Da metà Novanta, forse complice certa letteratura da cyberspazio e autostrade digitali, a quanto pare ci siamo raccontati la favola di una Rete che avrebbe regalato al cittadino il potere di decidere senza intermediari.
Certo, resterebbe da decidere la scala d’intervento tra dimensioni nazionali e scelte di quartiere, ma io a strumenti consultivi e financo deliberativi a dimensione iperlocale su piattaforme partecipative civiche pubbliche ci credo ancora.
Però la realtà dell’ecosistema digitale globale mostra ben altro. L’esito finale di questa spinta disintermediatrice non coincide affatto con un surplus di democrazia, ma con una governance algoritmica tanto efficiente nel processare decisioni veloci – e la velocità è un inganno, in tematiche civiche e politiche – quanto spietata nel disintegrare lo spazio pubblico condiviso. La promessa di una partecipazione diretta mediante piattaforme online poggiava sull’illusione di poter azzerare le mediazioni istituzionali senza pagare dazio, quando invece il risultato concreto si è rivelato la progressiva sostituzione della deliberazione con la profilazione comportamentale.
Le piattaforme commerciali sono progettate per monetizzare l’attenzione, non certo per strutturare un dibattito informato. Inoltre la tecnologia – a partire appunto dal ritmo che impone alle società – non altera semplicemente le regole del gioco elettorale, ma modifica alla radice l’ecologia cognitiva entro cui un’opzione politica acquista legittimità.
I fautori della democrazia spicciola ragionano semplice, pensano a sondaggi istantanei e referendum su piattaforma per una forma di sovranità popolare, quando è tutto il contesto che andrebbe curato, altrimenti questi dispositivi distorcono il significato delle consultazioni e riducono la cittadinanza a una banale sequenza di dati predittivi.
Il confronto argomentato richiederebbe il tempo lungo della verifica e della composizione dei conflitti, mentre la logica dell’engagement premia le sole risposte reattive e guarda caso tutte le mosse di un controllo dal basso diventano carburante per l’ottimizzazione del potere.
Se l’architettura di rete frammenta gli utenti in micro-bolle affettive senza una base fattuale comune il dissenso perde la capcità di accrescere la conoscenza condivisa e il ventaglio delle scelte possibili, diventa semplice rumore di fondo. La conseguenza – visto che discutere tra posizioni polarizzate è sempre più faticoso e inconcludente – è che la tentazione di affidarsi alla gestione tecnica diventi irresistibile per gli stessi sistemi liberali.
Non sono forse i fascismi del Novecento, ma teniamo ferma la considerazione di una mutazione profonda della nostra forma di governo, dove le garanzie costituzionali vengono percepite come fastidiosi difetti di progettazione e le autorità del diritto e dei saperi cedono il passo alle sbrilluccicanti metriche di prestazione.
Sarà tecnocrazia, ci dicono, però ueilà, funziona bene.
