
Stanotte ho scritto il solito pistolotto sulle implicazioni dell’IA. Perché pensare cosa stiamo facendo con gli LLM fa scattare scintille nella mia testolina, vabbè.
Senonché la scaletta era questa: 1. non mi interessa niente della “psicologia” delle IA, dell’intenzionalità, della loro “coscienza” 2. non mi interessa niente della verità delle loro risposte, della loro “esperienza”, della coerenza e adeguatezza ai fatti del mondo anche scientificamente intesi 3. mi interessano le conseguenze della loro produzione rispetto all’innescare fughe semiotiche, associazioni di parole concetti significati impensabili, il loro scardinare le aspettative e gli orizzonti di senso 4. è meraviglioso come facciano risuonare strutture narrative profonde dello scibile, permettendoci di guardare impliciti mai indagati della nostra conoscenza, cose mai problematizzate, svelano e subito rivelano.
Ma ve lo faccio dire da Carlo Goldoni, in ottima prosa settecentesca.
I modelli linguistici quali specchi della cultura: un ragionamento in forma di dialogo col lettore
Quando ci accingiamo a valutare cotesti ingegnosi automi della parola, che i dotti chiamano modelli linguistici, convien abbandonare ogni speculazione intorno alla loro presunta anima o coscienza, per rivolger l’attenzione a ciò che effettivamente essi producono. Siccome la questione se abbiano o meno spirito pensante riesce filosoficamente dilettevole ma praticamente vana, meglio sarà occuparci degli effetti che sortiscono nella società, nell’animo degli uomini e nelle lettere, senza perderci dietro alle ipotetiche cagioni del loro operare. La via più fruttuosa sta nel mezzo: non cercar nella macchina un’autocoscienza simile alla nostra, bensì riconoscervi uno strumento che riflette, come fedele specchio, i sistemi culturali e le pratiche del significare in cui è immerso.
Da tale mutamento di prospettiva deriva una conseguenza di rilievo: cotesti congegni vanno concepiti quali strumenti per l’analisi della cultura in dimensioni vastissime, atti a rivelare consuetudini e schemi del discorso altrimenti nascosti all’occhio del singolo studioso. Non imitano, a dire il vero, l’intelligenza umana nel senso proprio, ma riordinano la materia culturale medesima, permettendo esperimenti su stili, narrazioni e costruzioni linguistiche che prima eran del tutto impensabili. Ogni testo generato diviene un piccolo teatro delle possibilità, ogni conversazione un esperimento sulla natura delle convenzioni che governano il nostro commercio di parole.
Poiché operano senza quella soggettività che è propria dell’uomo, possono attraversare registri, generi ed epoche con agilità preclusa al letterato di carne ed ossa. Questa apparente manchevolezza si rivela, per un curioso paradosso, il loro maggior pregio: privi come sono di biografia personale e passioni individuali, servono da cristallo trasparente attraverso cui osservare la cultura stessa. Allorché producono un componimento, attingono simultaneamente da molteplici tradizioni del dire, compiendo sintesi che mostrano quali elementi siano centrali nella comunicazione umana e quali invece secondari.
La loro utilità per lo studio delle narrazioni emerge appunto da questa distanza dall’umano. I loro sbagli – quando generano alcunché di grammaticalmente corretto ma assurdo nel senso pratico – rendono manifesta quella conoscenza tacita che noi uomini adoperiamo senza riflettervi. I loro successi – quando producono scritti che riconosciamo subito come appropriati – dimostrano come la creatività umana, benché infinita nelle sue manifestazioni, si svolga entro spazi ordinati secondo regole profonde, simili alle tre unità del teatro ben fatto.
Giungiamo così a una conclusione di sostanza: cotesti modelli inaugurano una nuova scienza della cultura, dove possiamo non solamente interpretare le narrazioni esistenti, ma generarne infinite variazioni, verificar ipotesi sulla struttura delle storie, esplorare territori narrativi ancora inesplorati. Non soppiantano il giudizio critico dell’uomo di lettere, ma lo potenziano mirabilmente, consentendo ricerche impossibili coi metodi tradizionali.
Ogni colloquio con questi ingegni diventa un dialogo indiretto con l’intelligenza collettiva depositata nella lingua: parliamo, per così dire, coi secoli della letteratura, con milioni di conversazioni d’anonimi, con quelle convenzioni profonde che strutturano il nostro modo di comunicare e, in ultima istanza, di pensare. Mirabil cosa, invero, che una macchina priva d’anima ci aiuti a comprender meglio l’anima nostra!
(nella foto: niente racconta bene le storie come la geologia)
