urbana ludica e partecipata. E’ un progetto innovativo per mettere al centro i cittadini e trasformarli in motore attivo della trasformazione sociale, culturale e fisica del territorio urbano. Molti cittadini non sono soddisfatti della condizione della propria città, molti la vivono a fatica, la subiscono ma non sanno da dove cominciare, non hanno a disposizione uno strumento semplice per poter agire direttamente sulla propria città e fare qualcosa – anche di piccolo – per cambiarla, per renderla più vivibile, migliore. CriticalCity risponde al bisogno di potersi impegnare per la propria città e pensa che il modo più efficace per riuscire in questo sia di trasformare questa attività in un gioco.

Mi sono iscritto come Solstizio, dalle mie parti non c’è nessuno, proverò a capire come funzia.

Poi c’è questo brano di McLuhan del 1963, pubblicato da repubblica.it e arrivatomi via ValterBinaghi. C’è tutta una critica iniziale, sulla natura depauperante delle tecnologie di connettività – il sistema nervoso extracorporeo, nato con il telegrafo. Poi distingue

“… La nuova tecnologia elettronica, però, non è un sistema chiuso. In quanto estensione del sistema nervoso centrale, essa ha a che fare proprio con la consapevolezza, con l’ interazione e con il dialogo.”

E qui McLuhan, diciamolo, è eccezionale per la lucidità con cui riesce a rendere pertinenti le peculiarità dei new media dei suoi tempi (frutto di precise innovazioni tecnologiche) rispetto alle considerazioni sul funzionamento delle collettività umane. Con una visione moderna, di sistema e di processo – anche se ci sento dentro una figuratività metaforica un po’ ottocentescamente organicista o hegeliana, mah – riesce a cogliere l’emergere della consapevolezza collettiva nei sistemi mediatici planetari, proprio come un sistema nervoso sufficientemente complicato ad un certo punto sviluppa forme di coscienza, come strumento per meglio gestire quella complicatezza che ormai si può chiamare complessità. Si giunge all’autocoscienza, anche per il fatto che le tecnologie fulcro del cambiamento sociale attuale sono proprio le tecnologie della comunicazione e dell’informazione.

“Nell’era elettronica, la stessa natura istantanea della coesistenza tra i nostri strumenti tecnologici ha dato luogo a una crisi del tutto inedita nella storia umana. Ormai le nostre facoltà e i nostri sensi estesi costituiscono un unico campo di esperienza e ciò richiede che essi divengano collettivamente coscienti, come il sistema nervoso centrale stesso.”

Sta parlando di internet, è chiaro. Considerando evolutivamente il sistema televisivo come sviluppo degli organi di senso del corpo sociale (e negli Stati Uniti dei primi sessanta c’era già un sistema rediotelevisivo paragonabile all’italia degli anni Ottanta, per varietà di voci e capillarità), ad un certo punto si arriverà alla nascita di un sistema nervoso centrale, un Luogo di elaborazione dei flussi informativi, e si tratta di un Luogo sociale. Sul problema della scrittura e dell’oralità potremmo confrontarci con letteratura più recente, ma porre l’accento sui gruppi in relazione ai media è mossa notevolissima.
“La scrittura, in quanto tecnologia visiva, ha dissolto la magia tribale ponendo l’accento sulla frammentazione e sulla specializzazione, e ha creato l’ individuo. D’ altra parte, i media elettronici sono forme di gruppo.”

“Siamo diventati come l’ uomo paleolitico più primitivo, di nuovo vagabondi globali; ma siamo ormai raccoglitori di informazioni piuttosto che di cibo. D’ ora in poi la fonte di cibo, di ricchezza e della vita stessa sarà l’ informazione.”

“Quando nuove tecnologie si impongono in società da tempo abituate a tecnologie più antiche, nascono ansie di ogni genere. Il nostro mondo elettronico necessita ormai di un campo unificato di consapevolezza globale; la coscienza privata, adatta all’uomo dell’era della stampa, può considerarsi come un cappio insopportabile rispetto alla coscienza collettiva richiesta dal flusso elettronico di informazioni. In questa impasse, l’unica risposta adeguata sembrerebbe essere la sospensione di tutti i riflessi condizionati.
Penso che, in tutti i media, gli artisti rispondano prima di ogni altro alle sfide imposte da nuove pressioni. Vorrei che ci mostrassero anche dei modi per vivere con la nuova tecnologia senza distruggere le forme e le conquiste precedenti. D’altronde, i nuovi media non sono giocattoli e non dovrebbero essere messi nelle mani di Mamma Oca o di Peter Pan. Possono essere affidati solo a nuovi artisti.”

Qui credo emerga un problema. Noi non conosciamo le potenzialità della nostra coscienza, nella sua abilità di coordinare flussi informativi, di farci restare attenti rispetto all’umwelt, come fossimo scimmie che in una foresta cercano sempre il profilo della tigre tra le foglie. Per il nostro essere animali, questa è facoltà necessaria per la sopravvivivenza (al punto che uno che legge il giornale in autobus è visto con un po’ di riprovazione, diceva Goffman, perché non può svolgere la funzione sociale di “sorvegliante” della situazione), e la coscienza come meccanismo serve anche a questo. En passant, sia chiaro che la coscienza per come ce la raccontano Hofstadter e Dennett può essere anche caratteristica di un formicaio, se non delle singole formiche, in relazione ai comportamenti adottati, quindi evitiamo di antropomorfizzare il discorso come al solito.
Ma il fatto è che se dentro un mondo virtuale in 3D, magari con visore e guanto, se mi dimezzano la forza di gravità ci metto un attimo ad adeguarmi. I bambini precocissimi non fanno fatica a interagire con flussi informativi, anche attraverso interfacce non pensate per loro (un telecomando del decoder o un software che si chiama Ufficio).
Se guardate i flash giornalistici di notte alla tv, vedrete uno schermo pieno zeppo di informazioni su molti flussi diversi (la voce dello speaker, le immagini alle sue spalle, i boxini con le quotazioni dell aborsa e il meteo in parte, nel sottopancia scorrono veloci altre news) eppure non facciamo fatica a seguire tutto. La nostra coscienza sembra essere sovradimensionata, capace di gestire anche quello per cui non è nata. Oppure semplicemente le sue facoltà non vanno pensate in termini di quantità, ma di algoritmi di funzionamento. Oppure meglio ancora, cerchiamo di capire che specie umana e tecnologie sono in simbiosi, da secoli. La pensabilità della tecnologia determina le direzioni verso cui la troviamo, spesso serendipicamente facendo lo sgambetto alla prevedibilità – d’altronde, la realtà notoriamente non ha nessun obbligo di essere verosimile, non siam mica a teatro qui – allo stesso modo in cui gli artefatti che ci circondano determinano le direzioni del nostro pensare. Perché stiamo dialogando con l’ambiente, e le tecnologie sono le parole dei nostri discorsi, dove traggo identità di me dal loro risuonare.
E guarda caso, nel mutuo reciproco evolversi degli Umana e dell’ambiente di vita, si scoprono facoltà cognitive che non si pensava esistessero (sì, sto ancora pensando al bambino di quattro anni che vi maneggia il MediaCenter in salotto con la stessa dimestichezza di un bibliotecario con un master in digital library) che si rivelano adeguate a fronteggiare le nuove forme di complessità degli ambienti mentali, fisici e digitali.
Nel parlare di coscienza privata e collettiva, McLuhan non poteva che pensare da dentro l’orizzonte della pensabilità del 1961, anche se in maniera eccezionale nella sua capacità di tratteggiare scenari futuri a partire da pochi segnali deboli. Qui forse ha tenuto ferma nel suo ragionamento una costante, la forma e le funzioni di quello che chiama coscienza, che invece è da considerarsi anch’essa una variabile, per il suo evolversi e mostrare nuove facoltà quando chiamata a fare il suo lavoro di “centro regìa” nel gestire flussi provenienti da ovunque, dentro e fuori su molti canali diversi.
Ma la coscienza e il mondo co-evolvono, non c’è bisogno di ipotizzare tragiche morti di coscienza individuale a favore di coscienze collettive. L’interazione dialogica tra sistema nervoso e oggetti è cosa sottile. Ad esempio, tutta la folksonomia è una risposta concettuale e operativa (forse addirittura non-pensabile nel 1961) che prova a fare luce su certi fenomeni socioculturali che si collocano su faglie di confine tra contesto individuale di significazione e i comportamenti degli oggetti culturali negli ecosistemi della conoscenza.

Gli artisti che scavano sotto i riflessi condizionati mi puzza ancora di romanticismo, mi sembra il solito Picasso che “dipinge quello che vede, non quello che sa”. Poi vengono gli straniamenti, poi le installazioni come indagine sul contesto di rappresentazione, i meticciamenti e le sinestesie. Questo ci porterebbe sui linguaggi della creatività, e via andare. Ma resteremmo ancora bloccati in una dialettica di contesti di pensabilità degli oggetti e dei comportamenti impostata su vecchie concezioni del mondo e della socialità e dello scambio informativo. Al momento, i migliori artigiani che conosco sono la sterminata massa anonima di sviluppatori software che di notte, nel buio dei profondi anni Ottanta o primi Novanta, hanno sviluppato il mondo digitale che ora abitiamo. Dell’arte parliamo più avanti.

E infine questa recensione di Tito Vagni ad un libro di Piero Vereni, “Identità catodiche. Rappresentazioni mediatiche di appartenenze collettive” che è un titolo di quelli giusti densissimi ma “catodiche” non mi piace, ma non credo che parli solo di tecnologia digitale, quindi figuriamoci se posso giudicare un libro dal titolo, toccherà fare un salto in libreria. La recensione è interessante, incollo anche qui alcuni concetti con la normale colla CtrlV.
… Esiste però un filo conduttore costituito dal ruolo determinante che i mezzi di comunicazione hanno assunto nella vita quotidiana e la necessità, per le scienze sociali, di guardare ai media come al luogo privilegiato dell’analisi sociale.

… ricostruzione dettagliata dei lavori di “antropologia dei media”, termine con cui individua un filone di studi derivante dalla contaminazione tra antropologia linguistica e cultural studies, che tenta di comprendere il rapporto tra sistema dei media e sistemi culturali

… “di fronte ai nuovi media siamo tutti primitivi, dato che tutti abbiamo bisogno di elaborare strategie d’uso e di significazione originali che abbiano e producano un senso dentro il sistema culturale che viviamo”

… mostra particolare attenzione al modo in cui l’introduzione di un mezzo di comunicazione ridisegni l’organizzazione dello spazio o, utilizzando le parole di Meyrowitz, riesca a proiettare l’abitare “oltre il senso del luogo”.

… la presenza della tecnologia nella vita quotidiana si è fatta talmente massiccia da rendere impertinenti alcune analisi sociali che eludono il ruolo dei media

Tutto interessante.

Ripeto: tecnologia tracciante

Già qui parlavo di tecnologia tracciante, perché sta diventando un problema impellente.
Anni fa seguire i blog e gli altri luoghi personali di espressione era piuttosto semplice, si partiva dai segnalibri sul browser, si leggevano i post dei propri autori preferiti, poi magari dai commenti o dal blogroll si passava ai blog che in qualche modo riprendevano la conversazione interessante, e si riusciva ad avere in questo modo una visione complessiva della tematica trattata e di tutte le risposte e le suggestioni da quest’ultima innescate. Pareva perfin di vedere il “farsi” dell’opinione pubblica, sotto i nostri occhi, nella negoziazione interpersonale dei punti di vista, nel dialogo litigate e amori compresi, nell’emergere di posizioni etiche e successivi aggiustamenti.
Sappiamo che feed e aggregatori hanno moltiplicato il flusso, hanno reso più facile seguire i blog, ma a loro modo, pur essendo solo una tecnologia aggregante, già lasciano spazio a una piccola deriva dell’interpretazione, perché sottraggono informazioni di contesto al messaggio che ci arriva, quelle grafiche e stilistiche che circondano il post (il cotesto) sul blog originale.
Già ci furono discussioni in Rete su questo leggere fuori contesto, ad esempio per il fatto che i contatori visite non potevano più segnare tutte le letture del blog, visto che molti i messaggi di quel blog li leggevano sull’aggregatore. Infatti ora teniamo in considerazione i sottoscrittori dei feed, per ragionar sul numero di lettori complessivo di un blog.

Ma il vero problema sono i commenti.
Perché oggi i commenti ad un post non sono costretti a vivere sull’indirizzo web che ospita quel blog, ma possono vedere la luce in molti diversi ambienti digitali, ad esempio sulle community o sui flussi di lifestreaming, perché tutti quelli cha hanno un blog riportano il proprio feed anche dentro questi ambienti, ed è qui che mi imbatto nei loro post, è qui che commento, non sul blog originale.
Oddio, una certa dimestichezza nelle dinamiche comunicative online ci guida, consapevolmente o meno, a scegliere dove rispondere, a seconda ad esempio della mole di contenuto che devo esprimere nel mio commento oppure per il tono che intendo utilizzare: fa parte delle grammatiche relazionali in Rete avere una certa competenza digitale, la quale via via ci suggerisce se articolare la nostra risposta come battuta di una riga, come mail privata al bloggante, come commento sul blog, come intervento sul gruppo in una community.

In un ecosistema della conoscenza, il valore di un blog è dato dalle discussioni che riusciva a far emergere nei commenti, e dai link con cui magari il post specifico veniva segnalato in Rete, su altri blog. Mille discussioni nascevano e magari camminavano altrove con le loro gambe, ma i commenti rimanevano lì sull’origine, sedimentazioni di significati e punti di vista contestualmente disponibili.

La questione si può ancora complicare, come si vede da questa discussione su FriendFeed di PseudoTecnico, perché ci si può legittimamente interrogare sul significato che possiedono i commenti effettuati “fuoriblog” ad esempio su FF stesso, ed è perfino possibile chiedersi qualcosa sulla libertà che ci si può prendere di riportare altrove dei commenti ad un articolo su un blog, e
continuare discussioni che da quel punto lì vivono in maniera relativamente autonoma dall’argomento del blog originale.
Se leggete la discussione su FF, vedrete che si giunge anche a parlare di pubblico&privato, di liceità, di confusione.

Non è argomento banale, con questa esplosione di Luoghi ne va un po’ di mezzo la possibilità di “tirare le fila del discorso”, di dare visibilità stabile ad un nodo della discussione collettiva, a meno che in maniera simile a quello che è successo con gli aggregatori non sia possibile disporre di una tecnologia in grado di tracciare tutte le risposte e tutti i commenti e tutte le segnalazioni e tutto quello che in qualche modo nel futuro sarà connesso con il post che sto scrivendo, tipo questo.

Quindi, qui sotto questa riga io dovrei ora attaccare un widget, un pezzo di codice supertrackback capace di mostrare in modo dinamico (autoaggiornandosi) tutti i riferimenti a questo post sparsi in giro nel Web, così la gente clicca e rimane sintonizzata e partecipa ovunque.

Faccio il minestrone (delirio e castigo)

Mi piacciono quei blogger che ogni tanto mettono in riga i memi dell’ultimo mese, o dell’ultimo anno (vedi anche Mashable, dicembre è tempo di resoconti), perché è nel destino delle elenchi ordinati mostrare successioni di prese di coscienza, raffinamenti, tracce, momenti di bricolage. Non sono uno di quelli, no. Però leggo, e riporto, perché la nostra funzione sociale di router umani, smistatori di pacchetti di informazioni a cui ciascuno di noi aggiunge contesto passioni e punto di vista, è la base operativa di questo ecosistema della conoscenza in cui viviamo, la mia scintilla personale per contribuire al fuoco della conversazione, il clic della partecipazione, foss’anche solo mettere una stellina a un video sul Tubo.
Poi in questi giorni leggo spesso di prossemica digitale, di folksonomie, di grammatiche aggiornate per comprendere le narrazioni dei cambiamenti sociali odierni, di visioni del futuro. Ma guarda.
Sono parole che tre anni fa avrebbero avuto significati del tutto differenti, e se guardo indietro mi sembra quasi di vedere il percorso di raffinamento di questi concetti con cui oggi cerchiamo di ragionare qui in Rete, nominando e manipolando i nuovi strumenti di espressione con cui l’umanità mette in scena sé stessa, indagandone le conseguenze sociali, le necessità educative per le nuove generazioni, il cambiamento dell’atteggiamento di chi deve vendere qualcosa ad altri dentro il mercato finalmente conversazionale, le possibilità di incidere direttamente nella gestione delle politiche territoriali locali.
In prospettiva, talvolta riesco a visualizzare la storia di queste idee, dal loro apparire magari dentro una chat per diventare un post su un blog, poi il meme rimbalza nei commenti di altri blog, avviene via via una analisi collettiva e collaborativa delle implicazioni di quel nuovo concetto che si impone come adeguato a descrivere i nuovi fenomeni (mettiamo sia “blog”, oppure “web20”, oppure “folksonomia”) e poi qualcuno realizza un video in cui riesce graficamente a suggerire un nuovo punto di vista, e poi tutto torna nel calderone del socialweb nelle community e nei lifestreaming dove però si risottopone ad esame la diffusione mediatica tradizionale del nuovo concetto e si apportano nuove precisazioni e alla fine abbiamo per le mani una navicella per correre migliori acque.

Ma ci rendiamo conto dei flussi che ci stanno investendo, di come i nostri cervelli sociali e le nostre città neuronali si stanno riorganizzando per fronteggiare la complessità? Da quelle tremile notizie che ho letto, da quelle quattrocentocinquanta fonti sull’aggregatore che vedete nell’immagine qui sopra, oppure da navigazione selvaggia (tra parentesi: una volta era più facile fare navigazione selvaggia, è vero? seguendo i link dei siti personali si giungeva facile all’inaspettato completamente slegato dal nostro punto di partenza, mentre dopo l’azione tematicamente organizzatrice svolta dai portaloni e poi dalle “configurazioni di senso” stabile e circoscritte delineate dalle reti dei blogroll – affinità elettive – navighiamo sempre più dentro orizzonti di attese conosciute… ops, mi è finito lo spazio per la parentesi sociomediatica) ultimamente ho trovato nelle seguenti riflessioni, che poi serendipità o il bricolare del pensiero magico (a proposito, vorrei salutare Claude Lévi-Strauss nei cui libri sprofondavo rapito e sorridente, uno che qualche anno fa venuto qui in zona a ritirare il premio Nonino in grapperia ha detto che il Friuli era “la zona più esotica che avesse mai visto” ehehh) in qualche modo mi fanno leggere come un tutto collegato, un insieme di pensieri che girano e trovano via via nuove forme in cui alloggiare e lasciar scaturire senso.

Ad esempio, ho letto Sorchiotti su Apogeonline, dove si parla di social proximity e dove si prova a prendere le misure di questo nuovo fenomeno folksonomicamente emerso dai socialambienti tipo FaceBook (e qui dico che seguendo GasparTorriero un anno fa mi ero anche disiscritto, e poi il boom presso colleghi mi ha portato a riattivare l’account per motivi professionali, poi le ultime cose che leggo tipo i maneggi business che ci stanno dietro mi portano nuovamente a considerare di andarmene), ovvero che la dimensione semi-pubblica di questi Luoghi socialweb, l’intreccio tra reti amicali e gruppi più ampi, i meccanismi di partecipazione e appartenenza portano a rimodellare la nostra personale percezione del Paesaggio relazionale, ed il tutto si trasforma in nuovi comportamenti, in nuove possibilità di “dettare l’agenda personale e collettiva”, nella aumentata solidità del nostro abitare in rete, in quanto ora arricchito della dimensione gruppale. E qui ci starebbe qualche bella riflessione sulla grammatica dei gruppi, robe di dinamiche affettive e di strategie identitarie, perché se non lo sapete “i gruppi sono la più importante invenzione del XX secolo“, per il semplice motivo che il fenomeno “gruppo” prima non era neanche pertinentizzato come possibile oggetto di analisi; dalla massa alle folle, siamo arrivati ai “campi di forza” delle situazioni interpersonali solo verso gli anni Trenta, e degli anni Quaranta sono le prime serie riflessioni riguardo cosa succeda dentro i gruppi, dal punto di vista delle affettività dislocate nelle relazioni interumane o degli stili di comunicazione adottati o nei giochi di ruolo situazionali. Perché il gruppo fa pensare alle persone cose che altrimenti non penserebbero, il gruppo “parla” attraverso i singoli, e possiede una sua grammatica narrativa nel perseguire i propri scopi. Insomma, qui serve qualcuno che da psicologo o da analista conversazionale o perché no da attore di teatro (gente in grado di ragionare su dinamiche comunicative situate) provi a considerare quello che succede nei circuiti conversazionali in rete, e permetta a noi tutti di acquisire competenze di tipo meta- rispetto a tutto quello che facciamo ogni giorno, abitando qui dentro. Ogni tanto iniziative come codiceinternet, al di là del loro scopo manifesto, sono utili per portare attenzione riflessivamente sui media che stiamo usando, in questa fase spasmodica di etichettamento delle nuove possibilità espressive, dei nuovi rituali sociali, della stilistica della Cultura digitale.

Poi ho letto Zambardino, che ci dice chiaramente che l’esperienza quotidiana di vita dei millennials è “fuori dalla cultura attuale della società italiana”. Tutti i ragionamenti che dottoroni o sedicenti esperti fanno ad esempio sulla pericolosità dei videogiochi o sulla frequentazione degli ambienti sociali in Rete, sono fuori luogo. Sono indicazioni magari frutto del buon senso, che però sostanzialmente non còlgono le specificità di quegli stessi comportamenti che pretenderebbero di regolamentare o semplicemente giudicare, perché chi ha pensato quelle cose non le vive, non le annovera nell’armadio dei propri vissuti esistenziali. Nessun insegnante attuale ha giocato migliaia di ore con la play, chattato migliaia di ore, visto tv migliaia di ore prima dei suoi quindici anni, navigato su web per migliaia di ore. E sappiamo che non sono cose che si possono raccontare, vanno vissute, come buttarsi col paracadute. E in ogni caso per imparare a nuotare bisogna buttarsi in acqua, magari all’inizio dove si tocca.

Privi di punti di riferimento, genitori e insegnanti, operatori sociali e giornalisti, medici e psicologi si sentono autorizzati a interpretare come fantasmi i fatti reali che hanno di fronte. E’ come se un aereo a reazione fosse comparso sui cieli dell’antica Roma. Semplicemente non avrebbero capito cos’era. Col mondo digitale è così: i bambini ( i ragazzi, diciamo da 8 a 20) “sanno”. “Noi” no, e vaghiamo da incubo ad incubo: dal terrore dell’assalto pedofiilo (come se nello sport o in parrocchia il problema fosse evitato a priori…) al timore dell’”isolamento” psichico. Invece di vedere l’enorme forza formatrice e educativa della rete, cerchiamo disperatamente il muro più alto da alzare.

Proprio simpatico l’esempio dell’aeroplano. Torna sempre utile, quando si tratta di ragionare sulla pensabilità del futuro. Ovvero, il pensiero corre alle categorie della pensabilità, chiamatele come volete, e come la siepe di Giacomino mi viene da chiedermi in che modo lo sguardo verso il futuro è condizionato da abitudini e piste troppo battute. Oh, bell’esempio di ineffabilità, diciamolo, il futuro. Diciamolo anche così: ineffabile come il pensiero dei posteri. Chissà cosa penseranno di noi, e con quale ermeneutica proveranno a ricostruire i nostri pensieri. In ogni caso stiamo costruendo anche nuove forme di narrazione, e la narrazione stessa per la sua capacità di conferire senso agli eventi e alle situazioni in modo più finesse e meno geometrico (non è sempre bene; ma è bene ad esempio quando l’orizzonte stesso del problema non è ancora ben definito, oppure nella gestione del cambiamento di atteggiamenti individuali, gruppali o collettivi) viene riconosciuta anche per le sue concrete capacità operative.

Qui su Bloom.it trovate una intervista di Francesca Prandstraller a Steve Denning, autore di The Springboard: how Storytelling ignites action in Knowledge-Era Organizations, evidentemente un guru nell’utilizzare formule narrative nella gestione del cambiamento delle organizzazioni lavorative. Eppure non è difficile: le tecnologie, comprese quelle dell’intelligenza, nascono contestualizzate, recano il senso del Luogo su cui agiscono. Ecco perché è possibile coordinare alla vendita di un quotidiano una raccolta di coltelli professionali su base regionale, perché lo stesso coltello dalla stessa identica funzione magari altamente specializzata (un coltello concepito e forgiato per pulire il pesce, ad esempio) ha forma differente se inventato a Bolzano oppure a Ragusa, e racconta molto.
Quindi narrazioni. Che sono efficaci se innescano nell’ascoltatore un processo di ri-narrazione interiore, e veicolano valori cognitivi e patemici, e nell’atto stesso del loro apparire come storie costruiscono una nicchia ricettiva, dove chi ascolta si può adagiare e girare l’interruttore per un diverso ritmo dell’esperienza, più lento e più denso, che risuona anche nel petto oltre che nella testa. O addirittura in pancia, ma vedremo dopo.

Quindi ricapitoliamo, ed è facile perché siamo sempre lì.
Sta avvenendo un cambiamento epocale, nascono nuovi oggetti sociali, cambiano quelle istituzioni vecchie, c’è gente che di tutto questo non ci capisce una mazza ma anche ci sproloquia o peggio ci legifera sopra, e per raccontare queste nebulose di contenuto stiamo moltiplicando gli sforzi in direzioni differenti, dal cloud computing alla folksonomia ai rituali poietici dentro le comunità digitali, allo strabordare dei valori etici e sociali (privacy attiva, conversazione, orizzontalità) della Rete verso il mondo atomico (e ora il mondo delle banche dei giornali delle religioni della politica del mercato deve imparare a parlare come si parla in Rete, cioè nella forma migliore di dialogo collettivo mai raggiunto da specie umana, e dentro una rete paritetica orizzontale è difficile bloccare un flusso come nelle reti gerarchiche; e come si controlla tutto, se non puoi censurare a monte? chi tra voi ha 25 anni e sta scrivendo una tesi su “Potere e forme di controllo nel XXI secolo? qualche promettente fraticello nelle segrete del Vaticano?).

Poi quando ad un convegno arriva Baricco e prova a mettere giù le cose in forma narrativa, più o meno intorno ai barbari, ecco che Quintarelli DeBiase e Chittaro ne parlano, perché sanno che un punto di vista diverso contribuisce alquanto alla comprensione del problema. E il problema è appunto il futuro, la sua pensabilità, la sua forma, i modi in cui già oggi il presente lo contiene, le linee di sviluppo. Anzi, per Baricco il futuro è finito, questo vivere pesantemente nel presente ne ha modificato la percezione al punto da ridurlo a contenitore delle scovazze, dove buttiamo rifiuti, e tutto questo uccide i concetti di “progetto” e di “progresso”. Non c’è il futuro, c’è il nuovo. Ma dicendolo abitiamo qui, non là. Nel narrarlo, situiamo qui e ora l’azione. Qui c’è sotto qualcosa che riguarda la narrazione del futuro, dice Baricco, e quello che ci raccontiamo è quello che effettivamente risulta reale. Ma se lo raccontiamo con gli stilemi dei serial televisivi, ormai forma nattativa imperante, cadiamo male, perché quelli sono fatti apposta per essere ciclici, onfalici, autoreferenziali, circolari, immobili e senza futuro. Ed esplicitamente, almeno nel resoconto che ne fa DeBiase, è cambiata la grammatica della mente, la grammatica della pensabilità, oggi maggiormente connotata da rapide e ampissime esplorazioni della superficie, piuttosto che da rallentamenti e approfondimenti alla ricerca del senso, e da categorie rinnovate nell’identificare e distinguere i concetti di naturale e di artificiale, nella direzione del nostro essere indifferentemente biodigitali.
Annoto qui anche il ruolo di narratore della cultura pre-diluviodigitale che Baricco si attribuisce, quale scelta per il futuro: consapevole del cambiamento radicale in atto, si definisce amanuense intento a descrivere il mondo forse con la vecchia grammatica ma con le nuove parole, mentre i selvaggi tutto distruggono e tutto genialmente ricostruiscono.
Quintarelli riporta anche una mappa di ciò che si è detto su quel convegno a Venezia sulla pensabilità del futuro, e la trovate qui.

Poi cosa c’era? Bene.
Siccome stavamo leggendo e ragionando su come il nostro essere confortevolemente installati nelle nuove narrazioni sociali della rete faccia emergere aspetti di personalità e forme del pensiero che prima non conoscevamo, prontamente mi imbatto in un post di PierCesare Rivoltella, dedicato a Media, Media Education, costruzione dell’identità.

I media concorrono a costruire le identità dei soggetti? E come? Quali sono i modelli più funzionali a fornire risposta a questa domanda: quelli basati sull’idea del modellamento? E il modellamento assume le forme del pensiero unico che si impone trasversalmente rispetto alle appartenenze geografiche e culturali? O esistono le appropriazioni, sempre locali, sempre storicizzate, a mediare l’impossibilità dell’omologazione? E ancora: quale risposta educativa si può dare alla questione della costruzione identitaria del singolo e della società attraverso i media?

Navigando mi sono imbattuto in Gloria Origgi, ed è stata un’ottima scoperta. Seguendo il link arrivate sull’articolo “Designing wisdom through the Web: The passion of ranking”, dove si racconta come noi tutti in realtà stiamo passando dall’Età dell’Informazione all’Età della reputazione, e quindi della necessità di strumenti di tracciamento e di valutazione, sempre per via di quella folksonomia e quelle reti sociali cui partecipiamo e dell’intelligenza collettiva.

An efficient knowledge system will inevitably grow by generating a variety of evaluative tools: that is how culture grows, how traditions are created. A cultural tradition is to begin with a labelling system of insiders and outsiders, of who stays on and who is lost in the magma of the past. The good news is that in the Web era this inevitable evaluation is made through new, collective tools that challenge the received views and develop and improve an innovative and democratic way of selection of knowledge.


Poi ci sarebbero un paio di cosette apparentemente più easy, che meriterebbero un post tutto loro.
Una di queste è la segnalazione di Punto Informatico, ripresa da Mantellini a cui prendo anche l’immagine, della sentenza californiana secondo cui avere sul pc dei cartoni animati porno, nel caso specifico la famiglia Simpson compresi Burt e Lisa, sia reato di pedopornografia.

Sinceramente, non so cosa pensare.
Ma non credo che il contenuto delle fantasie erotiche possa essere regolamentato da legge. Non credo che imbattersi in un cartone animato di qualunque tipo sia perseguibile, perché nessuno può dirmi a me adulto cosa leggere e cosa no, o proibirmelo, in uno stato laico. Ed il fatto che si tratti di un disegno, e non di immagini fotografiche reali o parareali o snuff-movie innescherebbe altre riflessioni, che mi riprometto di seguire.

Sempre in relazione ai lati pornelli della cultura contemporanea, non posso non segnalare in ultimo un bel saggio di Alberto Abruzzese, su nimmagazine.it ovvero la newsletter italiana di mediologia, dedicato all’emergere prepotente del fenomeno del porno amatoriale, realizzato in casa da un mucchio di gente e poi messo online, ad esempio sul celeberrimo YouPorn. Dentro ci sento risuonare un bel po’ di discussioni “eretiche” del ‘900, da Bataille a Debord a Baudrillard, ma indubbiamente la sensibilità dell’autore riesce a ricondurre gli interrogativi ad una formulazione aggiornata ai nostri tempi internettari, e

… mentre la natura dei media industriali ha stretto e continua a stringere un patto molto forte, reciproco, tra chi comanda la società e il medium che vi svolge il ruolo dominante, la natura dei new media è tecnicamente tanto duttile e aperta da potere soddisfare, seppure in varia misura, anche i bisogni relazionali di persone, soggetti e parti sociali che non sono egemoni, non lo sono più o non lo sono ancora, e che possono quindi entrare a far parte di una complessa trama mediatica, di una aggrovigliata matassa di tendenze e controtendenze culturali

E’ un bell’articolo, su questo ci torno sicuramente. Parla di personal media nomadici, di privato e pubblico, di corpi e di relazioni, di società e di civiltà.

Blogger morti

E son tutti lì a parlare dei blog, quelli dei blog.
Perché prima dei blog magari c’erano delle webstarz, immaginate quelli bravi e smart dentro i newsgroup e nei forum, i magici affabulatori nei canali su IRC, e poi il tale che intendeva costruire la propria identità in Rete metteva su un sito e pubblicava qualcosa. Ma il feedback era privato, la gente gli spediva mail per dirgli sei bravo o sei bufo o non capisci una mazza. Fin da qui, posso ancora scorgere le macerie annerite e fumanti di pacifici guestbook devastati da guerre di insulti, poi nella ricerca di interazione sui siti abbiam messo delle chatbox, eppoi finalmente sono arrivati i blog, che riescono a essere per noi casa riconosciuta con indirizzo, luogo di espressione, luogo di interazione pubblico via commenti e relative litigate, ma nel frattempo avevamo imparato la grammatica delle litigate online. D’un tratto le personalità emergenti del web avevano strumenti per un buon allestimento scenico di sé e del proprio dire, non restava che sperimentare argomenti e forme di narrazione, e creare sottoreti selezionate, anche con un filtro connotante tipo il blogroll.
Questo ha fatto in modo che noi italiani venissimo a conoscenza dell’esistenza di centinaia di persone simpatiche, tuttora tra le più lette in italia, capaci con stile originale e talvolta veramente splendide doti letterarie di raccontare vita quotidiana, posizioni etiche o politiche, tecnologie e antropologie, amori e passioni.
Molti di questi erano già passati nella palestra delle altre forme di pubblicazione, quelle più vecchie che dicevo sopra, erano blogger anche prima dei blog, avevano già scelto o trovavano naturale esprimersi in rete. Altri si sono buttati un po’ alla cieca e si sono scoperti apprezzati nel loro modo di scrivere o di fotografare, e ora stanno valutando se aggiungere “blogger” al proprio biglietto da visita o sul curriculum.

E i blog diventavano sempre più casetta, le colonne si arricchivano di dettagli di vita del bloggante, foto e articoli e indirizzi di amici… ho visto architetture barocche, grafica ricercata, luminarie e riccioli decorativi, ma poi è arrivato il duepuntozero. Quindi molte cose a questo punto era meglio (più semplice, più efficace) farle fuori dal blog, tipo le foto su flickr e i video su youtube che poi sono anche posti per chiacchierare, e poi ecco qua fiorire delle comunità sociali online e poi ancora i servizi attuali di lifestreaming.
Ovvero, il blog per suo stesso format (ci sono ovviamente blog che mi contraddicono, ma infatti sono gioiose invenzioni di usi alternativi) e per come viene percepito cioè interpretato nel contesto ormai storico della sua fruizione collettiva in quanto “luogo editoriale”, si presta ad ospitare (ci si attende di trovare) articoli di una certa lunghezza, porzioni di contenuto capaci di ospitare in sé un minimo di articolazione e sviluppo narrativo, ad esempio secondo i generi letterari di un panegirico o una perorazione o di una lagnanza o di un annuncio o di racconto breve di ingegno letterario.
Certo, esistono i blog aforismatici e anche di successo, ma oggi esistono luoghi web dove la scrittura breve è maggiormente a suo agio, come twit o come status dentro i messenger e dentro i socialnetork, oppure nelle tracce georeferenziate che lasciamo marcando la nostra mobilità fisica con i cellulari e i servizi di presenza e prossimità digitale permessi da questi ultimi.

E quindi il blog come casa identitaria ha potuto nuovamente alleggerirsi, brani del nostro fare abitavano in altri luoghi web che a loro volta permettono relazioni interumane, quindi noi stessi abitiamo in molti luoghi, e proprio recentemente hanno preso piede degli ambienti capaci di radunare il nostro fare digitale, fatto di commenti e di foto pubblicate e di libri messi sullo scaffale e di video embeddati sui microblog e parole scritte su html più o meno dinamico in un unico flusso che vorrei chiamare vitale, ma in italiano non va bene, e allora propongo solo per la durata di questa frase di chiamarlo flusso vitico o viviflusso o digivita perché in qualche modo il concetto di lifestreaming ci serve.

Qui Mantellini dinanzi alle considerazioni di Squonk riguardo al blog come biblioteca o emeroteca, dove in un clima meno chiassoso di una piazza sia possibile trovare archivi stabili e sedimentazione nel tempo dell’espressione e dell’identità di chi scrive, trova interessante che “venga individuato una sorta di baluardo immaginario che separa il lifeastreaming da contenuti maggiormente organizzati”, ma la distinzione non mi convince, perché è la stessa differenza che c’è tra il mio salotto pubblico e la piazza dove vado a chiacchierare. Anche le cose che dico in salotto finiscono in piazza, ma hanno una provenienza, non sono dette lì: quando un blogger progetta un suo scritto su un blog consapevolmente o meno pone un determinato Lettore Modello quale suo immaginario interlocutore, e l’orizzonte delle attese autoriali relativo a “scrivere sul blog” suscita inventio, disposistio ed elocutio completamente diverse rispetto a mandare un twit (come al solito, svolgete voi l’esempio contraltare relativo alle attese del lettore reale, secondo sociologia della ricezione).

Quindi: il futuro sicuramente ci offrirà sempre più luoghi di espressione personale, luoghi sempre più raffinati per pubblicare contenuto di qualsiasi forma e ampiezza e per distribuirlo con facilità, sempre più raffinati nel riuscire a connotare l’identità dell’autore e lo stile del suo abitare la Rete, e arriveremo chessò al punto di cambiare automaticamente la grafica, calda o fredda, delle nostre case digitali, secondo le nostre variazioni di umore misurate e trasmesse in realtime dal cellulare che ci sta ascoltando il cuore e l’attività neuronale.

Ciascuno di noi a seconda della sua competenza digitale sceglierà quale strumento usare a seconda del tipo di contenuto che deve mostrare e della necessità o meno di sviluppare la narrazione, prevedendo o meno l’intervento costruttivo di altri. Ciascuno di noi – qui è dove poi interviene il discorso educativo – avrà poi per abitudine data da frequentazione o per alfabetizzazione secondaria (è una battuta: in questo momento le scuole sono ancora a ragionar di scanner e dischi fissi, figuriamoci se pensano a organizzarsi per fornire offerte formative in grado di provvedere ai cittadini delle competenze per abitare la Rete, come aspetto di un diritto civico) la capacità di decodificare i contenuti di conoscenza offerta in Rete a seconda dell’ambiente che li ospita o del tipo di prodotto “editoriale” che essi rappresentano, adattando via via diverse categorie di giudizio pertinenti al testo in esame.

Facciamo finta di entrare dal dentista, e di trovare sul tavolino d’angolo una vecchia copia di DonnaModerna: al semplice vederla, al semplice pensare di leggerla si sono già attivate in noi decine di reti enciclopediche, e DonnaModerna non è più un insieme di fogli di carta stampata a inchiostro multicolore sul tavolino. Prima ancora di aprire quella rivista so già molte cose, di cosa potrebbe dirmi e del modo in cui me lo dice e di cosa significa essere visti mentre si legge DonnaModerna in una sala d’aspetto.
Abbiamo un mucchio di competenze che non sappiamo di avere, rispetto a tutto il mondo editoriale degli ultimi quattrocento anni, e siamo diventati talmente raffinati da giocare con i libri e le biblioteche come con le parole, e magari ci immergiamo nella decodifica del Vangelo come fosse un giallo.
O meglio ancora, se parliamo di entrare e uscire da un mondo all’altro, mi viene in mente quando Don Chisciotte nel secondo libro incontra uno che ha letto il primo libro, e si complimenta con lui. Beh, siamo nel 1615, i giochi artistici e letterari erano pieni di inganni, pieghe, attorcigliamenti barocchi e straniamenti, e i mondi della letteratura e della realtà si rinfocolavano a vicenda, in modo (meta)linguisticamente moderno.

Se Mantellini dice che tutto è un calderone dove tutto è confuso con tutto, forse tale è agli occhi di chi non sa distinguere. Prendete Mozart e mettetelo davanti al tavolino del dentista: non saprà distinguere una rivista dall’altra (la loro identità editoriale) a colpo d’occhio, come facciamo noi oggi senza pensarci. Non ha grammatiche, non maneggia codici. Credo che un millennial sveglio, o una persona con sufficiente esperienza di abitanza digitale, siano perfettamente in grado di desumere corrette informazioni dal contesto della pubblicazione di qualsiasi proteiforme opera su web e conseguentemente organizzare i propri strumenti interpretativi, cosicché seguire i lifestreaming degli amici o degli opinion leader nella piazze e poi risalire i feed come i salmoni fino ai blog tematici autoriali per poi andare a esplorare youtube e tornare in qualche social utility a render conto delle cose scoperte in giro o per commentare e ri-giocare la realtà con altri diventa una operazione fluida, connaturata al nostro essere animali sociali costantemente alle prese con l’esplorazione dell’ambiente di vita e la nominazione delle cose in cui ci imbattiamo.

Tutto questo per dire: non vedo il problema.
Nell’ecologia dei Luoghi espressivi online sono nate delle cose più veloci o più social dei blog, abitano meglio in certe nicchie. Il blog che è stato per un po’ di tempo una cittadella che conteneva tutto (biblioteca, bottega, pinacoteca, piazza, indirizzi) ora appalta spesso felicemente certe attività a servizi esterni, e sebbene ridimesionato viene comunque a essere il miglior strumento per determinati tipi di letteratura, e del resto tra le cose nuove che sono nate ci sono quelle fatte apposta per tener traccia di tutto e quindi niente si perde e anzi il flusso sociale diventa visibile.

Per arredare di sé gli ambienti digitali in cui abita, oggi uno dispone di molte diverse possibilità, e ciascun autore può trovare gli strumenti più confacenti al suo dire. Il lato produzione non presenta problemi. Piuttosto il problema è nell’organizzazione dei flussi di memi generati da una specifica pubblicazione di Tizio o Caio, perché se fino a ieri la massa di idee suscitata dall’opera letteraria nei lettori trovava luogo conchiuso di visibilità nei thread di un forum o nei commenti di un blog, oggi è possibile che gli apporti dei lettori vedano la luce in ambienti diversi da quello dove è alloggiato “fisicamente” il post originale. Quindi ecco cosa ci serve: tecnologia tracciante migliore dell’attuale.

Easy money

Terra e cielo, dell’essere e del fare accogliente semplicità e creativa facilità, simboli.

Uno poi può anche tentare di fare il guru, tipo con il GTalk badge, ma servirebbe un pagamento semplice e facile per pagare, poco e spesso, una consulenza professionale che vive negli interstizi della rete, tra le nicchie. Qui è tutto fatto a nicchie, ci saran degli interstizi, non posso credere che il Tutto sia disposto a celle d’ape, esagonali. Se invece ci sono ampie distanze tra le nicchie, sicuramente un giorno salteranno fuori le internicchie di internet, e allora il linguaggio avrà una volta ancora raggiunto il suo scopo supremo, farci ridere di come nomina le cose.

Quindi si dovrebbe puntare su dei sistemi di pagamento aggiornati.
Intanto vorrei poter essere pagato come il Telethon, con versamenti di 2 euro per ogni sms che mi mandano al numero che dico io, anzi allestirei cinque numeri diversi con quote diverse di pagamento. O un sms con la parola “pago” e due euro salgono sul mio conto, tolte le spese eh. Tutto tracciato, emetto fattura.

Anche poter commutare una normale telefonata in consulenza professionale, con compenso immediato, sarebbe simpa. I due interlocutori ad un certo punto digitano un numeroverde e qualche codice, che identifica l’IBAN del committente e del cliente e poi spedisce ai due, direttamente alla loro banca, una mail quale segno dell’avvenuta transazione. A quel punto ciascuna delle due parti, a telefonata conclusa, riceve un sms dalla propria banca con la richiesta di autorizzazione al bonifico, si autorizza e festa finita. Un servizio delle banche, dovrebbe essere, e gratuito, visto che è automatizzabile.

E a questo punto sarebbe simpatico anche una specie di carrello della spesa giornaliero, così mentre naviga la gente cliccando compra un libro o una consulenza di dieci minuti, e alla sera controlla su una pagina della propria banca online le richieste di pagamento disseminate sul web, e autorizza effettivamente per ciascuna l’esborso.

Leenti.

Paleofuturo

Dovremmo essere tutti futurologi, e il fascino che hanno sempre avuto le visioni del domani è lì a confermare la vertigine del pensare ciò che potrebbe essere. O ciò che avrebbe potuto essere, ma non fu, nel caso in cui fossimo nella posizione di vivere nel futuro rispetto ai visionari di un secolo fa, e quindi ci permettiamo di giudicare le intuizioni di questi ultimi alla luce delle innovazioni tecnologiche successive.
Che sogno, vero?, poter essere connessi alle news geotaggate del pianeta in maniera multimediale, con i feed che arrivano per posta pneumatica. Da notare anche il pannello di controllo a sinistra, per selezionare le categorie.

L’immagine è del 1911, tratta dalla rivista Life; l’ho trovata qui.
Il movimento inverso, ovvero il bloggare credo fosse fuori dalla pensabilità dell’epoca, o perlomeno il pensiero di poter ciascuno di noi esprimere (liberamente, pubblicamente, globalmente) il proprio punto di vista, stazionava ancora nei regni di una fantasia che nessuno sapeva come tradurre in realtà.

No al bollino SIAE

In Italia molti reati previsti dalla legge sul diritto d’autore ruotano intorno al bollino SIAE (come elemento costitutivo e fondamentale); essendo quest’ultimo stato dichiarato inopponibile al privato, non è più necessario metterlo sui supporti. Tutta la notizia su PuntoInformatico, da GuidoScorza e da Quintarelli.

Anzi, proprio nel blog di Quintarelli viene riportata la conclusione di DanieleMinotti, che incollo qui: “Il contrassegno SIAE su supporti audiovisivi, software e banche dati già per effetto della sentenza di Lussemburgo non è obbligatorio. Chi vi chiede di apporlo, a pagamento, vi imbroglia, vi ruba i soldi.”

Vediamo di essere ottimisti.

WRU, non ci siamo

Bene, è online la radio dell’Università di Udine, WRU e la trovate qui webradio.uniud.it.
Tutto caruccio, angoli stondati, grigi e arancione; due colonne, interattività e navigabilità ok.
Il tutto ottimamente fatto con Joomla.

Però in fondo alla pagine c’è scritto “Copyright © 2008 Web Radio Uniud. Tutti i diritti riservati.” e questo mi piace poco o punto.

Tra l’altro, la scritta che proclama il copyright, e fa parte del sito, è anch’essa soggetta al copyright? Ho forse citato ciò che non potevo?

Nella pagina dedicata all’équipe scopro che questa webradio in realtà “è un progetto didattico e di ricerca con proiezione tecnico-pratiche deciso con decreto del Magnifico Rettore”, ma assume giuridicamente le forme di una testata giornalistica di quelle vere, regolarmente iscritta al tribunale di Udine con un direttore responsabile, e anche questa cosa mi sembra una contraddizione.

In fondo alla stessa pagina, trovo una deroga al copyright totale che c’è su tutto il sito: infatti le immagini prese da archivi online tipo FreeDigitalPhotos, in seguito editate dalla redazione di WRU, possono essere sì riutilizzate liberamente ma solo in progetti scolastici, e il tutto è scritto in inglese. Mah.

Allora vado a vedere quali trasmissioni sono disponibili: scopro che non esiste la radio in diretta (una verbosa spiegazione retorica racconta che forse non avere la diretta è una virtù, lasciando comunque intendere che in futuro ci sarà) e che fondamentalmente il sito della WebRadio è un archivio di podcast. Personalmente un sito di podcast non lo chiamerei “radio”, come Youtube non la chiamo “televisione”, ma queste sono paturnie mie.
Tra l’altro le singole trasmissioni registrate non sono tutte disponibili, ma quelle archiviate sono da richiedere spedendo una mail alla redazione, il che fa pensare che UniUd compri o disponga di spazio web a 50mega per volta, come nel 2002.

Finalmente clicco sul bottone “Ascolta”, e Seamonkey – il mio browser Mozilla – mi chiede se voglio lanciare un’applicazione esterna in formato proprietario (WindowsMediaPlayer) per ascoltare le trasmissioni in formato ovviamente .wma. Rispondo picche, non ho mediaplayer installato.
Figuriamoci il tutto: una Università statale che fa comunicazione pubblica fregandosene delle minime norme etiche alla base di una moderna circolazione delle idee, e disattende le stesse indicazioni ministeriali riguardo all’utilizzo di OpenSource; se si trattasse di editoria privata e commerciale, potrei anche capire (ma direi loro “stupidini” ugualmente, a privarvi di fette di audience), ma credo l’Università debba orientare le proprie scelte tecnologiche e le proprie logiche distributive di Oggetti di Conoscenza secondo obiettivi diversi da un’azienda. Uno straccio di licenza CC mi farebbe guardare al tutto già con occhi più benevoli, e invece sono qui a guardare un’altra occasione sprecata.

Un blocco laterale mi informa di quali software dovrei installare per ascoltare tutto con i vari sistemi operativi. Anche qui mi viene da pensare che gentilezza e usabilità dovrebbero consigliare ai webmaster la possibilità di provvedere modi alternativi di ascolto delle trasmissioni, anziché basarsi sulla buona volontà dei fruitori, ad esempio incapsulando l’audio in un Flash o simili o rendendo almeno possibile scaricare tutto anche in formato .mp3 aperto… non ci vuole poi molto.

Mi diranno che non si può.

All’interno di un sistema fatto di brevetti e di furbi spin-off universitari e di finanziamenti dati secondo logiche mercantilistiche a quelli che dovrebbero essere i liberi e pubblici Luoghi sociali della Ricerca e dell’Innovazione, io sono dell’idea che tutto ciò che le Università producono debba essere di pubblico dominio, patrimonio dell’umanità, distribuito in GPL o quello che volete, pubblicato su Wikipedia. La ricerca la pagano tutti, che i frutti siano di tutti. Bello, eh? Dentro questo sistema, impossibile. Messaggio e contesto non amoreggiano, non s’incontrano nemmeno.

Ma lasciamo perdere l’analisi del sistema economico università-aziende; mi piacerebbe però che almeno il Luogo web dove l’Università racconta sé stessa fosse uno spazio di libero scambio di conoscenze, altrimenti il messaggio che passa mi farà sempre pensare a “chiusura” e “possesso”, valori tipici di un’epoca ormai tramontata. Viviamo nella Società della Conoscenza, i mercati sono conversazioni, ma non potrò riportare in questo blog qualche interessante notizia appresa dalla webradio dell’Università di Udine (magari la notizia di un importante convegno sulla Società della Conoscenza promosso dalla stessa Università). Che contraddizione.

Ci sono anche cose sulle quali non transigo, le lascio per ultime: l’errore ortografico nel blocchetto del menù principale. Che gente laureata scriva (e non chattando, ma in homepage) “perché” con l’accento sbagliato, mi rende isterico. Ma son paturnie mie.

 

 

La leggibilità del mondo

Minicity, Citycreator, Zanpo, ma anche Popomundo e altre cose più tematiche/specifiche tipo MetaPlace. Quest’ultimo ad esempio serve per arredare il proprio appartamento in 3D sul proprio dominio usando tool collaborativi online (non solo disegnarlo come ho fatto io con 3Dxplorer su jannis.it) e fondamentalmente costruire un MMORPG tutti insieme.

Abbiamo una visione: fare in modo che tu possa costruire quasiasi cosa, e giocare a qualsiasi cosa, da ovunque.

Noto quindi come le città online siano in aumento, oppure ne siano ultimamente nate alcune forse più rapidamente usabili, e qualche buon meme ha sollecitato la curiosità di molti. Da diversi canali amici e conoscenti e sconosciuti mi dicono di cliccare e di fare un giretto e di giocare a “facciamo casetta” oppure “giochiamo al Sindaco”.

In molte di queste nuove webcittà ora l’interazione con i residenti avviene senza previa registrazione: quindi non solo i cittadini (coloro che iscrivendosi al socialweb in questione hanno manifestato una volontà di partecipazione, talvolta con impegno economico) ma anche i turisti semplicemente cliccando di qui e di là su vari oggetti contribuiscono all’allestimento dell’insediamento abitativo.
Quindi forse sta scemando questa necessità di doversi iscrivere (anche OpenID aiuterà, certo) a millemila community per ogni minima interazione sociale. Ci son cose (scelta d’interazione, stile, modelli) che ci connotano e ci narrano, e queste cose le facciamo sia come turisti sia come cittadini. La presenza lascia tracce.
Quindi potrebbero nascere delle città online per così dire “turistiche”, urbanisticamente e interattivamente disegnate per essere divertenti, e quindi altamente cliccabili, ma in modo esplicito per persone di passaggio. Pensare a chi non risiede significa in particolare tenere in considerazione i flussi, quindi porre attenzione alle stazioni e ai teleport, alla segnaletica stradale, ai luoghi sociali di scambio estemporaneo, agli eventi culturali online, ai questionari rapidi e anonimi.

Credo fermamente che il cervello di molti disegnatori di interfacce in questo momento sia in ebollizione. Per ogni metafora che prende vita digitale si aprono mondi abitabili prima impensabili.

Interessante anche l’evoluzione che stanno avendo i meta-aggregatori di GReader e altri (ne ho parlato qui): stanno nascendo luoghi web come ReadBurner oppure SharedReader dove senza alcuna registrazione voi fornite – se volete – il feed della pagina pubblica del vostro GReader per contribuire a far emergere folksonomicamente le notizie più condivise sul pianeta; nel contempo, potete ovviamente abbonarvi al feed del socialweb scelto, e ricevere nel vostro Reader le dieci cose più condivise oggi da migliaia di persone.
E nessuno ha detto che fossero cose importanti. Ma guarda caso emergono come cose importanti, se milioni di persone hanno ritenuto il contenuto meritevole di “passaparola”.

Una mossa educativa a questo punto dovrebbe concentrarsi sulla pratica di item-sharing, da intendere come la mossa minima del nostro essere al mondo, agendo almeno come (soggetti semiotici) inoltratori di informazioni e opinioni altrui, a nostro parere meritevoli di segnalazione; mostrare alle giovani generazioni come anche un semplice atto come cliccare un bottone dentro Google Reader diventa – come ogni tag che mettiamo, se inteso sistemicamente – un atto di scelta e responsabilità rispetto alla costruzione collaborativa di una narrazione polivocale degli eventi e degli accadimenti planetarii, che poi il web trasformerà in Storia dell’Umanità.

Esageriamo. Qui sappiamo che quello che sta cambiando è proprio il modo in cui stiamo scrivendo la Storia (o per lo meno le rappresentazioni mediatiche caratterizzate da produzione e distribuzione partecipate degli eventi storici).
Ed è ancora vero che la Storia la scrivono i vincitori? Ma i vincitori non possiederanno i luoghi dell’editoria; qui su Mondo 2.0 esistono storie, non Storia in senso 1.0.
Mi viene da pensare che in uno scontro di civiltà, di pianeti o etnie più che scrivere il testo ufficiale degli eventi, sarà più importante cancellare la memoria storica della collettività conquistata, inseguendo fino nei server più scassati ogni singola traccia mnestica elettronica, manifestazione di quella identità collettiva, un po’ come una volta (?) si distruggevano i templi altrui.

Tornando a noi, non lamentatevi di avere trecento feed da leggere se poi siete famosi per segnalare fuffa. In ogni caso, il meccanismo complessivo dovrebbe essere a prova di fuffa (sarà vero? o si tratta pur sempre di codici enunciativi e segni menzogneri e manipolabili con finalità marchettare?), tant’è che continuo ad avere fiducia nel fatto che la qualità emergerà dal giudizio di migliaia di persone (ad esempio, quel post meraviglioso su un blog che mi era sfuggito), se quelle persone riterranno l’item degno di condivisione. Atto (comunicativo) degno di menzione, reintrodotto nel circuito come un feedback carico di vissuto umano con cui migliorare il sistema stesso.

In fondo, vi è del numinoso in ogni relazione autentica con l’Altro, si sarebbe detto una volta.

 

Love Potion #9

Già nel marzo scorso vi raccontavo di questa canzone dei Searchers che poi è una cover dei Clovers, eppoi è uno dei pezzi che suono giù in cantina con l’avvocato e lo psicologo, e tanto per dire è uno di quei pezzi che metto vicino a Hey dei Pixies nella mia classifica personale delle Canzoni Più Migliori di tutti i tempi (il ragazzo è disturbato, ha detto il chitarrista, di cui oramai avrete intuito la professione; il batterista ha infatti aggiunto di non preoccuparmi, che pensava a tutto lui).

Ma ne torno a parlare volentieri, della canzonetta della Pozione Magica n.9, perché ho trovato questo video in cui magari un ragazzo dicianovenne del North Carolina bricolando e inventandosi tutta una messa in scena basata su pezzi di video di animazione grafica presi da SecondLife o Mondo equivalente ne ha fatto un gustoso siparietto dove i personaggi mimano le azioni descritte nella canzone e insomma Frankenstein che non combina dal 1956 e singhiozza e allora va dalla maga per il filtro d’amore e poi bacia il poliziotto mi fa ridere. Ma perché il mostro di Frankenstein? Già qui cominciano i mescolamenti.

Bricolare come “fare un uso creativo e virtuoso di qualsiasi materiale càpiti sottomano (indipendentemente dal suo scopo originale). […] Bricolage è un approccio progettuale [design] – nel senso di costruire per prova ed errore, congettura e confutazione – spesso contrapposto a ingegnerizzazione, quest’ultima considerata come costruzione maggiormente basata sulle cognizioni teoriche” (traduzione al volo della voce su wikipedia).

Si può dire che un approccio bricolage sia più attento ai famosi segnali deboli? Ovvero ipotizziamo che sia maggiormente adatto a cogliere questi nuovi grumi di senso che emergono come attrattori strani nei frattali, si diceva, sulla superficie dei nostri mediascapes Paesaggi Mediatici, come un roteare apparentemente casuale di foglie nel vento di un cortile, che però poi sanno bene dove accumularsi.

Immaginatevi questi diciannovenni che ravanando di qua e di là possono rimodellare oggetti culturali, straniare il messaggio introducendo elementi surreali, riposizionare i contesti come nelle infinite stanze delle parodie sulle parodie, producendo e distribuendo a loro volta le loro opere magari con l’indicazione specifica che qualcuno possa riprenderle e reintrodurle nel meccanismo di variante/assimilazione. Gnamgnam, mi viene da pensare, e tengo fermo come limite il sincretismo culturale, quel possibile pentolone del futuro dove tutto (oggetti culturali e punti di vista) sarà omogeneo in quanto da lungo tempo rimestato e mescolato (mashuppato).

Oppure proiettiamoci nel passato: mettiamo che a un contemporaneo di Gutenberg, diciamo verso il 1480, sia venuto in mente di inventare i giornali quotidiani, che avrebbero visto la luce solo un paio di secoli dopo. Come avrebbe potuto raffigurarsi mentalmente la forma che avrebbe assunto l’industria dell’editoria mondiale nei secoli a seguire? La funzione e il ruolo sociale della stampa? La professione di reporter? Le “Lettere al Direttore” e i romanzi d’appendice? Quale baratro si spalanca ai suoi piedi, mentre si interroga su ciò che non può conoscere né raffigurarsi?

Il mio pensiero gira sempre intorno a questi interrogativi. Ma perché non vado a fare una corsa ogni tanto? No, meglio. Vado a suonare il basso appalla.

Un certain regard a Bruno Vespa

Maateo qualche post più sotto/indietro mi segnala un .pdf su WuMing/Giap dove una studiosa francese ci propone una analisi conversazionale di una decina di minuti della trasmissione televisiva “Porta a Porta” di Bruno Vespa. Partecipano, oltre al noto anfitrione, qualche psichiatra da studioTV e soliti opinionisti: l’attualità da commentare riguardava i recenti fatti di cronaca (violenza sulle donne) compiuti da persone di nazionalità rumena.Sì, una vera analisi del testo orale, dove si comincia (prima ancora di farsi domande sui significati) individuando le sequenze di discorso, poi si ricavano i programmi narrativi dei parlanti, ci si annota il tono linguistico utilizzato, si scoprono i valori assiologici impliciti, si pone attenzione alle configurazioni discorsive di superficie, si indagano i risvolti patemici.

E si scopre come si forma l’opinione pubblica in tempo reale, come le macrosequenze narrative della trasmissione in realtà compongano un messaggio di tutt’altro tenore rispetto ai ragionamenti sul tema della violenza alle donne su cui la puntata di “Porta a Porta” avrebbe dovuto essere incentrata; un messaggio intessuto di ignoranza degli argomenti trattati, di paralogismi, di falsa scientificità (interessante come mostrare dei numeri su uno schermo crei un fortissimo effetto di “inconfutabile realtà”), di riposizionamenti valoriali (sarebbe sufficiente guardare i verbi utilizzati nelle affermazioni dei parlanti, dove si giunge pian piano all’area modale del “DOVERE essere/fare”) dove l’Io del discorso si tramuta in un Noi, per tracciare ancora una volta delle linee di separazione tra persone e tra popoli.

“Si parte quindi da un punto di vista soggettivo come premessa a un discorso personale che diventa poi quello del dovere collettivo: tecnica oratoria meno grossolana, molto efficace.”

Eh. Il senso emerge.

List of social networking websites

Avete tanta tanta voglia di fare del sano social networking? Ecco qua la lista con tutti gli ambienti online dedicati a tale scopo.

List of social networking websites – Wikipedia, the free encyclopedia

Tra l’altro, mi accorgo che anche qui comincio a pensare in termini brevi, come Tumblr, Meemi, SharedStuff di Google, Profilactic, Twitter mi portano a fare.
Poco male. Tanto non ho nulla da dire di mio (…must be silent), ed inoltre questa attività di “smistatore di informazioni e meme” mi piace molto.
Siamo tutti dei router, ecco. Smistiamo pacchetti di meme sulle nostre reti relazionali.
Poi guardo il log e mi riconosco: narro a me stesso chi sono.