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Colpisci più forte

Ecco un blog dal basso, vero o malizioso non si sa, tutto dedicato a bastonare i politici e i dirigenti amministrativi dell’Ente Regione del Friuli Venezia Giulia.
Chiaramente, una volta che la Donzella d’Orleans ha esplicitamente aperto il rubinetto dello sfogo, livore rancore e astio e tutte robe così si riversano fuori (molti scrivono in maniera simile?) e tutto degenera. Ma si vengono a sapere parecchie cosette sul carattere di certe persone, su come funzionano le dinamiche interne dell’organizzazione lavorativa pubblica, si ravana pesantemente nel gossip del Palazzo raggiungendo profondità da decadenza tardoimpero, pasolinianamente.
Chissà come sarà il secondo post, chissà se i giornali locali ne parleranno.

Credo che ne vedremo sempre di più, di luoghi anonimi di sputtanamento o di sfogo, via via che migliaia di persone al giorno capiscono come usare Blogger. Prevedo fiammate colossali, guerre ideologiche, sciacalli e troll.
Sarebbe da aprire subito il blog “La giunta della Provincia è tutta marcia”, poi bisogna pensare anche agli Enti locali e picchiare duro contro l’assessore finto povero con il suv (la categoria peggiore), alle parrocchie, all’allenatore dei giovanissimi della squadretta di calcio del quartiere, al supermercato all’angolo (“Ipercoop ladra”) e via sputtanando e litigando. Torneranno di moda i nicknames, come nel 1999, davanti a tutto questo anonimato, proprio come la Donzella

Perché credo che statisticamente tutti quelli che interverranno su questi blog malmostosi futuri non abbiano molta pratica di discussione online, non hanno in vita loro mai litigato sui newsgroup o sui forum, probabilmente mancherà loro una certa sensibilità nella lettura del pensieroscritto degli altri, che li porterà facilmente a radicalizzare le proprie e le altrui opinioni (tipico da batti-e-ribatti) e a non saper più riconoscere una frase ironica, detta per alleggerire la situazione, nemmeno se vicino ci sono le faccette sorridenti e l’indicazione *sto scherzando* scritta per esteso.

Saranno anni di rumorosa gavetta e apprendistato, fino a quando per prove ed errori i molti che ora si riversano in Rete (ma come hanno fatto certi cinquantenni, seppur attenti e svegli, a schivare il web per dieci anni?) non avranno fatto loro o reinventato le competenze dialogiche necessarie per condurre o partecipare ad eventi di websocialità, con lo spirito di quelle netiquette che son vecchie come la rete stessa, e funzionano benissimo.

Deché? Decrescita

Da un paio d’anni provo a tenermi informato sui temi della Decrescita; Conviviale, possibilmente, ma anche Felice, se volete.
Qualcuno mi ha fatto intravvedere questi aspetti di “filosofia dell’economia”, e mi piacciono parecchio… insomma, per uno che guarda il come più che il perché, cercare di capire come le cose stanno in piedi (se stanno in piedi, ma qui non sembra proprio) economicamente ha un fascino terribile, perché si tratta proprio di chiedersi come funziona il mondo degli Umana.

E funziona male, lo sapete. A parlare solo di ottimizzazione ingegneristica dei sistemi produttivi e distributivi, di Cultura tecnoterritoriale, di impronta ecologica, di sfruttamento risorse naturali, di spreco diffuso e generalizzato, ci si stupisce di essere così tonti, tutti noi, e rimaniamo sorpresi anche solo dal venir a sapere quanto bene farebbe al pianeta rinunciare alle borse della spesa in plastica, per dire.


Sono stato a vedere Pallante qualche mese fa, dentro una serie di conferenze dedicate esplicitamente al tema della Decrescita presso l’UniUd, e non mi è piaciuto il tono divulgativo-sorrisone dell’evento. Vabbè che metà del pubblico erano delle siore sessantenni udinesi attente e annoiate, però uno si aspetta anche qualche indicazione su come glocalmente provare a mettere in atto dei processi virtuosi sul territorio, non catastrofismo spicciolo.

Poi sono andato a vedere Riccardo Petrella, e il tipo è sorprendente: conduce tutto il discorso sul filo di una ironia fatta di lampi veloci, una cosa toscana credo, mostra bene il problema, si diverte e diverte, e lascia dentro una certa voglia di fare. Ho linkato la pagina in francese della Wikipedia, perché nessuno è profeta in patria, e quindi su it.wikipedia la voce non c’è, ma se ho un attimo la creo io almeno traducendo quello che trovo in giro, ché Petrella si merita questo e di più, per quel che ne so. Qui su Idearum trovo qualche altra indicazione su un suo libro che non conoscevo, così a naso assai interessante, intitolato “Una nuova narrazione del mondo”.

Poi l’altro giorno è arrivato il turno del guru, Serge Latouche, e purtroppo anche lui secondo me ha impostato il discorso su un taglio troppo basso, con l’immancabile preambolo catastrofista, qualche grafico, il discorso per cui se tutti consumassero come gli statunitensi ci vorrebbero nove pianeti come il nostro per sostenere questa muffa umana. Un collega l’ha definito démodé, e rende l’idea.

Non so. Mi sembra come se gli ultimi fricchettoni, raggiunta l’età in cui quello che dicono è comunque ammantato di saggezza, provassero a convincerci di cose giuste, ma con il tono sbagliato. La mia generazione ad un certo punto si è presa il “no future” del punk e dell’eroina come un colpo alla nuca, quella dopo di me è fuggita negli immaginari di plastica pop e paste, i nativi digitali vivono altrove… credo occorrano approcci diversi per far vivere l’idea e promuoverla. E ne approfitto per segnalare sembraincredibile, perché un pubblicitario per lavoro fa proprio questo, costruisce mondi narrativi dentro cui riposizionare assiologie – oggi finalmente folksonomiche – ad esempio di valori di socialità. E mi sembra più rivoluzionario di molti altri, almeno dice tutte le cose giuste in dieci post.

Di Latouche vi posso raccontare anche questo aneddoto: ad un certo punto durante la relazione il telefonino di un mona ha preso a strillare un simpatico motivetto, e ovviamente il cellulare era seppellito dentro lo zaino e almeno quattro riff completi di suoneria si sono sentiti, e allora Latouche approfittando di un cambio diapositiva ha detto che si poteva validamente cominciare a decrescere sbarazzandosi del telefonino. Cioè, non semplicemente imparando a usarlo (d’altra parte, non sapeva nemmeno dove cliccare nel pc per mostrarci la presentazione), ma proprio evitando di possederlo.
Ecco, se la posizione della decrescita è Luddismo, mi dissocio subito. Della tecnologia, proprio per poter vivere degnamente, non possiamo fare a meno, e l’unica via di fuga è attraverso, come mi piace dire ultimamente. Se poi la gente non applica intelligenza per ragionar sullo strumento, è inutile dare la colpa allo strumento.

Detto tra noi, ed è significativo che il sito estinzioneumana.it a quanto pare si sia estinto, qualcuno dovrebbe dire chiaramente che come vera Decrescita sulla Terra dovremmo essere al massimo un paio di miliardi di persone, e vivere tranquillamente coltivando lo spirito e la conoscenza senza problemi di sostentamento, lavorando ciascuno non più di una ventina di ore alla settimana, giusto per mantenere le cose sane e lottare ingegnosamente contro la sempiterna entropia. Il fatto è che avremmo dovuto pensarci negli anni Sessanta: adesso è tardi, molti stravolgimenti sociali avverranno quasi sicuramente nei prossimi anni (energia, acqua, ambiente, sistemi economici fondati sul nulla), e insomma son qui che aspetto le novità.

Denunciateli

Approvo, e diffondo le indicazioni di Metilparaben.

La Stampa di oggi racconta l’odissea notturna di una donna che cerca inutilmente di farsi prescrivere la pillola del giorno dopo, compiendo una vera e propria via crucis negli ospedali romani e ottenendo in risposta una interminabile serie di dinieghi, motivati dall’obiezione di coscienza dei vari medici di turno.
Stante il fatto che questa stucchevole tiritera, a quanto risulta, si ripete continuamente in numerosi ospedali italiani, mi corre l’obbligo di ricordare che la pillola del giorno dopo non è un presidio abortivo, e che la legge 194/78 prevede la possibilità dell’obiezione di coscienza esclusivamente nel caso di interruzione di gravidanza.
Tanto premesso, invito le donne che dovessero vedersi rifiutata la prescrizione della pillola del giorno dopo a seguire i suggerimenti che seguono:
  1. farsi sempre registrare all’entrata del Pronto Soccorso;
  2. chiedere al personale medico e infermieristico con cui vengono in contatto di qualificarsi;
  3. se viene detto loro che il ginecologo di turno non può riceverle, chiedere cosa glielo impedisce e farsi dare le sue generalità complete;
  4. farsi rilasciare una cartella di Pronto Soccorso contenente i motivi della mancata prescrizione;
  5. in caso di non adesione del personale ospedaliero alle legittime richieste di cui ai punti precedenti, chiamare immediatamente le forze dell’ordine e denunciare l’accaduto sul posto e in loro presenza.
Una volta ottenuti questi dati sarà possibile denunciare il medico che non ha voluto prescrivere la pillola del giorno dopo dichiarandosi obiettore (già che ci sono, aggiungo che identica misura può essere adottata nei confronti dei farmacisti che si rifiutano di venderla).
Qua tutte le informazioni; qua e qua i modelli da utilizzare per le denunce.
Svegliamoci, gente, o questi ci si mangiano.
Vivi, ché godono di più.

Portarsi avanti col lavoro

Ci avevo pensato più volte: se potessi sapere cosa i miei colleghi e amici segnalano sul proprio GoogleReader, marcandolo per la pubblicazione sulla propria pagina di Elementi Condivisi (qui la mia), quando poi li incontro potrei passare subito alla fase “opinione”.

Cioè, mettiamo per ipotesi che lo schema generalissimo e astratto di una chiacchiera-tipo sia costituito dalla terna “informazione-opinione-giudizio”, dove due che si incontrano innanzitutto dovranno condividere l’informazione (“…sai? la Francesca ha mollato il marito e convive a Cuba con Andrew”), a cui segue la presa di posizione esplicita dei singoli interlocutori in relazione all’atto-degno-di-menzione, ed il tutto conduce al balletto interpersonale della negoziazione/patteggiamento del senso (“Ha fatto bene, lui era un mona”, “Son d’accordo”) con cui vengono ristabilite e riconfermate le gerarchie dei valori e le maschere situazionali-enunciazionali indossate dai parlanti.

Ecco, se potessi sapere cosa il mio collega di lavoro giornalmente seleziona e ri-pubblica del suo flusso RSS, arriveri poi agli incontri in presenza già sintonizzato con il suo girodipensieri attuale, non dovremmo perdere tempo nel renderci mutuamente edotti (“Hai letto quell’articolo sulle piattaforme OpenSource?” “No, quale?”), e insomma vedo il tutto come un ottimo strumento per moltiplicare la cultura di gruppo nei gruppi di lavoro.

Finalmente, pare che ci stiano pensando, ecco la notizia.
Quindi anche il GReader diventa ufficiamente social.

Potremo assaggiare i distillati degli altri aggregatori, ubriacarci di segnalazioni interessanti, costruire nel tempo solide distillerie di nicchia. Sete.

Abitanza digitale a Pordenone

Alla fine a Pordenone l’altro giorno ho passato un pomeriggio piacevole, con una platea abbastanza folta e incuriosita da questo progetto cittadino della connettività wifi con eDemocracy incorporata che li riguarda direttamente. Un signore di una certa età ha voluto sapere per bene eventuali spese tasse balzelli, ma gli è stato assicurato che la connettività è garantita gratuita per i cittadini e anche per quelli che vengono da fuori, con delle password specifiche.

A me piacerebbe sentir dire che si tratta proprio di un diritto dei cittadini, dalla nascita. Diritto di banda. Ci arriveremo. E misureremo anche il grado di civiltà delle collettività planetarie in base alla banda disponibile pro-capite, dice uno che conosco.Ad un certo punto nella mia relazione – la trovate a questo indirizzo, per provare l’ho fatta con GooglePresentazioni – racconto di come in questo momento storico di edificazione “urbanistica” degli spazi sociali online sia credo importante riuscire a costruire collaborativamente da parte degli Attori sociali di un territorio una grammatica dei Luoghi rilevanti, dove alla semantica dei nodi delle reti socioterritoriali esistenti (PA, proloco, servizi, terzosettore, associazioni, gruppi, sportivi, parroco, scuola buddista, comunità cinese, biblioteche, negozi, imprese, etc.: ciascuna entità produrrà e manterrà una immagine di sé dentro la Rete Civica online) bisogna aggiungere una sintassi delle relazioni tra i nodi: qui un valido aiuto lo offre la Cultura TecnoTerritoriale, nel mostrare le reti tecnologiche di produzione e distribuzione che da secoli innervano il Comune di Pordenone, e che vanno mediaticamente rappresentate nelle linee relazionali tra portatori di interesse, dentro le comunità digitali territoriali.

E’ argomento che mi affascina molto, questo della costruzione delle identità web come rappresentazione o ri-modellazione delle collettività territoriali. C’è di mezzo un passaggio, un accorrere di simboli, avatar gruppali.
In realtà si tratta come al solito di identità in progress, che auspicabilmente saranno in grado di narrativizzare sé stesse, sapranno leggersi, e quindi progettarsi (dopo il saper leggere, il saper scrivere) coerentemente con i valori di Abitanza digitali che emergeranno dal calderone delle community.

Questo comporta però una postura progettuale attenta alle strategie identitarie dei gruppi sociali e relative dinamiche comunicative, ma soprattutto una consapevolezza sui limiti stessi del progettare: come sento dire da più parti, bisogna progettare meno. Lasciare il tempo alle cose, aver fiducia.
Soprattutto poi quando si cerca proprio di trarre indicazioni di tipo folksonomy nel progettare flussi informativi e relazionali, potrebbe essere buona cosa approntare dei contenitori generici o comunque abbastanza destrutturati (la cosa può creare ansia, ma si può fronteggiare con linguaggio appropriato e procedure snelle) dove possano incontrarsi le idee e nascere dei motori di socialità digitale.

Saluto nuovamente Sergio, che sta facendo un ottimo lavoro per la sua città, e gli auguro buon viaggio e buon divertimento verso questo convegno eccezionale di Matera, intitolato “La nuova grammatica digitale per comunicare la promozione del territorio. Dai linguaggi della rete all’esperienza di Second Life”; già aspetto impaziente le relazioni online degli invitati.

Weekend vagabondo

Comincio elencando i posti dove avrei voluto e potuto essere nei giorni scorsi, ma non fui.

Intanto, considerato il fatto che il congresso si è svolto a 500 metri da casa mia, avrei voluto andare qui, all’Assemblea delle Regioni d’Europa. Illy gongolante anfitrione di un Barroso sorridente, a raccontarsi cose abbastanza cruciali per i prossimi anni per uno sviluppo socioecoterritoriale bottom-up delle Regioni Europee. Non fui.
Ne parla Beniamino Pagliaro, che provvede anche utili link. Ok.

Poi avevo addirittura preso in considerazione, riuscendo a far coincidere alcuni viaggi di lavoro, l’idea di andare a Firenze a seguire l’incontro pubblico su Reti civiche 2.0, l’evoluzione del rapporto tra cittadini, istituzioni e web, per via del fatto che infatti ecco c’erano un po’ di belle persone a ragionarci sopra… ma aspetterò pazientemente che Sergio o Antonio Sofi presenti all’evento scrivano qualcosa al riguardo *altrimenti li bombardo di mail*.
[La frase tra asterischi è stata composta dal tool di scritturaautomaticadesiderante: si tratta di nuovo servizio di Google che scrive autonomamente nei Luoghi online, bypassando la nostra vigile coscienza e postando quello che in realtà si agita negli imperscrutabili meandri dell’inconscio.]
Comunque, non fui.

Venerdì e sabato sono andato invece a Kranjska Gora, da quelle parti un po’ strane della mia Regione dove si incontrano le tre culture dell’Europa continentale, dove le parlate latine slave e tedesche si mescolano. Sono arrivato quasi fino a Tarvisio, ma poco prima ho girato a destra, imboccando la Val Romana (dritta dritta lungo l’asse est-ovest) e dopo una dogana dove gli ultimi finanzieri mi fanno passare forse guardandomi, arrivo in questa cittadina fatta di alberghissimi e casinò.
Vedete, mi era rimasto uno struggimento per Kranjska Gora, dai tempi delle elementari: mi ricordavo di Thoeni venir giù fluido nella neve del mio televisore in biancoenero, e lo speaker continuava a ripetere questa parola dal suono strano. Trenta e passa anni fa, mi chiedevo come fosse fatta questa cittadina con questo nome.
Poi venerdì ho colmato la mia curiosità.

In realtà si trattava del solito convegnone di robe scolastiche, progetti europei e scambi di esperienze tra insegnanti che vanno in giro per l’Europa a mostrarsi dei powerpoint barocchi; per dire, l’altr’anno in questa stagione fui spedito a Barcellona per lo stesso identico motivo.
Ad un certo punto, stavo seguendo un tutor d’aula sloveno e nevrotico (tipo Anthony Perkins, toh, però slavato) che ci imponeva di aprire degli account su Ning per costruire delle community di classe… allora nella chat parallela pubblica su Meebo che avevo appena proposto a tutti giusto per moltiplicare l’apprendimento sociale della situazione mediante i commenti e le riflessioni di tutti in tempo reale (*puntare scientemente a suscitare in aula un casino indomabile, solo per vincere la noia delle lezioni frontali sul web20*; GScritturaDesiderante) ho chiesto a tutti di che nazionalità fossero, e ho scoperto che i turchi ballano la quadriglia e cantano spesso abbracciandosi come nell’iconografia classica degli ubriachi, che le ragazze polacche sono cattoliche durissime, che il tedeschino nerd fa il duro poi beve una birra e ho dovuto fermarlo prima che si mettesse a raccontarmi della scissione dei neutroni (i miei) e fenomeni quantistici annessi, che la tipa fotomodella è ungherese, che quella cicciottella giuliva quarantenne era insegnante di religione luterana in Slovacchia e quando le ho detto che il monoteismo era out-of-fashion non mi ha più parlato.

Il convegno era appunto in un albergone con piscina olimpica coperta e superterme e tre stanze con venti PC ciascuna e auditorium e comodi salottini ovunque, eppure come al solito quando si organizzano queste cose non si progettano gli spazi sociali informali, i luoghi e le occasioni di chat che poi portano ad instaurare quelle relazioni interpersonali che sono il vero scopo di un Comenius o di un eTwinning.
Vabbè, ad un certo punto arriva sempre un compagnone (un paio di turchi ed il sottoscritto: ho dovuto riattivare alcune mie porzioni di DNA derivanti dai parenti meridionali, e zittire le sequenze prettamente friulane, ché in queste occasioni non si può essere orsi e starsene in parte corrucciati) capace di trovare argomenti di conversazioni buoni per tutti e di buttare lì due battute telefonatissime giusto per creare il clima yes.

Ma non è finita qui.
Ieri domenica sono stato ad un incontro-seminario dell’Officina per la Decrescita Felice, dove ho partecipato volentierissimo ad alcune belle discussioni sulle strategie ormai necessarie e impellenti da adottare per promuovere attivamente sul territorio alcune progettazioni attente all’impronta ecologica delle cose e delle collettività.
Ero dall’altra parte del Friuli rispetto a sabato, ero dove il Pordenonese diventa Veneto, in terre ricche di acqua e fiumi e dove delle leggere ondulazioni del terreno rivelano il prelievo di crete e argilla per le fornaci, fin dai tempi dei romani o prima ancora.
Della Decrescita, scriverò sicuramente qualcosa in futuro.

E ricordatevi

… che oggi è il Giorno dell’Asciugamano. Vediamo se riesco a farmi una foto.

Towel Day :: A tribute to Douglas Adams (1952-2001)

A towel, it says, is about the most massively useful thing an interstellar hitch hiker can have. Partly it has great practical
value – you can wrap it around you for warmth as you bound across the cold moons of Jaglan Beta; you can lie on it on the brilliant marble-sanded beaches of Santraginus V, inhaling the heady sea vapours; you can sleep under it beneath the stars which shine so redly on the desert world of Kakrafoon; use it to sail a mini raft down the slow heavy river Moth; wet it for use in hand-to-hand-combat; wrap it round your head to ward off noxious fumes or to avoid the gaze of the Ravenous Bugblatter Beast of Traal (a mindboggingly stupid animal, it assumes that if you can’t see it, it can’t see you – daft as a bush, but very ravenous); you can wave your towel in emergencies as a distress signal, and of course dry yourself off with it if it still seems to be clean enough.
More importantly, a towel has immense psychological value.

Giretto

Amo l’aggregatore, ma non mi può tenere qui inchiodato tutto il giorno. Allora nel tardo pomeriggio ho preso la Vespa, e sono andato a fare un giretto.
Poi verso le otto e mezzo di sera sono andato al Visionario, dove era prevista una serata dedicata alla presentazione del linguaggio pubblicitario – grafica e spot – nell’Europa dell’Est, tra la caduta del muro e oggi. Interessante. Una farfalla tropical grande come il mio palmo mi svolazzava intorno, poi si è fermata sul muro al mio fianco.
Ho chiacchierato un po’ con Honsell di un progetto per un evento culturale da allestire per quest’estate (riguarda un po’ le un-conference, ma vi racconterò meglio più avanti), poi sono andato ad una festa sulla collina del Castello di Udine dedicata all’interculturalità, visto che domani qui comincia Vicino/Lontano, e piena zeppa di studenti universitari, e la musica la metteva su Marco, alias DJ Abdul: melodie mediorientali con la cassa dritta in quattro.
Mi sono stufato dei giovani, e sono andato al Nofun/LaCantina, dove suonava un gruppo che mi ricordavano gli Incubus, bravi e soprattutto ben mixerati da Gaetano, tant’è che cassa e basso uscivano fuori moltissimo bene. Mirko ha sempre la solita faccia, confermo. Allora appagato mi preparo praticamente da solo al banco un pastis con goccia di menta, e riemergo all’aria aperta per rollarmi un cicca e fumarmela in santa pace seduto sulla Vespa, chiacchierando con gente che vedo da vent’anni e non so nemmeno come si chiama.
Senonché con aria gnogna mi si avvicina un tipo sui vent’anni, con i capelli ossigenati color giallo pannocchia, e mi racconta con sguardo fisso che prende medicine e dipinge molto, gli han dato tre TSO in due anni, lo hanno definito borderline (ma lui preferisce la parola sborderline), ed era simpatico proprio. Mi ha detto che alla sua prima crisi maniacale stava guardando la TV e parlava con i personaggi, perché era dio in persona, ma alla seconda crisi qualche mese dopo non si sentiva più dio, era solo un amico di dio. Il tipo passa parecchio tempo in Rete, perché fa “stamp” delle schermate e poi ci dipinge sopra, dentro o fuori il computer; gli ho consigliato di aprire un blog, e buttare fuori tutto.

Barcamp efficaci

I BarCamp sono una cosa che i blogger sentono un po’ loro.

Nel senso (e procedo vagamente per inclusioni logiche) che fin dalle iniziali Un-conference o FooCamp i BarCamp sono storicamente la forma di convegno ideata e promossa da persone alquanto coinvolte nei settori sociali dell’educazione formale (università, o comunque laureati) oppure da lavoratori dell’IT,  spesso quindi di formazione scientifica, i quali a loro volta ovviamente sono stati tra i primi blogger esistiti e tuttora molti blog autorevoli (anche se magari non parlano più di tecnica, ma di cultura tecnologica o anche di comportamenti sociali legati ai nuovi mass-media) sono editati da professionisti informatici, gente che a colazione si pappa linguaggi di programmazione e TCP/IP come io caffè lungo di caraffa con una imitazione del buondìmotta ripieno di marmellata, che è più buona dell’originale.

Il BarCamp “appartiene” ai blogger, perché in Italia lo hanno fatto i blogger, viene tamtamizzato tramite blog e webpassaparola, presenta e si costruisce sugli stessi valori di comunicazione orizzontale, partecipazione dal basso, libertà di pensiero e di opinione, di fiducia nell’economia del dono quale garanzia dell’accrescimento e della condivisione dei saperi, di galateo online pragmatico che i blogger capaci di autocritica e metalinguaggio da tempo espongono quale propria assiologia di riferimento.

Al BarCamp ci vanno solo dei blogger, cioè gente cha ha un blog? Ecco una domanda da scriversi sul prossimo questionario in entrata al prossimo BarCamp: questo perché oltre a far aggiungere un link al proprio blog sul barcampwiki di riferimento, io farei proprio compilare un form essenziale ai partecipanti – e intendo tutti quelli che andranno lì quel giorno – giusto per cominciare a popolare dei database che fra tre anni sarà gustoso compulsare.

Al Barcamp si parla di contenitori web, di contenuti web dentro i contenitori web, di contenuti mondo dentro contenitori web, di contenuti mondo? Forse è ancora possibile fare dei BarCamp “puri”, appartenenti cioè esclusivamente ad una di queste categorie, ma in capo a qualche anno per molti la distinzione mondo/web perderà significato, e si parlerà in generale di “realtà” come infosfera soggettivamente e collettivamente vissuta. I BarCamp parleranno di mondo, e che il mondo sia un luogo cognitivo e affettivo fatto anche di web non stupirà nessuno.
Allo stesso modo forse non per molto ancora si potrà dire “barcamp ovvero il convegno dei bloggers”, perché i bloggers cominciano ad essere ormai di numero sufficiente a far esplodere qualsiasi peculiarità dell’etichettamento basato sul piccolo gruppo, dalle caratteristiche facilmente identificabili in quanto rilevanti (nel senso sfondo-figura) rispetto ad una socialità più ampia: nel senso che un barcamp diventerà un convegno, normale convegno, se un domani i blogger in Italia saranno cinque milioni.

I BarCamp sono in sé degli eventi sociali: vi convergono persone fisiche, si formano reti amicali e professionali, agiscono i soliti meccanismi di partecipazione ed sentimento di appartenenza che  scavano percorsi preferenziali nell’allestimento di categorie valoriali e schemi affettivi relazionali, esistono ormai rituali e cerimoniali (il cibo, il wifi, il reportage collettivo), uno sfondo mitologico, i primi semieroi, un’emozione condivisa, un centro di attenzione comune; più volte si è provato a riflettere sul modello del BarCamp, più volte si sono analizzati pro e contro, più volte si è provato ad indicare alcune migliorìe. Su IBlog e su Senzavolto trovo due recenti validi ragionamenti, qui ne parlai tempo fa, qui a Padova sono stato chiamato a raccontare qualcosa, e quindi sto saccheggiando il web per avere spunti di ragionamento.

Però volevo sottolineare che forse qualcosa si sta muovendo in direzione di una maggiore interattività dell’evento, oltre a chat spontanee a commento sincronico su skype o a dirette in videostreaming con supporto chat: questo applicativo TwitterCamp indicato da Giovanni Calia in pratica dispone su uno schermo tutti i twit ricevuti da un utente, cosicché durante un BarCamp potrebbe essere facile stabilire dialoghi polivocali, multi-loghi, e provare a sperimentare realmente nuove modalità di costruzione collaborativa della conoscenza. Non amo molto Twitter, ma vedrò cosa succede.
Quando cominceranno a diffondersi veramente modalità collettive di partecipazioni ad eventi  contemporaneamente fisici e mediatici, all’inizio ci sarà inevitabilmente confusione, mancando in noi le competenze per poter padroneggiare tale esplosione di flussi informativi contemporanei e paralleli, non possedendo i codici comunicativi su cui impostare comportamenti adeguati alla nuova situazione.
Ma ho fiducia nelle capacità adattive degli Umana, soprattutto riferendomi alla plasticità hardware e software del cervello: in fondo, anche il telefono (parlare con qualcuno non presente) credo abbia suscitato al suo apparire delle crisi esistenziali in molte persone.

Sempre mantenendo ferma l’idea che presenza fisica e presenza mediata degli interlocutori sono due àmbiti diversi, che in un caso la comunicazione assume caratteristiche che nell’altro non sono praticabili, e viceversa. Ma le tecnologie si integrano e si sommano, lo sappiamo.

Daniel Dura » TwitterCamp

Il sesso sbagliato dentro una guerra

Copioincollo semplicemente un post dal blog di Antonella Beccaria.
Serve a capire bene, con i numeri, cosa c’è di sbagliato in questo mondo, quali strade vanno intraprese subito, la pochezza culturale di molti uomini.

from Antonella Beccaria’s blog

Il sesso sbagliatoLa pubblicità pensa di aver rotto chissà quale tabù. In rete se ne è parlato senza mezzi termini. In tivvù l’argomento è inserito nella profonda seconda serata del sabato, ma è inserito. E oggi ricevo da Lorenzo Battisti – e ripropongo qui sotto – il suo scritto Il sesso sbagliato. Dal paragrafo “L’Italia – Viviana”:

Nel 2006, in Italia, ci sono stati 74.000 stupri. 14 milioni di donne italiane, da 16 a 70 anni, hanno subito violenze fisiche o psicologiche nel corso della vita. 6 milioni 743 mila sono state vittime di violenza fisica o sessuale (5 milioni hanno subito violenze sessuali, le altre hanno subito violenze fisiche o tentati stupri). 2 milioni 77 mila donne hanno subito persecuzioni. 7 milioni 134 mila donne hanno subito violenze psicologiche. 1 milione 400 mila donne sono state violentate prima dei 16 anni. Moltissime hanno subito sevizie da bambine e dallo stesso padre che le ha spesso vendute ad altri per altre sevizie. Oltre il 90% delle violenze subite non viene denunciato.

I giornali si occupano solo di stupri fatti da extracomunitari che costituiscono una minoranza, ignorando volutamente quelli commessi da italiani, che sono la maggioranza. La Chiesa finge anch’essa di ignorarli, come finge di ignorare gli atti di pedofilia commessi dai suoi sacerdoti ai danni di bambini, per cui negli USA un enorme scandalo ha travolto la Chiesa di Roma, con migliaia di denunce di abusi, compiuti anche da vescovi e cardinali, e milioni di dollari di risarcimenti. Malgrado questi incredibili misfatti, la Chiesa continua a non proteggere i bambini, così come continua a demonizzare e a emarginare le donne.

In Italia soltanto nel 2006 ci sono stati 203 stupri al giorno! Le donne sono dentro una guerra e non la stanno vincendo. Il 69,7% degli stupri è opera dei fidanzati e mariti! Queste violenze sono tali che in molti casi le donne hanno temuto di non uscirne vive e hanno subito ferite gravissime. Enormi le conseguenze psicologiche: senso di colpa, autodistruzione, atti masochisti, depressioni ricorrenti, perdita di fiducia e di autostima, senso di impotenza, difficoltà a gestire lavita quotidiana, idee di suicidio, autolesionismo. Le conseguenze sono più gravi quando l’azione criminale proviene da persone di cui si ci si fida e che abusano di questa fiducia.

La maggior parte dei violentatori appartiene a fasce sociali medio-alte e gli stupri vengono compiuti tutti i giorni. Mentre si punta il dito sullo “straniero”, vengono contemporaneamente perpetrati almeno altri 200 stupri da parte di italiani, ma nessuno ne parla, come se il maschilismo fosse, per incanto o per magia, scomparso dalla cultura occidentale. Nessun grido di allarme o di indignazione per i delitti quotidiani.

674 mila donne hanno subito violenze ripetute da parte del partner e, nella maggior parte dei casi, i figli hanno assistito ad uno o più episodi di violenza. La violenza psicologica viene spesso esercitata dai partner anche contemporaneamente a quella fisica e a quella sessuale. Si esplicita in forme di isolamento, forme di controllo, forti limitazioni economiche, umiliazioni, offese, denigrazioni, intimidazioni, ricatti, minacce. Si lede, così, la libertà e la dignità delle donne. Con la separazione non si risolve nulla anzi le violenze diventano più gravi perché subentra la vendetta del marito estromesso dall’ambito familiare.

È la civile Emilia Romagna la Regione più violenta contro le donne, seguita da Piemonte, Valle d’Aosta e Lombardia. Ma potrebbe essere solo che a Nord le donne hanno il coraggio di fare una denuncia e a Sud no. Teniamo conto anche che la legge punisce con processi durissimi le vittime, chi avrebbe il coraggio di affrontare una denuncia e un processo, sapendo che la sua durata in media sarà di sei anni e che in tutto questo tempo il persecutore sarà lasciato libero di vendicarsi? E che poi il delinquente non sarà nemmeno incarcerato? E magari il padre violentatore delle figlie sarà condannato agli arresti domiciliari?

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Spingo la catena

Davide mi chiama a giocare, ma sappiate che non passo la palla.

1. La Vespa è una mia mania, ma direi uno degli amori più stabili della mia vita. Possiedo una Sprint del 1967 (qui Raffaella Carrà reclamizza il mio modello), e vorrei avere almeno altre tre Vespe rigorosamente anni sessanta: un GS qualsiasi, un GL del ’65, una Rally 180.

2. Dalle elementari in poi, ho sempre posseduto un paio di Clarks. Originali, ché le imitazioni durano un anno, poi si buttano. Le originali le pagate un po’ di più, ma vi garantiscono 4 anni di comodità. Color tortora, laccetti grigi.

3. Ho la mania di fare lo sgambetto alle abitudini. Le abitudini sono molto economiche, funzionano bene e non richiedono attenzione.. ma ci fregano. Allora per far loro lo sgambetto cerco di fregarle a mia volta: mi lavo le mani come se fossi mancino (?), evito di bere sempre Fanta a pranzo e a cena, uso sinonimi, rispondo al telefono innovando i convenevoli, bestemmio creativamente.

4. Cerco di avere un desktop lindo. Non la scrivania fatta di atomi, sempre incasinata, ma quello del PC: diciamo 10 icone al massimo.

5. Ho la mania del pisolino. Non telefonatemi tra le due e le tre di pomeriggio, potrei sfanculare chiunque, si tratti di Napolitano o di mia mamma o di Brian Eno o dei miei migliori amici. Un po’ di civiltà, insomma, non si telefona per le case a quell’ora.

 

Un classico

Dopo tanto livore (il lavoro stressa, come sapete) pubblico anch’io un classico dei blog:
tralasciando il fatto che io abbia scritto mesi fa un post su Pornotube (azz, ci sono ricascato) e moltissimi imperterritino, ecco la lista delle astruse parole-chiave con cui la gente giunge fino qui.

Scimmie bonobo, brava ragazza, vecchio porco, questionario hai mai nuda, reggicalze anni60
queste per l’immancabile categoria sesso creativo

Frasi sul matrimonio, lei lui e l’altro
categoria vicissitudini umane

Feste musulmane racconti, arabi video sex
interessi etnologici

La specializzazione è per gli insetti
condivido (ma non tutto Heinlein)

Toccare il naso secondo la psicologia significa?
sicuramente una via regia

Hard dsik vibrano
scritto così, vibra tutto il pc

Filosofo burt
categoria epistemologia della modernità

Un quarto e mezzo
di cosa?

Come accordare la chitarra tramite internet
conosco la risposta, ma non l’ho mai scritta

Microvideocamera per biciclette
interessantissimo. una volta ho incastrato la mia videocamena in un bracciòlo di quelli per i bambini, per imparare a nuotare. Funziona, stabilizza e protegge.

CON CALMA IN LATINO
esaaaatto.

Los Angeles 1964

Ecco, dichiaro ignoranza.
Non è una grossa fatica, finché riesco a rimanere fedele al mio motto personale riguardo l’atteggiamento da tenere nei confronti della conoscenza e del conoscere, ovvero “Vai verso l’ignoto”.
Lavoro con argomenti che non ho studiato a scuola ma ho appreso sul campo, sposto continuamente la mia attenzione su quello che non so, cammino in paludi con le scarpe sbagliate ed inizialmente faccio un sacco di fatica, però ne esco fortificato (ai muscoli delle gambe soprattutto).
Non ho nessuna scienza a cui appoggiarmi, essendo la semiotica nient’altro che una disciplina, un punto di vista, un metodo per guardare proprio lì dove sgorga il senso, dove s’accende la scintilla della significazione.
Poi nelle sfere altissime della cultura planetaria si parla da decenni dell’importanza della multidisciplinarità, e spesso incontro universitari che sono dei cretini specializzati. Cheppalle.
Sei un ingegnere? Prova a ragionar di psicologia cognitiva e di apprendimento per tre anni, con degli insegnanti preparati e motivati. Sei un archeologo? Prova putacaso a “divertirti” per qualche tempo con le nanotecnologie: arricchirai te stesso, l’archeologia, i nanotecnologi ed il mondo intero, perché porterai un punto di vista nuovo in territori prima mai attraversati da persone con simile bagaglio culturale, e acquisterai a tua volta un paio di occhiali che magari (benedetta serendipità) ti permetteranno in seguito di scoprire novità nel giardinetto di casa tua.

Senonché, mi piccavo di essere un buon conoscitore della cultura musicale degli anni sessanta, soprattutto british. Ho persino dato il mio contributo a delle voci sulla wikipedia (magici Zombies).
Anzi, più che limitarmi alla sola musica pop e alle analisi più o meno musicologiche, mi piace investigare il “contorno”, i fenomeni culturali, gli ambienti di crescita degli stili giovanili… sociomusica.
Indagare cosa significa essere teddyboy, mod, freak, grunge, dark, glam, punk, raver non solo negli stilemi musicali, ma anche nell’abbigliamento e nelle idee politiche e nell’atteggiamento dinanzi al mondo. Perché tutti siamo stati giovani, e le idee che aleggiavano nei nostri ambienti di crescita, in cui ci siamo per sorte imbattuti nella nostra adolescenza, diventano cardini fondanti e spesso rimossi della nostra personalità.
E che ci crediate o no tutti noi, ovvero il modo in cui pensiamo il pensabile, il modo in cui siamo stati ribelli a diciassette anni e conformisti a ventisei, è tuttora frutto di idee germogliate negli anni sessanta.
Si è magari aggiunto il “no future” del settantasette come scenario esistenziale, il don’t-believe-the-hype hip-hop degli ottanta come riflessione esplicita sui media, l’accesso a fonti e culture planetarie come nei novanta, le nuove forme di “intimismo elettronico” come in questa decade, ma leggendo i sixties inglesi e americani mi accorgo che si tratta appunto di forme, di nuove vesti e paramenti di contenuti già espressi altrove ed in altri tempi, e che la loro rivisitazione permette il progredire della consapevolezza (per gli adolescenti di ogni tempo, l’iniziale presa di coscienza delle forme di essere al mondo) perché traduce in linguaggi e codici aggiornati i soliti grandi temi delle narrazioni umane, le mitologie ormai pop della nostra cultura occidentale. Amore, destino, solitudine, eroismo, squallore, tradimento… “E’ sempre la stessa canzone che va, la stessa di 1200 anni fa” pseudoreppava Jovanotti prima di essere per fortuna solo Lorenzo.

Perché i punk ballano musica reggae e indossano scarpe creepers con inserti in pelle leopardata? Se vi interessa rispondere a questa domanda, vi consiglio il classico “Sottocultura: il fascino di uno stile innaturale” di Dick Hebdige, Costa e Nolan 1983.

Bene, torno sull’argomento principale.
Ascoltavo Joanna Newsom, una delle grandi scoperte musicali del 2006 (belle cose, bei testi, ma non mi piace), e vedo che gli arrangiamenti sono di Van Dyke Parks, la produzione è di Steve Albini e il mixaggio è di Jim O’Rourke. Però. Guardate Parks in questa foto qui a lato, e ditemi se non sembra un giovanotto di oggi, mentre in realtà l’immagine risale alla prima metà degli anni sessanta.
E’ famoso soprattutto per i lavori con Brian Wilson dei Beach Boys, ma il punto non è questo.
Mi sono chiesto ad un certo punto perché in California a fianco del surf in quegli anni ci fosse questa “scuola” di musicisti e produttori decisamente non-rock, anzi di estrazione orchestrale, acculturati, capaci di badare alle costruzioni armoniche delle canzoni (fatto per me importantissimo, perché le riff-based songs mi stufano presto), portatori di un estetica musicale peculiare. Da dove venivano? Chi erano?
Ecco, ho trovato questo bell’articolo di Fred Cisterna, e ho capito che mi mancava una fetta importantissima di cultura sociomusicale dei sixties. Per dire, adesso anche i Doors mi sembrano molto più chiari, nello spiegarmi quella strana commistione di generi presenti nei loro primi due LP (gli altri dischi, quelli dei Doors blues, sono abbastanza inutili), del perché il batterista si dicesse “venisse dal jazz” (locuzione linguistica odiosa… “sai, Tizio Sempronio viene dal jazz…”, e dove sta andando, per curiosità?) ed il chitarrista avesse una passione per i ritmi caraibici o sudamericani.

Poi surfando sui link della Wikipedia giungo a Jack Nicholson, altro tipico figlio della cultura californiana di quegli anni: mi era giunta una notizia secondo cui sarebbe stato scoperto da Dennis Hopper durante “Easy rider”, poiché fino a quel momento altro non sarebbe stato che un giovane contestatore/capopopolo (po po po, come gli WhiteStripes: trovatevi i loro primi dischi) nei movimenti giovanili universitari della Bassa California, un po’ come un Mario Capanna chiamato a fare per caso l’attore.

Tutto falso: Nicholson ha fatto gavetta come attore e sceneggiatore fin dalla fine degli anni ’50, si è costruito una carriera con le proprie mani, ma soprattutto non sapevo avesse scritto la sceneggiatura assai sperimentale di The Trip, un film del 1966 dichiaratamente allucinogeno con la regìa di Roger Corman, dove gli attori protagonisti sono proprio Peter Fonda e Dennis Hopper.
Come dire: Easy Rider a questo punto mi sembra la versione per famiglie.

Tra il pop orchestrale di Los Angeles e il Trip di Nicholson, mi tocca ora rivedere tutti i miei collegamenti mentali per cercare di dare un senso compiuto ai mille rivoli di quel fiume in piena che è stata la cultura giovanile californiana post-beat, il calderone dove han preso forma gli atteggiamenti innanzitutto mentali di una generazione che ha cambiato veramente il mondo, e di cui noi siamo tuttora figli somigliantissimi.

 

Sono nervoso, ma c’è un limite.

Non sopporto la gente finta calma. Quelli calmi veramente li vedi, li noti: sono quelli serafici. Gli altri sono quelli che fanno i calmi.Purtroppo confondono la calma con la lentezza, ovvero si sono convinti che sia sufficiente rallentare il ritmo per essere letti come “quelli calmi”, ma non hanno capito un cazzo… millantano, ma con un piccolo sgambetto si svelano subito.

Fin qui, nessun problema. Vivo e lascio vivere.

Ma poi arrivano quelli tra i self-labeling “calmi” che si ritengono superiori, giudicano frettolosamente gli altri, e li escludono se ad esempio non assomigliano a quelli che loro ritengono “calmi”.

Atteggiamento che senza tema di smentita ritengo a priori sbagliato, perché equivale ad accettare solo quelli che ti assomigliano (cioè che assomigliano a quella idea di “persona calma” che questi qui cercano di impersonare malamente).

Se non sei calmo nel modo che intendono loro, non sei calmo.
Io sarò anche un tipo nervosetti, ma talvolta sono molto calmo, me lo dice il mio pancino educato dal tai-chi.

Credo che funzioni come nella regola della scala reale a poker, dove la scala media batte la minima, la massima batte la media ma la minima batte la massima: non vi è certezza di gioco.

In maniera simile, immagino l’insieme delle persone un po’ agitate, alle quali i sedicenti calmi guardano con sufficienza, ritenendosi al top nell’ascesa verso la consapevolezza; questi ultimi in realtà ignorano che quelli veramente interiormente calmi possono apparire ai loro occhi come persone nervose e agitate, solo perché riescono anche ad avere un buon ritmo corporeo, e non si fanno problemi nell’apparire non-flemmatiche.

Questo perché il livello superiore di consapevolezza recupera la via del Fare, tornano ad essere potenti dopo aver attraversato il deserto depresso della consapevolezza di sé, proprio perché consapevolezza significa saper trasformare l’Agire in Fare.

Ma purtroppo a quelli del livello intermedio il livello superiore appare in tutto e per tutto simile al livello inferiore, e quindi non comprendono il salto di qualità. Confondono, e si confondono.

Che delirio di soggettivismi.

Allora vi racconterò, tuffo impossibile nell’oggettività, che stasera sono andato ad una abbastanza rinomata rassegna locale ARCI di produzioni video, e sono rimasto allibito dalla pochezza della qualità delle cinque/sei opere presentate.

Documentari hiphop adolescenziali, esperimenti grafici, una orribile situazione tragica narrata con lo stile e piglio da “telenovela piemontese” di vecchissima gialappiana memoria, un due videoclip palesemente fuori posto – di solito i videoclip hanno una categoria apposita, perché sono un genere ben distinto dalla fiction – anche se uno di questi presentava almeno una trama, uno spunto narrativo non banale.

Solo un’opera, in bianconero, mostrava un po’ di riflessione e di scelte narrative. Manifestava una poetica, ecco, un intento da raggiungere e un progetto per raggiungerlo, con la grammatica e gli strumenti espressivi propri della videoarte.

Per dirla tutta, ha vinto poi un’opera che consiste nel mostrare a inqudratura fissa una riga di bicchieri che vengono via via riempiti di vino, e poi la stessa sequenza montata al contrario, dove si vedono i bicchieri che si “svuotano verso l’alto”, dove il vino rientra nella caraffa; il tutto per sei lunghissimi minuti. Il titolo era “Furlan time”, giusto per rendere esplicito un banalissimo spunto di racconto per dipingere la gente friulana, secondo stereotipi. Se durava sei secondi, era uguale.

Ray e TzaraMa perché la gente non legge, non studia? Perché non appena si ha per le mani Vegas oppure Final Cut e si mettono due effetti su una traccia di audio o di video si pensa di aver fatto una figata pazzesca? Perché sono costretto a rivedere sempre cose già fatte largamente nei settanta con i VHS, a loro volta frutto di speculazioni artistiche dei sessanta tipo le gelatine e la pellicola, a loro volta frutto di ragionamenti un po’ surrealistici un po’ formalisti tipo negli anni ’30 e ’40, perché devo sempre rivedere le stesse cose già pensate e realizzate dai futuristi e dai Dada ottant’anni fa? Perché la gente rimane sorpresa e si emoziona per ogni sciocchezza che dice? Non sorge mai a nessuno il dubbio che qualcuno possa averla già detta?

Con calma… beninteso, nessuno si deve vergognare di produrre qualcosa.
L’espressione di una propria idea, di una propria intuizione è sempre lodevole.

Quello di cui bisognerebbe vergognarsi è il proporre la propria opera ad un concorso video serio, dove mi aspetto di vedere delle sceneggiature un minimo elaborate, un po’ di ricerca visiva consapevole, al limite una trovata narrativa anche minima, ma raccontata sinteticamente con senso del ritmo e buona intenzione.

Presentarsi ad un concorso, anelare perfino a vincere un premio, senza pudore… il premio migliore non dovrebbe essere nient’altro che i commenti lasciati dai naviganti allo stesso video pubblicato su Youtube, e meno male che al giorno d’oggi pubblicare non è più un problema.